The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

6 - Il Rapporto Terapeutico

 

IL RAPPORTO TERAPEUTICO

 

Chi è il Guaritore

Molto spesso, in questi articoli, parliamo di Sacerdoti Guaritori o a volte, più semplicemente, di Guaritori. Abbiamo esplorato, per quanto ci è possibile e in modo superficiale, dato che siamo vincolati e tiranneggiati dallo spazio e dal tempo, alcune diverse opzioni di spiegazione delle malattie. In un articolo in particolare abbiamo anche parlato del ruolo di queste figure terapeutiche esoteriche. Ora cerchiamo di capire, senza entrare nel dettaglio della tecnica, dal momento che non è cosa che si può spiegare su queste pagine alla portata di tutti, chi è il Guaritore, come agisce, ma in particolar modo perché e quando lo fa e quando non lo fa.

Innanzitutto cerchiamo di rispondere alla domanda fondamentale da cui parte ogni cosa. Cos’è la Guarigione? Il termine ha un’etimologia incredibilmente interessante che vorrei condividere con voi. Come spesso accade, infatti, esaminare l’origine della parola ci aiuta a capire il reale significato di un concetto più ancora di quanto non lo sia riflettere sulle sue implicazioni e derivazioni.

Il lemma “guarigione” deriva dall'antico spagnolo e dall'antico portoghese guarir, ora mutato in guarecer. Ritroviamo il termine nell'antico provenzale garir, guarir e garir e nell'antico francese guarir, garir modernizzato in guérir. A sua volta derivano dal gotico germanico varian che si trasla nell'antico alto tedesco werian modernizzato in wehren, dove wehr significa "difesa". E fin qui ci pone la questione sul "difendere", il "proteggere" e "l’impedire" in riferimento alla malattia. Ma la radice del termine è VAR, che significa "guardare". Etimologicamente il suggerimento è determinato dal latino classico tuèri che pone il "guardare" come "fare la guardia", quindi proteggere, e si rifà all'antico tedesco wara, warna, che significa "riguardo" e "cura". Pertanto significa "guardare dal male". La radice pregermanica di VAR è però sanscrito-vedica ed è vr-noa-ti e anticamente si usava per parlare di preservare, difendere e salvare, per quanto oggi sia più limitato al concetto di far tornare in sanità chi è malato.

Ora, questa è la versione ufficiale di etimo.it che, come sempre, è un alleato preziosissimo, se non indispensabile, delle mie rubriche. In questa traduzione etimologica mi ha però incuriosito la presenza del termine var: guardare. Ora, io non conosco il pregermanico, ma quanto meno in italiano “guardare” non significa solo “fare la guardia”. E nell’ambito della guarigione, per come la conosco io, la radice “guar” che condivide con il termine è una presenza assai curiosa. Soprattutto perché “cura” ha una forma differente. Una delle prime cose, infatti, che ho imparato in quest’Arte è proprio il fatto che l’unico modo per guarire è cominciare a guardare. 

Per la via che seguo, che non è ovviamente l’unica, la migliore o tanto meno la più efficace, ma solo una delle tante vie che esistono, il termine “guaritore” non è definibile in modo semplice come “colui che guarisce”, e non è nemmeno in modo del tutto reale “colui che aiuta a guarire”, per quanto ci si avvicina di sicuro di più. È bensì “colui che ti permette di guardare”. Il suo compito, pertanto, è riuscire a vedere l’effetto che qualche tipo di lezione karmica tende a creare in seguito alla sua incompletezza, comprendendone l’origine grazie alla sua esperienza e alla sua sensibilità ma anche all’aiuto di entità superiori, di cui accenneremo più approfonditamente più avanti. Una volta che ha avuto modo di “vedere”, consultandosi con il proprio paziente, il Guaritore lo mette in condizione di “guardare” lui stesso. Lo pone di fronte, quindi, a uno specchio, dove il paziente può vedere sé stesso. Qualcosa che, in molti casi, avviene già normalmente, basti pensare alla teoria di Animus e Anima di Jung, come dice Aldo Carotenuto: "Jung definisce Anima l'immagine del femminile che ogni essere umano di sesso maschile ha interiorizzato, mentre definisce Animus l'immagine del maschile che ogni essere umano di sesso femminile ha interiorizzato". Pur, quindi, arrivando a manifestare inevitabilmente uno qualsiasi degli archetipi inconsci del paziente, il Guaritore non gli comunica distrattamente di osservare in modo generico ciò che vede, bensì si pone di fronte allo specchio insieme a lui e gli indica ciò che lui deve guardare. E solo dopo che ha guardato, allora può aiutarlo a capire se ciò che vede è vero per sé stesso. E dopo che avrà capito che ciò che vede è vero, allora il processo di guarigione potrà mettersi in moto.

A quel punto il compito del Guaritore sarà quello di sostenere il paziente, aiutarlo a procedere, pulendo le situazioni che si trova di fronte, sia a livello animico che da un punto di vista puramente energetico, per rimuovere residui emozionali, mentali o eterici e possibili infiammazioni, infezioni o intrusioni nei corpi sottili. Questo processo viene svolto in modo tale da poter creare un possibile “campo neutro”, ma anche per favorire una maggiore probabilità di comprensione della lezione in attesa di essere appresa. Tuttavia, nonostante questo, il cammino sarà cura esclusiva del paziente. Solo lui potrà decidere se intraprenderlo, interromperlo, evitarlo completamente oppure portarlo a compimento. E nessun guaritore, in alcuna delle sue declinazioni, sia terapeutiche che puramente fisiche, potrà mai fare nulla per aiutare un paziente che non ha intenzione reale di intraprendere il cammino della guarigione, che voglia guardare realmente ciò che gli sta facendo male. La libertà di scelta, suprema caratteristica di ogni essere umano, rimane quindi inviolata.

 

L’Identificazione nella malattia

La vita, come dicevamo, è esperienza. Nell’articolo precedente abbiamo visto come solo attraverso l’immersione nel dolore e nel lutto noi possiamo emergere rinfrancati e purificati. Ciò nonostante in tutto questo, per molti versi, è la paura della sofferenza che ci pone dei limiti, che ci ostacola. Temiamo di sbagliare, di farci male e temiamo di fallire, soprattutto. Pertanto spesso rimaniamo sull’orlo della scogliera per timore di tuffarci, raggelati.

Negli articoli sui chakra noi abbiamo parlato di guarigione attraverso i sette demoni. In questo aspetto si sta parlando di iniziatori. Il termine “demone” deriva dal greco e, a discapito dell’assurda metamorfosi concettuale che questa parola ha subito a opera della propaganda delle religioni semitiche, il suo significato reale è “genio sovrumano” con lo scopo reale di “comunicatore” e “messaggero” tra gli uomini e la divinità. Il daemon diviene quindi, in molte tradizioni esoteriche, il “guardiano della soglia”, colui che, con il suo aspetto mostruoso e spaventoso, ferma chi non è pronto o degno di passare oltre. È il ruolo che si addice al cane tricefalo Cerbero, che sta a guardia dei cancelli degli inferi. E la sua guardia è determinata proprio da tre teste. Una controlla gli inferi, una controlla l’ingresso per la superficie e una controlla la soglia stessa. Il suo compito quindi è su tre livelli: mentale, astrale ed eterico.

Da un punto di vista legato alla guarigione, noi ci troviamo ad affrontare questi demoni ogni volta in cui, di fronte a una lezione, dobbiamo in qualche modo dimostrare di averla appresa. Quando, e solamente se, ci dimostreremo in possesso delle caratteristiche necessarie a superare l’esame che questa lezione ci richiede, ci sarà concesso di passare e crescere. Non prima.

In un film di fantascienza non particolarmente significativo del 2013 che porta il titolo di After Earth, stroncato dalla critica e dal pubblico, si affronta un argomento che, tuttavia, è interessante. Nel film la Terra è stata abbandonata in seguito all’inquinamento in favore della colonizzazione di un altro pianeta già abitato da una civiltà indigena non particolarmente avvezza a condividere la propria casa con alieni. Questi, per contrastare l’invasione, utilizzano come armi delle enormi creature particolarmente aggressive ma completamente cieche allevate con il preciso scopo di percepire i feromoni che l’essere umano espelle quando ha paura. L’unico modo per uccidere questa creatura, nota come “Ursa”, è non avere paura. Il problema, basilarmente, è che in una condizione di estremo panico e di prossimità alla morte non avere paura è come cercare di non pensare all’unicorno rosa. Se poi ci mettiamo la presenza di una creatura incredibilmente aggressiva, munita di sei zampe, grossa come un elefante indiano, che può affettarti come un prosciutto con l’osso, la situazione non può che farsi solo più complessa. Gli unici, infatti, che possono uccidere un’Ursa sono i Ranger, ossia delle persone addestrate a non provare alcuna paura, rendendosi così del tutto invisibili a queste creature.

Ora, quando noi dobbiamo cercare di sconfiggere la paura, nella maggioranza dei casi quello che facciamo è cercare di applicare un radicale controllo sulle nostre emozioni, una razionalizzazione dell’oggetto del pericolo, e quindi cerchiamo dentro di noi il coraggio per superare il nostro limite; oppure dobbiamo essere talmente stupidi o incoscienti da non avere alcuna pretesa di comprendere ciò che abbiamo di fronte e pertanto risultiamo incapaci di valutarne i rischi. La storia ci insegna che nessuna di queste due opzioni ha mai salvato qualcuno dal fare una brutta fine in situazioni di pericolo. E questo ci dimostra che il coraggio non è la prerogativa fondamentale per superare la paura. È, forse, un alleato utile ad affrontarla. Forse. Perché la paura è ciò che ci preserva, pertanto è un alleato tanto quanto lo è il coraggio, se non di più. Diciamo che è un alleato paritario al buon senso. Quindi, come possiamo superare la paura ed evitare che questo alleato ci si ritorca contro? In effetti io conosco un modo solo: l’unica cosa che realmente ci permette di superare la paura è accettare le conseguenze di ciò che accadrebbe se le cose andassero male. Ogni vigile del fuoco, ogni volta che suona la sirena e va a soccorrere qualcuno, sa che può morire. Che lo voglia o meno fa il suo dovere e si getta nella morte ogni giorno. Non lo fa perché è stupido, lo fa perché accetta la morte come parte del suo compito e pertanto non la teme. È addestrato a non avere paura, a temere il pericolo e rispettarlo. Certo, farebbe qualsiasi cosa per vivere, come tutti, e non getterebbe la sua vita al vento, ma non si ferma davanti alla possibilità di morire. Smette, così, di avere paura della morte. Chi vive meglio di tutti e lo fa in pienezza, godendo di ogni giorno, è proprio colui che accetta la morte senza temerla.

Nel film citato poco sopra, l’Ursa rappresenta il demone iniziatore che si pone nella condizione di metterti alla prova. Solo quando smetti di avere paura puoi affrontarlo: in questo caso l’Ursa non può più percepirti, per lui diventi invisibile e tu puoi vincerlo e di conseguenza cambiare te stesso. Spesso, quando ci troviamo ad affrontare il demone iniziatore che si pone di fronte a una porta che non siamo ancora in grado di valicare, noi siamo dominati dalla paura. Nonostante noi possiamo credere di esserne in grado, qualcosa dentro di noi vibra in modo contrario. E non importa ciò che noi pensiamo di sapere. Se abbiamo paura, il demone lo vedrà. Se abbiamo paura, non passeremo. Esattamente come capitò ad Atreyu nella Storia Infinita quando si trovò di fronte alle due Sfingi, poste una dinanzi all’altra, che potevano incenerire chiunque cercasse di passare con la paura nel cuore.

Questa paura, però, non è sempre dettata dall’idealizzazione della morte o della sofferenza, o magari della disabilità. In una larga incidenza di casi, il paziente che un guaritore si trova di fronte vede la malattia come un problema, un parente scomodo, un disagio, a volte una maledizione o addirittura una punizione. Di solito quello che desidererebbe poter fare è avere una bacchetta magica per rimuovere da sé il proprio problema e non doverci più pensare. Il guaritore sa, e deve purtroppo mettere di fronte alla persona il fatto, dannatamente scomodo, che non è così che funziona. Spesso questa paura sfocia in rabbia per il proprio stato, in frustrazione per l’impossibilità in cui ci pone la malattia di poter portare avanti un’esistenza normale, di poter fare ciò che facevamo prima, di dover cambiare radicalmente il proprio stile di vita. La paura della malattia, spesso, deriva dalla difficoltà di accettare noi stessi.

Una persona, in condizioni normali, dovrebbe desiderare di guarire con tutta sé stessa. Ma non è così. Esistono infatti casi in cui si avvia un processo psicologico autodistruttivo che è una “identificazione” con la malattia stessa. In queste situazioni il paziente tende a essere talmente legato al suo status di malato, magari cronico, che sviluppa una sorta di simbiosi di amore-odio con la propria malattia. Mi sono capitati alcuni pazienti che erano così identificati con la propria malattia che, a conti fatti, nonostante si fossero rivolti a me, non volevano guarire. Ma credo che questo sia un fenomeno che interessi la medicina in generale e non solo le terapie alternative od olistiche. In quei casi è come se il paziente vivesse in un limbo intermedio tra il desiderio di guarire e quello di continuare a essere malato, un limbo che lo spinge a chiedere aiuto ma nello stesso tempo a fare di tutto per sentirsi giustificato a non volerlo ricevere, senza ovviamente riuscire a vedere la verità di questo auto sabotaggio. A volte questo comportamento autodistruttivo si manifesta attraverso piena sfiducia nel metodo di cura suggerito o nel tentativo di portare a tutti i costi il terapeuta ad ammettere di non poter fare nulla per lui, dimostrando così l’assioma secondo cui è un caso disperato e che nessuno vuole prendersi cura delle sue difficoltà, pertanto l’unica soluzione possibile e accettabile è quella di sedersi a piangersi addosso incolpando tutto il mondo di non essere giusto nei suoi confronti.

Apparentemente questo comportamento denota una profonda immaturità. A conti superficiali potrebbe essere liquidata in questo modo. Tuttavia questi casi mostrano un interessante punto di vista: ossia come sia possibile avere paura della guarigione più di quanto si possa aver paura della propria malattia. Anche se questa malattia ci pone in una condizione di disagio o magari ci può anche portare a essere prossimi alla morte. Un esempio calzante è quello rappresentato da Michael Keaton nel film My Life, in cui un uomo che sta per diventare padre si ritrova a essere affetto da una forma tumorale grave ai reni, che in poco tempo colpisce anche i polmoni. Posto dinanzi al fatto di correre il rischio di morire prima della nascita di suo figlio, si rivolge a un guaritore cinese che individua immediatamente un forte blocco di rancore che egli nutre per la sua famiglia e suo fratello e lo ammonisce del fatto che, se non scioglie quel nodo, non guarirà mai e che è quello la causa del suo malessere. Il protagonista chiama la sua famiglia e cerca di riallacciare i rapporti ma finisce di nuovo con il litigare con loro. Il guaritore, quindi, lo mette di fronte al fatto che è lui stesso che non vuole guarire perché non vuole “sciogliere” il rancore che ha dentro. La moglie riesce a partorire e lui a vedere suo figlio, per il quale ha registrato molte videocassette in cui gli parla di sé e in cui cerca di aiutarlo a crescere, ma il tumore colpisce il cervello e, in fin di vita, riesce a riconciliarsi con la famiglia e così a progredire oltre l’esistenza incarnata senza portarsi il peso che lo ha distrutto in questa vita.

Questo film, in quanto tale, ha un bellissimo messaggio di guarigione e un meraviglioso, seppur triste, lieto fine. Rappresenta però l’esempio di una persona che non riesce a perdonare sé stessa e chi gli sta vicino e che rifiuta la guarigione in cambio dell’ancoraggio a un rancore vecchio e, in alcuni casi, incomprensibile a lui stesso e ai soggetti interessati. A un certo punto, infatti, il protagonista ha pressoché dimenticato l’evento scatenante che lo ha portato a tagliare i rapporti con la famiglia, e quando lo chiede ai genitori loro stessi non riescono a ricostruire esattamente cosa sia successo. Tuttavia il peso emotivo è talmente schiacciante che sovrasta anche la sua capacità di giudizio.

A volte questa “identificazione” con la malattia addirittura è presagita, o accettata prima ancora che, a tutti gli effetti, la patologia venga a presentarsi. Molti anni fa una cara amica mi confessò di come sua madre fosse stata afflitta da una forma di carcinoma mammario e di come anche sua sorella fosse stata affetta dalla stessa problematica. Asserì, pertanto, che era certa che anche lei avrebbe avuto un tumore al seno. Al momento ricordo che la guardai con disappunto. Non capivo come potesse affermare con certezza una cosa del genere. Passarono alcuni anni e dopo un esame di routine scoprì di avere un nodulo che si profilò presto come un carcinoma. Questa malattia la mise in ginocchio e, nonostante un’operazione di asportazione e cicli di chemioterapia, il tumore la attaccò alle vertebre lombari e divenne paralitica. Durante questo periodo ebbe modo di esaminare la sua vita e ricordo che mi disse di come passò un periodo in cui, frequentando l’ospedale, si vergognasse della situazione in cui si trovava. Poi, un giorno, nel reparto di oncologia, incontrò per caso una sua vecchia compagna di classe che, purtroppo, portava il figlio a fare trattamenti, in quanto egli stesso afflitto da un tumore. Parlando e confrontandosi con lei, mi raccontò di come si fosse accorta di quanto fosse stupido provare vergogna per la propria situazione, in quanto non era stata una sua scelta. Quella madre, infatti, non condivideva la sua percezione della malattia. Da quel momento lei esaminò con più calma la sua situazione e considerò gli aspetti più reconditi di ciò che stava vivendo. Purtroppo morì e si liberò prima di poter raggiungere la guarigione.

Tuttavia in qualche modo lei aveva previsto l’insorgere del tumore anni prima che questo si presentasse effettivamente sulla base del fatto che sia la madre che la sorella, che a differenza sua sopravvissero, erano incorse nella stessa situazione. Si identificò pertanto con ciò che questo rappresentava per lei al punto da realizzarlo e concretizzarlo nel suo corpo? Oppure la certezza della massa tumorale si era fatta strada dentro di lei nel momento stesso in cui si era generata e prima ancora che gli esami la portassero alla luce? Probabilmente entrambe o nessuna delle due. Il suo caso, che a me sta a cuore perché era e sarà sempre una mia cara amica, mette in luce il fatto che il tumore, come forma di lezione karmica, è talvolta così aggressivo nel suo essere insegnante che non ci permette fisicamente di avere la forza di poter capire ciò che ci vuole dire. E a volte nemmeno il tempo.

 

L’ostacolo dell’onnipotenza

Quando entriamo nella sfera della guarigione e cominciamo a seguire il cammino, capita spesso che tendiamo a trovarci a pensare che la nostra sia una missione, un compito supremo. Se, soprattutto, scopriamo di avere un certo talento o dei poteri taumaturgici di qualche tipo, non è anomalo che, anche se in misura ridotta, cominciamo a provare un senso di onnipotenza. Tutti siamo cresciuti con i miti cristiani di guarigioni miracolose compiute dal profeta di quella religione e, che ci crediamo oppure no, le sue gesta (inventate o meno che fossero) denotano una grande abilità curativa. Tuttavia, anche solo nel mito narrato dai quattro vangeli canonici possiamo vedere come, a parte alcuni passi in cui non si specifica bene quali fossero le malattie e gli infortuni o il numero dei malati, si possono attribuire a Cristo le guarigioni di tre paralitici, sette ciechi di cui uno anche muto, un muto, un sordomuto, undici lebbrosi, un uomo privo di un orecchio, una donna con un’emorragia e un uomo affetto da idropisia. E questo per quanto riguarda le vere e proprie guarigioni, oltre ai casi di persone specifiche come il servo di centurione in Matteo e Luca, la suocera di Pietro in Matteo, Marco e Luca e la guarigione a distanza del figlio dell’ufficiale del re nel Vangelo di Giovanni. Si parla, poi, in altre due occasioni, di un numero non preciso di malati, come a Gennesaret in Matteo 14:34-36 e Marco 6:53-56.

Anche se i presunti miracoli di Gesù sono considerati prodigi e lo sarebbero tuttora, specialmente da chi intende crederci, per quanto i numeri siano di sicuro alti, anche se si stesse parlando di centinaia di persone, a conti fatti è un numero molto esiguo confronto al numero di malati e infermi che, data la sua fama, si saranno assiepati a lui per avere sollievo. Da ciò si evince che Gesù Cristo non guarì chiunque. Guarì solo alcune persone.

Ma come scelse le persone da guarire? Su quali basi Gesù determinò che uno sarebbe stato guarito e l’altro no? Da quello che ci dicono gli evangelisti, e anche gli autori apocrifi, per quanto nei suoi modi emergesse un carattere a volte apparentemente istintivo, sarebbe stupefacente credere che la sua politica fosse basata sulla simpatia. Eppure è pressoché certo che non guarì chiunque. Pertanto, cosa lo spinse a determinare che un uomo meritava un trattamento e l’altro no? Se coinvolgessimo un teologo in questo discorso lui potrebbe benissimo, e senza possibilità di discussione, appellarsi al quinto emendamento divino e dichiarare che lui era il Maestro e che quindi le sue ragioni erano note solo a lui e a noi non è concesso conoscerle. Ma se vogliamo cercare una risposta a questo quesito, per citare Andrew Lloyd Webber, dobbiamo “separare il mito dall’uomo”. Se Gesù, quindi, non fosse stato quello che fu per molti, ossia un semidio, ma fosse stato solo un uomo con poteri taumaturgici (come molti altri uomini che a quell’epoca e nelle epoche precedenti e successive camminarono sulla Terra), a questo punto la domanda sulla scelta di determinare chi poteva essere guarito e chi no troverebbe una reale soddisfazione, quanto meno ipotetica.

Gesù non guarì chiunque semplicemente perché magari non ne aveva il tempo o le facoltà. O forse non poteva per altri motivi, motivi che non dipendevano dalla sua volontà o da quella di suo padre, che per emanazione gli forniva i poteri di cui disponeva. Magari questi motivi dipendevano da chi doveva essere guarito. E se non fosse così, allora tutto il concetto che sta alla base del principio del “libero arbitrio” su cui l’intera cristianità ha costruito il suo mito nella Genesi andrebbe a decadere. Se io non possiedo, di mio, il potere decisionale di voler guarire o meno, come posso avere il potere di discernere il bene dal male?

Sorvolando sui dilemmi di stampo teologico che, per quanto interessanti, esulano dal nostro discorso, riflettiamo un momento su quello che questo significa. Se Gesù possedeva le capacità per guarire e sceglieva di non farlo, questa decisione spettava comunque a lui, sia che la persona che avesse di fronte fosse un fedele oppure no. E per avvalorare questa ipotesi ci sono parabole che parlano di come increduli si trasformarono in ferventi fedeli dopo averlo visto all’opera. Poniamo invece il caso che fosse in possesso di queste facoltà, ma che, pur applicandole, queste non avessero modo di attecchire perché incompatibili con chi aveva di fronte. Nella Bibbia ci viene espresso il concetto di fede, ossia di affidarsi totalmente, anima e corpo, a una divinità per trarre salvezza e giovamento. E infatti, vuoi per motivi propagandistici, vuoi per concessione mitologica intesa come libertà artistica, solo chi aveva fede poteva essere salvato, pertanto guarito; ciò che in effetti tuttora viene predicato. Se fosse così, quindi, non si può più affermare che Gesù sceglieva chi guarire e chi no, sia per interpolazione divina sia per pure capacità personali, bensì è più corretto dire che era chi aveva necessità di guarire che sceglieva di farlo attraverso il potere che il messia offriva.

Nel Vangelo di Giovanni 20:30-31, leggiamo un passo che chiarisce ancora di più questo punto: "Or Gesù fece ancora molti altri segni in presenza dei Suoi discepoli, che non sono scritti in questo libro. Ma queste cose sono state scritte affinché voi crediate che Gesù è il Cristo il Figlio di Dio e affinché, credendo, abbiate vita nel Suo nome". Se fossimo interessati a leggere con malizia questa frase, ci potremmo trovare a pensare che fosse solo tutta una manovra pubblicitaria religiosa e che quei malati furono guariti solo per scopi propagandistici. Ma non è mio interesse metterla sotto questo punto di vista, tuttavia mi interessa leggere l’ultima parte: abbiate vita nel Suo nome. Giovanni, qui, ci sta dicendo che solo attraverso la fede noi possiamo trovare guarigione e vita. Pertanto, di conseguenza per guarire, noi dobbiamo accettare dentro di noi la guarigione, dobbiamo volerlo, dobbiamo avere fiducia.

Ora, nessuno di noi, a conti fatti, a meno di non risultare un po’ eccessivo e non essere preso particolarmente sul serio, può affermare di essere in possesso di facoltà analoghe a quelle descritte dagli evangelisti nelle loro cronache. Tuttavia, per amor di studio e cultura, poniamoci in una posizione simile: siamo guaritori e ci troviamo di fronte un malato che pensiamo di poter aiutare. Come ci comportiamo? Qual è la nostra discriminante?

Non esiste una risposta reale e fissa per questa domanda. Tuttavia, posso dire che, per quella che è la mia esperienza e gli insegnamenti che ho ricevuto dai miei maestri, sia quello terreno che conosco di persona, sia quelli spirituali, noi non siamo mai nella posizione di poter guarire qualcuno, né, tantomeno, intervenire nel processo, nemmeno in modo superficiale, senza che ci sia stato concordato il suo permesso esplicito. Questa regola aurea, per quello che so, interessa moltissime pratiche di guarigione. Quello che cambia è solo il metodo usato per porre la domanda e ricevere la risposta. Tutto ciò che esula da questa regola è totale discriminante del guaritore stesso e si basa sul suo concetto di rispetto e sulla cultura che segue nei riguardi dei diversi stadi di vita e di morte.

Una volta fatta la scelta dal paziente, in questo caso dipende dal guaritore, le varianti possono essere molte. La medicina, ad esempio, allo stato attuale delle cose tende e cronicizzare le malattie che non può guarire, con lo scopo di preservare la vita della persona il più a lungo possibile, a qualsiasi costo e mettendo in secondo piano l’aspetto significativo della vita stessa. Questa visione può essere contestabile o meno, ma è una scelta di terapia applicata e molte persone la sposano ritenendola un buon compromesso. Altre vie ritengono invece che la morte come termine ultimo delle sofferenze, soprattutto in casi di superamento dell’orizzonte degli eventi, sia un gesto di magnanimità e lottano affinché la dignità umana sia preservata; pertanto quando una persona ritiene di aver vissuto abbastanza o di non voler più continuare a vivere nel modo in cui sta facendo perché condannata da una malattia che le impedisce di godere dei giorni le si permette di morire sospendendo i trattamenti o, addirittura, facilitandole il trapasso. Molte culture primitive ragionano in questo modo, come gli inhuit, che diventando anziani si davano in pasto all’orso polare, o anche gli antichi abitanti delle hawaii, che facevano lo stesso con lo squalo. Famoso a riguardo è l’esempio mediatico che interessò il pescatore gallego Ramón Sampedro e dalla cui vicenda fu tratto un film molto verosimile intitolato Mare Dentro. Egli divenne tetraplegico in seguito ad un tuffo all’età di 25 anni e, dal letto in cui era bloccato e dove scrisse due libri di poesie, lottò per i restanti 29 anni della sua esistenza al fine di ottenere il diritto alla propria eutanasia in quanto impossibilitato a togliersi la vita da solo. Escogitò un metodo di suicidio assistito grazie all’aiuto di più persone, assicurandosi che compiessero gesti che, separati, non potessero incriminarli, e morì in seguito all’assunzione, tramite una cannuccia, di cianuro di potassio.

In casi come questi, al paziente viene quindi tolta ogni possibilità di scelta, vuoi perché questi mette la sua vita completamente nelle mani di chi lo cura, o vuoi perché non è in condizioni di poter decidere per sé stesso. Ma tra la vita e la morte ci sono moltissime vie di mezzo e sono molte di più le volte in cui, come guaritori, ci troviamo di fronte a malesseri di minore entità, che comunque vengono sottoposti alla nostra attenzione e cura. A quel punto noi dobbiamo poter scegliere che via prendere, quale etica applicare. Sono infatti frequenti situazioni di figli che ci pongono di fronte i casi dei genitori malati, chiedendoci di intervenire. In realtà come queste, noi dobbiamo scegliere come comportarci: ossia se rifiutare questi casi finché il genitore non esplicita la sua richiesta di aiuto, oppure intervenire comunque. Qualsiasi sia la nostra scelta, la cosa importante è comprendere la responsabilità che abbiamo quando agiamo senza il permesso del nostro paziente. Noi non siamo in possesso di tutte le risposte. Se siamo quindi contrari all’accanimento terapeutico, dovremo riflettere prima di entrare a gamba tesa nel processo di guarigione di un paziente che non ha alcuna intenzione di guarire, ma che vuole vivere passivamente la sua vita.

Nel film Mare Dentro, che abbiamo citato, c’è in ultimo un bellissimo scambio di opinioni che interessa Sampedro e un prete tetraplegico che cerca di convincerlo a cambiare idea. Il religioso replica che “una libertà che elimina la vita non è una libertà” mente Ramon sostiene che, al contrario, “una vita che elimina la libertà non è vita”. Ora, esaminiamo la situazione. Se dovessimo uscire a cena con un amico ci arrogheremmo il diritto di ordinare per lui cosa mangiare? Immagino di no. E immagino anche che troveremmo ingiusto imporre il nostro volere su qualcuno con la forza. Siamo tutti d’accordo nel chiamare “violenza” questa azione. Ma quando si parla di guarire qualcuno, pensiamo di essere in diritto di scegliere per il nostro paziente a prescindere da ciò che egli pensa solo perché pensiamo che la vita, a qualsiasi costo, sia sempre la scelta migliore. Anche se pensiamo così, siamo sicuri che sia corretto, etico e rispettoso applicare la nostra opinione a chi abbiamo di fronte senza valutare quello che è il suo desiderio solo perché va in contrasto con la nostra visione? Siamo sicuri che sia possibile non definire “violenza” anche questo comportamento?

D’altro canto è bene stabilire anche quale etica applicare a casi di coloro che non sono interrogabili, o che sono impossibilitati a rispondere. Il Reiki, come altre forme di teleguarigione, concerne una possibilità di domanda e risposta da e verso i pazienti prima di procedere con l’invio delle energie; domanda che non rimane ancorata e vincolata alla necessità di parlare. Ponendo il caso in cui ci trovassimo di fronte a un neonato o una persona priva di sensi, come possiamo sapere con certezza che quella persona vuole guarire? Possiamo decidere di lasciare la scelta ai parenti, genitori, figli, fratelli e sorelle, coniugi o chicchessia. Ma in questo caso cediamo a loro una responsabilità che, tecnicamente, non sono né in grado né nella posizione di accollarsi.

Ogni via che segue e applica l’arte della guarigione in genere tiene conto di casi come questi e li tratta come meglio ritiene. Per quanto riguarda ciò che io ho appreso e mi è stato insegnato, quando il diretto interessato non si trova nella posizione di rispondere, le domande con risposta più consona non possono essere poste ad altri esseri umani. Bisogna essere in grado di poter consultare entità superiori e affidarsi al loro giudizio e la loro conoscenza e saggezza. E qualora la loro risposta dovesse essere negativa, impedendoci quindi di intervenire, dobbiamo accettarla senza discutere, proprio perché noi non abbiamo tutte le risposte.

Un paio di anni fa mi fu posto il quesito fatale: “come fai ad essere certo che questi spiriti siano in possesso di queste risposte?” I Maestri che guidano il nostro cammino conoscono le risposte perché le domandano a coloro che guidano il cammino dei nostri pazienti e che, pertanto, sono in grado di conoscere ciò che compete il loro destino anche quando loro stessi non lo sono in modo conscio. In questo modo noi non siamo certi comunque della veridicità della risposta; è in nostro potere metterla in dubbio esattamente come possiamo mettere in dubbio pressoché qualsiasi cosa. Tuttavia quello che ci fornisce è uno strumento che va al di là della nostra semplice decisione e che ci sgrava, in questo modo, del fardello di scelte che sappiamo consciamente di non essere in grado di prendere. Scelte che, comunque, possiamo decidere di prendere lo stesso, pur considerando sempre la diretta responsabilità di ciò che ne deriva.

Quando, pertanto, ci troviamo di fronte alla scelta se guarire o meno, possiamo scegliere se farlo in maniera indipendente al volere di chi abbiamo di fronte, senza poterci esimere dalle responsabilità che deriva da un comportamento simile. Possiamo decidere di non intervenire se non abbiamo una dichiarata intenzione o richiesta da parte di chi ha bisogno di aiuto, senza, di nuovo, poter sfuggire dalla responsabilità che un mancato intervento potrebbe avere su qualcuno che, magari impossibilitato nel risponderci, potrebbe causare. Oppure possiamo avvalerci, nel nostro lavoro, dell’aiuto di guide e maestri spirituali disincarnati e superiori che, esistendo su piani di esistenza differenti e con il preciso scopo di favorire l’evoluzione dell’umanità, possono indicarci qual è la giusta scelta da compiere e affidarci a loro; anche in questo caso, tuttavia, non possiamo esimerci dalla responsabilità di aiutare chi ce lo chiede o rifiutare loro l’aiuto se i maestri reputano che non ci è concesso intervenire. Perché può capitare anche questo.

Ogni scelta ha sempre una o più conseguenze e responsabilità ad essa collegate e, come non possiamo pensare di guarire l’umanità a prescindere solo perché crediamo di essere in possesso delle facoltà necessarie, non possiamo esimerci dall’aiutare chi ci chiede aiuto quando è nelle nostre possibilità farlo.

È un pesante fardello da portare. Certo che lo è. Ma questa è la Via del Guaritore.