The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

CAPITOLO 7 - L'Esperienza della Rinascita

 

 

L’ESPERIENZA DELLA RINASCITA

 

Il Ciclo vitale

Più volte, su queste pagine, abbiamo preso in considerazione il concetto di reincarnazione e di ciclo vitale. Per completezza, giunge ora il momento di esplorare questo aspetto e cercare di capire di cosa parliamo. Diremo probabilmente cose ovvie ai più ed è probabile che ci addentreremo in un campo in cui, come dice Dethlefsen, da cui ho preso in prestito la citazione del libro omonimo, possiamo considerare tre opzioni differenti di lettura: ciò che leggiamo conferma i nostri punti di vista, pertanto ricalca ciò che già crediamo e pensiamo, ciò che leggiamo contraddice le nostre idee e le nostre convinzioni, pertanto ci causa irritazione, oppure possiamo mettere da parte convinzioni e idee e valutare un’opzione di lettura basata su una visione globale, atta a cercare di comprendere un sistema, per poi mettere a confronto le nostre idee precedenti con quanto letto. Dethlefsen dice: “I libri devono dare impulsi alla crescita. Fissarsi su determinate concezioni significa bloccare ogni possibile evoluzione.

Le idee che non si è disposti a mettere in discussione sono fissazioni. Il nostro tema necessita di lettori "elastici". ben presto avrà modo di rendersene conto.”

Dopo questa premessa, per me doverosa, definiamo i termini. Quando si parla di vita si possono intendere molte cose. Da un punto di vista scientifico la vita è pressoché uno stato della materia: un insieme di processi biologici che ne costituiscono il corpus. Ernst Mayr, biologo, naturalista e genetista tedesco in The Nature of Life: Classical and Contemporary Perspectives from Philosophy and Science di Mark A. Bedau e Carol E. Cleland afferma: “Il definire la natura dell'entità chiamata vita è stato uno dei maggiori obiettivi della biologia. La questione è che vita suggerisce qualcosa come una sostanza o forza, e per secoli filosofi e biologi hanno provato ad identificare questa sostanza o forza vitale senza alcun risultato. In realtà, il termine vita, è puramente la reificazione del processo vitale. Non esiste come realtà indipendente.”

Secondo la biologia la vita è strettamente connessa alla materia. Se non c’è materia non c’è vita. E quando la materia non è più in grado di sostenere la vita, semplicemente questa smette di esistere, in quanto il processo biologico di sostenimento smette di avere luogo. Tuttavia, da che mondo e mondo, l’essere umano non ha fatto altro che cercare una risposta all’enigma supremo: ossia cosa succede dopo che il corpo muore. La ricerca di questa risposta ha portato a veri e propri modi di dire che sono entrati anche nel linguaggio comune: “la vita se ne è andata” o “un corpo senza vita” sono gli esempi più calzanti per esprimere il concetto che la vita è una funzione relativa alla presenza o assenza di un preciso componente. Fintanto che questo è presente il processo biologico può essere azionato e tenuto in moto. Una volta che il processo è avviato, rimane tale finché si mantengono in equilibrio le condizioni minime ideali per la sopravvivenza. Quando il processo viene interrotto, allora questo componente “si allontana” o “svanisce”. Se la vita è, pertanto, soltanto il frutto di un processo biologico, allora la coscienza stessa che rende la vita, quanto meno nei mammiferi, uno stato di consapevolezza è strettamente legata alla materia che permette la vita. Secondo la visione scientifica, pertanto, la materia organica di cui è costituito un essere vivente prende coscienza senza un preciso motivo, o quanto meno senza un motivo ben identificato. Quando una persona muore, nonostante la materia organica possa essere in uno stato adeguato al sostenimento della vita manifestata, questa stessa coscienza va a svanire. In sostanza, una persona può essere ritenuta viva fintanto che le sue condizioni vitali sono stabili e fintanto che l’organismo funziona. In assenza di queste condizioni, secondo quello che è la visione scientifica, non esiste coscienza.

 

 

A prescindere dalle diverse opinioni, il mondo va a suddividersi tra chi ritiene che questa versione dei fatti sia la verità e che quindi la vita sia solo una funzione biologica e chi, invece, ritiene che questa non sia vincolata alla materia, ma in qualche modo interconnessa a essa. In questo secondo caso si ritiene che la vita sia una funzione biologica (e questo credo che siano pochi a poterlo negare) ma che la materia non sia altro che un involucro vuoto che viene riempito da una qualche consapevolezza esterna che lo abita, fintanto che il corpo che la ospita è nello stato adeguato a sostenere l’equilibrio della vita.

In un modo o nell’altro, la maggior parte delle religioni ritiene che ciò che riempie questo involucro sia collegato al corpo fisico, ma che sia in grado di sopravvivere al suo esterno, proseguendo attraverso un percorso differente e più completo, di tipo metafisico, svincolato dalla materia e dalla carne.

Ciò su cui si differenziano le diverse dottrine religiose riguarda il destino ultimo e il processo che consegue alla disgiunzione. Il riconoscimento dell’esistenza di un’essenza spirituale che sopravvive alla morte fisica, abbandonando il corpo dietro di sé prima di procedere, è qualcosa che, in modi differenti, si ritrova sia nelle religioni antiche che in quelle più moderne.

Ma quindi, cosa capita nel lasso di tempo in cui questa entità spirituale non è incarnata, ossia prima della nascita e dopo la morte fisica? Possiamo identificare due visioni principali: una generativa e una rigenerativa. La prima considera che ogni entità spirituale incarnata possieda un ciclo vitale unico: viene creata immortale in quanto emanazione della divinità, vive il tempo che deve nello stato di materia e poi, a seconda delle scelte e le azioni compiute, viene destinata a un luogo metafisico differente dove passerà l’eternità. Questa visione, molto recente, è stata adottata anche in seno al cristianesimo dopo il Concilio di Nicea del 325 d.C. e adottata anche nell’Antico Egitto. Erodoto nelle sue Storie dice: "Sono stati gli egiziani i primi ad affermare l'immortalità dell'anima umana e che essa, alla morte del corpo, trasmigra successivamente da una forma di vita ad un'altra e che dopo aver abitato, volta a volta tutti i corpi degli animali della terra del mare e del cielo, penetra nuovamente nel corpo di un uomo: ci vogliono 3000 anni per compiere queste trasmigrazioni". Questo processo, svolto dal Ka dopo la sopravvivenza al Tribunale divino di fronte alle quarantadue divinità, non è legata a un concetto di metempsicosi, ma di sopravvivenza dell’anima al di là della vita fisica. L’anima, quindi, si incarna, vive la propria vita e poi viene destinata da forze superiori a un luogo dove scontare le proprie colpe terrene oppure godere della beatitudine eterna.

La seconda visione, invece, considera che ogni entità spirituale incarnata segua un processo ciclico di vita, morte e rinascita. Questo processo può avvenire in molti modi differenti, a seconda della diversa dottrina e cultura, ma tutte quante quelle che accettano la concezione della metempsicosi accetta il fatto che l’esperienza di vita che l’anima svolge in un corpo incarnato non sia limitata ad una sola, ma a più vite differenti. Le principali differenze possono essere legate al tipo di creatura coinvolta, al numero di reincarnazioni, alla presenza o assenza di legami e di debiti o crediti karmici che possiamo dover affrontare e, soprattutto, all’influenza che ciò che abbiamo fatto ed esperito nelle nostre vite precedenti possa avere nella nostra vita attuale.

Al fine del nostro articolo quello che ci interessa è valutare un’ipotesi rigenerativa, pertanto sposeremo questa visione in quanto più consona e consolidata per ciò che concerne l’argomento della nostra ricerca nell’ambito della guarigione.

L’esperienza necessaria

Prima di metterci d’accordo sulla risposta a questa domanda potremmo trovarci a spendere qualche migliaio di pagine in ipotesi e spiegazioni, far scoppiare qualche guerra, causare genocidi, creare nuove dottrine in contraddizione con noi stessi e alla fine, comunque, non giungere a una conclusione. Pertanto cercherei di non andare troppo nel dettaglio su cosa sia realmente perché, di fatto, non lo sappiamo. Quello che indicativamente è abbastanza consolidato è che si tratta di un essere senziente che non è vincolato alla materia organica del corpo denso che, in un dato momento prima della nascita, discende (o ascende) da piani differenti per incarnarsi in un organismo vivente, animandolo e infondendo in esso una coscienza. Questa coscienza ha lo scopo principale di vivere e compiere così delle esperienze che possano aiutarla a comprendere una o più lezioni che le sono necessarie per raggiungere un grado di elevazione.

La differenza che corre tra le diverse ideologie religiose verte sulla concezione dell’esperienza che questa entità senziente incarnata svolge, che può essere singola o plurima: in sostanza, viviamo una volta sola o più vite diverse?

Se l’anima, in quanto essere senziente, si incarna per procedere attraverso delle esperienze, pensare che possa fare della propria vita una sola e unica esperienza è abbastanza riduttivo, in effetti: soprattutto pensando alla differenza tra chi vive più di un secolo e chi, invece, muore in infanzia. Secondo questo ragionamento è logico pensare che le vite debbano essere di più e che noi dobbiamo completare alcuni cicli per imparare le lezioni che ci sono necessarie.

Ma necessarie per cosa?

A conti fatti, se la vita incarnata è esperienza, potrebbe esserlo anche quella non incarnata, pertanto completato un ciclo di incarnazioni su questo pianeta il ciclo continuerebbe su piani e pianeti differenti. Se noi ci incarniamo, quindi, è per poter progredire ed evolverci. E l’evoluzione avviene solamente attraverso l’esperienza, come esprime Dethlefsen nel suo libro: “Ogni progresso, ogni evoluzione e ogni scoperta avviene soltanto se riteniamo che sia possibile qualcosa che finora non aveva fatto parte dell’esperienza conoscitiva. Se nessuno avesse mai avuto il coraggio di ritenere possibile che l’uomo volasse, oggi non avremmo l’aeroplano. Oggi si tratta di qualcosa di ovvio, ma i primi che osarono esprimere questo pensiero furono presi per pazzi.”

La vita, in fin dei conti, non è altro che un insieme di esperienze vissute, alcune più importanti di altre secondo quello che è il nostro codice di apprendimento. Un codice di apprendimento che comunque si basa sempre e solo su degli schemi già precostituiti. Noi viviamo le esperienze della vita proprio su questi schemi. Quando ci capita qualcosa che esce da questi schemi tendenzialmente siamo spaventati e cerchiamo di incasellarla a tutti i costi nel conosciuto. Sulla base di questo fenomeno, la teoria del Rasoio di Occam diviene una piena assurdità, in quanto l’idea che per spiegare un evento le cui cause non ci sono note sia da considerare più attendibile la risposta più semplice rende necessario, di nuovo, pescare dal nostro calderone pieno di schemi conosciuti. Questa visione, del tutto razionale, va in forte contrasto tuttavia con ciò che è l’esperienza fine a sé stessa, ma è altresì perfetta per spiegare le condizioni dei fenomeni da un punto di vista esterno. Pertanto come si può affermare che un’esperienza sia falsa o vera se non la si vive? Tutto cambia sempre dal punto di vista del vissuto.

 

 

Un ragazzo che subisce atti di bullismo avrà un’esperienza molto differente da chi quegli atti li ha compiuti. E se si ascoltassero le due parti in causa entrambi racconterebbero gli stessi identici eventi, magari con uguali particolari, esprimendoli in modo completamente diverso. Questo determina il fatto che l’esperienza non è conseguente all’evento. Non è, quindi, il fatto in sé stesso a fare l’esperienza, ma il viverlo. L’esperienza è vivere un evento, farlo proprio e imparare qualcosa da esso; a volte rimanerne segnati, traumatizzati e feriti in un modo che ci rende la guarigione qualcosa di quasi irraggiungibile.

In questo senso, se l’anima ha il compito di apprendere, può farlo solo attraverso il vissuto delle proprie esperienze: alcune negative, altre positive, alcune magari neutre. A conti fatti sono sempre modi di viverle; il modo in cui le viviamo, ancora una volta, è influenzato da quel calderone di vissuto in larga misura non esperienziale che ci viene trasmesso dalla cultura in cui siamo nati e che ci permette di distinguere i concetti che stanno alla base della società, ivi compresa la distinzione tra giusto e sbagliato e tra bene e male.

Quando un’anima ha portato a compimento ciò che deve imparare, allora procede verso il prossimo step. Questo processo può richiedere decine e decine di incarnazioni prima di essere messo in pratica, a seconda della capacità evolutiva e di comprensione delle diverse incarnazioni e anche della facoltà razziale di poter apprendere.

Principalmente, infatti, molte delle esperienze che noi svolgiamo su questa terra divengono ridondanti se calcolate tra le diverse vite: perdere qualcuno che amiamo, soffrire per amore, sentirsi rifiutati, subire una violenza fisica o verbale o psicologica. Credo che prima o poi, seppure in modi diversi, queste esperienze capitino a chiunque. Ci è possibile quindi valutare l’ipotesi secondo cui ci sono delle “macro-esperienze”, delle esperienze “intermedie” e delle “micro-esperienze”. La loro utilità è fuori di dubbio, a prescindere da tutto. Le micro-esperienze sono fondamentali, principalmente, perché a parte rari casi noi non siamo in possesso della memoria completa delle nostre vite precedenti e pertanto alcune cose semplicemente dobbiamo impararle di nuovo, da capo.

In aggiunta a questo c’è da dire che il linguaggio e il luogo dove ci incarniamo cambia anche in modo drastico la nostra stessa esperienza di vita. Per fare un esempio, ricordo che la persona che tradusse Il Senso di Smilla per la Neve in italiano dalla lingua originale danese ebbe enormi difficoltà a trasmettere alcuni dei concetti insiti nel libro e determinanti per la comprensione della trama stessa. In particolare ebbe grandi difficoltà legate al fatto che in danese esistono molti termini differenti per descrivere i diversi tipi di neve sulla base del suo diverso grado di consistenza, che in italiano non esistono.

Pensare, quindi, in una lingua diversa ci permette di vivere una vita diversa, perché noi entriamo in possesso di un bagaglio di concetti differente che ci permette di interpretare il mondo che ci circonda e dentro cui ci muoviamo in modo anche opposto. Pertanto incarnarsi in un diverso tempo, in un diverso luogo e rivivere anche solo la propria infanzia implica un’esperienza radicalmente differente. In alcuni contesti e secondo alcune visioni, permette anche di entrare in possesso di capacità differenti. Un esempio è il libro di Heinlein, Straniero in terra straniera, dove un terrestre cresciuto su Marte, grazie alla sua capacità di pensare in marziano, entra in possesso di poteri in grado di modificare la struttura molecolare del mondo. Un concetto che è ripreso anche nel film Arrival, dove la possibilità di pensare in linguaggio ettapode rende la protagonista capace di poter vedere il futuro in quanto la concezione del tempo secondo questa civiltà aliena non è lineare come la nostra.

Possiamo quindi arrogarci il diritto di valutare l’esistenza di esperienze piccole, apparentemente ridondanti, o comunque passibili di lievi variazioni sul tema ma sostanzialmente simili, per quanto questa variabile possa essere comunque di enorme valore in molti casi. Sostanzialmente, però, se io vivo una vita in occidente nel ventesimo secolo e in occidente nel ventunesimo secolo, l’esperienza, ad esempio, di dover pagare le tasse indicativamente sarà la stessa. Ci sono quindi delle esperienze intermedie, che possono cambiare in modo più sostanziale la nostra vita, come ad esempio sposarsi, avere dei figli, crescere orfani o cose del genere. Sono quelle esperienze che deviano il cammino della nostra vita in modo abbastanza chiaro, ma comunque, in una scala di molteplici vite, hanno un peso relativo, perché strettamente legate alla vita che stiamo vivendo.

Ci sono poi le macro-esperienze. Queste, in sostanza, sono il motivo reale per cui noi dobbiamo incarnarci. Questo tipo di esperienze rientra nella casistica di eventi che tendono a perseguitare la nostra vita e se non li affrontiamo: semplicemente quando torneremo saranno ancora qui ad aspettarci. Si tratta di lezioni fondamentali per l’evoluzione della nostra stessa anima e in genere riguardano solo noi stessi, per quanto possano essere indirettamente collegate e intrecciate alla vita di chi ci sta vicino. Una persona che si trova ad affrontare una malattia che la porterà alla morte è un esempio tipico di qualcuno che non è riuscito a imparare la lezione fondamentale della propria vita. Le macro-esperienze sono il cordone principale che lega le diverse vite di una persona e attraverso cui deve muoversi per la crescita e lo sviluppo della stessa anima.

Durante le volte in cui mi è capitato di parlare con persone defunte e pertanto disincarnate, non è stato raro che mi trovassi a sentirle dire: “Non ho imparato nulla dalla vita che ho appena vissuto. Ho sprecato questa incarnazione senza apprendere ciò che dovevo e ora dovrò tornare e ricominciare da capo”. Al contrario di come si potrebbe pensare, non ho mai sentito vero e proprio rammarico nelle loro parole, anche perché in certe condizioni di coscienza il tono di voce emotivo è molto difficile da comprendere e certi discorsi non avvengono usando delle vere e proprie parole formulate in frasi, ma sono pensieri proiettati in modo diretto, a volte sotto forma di immagini e concetti. Tuttavia la sostanza è sempre stata chiara.

Quindi, quando ci incarniamo noi sappiamo di avere uno scopo. In modo quasi beffardo questo scopo non ci rimane ben chiaro in mente, ma dobbiamo cercare di interpretarlo, capirlo, scoprirlo e affrontarlo nel corso della nostra vita, cercando di valutare i segnali che ci arrivano. In questo frangente possiamo trovarci a pensare che il destino sia scritto, quanto meno in modo parziale, e che quindi noi siamo destinati a fare certe cose e le dobbiamo fare perché è necessario. In realtà la differenza, secondo quella che è la mia esperienza, è più sottile: noi scegliamo la vita, il luogo e la famiglia in cui ci incarniamo sulla base della probabilità, se non la certezza, di trovarci di fronte alla possibilità di comprendere la lezione o le lezioni che ci servono per evolverci. Non è escluso che questo processo coinvolga anche le altre anime che si incarnano e che quindi ci favoriranno nella nostra esperienza, così come noi favoriremo la loro. Possiamo quasi definirla una danza esperienziale di mutuo aiuto che coinvolge sia chi ci fa del male che chi ci sostiene, sulla base di ciò che noi dobbiamo imparare. E dobbiamo impararlo sulla base delle scelte attive e passive della nostra vita.

Il ciclo

Quando una donna rimane incinta avviene un processo biologico che si snoda lungo quaranta settimane e che riporta una nuova anima nel mondo. Le prime settimane sono di preparazione e le cellule embrionali procedono alla mitosi che porterà alla formazione del corpo che andrà a ospitare l’anima del nascituro. Non è, tuttavia, un processo che si verifica sempre, soprattutto non da subito. L’anima si incarna, infatti, nel feto intorno alla sesta, settima settimana di gravidanza. A volte prima, a volte dopo. Ci sono dei casi, a volte fortuiti, a volte deliberati, in cui questo processo di aggancio spirituale nel corpo fisico non avviene. Questo mancato aggancio causa, sempre, un aborto spontaneo, in quanto il feto rimane privo di coscienza ed è solo un guscio di materia organica, privo di vita. Questo è il motivo per cui i primi tre mesi di gestazione sono i più delicati.

Come abbiamo appunto visto poco sopra, un’anima sceglie la sua destinazione. Non sempre, quindi, c’è un’anima disponibile a entrare in un feto e vivere l’esperienza della vita che si profilerebbe, e pertanto la discesa non avviene. Potrebbe essere dovuto anche al processo esperienziale della madre stessa che deve passare attraverso questo doloroso evento in quanto lezione necessaria al suo progresso evolutivo. Non è infatti escluso che sia la stessa madre, a volte inconsciamente, a rifiutare la gravidanza espellendo il feto prima che sia formato e che l’anima vi si sia incarnata.

Poniamo, quindi, che un’anima si incarni in un feto e che questo venga alla luce. A scanso di eventuali incidenti o disgrazie (che comunque sappiamo essere lo stesso processo esperienziale), passerà i primi anni della propria vita a reimparare le condizioni minime per vivere la vita su questo pianeta. Se il motivo di incarnazione, la sua lezione primaria, è particolarmente pendente (se quindi sono diverse vite che viene ignorata), è possibile che abbia una qualche malformazione o patologia fisica che lo porti ad essere costretto a vivere una vita più impegnativa. Motivo, questo, che può anche essere di nuovo legato ai genitori e al loro ciclo evolutivo. Ci riferiamo, in questo caso, ad anime che decidono di incarnarsi in situazioni di estrema sofferenza pur di favorire l’evoluzione dei genitori, in modo che possano apprendere alcune lezioni che altrimenti avrebbero impiegato vite intere a capire. Ammesso che non sia così, entro qualche anno i suoi talenti innati verranno alla luce e lui comincerà a manifestare le prime, timide avvisaglie riguardanti il motivo per cui è di nuovo qui.

A seconda dell’evoluzione stessa dell’anima (e di conseguenza anche dei genitori che ha scelto), il nostro nuovo arrivato avrà una capacità più o meno adeguata a capire quale sia questa lezione e a impegnarsi a cercare di impararla. Tuttavia rimarrei nella media, quindi poniamo il caso di una persona normale che, come nel novanta percento dei casi, si aggira per il mondo come fosse cieco, sordo e muto: pertanto limitatissimo nella propria capacità di capire il mondo ed esprimere sé stesso.

In questo caso, questa persona probabilmente continuerà a rivivere eventi che lo porteranno a cercare di comprendere quale sia la lezione che deve imparare; eventi che probabilmente ignorerà o declasserà e per i quali, nel loro continuo ripetersi in maniera diversa, incolperà a fasi alterne ora la sfortuna, ora le persone che lo circondano, ora sé stesso, fino ad arrivare al destino e alle divinità che gli vogliono male. Tutto questo, come sappiamo e come abbiamo detto, per quel beffardo modus operandi che ci porta a non avere chiaro quale sia il nostro scopo di incarnazione.

Quando sarà giunto il momento, per un motivo o per un altro, il corpo fisico che ospita la nostra anima decadrà e in quanto tale non sarà più in grado di sostenere il ciclo biologico esperienziale necessario per la vita su questa terra, quindi la persona morirà.

A quel punto del nostro ciclo avverranno alcune cose: i diversi corpi sottili si disferanno e il corpo causale, veicolo dell’anima, transiterà una zona intermedia in cui il defunto passerà un lasso di tempo in una fase di sospensione, durante la quale potrà abituarsi alla nuova forma, assisterà al suo funerale e starà vicino alle persone care. Questo periodo varia, in condizioni normali, da qualche giorno fino a quaranta giorni. Dopodiché, a meno di situazioni anomale, il defunto passerà oltre in modo autonomo. I casi in cui il defunto non passi da solo non sono, ahimé, rari, ma non sono da includere nella norma e pertanto andrebbero valutati in modo separato.

Su quello che c’è oltre ci sono svariate teorie, ma sostanzialmente quello che accomuna tutte le visioni a riguardo è che si tratta di un luogo di origine metafisica caratterizzato dall’assenza del tempo e della pesantezza dovuta al corpo fisico, ivi comprese le emozioni e i pensieri. Un luogo, quindi, dove l’anima, abbandonato il veicolo mortale, avrà modo di esaminare la sua vita passata, vedere quali sono state le lezioni che ha imparato e quelle che ha mancato grazie all’ausilio di alcune guide spirituali superiori e, dopo un periodo di rigenerazione, deciderà quale sarà la destinazione per la nuova incarnazione basandosi, per la sua scelta, proprio sul bagaglio esperienziale necessario e quello acquisito. Questo periodo di “assenza dalle scene” dura in media otto anni terrestri. Dopo questo periodo, l’anima è pronta a tornare e ripetere una nuova esperienza di vita incarnata.

Guarire attraverso la rinascita

Spenderò solo poche parole a riguardo, in quanto è un argomento che merita più spazio di quello che posso concedergli senza andare oltre. Come abbiamo già avuto modo di osservare in articoli precedenti, la guarigione è un processo attraverso cui bisogna passare e che non ci giunge per emanazione o per diritto. La morte, da un punto di vista globale, è quindi la somma guarigione, in quanto ci permette di abbandonare e lasciarci alle spalle tutte le patologie fisiche di cui soffriamo e che, pertanto, ci segnalano i punti su cui dovremmo lavorare.

Quello che, per ovvie ragioni, la morte non ci permette di lasciare sono proprio le radici di queste patologie: ossia i motivi che le hanno scatenate. Queste, se non risolte, verranno con noi, installate nel nostro corpo causale come codice braille e faranno parte del nostro “bagaglio genetico causale”: verranno quindi riportate nella nuova rinascita, concedendoci così la possibilità di affrontare nuovamente la lezione che non siamo stati in grado di capire nella precedente incarnazione.

Il processo di purificazione che avviene durante il tempo passato tra un’incarnazione e un’altra diviene utile per fare il punto della propria situazione ed è anche legato al progressivo abbandono delle pesantezze e degli ultimi strascichi della sostanza fisica e alla rigenerazione dalle ferite subite durante la vita appena passata.

Possiamo quindi definire la presenza di alcune ferite che rimangono a segnare il corpo causale oltre le vite e che quindi torneranno a presentarsi nelle vite seguenti. A volte queste ferite possono essere mediamente profonde, ossia causate da eventi esterni legati alla vita stessa che, in larga misura, possono avere causato la morte, soprattutto se è di tipo violento. Altre volte, invece, possono essere più superficiali. A prescindere, tuttavia, dalla loro origine e diversa intensità, ognuna di queste ferite, in linea di massima, porta con sé un insegnamento che merita e chiede di essere accolto o, magari, è collegato a un processo di apprendimento precedente che è stato ignorato e che richiede, ancora una volta, di essere preso in considerazione e che pertanto pretende attenzione.

I diversi tipi di ferite si manifestano su livelli differenti, di cui il fisico è solo una delle possibilità. Più tempo una ferita e una conseguente lezione non vengono affrontate e quindi guarite, più questa procederà in una lenta e graduale scalata lungo i livelli del corpo causale. Questa scalata non è un passaggio, bensì un’estensione; insomma non perde l’influenza sui corpi sottostanti, ma la estende soltanto ai corpi superiori, manifestandosi in maniera diversa.

 

Facciamo un semplice esempio. Una ferita causale sul livello più basso influenza il doppio eterico, pertanto lo stato di salute della persona fisica. Può essere causata da una qualsiasi ferita di origine fisico che ci porta alla morte. Poniamo caso una coltellata nel rene. La lezione che non viene appresa, vuoi per tempo, vuoi perché è connessa con altre lezioni che non abbiamo ancora appreso, verrà con noi e si ripresenterà per alcune vite in modo diverso, causando uno o più disturbi a volte patologici a volte apparentemente casuali che interessano sempre la stessa zona del corpo. Può essere dei calcoli renali, una pielonefrite, per poi salire con glomerulonefrite, sindrome nefrosica, nefropatia diabetica, rene policistico, idronefrosi, insufficienza renale e in escalation tumore al rene.

A lungo andare, attraverso le differenti vite, questo processo di escalation passerà verso il corpo astrale. Non sarà un processo immediato e simultaneo. Non smetterà di lavorare sull’eterico, ma a un certo punto influenzerà anche il lato emozionale, portando il paziente a uno stato emotivo disordinato, con difficoltà a trattenere o lasciar andare, a manifestare le proprie emozioni o a controllarle e tutte le altre problematiche possibili connesse con l’organo del rene (ovviamente determinato anche da rene sinistro/destro legato a femminile/maschile, yin/yang, negativo/positivo, ricettivo/proiettivo, carenza/eccesso ecc.). Dopodiché influenzerà anche il mentale, in un progressivo aggravamento favorito dal mancato apprendimento della lezione connessa, causando quindi incapacità di staccarsi dalle proprie idee o di coerenza (sempre legato ai simbolismi citati poco sopra).

In salita, uscirà dai singoli corpi sottili e procederà sui livelli più alti, creando nuove problematiche e manifestazioni di lezioni da apprendere attraverso il tempo e lo spazio. E tutto questo, sempre e solo per nostra precisa scelta. Perché noi scegliamo le nostre vite sulla base delle lezioni che dobbiamo apprendere.

Anche se la ricerca della perfezione interessava gli egizi cinquemila anni fa così come interessa noi ora, lo sapevano loro e dovremmo cercare di rammentarlo anche noi: la crescita non ha confini e noi possiamo imparare solo facendo esperienza, cadendo, rialzandoci e procedendo a ripetere gli stessi errori finché non ci è chiaro il motivo per cui continuiamo a commetterli. Tuttavia anche se, ironicamente, in una vita noi siamo dei pessimi alunni e non impariamo nulla, a livello globale invece siamo invece molto ligi e pazienti e ci prendiamo, ogni volta, il tempo di rivedere di nuovo tutto ciò che dobbiamo imparare.