The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

CAPITOLO 8 - Il Percorso di Accettazione Consapevole

IL PERCORSO DI ACCETTAZIONE CONSAPEVOLE

L’esperienza, la coscienza e la consapevolezza

 

Di fatto cos’è l’esperienza? Come abbiamo detto precedentemente, secondo la visione scientifica è possibile parlare di coscienza solo in relazione alla materia, pertanto questa smette di esistere quando il corpo muore. Questa visione è invece considerata miope da tutte le dottrine esoteriche e dagli studi metafisici, che in realtà ritengono che questo processo non sia strettamente legato alle funzioni biologiche. La coscienza non sarebbe quindi solo un processo biologico, bensì qualcosa di più alto. Il motivo per cui noi lo riteniamo condizionato dalla vita biologica è dovuto al fatto che siamo legati ai processi vitali per determinare ed esperire il mondo.

Per comprendere ciò che intendo possiamo prendere in considerazione gli stati di sospensione di coscienza. Prendiamo in esame il sonno, ad esempio. Da un punto di vista puramente soggettivo, se dovessimo valutare il mondo sulla base della coscienza, diverrebbe chiaro che essere privi di coscienza significa “non essere”; se io dormo, tecnicamente “non sono”, perché non posso percepire attivamente il mondo che mi circonda e ciò che capita mentre non sono in stato di veglia. Ciò però non significa che io sia morto, o che il mondo non continui a esistere anche mentre io non ne faccio esperienza. Semplicemente questo significa che sono in uno stato alterato di coscienza, una coscienza “spostata” verso l’inconscio e non verso il conscio.

In questo caso la coscienza diviene il simbolo della veglia, che pertanto svanisce mentre dormo e torna quando mi sveglio. Ma c’è qualcosa che rimane fermo nel tempo, sia che io dorma sia che io sia desto: questa è la consapevolezza. La consapevolezza, infatti, rimane immobile in uno stato alterato di coscienza, in attesa di essere ripresa in mano, valutata e incrementata non appena ci svegliamo.

Prima di proseguire è bene fare una lieve se pur necessaria distinzione tra questi due termini che, spesso, vengono mescolati o utilizzati in modo intercambiabile.

Possiamo definire la coscienza come uno stato mutabile: il suo scopo è cercare di interpretare ciò che è reale, cogliendone in effetti la fisica oggettiva. Se io sono in uno stato alterato di coscienza, dovuto magari a delle sostanze chimiche che ho assunto, la mia percezione della realtà cambia e, di conseguenza, cambia anche il mio modo di relazionarmi a essa. Per fare un esempio semplicistico, io potrei affacciarmi al ventiseiesimo piano di un palazzo, guardare al di sotto e reputare, per motivi non ben precisati, di essere in grado di volare, pertanto ritenere che potrebbe essere una buona idea gettarmi nel vuoto. Questo però non cambierà le leggi della fisica, nonostante la mia coscienza mi suggerisca diversamente. Quello che mi capiterà è che precipiterò verso il centro della Terra attratto dalla forza di gravità. Da questo possiamo evincere che dal momento che la coscienza è il mezzo che ci consente di percepire la realtà e che questa non ha modo di cambiare la fisica che mi circonda, se io non sono in grado di stabilire, attraverso di essa, il mondo in modo coerente e valido, corro dei rischi. Pertanto la coscienza è fondamentale per la comprensione del mondo nel suo funzionamento, attraverso gli stimoli che abbiamo.

Possiamo invece definire la consapevolezza come una memoria che noi abbiamo costruito sull’osservazione e la metabolizzazione della coscienza. Pertanto favorisce l’attività della coscienza. Ad esempio io vedo uno spillo e lo tocco. Mi pungo un dito e percepisco del dolore. Questa è una fase cosciente che mi permette di comprendere lo stato immediato e attuale del dolore e del mio toccare lo spillo. Se sono in grado di comprendere e apprendere attraverso il dolore perché la mia intelligenza è abbastanza sviluppata, d’ora innanzi la consapevolezza entrerà in gioco ogni qual volta mi capiterà di vedere nuovamente uno spillo o un qualsiasi oggetto del tutto simile, e lo farà portandomi alla mente il ricordo del dolore che ho provato toccandolo. Se questo processo avviene con successo io sarò consapevole del fatto che lo spillo, e come esso tutti gli oggetti appuntiti, può infliggermi dolore.

Qui, a questo punto, si mette in atto un terzo passaggio: ora presterò attenzione maneggiandolo. Ossia, io faccio uso della mia consapevolezza, costruita attraverso il dolore, per apprendere una lezione e non dovermi ferire di nuovo in futuro. Cosa fa, quindi, la consapevolezza? Mette in moto uno schema oggettivo che può collegarsi ad altri schemi, creando un processo intellettivo e mnemonico. Di fatto consente la valutazione oggettiva della funzionalità e dell’utilità di ciò che mi circonda, favorendo quindi una relazione tra me e il mondo. Una relazione costituita anche dai miei comportamenti e le mie caratteristiche, permettendomi di reagire agli stimoli emotivi e mentali sulla base di ciò che ho imparato.

La coscienza, quindi, precede la consapevolezza nell’esame del mondo in quanto immagazzina le informazioni in modo crudo e determinato, reale, puro, senza fronzoli. Quando la mia coscienza nota la mia auto parcheggiata, definisce semplicemente che si tratta di un’autovettura di colore grigio. Se sono in possesso di più informazioni a riguardo mi dirà che è una Ford Focus Station Wagon del 2001. Quello che farà la consapevolezza è invece prendere atto di ciò che la coscienza ha raccolto e metabolizzarla, prenderla in esame, interpretarla sulla base di ciò che ha già appreso e stratificato dentro di sé. Dirà quindi che quella è la mia macchina, che ho acquistato usata e a cui sono affezionato. Il terzo step, invece, derivato dall’esperienza, mi dirà di non usare il telecomando per cercare di aprirla perché la chiusura centralizzata non funziona e di usare la chiave più piccola per aprire la portiera lato guidatore dato che ho cambiato le serrature. Il processo completo si metterà in moto nel caso io decida di usarla, permettendomi di guidarla senza essere un pericolo per me e per le altre persone, in questo caso restando conscio, consapevole e attento a ciò che sto facendo e servendomi dell’esperienza acquisita in vent’anni di patente per farlo nel miglior modo possibile.

Possiamo pertanto dire che esistono diversi livelli di realtà, anche solo nella nostra mente, e là dove alcuni sistemi interpretativi risiedono puramente a livello conscio, altri sono più profondi e non possono essere presi in esame se non in determinate condizioni. In questo caso, prendendo sempre a esempio la guida dell’auto, ci sono volte in cui lo facciamo in modo automatico e altre in cui invece siamo assolutamente concentrati sulla guida.

Se esaminiamo la realtà della vita sulla base di questo continuo processo intellettivo di scambio tra coscienza e consapevolezza e lo estendiamo a un processo multi esistenziale, vediamo come possiamo esaminare più livelli di coscienza come più livelli di consapevolezza, tutti stratificati; possiamo accedere ai primi come possiamo accedere ai secondi in modo diverso, ma è necessario usare una chiave per passare ora all’uno ora all’altro.

Le esperienze, pertanto, non sono altro che una stratificazione, un accumulo e pertanto un incremento o metabolizzazione di consapevolezza: più ne abbiamo, più noi siamo in grado di concepire, percepire e comprendere il mondo in modo più integro e pieno. Tutto questo con lo scopo ultimo di accumulare abbastanza esperienze utili e differenti tra loro, finché non avremo completato, in ultimo, tutto ciò che dobbiamo esperire dall’esistenza incarnata. Un processo, questo, che comporta una quantità indefinita di morti e rinascite: tutte quelle che sono necessarie alla nostra anima per apprendere ciò che deve. Ogni vita che noi viviamo, pertanto, passa attraverso molteplici stadi, comprendendo diverse verità che, come centinaia di vie differenti lungo un tortuoso labirinto, portano, lungo il loro cammino, fino al centro, passando tuttavia per percorsi completamente opposti, distanti e diversi tra loro. Talmente diversi che, come è possibile intuire, possono portare chi li segue allo scontro con gli altri.

Lungo questa via, noi esperiamo ciò che dobbiamo attraverso e grazie al metodo più semplice e rapido: la sofferenza e il trauma, ossia tocchiamo lo spillo e ci pungiamo per capire come e perché maneggiarlo con cura. E lo facciamo ancora. E ancora. E ancora.

 

Il processo e la carica del trauma

Diversi traumi hanno diversa carica energetica, a seconda della loro natura, a seconda della loro intensità, a seconda della loro profondità e antichità. Storicamente il primo a esaminare un effetto di questo tipo sulla psiche umana fu Carl Gustav Jung che, già al tempo dei suoi primi passi nella psicologia analitica, definì come oltre al complesso dell’Io vengano costruiti altri complessi, come una massa corallina in costante crescita, dove a ogni strato aumenta l’intensità della carica energetica. Jung dice: "Tutta l'energia psichica si rivolge interamente al complesso a spese degli altri materiali psichici". Il nucleo di questo complesso è il nostro trauma che si annoda e si interpola sempre di più collegando altro materiale legato in modo similare, costituendo così una ragnatela: quando una persona tocca una corda di questo complesso, anche se periferica, l’informazione vibra fino al centro, facendo risuonare il trauma principale e scatenando una reazione. Una reazione che può cambiare a seconda del tipo di trauma e della sua forza.

Quando noi subiamo un trauma, di qualsiasi tipo si possa considerare, questo imprime sé stesso nella zona conscia. Noi non siamo consapevoli del trauma che abbiamo subito: ne siamo consci. A seconda della carica energetica del trauma stesso noi sappiamo di averlo subito, sappiamo quando è successo, magari sappiamo ricostruire una dinamica di ciò che è successo e come, ma non sappiamo spiegarci esattamente ciò che ha causato il trauma e come questo ha agito su di noi. Non ci riusciamo perché non possiamo essere giudici obbiettivi su noi stessi non avendo una visione globale, e perché il trauma, per sua natura, cercherà in ogni modo di nascondersi, o meglio, la psiche cercherà in ogni modo di tutelarci impedendoci di affrontarlo. E non potremo farlo finché il processo non passerà allo stato inconscio, stratificandosi e occludendosi in difesa in attesa di essere schiuso, guardato e diventare così consapevolezza ed esperienza. Il processo del trauma, infatti, si muove in modo pressoché sinusoidale, passando dal conscio all’inconscio in fasi alterne, permettendoci così di esaminarlo, vederlo e smontarlo nella sua essenza per poterlo comprendere e accettare.

Jung aveva sperimentato il metodo delle associazioni libere per dimostrare questa legge del complesso legato al sentimento e all’affetto, ma si limitò, per ovvie ragioni, a ragionare e lavorare su traumi legati alla vita attuale. Nel lavoro di guarigione esoterica noi non possiamo permetterci di fermarci alla vita attuale, ma dobbiamo andare oltre, più indietro, e capire che talvolta la massima profondità che possiamo raggiungere nella stratificazione del complesso in questa vita non è abbastanza. A volte il trauma risale a una coscienza più antica, precedente alla nascita, precedente all’incarnazione.

Immaginiamo ora che il trauma sia una principessa prigioniera in un sotterraneo, custodito da una guardia, nascosta in una fortezza, costruita su una rupe, difesa da un drago, circondata da un lago e a sua volta al centro di una foresta impenetrabile. Nel nostro ruolo di guaritori quello che siamo chiamati a fare non è sorvolare con un b-29 e bombardare la zona a tappeto così da non lasciare traccia di nulla. Quello che dobbiamo fare è portare il nostro paziente a guardare questa principessa negli occhi e riconoscerla. Ancora una volta, tuttavia, non possiamo sperare di teletrasportarci dentro la cella. Per riuscire nel nostro compito, dobbiamo prima affrontare tutti gli ostacoli che ci separano da lei: dobbiamo attraversare la foresta, guadare il lago, affrontare il drago, scalare la rupe, penetrare nella fortezza, trovare l’ingresso per le segrete, sconfiggere la guardia ed entrare nella prigione. Solo allora avremo modo di affrontare il vero trauma. Ogni singolo ostacolo nella nostra cerca è legata ad un evento traumatico che si è stratificato nel corso del tempo, rimanendo collegato al nodo principale, ossia la nostra principessa figurativa. In questo caso, quando affronteremo il trauma per indurre il nostro paziente a vederlo, la prima cosa che incontreremo saranno gli strati più esterni, le zone più recenti e cariche. Se ci dovessimo fermare qui noi non lavoreremmo mai sulla vera natura del trauma, ma ne abbasseremmo comunque la carica energetica totale. E ci è comunque inevitabile cominciare il lavoro sgrossando le parti più esterne, mangiando la mela dalla sua buccia per arrivare al torsolo.

La differenza sostanziale è: quanto vogliamo e quanto siamo in grado, sia noi che il paziente, di andare a vedere in profondità? Jung infatti ci fa osservare come spesso l’energia caricata sul complesso può addirittura andare a sovrastare quella del complesso dell’Io stesso che, normalmente, dovrebbe essere invece superiore a qualsiasi altro.

Per riuscire nel processo di osservazione è bene quindi ricordarsi che ogni persona che vive subisce traumi e ogni trauma che subiamo rallenta, a conti fatti, il nostro processo evolutivo. Non lo fa, tuttavia, in un moto fine a sé stesso: lo fa perché il trauma si posiziona su uno stato di coscienza (ossia il dolore del trauma – io che tocco lo spillo) ma quello che cerca di fare è proiettare sé stesso nella sfera più inconscia, affinché non possa farci male in modo continuo ed emergere come consapevolezza, per stratificarsi in esperienza e permetterci di comprendere qualcosa che ci può essere utile (ossia quando vedo uno spillo ricordo il dolore e presto attenzione a maneggiarlo). Tutto l’insieme di questa consapevolezza acquisita fa l’esperienza.

Il trauma, penetrando nello strato del conscio, a seconda della sua intensità e della sua carica, va a colpire in profondità lasciando un segno nel complesso, intorno al quale va a costruirsi un sistema di difesa che va superato. Se la persona che ha subito il trauma non riesce a sviluppare una consapevolezza adeguata sullo stesso, questo rimarrà fermo nel tempo e non troverà la via della guarigione e, se abbastanza carico energeticamente, sopravviverà alla morte e alla reincarnazione, riproponendosi nelle vite seguenti e ripresentando i presupposti necessari affinché chi lo porta con sé possa riconoscerlo ed esserne consapevole.

Se, ancora, il trauma non trova soddisfazione, non farà altro che appesantire la carica energetica, cristallizzandosi e creando un altro strato più esterno che peserà energeticamente di più e che nasconderà ancora più in profondità la nostra principessa dietro un ostacolo ulteriore.

Quando si affrontano i traumi, soprattutto a livello energetico, è importante cercare di risalire all’origine primaria, abbattendo una ad una tutte le barriere che nascondono in profondità il problema principale. Ma il processo deve sempre e comunque seguire un identico iter: porre il trauma di fronte al paziente affinché egli possa farlo emergere dall’inconscio fino al conscio, così da divenirne consapevole, perché la guarigione passa sempre e comunque attraverso la consapevolezza: tutto ciò che è consapevole non può più far male.

Dethlefsen nel suo “L’esperienza della Rinascita” ci dice: “Nel momento in cui il fatto è pienamente conscio, il paziente si sente istantaneamente alleggerito e non ha più preoccupazioni o timori. È paragonabile alla nascita di un bambino. Le soffefernze riguardano soltanto il processo in sé, non il risultato. È quindi del tutto indifferente quanto terribile sia il fatto; appena il paziente lo conosce, esso non ha più alcun effetto su di lui”.

Come spesso abbiamo detto, quindi: la guarigione è un processo che ci porta a guardare l’origine di ciò che è successo, partendo dal sintomo che noi presentiamo, sia esso fisico, psichico o psicosomatico. A differenza di chi lavora solo nello stretto ambito specialistico della psicanalisi, facendo un lavoro superlativo e specializzandosi in questo, e chi, invece, lavora a stretto giro con il campo biologico, il guaritore esoterico oscilla tra i due campi, facendo da ponte, in quanto lavorando sui piani energetici collega il trauma fisico a quello emozionale e mentale sapendo, di suo, che sono collegati attraverso le differenti vite vissute.

Si potrebbe dire che noi viviamo, quindi, per essere traumatizzati, per procedere nella sofferenza. Ma lo facciamo per il preciso scopo supremo che è quello del rispetto della somma legge dell’evoluzione che, al contrario di quanto sostiene Darwin, non è per nulla dettata dal caso. Anche ciò che ci appare caotico e senza senso in realtà si delinea come ordinato secondo precisi schemi di risonanza.

Se esaminiamo questo metodo attraverso un occhio profano e semplicistico non è difficile pensare che si sia di fronte a un complesso e machiavellico sistema basato sulla sofferenza, dove nemmeno la morte ci libera dal tormento di dover rivivere le stesse situazioni e gli stessi dolori. Ma se siamo in grado di comprendere e accettare, invece, che il dolore in sé stesso è solo insegnamento, possiamo invece considerare come tutto il sistema sia costruito magnificamente per portarci alla guarigione, per permetterci di apprendere ciò che dobbiamo con i nostri tempi e le nostre modalità. La vita, pertanto, diviene una scuola, dove a ogni esame finale sono richieste delle conoscenze che possono essere apprese solo attraverso l’esperienza delle stesse, qualsiasi esse siano. Se per un motivo o per un altro non siamo stati in grado di apprendere queste lezioni, semplicemente, come a scuola, dovremo ripeterle finché il messaggio non ci sarà abbastanza chiaro.

Ci sono state volte, durante i trattamenti, in cui mi sono sentito domandare: ma chi è che stabilisce che io non abbia imparato la lezione? Ad alcuni piace pensare che ci sia qualche essere superiore che decide per noi, che ci giudica, che ci misura, ci pesa e ci trova mancanti. Ma in realtà i giudici siamo noi. Quando non siamo incarnati la nostra consapevolezza è più estesa, superiore e possiamo comprendere, sopra ogni cosa, ciò di cui abbiamo bisogno senza essere vincolati da sentimentalismi o tendenze emotive e mentali. In questo modo vediamo la verità di ciò che siamo e così procediamo sempre e comunque verso l’evoluzione, scegliendo oculatamente le caratteristiche più adeguate per affrontare le lezioni che dobbiamo ancora imparare e incarnandoci nella situazione più ideale affinché ci sia possibile vederle, comprenderle, accettarle e così evolverci e procedere.

Nessun guaritore quindi potrà mai alleggerire la carica energetica di un trauma che una persona non è pronta ad affrontare. Nessuno potrà riuscire a mettere un paziente di fronte a un trauma in modo che possa accettarlo se egli stesso non è nelle condizioni per riuscire a vederlo. È una semplice verità: anche il guaritore è parte dello schema di evoluzione e deve muoversi attraverso le regole di questo schema, senza mai potersi svincolare da esso. 

 

Alleggerire un trauma per poterlo curare

Ogni volta che noi nasciamo, in qualche modo sbianchiamo la lavagna, torniamo a scuola. Questo avviene anche perché ci è necessario imparare di nuovo degli schemi utili al luogo dove ci siamo incarnati e apprendere le stesse cose che già conoscevamo in modo che ci possano essere utili e che siano funzionali ai fini nella vita che stiamo vivendo attualmente.

Se torniamo ora al contesto dei nostri traumi, noi possiamo vedere come sia possibile individuarne uno principale circondato da una schiera di traumi secondari e di livelli superiori ancora, ognuno con una carica psichica energetica differente. Ogni trauma principale determina almeno un’incarnazione, perché rappresenta basilarmente la lezione che dobbiamo imparare nella vita che stiamo vivendo e che per favorire l’apprendimento attira eventi che ci pongono nella condizione di poter vedere e affrontare il legame principale che noi abbiamo con il nostro trauma primario. Ognuno dei secondari è in qualche modo connesso con quello al centro, come se fosse, appunto, il fulcro della nostra ragnatela. Così come è difficile raggiungere il cuore del trauma principale in psicanalisi, altrettanto lo è nella guarigione esoterica. Entrare a smontare energeticamente il nostro castello non solo è complesso in quanto i meccanismi di difesa del paziente continueranno a deviare la nostra attenzione lontano dal problema e dall’evento scatenante, ma è anche controproducente in quanto la carica energetica dei traumi che fanno da corollario potrebbero collassare sul centro.

Bisogna pertanto partire dal sintomo e arrivare alla causa, non il contrario. Qualsiasi tentativo di andare alla causa diretta senza passare dall’esame del sintomo si rivelerà, con probabilità, un fallimento. Reso consapevole il paziente del sintomo e compresa qual è la causa, noi possiamo cominciare a condurlo fino all’origine e smontarla.

Da un punto di vista energetico, quello che possiamo fare è alleggerire il peso psichico dei traumi più recenti e poi risalire, come riavvolgendo il filo, fino alla causa principale, smontandone la carica, curandola. L’alleggerimento della carica energetica permette una più facile comprensione in quanto è possibile, in questo modo, vedere il trauma nella sua essenza, smontato di tutto ciò che è stato costruito su di esso nel corso del tempo. In questo modo il trauma principale sarà esposto e verrà alla luce. La persona avrà così una possibilità oggettiva di vederlo, di comprenderlo e farlo emergere; divenirne pertanto consapevole. Comprenderà a un certo punto quale ne è stata la causa e avrà modo di visionarla, soppesarla, valutarla e infine accettarla, metabolizzandola come esperienza. A quel punto il passo è fatto e il trauma non ferisce più perché è passato allo stato di consapevolezza. Il paziente può andare oltre.

Nella maggioranza dei casi, i problemi che riscontriamo nelle cure energetiche di traumi emozionali e mentali sono dovuti principalmente ad alcuni fattori che si presentano in ordine e che vanno affrontati uno per uno:

  • La difficoltà ad associare il sintomo al trauma
  • La difficoltà a smontare il complesso che si è creato intorno al trauma principale
  • La difficoltà a vedere la realtà dell’origine e accettarla per quella che è
  • La difficoltà a perdonare chi ci ha inflitto questo trauma e capire quindi il perché
  • La difficoltà ad accettare che il trauma è una lezione e che nulla ci è capitato per cause diverse da questa.

Prendiamo ad esempio una persona che vive nel terrore di rimanere al buio. Una paura apparentemente ingiustificata e scollegata da qualsiasi evento vissuto in questa vita. Esaminando il sintomo possiamo rimanere collegati all’oscurità e reputare che questo trauma derivi da un evento legato all’abbandono, che sia esso una punizione o qualsiasi altro evento traumatico. Tuttavia poniamo che la persona a memoria non ricordi alcun evento che possa collegare a questa paura irrazionale, tanto che arriva ad associare all’acluofobia anche la claustrofobia, sviluppando la paura di rimanere in uno spazio chiuso al buio. Lavorando sui traumi esterni, noi smontiamo la carica energetica degli stessi, permettendo così l’emergere della reale causa del trauma acluofobico e scoprendo così che la persona non ha paura del buio in quanto tale ma degli eventuali pericoli, reali o immaginari, di ciò che si possa nascondere nell’oscurità. Andando più a fondo e isolando il trauma, noi scopriamo che il suo timore reale riguarda qualcosa che vive nel buio e che si vuole nutrire di lei. Quando si trova al buio nel letto, ha paura di addormentarsi perché teme che il buio, o qualcosa che si nasconde dietro la cortina di tenebre, possa emergere per mangiarla. Durante i trattamenti veniamo anche a scoprire che la persona è schifata e infastidita dal fatto che qualcuno possa toccarle i piedi, specialmente se si tratta di animali. Veniamo a scoprirlo grazie al fatto che un’amica la invita in una spa a provare la fish pedicure. In questo particolare trattamento di bellezza si fa uso di garra rufa, un particolare e minuscolo pesce della famiglia delle Cyprinidae originario del Medio Oriente che si nutre di alghe e detriti animali e che è sfruttato per il trattamento di molti disturbi dermatologici immergendo gli arti nell’acqua e lasciando che i pesci mangino gli strati di pelle morta. Quando la nostra paziente immerge i piedi nell’acquario viene colta dal panico.

A quel punto, lavorando sul significato di questo evento, se riusciamo a portare indietro la persona fino all’origine, è possibile che, in un lavoro energetico, si sblocchino delle memorie più antiche della vita stessa che stiamo vivendo e che, pertanto, andranno a giustificare l’assenza di traumi diretti che possano ricondurci alla fobia di cui la persona soffre.

Mentre smontiamo il trauma a livello energetico, la persona ha quindi un’immagine mentale di topi che, in un ambiente buio e stretto, mangiano il suo corpo partendo dai piedi e scopriamo che questa memoria non risale a questa vita ma è un trauma precedente, più antico. A quel punto abbiamo la chiave per comprendere il trauma e vederlo nella sua realtà, renderlo consapevole: la colpa del trauma non è del buio, non è dello spazio chiuso e non è dei topi. Sono cose che non solo sono capitate in un tempo precedente, ma non appartengono a questa vita: sono eventi di tipo colposo. I topi l’hanno divorata perché è nella loro natura e non perché siano cattivi o crudeli. Probabilmente è stata abbandonata in uno spazio chiuso a morire di fame e i topi, in ultimo, l’hanno aggredita. A questo punto, in possesso di tutto ciò che ci serve, possiamo decentrare il problema e vederlo dall’esterno: andare più indietro e capire perché ci siamo trovati in quella situazione.

Giunti a un certo momento noi possiamo divenire consapevoli di ciò che è avvenuto e guardarlo con distacco. A quel punto l’evento traumatico perde totalmente la sua carica psichica e noi possiamo accettarlo e superarlo, cogliendo l’opportunità, se siamo pronti, di apprendere l’essenza della lezione che dobbiamo imparare da quell’evento e da tutti quelli a esso collegati a cascata.

 

Cosa succede quando un’anima decide di non reincarnarsi?

In genere un’anima è un essere superiore che sta sperimentando la fisicità per evolversi. Pertanto è priva, di suo, di sentimenti egoistici che si manifestano nella sua incarnazione in quanto parte della sua esperienza. Se, quindi, ha necessità di incarnarsi per fare delle esperienze non è concepibile che si rifiuti, anche se questo potrebbe voler dire vivere una vita all’insegna di sofferenza, angoscia e dolore.

A tal riguardo vediamo un’interessante esperienza di regressione ipnotica trascritta da Dethlefsen nel suo L’esperienza della Rinascita dove si legge come la paziente, dopo aver rivissuto i termini drammatici della sua morte e della sua vita di sofferenza terribile, assista con distacco al momento in cui si separa dal corpo e viva la totale assenza di dolore. In questa fase esprime il desiderio conscio di non voler tornare a incarnarsi di nuovo se questo debba significare vivere una vita simile a quella appena vissuta. Vediamo, quindi, come il dolore sia un’esperienza viva ancora nei primi attimi dopo la morte, confacendosi a uno stato di sospensione dalle percezioni fisiche che ci permette una beatitudine di assenza. Il racconto prosegue narrando come la paziente sia passata in uno stato di sospensione dalla vita e dalla morte: un piano metafisico in cui il tempo non esiste e dove capisce che deve reincarnarsi perché ha ancora qualcosa da imparare. Chi conduce l’ipnosi a quel punto pone una domanda di chiarimento: “Vuole reincarnarsi?”. Una domanda che lei rettifica prontamente: “Non è che voglio: devo”.

In questa semplice frase possiamo cogliere l’essenza stessa di una suprema legge che nessuno può violare: quella dell’esperienza. L’esperienza è l’unico, reale motivo per cui noi siamo nel qui e ora, del perché viviamo le varie esistenze, del perché siamo soggetti alla sofferenza, al dolore e alla perdita e del perché cerchiamo costantemente di migliorare il nostro stato.

Tuttavia, quando un’anima ha completato il ciclo di incarnazioni (che secondo alcune culture sono circa cento, ma potrebbero essere anche di più dato che variano sulla base della capacità di apprendere le lezioni necessarie), può decidere di non incarnarsi più e continuare la sua esperienza su un piano diverso, favorendo, magari, l’evoluzione di altre anime affini e a lei collegate. Questa scelta non è mai una scelta di comodo, ma è sempre e comunque una scelta evolutiva ed esperienziale. Semplicemente l’anima passa a un grado di evoluzione superiore e non necessita più dell’esperienza fisica, in quanto ha appreso ciò che poteva da essa. Non ha più bisogno, sostanzialmente, del bagaglio incarnato.

In questo caso, quindi, l’anima compie parte del suo destino evolutivo, chiude una parte del ciclo. Esce da un cerchio ed entra in un altro, dove procederà a un altro ciclo evolutivo diverso, con regole, lezioni e anche tempistiche differenti. A questo punto, ovviamente, noi dobbiamo cercare di non considerare più il nostro mondo come unico possibile, ma come solo una possibilità tra le molte di fare esperienza incarnata. Non significa che noi esseri umani siamo gli unici a poterci incarnare. È possibile che un’anima, terminato qui, decida di incarnarsi in un altro pianeta, in un’altra civiltà, magari più evoluta, magari meno, per apprendere lezioni diverse che, comunque, su questo pianeta non potrebbe esperire. Anche il tempo, considerato una dimensione secondo la fisica, in realtà si rivela essere solo uno schema mentale relativo, strettamente legato a chi lo percepisce. Una mosca, un gatto, un uomo adulto, una testuggine, una quercia possiedono probabilmente concetti di percezione del tempo completamente differenti. È probabile che la vita di ognuno, in realtà, duri relativamente lo stesso identico tempo se vissuta in modo non correlato a quelle di altri esseri viventi a cui paragonarsi.

Al destino evolutivo personale, quindi, bisogna affiancare un destino evolutivo globale: ossia il destino evolutivo di tutta la nostra razza, di cui ogni anima è in qualche modo responsabile. Favorire, quindi, l’evoluzione delle persone che ci sono intorno e con le quali condividiamo il destino evolutivo globale è fondamentale anche per favorire la nostra stessa evoluzione. Quando rinasceremo, infatti, in questo modo avremo più possibilità di apprendere e di farlo in modo meno doloroso. Ed è in questo che ci giungono in aiuto le entità disincarnate che svolgono il ruolo di guide spirituali, che però vedremo nel prossimo articolo.