The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

CAPITOLO 10 - Conoscere il proprio percorso

CAPITOLO 10 - Conoscere il proprio percorso

 

Ai miti della creazione serve il Diavolo

Negli articoli precedenti abbiamo esplorato brevemente, ma almeno in un paio di occasioni, il grosso concetto di responsabilità e di rispetto nei confronti della vita di chi pone la propria cura nelle mani di guaritori esoterici. Seguendo questa via posso affermare con una certa sicurezza che è solo una questione di tempo prima che venga posto alla nostra attenzione un caso in cui non avremo il permesso del paziente per intervenire. E questo potrà essere dovuto a molteplici cause, la prima delle quali potrebbe essere determinata proprio da un’impossibilità a comunicare con il diretto interessato: potrebbe essere privo di coscienza, irraggiungibile, potrebbe non conoscerci nemmeno, non parlare la nostra lingua o, magari, potrebbe essere un neonato o un bambino così piccolo da non poter essere in grado di decidere per sé stesso. Quanto meno in apparenza.

C’è una qualche regola non scritta, del tutto umana, che reputa che le persone possano prendersi la responsabilità di altri senza il loro permesso. Se partiamo dal presupposto che ogni persona incarnata è un’anima che deve perseguire il proprio cammino, qualsiasi persona sa bene qual è il suo cammino e pertanto può, deve e decide sempre per sé stessa. Soprattutto perché qualsiasi tipo di decisione che potrà mai prendere nella propria vita sarà determinata sulla base delle esperienze che ha necessità di affrontare.

Qual è quindi il confine secondo cui noi possiamo decidere e intervenire quando si parla del cammino altrui? La risposta non è sempre così scontata e molte persone possono, come sempre, rispondere in maniera differente allo stesso quesito. Non sempre però questo dipende o può dipendere da una particolare cultura o dal diverso grado di tolleranza del proprio principio umanistico interiore. Spesso dipende da come, dentro di noi, definiamo quello che in molte diverse religioni e culture è chiamato “libero arbitrio”.

Partiamo a esaminare alcuni aspetti eziologici dei miti religiosi. Praticamente in ogni cultura, indipendentemente dalla diversa area geografica di origine o dal periodo storico di riferimento, si trova la leggenda di un eroe che, di stirpe divina o meno, prima o poi deve trovarsi ad affrontare delle prove, delle iniziazioni, dei passaggi che gli consentiranno di trovare sé stesso. L’Eroe deve e va sempre alla scoperta del proprio potenziale e per ottenerlo deve mostrarsi sempre e comunque degno di fiducia. Spesso questo potenziale si manifesta attraverso la cerca di un preciso artefatto, di un oggetto magico o, in molti casi, attraverso l’utilizzo di qualche sorta di oggetto imbevuto di qualche particolare potere che viene donato all’eroe da una qualche divinità. Potrà essere un’arma: la spada Excalibur per Artù, lo scudo di Atena e il falcetto di Hermes per Perseo, Gáe Bulga, la lancia donata da Scáthach all’eroe dell’Ulster Cú Chulainn, e anche il bastone dei prodigi di Mosé. Ma potranno anche essere oggetti diversi come il filo di Arianna per Teseo, la borsa dei venti di Eolo per Odisseo, il vello d’oro per Giasone, o l’anello Draupnir donato da Odino ai re nordici.

L’ottenimento di questo potere favorisce l’eroe, lo aiuta nella sua cerca. A volte, in alcuni contesti, lo illumina, altre volte lo distrugge. Quello che emerge da tutti questi miti tuttavia è sempre e solo un messaggio: l’eroe non agisce da solo. L’eroe agisce su ordine, su comando, su volere degli dei, a volte anche come “burattino” del gioco divino, scagliandosi ora contro questo mostro ora contro quest’altro e incorrendo in questo modo nello sfavore delle divinità rivali. Sfavore che infine può arrivare a torcersi violentemente contro di lui, come se in qualche modo stesse sempre danzando a un ritmo particolare senza poter realmente conoscere quali siano le conseguenze delle azioni che è portato a compiere. Se smettessimo, tuttavia, di parlare di eroi ma ci riferissimo a semplici personaggi dei miti, ecco che allora tutto il risvolto eziologico celato arriva a mutare. Prendiamo ad esempio la Genesi, dove il libero arbitrio prende l’inquietante aspetto di un’arma a doppio taglio dal momento che la prima volta che è stato messo in atto ha causato la cacciata dal giardino dell’Eden. Eppure anche qui, anche se non si parla di mito eroico, abbiamo un’entità che giunge a portare un’offerta: il frutto della conoscenza. Secondo quello che è il mito cristiano, ovviamente, questa offerta va a trasformarsi nel ben radicato concetto della tentazione, dove nel grande schema delle cose possiamo vedere come l’eroe debba trovarsi ad affrontare il proprio “aspetto ombra”. Qualcosa che vediamo anche nel mito buddhista sotto la forma del dio Māra quando tenta di tentare Gautama Buddha per indurlo ad abbandonare la via per il risveglio prima tramite la seduzione, grazie alle sue tre figlie Arati, Raga e Tanha (noia, passione e bramosia), e poi cercando di terrorizzarlo grazie alla visione di eserciti di creature terrificanti che vanno a rappresentare i dieci ostacoli della spiritualità: piacere sensuale, frustrazione, appetito, concupiscenza, accidia, orrore, dubbio, arroganza, fama immeritata ed esaltazione di sé. Ci sarebbe da domandarsi perché in fin dei conti gli eroi siano così rari al punto da comparire praticamente solo nei miti: perché sono coloro che riescono ad affrontare questi aspetti ombra e superarli, vincerli, accettarli dentro di sé. Vanno, in questo modo, a raccontare il mito di un aspetto archetipico umano. Anche se il mondo è pieno di iniziazioni, pochi sono quelli che riescono a superarle realmente. L’eroe rappresenta quella iniziazione e deve, in ogni modo, affrontare il Guardiano della soglia che gli concede questo potere.

Questo Guardiano non solo saggia le capacità dell’Eroe e lo mette in questo modo alla prova, ma gli impartisce delle precise lezioni, a volte dandogli dei compiti da svolgere che hanno, nel fine ultimo, lo scopo di portarlo a conoscere sé stesso, di affrontare i propri lati oscuri e poter così affrontare la difficoltà di evolvere.

A fianco di un eroe, sia esso un combattente o uno spiritualista, è quasi sempre possibile individuare la figura dell’aiutante. Questa figura prende l’aspetto ora di una divinità che individua nell’eroe il suo campione, ora l’entità tentatrice, ora elargitrice di doni, a volte è il saggio eremita che deve essere consultato, a volte l’oracolo che vive lontanissimo e a cui l’eroe deve rivolgersi, a volte una creatura magica che giunge in soccorso a guarire le ferite che l’eroe ha subito per essersi scontrato con il proprio avversario troppo presto; a volte incarna proprio il suo avversario e aiuta l’eroe costringendolo ad affrontare e superare le sue paure. Sono molteplici gli aspetti che questa figura archetipica può assumere, ma qualsiasi sia, il suo ruolo è chiaro: affianca l’eroe affinché egli abbia a trovare sé stesso, affinché la maturazione possa essere completa, le lezioni apprese e l’evoluzione possa continuare.

 

Il ruolo dell’aiutatore e del maestro di guarigione

Ora che abbiamo chiarito questo schema, seppur semplice, poniamo al posto dell’Eroe un Guaritore. Il ruolo che egli svolge è sempre quello sia di figura attiva che figura passiva nei confronti del proprio paziente; in parallelo e in modo comparato, il paziente diventa sia la fanciulla che deve essere salvata, sia il Guardiano iniziatore del Guaritore anche se, ovviamente, con pesi differenti.

Ogni cammino che si svolge è sempre e comunque duplice. Finché il Guaritore è incarnato, aiuta il paziente a guarire e nel frattempo aiuta sé stesso attraverso il percorso di guarigione che sta mettendo in moto, perché si trova a dover evolvere per migliorare le proprie capacità. In questo caso si crea un rapporto di mutuo soccorso tra il paziente e il Guaritore che si va a manifestare attraverso una forma di fiducia e capacità di interazione. Là dove il Guaritore fa da specchio al paziente, mostrandogli con chiarezza quali sono le difficoltà e i punti relativi all’evoluzione e alle lezioni a essa collegata che deve affrontare, il paziente consente al Guaritore di poter procedere lungo il suo cammino, mettendolo nella condizione di poter evolvere grazie al permesso di aiutarlo a guarire che gli viene concesso.

Il Guaritore svolge un ruolo di iniziatore e si trova a essere colui che può indurre il paziente, che qui è l’Eroe, a compiere un viaggio, accompagnandolo come aiutatore e come guida di fronte ai diversi cancelli dove il guardiano, che in questo caso è la malattia, si pone di fronte con la sua prova da superare.

Nello stesso tempo, quando questi ruoli vengono visti in modo comparato, dato che si svolgono in maniera contemporanea, il paziente permette al Guaritore di compiere i propri passaggi attraverso la pratica che viene messa in moto, attraverso il potere della guarigione che viene coinvolto e, soprattutto, attraverso il potere delle emanazioni alleate delle eventuali divinità o guide coinvolte da parte dal Guaritore. Un argomento, questo, che vedremo in particolare nei prossimi articoli perché merita uno spazio apposito.

Per questo motivo è determinante che ci sia il pieno consenso del paziente. Se il paziente non vuole guarire o non conosce la possibilità che il Guaritore possa intervenire, questo duplice scambio viene interrotto perché non è possibile creare quella fiducia che permette all’Eroe di essere guidato nel viaggio iniziatico di fronte ai guardiani della malattia e quindi attraverso il processo stesso di trasformazione e accettazione consapevole.

Come dicevamo prima, però, è solo questione di tempo prima che ci venga posta di fronte una situazione in cui non abbiamo il permesso di intervenire. In questi casi, come abbiamo già visto precedentemente, ci sono delle misure diverse che vengono adottate da persone diverse a seconda del loro complesso e diverso approccio. Il problema sorge come sempre da un aspetto importantissimo, che è quello caratterizzato dal desiderio di guarire, che poi potrebbe divenire lo sprono principale che spinge una persona a intraprendere la via stessa del guaritore. Il Guaritore deve voler guarire qualcuno e crederci quasi quanto il paziente perché lo scambio possa mettersi in atto.

 

La trappola del desiderio

Ogni guaritore, in quanto umano, fondamentalmente, è spinto dal desiderio. Se non fosse così, anche se in grado di aiutare qualcuno a guarire, semplicemente non lo farebbe. Il punto su cui è necessario porre la propria attenzione è l’origine principale, la radice primordiale di questo desiderio. Dovremmo quindi domandarci (e rispondere con la maggior onestà che possediamo): di che natura è il nostro desiderio? Può essere legato al guarire noi stessi attraverso gli altri, a guarire gli altri per colmare un senso di colpa che ci sta dilaniando dentro. Può essere che siamo spinti a guarire le persone per dimostrare a noi stessi o a chi non crede in noi che siamo in grado di farlo. Potrebbe essere una questione di potere e riconoscimento: desiderio di guarire gli altri perché siamo sempre stati considerati mediocri in ciò che facevamo e questo ci darebbe invece una maggiore visibilità. Potrebbe essere una via di scoperta o una rivincita: siamo stati aiutati a guarire o qualcuno che noi amiamo è morto senza che potessimo fare nulla e vorremmo che questa cosa non si ripeta. Qualsiasi sia questa risposta, possiamo e dobbiamo tenerla dentro di noi. Non importa che lo facciamo sapere al mondo. Questo desiderio è infatti il nostro accordo di LA, ci serve per misurare e calibrare tutto il nostro sprono e il nostro moto. Non ha importanza reale quale sia la sua origine, perché ce l’ha. La cosa importante è riuscire a condurre questa origine nella giusta direzione. E prima o poi il guaritore, esattamente come un eroe nei miti, si trova a dover affrontare il dilemma che è insito proprio nel non saper distinguere più quello che è giusto da ciò che è facile. O peggio, da ciò che desidererebbe che fosse. Perché l’uomo segue il bisogno, ma persegue il desiderio. L’uomo è sempre in mezzo, tirato per i piedi dal bisogno mentre si proietta verso il desiderio e rimane in questo limbo di cammino tra il mondo in cui vive e quello in cui desidererebbe vivere. Che sia un mondo guarito, che sia un mondo perfetto (a sua immagine), che sia un mondo piegato al suo volere, che sia un mondo dove non esistono persone che lo contraddicono, l’uomo è sempre dominato dal desiderio.

Il problema rimane uno solo: un uomo che ha un desiderio, di qualsiasi natura esso sia, cosa è disposto a fare per realizzarlo? La storia ci insegna che sia le persone più terribili, crudeli e sanguinarie che quelle più pacifiste e portatrici di sollievo dalla sofferenza erano e sono sempre e comunque mosse da un desiderio. E se esaminiamo questo desiderio fine a sé stesso, per quello che è e non per come ci si è mossi per realizzarlo, non c’è molta differenza tra uno e l’altro in linea di massima.

Il principe Vlad III di Valacchia, detto Țepeș, che in lingua rumena significa: “Impalatore” era un sovrano sanguinario che regnò sulla Valacchia per periodi diversi. Come membro dell’Ordine del Drago, il suo compito era quello di difendere il cristianesimo in Europa Orientale. Il metodo di tortura che preferiva era appunto quello di impalare i propri nemici e lasciarli esposti come monito.

Mohandas Karamchand Gandhi, invece, noto con l’epiteto di Mahatma, che in sanscrito significa “Grande Anima”, era un avvocato, un politico e un filosofo indiano. Pioniere del satyagraha, riuscì, attraverso le sue azioni, a portare l’India verso una vera e propria rivoluzione civile di disobbedienza basata interamente sulla non violenza. Le sue gesta, ancora adesso, sono state ispirazione per ogni movimento non violento.

Se osserviamo le azioni di Gandhi e quelle di Vlad, potremmo vedere due desideri diversi. Ma non è così. Il desiderio di Vlad era quello di preservare la sua religione e difendere il proprio popolo dagli invasori ottomani. Il desiderio di Gandhi era far sì che l’India ottenesse l’indipendenza dall’Impero Britannico. In sé stesso né il desiderio di Vlad e nemmeno quello di Gandhi potrebbero essere sanguinari o pacifisti, sono anzi entrambi comprensibili e onorevoli. La differenza sta solo nel modo in cui entrambi hanno attuato questo desiderio. Non è quindi il desiderio in sé stesso a essere terribile, a parte alcuni casi, ma può esserlo l’azione che si mette in moto per realizzarlo; tutto cambia a seconda di ciò che siamo disposti a fare per cambiare il mondo affinché si adegui a ciò che noi vorremmo. A parte alcuni casi limite, non sono i fini a essere orribili, sono le azioni.

Ora, il Guaritore, per ovvi motivi, è esso stesso un uomo, pertanto è soggetto alla legge del desiderio tanto quanto tutti gli altri uomini al mondo. Non importa che si stia parlando, in termini assolutamente ipotetici, di un desiderio altruistico o egoistico, quanto meno nella sua posizione apparente: il desiderio rischia, per chiunque, di diventare una trappola da cui diventa davvero difficoltoso sfuggire e che è quasi impossibile evitare. Anche per chi agisce, apparentemente, per far sì che le persone possano stare meglio. Nel caso della guarigione, il desiderio ci può spingere a ignorare ciò che è il bene supremo del paziente, inteso anche solo nella sua necessità di apprendere delle lezioni, e cercare di guarirlo a prescindere. Nella medicina, il desiderio di guarire si è trasformato in desiderio di sconfiggere la morte. E questo, di base, è l’errore più grande che gli si può attribuire. Nella guarigione esoterica questo stesso errore è perseguibile ed è possibile che si alimenti e che diventi pericoloso.

Quando parliamo di bene e male, infatti, stiamo parlando di concetti che sono del tutto umani. A volte non ci è possibile mettere in moto un tipo di guarigione che implichi la sopravvivenza del corpo. Pertanto decidere di fare del bene a una persona che stiamo trattando può voler dire preservare la sua somma volontà, che potrebbe anche essere quella di non essere curata. Ancora una volta: ecco la necessità di un dialogo con il paziente. Egli merita la nostra attenzione e merita che siano rispettate le sue volontà, anche se queste possono essere in contrasto con quelle dei famigliari o degli amici e delle persone che gli sono vicine.

Tendenzialmente infatti si pensa che agire sia più salutare che non agire e che quindi una guarigione di stampo “attivo” sia fondamentalmente potenzialmente più funzionale di una guarigione di stampo “passivo”. Questo è, a mio avviso, un mito da sfatare. Ci sono sempre e sempre ci saranno delle situazioni emotive e karmiche in moto intorno a una malattia o allo stato di salute precario di qualcuno. Non esiste un “meritare” o “attirare” inevitabile in ciò che ci capita; esiste invece uno “scegliere” ciò che ci capita, anche se questo dovesse essere decidere di salire su un aereo avendo avuto segnali esoterici che questo precipiterà portandoci alla morte. Nessuno vive un singolo momento di più di quanto è stato decretato all’inizio della nostra vita. Nessuno è in grado di cambiare questa cosa. Se la morte non ti coglie, se una malattia non ti uccide, significa che non era quello il momento e il modo in cui il tuo trapasso doveva attuarsi.

Una cosa importante da capire e soprattutto accettare è che anche quando mettiamo in moto una guarigione su qualcuno che sta morendo, non stiamo salvando la sua vita: lo stiamo aiutando a vedere e apprendere delle lezioni. Il come, il se e il perché non è in nostro potere deciderlo o cambiarlo. Ogni singola azione porta alla consapevolezza, sia in passivo che in attivo. Quando desideriamo fortemente che qualcosa si sistemi e si azioni in un certo modo, stiamo mettendo in moto un processo di alterazione che comporterà sempre e comunque un ritorno all’equilibrio universale attraverso un moto equivalente e contrario.

Noi non possiamo sfuggire al desiderio. Possiamo decidere però di non esserne schiavi. Quando abbiamo compreso e siamo diventati consapevoli dell’origine del nostro desiderio, allora questo non avrà più potere e ascendente su di noi: saremo realmente liberi di poter guarire noi stessi e gli altri. Ciò non significa che sarà semplice, che sarà sempre possibile attuarlo e che non cadremo nella trappola quando si verificheranno delle precise condizioni. Ma significherà che noi avremo comunque la consapevolezza per comprendere la differenza sostanziale che corre tra chi intuisce questa legge del mondo e chi ne subisce le conseguenze in modo del tutto indeterminato. Qualcosa che non sta, purtroppo, nel riuscire a evitare gli effetti di questa difficoltà; è infatti impossibile evitarli perché questa difficoltà ci è utile e fondamentale. Se la incontriamo è perché dobbiamo affrontarla; se scadiamo nel desiderio, allora significa che ne siamo soggetti. La differenza sta solo nel riconoscerla e pertanto avere la possibilità di accettare l’ascendente che il desiderio causa su di sé, in modo da poter indagare e riuscire a intuire se le reazioni che si hanno e le emozioni che si provano di fronte a un paziente e a un caso da trattare consentono di mantenere quel grado minimo e fondamentale di obbiettività necessaria a poter svolgere bene il lavoro che è si chiamati a fare.

Premettendo che ogni caso e ogni paziente è sé stante, possiamo comunque constatare senza ombra di dubbio che ci sono alcune situazioni che risuonano più di altre e per le quali bisogna prestare maggiore attenzione. Queste non hanno per forza attinenza con l’origine del disturbo che siamo chiamati a sanare, ma spesso mettono radici nel tipo di persona e situazione che abbiamo di fronte. Non possiamo e non dobbiamo mai dimenticare che siamo esseri incarnati; come tali non solo siamo fallibili, ma siamo anche destinati all’esperienza al fine della consapevolezza. Ogni caso che trattiamo è un gradino che noi saliamo lungo la scala dell’evoluzione. Nulla di ciò che ci capita è casuale; pertanto anche ogni singolo caso che siamo chiamati a gestire è parte di questo processo. Questo processo si mette in moto proprio grazie al collegamento che abbiamo creato con la persona che abbiamo di fronte e che si è rivolta a noi.

Esattamente come capita quando un liutaio suona un violino accordato in una precisa intonazione e tutti i violini accordati sulla stessa nota cominciano a risuonare nonostante nessuno li stia effettivamente toccando, a volte capita che trattando un caso che risuona dentro noi per motivi che ci possono essere noti o al momento sconosciuti, ci si senta in qualche modo chiamati a guarire il nostro paziente con maggiore solerzia, al punto da sentire la forte e impellente necessità di aiutare qualcuno. Quando un guaritore si trova davanti a un caso che lo colpisce particolarmente, la trappola del desiderio potrebbe mettersi in moto. In questo caso noi non ci stiamo più occupando della persona che abbiamo di fronte: stiamo invece cercando di guarire noi stessi attraverso quella persona. Questo infido fenomeno, ben noto in psicologia, è chiamato transfert e avviene quando, invece di fare da specchio a qualcuno per permettergli di affrontare le proprie difficoltà attraverso il nostro aiuto e la nostra capacità, i ruoli si stanno in realtà invertendo ed è il paziente a fungere da specchio per il terapeuta, rendendo così a tutti gli effetti vano il suo lavoro.

Per chi decide di cimentarsi nella via della guarigione, questo è uno di quei passi esperienziali che non credo sia possibile evitare: prima o poi ci si imbatterà nella situazione che ci farà ragionare in modo poco coerente e obbiettivo. È solo una questione di tempo, non di possibilità che questo evento si verifichi o meno. Saper gestire questa difficoltà la prima volta, inoltre, non garantisce per nulla l’immunità a eventi similari futuri, ma permette, in qualche modo, di aiutarci a capire quali sono i tasti del nostro pianoforte che vibrano secondo una tonalità che fa risuonare degli eventi e dei traumi che ancora dobbiamo affrontare.

Il guaritore, infatti, non è esente da traumi e difficoltà, non è privo di ferite e di situazioni che deve affrontare. Ritenere di essere assolutamente puri e guariti è un errore in cui incorre facilmente chi è all’inizio del cammino e va, ancora una volta, a far emergere quella che è la trappola del desiderio: ossia, in questo caso, essere invincibili. Noi siamo in evoluzione tanto quanto lo è chi ci chiede aiuto. Semplicemente noi disponiamo di alcune conoscenze e di alcune capacità di cui non tutti sono in possesso. Capacità e conoscenze che possono comunque essere apprese, fintanto che ci si senta chiamati verso questo cammino e lo si segua con devozione.

Poniamo, quindi, il caso che ci troviamo di fronte qualcuno che sappiamo, dentro, di poter aiutare e che ci sentiamo di voler aiutare. Magari riteniamo anche di essere in grado di aiutarlo secondo quelle che sono le conoscenze che abbiamo appreso nel corso del tempo. Tuttavia, questa persona non conosce ciò che noi siamo in grado di fare, o magari non è in nostro potere spiegarglielo o coinvolgerla. O magari anche se potessimo farlo, per qualche motivo non accetterebbe mai il nostro aiuto. In questo caso dobbiamo sempre domandarci se la trappola del desiderio non stia, ancora una volta, giocandoci un brutto tiro: esattamente come la canzone “The Thin Ice” dei Pink Floyd non dobbiamo sorprenderci se una crepa nel ghiaccio apparirà sotto i nostri piedi. Se dovesse capitare, allora, rischiamo di fare l’errore di lasciare che sia il nostro ego a determinare chi abbiamo di fronte, a prendere le misure della persona che ha bisogno di aiuto e modellarla sulla base del nostro desiderio.

Come abbiamo detto nei riguardi del senso di onnipotenza in un articolo precedente, ciò che mette in moto il processo di guarigione è il “desiderio di guarire”. Se da una parte, quindi, abbiamo il desiderio del guaritore di applicare il potere della guarigione, dall’altra deve esserci il desiderio del paziente di ricevere questo influsso, di lasciare che la guarigione si metta in moto: paziente e guaritore devono sempre trovare una via comune, un punto di accordo: devono darsi appuntamento e percorrere ciascuno il suo pezzo di strada.

 

Approcciare un metodo

Un medico che sia tale ha, per forza di cose, pronunciato il giuramento di Hippocrate. Questo giuramento ha origini dubbie e rispecchia, in parte, la filosofia dei pitagorici del IV secolo a.C., i quali erano a favore della sacralità della vita e contrari a pratiche chirurgiche. L’antico giuramento recitava: “Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per tutti gli dèi e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto: di stimare il mio maestro di quest'arte come mio padre e di vivere insieme a lui e di soccorrerlo se ha bisogno e che considererò i suoi figli come fratelli e insegnerò quest'arte, se essi desiderano apprenderla, senza richiedere compensi né patti scritti; di rendere partecipi dei precetti e degli insegnamenti orali e di ogni altra dottrina i miei figli e i figli del mio maestro e gli allievi legati da un contratto e vincolati dal giuramento del medico, ma nessun altro.
Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio; mi asterrò dal recar danno e offesa.

Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo.

Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte.

Non opererò coloro che soffrono del male della pietra, ma mi rivolgerò a coloro che sono esperti di questa attività.
In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l'altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi.

Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell'esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili.

E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell'arte, onorato dagli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro.”

In tempi molto recenti, il giuramento è stato modificato e deliberato dalla Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri. Pertanto il giuramento di Hippocrate ora recita così:

“Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento rifuggendo da ogni indebito condizionamento; di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell'uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica e promuovendo l'eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario; di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona; di astenermi da ogni accanimento diagnostico e terapeutico; di promuovere l'alleanza terapeutica con il paziente fondata sulla fiducia e sulla reciproca informazione, nel rispetto e condivisione dei principi a cui si ispira l'arte medica; di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze; di mettere le mie conoscenze a disposizione del progresso della medicina; di affidare la mia reputazione professionale esclusivamente alla mia competenza e alle mie doti morali; di evitare, anche al di fuori dell'esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il decoro e la dignità della professione; di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni; di rispettare e facilitare il diritto alla libera scelta del medico; di prestare assistenza d'urgenza a chi ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell'autorità competente; di osservare il segreto professionale e di tutelare la riservatezza su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell'esercizio della mia professione o in ragione del mio stato; di prestare, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l'esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione.”

Anche se un guaritore mette sé stesso, le proprie conoscenze e le proprie facoltà al servizio dell’umanità nel pieno rispetto dei principi etici di solidarietà umana e nel rispetto della vita e della persona, esattamente come (a parte casi limite) ogni medico fa, a prescindere da ciò che questi può conoscere o meno, c’è sempre un punto che è necessario valutare. Il medico cura il proprio paziente a prescindere, al meglio delle proprie capacità e dei suoi mezzi, finché la morte non sopraggiunge o questi supera la crisi che sta affrontando. Lo fa perché si affida alle sue conoscenze e a quelle di chi gli ha insegnato, gestendo queste conoscenze sulla base del proprio giudizio. Il guaritore, non lavorando solo sul piano fisico, deve potersi affidare a conoscenze che vanno al di là di quelle puramente teoriche che, comunque non possono e non devono essere sottovalutate. Anche se si parla di guarigione esoterica, infatti, la conoscenza dell’anatomia e del funzionamento degli organi del corpo, oltre che della loro posizione e dei simbolismi a essi associati, rimane fondamentale. Ma mentre un medico può avvalersi, e lo fa, anche di esami diagnostici che gli permettono di scartare le ipotesi meno probabili per concentrarsi su quelle che invece lo conducono verso una possibile diagnosi, il guaritore esoterico deve contare su altri tipi di diagnosi.

Dopo le proprie conoscenze di anatomia e medicina, che a parte casi di medici che seguono una via esoterica, non saranno mai al pari di quelle di un dottore in medicina, il guaritore esoterico può e deve appoggiarsi su capacità extrasensoriali. La prima forma di diagnosi verrà valutata attraverso strumenti diagnostici radiestesici. Come abbiamo visto nell’articolo precedente, un’unità di misura è una convenzione. Quando si parla di misurazione si parla dei livelli energetici umani per i quali ci sono precisi metodi e relativi strumenti di misurazione di cui ci occuperemo nella prossima parte di questo articolo e verrà valutata attraverso le misurazioni energetiche basate su degli schemi prefissati e delle precise unità di misura.

Per il momento ragioniamo sul fatto che ogni corpo può essere misurato in maniera indipendente e anche come un tutt’uno insieme agli altri. Per misurare il campo energetico umano, in radiestesia si utilizzano prettamente i “bovis”. I bovis sono una scala di misura che porta il nome del suo inventore: un ingegnere francese chiamato appunto Andrè Bovis, che visse a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Lo scopo principale per cui Bovis inventò quello che chiamò a ben ragione il “biometro” era quello di misurare le vibrazioni sottili che vengono emanate dagli organismi viventi e dai luoghi e che vengono sfruttate in rabdomanzia e in radiestesia, oltre che nelle pratiche legate all’esoterismo.

Per creare un sistema di misurazione, Bovis disegnò un quadrante graduato sopra cui faceva oscillare un pendolo. A seconda del punto dove il pendolo oscillava, lui poteva stabilire il livello di energia emanato dall’oggetto, dall’essere vivente o dal luogo che stava esaminando. Questa stessa unità di misura venne comparata a un ångström in un rapporto 1=1. Al contrario dei Bovis, la cui validità è contestata in ambiti scientifici, gli ångström sono misure utilizzate dalla fisica per determinare le lunghezze d’onda molto sottili, la cui distanza è pari a 0,1 nm (1×10−10 m), ossia un decimo di miliardesimo di metro. Questo, per ovvie ragioni, porta chiunque a domandarsi perché creare una nuova unità di misura se ne esisteva già una utilizzabile: motivo per cui molti usano in modo intercambiabile ora ångström ora bovis. Il motivo principale sta in cosa si sta misurando.

Gli ångström sono un’unità di misura inventata dal fisico svedese Anders Jonas Ångström, definito uno dei padri della spettroscopia, in sostanza lo studio della misura dello spettro luminoso. Anche se in un primo momento questa particolare disciplina era limitata alla misurazione della dispersione della luce attraverso un prisma, questo studio è rimasto tale anche con la scoperta della teoria ondulatoria, definendosi, quindi, anche come studio della differente lunghezza d’onda delle radiazioni cromatiche. Quindi, con gli ångström noi misuriamo esattamente la distanza tra un’onda e l’altra, pertanto la lunghezza d’onda. Con i bovis, invece, noi stabiliamo l’intensità di questa frequenza, ma soprattutto non la manteniamo limitata alla misurazione dello spettro luminoso, ponendoci invece nel campo della radionica e della psicometria.

Sia bovis che ångström possono essere usati come unità di misura in un biometro. Ma il primo fu il metodo che si ritagliò un vero e proprio spazio grazie all’apporto dell’ingegnere elettrico André Simoneton, che raccolse il lavoro di Bovis e lo perfezionò. Simoneton utilizzò i Bovis principalmente per misurare la freschezza e il possibile apporto di energia dei cibi, creando così il concetto di radiovitalità. Come ci fa notare Tompkins nel suo “La Vita segreta delle Piante”: “Nello sviluppare questo concetto Simoneton fu colpito dal fatto che le virtù terapeutiche attribuite, fino dagli albori della storia, a erbe, fiori, radici, e cortecce non dipendessero dal loro contenuto chimico ma dalle salutari lunghezze d'onda che irradiano”. In buona sostanza Simoneton scoprì che un pomodoro crudo è più nutriente di un pomodoro cotto proprio misurandone la carica energetica residua, che è poi definibile come il “corpo eterico” del pomodoro. Questo stesso studio, infine, portò alla fotografia kirlian che, ancora adesso, è usata per “catturare” l’impronta dell’aura degli esseri viventi. In seguito la scala Bovis venne anche utilizzata nella geomanzia e nelle diagnosi per le terapie vibrazionali, in particolar modo la floriterapia di Edward Bach. In sostanza, questa unità di misura andò a colmare un vuoto di misurazioni perché un biometro, a conti fatti, misura in gradi quanto è “vitale” un organismo senza limitarsi a definire semplicemente se è “vivo” o “morto”. Un concetto importante se lo si applica, appunto, alla materia organica che normalmente ingeriamo affinché sia digerita e trasformata e che, in buona misura, appartiene a organismi che non sono più vivi da un pezzo quando noi li mangiamo.

Questa stessa “radiovitalità” nel lavoro di un guaritore si traduce nella qualità, nell’intensità e quindi nella pulizia stessa delle radiazioni prodotte da un essere vivente e da un luogo. Misurarle ci permette, quindi, di capire lo stato vitale, emotivo e mentale di un nostro paziente, in modo da considerare il suo stato di salute a livello energetico con un margine di dubbio davvero minimo. Questa stessa “vitalità” si può tradurre in un vero e proprio “stato dell’arte” del corpo denso e sottile, in quanto quello che si misura è l’emanazione vibrazionale dell’organismo e dei conseguenti corpi. Secondo la scala Bovis infatti un corpo umano è ritenuto sano quando la sua lunghezza d’onda è superiore ai 6500 UB (unità Bovis).

Quando, tuttavia, si utilizza la misurazione energetica bisogna sempre ricordarsi che il corpo umano non è immoto, ma in continua trasformazione e soprattutto che ogni cosa è relativa. Nella misurazione Bovis, infatti, c’è sempre quel margine di “ignoranza” del sistema di misurazione stesso che non può invece essere ignorata da chi sta misurando. Finché noi misuriamo una distanza, la capacità di un contenitore, l’intensità di un suono, l’ampiezza di uno spettro visivo o luminoso, la velocità con cui un oggetto si muove nello spazio, per fare degli esempi, tutto questo non ha bisogno di un punto di vista applicabile in termini generici. Quello che noi dobbiamo considerare è che stiamo misurando la vitalità di un essere vivente e che non può semplicemente essere espressa in termini matematici, perché questa è influenzata da fattori diversi che ne cambiano l’interpretazione, anche se non cambiano la misurazione stessa. Con un biometro, noi misuriamo la “vitalità” di un essere vivente. Pertanto è pressoché la differenza che corre nel misurare su carta la distanza tra Milano e Napoli fine a sé stessa o definire se le due mete sono “lontane” o “vicine”. Per capire se sono lontane e vicine è necessario porre una zona grigia di partenza intermedia: la differenza sta proprio nel punto di vista da cui guardiamo questa stessa cosa.

Questa stessa zona grigia, questo punto intermedio diventa molto importante quando noi misuriamo la vitalità di una persona. La vitalità di un bambino di sei anni sarà ben diversa, in termini relativi, da quella di un anziano di ottanta. Pertanto se un anziano di ottant’anni ha 6500 UB di misurazione potremmo definirlo una persona ben arzilla. Se invece un bambino di sei anni avrà la stessa misurazione probabilmente sarà febbricitante o quanto meno non molto in forze. Questo perché i due organismi che mettiamo a confronto non sono uguali, per quanto simili e mediamente funzionanti alla stessa maniera: ognuno di loro porterà con sé delle specifiche caratteristiche che rimangono uniche e che portano, con loro, un’enorme differenza che non può e non deve essere assolutamente ignorata.

Quando ci approcciamo, pertanto, alle misurazioni che vedremo nel prossimo articolo, dobbiamo sempre mantenere diretto il contatto con il nostro paziente, capire il suo stato energetico anche in relazione a ciò che egli ci dice, utilizzandole quindi come una cartina di tornasole e non come un assoluto. E soprattutto, non dobbiamo mai perdere di vista il concetto di relatività. Come dice, infatti Dethelfsen: “l’uomo sano esiste solamente nei libri di anatomia”.