The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

CAPITOLO 11 - Le Guide (Parte 1: Riconoscerle e Comprenderle)

LE GUIDE

 

UN APPOGGIO, UN AIUTO

Finora abbiamo sviscerato in molti modi il quando e il perché: le domande che dovremmo farci prima di mettere le mani su un paziente per introdurre e portare avanti un percorso di guarigione con lui.

Nel corso di queste pagine abbiamo esplorato quanto sia complessa e discutibile l’etica che spinge un guaritore a muoversi, basata su alcuni sistemi tra cui il desiderio, che non sempre può essere ritenuto una fonte pura a cui attingere ma che spesso può divenire una trappola dietro cui dimentichiamo cosa è davvero importante per chi ci chiede aiuto in quanto troppo preoccupati a soddisfare le richieste del nostro ego o, in taluni casi, a cercare di risolvere i nostri problemi e i nostri irrisolti attraverso le cure che prestiamo a chi abbiamo di fronte.

Credo di poter affermare senza ombra di dubbio che il sommo desiderio di ogni guaritore sia quello di aiutare le persone, a prescindere da ciò che possa muoversi in regioni più profonde di noi, come una corrente gelida che scorre sotto il ghiaccio sottile. Tuttavia considerare, valutare e ricordarci di quelli che sono i nostri limiti è importante, soprattutto perché non sempre ci è concesso conoscere tutto ciò che ci è necessario per aiutare e fare una diagnosi il più possibile corretta: qualcosa che, in termini di terapia, qualsiasi essa sia, è imperativo avere.

A volte, nonostante voglia guarire con tutto sé stesso, il paziente ci nasconde una parte se non addirittura tutta la verità. Non dobbiamo considerare che sia un falso o un mentitore. Semplicemente non è sempre facile esporsi in modo completo e sincero con qualcuno, anche se è una persona di cui fondamentalmente ci fidiamo. Inoltre possono esserci stati degli eventi, dei traumi, delle ferite, anche solo dei rimproveri continuativi, delle attitudini riguardanti il passato del nostro paziente che hanno intessuto degli schemi e dei complessi che per noi possono essere assolutamente chiari, palesi e direttamente collegati alla patologia che siamo stati chiamati a curare. Purtroppo per chi abbiamo di fronte spesso non è così. In effetti se le persone avessero davvero un’idea assolutamente chiara della loro malattia, di tutte le diverse cause scatenanti, dei processi che si sono messi in moto nel corso, magari, di anni, probabilmente non avrebbero bisogno di un guaritore. Semplicemente spesso le persone sono abituate a un pensiero analitico e scientifico che, in quanto troppo obbligato ad entrare nel dettaglio microscopico della causa fisica, non ritiene la visione più ampia come una parte determinante del processo di cura.

Ad un Guaritore questo non è concesso. Non si può fermarsi alla causa fisica. Se lo facesse sarebbe meglio che smettesse di seguire questa via e spendesse anni a dedicarsi allo studio della medicina e delle scienze tradizionali, per avvalersi così della propria conoscenza e volontà in modo diverso ed ugualmente utile.

Tuttavia il paziente non è sempre e solo l’unica causa della nostra difficoltà nel vedere la verità che si cela dietro a un trattamento. A volte semplicemente siamo noi che non siamo in grado di vederla, e per differenti motivi: potremmo non essere abbastanza preparati a livello tecnico, se ad esempio non conosciamo in modo abbastanza approfondito il caso che abbiamo di fronte e pertanto non siamo in grado di trattarlo con la dovuta capacità, oppure l’origine ultima della patologia che stiamo trattando, se non la malattia stessa, potrebbe risuonare dentro di noi e, in questo modo, far emergere e manifestare alcuni traumi che abbiamo sepolto, portandoci a non poter più essere assolutamente obbiettivi. Questi sono solo due dei motivi per cui non ci è permesso avere sempre le idee assolutamente chiare su quello che stiamo affrontando.

Se un medico può avvalersi di esami diagnostici e di laboratorio per escludere le possibilità fino a raggiungere quella che, a suo parere, sia la causa di una malattia, un guaritore deve poter contare su altri metodi, di tipo spirituale. Nelle pagine precedenti abbiamo preso come esempio gli Eroi e le entità, a volte divine a volte mitologiche, che li aiutavano e li guidavano. Così come gli eroi dei miti hanno alle spalle qualcuno che suggerisce loro il giusto comportamento, o fornisce loro un aiuto di tipo fisico, i guaritori possono contare sulle guide.

Le guide, o meglio gli spiriti guida, sono delle entità disincarnate che svolgono svariati ruoli tra cui, in particolare, aiutare le persone che stanno seguendo un cammino spirituale, svolgono dei servizi in ambito sottile e spiritico e, nel nostro caso, approcciano al mondo della guarigione. Se avete nozioni nell’ambito dello spiritismo o se conoscete un medium, un channeller o qualcuno che ha contatti con il mondo degli spiriti e dei defunti avrete chiaro di cosa sto parlando o, comunque, questo termine non vi sarà assolutamente nuovo. Nonostante non siano necessariamente collegati, spesso il ruolo di guaritore e quello di psicopompo si affiancano e chi è l’uno in genere è anche portato per svolgere l’altra mansione. In tempi passati, infatti, il ruolo della strega, quello dell’erborista, della guaritrice e della levatrice erano strettamente correlati e colei che aiutava a rendere sicuro il passaggio in ingresso in questa vita era anche colei che facilitava il passaggio in uscita, presiedendo al capezzale dei morenti, accompagnandoli alla morte.

 

CHI O COSA SONO GLI SPIRITI GUIDA?

Nelle diverse tradizioni e diverse vie possiamo identificare molti differenti tipi di guide, con compiti e peculiarità uniche. Ad esempio nello sciamanesimo emerge chiaramente la presenza di “animali di potere”, ossia aiutanti in forma selvatica che fungono da guide nel mondo di sotto. Tuttavia è possibile trovare il ruolo delle guide anche nello spiritismo e in tutti i tipi di pratiche magiche o energetiche che coinvolgono, in qualche modo, il viaggio, che sia esso di natura astrale, mentale o anche superiore, a seconda della capacità e l’evoluzione del viaggiante. Questo stesso ruolo è identificato anche nei lavori di guarigione, in quanto il guaritore esoterico si avvale dell’enorme aiuto delle guide per i suoi lavori energetici, affidandosi a essi come ad alleati oltre che, spesso, come a veri e propri maestri.

Cosa sono, a conti fatti? Charles W. Leadbeater, nel suo “Gli Aiutatori Invisibili” ci fa notare come: “L'assistenza può essere prestata da parecchie delle molte classi di esseri dimoranti nel piano astrale: può venire cioè da parte dei Deva, degli Spiriti di Natura, o da quelli che chiamiamo «i morti», ovvero da coloro che durante la vita fisica funzionano in piena coscienza sul piano astrale: principalmente gli Adepti ed i loro discepoli”. Possiamo quindi identificare tre diversi principali tipi di guide che si suddividono per origine, natura e quindi anche area planare di influenza.

Le prime sono quelle che Leadbeater chiama “Adepti”, ossia persone vive che hanno una coscienza e un’evoluzione così elevate che lavorano sui piani sottili e superiori per l’evoluzione stessa del genere umano. Come leggiamo sempre ne Gli Aiutatori Invisibili: “Se esaminiamo la questione un poco più da vicino, vedremo che, sebbene tutte le classi citate possano prendere, e talvolta prendano effettivamente parte in questo lavoro, pure la distribuzione del lavoro è così ineguale, che lo si può dire quasi interamente lasciato ad una di quelle classi. Ciò si spiega già in gran parte per il fatto che molto di tale lavoro d'aiuto dev'essere compiuto sul piano astrale, o almeno partendo da questo. Chiunque abbia anche solo una pallida idea dell'immenso potere di comando d'un Adepto, capirà senz'altro che per Lui il lavorare nel piano astrale sarebbe uno sciupìo d'energia ben maggiore di quello dei nostri più illustri scienziati o medici che perdessero il loro tempo a spaccare pietre sulla via. Il lavoro dell'Adepto si compie in regioni più elevate: principalmente sui sottopiani arûpici del piano devachanico o mondo celeste, dov'Egli può dirigere la propria energia in modo da influire sulla vera individualità dell'uomo, e non sulla sola personalità, la quale invece, è tutto ciò che può essere raggiunto sul piano astrale o fisico. La forza da Lui proiettata in quel Regno più elevato produce risultati assai maggiori, più estesi e più duraturi di quelli che possano essere ottenuti impiegando quaggiù forze anche dieci volte maggiori; inoltre, il lavoro è di tale natura da poter essere compiuto bene soltanto da Lui, mentre quello compiuto in piani inferiori può essere disimpegnato, almeno fino ad un certo punto, da quelli che ancora stanno percorrendo i primi gradini della grande scala che un giorno li condurrà alla posizione elevata di Adepto”.

In secondo luogo abbiamo quindi i Deva, spiriti naturali di elevata evoluzione. Leadbeater a riguardo ci dice: “Siccome essi appartengono ad un Regno di Natura superiore al nostro, l'opera loro sembra per la maggior parte non aver alcun nesso con l'umanità; ed anche quelli fra i loro ordini (e ve ne sono parecchi) che talvolta rispondono alle nostre aspirazioni o alle nostre preghiere più elevate, fanno ciò sul piano mentale piuttosto che su quello fisico o astrale, e più sovente nei periodi intermedi tra le nostre incarnazioni anziché durante le nostre vite terrene. Alcuni esempi di simile assistenza sono stati da noi osservati nel corso delle ricerche sulle suddivisioni del piano devachanico, quando stavamo preparando il Manuale Teosofico che si riferisce a tale argomento. Come ivi è riferito, in un caso trovammo un Deva che insegnava la più bella musica celeste ad un compositore; in un altro caso un Deva di classe diversa stava dando istruzione ed aiuto ad un astronomo che cercava di comprendere la forma e la struttura dell'universo. Questi due sono soltanto pochi fra i molti casi in cui abbiamo trovato il Regno dei Deva all'opera nel prestare aiuto all'evoluzione umana e nel rispondere alle aspirazioni più elevate degli uomini dopo la morte. Del resto, vi sono dei metodi che permettono di avvicinare questi Grandi Esseri anche durante la vita terrena e di ottenere da Loro un'infinità di cognizioni; però anche allora tale intervento è più facile sia ottenuto con l'innalzarsi al loro piano, piuttosto che farli discendere al nostro mediante la preghiera. Negli eventi ordinari della nostra vita fisica il Deva interviene assai di rado: Egli è così completamente occupato nel lavoro molto più vasto del proprio piano, che probabilmente è appena conscio del nostro piano; e se anche occasionalmente può succedere ch'Egli scorga qualche pena o qualche difficoltà degli uomini che sveglia la sua pietà e lo spinge ad aiutarli, pure indubbiamente la sua visione più larga riconosce che allo stadio presente di evoluzione simile intervento, nel maggiore numero dei casi, produrrebbe molto più male che bene”

In terzo luogo ci sono le guide animali, che possono aiutarci e proteggerci nei viaggi e nelle dimensioni più basse delle nostre pratiche. In questo caso siamo di fronte a veri e propri alleati naturali che possono essere evocati e i cui poteri possono essere convocati per precisi compiti e scopi. Svolgono un ruolo leggermente differente, per quanto simile, a quello degli animali di potere della tradizione sciamanica. In queste tradizioni la cosmologia prevede tre diversi piani principali tra gli infiniti presunti: il mondo di mezzo, ossia il piano denso dove si realizzano in modo principale le nostre esperienze, il mondo di sopra, un piano sottile dove dimorano spiriti disincarnati e illuminati e identificabile come il Devachan della Teosofia, e il mondo di sotto, il regno degli istinti, dove dimorano invece gli spiriti selvaggi. Ogni animale che possa fungere da guida, a prescindere da dove possiamo incontrarlo, è in qualche modo “richiamato” dal mondo di sotto. Questi animali, in termini sciamanici, possono essere di tre tipi: l’animale di potere o animale guida, che ci aiuta, ci consiglia e ci protegge durante i nostri viaggi e che incarna un nostro aspetto archetipico, l’animale totem, che rappresenta e incarna la genealogia di appartenenza e quindi tutela e consiglia, in estensione, una famiglia, un gruppo, una tribù o addirittura un popolo, e gli aiutanti, spiriti animali che si mettono al servizio dello sciamano per precisi compiti, ma non lo accompagnano nei viaggi né incarnano aspetti archetipici.

Per quella che è la mia esperienza in ambito sciamanico, gli animali di potere non rappresentano un animale in particolare, bensì la natura stessa di quell’animale. Se il nostro animale di potere è un leopardo, quello non sarà il nostro leopardo, ma lo spirito del leopardo in quanto felino. Per questo motivo ci sono delle restrizioni su quelli che possono essere animali di potere e quali invece non ne hanno completamente le caratteristiche, quanto meno in linea di massima. Come possiamo leggere nell’articolo del Bardo: “Gli animali atti a fare da guida nel Mondo di Sotto sono in linea di massima selvatici: questo perché sono la rappresentazione delle forze primeve, sono liberi, caotici, puri; un animale addomesticato (o che noi associamo al “domestico”, come cane, gatto o canarino) ha perso la sua “carica ferina”, la connessione con le energie selvagge, e difficilmente sarebbe capace di guidarci in un luogo come questo. Possono invece essere Animali Guida le creature mitologiche, oppure le razze estinte (draghi, unicorni, dinosauri ecc.). I pesci sono rari, ma i grandi cetacei e i mammiferi marini spesso vengono annoverati (balene, delfini ecc.). Quelli che sono esclusi categoricamente dalla schiera sono gli insetti: insetti, vermi e larve nel Mondo di Sotto rappresentano malattie, disagi, ostacoli; ogniqualvolta si avvistano, è buona norma tenersi alla larga e dirigersi altrove. Chiudo questa rassegna notando comunque che alcuni aracnidi, come ragni e scorpioni, sono ascrivibili tra le possibili guide”.

Per quanto nello sciamanesimo esistano alcune regole da seguire che, in linea di massima, trovano la stessa soddisfazione anche in un lavoro di questo tipo, quando abbiamo a che fare con la natura di questi aiutanti abbiamo riscontrato che non tutte le regole sono identiche. In primis gli aiutanti animali non sono vincolati a essere ferini. Un gatto, una pecora o una mucca possiedono lo stesso potere arcaico e animale dei loro antenati selvaggi, con in più la carica di ciò che hanno appreso vivendo con gli esseri umani. Allo stesso modo anche la regola degli insetti decade. Nel nostro lavoro abbiamo ottenuto l’aiuto della falena e della farfalla: animali che, in linea normale, non potrebbero fungere da guide nel mondo di sotto divengono validi alleati attraverso i loro poteri convogliati. Abbiamo anche riscontri sull’ape e la formica, nonché sul cane, il cavallo e l’asino.

Le guide possono essere di diverso tipo. Ognuna di esse trova un ruolo nel lavoro che svolgiamo e, tendenzialmente, non si muove dai confini entro i quali può aiutarci. Possiamo quindi definire tre diverse tipologie di guide: gli “adepti”, i “deva” e gli “aiutanti animali”. Ognuna di queste entità lavora, agisce e interviene su piani diversi e ognuna di esse, pertanto, può e dovrebbe essere coinvolta per lavori diversi, attinenti a quelle che sono le proprie capacità e le proprie aree di influenza.

Per quella che è la mia esperienza, allo stato attuale ho avuto e ho modo di avvalermi dell’aiuto principale di “deva” e di “aiutanti animali”. In poche, rare occasioni ho avuto modo di interagire con quelli che sono riuscito a identificare come “adepti”: per loro natura lavorano su piani superiori a quelli che nel momento attuale io sono in grado di vedere e su cui mi è concesso, per evoluzione, capacità e conoscenza, operare in sicurezza.

 

LA LEGGE DELLA SFIDA

Nel mondo neopagano ed esoterico attuale, quanto meno quello italiano (che a sentir dire da streghe americane e anglosassoni con cui ho parlato non è per nulla differente dal resto del mondo), il numero di persone che afferma con orgoglio di essere in contatto con delle guide e di essere in grado di parlare con loro è enorme se paragonato al modo in cui queste affermazioni potrebbero essere interpretate dalla medicina psichiatrica. Come per molte altre esperienze appartenenti al mondo sottile, non è sempre in nostro potere discernere i millantatori da chi è davvero in possesso di capacità medianiche. Se non è nel nostro intento fare di tutto per smascherare i malfattori (onestamente io non mi sono mai posto più di tanto il problema), è tuttavia utile e fondamentale cercare di trovare e applicare un metodo per far sì che le nostre stesse esperienze nel mondo sottile possano in qualche modo essere confutate.

Una delle leggi della stregoneria, individuate e stilate per la prima volta da Isaac Bonewits nel suo Real Magic e sintetizzate in seguito da Janet Farrar e Gavin Bone, nota come la Legge della Sfida, sostiene nel suo postulato che “tutto il vissuto mistico, come i sogni profetici, le visioni, la chiaroveggenza, ecc. deve essere contestato per vedere se si tratta di una vera e propria esperienza psichica. Le esperienze genuine lo sono per i loro meriti e sono in grado di sopportare tali controlli; quelle che non lo sono possono essere dannose se prese sul serio, portando squilibrio e mancanza di radicamento nel praticante”. Questa legge fondamentale ci serve per cercare di discernere quella che è un’esperienza reale da una falsa. Se non fossimo in grado di essere abbastanza scettici e autocritici, oltre che concreti in ciò che viviamo, correremmo il rischio di interpretare come reale qualsiasi cosa ci capiti e non riuscire più, in questo modo, a comprendere, valutare e distinguere un’esperienza genuina da una falsa.

Comprendo e so benissimo, per esperienza personale, cosa significa vivere un’esperienza che si ritiene reale e sentirsi dire da uno scettico, il cui unico punto di paragone è non aver vissuto quella stessa esperienza, che ciò che si dice è falsità o frutto dell’immaginazione. Posso affermare con certezza che le esperienze psichiche, le visioni, le profezie, le esperienze astrali e le OOBE (Esperienze Extra Corporee), così come i viaggi sciamanici, le possessioni e tutto ciò che concerne la magia sono questioni reali. Ma anche se lo sono per chi vive queste cose nel quotidiano o anche solo in modo occasionale, non possiamo né pretendere né determinare che sia così per chiunque. Leadbeater, nel suo L’uomo Visibile e Invisibile, esprime questo concetto in merito alla chiaroveggenza: “Sono perfettamente conscio che il mondo profano non è ancora convinto della reale esistenza di questa facoltà di vista chiaroveggente; pure mi è noto che tutti coloro che hanno veramente studiato il problema ne hanno constatato l’incontestabile evidenza e quindi possiamo permetterci di ignorare le convinzioni, di solito espresse con enfasi, di coloro che «non» l’hanno studiato. Oso dire che se una persona intelligente si prendesse il disturbo di leggere le descrizioni di fatti citati nel mio piccolo libro sulla «Chiaroveggenza», e volesse consultare i libri dai quali furono tratti, si accorgerebbe subito che esiste un gran numero di irrefutabili prove che confermano l’esistenza di questa facoltà. A coloro che sono in grado di vedere e che esercitano giornalmente questa visione superiore in cento modi differenti, la negazione della possibilità di questa visione da parte della maggioranza ignorante appare naturalmente ridicola. Per il chiaroveggente non vale neppure la pena di parlarne. Se un cieco tentasse di persuaderci che non esiste una determinata cosa, come il senso comune della vista e che siamo degli illusi nel credere di possedere tale facoltà, noi probabilmente non considereremo neppure degna di essere discussa, una tale affermazione, per giustificare la nostra supposta illusione. Diremmo semplicemente: «Io certamente vedo, ed è inutile cercare di persuadermi che non vedo; tutte le esperienze della mia vita di ogni giorno provano che io vedo. Non ammetto che venga messa in dubbio la mia precisa conoscenza di fatti positivi». Ora questo è precisamente il modo di sentire di un chiaroveggente allenato quando gli ignoranti candidamente asseriscono che è del tutto impossibile che egli possieda questa facoltà, mentre proprio in quello stesso momento esercita la sua facoltà per leggere i pensieri dei saputelli che gliela negano!”

Leadbeater esprime chiaramente un concetto semplice, seppur facilmente intuibile: quando una persona vive un’esperienza, questa diventa parte di lei, e nessuno può negarla. Tuttavia, per quanto alcune di queste esperienze possano essere reali per noi, non significa che tutte siano genuine. Se non dovessimo avere un metodo di paragone per distinguere le esperienze reali da quelle immaginarie, ogni volta che sentiremmo un rumore in casa non ci preoccuperemmo nemmeno di accertarci che non sia scoppiato un tubo o che un gatto abbia fatto cadere qualcosa, ma daremmo immediatamente per scontato che si tratti di un fenomeno paranormale.

La realtà che conosciamo, in quanto tale, è determinata solo dal confronto che noi abbiamo di essa, e ciò che noi possiamo esperire attraverso la materia è vincolato dai nostri cinque sensi che non solo possono essere raggirati facilmente, ma qualsiasi cosa essi percepiscano passa inevitabilmente attraverso il cervello che le filtra e le manipola mescolandole e rivedendole sulla base di esperienze pregresse, preconcetti di origine culturale ed educativa ed evoluzione vera e propria e, in qualche modo, anche strutturata dal proposito. Herman Hesse, ne Il Mio Credo, dice: “Se contemplo un bosco che intendo acquistare, affittare o ipotecare, in cui voglio far legna o andare a caccia, io non vedo il bosco, ma solo le sue relazioni col mio volere, con i miei piani, con le mie preoccupazioni e il mio portafoglio. Allora il bosco è fatto di legno, è giovane o vecchio, è intatto o degradato. Ma se non me ne aspetto alcunché, se mi limito a guardare spensieratamente nella sua verde profondità, ecco che esso è il bosco, è natura, è creazione vegetale, è bello”. Se mettessimo tre persone differenti, soprattutto se provenienti da luoghi diversi e di età diverse, di fronte allo stesso paesaggio, di fronte ad uno stesso quadro, di fronte a una stessa casa o a uno stesso oggetto, ognuno di essi vedrebbe qualcosa di diverso nonostante stiano guardando la stessa identica cosa. Qualsiasi cosa noi vediamo, sentiamo, qualsiasi esperienza che noi viviamo passa attraverso le maglie di questo filtro mentale che cerca di comprendere e di interpretare ciò che vede nel modo che ritiene consono. Questo capita quando, come dice Hesse, guardiamo un bosco. Immaginatevi cosa possa succedere quando ci troviamo di fronte a eventi che non riusciamo a spiegare, per i quali non abbiamo concetti mentali adatti, cui non siamo in grado di applicare la nostra logica più ferrea e materialistica. La psicologia pedagogica ci mette fortemente in guardia di fronte ai traumi che i bambini possono subire perché assistono a eventi o a discussioni per i quali non sono in possesso di precise chiavi di interpretazione. Vivere esperienze che non sono condivisibili e confrontabili o confutabili in modo scientifico ci mette facilmente nella condizione di non poter spiegare in modo casistico ciò che ci è capitato e abbiamo vissuto; a un certo punto possiamo fare solo due cose: o rifiutare l’evento, dimenticarlo e continuare a vivere una vita in sicurezza oppure fare i conti con questa esperienza e cercare un modo di interpretare questo evento. A volte, inoltre, questi eventi sono continui, imperterriti; non ci è possibile rifiutare e dimenticare: non abbiamo altra scelta che farci i conti.

Dal momento che qualsiasi cosa noi vediamo, udiamo, tocchiamo e percepiamo con i nostri sensi e che appartiene al mondo che ci circonda viene filtrata dalla nostra mente, è più corretto, forse, affermare che tutto il mondo e la realtà che noi percepiamo è una vera e propria illusione e che esso esiste nella nostra mente nel modo in cui noi la vediamo più di quanto essa sia intorno a noi. Nessuno al mondo può conoscere e vedere la realtà per quella che è, ma può raccogliere solo la percezione che ha di essa, una percezione che è comunque manipolata e quindi falsata da chi la sta guardando.

Di fronte a questo discorso, quando ci troviamo a intraprendere un viaggio per conoscere delle guide o ci mettiamo in ascolto per capire chi ci sta dando dei suggerimenti, come possiamo fidarci di ciò che ci arriva?

La legge magica della sfida, come dicevamo, ci mette dinanzi alla necessità di contestare tutto. Solo ciò che non può essere contestato è genuino. O almeno, lo è per noi. Quando dobbiamo confrontarci con questa legge, la prima cosa è stabilire un metodo di confronto, una cartina di tornasole che ci permetta di mettere dei confini utili per noi, per capire quali sono i limiti che riteniamo validi perché un’esperienza che viviamo possa essere considerata genuina.

 

COME CONTESTARE UN’ESPERIENZA

Come possiamo trovare un confronto utile per capire se ciò che abbiamo visto e vissuto è un’esperienza reale? Tendenzialmente la via del guaritore, a differenza di molte altre strade che possono essere apprese in modo autonomo, soprattutto per quanto riguarda le tecniche, ha necessità di avere un maestro che ci insegni le pratiche basilari. La guida, come abbiamo detto, potrà svolgere il ruolo del maestro, ma per arrivare a questo passo sarà necessario essere in contatto con qualcuno che possa indicarci come fare e guidarci per i primi passi.

Il modo migliore per contestare un’esperienza e far sì che possa essere ritenuta valida e genuina è quello di confrontarla con altre esperienze analoghe. Molte esperienze di tipo metafisico mantengono, all’interno, dei punti che sono comuni a tutti quelli che le vivono; punti che non sono noti ai più, ma solo a chi li vive.

Facciamo un semplice esempio che giunge dall’esperienza. Dopo una meditazione guidata per fare un viaggio nel Tempio Astrale di Iside (quello creato da Dion Fortune) durante un workshop, una persona che aveva partecipato al viaggio la sera prima, nottetempo fece un sogno in cui rivisse la visita al tempio. La meditazione non specificava tutti i particolari ma definiva che il pavimento fosse di marmo. Visitando questo tempio, si rese conto che molte cose richiamavano chiaramente la meditazione e si rivolse a chi aveva guidato, affermando come avesse trovato curioso che invece del marmo avesse visto un pavimento di vetro nero lucido: qualcosa di apparentemente diverso dal marmo, che di solito è chiaro. Ricordo ancora adesso come la relatrice del workshop sorrise rispondendole che era corretto ciò che aveva visto e che questo dimostrava invece come la sua esperienza fosse genuina: il pavimento del Tempio di Iside è in marmo nero, un materiale che alla luce delle torce appare come vetro. Anche se apparentemente potrebbe sembrare una bazzecola, in realtà è un primo riscontro che può essere considerato come una delle opzioni valide per accertarci che un’esperienza sia genuina.

Un altro esempio potrebbe essere quello del viaggio condiviso, che ho praticato una volta sola durante una seduta sciamanica per cercare l’animale totem della congrega. Durante questo viaggio più persone diverse, al ritorno, hanno visto le stesse identiche cose, hanno trovato lo stesso animale che si è presentato come l’obbiettivo della nostra ricerca e tutti quelli che hanno trovato lo stesso animale hanno riscontrato le stesse caratteristiche: enormi dimensioni e stessa identica specie e modo di esprimersi, se non anche le stesse parole pronunciate. Uno stesso evento è capitato quando, in concomitanza con una serie di terremoti che ha interessato le regioni centrali della nostra penisola alcuni anni fa, è stato intrapreso un viaggio sciamanico di gruppo da molte persone contemporaneamente in molte città d’Italia per incontrare lo spirito di quei luoghi per cercare di capire come potesse essere placato. È anche possibile che alcuni di voi siano stati coinvolti e abbiano partecipato. Molte delle persone che in seguito si sono interfacciate e confrontate sull’esperienza, hanno condiviso molti punti comuni: il centro della terra, ad esempio, era apparso a tutti come ricoperto di cenere.

Vediamo come il confronto sia la via migliore per accertarci della genuinità di un’esperienza. Quando più persone hanno modo di vivere esperienze similari e raccogliere ciò che queste possano portare loro, si crea una memoria che può essere messa alla prova proprio tramite il dialogo e il paragone degli eventi vissuti in modo da vedere dove questi collimano e dove invece stridono.

Secondo quelle che sono le prassi del nuovo rituale di esorcismo della Chiesa Cattolica, tra i punti fondamentali per provare che il sacerdote si trovi dinanzi a un caso di possessione, ce n’è uno che è noto come “la conoscenza dell’inconoscibile” e consiste nel mettere alla prova la presunta entità dentro il posseduto con una domanda della cui risposta la vittima non può in alcun modo essere a conoscenza. Questo può essere un altro metodo per contestare un’esperienza e capire se è genuina. Nel caso particolare in cui ci troviamo di fronte a un’entità, possiamo mettere questo stesso essere metafisico alla prova, esattamente come faremmo con un essere umano che afferma di possedere delle facoltà o di conoscere alcune cose. Possiamo chiedergli di rivelarci qualcosa che è fuori dalla nostra sfera di conoscenza e azione (ma che potremo verificare con una certa facilità) e, una volta che saremo tornati coscienti, possiamo cercare la risposta. Perché questa domanda sia considerata valida è bene che rispetti il campo di competenza della guida che stiamo cercando. In questo ci può essere d’aiuto qualcuno di cui ci fidiamo, chiedendogli di presentarci una domanda di cui solo lui conosce la risposta e che noi porremo alle guide. Il riscontro che avremo sarà una cartina tornasole per capire se la nostra esperienza è reale.

Quello che è importante in questo metodo e che può essere messo in atto più volte, è che la domanda sia abbastanza vaga da non poter essere indovinata con semplicità. Una domanda a cui si può rispondere semplicemente con un “sì” o con un “no” a mio avviso non è particolarmente adatta, dal momento che il 50% di probabilità è una forbice statisticamente troppo ampia per essere ritenuta attendibile.

Come è ovvio la sensibilità per ritenere genuina un’esperienza cambia per ognuno di noi e di sicuro questa sensibilità si alza o si abbassa a seconda del fatto che siamo testimoni diretti, magari coinvolti in prima persona oppure che questo ci venga proposto sotto forma di racconto per avere un parere. Anche il tempo che passa tra l’evento e il confronto modifica la nostra percezione di esso, in quanto il ricordo sbiadisce e viene manipolato dalla razionalità. Nella mia personale opinione molte delle esperienze che ho vissuto in prima persona e che in un primo momento potevano apparirmi come genuine ad un esame più attento non lo erano per nulla. Se pongo l’attenzione su esperienze che mi sono state raccontate con una marea di dettagli e particolari, soprattutto se queste sono state descritte come mirabolanti, la mia tendenza a essere sospettoso e critico di sicuro aumenta. In genere un’esperienza genuina viene raccontata e vissuta con una certa dose di iniziale scetticismo, incomprensione, sorpresa. Mi è capitato di dover quasi convincere persone che ciò che avevano vissuto poteva essere davvero qualcosa di reale e che non fosse “solo un sogno”. Soprattutto per quanto riguarda episodi vissuti in astrale, per quanto possano essere visivi, trattandosi di un piano sottile, molto di quello che li renderà reali sarà proprio costituita da sensazioni, sentimenti e vere e proprie percezioni inconsce ed emotive che non saranno spiegabili in un modo consono. Molti di quelli che parlano dei reami più alti, come Leadbeater o la stessa Barbara Ann Brennan, tendono ad ammettere con un certo rammarico come non esistano parole adatte per descrivere a qualcun altro cosa si prova dinanzi alla complessità e la vastità di alcune emozioni che si provano durante i viaggi astrali o durante l’incontro con alcune entità appartenenti ai piani superiori.

Talvolta, quando non possiamo mettere in pista il confronto come metodo per contestare un vissuto e quando non siamo nella posizione di mettere un’entità alla prova, quello che ci rimane è cercare di far nostra quell’esperienza e prenderla per ciò che è. Possiamo rimanere convinti che sia stato un sogno, una creazione della nostra mente, oppure che sia tutto reale. Per quella che è la mia opinione a riguardo, in questo contesto rimangono certe due cose: se ciò che abbiamo vissuto è parte di uno schema più ampio e il messaggio che ci è giunto o l’episodio che abbiamo esperito ha un qualche senso per noi, prima o poi ci troveremo di fronte a un evento, ad un incontro o ad una nuova esperienza che ci riporterà indietro a quel momento e che sarà, per noi, la prova inconfutabile che ciò che abbiamo visto era reale (nel senso più ampio che possiamo considerare a seconda della nostra preparazione e apertura). Come si suol dire, dopotutto: le profezie divengono tali solo quando si realizzano. La seconda cosa di cui sono certo è che il vissuto che noi abbiamo, da dovunque ci provenga, se è reale per noi lo sarà per sempre, anche se tutto il mondo ci porrà dinanzi a prove inconfutabili del fatto che si tratti di qualcosa di falso. Tutto ciò serve e servirà solo a noi per non commettere più errori di valutazione di quelli che siamo in grado di reggere.