The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Capitolo 15 - Il Ruolo dello Psicopompo (Parte 1: Il Percorso del Disincarnato)

IL RUOLO DELLO PSICOPOMPO

COSA SUCCEDE QUANDO SI MUORE

In più occasioni negli articoli scorsi ho accennato al ruolo che, in quanto guaritori, ci può capitare di avere nell’ambito del trapasso di persone morte che, per motivi che vedremo, non sono riuscite a passare oltre e sono rimaste bloccate su questa sponda del fiume. In questo articolo cercheremo di capire cosa significa rivestire questo ruolo, come ci si identifica come tale, come si scopre di avere questa capacità e quali sono le responsabilità che abbiamo di fronte ad alcune situazioni che richiedono l’intervento di uno psicopompo.

Per capire quando un defunto rimane bloccato e perché, bisogna prima entrare nel dettaglio di quello che è il ciclo vitale. Abbiamo parlato più volte di questo argomento negli articoli precedenti, quindi di sicuro non vi è nuovo: tuttavia cercherò di riassumerlo specificando dettagli e integrandolo con nuove nozioni e informazioni che sono giunte in mio possesso e che ho avuto modo di sperimentare.

Prima di procedere facciamo chiarezza: l’essere umano in quanto tale è un essere privo di forma che sta provando un’esperienza biologica come parte di un processo ciclico di incarnazioni, con lo scopo di evolvere e crescere attraverso l’apprendimento di lezioni utili a questo scopo. Non esiste altro modo per apprendere una lezione da incarnato che non viverla sulla propria pelle. Definire, pertanto, la vita all’interno di questo ciclo è possibile solo in funzione della sua posizione relativa e non assoluta. La vita non è l’inizio e la morte non è la fine, ma sono solo due punti mediani di un cerchio, esattamente come l’alba e il tramonto lo sono per una giornata. Quando ci incarniamo noi smettiamo di essere disincarnati e creiamo intorno a noi un guscio biologico che fungerà da veicolo per l’esperienza che faremo. Questo corpo rappresenterà noi stessi nel mondo: i difetti fisici, l’aspetto, la razza, il sesso, le eventuali patologie e malformazioni faranno parte del bagaglio esperienziale che ci siamo scelti in quanto in linea e consono con le esperienze che abbiamo necessità di affrontare e le lezioni che abbiamo bisogno di apprendere nel tempo che abbiamo deciso di vivere in questa forma lungo la parte di ciclo che abbiamo di fronte. I nostri genitori, la nostra famiglia, il luogo dove nasciamo (e anche il tempo) denoteranno il tipo di imprinting che abbiamo bisogno di avere per affrontare le lezioni che ci servono; magari staccandoci da esso o seguendolo. Allo stesso modo anche le sfide che ci troveremo ad affrontare, le difficoltà, le persone che ci faranno del male così come quelle che ci aiuteranno, le nostre azioni e reazioni, e di conseguenza anche gli eventi che ci porteranno a prendere decisioni e infine a morire in un modo o in un altro, sono tutto parte di uno schema che viene scelto da noi prima di nascere. Anche se ci apparirà di essere sballottati da una parte all’altra, di sentirci persi, guidati o costretti a seconda delle occasioni, tutto ciò che ci capita durante la vita è parte dell’esperienza e come tale è stato deciso da noi proprio perché abbiamo bisogno di viverlo per comprenderlo e poter così evolvere.

Quando giunge il momento della nostra morte noi abbandoniamo il guscio che ci siamo scelti e che si sarà deteriorato con l’uso, con il passare del tempo o per via di condizioni diverse che sono implicate nel processo di defezione. Questo processo è assolutamente indolore e, anzi, è del tutto liberatorio. Una volta che viene abbandonato il corpo fisico, infatti, con esso vengono lasciate indietro anche le preoccupazioni, i pensieri e i dolori che fanno parte del bagaglio esperienziale che abbiamo vissuto ma che, di fatto, ne sono una conseguenza, un effetto collaterale. La lezione che abbiamo appreso, se l’abbiamo appresa, viene con noi.

Al momento della morte, quindi, il corpo denso viene abbandonato: con questo intendiamo sia il corpo fisico costituito da materia allo stato denso, liquido e gassoso, sia il doppio eterico, costituito da alcuni sottopiani energetici, per un totale di sette livelli. L’anima, quindi, costituita dai due corpi sottili più i quattro spirituali, inizia il suo viaggio. La prima cosa che fa è uscire dal corpo fisico risalendo lungo Sushumna per fuoriuscire dal chakra della corona: Sahasrara. Questo processo, registrato tramite la vista astrale e raccontato da chi ha esperito la pre-morte, viene vissuto come l’attraversamento di un tunnel scuro verso un punto di fuga luminoso in distanza: una luce intensa e accogliente che non limita, tuttavia, la vista (questo è dovuto al fatto che non si stanno utilizzando gli organi fisici per vedere, quindi gli occhi, bensì quelli astrali). In fase di uscita alcune persone vivono l’esperienza di vedere il proprio corpo, a volte di non riconoscerlo nemmeno e di assistere a ciò che avviene nei suoi pressi. Nel caso in cui la persona non dovesse essere rianimata, quello che avviene è che il corpo astrale si distacca assieme agli altri e il defunto passerà un periodo più o meno lungo sul piano fisico. Questo periodo, come vedremo bene dopo, può variare da persona a persona e questa variabile è determinata da alcuni fattori particolari riassumibili semplicemente nella sua “preparazione” alla morte, la sua evoluzione, la sua capacità di comprensione e accettazione delle meccaniche che sono legate al processo stesso che sta esperendo.

Non è facile quantificare, in realtà, la lunghezza del periodo che una persona deve o può passare sul piano astrale prima di poter procedere oltre. Questo problema deriva, soprattutto, dal fatto che sui piani sottili il concetto di tempo cui la natura umana è così strettamente legata viene a decadere totalmente, pertanto ciò che noi consideriamo come un periodo lungo giorni, in realtà, sui piani sottili non ha alcun senso quantificarlo. Tuttavia, c’è una regola del mondo esoterico che sostiene che quando una persona muore ha in media quaranta giorni di fronte a sé prima di passare dall’altra parte. In questo lasso di tempo il defunto assisterà al suo funerale, resterà nei pressi della sua famiglia e interagirà con altri defunti nelle stesse condizioni; questo fungerà da “decompressione”. Il disincarnato usufruisce o si prende questo tempo per metabolizzare, comprendere e assimilare il cambio di stato che ha appena subito: insomma per accettare la sua dipartita. Dal momento che, tuttavia, questo periodo non solo non è uguale per tutti ma è del tutto arbitrario nel suo calcolo (per via dell’assenza di tempo nel piano astrale) è logico pensare che non ci sia un vero e proprio “vincolo temporale” tra il momento della morte e il momento del transito al passo successivo, ma che, semplicemente, i defunti si prendano il tempo che serve loro. Quello che è il nostro calcolo si basa, quindi, su un’osservazione statistica. Così come il 90% dei bambini viene al mondo in nove mesi, gattona entro altri nove mesi e cammina entro l’anno di età, è ragionevole pensare che se la stragrande maggioranza dei defunti che non passano quasi istantaneamente e che decidono di fermarsi attendono una media di quaranta giorni prima di procedere, significa che questa è una soglia di interesse oltre la quale è bene prestare attenzione, o quanto meno che prima di quel momento non ha senso che ci si preoccupi.

Poniamo quindi il caso di una persona che muore e passa oltre, un evento che può capitare anche subito dopo il decesso o che può richiedere del tempo: i corpi spirituali, veicolo dell’anima, abbandonano il corpo astrale e mentale inferiore, e il corpo mentale superiore, noto come causale, conduce l’anima verso il Devachan o il Bardo, il luogo metafisico dove procederà a un esame della propria vita appena vissuta, delle lezioni apprese, di quelle evitate e di quelle ancora da apprendere e passerà in un periodo di purificazione e rigenerazione. In questo luogo l’anima sosterà per un tempo totalmente indefinito in termini umani. Secondo alcuni studi e alcune osservazioni che ho fatto la tempistica può variare da pochi anni ad alcuni decenni, a seconda dello stato mondiale e del tempo trascorso nell’ultima vita. In realtà questo periodo è totalmente al di fuori di ogni nostra possibile concezione mediante le conoscenze di vita in nostro possesso nello stato attuale. Anche se, in effetti, conosciamo bene questo stato, ad adesso non possiamo né ricordarlo né comprenderlo. Trascorso il necessario tempo l’anima si reincarnerà scegliendo la nuova destinazione seguendo le direttive sopra spiegate.

Poniamo, invece, il caso in cui una persona muoia e non passi oltre. Un evento che capita più frequentemente di quanto non dovrebbe e che purtroppo porta molta sofferenza e disagio. In questo caso il defunto mantiene a sé il corpo astrale e il mentale, oltre che i corpi superiori e, appresa e compresa quella che è la sua situazione attuale, rimane vincolato al piano astrale vivendo, di fatto, una vita-non vita. Più tempo un defunto passa sul piano astrale, denso e pregno di forme emozionali e popolato da entità astrali di varia natura, più la sua situazione diventa difficile in quanto le emozioni sono vibrazioni e come tali influenzano la materia circostante inducendola a vibrare alla stessa frequenza, esattamente come un sasso che viene gettato in uno stagno. Se il defunto, trascorso il tempo che gli è necessario, non trova il modo di evolvere e andare oltre rimarrà bloccato qui. È in questo contesto che entra in gioco il lavoro di uno psicopompo.

A differenza degli esseri umani, gli animali hanno tempistiche molto diverse e soprattutto inferiori. Nel caso degli animali più evoluti, non essendo in possesso di un mentale complesso, accettano la morte con più facilità e questo non li lega in particolare al piano denso, pertanto è molto più raro se non quasi improbabile che rimangano bloccati, a meno che non siano presenti vincoli o circostanze particolari. Il loro processo di vita e morte segue di pari passo quello umano ma è di sicuro più rapido in quanto gli animali tornano al calderone dell’anima gruppo finché non sono pronti a procedere in forme più evolute.

 

PERCHÉ SI RIMANE BLOCCATI

Se il processo è assolutamente naturale, come di fatto è, perché una persona che muore dovrebbe rimanere bloccata qui e non andare oltre? Molte sono le risposte che potremmo dare a questa domanda e tutte quante sarebbero comunque parziali in quanto non ci è possibile, e non vogliamo nemmeno, inglobare le esperienze delle persone seguendo un modello standard come se fosse codice binario. La vita e la morte sono concetti che valicano la semplice ordinarietà e come tali possono e vengono esperiti in modi assolutamente unici a seconda di chi è il protagonista e a seconda del punto di vista, dell’evoluzione e della capacità intrinseca di poter accettare alcune verità.

Una persona può morire in moltissimi modi e vivere la vita seguendo concetti etici, morali, sociali e religiosi che possono influenzare drasticamente il modo in cui vede e considera la propria esistenza. Questo, per ovvie ragioni, ha un peso a dir poco determinante sulle motivazioni che spingono un defunto a non andare oltre. Cerchiamo, tuttavia, di definire alcuni punti che possono esserci di aiuto a comprendere, quanto meno in modo circostanziale, perché di più non ci è possibile, i motivi che possono spingere o costringere qualcuno a decidere di non passare e restare intrappolato qui.

Uno dei motivi per giustificare un transito interrotto può essere di sicuro la morte violenta. Le persone che muoiono per incidente, magari senza nemmeno avere il tempo di rendersi conto di essere morte, sono nella zona a rischio di potenziale blocco. Il motivo sarebbe proprio dovuto all’incapacità di accettare il cambio di stato, di rendersi conto letteralmente che si è verificato un evento fatale e di continuare a cercare di vivere la propria vita senza riuscirci. Questa difficoltà può essere, tuttavia, superata nel tempo grazie anche all’ausilio di entità che svolgono appositamente un ruolo da “mediatore”, che aiutano, cioè, i disincarnati a comprendere questo nuovo stato e a passare oltre. Parleremo di queste entità nella seconda parte di questo articolo.

Altri casi particolarmente difficili sono quelli di omicidio. Le persone che vengono uccise, il cui corpo non viene ritrovato, che vengono torturate, seviziate, che non ricevono una corretta sepoltura o che continuano a provare un perverso senso di collera e rancore nei confronti dei propri assassini, rendendosi incapaci non solo di perdonarli, ma di accettare che ogni cosa che avviene, per quanto orrenda in termini concettualmente materiali e sociali, è parte di un processo esperienziale universale, sono spesso e facilmente soggette a blocco. Allo stesso modo capita anche con le persone che commettono suicidio: la loro difficoltà a vivere e magari la profonda depressione emotiva che li ha spinti a un gesto tanto estremo può diventare un fardello astrale così pesante da ancorare l’anima al mondo dei vivi. Una cosa importante, tuttavia, è bene specificarla: per quanto questo stato comporti di sicuro sofferenza per i disincarnati e per chi sta loro intorno, non è la colpa o qualche sorta di perversa punizione a essere messa in gioco. Le divinità del karma non puniscono coloro che decidono di uccidere o suicidarsi imponendo loro tormenti e pene per espiare il proprio gesto; si tratta solo di conseguenza: il motivo che spinge qualcuno a uccidersi spesso non lo abbandona una volta morto, ma rimane con lui nel corpo astrale appesantendolo e rendendogli più difficile abbandonarlo e andare oltre.

Per quanto riguarda i suicidi, la loro incarnazione avverrà in modo molto rapido dopo il passaggio nel Devachan. Come scrive Dethlefsen nel suo L’Esperienza della Rinascita: “con il loro gesto essi credono di sfuggire ai loro problemi. Invece il suicidio è un grosso errore perché elimina soltanto il corpo materiale mentre i problemi rimangono. Infatti i problemi sono sempre di natura psichica, anche quando il suicidio è stato determinato da sofferenze fisiche, perché il dolore è soltanto espressione di conflitti psichici non risolti. Dopo il suicidio chi lo ha commesso constaterà con stupore di esistere ancora con tutti i suoi problemi, con la sola differenza che non ha più un corpo. E la mancanza del corpo peggiora la situazione in misura sostanziale, perché l'individuo non ha più lo strumento che gli permette di risolvere i suoi problemi mediante l'azione. Allora si accorge che non è possibile scansare i problemi, che essi debbono venir affrontati e risolti - e che lui purtroppo non ha più un corpo per agire. Questa penosa situazione determina una reincarnazione rapidissima. Perciò dobbiamo sapere che non esiste la possibilità di "togliersi la vita"!”. I suicidi, quindi, quando riescono a passare oltre, subiranno un forte “richiamo” alla carne proprio per tornare a risolvere ciò che è stato lasciato in sospeso.

Un altro possibile motivo di blocco è dovuto a cause emotive e mentali: ad esempio un incredibile attaccamento alla vita o una paura irrazionale di morire, di andare all’inferno o in qualche altro posto dove verremmo puniti per l’eternità. È possibile e ragionevole pensare che l’attaccamento mentale ed emotivo alla materialità, ai soldi, a ciò che sprona più di ogni altra cosa gli istinti più bassi possa essere messo in gioco nel momento del transito, ma anche solo l’amore, quando si trasforma in attaccamento, può essere uno stimolo a rimanere e non andare oltre, soprattutto se entra in gioco il senso di colpa: una madre o un padre che morendo si trovano a dover abbandonare dei figli piccoli, o un figlio o una figlia che sanno che, morendo, porteranno grandissimo dispiacere alle persone che amano. Non è sempre facile, come vediamo, entrare nel merito delle dinamiche che possono spingere un defunto, costituito in larga misura di emozioni, a saper scindere ciò che è giusto da ciò che prova.

Ci sono, tuttavia, anche vincoli inversi che possono trattenere i defunti: ossia l’affetto di chi vive ancora che si trasforma in attaccamento ed egoismo e che non vuole vedere e accettare che tutto ciò che vive prima o poi deve morire e che questo ciclo fa parte dell’esistenza che conosciamo, per come la conosciamo e dalla quale non possiamo separarci fintanto che non abbiamo quanto meno completato l’intero ciclo di incarnazioni fisiche e abbiamo proceduto nel prossimo gradino di questa enorme scala evolutiva. Mi è capitato spesso di incontrare persone incapaci di accettare la morte di qualcuno che era loro caro, che quando è stato fatto loro notare che stavano trattenendo questo defunto contro la sua natura e la sua evoluzione, causandogli anche sofferenza, non volessero comunque staccarsi e lasciarlo andare. Purtroppo ci sono casi in cui le emozioni e i sentimenti possono essere insufflati di sofferenza al punto da venirne corrotti e contorti, storpiando quella che è la loro genuina franchezza e purezza.

Un altro dei motivi che possono spingere un defunto a non passare oltre è un forte peso o un impegno non risolto: un insoluto. Questo insoluto può essere legato a qualcosa che deve essere detto o anche qualcosa che deve essere fatto o completato e che preoccupa il disincarnato al punto di renderlo incapace di procedere oltre. In questo, come nel caso precedente, vedremo nel prossimo paragrafo come il ruolo di psicopompo divenga centrale anche in certe occasioni.

Il disincarnato, quindi, può decidere di rimanere e ci sono casi, fortunatamente rari, in cui questa scelta non è vincolata a nessuna delle sfuggenti motivazioni citate poco sopra, ma è dovuta a vera e propria volontà di non procedere, di rimanere qui; una volontà conscia al netto delle possibili incomprensioni. Il potere, infatti, è una delle cose più subdole che potrebbero insinuarsi e contaminare situazioni simili, andando ancora una volta a piegare e storpiare, oltre che deviare, la naturale evoluzione di un’anima. Mi è capitato di incontrare disincarnati così assuefatti al potere che avevano in vita (mi riferisco a potere materiale ed esecutivo), da indurli a resistere pur di non perderlo e continuare a esercitarlo in modo malsano, distruttivo e tentacolare, vincolando altri defunti, magari loro stessi sottoposti o legati in vita, a rimanere ancorati a fungere da veicolo e sfruttamento di potere ed energia e impedendo loro di procedere oltre, mantenendoli così in uno stato di sofferenza che potrebbe durare anni e anni.

Quando, quindi, una persona invece non rimane bloccata? Innanzitutto quando vive una relazione pacifica con la morte, quando ha una capacità di assimilare la propria esperienza di vita senza vincolarla alla paura di ciò che non conosce. Non rimane bloccata quando ha affrontato un lungo periodo di malattia che gli ha permesso di accettare che il trapasso è prossimo o quando ha avuto modo di raggiungere un’età abbastanza avanzata da accoglierlo come una liberazione dalle sofferenze terrene. Qualsiasi sia la religione che una persona segue, in genere ogni dottrina si basa su un’esistenza nell’aldilà, che comporti una reincarnazione o meno: se chi la segue è in grado di cogliere il senso reale che si cela dietro questi insegnamenti e sente di aver vissuto una vita degna, al meglio, nonostante le proprie scelte e i propri errori, non ha da temere nulla. È inoltre facile che i bambini, soprattutto in tenera età, non rimangano bloccati in quanto la loro vicinanza con la morte è inversamente proporzionale al tempo vissuto e non hanno sviluppato abbastanza il corpo mentale per distruggere questo legame.

In particolare durante le gravidanze, secondo gli studi della teosofia e anche quelli legati alle regressioni, l’anima di un nascituro che decide di incarnarsi in una data famiglia lo fa sin dal momento del concepimento. La scelta di venire al mondo o interrompere il ciclo prima della nascita, per quanto mi è dato sapere, è totalmente nelle mani del bambino, ma può essere influenzata da eventi esterni non per forza di tipo fisico. Pur tuttavia i bambini che non vengono al mondo per cause naturali o le cui gravidanze vengono interrotte è molto difficile che rimangano bloccati.

Come ogni cosa, tuttavia, ci sono delle eccezioni da prendere in considerazione e che non possono e non devono essere ignorate. Mi è capitato di vivere l’esperienza del fantasma di un neonato che faceva risuonare i suoi vagiti in una chiesa dove la sua foto era stata appesa a ricordo. La sua voce era inudibile all’orecchio umano ma ciò nonostante fu impressa nella pellicola di una videocamera e nella registrazione che io stesso ho visto, il pianto diveniva più forte man mano che, in un’inquadratura, lo zoom si avvicinava alla foto stessa. Casi come questi non sono frequenti, ma possono capitare, per quanto ci sia da considerare l’eventualità che non fosse davvero lo spirito del bambino ma solo una sua emanazione eterica.

Diverso discorso però è quello di bambini più grandi: può capitare infatti che rimangano bloccati, soprattutto se sono vittime di violenze e come tali, purtroppo, possono diventare molto più pericolosi di quanto non lo sarebbero se avessero avuto l’opportunità di diventare adulti; le loro emozioni infatti sono più selvagge e meno misurate e come tali il loro corpo emozionale è meno sgrossato, pertanto come in vita avevano di sicuro un’attività astrale molto alta, così nella morte, se bloccati per qualche motivo dovuto a rabbia o fortissima disperazione, corrono il rischio di divenire davvero feroci e trasformarsi in qualcosa di più difficile da gestire.

 

CHI È LO PSICOPOMPO E QUAL È IL SUO COMPITO

Ma di fatto, quindi, chi è lo psicopompo? Il termine deriva dal greco psykhopompós ed è composto dalle parole psykhḗ, che significa “anima”, e pompós, che significa “guida”. Pertanto letteralmente “guida delle anime”. Quando parliamo di psicopompo, quindi, parliamo di entità, divinità o persone che sono in grado, in modo diverso, di contattare e favorire il transito dei defunti per aiutarli nel viaggio verso l’aldilà. Questi contatti possono avvenire in molti modi diversi e possono essere collegati ma non vincolati a capacità chiaroveggenti, alla facoltà di vedere e poter parlare in modo diretto con i disincarnati. Tuttavia possono avvenire anche in sogno, in meditazione o semplicemente per tramiti differenti.

Il ruolo dello psicopompo rimane, quindi, quello di aiutare i defunti che necessitano di un aiuto. Quello che cambia è la forma dell’aiuto che una persona in grado di svolgere questo tipo di servizio può e decide di fornire. Di fatto lo psicopompo rimane una persona assolutamente normale che, in alcuni casi, non ha nemmeno la minima idea o desiderio di svolgere tale ruolo. Non tutte le persone che possiedono delle facoltà decidono di svilupparle e seguire un certo percorso: alcune semplicemente le vivono con ansia, disturbo e a volte anche con terrore; un po’ perché non le capiscono, un po’ perché ne hanno paura, un po’ perché non le accettano. Alcune volte hanno bisogno di un aiuto, una guida che faccia loro capire che non sono pazzi, altre volte invece, pur di vivere una vita normale, si vedono costrette a chiudere i canali e ignorare ciò che arriva loro attraverso di essi, quando ci riescono.

Se esaminiamo ad esempio il film del 1999 il Sesto Senso di M. Night Shyamalan, abbiamo di fronte a noi un chiaro esempio: Cole è un bambino di nove anni che ha la facoltà medianica non solo di vedere i defunti, ma di poter parlare e interagire con loro. Il problema è che non capisce quale sia il ruolo che ha e il motivo per cui vengono a cercarlo mostrandosi, il più delle volte, come entità rancorose, arrabbiate e violente e la loro visione, oltre che le loro reazioni, lo fa vivere in uno stato di terrore. Solo quando, con l’aiuto dello psicologo Malcom Crowe, riesce a capire che i defunti giungono da lui per chiedere aiuto, trova il suo posto e la sua serenità.

Un esempio differente invece lo abbiamo nel film di Tobe Hooper Poltergeist, del 1982, dove la casa della famiglia Freeling è soggetta a fenomeni paranormali che comportano anche la sparizione della piccola Carol Anne. Coinvolta l’eccentrica medium Tangina, questa rivela come la bambina sia in possesso di poteri che la rendono in grado di aiutare i defunti bloccati nella casa in una sorta di limbo e trattenuti da un’entità parassitaria che impedisce loro di passare oltre per sfruttare il loro potenziale energetico. Grazie all’aiuto della bambina, la medium riesce a condurre i defunti verso la luce. In questo caso il ruolo da psicopompo è più attivo e quasi rituale.

Nel film del 2010 di James Wan Insidious, invece, abbiamo modi differenti, soprattutto in tramite meditativo dove lo psicopompo entra in uno stato di trance per viaggiare nel piano intermedio tra la vita e la morte dove i defunti, bloccati, vivono un’esperienza di non vita.

Tutti e tre questi casi vanno a rappresentare, in modi diversi, quello che è il lavoro di uno psicopompo e che si può tradurre in un servizio umano e determinato al proseguimento e il favoreggiamento all’evoluzione delle anime che, se bloccate, non possono continuare il loro percorso. I casi in cui i defunti rimangono fermi, intrappolati in questo mondo intermedio sono frequenti, soprattutto su linee di massima molto ampie. Non è anomalo, quindi, che karmicamente nascano persone che possiedono o sviluppano la facoltà di poter aiutare e modificare questi stati.

Come abbiamo visto, l’anima ha la possibilità, in ogni momento, di passare dall’altra parte da sola. I motivi che possono spingerla a non fare questo passo possono essere moltissimi, talmente tanti che quelli che abbiamo valutato nel paragrafo poco sopra sono davvero effimeri. In una buona percentuale di casi i defunti quando rimangono legati al piano astrale non possiedono completamente la consapevolezza del loro stato e spesso non si rendono nemmeno conto della presenza degli esseri viventi che, tuttavia, hanno modo di percepirli in precise condizioni di sensibilità. Quando invece sono in possesso di questa consapevolezza, i defunti cercano spesso di entrare in contatto con chi può vederli, sentirli o aiutarli. In qualche modo riescono a riconoscere le persone che hanno capacità da psicopompo e cercano di attrarre la loro attenzione a volte gravitando loro intorno, sollecitandoli nei sogni e nella vita o, nel caso questi siano nella posizione di vederli, apparendo e chiedendo loro esplicitamente aiuto. Inoltre, quello che ho riscontrato è che i defunti hanno modo di comunicare e influenzarsi vicendevolmente, creando così un passaparola che fa sì che possano più facilmente trovare chi può aiutarli.

Ma perché avrebbero bisogno di aiuto se sono in grado di passare in ogni momento? Nel mezzo delle cose che non sappiamo a riguardo, ci sono, fortunatamente, alcune cose di cui siamo a conoscenza. Una di questa è che i defunti vedono ciò che vogliono vedere. In un mondo dove le emozioni sono vibrazioni e le vibrazioni influenzano la materia in modo drastico come avviene sul piano astrale, la paura di affrontare qualcosa ti rende cieco a quella cosa stessa. I defunti spesso non vedono la via di uscita perché la ignorano, perché non vogliono vederla. È in questo momento che deve e può intervenire lo psicopompo: prendendoli per mano, rassicurandoli, e guidandoli al di fuori della densa nebbia dentro cui vagano senza meta fino alla luce oltre la quale possono continuare il loro viaggio evolutivo.

Come abbiamo detto precedentemente, però, è necessario attendere un periodo di tempo prima di intervenire, stimato in quaranta giorni terrestri. L’attesa non è per nostro comodo, bensì per loro, in quanto il motivo per cui non passano in modo immediato al momento del decesso e dell’abbandono del corpo fisico è legato alla necessità di abituarsi al cambio di stato, a non affrontare la morte senza esserne preparati o magari anche a vivere e comprendere delle esperienze e delle lezioni a loro necessarie. Se noi interveniamo subito quello che facciamo è togliere loro la possibilità di comprendere, con i loro tempi, ciò che implica il cambiamento che hanno appena subito e accettarlo come parte di un ciclo naturale. Il risultato che otterremmo sarebbe che nella prossima vita potrebbero avere difficoltà legate a questo processo interrotto. In sostanza è come se imponessimo a un bambino di leggere e scrivere quando è troppo piccolo, di mangiare pappe prima dello svezzamento, se gli imponessimo di stare in piedi quando le sue gambe ancora non sono abbastanza forti da reggere il peso del suo corpo.

Sappiamo che bisogna aspettare quaranta giorni, ma trascorso questo tempo, come sappiamo se dobbiamo intervenire? Non lo sappiamo in realtà. A volte dobbiamo prendere una decisone e scegliere quindi se agire o non agire; decidere se riteniamo che sia meglio aspettare o intervenire a seconda di come si prospetta il caso che abbiamo di fronte e, di conseguenza, capire anche quale metodo usare, ammesso che siamo in possesso di più tecniche differenti. La scelta sarà determinata dalle nostre conoscenze, dalla nostra capacità, dalla situazione che abbiamo di fronte. Per questo motivo possiamo appoggiarci alle guide che, come sempre, ci consigliano e ci aiutano. Loro non solo potranno svolgere il ruolo da psicopompi al posto nostro nel caso dovessimo avere dei problemi a farlo in modo autonomo, ma potranno fungere anche da tramite tra noi e il disincarnato, nel caso in cui non si sia in grado di ricevere risposte in modo diretto. Tendenzialmente è bene tenere a mente che ogni defunto che scelga o meno di rimanere indietro dovrebbe essere accompagnato oltre e questa dovrebbe essere sempre una regola aurea da rispettare. Attesi i quaranta giorni, aiutare un disincarnato a passare non è sbagliato, purché lo facciamo consapevoli del fatto che potrebbe essergli necessario solo qualche tempo in più per passare da solo. In questo caso riuscire a intavolare un dialogo con il defunto stesso ci giunge decisamente in aiuto. Se, trascorso il periodo, rimane ancorato a situazioni che non gli appartengono più possiamo aiutarlo a ragionare sul fatto che una nuova vita lo attende e che è ora che si stacchi e vada oltre da solo.

 

DIALOGARE CON I DISINCARNATI

Nel caso in cui ci troviamo di fronte a un defunto che ha bisogno di essere ascoltato o se dobbiamo portare un suo messaggio o fare qualcosa per lui allora il nostro ruolo potrebbe diventare, a nostra scelta, quello di favorire il passaggio completando gli incarichi che lui ci dà da compiere (come nel caso del film di Shyamalan). Questo, in particolar modo, potrebbe sollevare il disincarnato da quelle che sono le sue preoccupazioni e liberalo così delle catene e dai motivi che lo trattengono ancora qui.

Se il disincarnato ha qualcosa da dirci ascoltiamolo; potrebbe non essere piacevole, anche perché non è detto che ciò che ci dice giungerà a noi sotto forma di parole di un racconto, ma più facilmente attraverso immagini e concetti che dovranno essere interpretati. La comunicazione infatti, come abbiamo visto nell’articolo sulle guide, non si muove forzatamente su binari solidi, ed essendo un dialogo astrale è più facile che avvenga tramite emozioni e richieste sotto forma di immagini che dovranno essere interpretate. Se ha bisogno di questo, però, e noi sentiamo di volerlo fare, facciamolo; non dimentichiamo tuttavia che le emozioni e i messaggi che ci porteranno raramente saranno di gioia, in quanto comunicheranno lo stato legato alle emozioni che ancora lo stanno trattenendo qui.

Quando mi capita di parlare con disincarnati mentre li aiuto, i messaggi che ricevo da loro sono di vario tipo e per lo più riguardano il modo in cui sono morti e i sospesi che hanno lasciato dietro di loro e che li trattengono. Se si tratta di morti violente, ciò che ci proietteranno nella mente saranno i loro ultimi istanti di vita, in quanto saranno le ultime cose che ricordano, e inoltre le esperienze negative hanno inevitabilmente un impatto emozionale più forte di quelle positive e saranno, per loro, fonte di angoscia. Ma dopotutto credo che sia ovvio: se una persona muore in pace e armonia è molto improbabile che avrà bisogno del nostro aiuto.

Le richieste che potremmo ricevere sono varie e disparate: un disincarnato potrebbe chiederci di andare dalla sua famiglia e dir loro che va tutto bene e di lasciarlo andare, come potrebbe indicarci dove è stato seppellito malamente il suo corpo dopo il suo omicidio o anche il nome di chi lo ha ucciso e come. Potrebbe chiederci di dire alla sua famiglia che ha lasciato in difficoltà che aveva dei soldi da parte di cui magari non sono a conoscenza o potrebbe anche solo chiederci di dire a qualcuno quanto amore prova ancora dato che non è stato in grado di dirlo abbastanza quando era in vita. Tuttavia, la maggioranza dei casi in cui ci capiterà di parlare con un disincarnato sarà solo per ascoltare la sua storia, per sentire ciò che ha da dire; a volte è come se avessero semplicemente bisogno di far sì che la loro esperienza non vada perduta, che ciò che hanno vissuto, nel bene e nel male, non sia valso a nulla. Dirlo a qualcuno, anche senza che la richiesta sia quella di diffondere il messaggio, per loro può essere abbastanza. Tuttavia il mio consiglio è quello di non fare mai promesse che non sappiamo se possiamo mantenere. Se non siamo pronti a fare ciò che loro ci potrebbero chiedere di fare, ritengo che sia saggio non dare loro false speranze. Domandatevi sempre se siete nella posizione, sia psicologica che socialmente accettabile, di andare a bussare alla porta di una famiglia di sconosciuti che magari ha appena perduto una persona cara dicendo loro che avete parlato con questa persona e che ha un messaggio per loro e che magari questo messaggio riguarda dei soldi. Quante probabilità ci sono che questa famiglia desideri ascoltarvi o pensi realmente che il vostro intento sia genuino?

Facciamo ora un’ipotesi ancora più estrema. Immaginate, come è capitato a me, che un disincarnato di una persona che è scomparsa vi comunichi di essere stato ucciso e sepolto in un bosco e vi indichi anche approssimativamente il punto dove è stato occultato il suo cadavere. Pensate bene se sareste in grado di andare dalla famiglia, che magari vive nella speranza del suo ritorno, a dire a delle figlie che il loro padre è stato ucciso e sepolto avvolto in un sacco della spazzatura, in una zona boschiva dove normalmente la gente porta i cani a defecare. Immaginate, inoltre, come potrebbe essere valutata dalle forze dell’ordine questa affermazione nel caso in cui il vostro messaggio si rivelasse veritiero e il cadavere venisse realmente trovato. Il primo pensiero logico vi collegherebbe direttamente al delitto dal momento che siete in possesso di informazioni che solo l’assassino poteva conoscere. Siete in grado di sopportare l’attenzione che questo evento riporterebbe sulla vostra vita, sui vostri famigliari? E se le informazioni che ricevete fossero falsate? Ve la sentireste di dire ad una famiglia di abbandonare le speranze perché un loro caro è stato ucciso quando qualche giorno dopo, magari, se lo vedono spuntare alla porta?

Quando un disincarnato ci parla potrebbe darci l’impressione di esprimere pochi concetti e in modo anche molto confuso: questo, come dicevo sull’articolo delle guide, è dovuto a un deficit di comunicazione e in particolare di ricezione del messaggio. Quando, tuttavia, questo messaggio ci arriva mediamente chiaro, soprattutto in stati di trance o meditazione, allora dobbiamo essere pronti a tutto il bagaglio che questo porta con sé. Qualsiasi esso sia. Potremmo vedere cose molto spiacevoli, a volte cruente, che potrebbero segnarci profondamente. Non credo che ci si possa mai sentire realmente “pronti a tutto” in questo lavoro; col tempo alcune cose possono diventare di più semplice gestione, certo, ma non è così scontato. Tuttavia gran parte delle volte questa comunicazione è esperienzialmente modificabile e noi possiamo imparare a chiudere alcuni canali quando non siamo pronti a vedere certe cose. Possiamo scegliere di non comunicare o, percependo a priori il tipo di emozioni che il disincarnato porta con sé, accettare la comunicazione oppure no. In questo caso è probabile che riceverete messaggi di malinconica saggezza in cui il disincarnato rimpiangerà di aver gettato la sua vita dietro futilità come la carriera a discapito degli affetti, la rigidità nelle relazioni avvalendosi di più regole di quelle che sarebbero state necessarie, la perdita di fiducia nel prossimo che li ha portati a essere soli ed egoisti. E questo solo per fare degli esempi semplici. “Ho speso tutta questa vita senza imparare nulla di ciò che avrei dovuto. Ho sprecato una vita intera e ora dovrò ricominciare da dove ero quando sono venuto al mondo”. Questo messaggio, formulato in modi differenti, sarà quello che riceverete con più frequenza. Sarà la cosa che vi sentirete dire più spesso e che, se vogliamo coglierlo, è un grandissimo insegnamento.