The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Capitolo 16 - Il Ruolo dello Psicopompo (Parte 2: Il Traghettatore)

LE RESPONSABILITÀ DELLO PSICOPOMPO

Quando si scopre di avere delle facoltà, il primo pensiero è, spesso, di tipo assolutamente entusiasta. Magari pensiamo che, dato che siamo in grado di condurre i morti, dovremmo mettere al servizio di chiunque questa nostra capacità, arrivando anche all’istinto di martirio. Pertanto è possibile, e anche abbastanza frequente soprattutto all’inizio, quando si è ancora immaturi nei riguardi del percorso, che il desiderio di protagonismo cominci a ingigantire il nostro ego a un punto tale da indurci ad andare a cercare i defunti per farli passare invece di lasciare che facciano il loro percorso. Questo non si traduce soltanto in una difficoltà ad attendere i quaranta giorni canonici di cui abbiamo già parlato, ma può arrivare a diventare una forma di bramosia, finanche una morbosa maniacalità che porta le persone a spulciare i necrologi per verificare chi è passato e chi no. Un disincarnato che necessita di aiuto non avrà problemi a farsi notare e se non viene da noi è probabile che ci sia un motivo, vuoi perché ha bisogno di altro tempo o perché magari può e deve essere qualcun altro ad aiutarlo, qualcuno che magari ha delle facoltà che noi non abbiamo. Non dobbiamo guarire per forza. Non dobbiamo transitare per forza. Anche se abbiamo una capacità e con molta nobiltà decidiamo di metterla al servizio di chi ha bisogno, questo non significa che dobbiamo applicare forza e prepotenza in ciò che facciamo: l’energia che ci muove deve essere sempre e solo la compassione. Dobbiamo empatizzare con ciò che ci capita intorno e non forzare la mano; ci sono leggi karmiche e universali che magari ignoriamo a cui tutti devono rapportarsi, a prescindere da ciò che noi crediamo sia giusto o sbagliato. Il nostro concetto di giusto o sbagliato è arbitrario: applicarlo con assolutismo non ci rende migliori di un dittatore.

Quando siamo di fronte a un disincarnato che ha necessità di aiuto, noi siamo di fronte a una responsabilità. Non siamo obbligati ad agire, ma siamo comunque chiamati a farlo. Di fronte a questo dobbiamo anche decidere, quindi, come vivere questa esperienza. Se abbiamo facoltà di entrare in comunicazione con lui, magari di vederlo, dobbiamo anche accettare che potrebbe essere qualcuno che noi non saremmo portati ad aiutare in condizioni normali o per le circostanze che hanno portato alla sua morte. In buona sostanza non sono solo le “brave persone” che rimangono bloccate, ma sono per lo più proprio coloro che hanno vissuto una vita poco incline alla pace interiore, che hanno commesso azioni poco civili, a volte violente, che sono tormentati dal rimorso, dal rancore, dalla disperazione. In casi come questi dobbiamo sempre ricordare che il loro stato non è una conseguenza di un intervento divino: il karma non è punizione, ma reazione a un’azione. Un disincarnato che è rimasto indietro non è qui perché deve scontare qualche pena, ma perché sta vivendo un’esperienza negativa. Nel ruolo dello psicopompo, così come in quello del guaritore, noi dobbiamo sempre ricordarci che siamo collaboratori del karma, non custodi e nemmeno dittatori. Non sta a noi giudicare chi è morto, cosa ha fatto, quali colpe potrebbe sentire di portare con sé, decretare quali siano le eventuali punizioni che riteniamo giusto che debba patire per espiare. Tutto ciò che noi pensiamo, che valutiamo, che crediamo è sempre e solo frutto di arbitrarietà.

La vita, come abbiamo detto più volte, è solo esperienza incarnata. Non importa cosa fai: puoi essere un calzolaio assolutamente onesto o il peggior gangster della malavita newyorkese, puoi essere un serial killer stupratore di bambini o un semplice impiegato di una società che produce saponi e rimanere comunque bloccato in un limbo tra la vita e la morte; le circostanze che portano a questo stato non per forza sono legate alle azioni compiute in vita e ciò che la società civile pensa di queste azioni, bensì a cosa pensiamo noi stessi di queste azioni. Questo processo avviene per via del fatto che ogni azione e ogni conseguente reazione uguale e contraria che viene messa in moto durante la vita è karma e come tale è esperienza. L’esperienza in sé stessa è pura e incontaminata perché è privata di ciò che è il bagaglio emotivo e mentale che potrebbe portare con sé e pertanto non è in alcun modo vincolata, giudicata e manipolata dal pensiero comune e dai concetti culturali e generazionali di bene e male. Pertanto un omicidio, che rimane un atto efferato, incivile e distruttivo, perde quella che è la sua carica negativa e rimane solo esperienza fine a sé stessa (sia nel subirlo che ne commetterlo), esattamente come avverrebbe con un gesto di grande carità come salvare una vita o aiutare qualcuno in difficoltà. Se la lezione è appresa non è escluso che una persona che in una vita commette un omicidio nella vita seguente sia un pacifista, proprio perché ha esperito ciò doveva a riguardo ed è andato oltre.

Quando noi ci troviamo di fronte a un disincarnato che ci racconta la sua storia o di cui noi conosciamo una versione (magari perché è una persona famosa) non dobbiamo, quindi, fare l’errore di giudicarla; è decisamente improbabile che ce la stia raccontando perché vuole un nostro parere, ma perché ha bisogno di dirci qualcosa. Allo stesso modo, e ancora più grave, è un errore enorme decretare di volerlo aiutare o meno ad andare oltre decidendo sulla base del nostro punto di vista nei riguardi delle azioni compiute in vita.

Nella gestione dei disincarnati prima o poi ci capiterà di dover andare a disinfestare delle case dove una o più persone che ci vivono denotano problematiche di tipo psichico. Questo avviene, nella maggioranza dei casi, perché uno o più abitanti della casa possiede doti medianiche non sviluppate, inibite o represse, e qualche disincarnato, magari anche legato alla sua stessa famiglia, sta cercando di stabilire un contatto per qualche motivo. Quando ciò capiterà è una questione di tempo prima che ci ritroviamo di fronte al caso in cui una persona si opponga al lavoro di transito dei defunti. Spesso l’attaccamento, definibile come il lato ombra dell’affetto, fa il suo gioco rendendo difficoltoso un distacco tra il vivente e il defunto; un legame, quindi, che invece di sciogliersi finisce con il cementarsi e trattiene il defunto dalla sua naturale evoluzione.

In questo caso noi dobbiamo tenere a mente che il nostro servizio va al karma e, di conseguenza, all’evoluzione dell’essere umano sopra ogni cosa. Una persona vivente, in quanto incarnata, ha sempre il tempo, il modo e la possibilità di metabolizzare qualsiasi tipo di dolore, sofferenza e quindi esperienza che si può trovare a dover affrontare nella vita. I vivi possono piangere i loro morti anche per anni, sopravvivere e andare oltre, se ci riescono, ma comunque disporre della loro vita come meglio credono per tutto il tempo che si sono essi stessi concessi. I defunti che sono bloccati e che non riescono ad andare via perché incatenati da quegli stessi viventi che li amano al punto da non permetter loro di procedere oltre questa scelta, invece, non ce l’hanno. Il tempo che un disincarnato spende in uno stato di non vita, sospeso in un limbo da cui non riesce a sfuggire, è tempo che lui non ha modo di investire nella sua evoluzione; sono tempo ed esperienza sprecati.

La natura ci insegna che nulla di ciò che esiste finisce sprecato, perché tutto fa parte di un ciclo di trasformazione dove la creazione e la distruzione sono solo apparenze e tutto è al servizio, invece, dell’evoluzione. Non permettere, quindi, a un disincarnato di procedere oltre con la sua reincarnazione non è solo una forma di violenza dettata dall’egoismo dell’attaccamento, ma anche una abnegazione del motivo stesso e supremo che spinge un’anima a incarnarsi. Quando ci troviamo di fronte a situazioni in cui dei viventi, venuti a sapere che una persona a loro cara è ancora con loro in casa, ci chiedono di non portarla dall’altra parte, noi abbiamo la responsabilità di pensare, in primis, a quello che è il bene per i defunti stessi. Anche se siamo stati chiamati da delle persone vive a risolvere un problema, nel momento in cui siamo coinvolti la priorità va data ai morti. Ciò che i vivi vorrebbero o concupiscono non è e non deve essere una nostra preoccupazione fintanto che è coinvolto anche il destino ultimo di un defunto.

Il mio consiglio, in casi come questi, è quello di parlare con gli abitanti della casa e spiegar loro con il maggior tatto possibile qual è la situazione. Se amano davvero quella persona, sapere che non è in pace dovrebbe essere, per loro, un giusto sprono a lasciarci fare ciò che dobbiamo. Se, tuttavia, questo non basta non dobbiamo comunque lasciar loro la scelta. In ogni istante facciamo loro capire che non è una questione di consultarsi e decidere il da farsi; non sta a loro decretare chi deve rimanere o chi deve andare più di quanto siano in potere di decidere chi vive e chi muore. Non stiamo loro chiedendo cosa fare o il permesso per farlo: noi stiamo comunicando ciò che è successo e ciò che avverrà; li stiamo avvisando dello stato della persona a loro cara in modo che possano dare un ultimo saluto, ricevere o lasciare un ultimo messaggio, ma poi agiremo a prescindere da ciò che loro vorrebbero o non vorrebbero.

 

LO PSICOPOMPO NELLE CULTURE

Il termine psicopompo si è sempre usato, in mitologia, per riferirsi a quelle divinità, appartenenti a svariati pantheon differenti, che avevano lo scopo e la capacità di condurre le anime verso l’aldilà, aiutandoli nelle difficoltà del viaggio, affinché non avessero a perdersi per strada. Nel corso del tempo e in diverse culture, tuttavia, questo ruolo è stato riconosciuto e si è diffuso anche tra gli esseri umani, andando quindi a identificare coloro che, per qualche motivo, hanno contatti con i defunti o sono scelti da divinità sepolcrali; persone, quindi, che hanno un forte legame con la morte al punto da poter valicare i confini del mondo denso per aiutare i defunti che in qualche modo ne hanno bisogno a passare dall’altra parte.

Nella mitologia e nelle religioni abbiamo tre tipi di “viaggio infero”. Il primo è quello compiuto dai viventi, in genere eroi, che viaggiano nel mondo dei morti affrontando le difficoltà che ne derivano per poi ritornare. Nel classicismo, questo processo è noto come catabasi ed è ciò che è stato narrato nei poemi, nelle ballate e nelle opere che narravano le gesta di persone famose che, per motivi più disparati, hanno dovuto affrontare un viaggio periglioso nelle regioni più abissali degli inferi per tornare indietro e raccontare la propria esperienza. In questo caso, nel mito, si narra di un viaggio di tipo “fisico” che viene interpretato come metafisico e psichico da un punto di vista psicanalitico. Mi riferisco in particolar modo ai miti eroici di Enea, Eracle, Orfeo, Odisseo, Psiche, Tèseo e Piritoo. In ognuno di questi casi persone viventi, a volte accompagnate da guide, come il caso di Enea che viene accompagnato dalla Sibilla Cumana, abbiamo a che fare con persone viventi che intraprendono un viaggio nel regno dell’Ade con precisi scopi: Eracle deve compiere un’ordalia, l’ultima delle sue fatiche, Orfeo vuole strappare Euridice dall’abbraccio di Persefone, Odisseo vi si reca per incontrare l’indovino tebano Tiresia, Psiche sta svolgendo i compiti assegnatile da Afrodite affinché le fosse concesso stare con Eros, Tèseo invece si inoltra negli inferi per accompagnare l’amico Piritoo, che vuole chiedere in sposa la dea degli inferi.

Il secondo tipo di viaggio è quello iniziatico che vede come protagonisti divinità, come il mito greco di Persefone, quello sumero di Inanna, quello gallese di Pwyll, quello nordico di Odino, e che divengono, in questo topos, anche dei veri e propri miti eziologici, atti a spiegare i fenomeni naturali quali, ad esempio, la morte e la rinascita della natura attraverso le stagioni. 

Nelle culture abbiamo poi il terzo tipo di viaggio, quello che coordina uno scopo determinato da un “giudizio” e quindi un trapasso per la destinazione dell’anima dopo la morte. Non siamo, quindi, di fronte a un viaggio fisico, ma di tipo spirituale e metafisico. Questo tipo di viaggio, legato in particolar modo all’antico Egitto, è noto come psicostasia e ci racconta di quali siano le travagliate vicissitudini che un’anima deve affrontare per giungere, infine, alla meta ultima. Anche per i norreni, così come per le religioni semitiche, esiste un tipo di “giudizio” atto a permettere a un’anima di giungere o meno a una destinazione di pace. Mentre per i norreni era propriamente il modo in cui si affrontava la morte e come la si otteneva a fare la differenza per ottenere il diritto di risiedere nel Valhalla, per gli egizi e per le altre popolazioni le azioni compiute in vita influivano su quello che poteva essere in verdetto. Anche qui si parla, quindi, di un viaggio di tipo metafisico, per il quale era spesso necessaria una ritualità precisa e un preciso trattamento delle spoglie affinché l’anima potesse trovare la via.

Come è ben chiaro, tutte le religioni nascono e si articolano intorno a dei culti sepolcrali e basano la loro mitologia e la loro teologia sulla sopravvivenza o destinazione dell’anima dopo la morte. Nessuna religione è esclusa da questo concetto, nemmeno l’ateismo, che per sua natura non prende in considerazione l’esistenza dell’anima o di alcuna divinità. Dal punto di vista del lavoro da psicopompo, spesso sono proprio i culti e il trattamento del corpo dopo la morte a fare la differenza tra un trapasso problematico e uno esente da difficoltà. Quando una persona è fortemente legata ad una certa religione, il fatto che non siano stati rispettati dei precisi dogmi dottrinali legati alla sepoltura può portare l’anima del defunto a non accettare di ritenersi degna al passaggio, o di sentirsi impossibilitata ad andare oltre, rimanendo di fatto bloccata tra i mondi. Per fare degli esempi, un cristiano non sepolto in terra consacrata o con precisi riti, un semita che viene sepolto senza che il corpo sia integro o un mussulmano che viene sepolto con la testa non rivolta verso la mecca.

Si tratta, in linea di massima, della medesima situazione che spesso ci troviamo ad affrontare quando entriamo in contatto con defunti che temono di finire all’inferno perché sanno di non aver rispettato i dettami dei dieci comandamenti o non hanno vissuto una vita da timorati.

Ogni cultura, quindi, accetta l’idea che i defunti possano “perdere la via” e rimanere “anime perdute” tra un mondo e l’altro e si adopera a far sì che possano trovare la luce. Di conseguenza ogni cultura, quindi, accetta il ruolo dello psicopompo, ma lo fa spesso da un punto di vista rituale attraverso preghiere e riti per i defunti, svolti spesso durante le festività a loro dedicate. Spesso questo processo eventuale viene utilizzato anche come propaganda per favorire l’adesione religiosa, ponendo delle condizioni che non sarebbero vincolanti se non nello stretto ambito dei fedeli di quella stessa dottrina.

Parliamo ad esempio del “limbo” dove i cristiani ponevano i non battezzati: si tratta infatti di un luogo di mezzo tra la vita e la morte dove le anime che vi rimangono bloccate non trovano l’accesso per la beatitudine paradisiaca. In questo stesso limbo, secondo la religione cattolica, finivano anche i bambini che erano morti prima di avere il tempo di essere battezzati. Ma questo, di fatto, non è mai stato un dogma di fede, bensì un’ipotesi teologica che fu rivista dal Cardinale Ratzinger nel 1984 e abolita da lui stesso nel 2007 dopo essere stato eletto papa. Benedetto XVI quindi rifiutò e annullò del tutto una visione che era stata pronunciata e applicata sin dai Concili Ecumenici, come il Primo Concilio Vaticano del 1968 presieduto da Papa Pio IX, ma che fu ipotizzata anche da Giobbe e Tommaso e definita nei vangeli di Giovanni e Marco.

Senza entrare troppo nel teologico, chi abbraccia la religione cristiana e i suoi dogmi, aderisce pertanto alla visione cosmogonica che ne compete. Di conseguenza e per estensione, a differenza di come ci viene imposto dalle religioni monoteiste, chi non lo fa non ne viene in questo modo incluso e si appoggia su quelli che sono, invece, i dogmi e la cosmogonia della religione che decide di abbracciare. I fedeli, pertanto, delle diverse religioni rimangono bloccati per motivi differenti, spesso legati ai dogmi di fede che hanno deciso di seguire.

Come nelle culture semitiche il ruolo dello psicopompo come tale non esiste in sé stesso in quanto è legato alla preghiera e ai rituali svolti in ambito religioso dai ministri del culto, nelle culture sciamaniche questo ruolo è riservato allo sciamano. Ogni sciamano è psicopompo, proprio perché, in quanto viaggiatore e metamorfista, presiede ai cancelli di ingresso e uscita, sia alla nascita che alla morte. Nelle sue metamorfosi, inoltre, si appoggia a degli animali che, per tradizione, svolgono questo ruolo. Alcuni di questi animali sono: lo sciacallo, il corvo, il passero, il merlo, il caprimulgo, il lupo, il gatto, il cane, il cavallo, il colibrì, la lontra, il cervo, il coniglio, il luccio e la talpa.

Il ruolo dello psicopompo diviene trasversale alle tradizioni e lavora quindi su chiunque ha bisogno, a prescindere da quello in cui credevano in vita, ma tutte le culture, anche quelle cristiane, vanno a identificare nel ruolo di psicopompo delle precise entità di origine divina. Per citarne alcune nella mitologia greca possiamo nominare Hermes, Caronte, Apollo e anche la stessa Hecate, Mercurio per i romani, Odino per i norreni, Wotan per i germani, Chernunnos per le popolazioni celtiche, Arawn per i gallesi, Anubis e Osiride per gli egizi, Nergal ed Ereshkigal per i babilonesi e i sumeri, Mitra per gli iraniani, Charun e Vanth per gli etruschi, Yama e Agni per gli induisti, Ankhou per i bretoni, la Morrigan e Scathach per gli irlandesi, Enma e gli Shinigami per i giapponesi, Ixtab, Hunakau e Ah Puch per i maya, Xolotl, Tlazolteoltl, Mictecacihuatl e Mictlanteculhtli per gli aztechi, Oyà (nota come Iansà Balè nell’aspetto cimiteriale) per gli yoruba, Guédé e Baron Samedi o Papa Legba per le religioni voodoo e la Santeria. Nelle religioni semitiche questo ruolo è affidato a San Michele Arcangelo che è il giudice divino e pertanto svolge anche il ruolo di accompagnatore dei defunti.

Molte di queste divinità sono anche affiancate in questo ruolo da alcuni animali, a volte prendendo le loro stesse sembianze in quanto simbolo di morte o trasformazione, come ad esempio è il caso dei corvi della Morrigan e di Odino, o le sembianze di sciacallo di Anubis, i mastini di Hecate, le corna da cervo di Chernunnos.

 

LE ENTITÀ PSICOPOMPE

Mia nonna morì nel 1987, quando io avevo nove anni, in seguito a una lunga degenza in ospedale dopo un ictus cerebrale all’emisfero destro che comportò un’emiparesi al lato sinistro del corpo. Quando andavo a trovarla, insieme ai miei genitori, non era quasi mai cosciente o, se lo era, non era in grado di riconoscermi. Ero un bambino, ma ricordo benissimo che mentre era in lunga degenza un giorno disse a mio padre che si era alzata e che aveva camminato a fianco del letto. Inutile dire che quello che aveva affermato non era possibile dal momento che aveva una flebo nella coscia ed era paralizzata al punto da avere le piaghe da decubito. Qualche giorno dopo ricordo anche disse a mio padre che il marito, morto anni prima che io venissi al mondo, era venuto a trovarla. Non mancò molto che la spostarono in una stanza separata dalle altre e in pochissimo tempo morì. Un’esperienza simile mi è stata raccontata anche da altre persone, ora qui ora là, e ho letto di episodi identici in molte circostanze differenti. Spesso, quando una persona è in prossimità della morte e ne è cosciente, si ritrova a vivere esperienze particolari che magari in uno stato normale non considererebbe altro che frutto della fantasia. Sono eventi che capitano anche ai più scettici, a chi ha vissuto una vita totalmente asettica da un punto di vista religioso, completamente asciutta a livello spirituale e che possono tradursi in sogni, esperienze di uscita dal corpo, visioni in stato alterato di coscienza o veri e propri stati di chiaroveggenza e chiarudienza. Non sono cose che capitano a tutti o almeno, non tutti hanno avuto il modo, il tempo o la facoltà di poterle raccontare. Per quanto misteriose e affascinanti, sono molti i casi di persone che hanno avuto esperienze di pre-morte e che hanno raccontato, in linea di massima, eventi con circostanze simili gli uni agli altri, al punto da creare una mitologia legata al momento del trapasso. Una cosa interessante è che, spesso, le persone che sono prossime alla morte narrano di ricevere visite di parenti defunti che giungono a “preparare il terreno”. Alcune avvisano che presto verranno a prenderle, avvisandole che il momento è prossimo, mentre altre semplicemente vengono a trovare le persone, tranquillizzandole e spiegando loro che andrà tutto bene. Questo processo è molto comune e interessa anche il momento del trapasso: l’anima spesso viene “accompagnata” da un’entità spirituale che la conduce fino al punto in cui, nella luce, questa incontra i parenti o gli amici defunti che la attendono.

Queste figure di transizione hanno moltissimi nomi e sono state rappresentate in molti modi. Uno dei più interessanti è quello che appare nel film del 1998 di Brad Silberling: City of Angels, in cui Nicholas Cage è uno di esse e il suo compito è quello di avvicinarsi alle persone che sono prossime alla morte attendendo il trapasso, per poi aiutarle nel cambio di stato in attesa che passino nell’aldilà. Nel film, che si basa su una cosmogonia cristiana, si riferisce silenziosamente a queste entità come ad angeli, pertanto esseri divini che non sono mai stati incarnati e, quando si palesano agli esseri umani, lo fanno con sembianze che ricalcano l’aspetto che hanno nel mondo spirituale: uomini (e solo uomini) che rispettano un ideale di bellezza occidentale. Nel caso delle persone che sono in prossimità della morte, invece, abbiamo a che fare con defunti e persone note. La domanda che mi sono sempre posto a riguardo è: sono davvero i nostri defunti a venire a parlarci e a prepararci al passaggio?

Nel corso dei miei studi a riguardo posso dire che non è così, ma che si tratta di entità che svolgono un preciso scopo, che è quello di preparare il defunto al prossimo trapasso affinché non abbia a perdersi. Queste entità possono essere viste o percepite da chi è in possesso di alcune facoltà medianiche o da chi è in prossimità della morte. Quando la morte è vicina, infatti, anche negli istanti che precedono il decesso, l’anima comincia il processo di disgiunzione che non è sempre immediato. Durante questo periodo, che può durare anche dei giorni (o nel caso del coma anche mesi o anni), il defunto è ancora attaccato alla vita ma attratto dal piano sottile e comincia a vivere ciò che è un’esperienza di transizione in cui rimane con un piede da una parte e uno dall’altra. In questo stato gli è possibile interagire con le entità sottili che, normalmente, sono erranti nel nostro piano e capire ciò che sta avvenendo in modo da prepararsi. Per aiutarlo in questa fase confusa, giungono al suo capezzale queste entità, le quali sono a conoscenza del suo stato e che si prendono cura di lui. Il fatto che prendano le sembianze di una persona a cara, ivi comprese le movenze, il tono di voce e la memoria di ciò che ci può essere da prova della loro genuinità, non è per ingannare qualcuno (in questo caso), ma per facilitare la comunicazione. Vedere una persona che conosciamo e che sappiamo essere morta dinanzi a noi ci rende di sicuro più propensi ad accettare le spiegazioni che questa ci deve dare. Questo tipo di entità, che noi chiamiamo Entità di Passaggio, hanno la capacità (come moltissime altre coscienti presenti sul piano astrale) di leggere dentro di noi e di poter apparirci nella forma che noi troviamo più consona.

A differenza, tuttavia, di vere e proprie entità psicopompe, le Entità di Passaggio non gestiscono solo il transito, ma si avvicinano alle persone nel momento in cui queste sono prossime alla morte. Se, per qualche motivo, le condizioni dovessero cambiare, semplicemente si allontanerebbero. Se, tuttavia, la persona dovesse morire, loro potrebbero aiutarla nel comprendere quello che è il suo nuovo stato e accettarlo. La scelta, tuttavia, di andare con loro o di rimanere, come dicevamo, rimane sempre nelle mani del defunto, il quale, se rimane intrappolato in un vizio di dolore, sofferenza e attaccamento alla materialità, potrebbe anche smettere di vederle o allontanarle. Come diceva il bambino Cole a Malcom ne Il Sesto Senso: “Vanno in giro come persone normali, non si vedono tra loro. Vedono solo quello che vogliono vedere; non sanno di essere morti”. Uno stato, questo, che può cambiare nel momento in cui subentra un’evoluzione, una maturazione del defunto stesso e che lo può portare a tornare a vedere le Entità di Passaggio e poter così risolvere da solo la sua situazione. Nel caso questa cosa non avvenga, lo psicopompo ha la capacità di trovare il defunto e aiutarlo, anche solo prendendolo per mano come se fosse un cieco e conducendolo verso la luce.

Nel corso del tempo, quindi, le Entità di Passaggio hanno preso moltissimi nomi e forme e tuttora vengono riconosciute come angeli per alcuni, defunti per altri. Per quello che riguarda il nostro lavoro, collaborare con loro ci permette di facilitare il passaggio di chi desidera morire ed è pronto per questo passaggio e anche di stabilire le condizioni di un malato sulla base della presenza o meno di queste entità al suo capezzale.

I METODI DI TRANSITO

I metodi per aiutare un defunto a transitare oltre sono innumerevoli, ma possono essere distinti principalmente in due macro categorie: il metodo assistito e quello autonomo. Nel metodo assistito noi ci appoggiamo su una entità esterna: una guida, una divinità, un animale di potere, che ci aiuti a guidare l’anima del defunto oltre i confini. Nel metodo autonomo, invece, noi svolgiamo questo lavoro totalmente da soli.

Nessuno dei metodi che noi possiamo decidere di adottare è esente da pericoli. Questo è bene saperlo sin dall’inizio. Lo psicopompo possiede la capacità di viaggiare attraverso i mondi e di riunire ciò che è spezzato, recuperando i frammenti di un’anima e integrandone la forma, ma senza esperienza e capacità e senza un corretto addestramento nemmeno la strega o lo sciamano più saggio rimane incolume durante la discesa. Essere psicopompi non è un lavoro per tutti, e soprattutto non è qualcosa che si può fare solo perché ne abbiamo desiderio. Dobbiamo ricevere una chiamata per diventare traghettatori. Questa chiamata può giungerci da divinità che ci scelgono o essere preannunciata anche da facoltà medianiche, da esperienze e particolari legami con la morte e con l’aldilà. Non è un compito che può essere svolto da chiunque, ma soltanto da chi ne ha le facoltà.

Alcune persone ritengono che seguire una via di stregoneria o di sciamanesimo implichi automaticamente essere psicopompi. Mi dispiace deludere qualcuno con questa affermazione, ma non è così. Conosco molte persone che sono streghe, anche di talento, ma che non sono in possesso di questa capacità; non hanno ricevuto la chiamata. Questo significa che le loro energie sono centrate su altro in quanto il cammino di saggezza che segui non determina cosa devi o cosa devi saper fare, ma ti aiuta a capire chi desideri essere. Sforzarsi di fare qualcosa che non è nelle nostre corde ci allontana semplicemente da ciò che dobbiamo realizzare davvero, oltre a indurci a farla male, e soprattutto a farci correre dei rischi inutili.

Il metodo autonomo è, in genere, usato da persone autodidatte: è usato prettamente da chi ha vissuto da sempre con questa capacità e ha dovuto destreggiarsi sin da bambino con le proprie facoltà, magari facendoci a pugni, vivendo fino in fondo, magari in modo incompreso, la paura di ciò che significa e comprendendo quindi come agire. Il metodo assistito, invece, è quello più usato, insegnato e quindi consigliato perché ci permette di poter conoscere le nostre capacità un po’ alla volta, magari con un certo distacco, e riuscire, in questo modo, a non venirne travolti.

Quando e se capiamo di essere psicopompi e superiamo le nostre paure iniziali, dobbiamo affrontare quello che è il nostro ego, che ci può indurre nella tentazione di fare ciò che facciamo per soddisfazione personale e non per dare un servizio e un aiuto a chi ha bisogno. Ma una volta compreso quello che è il nostro ruolo abbiamo bisogno di un metodo che ci sia funzionale, adeguato a quella che è la nostra affinità e soprattutto che sia il più sicuro possibile. Per apprendere questo metodo nella stragrande maggioranza dei casi ci serve un maestro: qualcuno che svolga già questo ruolo, che conosca quelle che sono le difficoltà e che possa insegnarci sia come fare che come affrontarle, a partire, quindi, dal cercare, trovare e imparare a lavorare con le nostre guide.

La Tecnica Rituale. Questa tecnica può avere moltissime declinazioni ed è quella utilizzata dai preti cattolici. Nel loro caso consiste in un rituale che richiede l’intervento della divinità ponendola all’ascolto delle preghiere volte ai defunti. Nel nostro caso, invece, si tratta di tutta un’altra faccenda.

La tecnica rituale si appoggia comunque sull’ausilio di divinità psicopompe legate al pantheon che seguiamo. Nello specifico vi ho già elencato alcune divinità con questa peculiarità di diverse culture. Ognuna di esse è diversa e richiede approcci diversi. Ho sempre consigliato di conoscere il più possibile le divinità con cui vogliamo avere a che fare prima di lavorarci. Questa volta lo suggerisco ancora più caldamente. Se nessuna divinità è, di per sé, benevolente a prescindere, quelle infere, sepolcrali e cimiteriali lo sono ancora meno: che si tratti di guardiani, traghettatori, viaggiatori o protettori dei morti, avere a che fare con loro non è uno scherzo e non bisogna farlo se non siamo assolutamente pronti e consci di ciò che stiamo facendo. Le divinità che hanno insite dentro di loro un aspetto ctonio sono anche quelle che risvegliano e amplificano le capacità e gli aspetti della nostra ombra. Averci a che fare implica il dover affrontare anche aspetti più oscuri del nostro essere, con tutto il bagaglio culturale legato alla morte e agli inferi.

La struttura rituale che si userà, quindi, sarà legata alla divinità con cui lavoriamo e implicherà cinque fasi importanti: la chiamata della divinità con offerta adeguata, la chiamata ai morti con offerta per attrarli, l’apertura della porta per favorire il transito, la chiusura della porta dopo che sono passati e il ringraziamento alla divinità. Queste fasi principali non dovrebbero mai essere sottovalutate, per nessun motivo.

La tecnica rituale è molto potente e non deve essere usata alla leggera o solo per “provare a vedere cosa succede”. Se nella migliore delle ipotesi non succederà nulla, potremmo anche chiamare a noi defunti che non siamo in grado di far passare oltre e che potrebbero renderci la vita difficile o, peggio, entità infere, larve e parassiti erranti che potrebbero infestarci o agganciarsi al nostro corpo eterico o astrale causando problemi di natura sottile e anche fisica.

La Tecnica Ipnotica. La seconda tecnica che possiamo valutare è quella meditativa, legata al viaggio e alla trance. Questo tipo di tecnica è quella usata dagli sciamani e comporta una capacità e una conoscenza dei metodi adatti ad andare in trance o comunque in uno stato meditativo profondo. Ancora una volta sconsiglio vivamente chiunque di praticare questa tecnica fintanto che non si padroneggiano in modo autonomo e completo le tecniche sicure per gestire le difficoltà. Non ritengo che queste tecniche possano essere apprese da autodidatta, ma è necessario venire istruiti e seguiti da un maestro; magari seguire un corso guidato che ci porti a conoscere i passi necessari per muoversi in sicurezza.

Premesso questo, la tecnica di trance è e nello stesso tempo non è paragonabile a un viaggio astrale vero e proprio. Perché rispetta e non rispetta i requisiti di un viaggio astrale? Si svolge indicativamente come un viaggio astrale, ne ricalca alcune conformità, in primis perché il luogo dove viaggeremo è parte del piano astrale inferiore e poi perché coinvolge il nostro corpo astrale che proietterà la propria coscienza all’esterno, estendendola dal proprio corpo. Di contro non è un viaggio astrale vero e proprio perché il nostro viaggio ci porterà in un luogo metafisico che ha confini con molti piani differenti e a cui ha accesso. Definirlo un viaggio astrale è, pertanto, una notizia non completamente corretta. È qualcosa di più simile a un viaggio sciamanico, il quale, per quanto ne rispetti alcuni requisiti e similitudini, non è di suo un viaggio astrale. Come tale, anche questa tecnica richiede una cosmogonia precisa su cui appoggiarsi che può essere già esistente (pertanto legata ad un pantheon), del tutto nuova e funzionale (quindi creata ad hoc), oppure esplorata e descritta, così come sta avvenendo con chi, durante il viaggio sciamanico, sta cercando di tracciare una mappa del mondo di sotto. Quello che ci serve è un mondo in cui muoverci in sicurezza.

Ciò non toglie che, in caso di bisogno, possa essere necessario utilizzare una oobe o un viaggio astrale, sempre se siamo in grado di destreggiarsi con queste tecniche. Tuttavia, per mia esperienza, in occasioni come queste il viaggio per via trance o meditazione, seppur non esente da rischi, è più sicuro.

Durante un lavoro svolto in una casa ho avuto necessità di uscire in astrale per sistemare una situazione con un possibile maleficio. Nel seminterrato una persona si era tolta la vita impiccandosi, ma io e il mio maestro avevamo sistemato la situazione in altro modo prima di cominciare il lavoro. Per mia assoluta mancanza, non avevo dato abbastanza peso al rischio che correvo; il disincarnato bloccato era ancora lì e mi ha aggredito in astrale, cogliendomi alla sprovvista. Il tempo passato nella sofferenza l’aveva trasformato completamente in qualcosa di diverso: a vista non aveva più nemmeno le sembianze di un essere umano. In quel momento ho dovuto ritirarmi per difendermi e il mio maestro mi ha riportato indietro di colpo vedendo che ero in sofferenza astrale. Questo non solo mi ha causato delle ferite astrali con perdita di brandelli di corpo, ma ha comportato il mio dover ritornare in un secondo momento in astrale nello stesso luogo per doverli recuperare. La volta seguente, tuttavia, non ho fatto questo viaggio da solo, ma guidato e assistito da mia moglie che mi ha aiutato e difeso nella mia debolezza momentanea finché non ho recuperato ciò che dovevo.

Questo processo di “perdita” di pezzi astrali è noto anche nello sciamanesimo, per il cui recupero si usa una tecnica nota come “Recupero dell’Anima”, di cui il Bardo ha parlato nei suoi articoli a riguardo. Per quanto esistano mezzi e tecniche per guarire dalle ferite astrali che riportiamo, io sconsiglio vivamente di svolgere queste pratiche se non si è assolutamente sicuri di essere in possesso delle conoscenze e delle capacità necessarie a non farsi male. Il dilettantismo può esserci fatale.

Durante i viaggi, inoltre, dobbiamo tenere conto che avremo di fronte fisicamente i disincarnati che, con tutto il loro bagaglio di sofferenza, disperazione, angoscia e carica negativa in genere, potranno non avere più un aspetto piacevole e per via delle cariche emotive che li hanno manipolati, piegati e storpiati nella loro essenza, potranno risultare anche ostili, aggressivi e poco inclini a essere aiutati, quanto meno all’apparenza. Come ho spiegato nell’articolo sugli strumenti e in quello sulle tecniche preparatorie, essere protetti non è importante: è fondamentale. Solo se protetti da eventuali attacchi possiamo essere utili, abbassando la carica negativa che portano, annullandola e potendo così liberarli dal loro stato. Un disincarnato radicato in genere è frutto di una morte di origine violenta e pertanto a livello astrale è fortemente instabile; probabilmente non ci vede per quello che siamo, ma ripercorre gli stati della sua vita, le persone che lo hanno ferito o le motivazioni che lo hanno portato alla morte.

Parlare con questi disincarnati non è sempre un metodo funzionale; nella maggioranza delle volte non ci sentiranno nemmeno perché stanno rivivendo momenti angoscianti della loro esistenza passata. Quando ci riusciamo, tuttavia, è perché la loro consapevolezza non è del tutto storpiata e contorta e possiamo ottenere risultati insperati. Quando non è possibile potrebbe essere necessario capire e decidere nel minor tempo possibile come comportarci e poi agire: questo potrebbe voler dire chiedere aiuto a qualche entità più alta che giunga in nostro aiuto e li ripulisca dello strato emozionale negativo da cui sono afflitti per il tempo che ci è necessario per parlare con loro e condurli dall’altra parte. Come sporcizia, sotto quella maschera spaventosa e distruttiva sono spiriti dolenti che hanno bisogno di aiuto. Del nostro aiuto.

Il Metodo Visualizzativo. L’ultimo metodo di cui parlerò è il metodo più usato, quello visualizzativo. In questo caso non dobbiamo né viaggiare né fare rituali, ma dobbiamo avere la capacità di riconoscere chi abbiamo intorno ed essere in grado di condurli dall’altra parte. Questo metodo può essere usato anche in sogno, nel caso si sia in un sogno lucido, manipolando la realtà astrale e creando un collegamento diretto con la sorgente. Allo stesso modo può essere e viene usato durante gli stati consci, aiutando i disincarnati che ci vengono a chiedere aiuto. Questo tipo di metodo implica comunque l’ausilio delle guide che, chiamate, condurranno il defunto dall’altra parte senza che abbia a perdersi. Molti, istintivamente, usano questo metodo per aiutare le persone defunte cui magari sono legati: magari visualizzano una luce distante nell’oscurità e la persona che cammina verso quella luce, trovando la pace. La visualizzazione, tuttavia, per quanto strumento potente, non è abbastanza in sé stessa a svolgere questo lavoro; è sempre necessario avere le capacità da psicopompo, averle sbloccate e non aver paura di usarle.

Abbiamo esplorato, in queste righe, alcuni dei punti salienti sulla pratica da psicopompo, su quelli che possono essere definiti i suoi doveri, le sue capacità e anche sui metodi che potrebbe usare. So che molte persone sono affascinate da questo mondo e per puro spirito di conoscenza o curiosità vorrebbero farne parte, magari solo per comprenderlo, per avere delle risposte a domande universali o magari perché spinte dal desiderio di avere un’ultima possibilità di parlare con una persona cara. Mi dispiace deludere le aspettative, ma non sono queste le motivazioni adatte: la prima cosa importante da non dimenticare mai è la responsabilità che abbiamo nei confronti di chi ha bisogno di aiuto; la stessa che abbiamo come guaritori, motivo per cui spesso le due vie sono collegate, parallele e spesso intersecate.

Molte persone, soprattutto negli ultimi anni, da quando è iniziato un lento “risveglio” sulla spiritualità, hanno scoperto di possedere queste capacità. Alcuni ancora non sanno di averla. Molto spesso i defunti mostrano la loro presenza con intenso profumo di fiori. In genere chi ha capacità da psicopompo in meditazione o anche nella vita avverte la loro presenza attraverso la percezione di un inconfondibile profumo di rose di cui non si sa spiegare l’origine. Alcuni hanno paura di queste capacità e le rifiutano, chiudendo i canali di comunicazione, vuoi per religiosità, vuoi per razionalità. A molte di queste persone che mi capita di conoscere e aiutare, io spiego che c’è sempre un motivo per cui siamo in possesso di alcune facoltà, ma il fatto di averle non ci mette comunque nelle condizioni di essere obbligati moralmente a imparare a farne uso. Se però decidiamo di sì, allora dobbiamo affrontare la verità di ciò che siamo e smettere di avere paura; solo dopo potremo metterci al servizio di questo potere e fare ciò che possiamo per aiutare al meglio sulla base delle nostre possibilità.