The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Capitolo 17 - Rituali e Cerimoniali (Parte 1: Preghiera e Sacrificio)

 

RITUALI E CERIMONIALI

ALLEATI DIVINI

Da sempre l’uomo si rivolge alle divinità per avere aiuto ad affrontare le difficoltà, per ottenere risposte e per cercare conforto. James Frazer, antropologo di fama internazionale e autore del Ramo D’Oro, probabilmente l’opera accademica sull’antropologia più importante che sia stata scritta fino a questo momento, definisce una sequenza di eventi di crescita e formazione di un pensiero religioso che vede, al suo primordio, la nascita della magia e solo a seguire quella delle religioni.

Il ruolo delle divinità nella vita degli uomini è vario, ma può essere esemplificato in due semplici connotazioni: uno passivo e uno attivo. Nel ruolo passivo vediamo come le divinità siano distanti, osservatrici e non direttamente coinvolte negli affari umani, vuoi per non ben definite leggi di non intervento nel libero arbitrio, vuoi per attitudine ed approccio di influenza stessa. In un contesto religioso una percezione di passività è vissuta dai propri fedeli in modo esoterico: si giustifica la poca percezione di un reale contatto bilaterale con la divinità come una continua prova di fede o con l’idea che il volere divino non possa essere compreso o discusso dagli esseri umani, bensì accettato con completa fiducia. In questa visione spesso si va a creare una rigida distinzione iniziatica tra chi ha il modo, il permesso e le capacità di creare un rapporto diretto di dialogo e interazione con la divinità, pur dovendo sottostare alle sue leggi e i suoi dogmi e chi, invece, è costretto a relazionarsi con un clero per avere un’interpretazione del volere divino. In sostanza questo concetto si traduce più semplicemente con una restrizione tra chi è nella posizione di parlare e ricevere messaggi attendibili dalla divinità e chi invece può chiedere attraverso la preghiera, ma le risposte che può ottenere necessitano di un intervento terzo perché siano comprese e spiegate (e pertanto anche potenzialmente manipolate).

Nel ruolo attivo la situazione si ribalta in modo completo. L’essere umano ha un diretto contatto con la divinità e può creare pertanto un rapporto personale, senza alcun tramite. In questa visione, del tutto opposta, la divinità può decidere di ascoltare o non ascoltare comunque le richieste dell’essere umano, ma il postulante non vive questa interazione in modo passivo, bensì più contrattuale; si intavola invece una trattativa dove la merce di scambio è l’offerta di ciò che è gradito alla divinità in cambio dell’ottenimento di un bene, il verificarsi di un evento o una circostanza, il riuscire in un progetto. Conoscere la divinità, le sue preferenze, le sue attitudini, in questo caso diventa fondamentale. Per ottenere ciò che chiediamo dobbiamo essere pronti ad offrire ciò che è giusto, pur rimanendo nella posizione e nella facoltà di poter rifiutare quando il prezzo richiesto è troppo alto. Esiste quindi la possibilità di creare un vero e proprio tavolo di trattativa solo nel momento in cui siamo nelle condizioni e nelle capacità di interagire con le divinità come se fossero esseri umani.

Ovviamente qui siamo di fronte a concetti sacri completamente all’antitesi, dove ognuna delle due visioni cozza fortemente con l’altra proprio per le vere e proprie regole divine insite nella teologia stessa della religione di riferimento.

Nonostante ciò, per quanto differenti, nel corso dei secoli, l’essere umano ha costruito una precisa e peculiare serie di ritualità atte ad avvalersi dell’ausilio di entità superiori con il fine di assisterlo in quelle che sono le sue diverse difficoltà. Per quanto riguarda le religioni politeiste, è sempre importante rivolgersi alle corrette divinità a seconda delle competenze e delle aree di influenza. In effetti non è nemmeno difficile, dato che ne esistono molte per ogni pantheon. Suppongo si tratti di un ragionamento poco opinabile, dopotutto: se cerchiamo la protezione divina perché un parto possa andare a buon fine senza complicazioni è logico pensare che sia più consono rivolgersi ad una divinità che ha connotazioni con l’ostetricia, la maternità, i bambini, le acque, la famiglia e non ad una che scatena guerre, che è dedita al lavoro, cui sono sacri i veleni.

Nelle religioni monoteiste o diteiste il discorso è complesso in quanto le divinità inglobano, al loro interno, un coacervo di diversi aspetti a volte in antitesi tra loro, al punto da rendere necessario ai fedeli rivolgersi ad entità angeliche o, nel caso del cristianesimo, ai santi.

Se prendiamo in esame la visione spirituale che genera un sistema magico rituale di origine teurgica e non la dottrina cui questo fa a capo, vediamo come nelle religioni monoteiste il ruolo degli angeli e dei santi va a ricoprire quello che, per le religioni politeiste è invece occupato dalle diverse divinità specializzate in precisi campi e aree di azione ed influenza; a volte, facendolo, gli stessi fedeli arrivano a sfiorare l’idolatria. Come ci fa notare James Frazer nel Ramo D’oro nei riguardi dei riti meteorologici: “Alla fine d'aprile del 1893, la Sicilia era disperata per la carenza di acqua. La siccità durava ormai da sei mesi. Ogni giorno, il sole sorgeva in un cielo azzurro senza una nuvola. Gli aranceti della Conca d'oro che circonda Palermo con una stupenda cintura verde, avvizzivano. Cominciava a scarseggiare il cibo. La popolazione era in allarme. Tutti i sistemi più accreditati per provocare la pioggia non avevano avuto alcun esito. Lunghe processioni si erano snodate per strade e campi. Uomini, donne e bambini, avevano trascorso notti intere in ginocchio, a recitare il rosario davanti alle immagini sacre; giorno e notte le candele consacrate avevano brillato nelle chiese. Agli alberi erano stati appesi rami di palma benedetti nella domenica delle Palme. A Salaparuta, secondo un antichissimo costume, la polvere spazzata dalle chiese nella domenica delle Palme era stata sparsa sui campi. In anni normali, quella santa spazzatura protegge i raccolti; ma quell’anno, ci credereste?, non fece il minimo effetto. A Nicosia gli abitanti, scalzi e a capo scoperto, portarono crocefissi per tutti i rioni della città, flagellandosi con fruste di ferro. Niente da fare. Perfino lo stesso grande S. Francesco di Paola, che compie ogni anno il miracolo della pioggia e, in primavera, viene portato in processione negli orti, non poté, o non volle, dare il suo aiuto. Messe, Vespri, concerti, luminarie, fuochi d'artificio - niente riusciva a commuoverlo. Alla fine, i contadini persero la pazienza. Quasi tutti i santi furono messi al bando. A Palermo, scaraventarono S. Giuseppe in un orto perché vedesse con i suoi occhi come stavano le cose, e giurarono di lasciarlo lì, sotto il sole, fino a quando non fosse caduta la pioggia. Altri santi furono girati faccia al muro, come bambini cattivi. Altri ancora, spogliati dei loro ricchi paramenti, furono esiliati lontano dalla loro parrocchia, minacciati, insultati pesantemente, tuffati negli abbeveratoi. A Caltanissetta, all'Arcangelo S. Michele vennero strappate dalle spalle le ali d'oro e sostituite con ali di cartone; gli fu tolto il mantello rosso, e venne avvolto invece con un cencio. A Licata, S. Angelo, il santo patrono, se la passò anche peggio perché fu lasciato senza vesti del tutto; ingiuriato, incatenato, e minacciato di finire affogato o appeso a una forca. «O la pioggia o la corda!», gli urlava contro la gente furibonda, agitandogli i pugni in faccia.”. Questo aneddoto ci fa capire come, soprattutto nelle tradizioni contadine, il culto dei santi arriva ad essere cardinale se non quasi più importante di quello delle stesse divinità proprio perché si trovano a svolgere un ruolo più “mondano” e vicino ai bisogni stessi dell’essere umano.

Questo approccio lo troviamo molto banalmente anche nell’animismo e nel panteismo delle tradizioni sciamaniche dove il ruolo dello spirito cui richiedere aiuto è centrale e le richieste avvengono attraverso offerte e scambi, a volte di tipo energetico sotto forma di orazioni, canti, danze e preghiere, altre volte di tipo fisico sotto forma di libagioni, sacrifici animali o vegetali o abluzioni e incensi bruciati, altre volte ancora sotto forma di azioni vere e proprie che possano portare onore alla divinità come l’erezione di templi e santuari ad esse dedicati.

La differenza che si va a creare è di tipo parziale. Là dove nel culto monoteista le divinità sono poteri assoluti e creatrici, incentrate, quindi, in un unico singolo aspetto che incarna ed esclude quindi ogni altra visione, i santi svolgono un ruolo più capillare e, di conseguenza, più settorializzato, specialistico. Come possiamo leggere nel libro Invocazioni Segrete ai Santi di Abate Julio ed Henri Duville: L’uomo sentì, di fronte a tutte le difficoltà che l’assalivano – malattie fisiche, delusioni morali, flagelli, catastrofi sociali contro cui ogni sforzo si palesava impotente, – l’imperioso bisogno di assicurarsi l’appoggio di un protettore soprannaturale. Non fu solamente la salute dell’anima che egli desiderava ottenere. Sollecitò pure il possesso di beni temporali ed un rimedio a tutti i suoi mali.

Nello specializzarsi, il culto dei santi va a creare un sistema logico in cui ogni santo è particolarmente utile per una precisa circostanza. Da un punto di vista di guarigione, inoltre, viene spesso attribuito il nome del santo ad una precisa malattia che, se invocato, questo stesso potere può alleviare. Basti pensare alla còrea di Sydenham, nota anche come Ballo di San Vito, o l’herpes zoster, l’ergotismo o l’erisipela, che come altre malattie esantematiche sono note come fuoco di Sant’Antonio o anche la gotta, nota come il male di San Mauro o la fistola, nota come il male di San Quirino.

Nella corsa alla nascita delle divinità, non possiamo dimenticare però un punto fondamentale. Il nodo su cui tutto un culto si instaura, cresce ed esiste è dettato dall’esistenza di una certezza che permette all’essere umano di convincersi e, di conseguenza, anche vanificare la ricerca di prove, che una divinità o un essere soprannaturale esista, che sappia realizzare e concretizzare le richieste che noi ci aspettiamo da lui e che possa, in qualche modo, farci sentire al sicuro in questa sicurezza.

Se da un punto di vista monoteistico la “fede” è il cardine fondamentale di questo assioma, da un punto di vista politeistico, così come con i santi, il discorso come abbiamo visto è molto diverso. Se chiedete ad un neopagano se ha fede nelle divinità, probabilmente vi riderà in faccia. Se lo doveste chiedere ad uno sciamano che non ha mai avuto contatti con una religione costituita, probabilmente non capirà nemmeno a cosa vi stiate riferendo. Una persona che lavora a stretto contatto con un’entità non ha bisogno di avere fede: gli basta conoscere con chi a che fare e sapere come interagire. In sostanza gli serve un mezzo: sia per comunicare che per fungere da merce di scambio. Un mezzo che può essere fornito e rimosso a seconda della necessità. Un mezzo che permette all’essere umano di attirare su di sé l’attenzione di un’entità preternaturale, sovrannaturale o divina in modo da indurla ad ascoltarlo e ad intavolare un dialogo.

Questo mezzo è l’offerta.

 

PREGHIERA E SACRIFICIO

I luoghi di culto rivestono sia il ruolo di un punto di incontro per i fedeli che, a livello simbolico, quello di “casa” delle divinità cui sono dedicati, con tutto ciò che questa assunzione comporta: il rispetto che si deve mostrare all’interno, la selezione al suo accesso e le funzioni che possono essere svolte. A questo proposito vediamo come l’altare, un oggetto pressoché sempre presente va ad incarnare esattamente l’aspetto di “tavolo” dove gli dèi, padroni di casa, siedono per mangiare e bere.

Cosa mangiano gli dèi? Verrebbe da chiedere. La risposta è: ciò che viene loro offerto in sacrificio.

Quando tocchiamo il tema del sacrificio è inevitabile spalancare una fonte di dibattiti a riguardo. Cerchiamo prima di capire a cosa ci riferiamo quando usiamo questo termine. La parola “sacrificio” deriva dal latino sacrificàre, a sua volta composta da sàcri-, che deriva da sàcer sacro e -ficàre per fàcere fare. In sostanza significa “rendere sacro”. Dal momento che viene elargito alla divinità, ciò che si fa quando si effettua un sacrificio è trasformare da profano e sacro ciò che stiamo offrendo. Non è difficile comprendere che, soprattutto in tempi antichi (ma per molte religioni monoteiste questo processo è tuttora vivo e vegeto), un popolo che doveva scegliere cosa offrire ad una divinità selezionava tra le possibilità, soprattutto esseri viventi. Se esaminiamo questo fenomeno da un punto di vista puramente antropologico non è difficile giungere ad una semplice conclusione: se le divinità mangiano ciò che viene loro offerto è logico offrire loro qualcosa che sia “commestibile” anche per gli esseri umani. A memoria di questo basterebbe ricordare il mito di Prometeo, il titano greco che fu coinvolto dagli esseri umani proprio per un consiglio sulle parti di un banchetto che fossero destinate agli dèi e quelle che, invece, erano destinate agli uomini: umanista qual era, dato che era creatore degli esseri umani, il dio suggerì di cucire due sacche con la pelle del bue ucciso: una di esse contenente le carni e sulla cima lo stomaco (considerato un boccone non particolarmente prelibato), mentre l’altra contenenti le ossa cosparse di grasso. Dopodiché suggerì di chiamare Zeus e di lasciar scegliere a lui. Quando il padre degli dèi si trovò a dover scegliere la sua parte, aprendo il primo sacco e vedendo lo stomaco decise di prendere l’altro, accorgendosi troppo tardi dell’inganno. Fu così che Zeus si infuriò con gli uomini, privandoli del fuoco: “Se volete mangiare le carni le mangerete crude”, disse. Questo mito eziologico è significativo per spiegare la differenziazione tra le offerte destinate agli dèi e le parti di un banchetto che, invece, possono essere consumate dai commensali. In quel “tempo mitico”, gli esseri umani infatti vivevano a stretto contatto con le divinità: mangiavano con loro, giacevano con loro e partecipavano alla vita di tutti i giorni. Fu proprio a causa di questo evento che, secondo il mito, si creò una spaccatura tra dèi e uomini, rendendoli di fatto “distanti”, come in un modo o nell’altro, vengono ancora percepiti tuttora da molte religioni.

Se tuttavia esaminiamo il ruolo del sacrificio vediamo come questo punteggi tutta la storia delle religioni, attraversando i miti e le usanze di popoli anche distanti migliaia di chilometri gli uni dagli altri. Allo stato attuale delle cose, il sacrificio cruento è visto con disprezzo da quasi tutte le culture sin dall’intervento di Costanzo II attraverso l’applicazione del Codice Teodosiano, avvenuta durante tutto il quinto secolo, che ha portato ad una lenta e forte ristrutturazione dell’Impero Romano grazie al desiderio del cristianesimo di trovare una propria identità e di staccarsi dalle usanze pagane imperiali. Tuttavia, è bene far notare che questo processo, al contrario di quanto si preferisce credere, non ha portato affatto alla scomparsa delle ritualità sacrificali. In forme diverse, il tema del sacrificio cruento non è stato per nulla abbandonato: basti pensare alla mattanza di agnelli a Pasqua, che coinvolge in egual misura sionisti e cristiani e alla ʿīd al-aḍḥā (in arabo عيد الأضحى 'festa del sacrificio'), la celebrazione che si tiene annualmente nel mese di Dhū l Ḥijja e che richiama al sacrificio richiesto da Dio ad Abramo (Ibrāhīm) nei riguardi di suo figlio Isacco (Ismaele) e che coinvolge lo sgozzamento rituale di un animale (un ovino, un bovino, un caprino o un camelide).

Se gli dèi, come abbiamo detto, mangiano ciò che noi offriamo loro, è logico pensare che ciò che viene loro offerto prenda il duplice aspetto di “scambio” e di “dono”. Già nel paganesimo, e di conseguenza per estensione anche nel neopaganesimo, il rapporto tra gli dèi e gli uomini era ed è tuttora una relazione di mutuo benessere. Nell’opera di Luciano di Samosata: Giove Tragedo, leggiamo come Giove, in un discorso con Mercurio ed altre divinità, faccia presente il ruolo dei sacrifici e il rapporto che questi hanno in funzione alla sopravvivenza e l’esistenza stessa degli dèi: “Eccovi dunque perché vi ho convocati: non si tratta di piccola cosa, o Dei, se considerate che tutto l’onore, la gloria, l’entrata nostra sono gli uomini. Se questi si persuadono che noi non ci siamo affatto, o che ci siamo e non ci curiam punto di loro, non avremo più né sacrifizi, né doni, né onori in terra, ce ne rimarremo in cielo a morir di fame, saremo privi di quelle loro feste, delle solennità, dei sacrifici, delle processioni”.

Come abbiamo visto, se nelle religioni monoteiste, quindi, abbiamo una divinità che dispone e che rimane silenziosa nella maggioranza delle occasioni (se non parlando attraverso eventi e circostanze che devono essere interpretate in modo del tutto arbitrario dai devoti), nelle religioni pagane e neopagane il rapporto con la divinità si fa molto più diretto e spiccio. Al contrario delle religioni monoteiste, dove per interfacciarti con una divinità per comprendere il suo volere è necessario, il più delle volte, dover passare dal filtro di un sacerdote, nei culti neopagani non solo questa necessità non sussiste, ma le persone sono altresì spronate a cercare un contatto e un dialogo diretto con gli dèi che onorano. Questo significa che la connessione diretta che è possibile stabilire con le divinità ci permette di intavolare un negoziato sullo scambio che può essere necessario dover mettere in atto: un qui pro quo. Io offro ciò che la divinità vuole e in cambio la divinità mi concede, attraverso il suo potere e la sua emanazione, ciò che io richiedo.

Per effettuare una richiesta, come è ovvio, è necessario creare una connessione con la divinità che onoriamo o dalla quale vogliamo ricevere il sostegno. Per farlo è necessario decidere quale metodo preferiamo adottare, dal momento che non ne esiste uno soltanto. Il più usato tra quelli ideati nel corso delle epoche è la preghiera. È semplice, diretta, e non richiede particolare preparazione. Molte persone usano formule già costituite, altre semplicemente ne creano di alternative, inserendo delle varianti per richiedere un intervento ad hoc.

Ma di fatto, cos’è la preghiera? Se esaminiamo l’etimologia della parola, vediamo come la radice indoeuropea prach- ci riporti al sanscrito pracchāti e, di conseguenza al latino prex, e ci pone di fronte a termini che si riferiscono all’azione di chiedere, domandare ed esprimere un desiderio conforme a quelle che sono le necessità o le richieste determinate dai bisogni della propria vita e di quella dei nostri cari; propiziazione quando si è in procinto di svolgere un compito, un viaggio, o una qualsiasi azione che è in linea con l’area di influenza di quella che è la divinità cui ci rivolgiamo.

La preghiera di fatto non è solo un dialogo: è una richiesta rituale formale. Dunque perché usiamo le preghiere per parlare con una divinità? Perché non le parliamo come facciamo normalmente tra esseri umani? La risposta è semplice: non siamo sullo stesso piano. Se dovessimo acquistare un chilo di arance, andremmo da un fruttivendolo, le sceglieremmo e le acquisteremmo. Il fruttivendolo prenderebbe i nostri soldi, ci preparerebbe le arance e ce le consegnerebbe. Non credo si possa dire lo stesso se dovessimo fare una richiesta alla Regina Elisabetta II. Anche solo per cominciare a parlare con lei dovremmo usare il termine “Vostra Maestà”. Questo cosa significa? Da quando esiste la civiltà e forse anche prima, quando un uomo deve interfacciarsi con un altro che considera suo pari, o da cui viene considerato tale, si rivolge a lui parlando. Quando deve rivolgersi a qualcuno che non rispetta questi requisiti, ecco che si passa il confine dei riti e dei rituali: in effetti niente di più che grandi illusioni e inganni che permettano di far credere a chi li svolge che ciò che si sta facendo esca dai canoni convenzionali della vita ordinaria. Quando l’uomo parla con una divinità, non può farlo come parlerebbe con un fruttivendolo e nemmeno come farebbe con una regina: deve farlo mettendo sé stesso e soprattutto la sua mente in un contesto rituale che gli consenta di allinearsi con ciò che sta facendo. Se l’uomo non svolge questi riti in modo adeguato, seguendo il giusto schema, la preghiera non avrà effetto perché chi la svolge non entra nella giusta attitudine: mescola sacro e profano.

Per quanto sacro e profano siano due termini che possano variare di significato anche contestualmente alla sensibilità della persona che li concepisce, è indiscutibile che culturalmente esista una separazione tra queste due visioni. Questa stessa separazione è percepibile in modi diversi a seconda di quelli che sono i contesti, ma è chiaramente vissuta come un momento di alterazione dalla quotidianità. Si entra, quindi, in quello che è definibile come il piano rituale.

Quando entriamo in questo contesto, cominciamo a fare un passo a tutti gli effetti in un mondo diverso, su un piano differente che deve rispettare requisiti e regole differenti. Come ci fa notare Marco Menicocci nel suo Antropologia delle Religioni, la realtà del mito è immutabile, pertanto l’unica cosa che l’essere umano può fare è riproporla, mimarla e ricrearla. All’immutabilità del tempo mitico si contrappone ciò che l’uomo vuole sia mutabile, ossia la realtà dell’esistenza umana, costituita dalle difficoltà create da cose, eventi, situazioni e persone che si muovono in una danza che mescola ed altera continuamente il risultato finale: una mutabilità che diventa l’oggetto stesso dell’intervento richiesto tramite il rituale in atto. Menicocci descrive il rito in questo modo: “è un’azione o un insieme di azioni che vanno svolte in un preciso modo. In astratto possiamo dire che ogni rito è composto da tre momenti o fasi. La fase di allontanamento, nella quale si crea una frattura rispetto alla normalità introducendo una realtà “altra”, destorificata; la fase di margine, nella quale si realizzano condizioni diverse da quelle reali; la fase di riaggregazione, di ritorno alle condizioni normali. Il rito, nelle tre fasi, media un passaggio da una condizione ad un’altra, superando una crisi, o comunque qualificando una nuova realtà”.

Quando l’uomo, in senso antropologico, ha “creato” le divinità, ha creato con loro anche i miti ad esse collegati e, per lunghi millenni lo ha fatto antropomorfizzandole nel modo che riteneva più consono, creando attorno ad esse un topos narrativo funzionale a giustificare i loro capricci esattamente come fossero esseri umani e non esseri non-umani o superumani. Pertanto, per quanto le divinità siano state immaginate e plasmate come perfette agli occhi dell’uomo, i miti ben ci insegnano che hanno bisogno di noi tanto quanto noi necessitiamo di loro e i sacrifici, le offerte e le invocazioni che facciamo ai loro nomi e poteri sono la merce di scambio affinché entrambi possiamo ottenere ciò che desideriamo. Esiodo, nelle Opere e i Giorni afferma che l’uomo è schiavo dello stomaco, in quanto senza gli dèi che fanno crescere il grano non può mangiare, ma i miti come il Ratto di Persefone o anche solo ciò che dice Luciano di Samosata nelle sue opere ci insegnano che quando l’uomo incrocia le braccia perché gli dèi sono adirati, anche il loro regno immortale comincia a vacillare.

Pertanto quando noi preghiamo, chiediamo alla divinità di intervenire nella realtà mutabile del nostro tempo con i potenti mezzi di cui dispone per far sì che la nostra vita cambi o che non si realizzi ciò che temiamo. Nella struttura teurgica della magia, quando non è un mero racconto litanico rituale che narra eventi mitologici, escatologici o eziologici, la preghiera ha principalmente due funzioni: una di richiesta, insita nel gesto stesso che spinge l’uomo a porsi in contatto con una divinità, e una di offerta. Parte di questa stessa offerta è contenuta nell’azione, che implica il pronunciare i sacri nomi delle divinità, onorarli e direzionar loro l’energia vibrante e vitale costituita dall’orazione pura. È ad esempio il caso della recitazione del rosario, una pratica che prende il nome da una collanina costituita da un numero ben preciso di perle tondeggianti (in genere di solo valore simbolico e religioso) utilizzate per numerare le preghiere rituali volte ad ottenere il risultato sperato. Questa pratica di tipo litanico, diffusa popolarmente nel rito latino della Chiesa Cattolica, ha un’origine asiatica ed è diffusa nell’induismo e nel buddhismo dove si usa una corona di perle (in genere 101) di nome mālā, per contare i mantra che vengono recitati nelle orazioni quotidiane.

Le divinità, pertanto, ricevono nutrimento dalla nostra preghiera in quanto onorate dalla nostra energia. Tuttavia, il filosofo neoplatonico Saturnino Secondo Salustio affermò nel suo famosissimo Perì theôn kài kòsmu (Sugli Dèi ed il Mondo) che i sacrifici alla divinità rappresentavano la stessa vita che veniva offerta simbolicamente. In questo caso la preghiera priva di sacrificio, secondo Saturnino, non aveva potere in quanto era l’anima dell’animale sacrificato, attraverso il sangue versato, mentre saliva al cielo verso gli dèi a rendere animate le parole, altrimenti prive di forza vitale. Nel mondo attuale anche nelle religioni che professano antiche vie il termine “sacrificio” è tornato a prendere il senso reale che aveva in origine: ossia rendere sacro ciò che noi offriamo e fortunatamente i sacrifici cruenti sono un bagaglio del passato. Tuttavia questo non dovrebbe farci dimenticare che, nonostante il sangue non sia più ritenuto necessario in quasi tutte le vie moderne, la preghiera viene spesso accompagnata da un’offerta votiva o un focus utilizzato allo scopo di attirarci la benevolenza della divinità che stiamo cercando di ingraziarci (o per tenere a freno la sua ira).

 

IL PIANO RITUALE

Come abbiamo detto, quando dobbiamo rivolgerci ad una divinità lo facciamo attraverso un rito. Il rito ci è necessario per varcare il confine con uno stato sospeso, alterato, dove ci è possibile entrare in connessione con la divinità ponendoci a loro o come postulanti o come diplomatici, a seconda del tipo di entità con cui abbiamo a che fare. Per entrare in connessione con queste entità, però, è bene comprendere al meglio quella che è la loro natura. In antropologia è stato utile, se non fondamentale, dividere in diverse categorie gli esseri mitici, costituiti da divinità, demoni, antenati ed eroi, con cui l’essere umano ha interagito e di cui ha intessuto racconti e miti nel corso dei secoli, accomunandoli per eziologia, vicinanza di intenti, di origine e di scopo: da una parte gli dèi della natura e dei mestieri e dall’altra i creatori oziosi, ossia quella tipologia di esseri che nei racconti mitici ha creato il mondo e le sue leggi ma che non risponde direttamente ai bisogni dei fedeli che li onorano. Pertanto quando un uomo, che sia il ministro di un culto o un semplice devoto, deve rivolgersi ad uno qualsiasi di questi esseri mitici, può avvalersi di alcuni metodi a seconda di quella che è la sua preparazione, la sua connessione con essi e secondo quelle che sono i dogmi della sua fede. Come abbiamo detto esistono più metodi per interfacciarsi con queste entità. Con nomi e sfumature diverse ogni cultura ha sviluppato un sistema rituale di richiesta manifestata attraverso l’orazione litanica o la narrazione di miti e gesta che descrivono eventi avvenuti durante quello che è noto come il tempo mitico o, nel caso di racconti escatologici, che rivestano un’importanza cultuale da un punto di vista profetico.

Menicocci, nel suo Antropologia delle Religioni, asserisce: “L'azione degli esseri extraumani può essere esaurita nel tempo mitico ma è anche possibile che essi siano attivi nell'attualità e che ad essi si ricorra con invocazioni e preghiere. Occorre pertanto distinguere gli esseri puramente mitici, la cui attività si è conclusa una volta per tutte, da quelli che sono attivi anche nel presente. Questi ultimi, proprio perché attivi anche nell'attualità, riceveranno un culto (rito) destinato in qualche modo a farli agire a vantaggio degli uomini. Gli esseri puramente mitici invece sono tali proprio perché non ricevono alcun culto: essi sono inattuali. Gli esseri che agiscono nel presente cono quelli capaci, in qualche modo, di influenzare la vita degli esseri umani.

Il fatto che gli uomini siano mortali, e che esistano in generale le malattie, dipende dai fatti avvenuti nel tempo mitico e sui quali non si può più intervenire. Che una determinata persona sia malata però è un fatto sul quale è ancora possibile agire. Uno degli strumenti è quello di ritenere che la malattia sia dovuta all'azione di un essere extraumano attuale che è poi possibile cercare di influenzare in senso benefico mediante un culto. È dunque il rito, rivolto all'essere sovrumano al fine di indirizzarne l'azione a vantaggio degli uomini, che connota quell'essere conferendogli un'identità particolare distinta da quella di altri esseri attivi nel presente. È la diversità dei culti a fare la diversità degli esseri sovraumani”.

In questo caso, quindi, quando decidiamo di entrare in contatto con una divinità, dobbiamo farlo prendendo atto che questa sia un’entità extraumana che è attiva nel presente. Qualsiasi sia il caso, quindi, che ci porta a dover decidere di chiedere l’aiuto di una divinità, la cosa importante è determinare prima di tutto ciò che vogliamo ottenere e, in secondo luogo, capire cosa siamo disposti ad offrire perché ciò che desideriamo si realizzi. Oltre a questo ci sono alcuni punti importanti di cui tenere conto prima di approcciare a questo passo: è bene conoscere la divinità con cui abbiamo a che fare, qualunque sia, in modo approfondito prima di decidere di fare una richiesta. Come abbiamo visto gli esseri mitici, a parte quelli definiti “creatori oziosi”, in tempi antichi sono stati creati con intenzioni, affinità e attitudini; furono pertanto antropomorfizzati proprio per rendere il dialogo e le richieste più facili, dirette e perché l’essere umano necessitava di sentirsi più vicino alle divinità di quanto non lo fosse in passato, pur riconoscendole superiori. Le origini stesse di queste attitudini è da cercare nei racconti eziologici che hanno plasmato gli dèi e che costituiscono il loro scheletro mitico: qualcosa da cui prendono forza e identità. Per capire cosa intendo in modo pratico basterebbe essere abbastanza stupidi da offrire della birra rossa a Sekhmet, una pianta di ulivo a Poseidone, o posizionare un pugnale sull’altare di Iside. Un altro punto da ricordare è che ciò che offriamo è donato e non può essere preteso indietro: ogni richiesta che noi faremo, che sia per i più nobili motivi o quelli più vili, richiederà un prezzo. Noi non possiamo stabilire completamente il valore di ciò che chiediamo, ma possiamo tenere a mente che ogni offerta è una trattativa: se ciò che offriamo non è abbastanza possiamo alzare la posta, ma non azzarderei mai offrire qualcosa che non possiamo o non siamo disposti a pagare.