The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Capitolo 18 - Rituali e Cerimoniali (Parte 2: Offerte e Divinità)

RITUALI E CERIMONIALI (Parte 2: Offerte e Divinità)​

COME DEFINIAMO LE DIVINITÀ

Ogni divinità presiede a una precisa area di influenza, affine al popolo che l’ha creata e al culto, più o meno articolato, che si è instaurato intorno a essa e su cui ruota tutto il sistema di adorazione della sua effige, della sua idea, delle sue leggi o di ciò che le è sacro. Ogni area di influenza delle divinità va a rispecchiare alcuni aspetti e alcuni archetipi divini. Come ben possiamo immaginare, ogni divinità, sin dall’alba dei tempi e sin da quando l’uomo ha avuto bisogno di riconoscere un potere a lui superiore, tendenzialmente ha sempre rispecchiato uno o più aspetti dell’essere umano o alcune sue caratteristiche enfatizzate. Riconosciamo quindi che le divinità più antiche emergono come esseri primordiali che rappresentano aspetti con cui l’essere umano ha sempre dovuto fare i conti: la morte, la natura, la foresta, il sole, il fiume, la sopravvivenza, l’agricoltura, solo per fare degli esempi. Ogni popolo ha declinato questi aspetti basandosi su ciò che conosceva, a seconda della propria cultura, del proprio stile di vita, del luogo dove viveva e della natura da cui era circondato. Ad esempio, il dio azteco Huitzilopochtli, il cui culto era centrale nella grande città di Tenochtitlán (l’attuale Città del Messico), era una divinità della guerra che rispecchiava chiaramente gli intenti bellicosi del popolo azteco. Il suo stesso nome, il cui significato è “Colibrì del Sud”, va a richiamare un volatile tipico della zona della regione mesoamericana che denota un comportamento fortemente aggressivo e territoriale. Nella scelta del nome della divinità e nelle sue caratteristiche, la preferenza deriva dall’osservazione di un comportamento sociale che richiama quello del popolo che la onora. Questo esempio potremmo declinarlo su qualsiasi popolazione. Gli egizi ad esempio avevano un pantheon variegato di divinità teriomorfe caratteristiche del bacino del Nilo e che rispecchiavano i comportamenti degli animali che rappresentavano, come ad esempio il coccodrillo, l’ibis, l’ippopotamo, la rana, il falco, lo scorpione, l’ariete, lo scarabeo, l’avvoltoio, il gatto, lo sciacallo, il leone, il bue, il cobra, solo per citarne alcuni.

Osservando il mondo, il popolo ha creato il mito, creando il mito ha creato la divinità, creando la divinità ha così organizzato il culto, organizzando il culto ha decretato l’offerta.

Nel momento in cui ci approcciamo a un culto e così a ciò che è gradito ad una divinità, dobbiamo decidere che strategia vogliamo adottare. Per quanto possa apparire logico è sempre da tenere in considerazione questo aspetto anche quando si parla di offerte a queste stesse divinità. Secondo gli aztechi, ad esempio, il dio del sole Tonatìuh necessitava di cuori umani per rimanere forte e stabile e per rinascere ogni giorno. Secondo la loro teologia, se non si fossero svolti sacrifici quotidiani il sole semplicemente non sarebbe sorto, condannando il mondo alla morte e all’oscurità. Questo sacrificio per loro era quindi propedeutico ai fini della sopravvivenza dell’intera umanità. Se osserviamo il concetto sacrificale azteco con la mente attuale, il rischio che corriamo è quello di fare la fine di Hernán Cortés e dei conquistadores spagnoli, i quali giudicarono come barbarie qualcosa che non potevano capire perché di discostava troppo dal tipo di ritualità cui erano abituati. Come sempre, quindi, prima di giudicare qualsiasi cosa è bene prima contestualizzarla perché sia compresa, accettata e nel caso fatta nostra. Quando ci approcciamo alla ritualità dell’offerta, quello che possiamo fare è seguire pedissequamente ciò che veniva svolto all’epoca in cui il culto della divinità che desideriamo onorare era in auge, oppure possiamo declinarla su quella che è la nostra attualità: ossia contestualizzare l’offerta stessa.

Possiamo distinguere le divinità in

  • Divinità degli elementi e della natura
  • Divinità dei mestieri e delle caratteristiche umane
  • Divinità creatrici e universali

Questa suddivisione è puramente di comodo e ci serve per capire meglio cosa offrire a chi. Come ci spiega anche Marco Menicocci, in antropologia è stato utile, se non fondamentale, dividere in diverse categorie gli esseri mitici, costituiti da divinità, demoni, antenati ed eroi, con cui l’essere umano ha interagito e su cui ha intessuto racconti e miti nel corso dei secoli, accomunandoli per eziologia, vicinanza di intenti, di origine e di scopo: da una parte gli dèi della natura e dei mestieri e dall’altra i creatori oziosi, ossia quella tipologia di esseri che nei racconti mitici ha creato il mondo e le sue leggi ma che non risponde direttamente ai bisogni dei fedeli che li onorano.

Tra gli dèi della natura e degli elementi possiamo trovare tutte quelle divinità primeve e ancestrali che vanno a rappresentare quelli che sono gli aspetti più istintuali e selvaggi e le manifestazioni incontrollabili del mondo. Si parla quindi di divinità del fuoco, dell’acqua, della terra e dell’aria in tutte le loro forme creative o distruttive: vulcani, fiumi, mari, pioggia, oceani, cielo, venti, tempeste, foreste, alberi, per fare degli esempi.

Questo tipo di divinità è grezza, istintuale e naturale. Nella sua forma poco sgrossata spesso le loro rappresentazioni possono avere delle caratteristiche teriomorfe o non avere una vera e propria immagine fisica completa; tuttavia, dove questa c’è le caratteristiche salienti ne vengono esaltate. La statuetta preistorica della vergine di Willendorf ne è un perfetto esempio, così come i simboli fallici rappresentati dalle erme, le pietre votive liminari ai confini dei territori erette a monito degli invasori che caratterizzavano la virilità dei difensori delle terre in cui si stava sconfinando. In questi contesti non è granché importante, in realtà, l’immagine che queste divinità prendono e con cui sono rappresentate, ma lo è l’area di influenza che vanno a costituire: si tratta sempre di qualcosa su cui non si può avere un controllo diretto, pertanto è possibile annoverare tra queste divinità anche gli dei e le dee della vita, della morte, dell’amore, della fertilità, della malattia e della nascita, mantenendo comunque il focus sul semplice essere le divinità che patrocinano questi aspetti, che li portano con sé e non che preservano o insegnano un’arte a chi lavora in questi ambiti all’interno di una comunità. Quanto meno non ancora.

Questo passaggio, infatti, avviene quando le piccole comunità si uniscono in culture e società, le popolazioni e le persone all’interno di esse si diversificano e pertanto si specializzano. Un popolo che ha trovato la stabilità sulle rive di un fiume o sulla costa di un mare avrà di sicuro sviluppato un culto legato alle divinità marittime e acquatiche e, di conseguenza, queste si saranno evolute in divinità della pesca e dell’abbondanza di pesci, oltre che in divinità legate ai predatori che mettono in pericolo le persone che svolgono queste attività. Un popolo legato all’agricoltura avrà sviluppato una divinità del ciclo del raccolto, dell’allevamento, della manifattura. Un cacciatore raccoglitore avrà avuto una divinità della caccia e dell’abbondanza. Queste sono le divinità legate ai mestieri e le caratteristiche umane: ossia divinità specializzate in precisi campi: si parla di quelle caratteristiche legate solo agli uomini e che non ritroviamo, in genere, negli animali. In questa categoria possiamo enumerare le divinità della guerra, dell’artigianato, della medicina, della guarigione, della regalità, della magia, della caccia, della pace, dell’armonia, della musica, dell’arte, ecc. Queste divinità sono più complesse e articolate di quelle naturali e degli elementi e le loro stesse caratteristiche sono più definite. Le loro immagini, per quanto possano contenere comunque aspetti zoomorfi, sono delineate e precise, i confini di queste divinità possono essere ben delimitati. È molto comune che possano inglobare, dentro di loro, anche più aree differenti, a seconda della complessità del mito che vi è legato, e possono essere delle vere e proprie evoluzioni di divinità più arcaiche, pur mantenendo al loro interno tutte le caratteristiche stratificate, a volte simbolicamente sincretizzate, a volte solo rappresentate in diversi aspetti delle divinità e, di conseguenza, diversi nomi.

Se prendiamo come esempio la dea egizia Heqet, vediamo come sia una dea dalla testa di rana. La rana è un anfibio che deposita le sue uova nel limo e i cui girini, nascendo nell’acqua, proseguono la loro vita anche all’esterno. Nell’antica cultura egizia il Nilo aveva un ruolo preponderante nella vita quotidiana in quanto forniva tutto il sostentamento che chiunque potesse desiderare a quell’epoca: fertilizzava i campi, era una fonte di pesca, di fango per le costruzioni, sulle sue rive crescevano piante di papiro e lino. In una terra completamente circondata dal deserto e dall’aridità si trattava di una vera e propria fonte inesauribile di vita, grazie soprattutto alle sue inondazioni, che rilasciavano il limo: una sostanza fangosa che rimane in sospensione sui letti dei fiumi. Quando le acque si ritiravano, gli egizi avevano notato come le rane comparissero dal fango che portava fertilità e lo interpretarono come un simbolo di abbondanza. Anche per via della capacità rigenerativa delle rane, Heqet rappresentò la fecondità e la nascita. Pertanto le sue sacerdotesse, in suo onore, nella società egizia svolgevano il ruolo di ostetriche. Questo ci fa capire come fosse l’osservazione del mondo a portare alla sacralità e alla creazione delle divinità.

Non è anomalo, infatti, notare come molte divinità legate alla morte abbiano sacri animali che si nutrono di cadaveri, come ad esempio la divinità irlandese An Morrigan, il cui nome significa “La Grande Regina” e che si riserva l’appellativo dell’articolo determinativo “An” davanti al nome proprio per questo. Questa divinità è in realtà la sintesi di tre dee sorelle: Babd Chatha, Macha e Nèmain, che vanno a incarnare quelli che ora sono i tre aspetti riconosciuti in lei. La prima, Badb Chatha, era colei che spronava i guerrieri alla battaglia. Si presentava nelle tende dei due eserciti che si erano dati appuntamento sul campo per incitarli a combattere. Era la stessa divinità che va a rappresentare la figura della banshee, in quanto era considerata presagio di morte per chi l’avesse avvistata alla vigilia di un conflitto sulle rive del fiume mentre lavava dal sangue le divise dei perdenti. La seconda, la Macha, era colei cui erano riservati le teste dei cadaveri alla fine della battaglia, ammucchiate insieme agli arti amputati dei vinti. In ultimo c’era Nèmain, colei che intonava il canto funebre per i caduti e la cui voce era quella dei corvi che gracchiavano sordi mentre pasteggiavano con i corpi. Il simbolo totemico del corvo andava a richiamare proprio l’animale che si nutriva dei cadaveri disseminati a terra dopo che la battaglia era stata combattuta. Pertanto questo uccello divenne simbolo di transito e gli furono attribuite facoltà psicopompe, ossia la capacità di condurre i morti verso l’aldilà. Sono infatti animali che troviamo anche collegati al dio gallese Bran il Benedetto, il cui capo sopravvisse alla morte per profetizzare e il cui nome significa proprio “corvo”, e anche in Odino, che poteva vantare l’aiuto dei due corvi Huginn e Muninn. Il legame tra animale necrofago e divinità legata alla morte lo troviamo anche con Anubis, il dio egizio patrono degli imbalsamatori e guida delle anime, rappresentato dallo sciacallo.

Affrontiamo ora l’ultima categoria. Quando parliamo di divinità universali e creatrici stiamo parlando di tutte quelle divinità che hanno un ruolo del tutto distaccato nella vita degli uomini. Non si conoscono i loro nomi o non li si possono pronunciare, tendenzialmente non rispondo alle preghiere con solerzia, la loro volontà rimane sempre misteriosa e dopo aver dato istruzioni di solito non particolarmente precise o comunque liberamente interpretabili, sembrano disinteressarsi di tutto ciò che capita, lasciando che gli uomini vaghino senza la loro guida. Questo tipo di divinità non accetta le offerte comunemente accettate dalle altre classi di dèi. La loro sfera è troppo distante ed elevata. Il che non vuol dire che siano “superiori” in qualche modo alle altre divinità, anche se per molti discepoli è così.

Menicocci tende a definire queste divinità “creatori oziosi”, proprio in riferimento al fatto che la loro attitudine apparente non è quella di prendersi particolare cura dei propri fedeli nel modo in cui fanno le altre divinità. In realtà quello che cambia è solo il punto di vista legato proprio al contesto: una divinità che ha il compito di occuparsi e tutelare questioni mondane e materiali mostrerà la sua presenza in un modo più lampante a chi chiede il suo aiuto per ciò che le compete. Una divinità creatrice, invece, che ha come scopo istruire e illuminare l’essere umano affinché, rispettando le leggi che egli ha predisposto, possa trovare la via verso il suo regno passando attraverso delle prove di fede: non ha senso che mostri la sua presenza attraverso l’aiuto di questioni mondane proprio perché non è quello il proposito che determina la sua esistenza. È pertanto formalmente scorretto pensare che una divinità creatrice non si curi dei suoi fedeli, ma è più corretto affermare che lo fa nell’ambito e nel contesto in cui i fedeli si approcciano alla divinità stessa e soprattutto seguendo quelle che sono le attitudini e la natura che le appartengono. È proprio in merito a questo che nel cristianesimo si è particolarmente diffuso il culto dei santi, in quanto vanno a soddisfare i bisogni quotidiani e materiali di chi li venera, colmando pertanto il divario che si crea tra un dio universale e un essere umano. Se una divinità che ha come scopo principale quello di istruire, formare, evolvere e illuminare i fedeli alla sua verità attraverso l’esperienza li fermasse e impedisse loro di compiere azioni che sono utili ai fini ultimi di questa stessa crescita, quello che farebbe sarebbe antitetico a ciò che rappresenta.

Non dobbiamo dimenticare una cosa fondamentale: le divinità incarnano aspetti dell’essere umano, ma lo fanno nella maniera più pura possibile, pertanto sono sempre coerenti con quella che è la loro natura. Una divinità della guerra spingerà sempre chi la venera a risolvere qualsiasi contenzioso con un conflitto. Una divinità dell’armonia cercherà di farlo stimolando la stipula di patti e alleanze proficue. Al contrario degli esseri umani, che mantengono al loro interno tutte le caratteristiche delle diverse divinità e che possono pertanto essere incoerenti, ipocriti e voltagabbana, gli dèi sono sempre aderenti e rispettosi di quella che è la loro natura. Questo significa anche che una divinità del caos o degli inganni (un trickster come si usa dire) come Loki, Odino, Gwydion, Hermes, Mercurio, Anansi, Seth, Coyote, Huehuecoyotl, Maui o ʿIfrīt nella cultura araba seguirà esattamente la sua natura di imbroglione. Pertanto in un contesto simile, al contrario dei cugini della guerra o dell’armonia, che cercheranno pace o conflitto, un trickster tenderà a manipolare la situazione raggirando il suo avversario.

Come è ovvio, una divinità creatrice non accetterà mai offerte materiali, ma sono quelle energetiche. Perché una richiesta a una divinità universale sia accettata è necessario seguire un dogma, compiere delle azioni di fede, cambiare la propria attitudine, il proprio comportamento, prendersi un impegno reale e imperativo: è necessario cambiare la propria vita per adeguarla ai dettami della fede che quella precisa divinità cerca di promuovere.

 

LE OFFERTE

Così come in antichità, agli dèi si tende a offrire qualcosa che per noi è importante. Il motivo per cui è determinante centrare il punto sull’importanza dell’offerta è che è necessario ragionare in termini di dono: non possiamo pensare di offrire qualcosa che per noi è scarto.

Il concetto dell’offerta, in molte vie del neopaganesimo, rispecchia lo stesso filone che si rispettava in antichità: quando si mangiava a un banchetto, a memoria del mito di Prometeo, si manteneva sempre un posto libero con il piatto pieno dove nessuno si poteva sedere e di cui nessuno poteva consumare le vivande. Quel posto era riservato agli dèi. Prendere quel cibo significava compere un sacrilegio, commettere un atto impuro, terribile.

Prendiamo ad esempio la cultura egizia e in particolare le quarantadue confessioni negative. Si tratta di parte del Libro dei Morti, il testo più sacro della tradizione esoterica risalente all’Antico Regno. La versione più nota è giunta a noi sin dalla XIX dinastia attraverso il papiro di Ani, scoperto in una tomba tebana intorno al 1888. Secondo quella che è la cosmogonia egizia, il defunto che desiderava giungere nei campi dei giunchi della Duat doveva mostrarsi puro nelle azioni, nel pensiero e nelle emozioni. Per dimostrarsi degno, dopo aver vissuto una vita il più vicina agli ideali richiesti, doveva affrontare il giudizio delle quarantadue divinità attraverso un processo noto come psicostasia: ossia la pesatura del cuore da parte di Anubis, il dio sciacallo che fungeva anche il ruolo da guida dei defunti. Di fronte a una bilancia dorata, lo spirito doveva posizionare il proprio cuore su uno dei due piatti, mentre sull’altro era situata una piuma di struzzo, simbolo di Maat, la dea dell’equilibrio e della giustizia. Ogni volta che il suo cuore subiva la “pesatura”, il defunto doveva procedere a una confessione negativa, affermando, attraverso di essa, di non aver compiuto alcun atto impuro che potesse impedirgli l’accesso al regno di Osiride.

Tra le quarantadue confessioni ne possiamo notare alcune che fanno capire esattamente quale ruolo determinante rivestissero le offerte nei culti antichi, sia per quanto riguardava le divinità, sia per quanto riguardava il culto stesso dei defunti. In particolare leggiamo:

  • Non ho sottratto offerte.
  • Non ho rubato le proprietà degli dei.
  • Non ho rubato il pane degli dei.
  • Non ho sottratto alle anime dei morti le torte khenfu.

Vediamo come l’offerta sia il cibo degli dèi (e nel caso degli egizi e delle popolazioni mesoamericane anche dei defunti). Sottrarlo, infangarlo o distruggerlo comportava una punizione gravissima. Come abbiamo detto poco sopra, il culto neopagano prevede un comportamento analogo. A ogni pasto rituale che viene svolto a fine del rito, una parte del banchetto viene riservata agli dèi e bisogna ricordare sempre di lasciar loro una giusta parte.

Ora, dal momento che stiamo cercando di creare un rapporto utile sia a noi che agli dèi, dopo che abbiamo stabilito una connessione e che abbiamo ben chiaro cosa chiedere, giunge il momento di preparare il necessario. Cosa si offre quando si vuole accompagnare una richiesta? Se non facciamo parte o non vogliamo allinearci con uno dei culti che fanno del sacrificio cruento una delle prerogative per ottenere l’ausilio di una divinità è necessario opzionare alternative differenti.

L’offerta può essere materiale: incenso, libagioni o candele, ma può essere costituita da canti, danze, gesti e azioni e può diventare un pagamento elargito dopo che abbiamo ottenuto ciò che abbiamo chiesto. Anni fa, quando la mia gatta scappò, promisi a Bast di portare coperte e scatole di cibo al gattile dove l’avevamo presa se fosse tornata a casa sana e salva; così feci quando la ritrovai. Quando chiesi a mia moglie di sposarmi, promisi a Hera delle piume di pavone sul nostro altare se lei avesse accettato e non mancai di metterle. Quando chiesi a Zeus di concedermi una possibilità per un lavoro che desideravo, gli promisi una statua più grande di quella che avevo nel mio tempio e la comprai dopo che ebbi il posto.

 

COSA OFFRIAMO ALLE DIVINITÀ

Quando una persona prega una divinità le dona energia. Credo che questo possa essere definito lapalissiano. Allo stesso modo lo fa quando svolge azioni in suo nome, soprattutto quando queste azioni sono in linea con quello che è lo scopo della divinità. Pertanto onorare una divinità con un rituale, rispettarne i dogmi, dà potere a questa divinità? In un certo modo sì. Esiste, tuttavia, un concetto molto importante in occultismo che determina che un’entità cambia sé stessa e ciò che è e rappresenta soprattutto sulla base di ciò con cui viene nutrita e, di conseguenza, questo trattamento funziona anche in senso opposto. Aleister Crowley, nel suo Magick, asserisce: “I maghi che si oppongono all’uso del sangue i sono sforzati di sostituirlo con l’incenso. A tale scopo si può bruciare in grandi quantità l’incenso di Abramelin. Anche il dittamo di Creta è un mezzo prezioso. Entrambi gli incensi hanno natura molto eclettica e sono adatti per quasi tutte le materializzazioni. Ma il sacrificio cruento, sebbene sia più pericoloso, è più efficace; per quasi tutti gli scopi il meglio è il sacrificio umano. Il vero grande Mago saprà usare il proprio sangue, oppure quello di un discepolo, senza sacrificare irrevocabilmente la vita fisica”. Inoltre nel Levitico (17:11) troviamo scritto: "Poiché la vita della carne è nel sangue. Per questo vi ho ordinato di porlo sull'altare per fare l'espiazione per le vostre persone; perché il sangue è quello che fa l'espiazione, per mezzo della vita". Nel Deuteronomio (12:23): "Guardati assolutamente dal mangiarne il sangue, perché il sangue è la vita, e tu non mangerai la vita insieme con la carne". L’idea del legame tra il sangue e la vita è comune anche nell’induismo, che ritiene il Prana la sostanza vitale per eccellenza. Era visto privo di allegorie dalle popolazioni norrene, meso e sudamericane, mediterranee, celtiche e germaniche. Ancora adesso nel voodoo il sacrificio di sangue è parte integrante del culto e con esso anche la donazione di “energia vitale” non forzatamente fisica.

Partendo dal presupposto che una divinità si “nutre” di ciò che le viene offerto non è difficile comprendere che nutrire una divinità a sangue umano per un lungo periodo non rende semplice il cambio di dieta sacra nel momento in cui viene modificato il culto. In questi casi, quello che avveniva all’epoca e che è avvenuto anche in seguito era il soppiantare la divinità con un’altra le cui richieste erano meno cruente. Pertanto se una divinità per millenni è stata nutrita con sacrifici di sangue, rivolgersi a lei offrendole fiori o incenso non comporta che risponda. Se, tuttavia, questo procedimento di “cambio dieta” viene portato avanti da una popolazione intera che “adotta” il culto di una divinità, quello che avviene è un processo di creazione di una divinità “gemella” che risponde alle necessità dei fedeli sulla base di ciò che le viene offerto. Mito, immagine e nome sono contesti che possono rimanere inalterati ma la divinità non è mai la stessa. È l’errore più grossolano che viene commesso quando si paragonano culti diversi e sincretici, quando la realtà è che la Iside romana non è la Iside egizia, Venere non è Afrodite, Artemide non è Diana, così come tutti i diversi nomi che Brid ha preso nel diffusissimo e frammentato popolo celtico riportano a divinità differenti che conservano una propria integrità e una radice comune.

Quando desideriamo approcciarci al lavoro con una divinità, soprattutto se questo implica uno scambio attivo, come quello che potremmo avere durante un rito di guarigione, è bene decidere quale visione preferiamo sposare e, di conseguenza, procedere con una fase di informazione di quello che rappresentava quella divinità per gli antichi popoli che la veneravano in modo pubblico e privato e di come queste sue caratteristiche possano diventare funzionali per noi che, di fatto, viviamo in un mondo molto differente da quello in cui vivevano i popoli antichi. Al tempo le offerte di sacrifici cruenti erano all’ordine del giorno: a Hecate si offrivano cani neri, ad Ade cavalli neri, a Demetra e Persefone maialini, a Poseidone si offrivano tori e cavalli.

Se esiste abbastanza bibliografia a riguardo della divinità che abbiamo scelto il nostro lavoro sarà di sicuro semplificato, come nel caso del pantheon romano, greco o egizio, per cui molte informazioni sono disponibili sugli inni e le invocazioni a loro dedicate che sono giunte fino a noi dalle opere letterarie. In questo modo possiamo risalire a cosa era offerto loro e, quando possibile, adeguarci.

In genere una divinità accoglie con piacere ciò che le è sacro e rifiuta categoricamente ciò che danneggia qualcosa che le è sacro. Questo principio parte dal presupposto che tutto ciò che è “sacrificato”, pertanto reso sacro, diventa parte della divinità e va a nutrirla. Offrirle qualcosa che lei non desidera può portare a un rifiuto o, se la scelta è particolarmente infelice, può diventare motivo di scontro: qualcosa che noi dobbiamo cercare di evitare a tutti i costi. Tuttavia non dobbiamo mai dimenticare che viviamo nel mondo moderno e i tempi sono decisamente cambiati. Di conseguenza, il culto di divinità antiche è cambiato e, là dove è possibile, necessita di adeguamenti. Pertanto il nostro compito sta nel cercare di tradurre ciò che potrebbe essere gradito a una divinità anche senza ricorrere ai sacrifici cruenti, senza dimenticare che il fatto che se seguiamo una scelta etica nella nostra dieta non implica che la divinità debba adeguarsi a noi.

Poniamo ora il caso che non siamo in grado di capire cosa desidera una divinità perché non ne abbiamo riscontri certi. In questo caso esistono alcune cose che possiamo fare. Una di queste è osservare i tre macrogruppi di divinità e capire a quale appartiene il dio o la dea che noi vogliamo onorare. A prescindere dal tipo di divinità possiamo identificare tre tipi di offerte che possono essere elargite e che, seppur in modo circostanziale, abbiamo già visto con alcuni esempi.

  • Offerte fisiche
  • Offerte energetiche
  • Offerte pratiche

Così come è facile notare una crescita evolutiva delle divinità nella breve divisione del capitolo soprastante che va da quelle più primordiali a quelle più strutturate, sarà anche facile, come prima osservazione, notare come le offerte potranno cambiare in termini di complessità.

Le offerte fisiche sono quelle vincolate all’avere qualcosa di tangibile da offrire e, di conseguenza, avere anche un luogo dove posizionarle. Questo implica, per ovvie ragioni, la necessità di possedere uno spazio riservato alla divinità, anche solo temporaneo, dove poterle depositare. Prendiamo ad esempio la religione politeista più cultuata al mondo: l’induismo. Se avessimo modo di fare due passi tra le strade di Calcutta, vedremmo come non esistono vie che siano prive di un piccolo santuario dedicato a una divinità, tra le centinaia di migliaia che si possono contare nel pantheon indù. Ogni famiglia venera una precisa divinità di cui tramanda il culto ai figli e ai nipoti, mantenendo intatto, in questo modo, un legame molto forte e determinato con un dio o una dea. Non è tuttavia escluso che una persona possa rivolgersi a una divinità differente, offrendole la promessa di un culto famigliare in cambio dell’ottenimento di un obbiettivo o della realizzazione di una richiesta. Nel culto induista le statue e le immagini delle divinità vengono onorate tramite offerte fisiche ed energetiche, ma quello che vedremmo se dovessimo far cadere lo sguardo su un santuario di un dio indù è molto probabilmente una statua con ghirlande al collo e coroncine sulla testa e ai cui piedi sono disposte offerte in fiori, cibo, incenso e bevande.

Questo tipo di offerte molto semplici e dirette è gradito in genere da divinità di tipo elementale o naturale: per inteso torniamo all’esempio di Tonatìuh, il cui culto era svolto semplicemente in prerogativa alla preservazione della vita e a cui si offriva, appunto, la vita. Se queste divinità non erano placate con i sacrifici, semplicemente si prendevano ciò che spettava loro, facendo cadere sulla popolazione calamità naturali. Ci rifacciamo qui allo stesso principio del culto agreste secondo cui l’ultimo covone di grano viene lasciato a marcire sul campo mietuto in offerta al dio del grano che ha permesso che crescesse. Le offerte più comuni che vengono date alle divinità infatti sono libagioni, incenso, bevande, candele, fiori e olii diffusi. In molti casi le offerte vengono accompagnate da richieste e preghiere. Come abbiamo già detto, queste offerte in genere rispecchiano l’attitudine della divinità e vanno a rappresentare ciò che le è sacro. Tuttavia ci sono delle situazioni apparentemente soggettive, come Jemanjà che gradisce molto i meloni e la melassa o Lugh che ama il whisky di malto e la cannabis, Hecate che ama cioccolato e pollo fritto o Papa Legba che chiede tabacco e cocaina.

Sia affiancate alle offerte fisiche sia ferme a sé stanti, ci sono quelle che mantengono, dentro di loro, una componente puramente energetica. Ovviamente tutto ciò che noi offriamo è e si trasforma in energia, ma un’offerta sgrossata dal peso della fisicità è più usata o, comunque, più diretta. In tal caso parliamo di offerte sotto forma di preghiere, danze, canti, poesie e composizione di inni che sono recitati per onorare gli epiteti, le caratteristiche, le gesta o insegnare e ricordare i miti che la interessano.

Le divinità cui sono, tendenzialmente, elargite offerte energetiche sono quelle che vanno a rappresentare le caratteristiche umane e, di conseguenza, i mestieri e le attitudini. Una divinità dei mestieri esigerà offerte legate alle sue aree di influenza, considerando che una divinità più complessa tendenzialmente accetta di buon grado sia un’offerta fisica che una energetica. Se ad esempio desideriamo entrare in contatto con una divinità dell’ebbrezza come Dioniso, possiamo offrirgli del vino, così come una festa e un banchetto in suo onore. Se ad esempio volessimo fare un’offerta a Brid, sapremmo che è una dea cui sono sacri gli agnelli, pertanto è logico pensare che offrirle del latte o del formaggio di pecora possa essere una buona idea, ma nello stesso tempo è legata alla musica, al fuoco, alla poesia e alla metallurgia, quindi per onorarla potremmo recitare una poesia o cantare una canzone, o anche solo accendere delle candele e dedicarle a lei. Se ad esempio vogliamo lavorare con Apollo e sappiamo che gli è sacro l’alloro e che è patrono della musica e del sole, possiamo pensare di offrirgli delle foglie di lauro, suonare, cantare o danzare in suo onore. Afrodite è, tra le molte altre cose, anche una dea della bellezza e dell’amore e le sono sacre le rose, le conchiglie e le colombe. Possiamo offrirle fiori, profumi o piume ma possiamo anche dedicarle dei versi di Pablo Neruda. Ciò nonostante le divinità dei mestieri accettano anche attitudini e comportamenti sociali che sono loro affini. Pertanto per onorare Efesto potremmo costruire con le nostre mani un altare in suo nome o dedicare a lui dei lavori manuali, come potremmo onorare Atena facendo dei lavori a maglia o a punto croce.

Se la divinità è teriomorfa o ha delle forti connessioni con degli animali, un altro aspetto da considerare sono le attitudini degli stessi. Ad esempio Anubis è uno sciacallo ed è legato al deserto: possiamo offrirgli carne cruda o acqua ghiacciata, ma in quanto legato anche ai cani, accetta di buon grado offerte ai canili. Allo stesso modo, come Bast ama il latte e il pesce, gradisce molto che ci si prenda cura dei felini. In due occasioni in gattili e canili che ho frequentato quando volevo adottare un gatto ho trovato simboli dedicati a queste due divinità: segnale che, anche se non per forza per fini votivi, era accettata l’idea che una dea o un dio animale potesse proteggere i suoi pupilli.

Questo tipo di offerta, ossia quella composta di azioni, atteggiamenti, attitudini, viaggi o cerche, interessa tutte le divinità allo stesso modo ma è quella che è quasi esclusivamente accettata dalle divinità creatrici o universali. Stiamo parlando ad esempio degli dei semitici delle religioni monoteiste che si basano su rigidi codici morali determinati da un libro delle leggi esposto da uno o più profeti. Vediamo comunque che, anche se hanno subito un’evoluzione nel culto e nelle attitudini, prima le offerte a loro gradite erano molto più vicine a quelle di altre divinità. Nel Pentateuco, e nello specifico nel libro della Genesi 22,1-18, si legge di come Dio ordini ad Abramo di sacrificare in suo nome il figlio Isacco. Senza dubitare l’uomo conduce il ragazzo sul monte Moriah per ucciderlo, ma all’ultimo momento la sua mano viene fermata e gli viene indicato, invece, di prendere la vita di un ariete come offerta sacrificale sostitutiva. La metafora che si interpreta in questo passo è il distacco voluto con i riti di sangue umano caratteristici dei culti pagani, ma di fatto non si parla di un’interruzione dei riti sacrificali: l’ariete viene ucciso, così come possiamo leggere nei Deuteronomio e nel Levitico, dove si specifica che gli animali volti agli olocausti debbano essere privi di macchia o imperfezione.

Le offerte pratiche sono tutte quelle offerte che implicano, quindi, un impegno. Possono essere impegni di tipo meditativo, un viaggio, una cerca, l’erezione di un tempio, un bosco o un santuario dedicato alla divinità, il modificare un atteggiamento nei confronti dell’umanità, il volersi prendere cura di un animale o di una pianta sacra. Ovviamente, tra tutte, questo è un tipo di offerta che va preso con la maggior serietà in quanto rispettarla implica un impegno più grande.

 

COME CAPIRE SE L’OFFERTA È GRADITA

Partendo dal presupposto che sta sempre a noi scegliere quale offerta fare, sta anche a noi capire se l’offerta che viene elargita è accettata o meno. Insistere con un’offerta non gradita non solo limita il lavoro che svolgiamo con la divinità, che magari sarebbe anche disposta ad accogliere le nostre richieste, ma ci impedisce anche di ottenere la realizzazione del nostro proposito.

Abbiamo già visto come sia possibile, in qualche modo, capire quale offerta possa essere adatta a una certa divinità. Tuttavia abbiamo constatato che ci sono anche delle eccezioni. Ritorniamo qui al caso di Hekate che ama il cioccolato: come potrebbe una divinità anatolica il cui culto dovrebbe essere scomparso con la diffusione del Cristianesimo nell’Impero Romano apprezzare il risultato del trattamento dei semi di una pianta originaria delle Americhe? Fino a prova contraria la prima volta che gli europei sono entrati in contatto con il cacao è stato sull’isola di Guanaja nel 1502, quando l’esploratore genovese Cristoforo Colombo la ricevette in offerta dagli indigeni locali. Il cacao fu portato al di qua dell’oceano solo ventisei anni dopo. Possiamo fare lo stesso discorso con Lugh, che apprezza lo scotch whisky. Per quanto il whisky abbia un’origine asiatica antichissima che risale fino al 7000 a.C., la prima distillazione di whisky nei pressi del luogo dove si venerava Lugh risale alla festa di San Patrizio, patrono di Irlanda, e il primo riferimento alla bevanda che portava il nome di aqua vitae è datato 1494. Una situazione analoga la si trova con Jemanjà, una dea dei mari che apprezza particolarmente il frutto di una pianta strisciante che cresce lontana dall’acqua salata.

Come è possibile, quindi, avere queste informazioni nei riguardi dei gusti delle divinità in merito di offerte?

Una domanda simile la posi ad una sciamana. Le chiesi come fosse possibile che prima della scoperta della microbiologia e della biochimica le herbane sapessero esattamente quali erbe fossero adatte a un certo tipo di trattamento per certi tipi di malessere. Lei rispose in modo semplice: durante un viaggio nel mondo di sotto, lo sciamano chiedeva allo spirito della pianta quale fosse la sua proprietà e lui glielo comunicava. Niente di più semplice.

Quando posi questa domanda a Janet Farrar in merito agli dèi, ormai quasi otto anni fa, lei mi rispose nello stesso modo: per conoscere i gusti in termini di offerte di molte divinità che aveva onorato, era entrata in trance per contattarle e aveva chiesto direttamente a loro quale fosse l’offerta più gradita. Trovai questa stessa affermazione anche nel libro che scrisse con il marito: Lifting the Veil, nel quale parlava in particolar modo delle tecniche inerenti alla trance prophecy, la pratica meditativo-estatica volta allo scopo di permettere una possessione guidata da parte di una divinità all’interno di un sacerdote o una sacerdotessa: in sostanza un Drawing Down the Moon.

Questo tipo di pratica, tuttavia, esula da quello che è il nostro lavoro e le competenze di questa sezione, pur mantenendo attivo il concetto di meditazione contemplativa e di incontro con la divinità come metodo utile per entrare in contatto con loro e cercare di capire cosa desiderano.

Esiste, tuttavia, un metodo più empirico, se così lo possiamo definire, per accertarsi che un’offerta sia gradita o meno. Abbiamo già visto come sia possibile utilizzare degli strumenti radiestesici per misurare il flusso di energia: mi riferisco in particolare al biotensor e al pendolo. Lo stesso metodo che usiamo per misurare l’energia di una persona in positivo o negativo può essere usato anche per le offerte. Dopotutto tutto quanto è energia, pertanto tutto quanto può essere misurato.

Passiamo a un esempio pratico. Sul nostro altare a Demetra abbiamo preparato tutto come si deve: c’è la statuetta, le spighe di grano, delle candele e una ciotola vuota pronta per essere riempita con ciò che desideriamo garantirle. All’interno decidiamo di versare della birra con foglie di menta fresca. Come possiamo sapere se la divinità accetta o meno la nostra offerta? Posizioniamo la mano ricettiva a coppa, con il palmo rivolto verso la bevanda senza intaccarla e con l’altra mano teniamo il biotensor. Se l’offerta ci risulterà positiva significherà ovviamente che la birra sta energizzando, pertanto sta cedendo energia a noi. Se risulterà negativa significherà che sta innervando, pertanto sta prendendo energia da noi.

Abbiamo detto che l’altare rappresenta il tavolo a cui gli dèi si siedono per mangiare. Pertanto la ciotola delle offerte è, a conti fatti, il piatto dove si contiene il cibo che viene loro offerto. Ovviamente l’offerta che noi diamo a livello fisico non viene consumata sul piano denso, ma ne viene consumata la sua copia eterica e astrale. Secondo la legge del riflesso, infatti, ogni singolo essere vivente animato o inanimato, pietra o oggetto naturale possiede un’esatta copia sui piani sottili superiori. Demetra, che non risiede su questo piano, si nutrirà di quella copia, togliendo, a conti fatti, energia eterica alla versione densa della birra che le stiamo offrendo. A questo punto la nostra misurazione sarà negativa quando ci indicherà che la divinità sta attingendo alla copia sottile dell’offerta, in quanto sta sottraendo da essa il potere, pertanto la birra sta “perdendo energia”. Sarà altresì positiva quando la birra mantiene intatte tutte le sue caratteristiche ed emana quindi energia in quanto la sua carica eterica è intoccata.

Questo metodo per i più sensibili è attuabile anche senza l’ausilio di uno strumento di misurazione in quanto sarà possibile percepire una sensazione di “calore” quando una sostanza o un’offerta è positiva quindi “cede energia” e una sensazione di “freddo” quando c’è l’inverso. In sostanza quello che misuriamo è lo stato energetico del nostro corpo e dei corpi sottili delle nostre offerte. Quando entriamo in uno stato negativo, infatti, come in un vortice, anche il nostro corpo comincia a perdere energia, pertanto lo avvertiremo con la percezione di un abbassamento della temperatura. Allo stesso modo quando entriamo in una zona sottoposta a energia positiva, il nostro corpo acquisirà parte dell’energia rilasciata nell’ambiente.

Applicare questa tecnica ci è anche utile per capire quando la divinità ha terminato di attingere a una data offerta ed è ora di cambiarla. Nel momento in cui non avremo un riscontro né negativo né positivo, significherà che l’offerta è totalmente inerte. In genere è comunque buona norma cambiarla tutti i giorni, ma in certi casi è possibile che una divinità impieghi un certo tempo per assorbire totalmente l’energia di una libagione posta sull’altare.

Esistono diverse idee su cosa fare con le offerte “scadute”. Alcuni sostengono che sia buona norma cucinarle e mangiarle, nel caso siano commestibili. È il caso ad esempio dei templi indù e buddhisti in cui le offerte lasciate al tempio e agli dèi in parte vengono consumate dai sacerdoti stessi che si occupano di quel dato luogo sacro. In taluni casi, specialmente quando abbiamo a che fare con divinità teriomorfe, non è una cattiva idea dare le offerte agli animali legati a quella divinità: come per Bast o Anubis, ad esempio. Secondo altre vie o altri casi, le offerte sono lasciate all’aperto, in natura, affinché gli dei possano continuare a nutrirsene e facendo sì che il cibo non sia sprecato, dato che gli animali, le piante e gli insetti ne potranno beneficiare.

In ventisei anni di cammino ho sentito ogni possibile variante su quello che sia corretto fare nel campo variegato che è la ritualità teurgica. Alcuni, anche troppi, asseriscono di avere la verità in mano vuoi perché l’hanno letta su quel libro, vuoi perché è stata insegnata loro da chissà quale mistagogo misterioso, vuoi perché ritengono di essere stati prescelti da entità superiori. Dopo ventisei anni sono rimasto comunque della medesima opinione che avevo: non esiste un metodo giusto o uno sbagliato, ma solo diverso: questo deve essere valutato a seconda del proprio modo di vedere il rapporto con gli dèi.