The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Capitolo 19 - Rituali e Cerimoniali (Parte 3 - Riti di Guarigione)

INTERPOLAZIONE DIVINA

Abbiamo visto in modo molto ampio cosa siano le divinità e come si sviluppano i culti e i rituali a loro interessati. Ora torniamo a concentrarci sulla guarigione e sulle divinità che hanno dei ruoli in questo ambito, come lavorare con loro e quali differenze corrono nei diversi approcci che possiamo scegliere.

È possibile trovare una divinità che abbia una connotazione con la guarigione in pressoché qualsiasi cultura. A volte anche più di una in quanto vanno ad incarnare degli aspetti differenti. In linea di massima le divinità connesse anche in modo collaterale con la guarigione possono essere definite in questo modo:

  • Divinità dell’arte medica
  • Divinità della guarigione trasformativa
  • Divinità contro precisi tipi di malattie
  • Divinità della salute e della vitalità
  • Divinità della morte e della malattia

Come ben possiamo immaginare ogni popolo, nel corso dei secoli, ha inteso, interpretato e coniugato la guarigione sotto aspetti differenti. In alcune culture, ad esempio, è inerente a questo contesto anche una divinità convocata per il potere delle erbe o una divinità lunare o elementale, per altri invece no. Là dove si è sviluppata una civiltà in cui la figura del medico ha preso il posto di quella dello sciamano, come in Egitto, in Cina o in Grecia sarà più consono trovare divinità specifiche legate al campo della medicina che esprimano proprio il concetto di tutelare il soggetto operante sul campo, con dèi come l’egizio Thot o il greco Asclepio. In altre popolazioni, invece, come i norreni, le popolazioni sudamericane, africane, germaniche e celtiche è più facile trovare divinità legate alla guarigione in senso più ampio. In questo caso abbiamo a che fare anche con divinità della guarigione trasformativa come la triplice dea Brid (e tutti i suoi diversi nomi), le cui fonti e pozzi sacri punteggiano ancora adesso l’Irlanda e dove molte persone tuttora si avvicendano con offerte e richieste.

Non è altresì anomalo che un popolo invochi una divinità appositamente collegata ad un preciso malessere, come è il caso della dea egizia Serket che tutela, tra le altre cose, anche dai morsi e dalle punture di animali ed insetti velenosi come scorpioni e serpenti, o anche Febris, la dea romana convocata per scacciare e combattere le febbri. Esistono inoltre le divinità legate al benessere la vitalità, ossia quel tipo di dèi e dee che non sono convocate per guarire da un malanno, bensì per preservare la salute, come la dea romana Cardea o come il dio Indù Dharti. Esistono infine anche le divinità legate alla malattia e la morte che vengono convocate per chiedere loro di ritardare o accelerare il decesso di qualcuno o per non far sì che la malattia ci colpisca, come il caso del dio babilonese Namtar, cui erano elargite offerte proprio al fine di placarlo e implorarlo di non affliggere una popolazione.

In taluni casi esiste anche il mezzo di convocare una divinità opposta ad un’altra al fine di sfruttare un vantaggio. Lo vediamo ad esempio con Shitala, una dea indù incarnazione della Durga che si contrappone fortemente a Jvarasura, il demone che sparge in modo pandemico febbri, colera, vaiolo e morbillo. Tuttavia un contesto simile ma molto più significativo lo troviamo nella mitologia mesopotamica con Pazuzu, una divinità assiro-babilonese che ha preso notorietà grazie a William Peter Blatty, autore del libro L’Esorcista da cui nel 1973 è stato tratto il capolavoro di William Friedkin. Pazuzu è di fatto un demone dell’aria che rappresenta il freddo vento secco orientale che giunge dalla catena montuosa degli Zagros e risale il Tigri e l’Eufrate fino al golfo, portando febbri, siccità e carestie. In antichità era però convocato allo scopo di contrastare Lamaštu, una dea-demone che si riteneva uccidesse i bambini e le partorienti. Per ottenere il suo favore si faceva appunto uso di talismani che avrebbero allontanato la sua nemica più acerrima (e secondo alcuni miti amante o madre). Di contro Lamaštu era chiamata proprio per contrastare la febbre portata da Pazuzu. Abbiamo quindi un approccio rituale combattivo determinato quasi da un concetto simile al “nemico del mio nemico è mio amico”. Nessuna delle due divinità è, a tutti gli effetti, considerabile come “positiva”; non nel senso in cui si potrebbe riflettere sulla positività di una qualsiasi entità. Tuttavia serviva allo scopo, e per i popoli che si appoggiavano al loro aiuto, tanto bastava.

Abbiamo visto in modo molto ampio cosa siano le divinità e come si sviluppano i culti e i rituali a loro interessati. Ora torniamo a concentrarci sulla guarigione e sulle divinità che hanno dei ruoli in questo ambito, come lavorare con loro e quali differenze corrono nei diversi approcci che possiamo scegliere.

È possibile trovare una divinità che abbia una connotazione con la guarigione in pressoché qualsiasi cultura. A volte anche più di una in quanto vanno ad incarnare degli aspetti differenti. In linea di massima le divinità connesse anche in modo collaterale con la guarigione possono essere definite in questo modo:

  • Divinità dell’arte medica
  • Divinità della guarigione trasformativa
  • Divinità contro precisi tipi di malattie
  • Divinità della salute e della vitalità
  • Divinità della morte e della malattia

Come ben possiamo immaginare ogni popolo, nel corso dei secoli, ha inteso, interpretato e coniugato la guarigione sotto aspetti differenti. In alcune culture, ad esempio, è inerente a questo contesto anche una divinità convocata per il potere delle erbe o una divinità lunare o elementale, per altri invece no. Là dove si è sviluppata una civiltà in cui la figura del medico ha preso il posto di quella dello sciamano, come in Egitto, in Cina o in Grecia sarà più consono trovare divinità specifiche legate al campo della medicina che esprimano proprio il concetto di tutelare il soggetto operante sul campo, con dèi come l’egizio Thot o il greco Asclepio. In altre popolazioni, invece, come i norreni, le popolazioni sudamericane, africane, germaniche e celtiche è più facile trovare divinità legate alla guarigione in senso più ampio. In questo caso abbiamo a che fare anche con divinità della guarigione trasformativa come la triplice dea Brid (e tutti i suoi diversi nomi), le cui fonti e pozzi sacri punteggiano ancora adesso l’Irlanda e dove molte persone tuttora si avvicendano con offerte e richieste.

Non è altresì anomalo che un popolo invochi una divinità appositamente collegata ad un preciso malessere, come è il caso della dea egizia Serket che tutela, tra le altre cose, anche dai morsi e dalle punture di animali ed insetti velenosi come scorpioni e serpenti, o anche Febris, la dea romana convocata per scacciare e combattere le febbri. Esistono inoltre le divinità legate al benessere e alla vitalità, ossia quel tipo di dèi e dee che non sono convocate per guarire da un malanno, bensì per preservare la salute, come la dea romana Cardea o come il dio Indù Dharti. Esistono infine anche le divinità legate alla malattia e alla morte che vengono convocate per chiedere loro di ritardare o accelerare il decesso di qualcuno o per non far sì che la malattia ci colpisca, come il caso del dio babilonese Namtar, cui erano elargite offerte proprio al fine di placarlo e implorarlo di non affliggere una popolazione.

In taluni casi esiste anche il mezzo di convocare una divinità opposta ad un’altra al fine di sfruttare un vantaggio. Lo vediamo ad esempio con Shitala, una dea indù incarnazione della Durga che si contrappone fortemente a Jvarasura, il demone che sparge in modo pandemico febbri, colera, vaiolo e morbillo. Tuttavia un contesto simile ma molto più significativo lo troviamo nella mitologia mesopotamica con Pazuzu, una divinità assiro-babilonese che ha preso notorietà grazie a William Peter Blatty, autore del libro L’Esorcista da cui nel 1973 è stato tratto il capolavoro di William Friedkin. Pazuzu è di fatto un demone dell’aria che rappresenta il freddo vento secco orientale che giunge dalla catena montuosa degli Zagros e risale il Tigri e l’Eufrate fino al golfo, portando febbri, siccità e carestie. In antichità era però convocato allo scopo di contrastare Lamaštu, una dea-demone che si riteneva uccidesse i bambini e le partorienti. Per ottenere il suo favore si faceva appunto uso di talismani che avrebbero allontanato la sua nemica più acerrima (e secondo alcuni miti amante o madre). Di contro Lamaštu era chiamata proprio per contrastare la febbre portata da Pazuzu. Abbiamo quindi un approccio rituale combattivo determinato quasi da un concetto simile al “nemico del mio nemico è mio amico”. Nessuna delle due divinità è, a tutti gli effetti, considerabile come “positiva”; non nel senso in cui si potrebbe riflettere sulla positività di una qualsiasi entità. Tuttavia serviva allo scopo, e per i popoli che si appoggiavano al loro aiuto, tanto bastava.

Come abbiamo visto, seppur molto brevemente, esistono diversi approcci alla guarigione. Per alcuni aspetti è interessante come onorare una divinità della malattia e della morte possa apparire anomalo. In realtà è una cosa molto diffusa e non è per forza sintomo di pazzia o di senso del macabro. Se esaminiamo ad esempio il culto della Santa Muerte, in fortissima espansione nelle prime decadi del nuovo millennio, vediamo come formi un sincretismo esoterico e religioso molto peculiare. Una parte è proveniente dalla sua origine mixteca, quella di Mictēcacihuātl, la dea della morte e del Mictlān, il regno infero azteco, l’altra è la mescolanza di connotazioni cristiane delle rappresentazioni europee medievali e rinascimentali. Il culto della Nuestra Señora de la Santa Muerte, come si confà, è del tutto popolare. Ad onorarla sono soprattutto reietti: senzatetto, travestiti e transessuali. A lei ci si rivolge sia per trovare conforto che protezione. Le offerte tributate sono talmente varie che è difficile accomunarle in quanto ella stessa ha differenti versioni atte a rispondere a diverse esigenze e richieste. C’è chi le offre pallottole, chi sigarette, chi caramelle, chi soldi o lattine di birra. A seconda di ciò che viene richiesto l’offerta cambia. Nel culto messicano, ciò che non si può chiedere alla Vergine di Guadalupe i devoti lo chiedono alla Santa Muerte. Questa espressione votiva va a prendere propriamente il significato di onorare la ciclicità e non la morte come singolo polo, bensì come punto di passaggio tra i due fuochi. In un’interessante intervista ad Alfonso Hernàndez, il direttore del Centro Studi su Tepito (il quartiere di Città del Messico dove ha avuto origini negli anni sessanta il culto sincretico) possiamo leggere: “chi è più forte rispetto a un potestà come la Morte, che decide che quando deve arrivare non le scappi, mentre quando non ti tocca, non c’è verso di farla apparire? Lei dice quando e così non conosciamo il momento né della nostra nascita né della morte. Questo ci avvicina all’idea della circolarità del tempo e al fatto che ogni giorno in realtà dormiamo come in una prova generale di un sonno più grande”.

Diversi popoli, diverse esigenze, diversi aspetti generano e richiedono la formazione di diversi approcci a temi che, seppur simili, mantengono tra loro una diversità di genere molto ampia. Se il nostro desiderio è quello di ottenere il supporto di queste divinità è importante non dimenticare le seppur minime sfumature. In un culto molto prossimo a quello monoteista, tendenzialmente molte divinità possono rispondere ai loro fedeli per richieste di vario genere. Tuttavia, quando il desiderio di avvicinarsi ad un dio o una dea è misurato da una necessità, se ne esiste la possibilità è utile, se non fondamentale, scegliere con cura.

In un interessante passo del romanzo di Marion Zimmer Bradley intitolato Le Querce di Albion, vediamo come in un rituale di trance oracolare è convocata Cathubodva, una dea celtica che va a richiamare la Badb Catha, una delle personificazioni della Morrigan. In quanto vergine delle battaglie, la tribù dei britanni la evoca per intervenire nella lotta contro i romani.

“Annienta gli invasori, abbatti i devastatori della nostra terra! Vittoria, Signora, ecco ciò che chiedo”.
“Vittoria?” La dea delle battaglie rise. “Io non sono la vittoria… Io sono la sposa della battaglia, sono la madre divoratrice, la morte è l'unica vittoria che troverai fra le mie braccia!”

L’autrice, in questo poetico dialogo, fornisce un esauriente spunto di riflessione: da ogni forza che noi coinvolgiamo ritualmente dobbiamo aspettarci un intervento coerente e legato a quella che è la natura che questa forza trasmette e porta con sé. Così come in altre forme cerimoniali, soprattutto nella guarigione, è necessario prestare particolare attenzione alle divinità che desideriamo coinvolgere in quanto, come abbiamo visto, anche divinità che condividono un ruolo all’interno di rituali portati ad un supporto o un vero e proprio intervento divino hanno approcci diversissimi tra loro.

 

LA CONDIZIONE RITUALE

Abbiamo visto offerte, tipi di divinità, e come queste possano essere differenti tra loro. Vediamo ora come poter lavorare con loro. Se state leggendo queste righe, oltre che per curiosità, è logico supporre che sia anche perché avete intenzione o bisogno di inserire una pratica teurgica nei vostri lavori di guarigione. Giunti a questo punto è bene chiarire due punti importanti, che si possono distinguere semplicemente con la domanda: perché state lavorando con una divinità? A prescindere dall’intento, ogni schema rituale teurgico rispetta gli stessi requisiti, pertanto opzioniamo il fatto che avete già scelto una divinità con cui lavorare, sapete invocarla e sapete quali offerte le sono gradite. Quello che qui va a cambiare è il fatto che svolgiate questi rituali in preparazione o supporto di un trattamento oppure se lo fate come focus centrale. In sostanza la differenza è se la vostra pratica di guarigione è una cerimonia oppure se le ritualità vi servono solo da supporto a ciò che state facendo.

Io lavoro in entrambi i modi: quando svolgo un lavoro energetico più complesso, ossia una vera e propria seduta di guarigione, chiamo a supporto una divinità che mi possa dare sostegno, aiuto e consiglio. Nello stesso tempo in occasioni differenti, magari quando posso contare sull’aiuto della mia congrega, pratico dei rituali di guarigione secondo schemi magici teurgici, cerimoniali, wiccan o anche stregoneschi (a seconda dell’occasione) o entro in connessione con una divinità per chiedere il suo aiuto attraverso uno scambio di favori od offerte.

Ogni pratica rituale di guarigione deve tenere conto di alcuni aspetti importanti e il primo di questi va a scavare, ancora una volta, in concetti che abbiamo già preso in considerazione precedentemente su queste pagine: il guaritore non guarisce, bensì aiuta le persone a guarire. Dal momento che, a parte casi abbastanza rari, una persona si rivolge alla guarigione esoterica solo quando tutte le altre strade non hanno dato frutti soddisfacenti o lo fa come approccio complementare alla medicina tradizionale per non lasciare nulla di intentato, quello che spesso saremo chiamati ad affrontare sarà una situazione avanzata, critica o definita dai medici come senza speranza.

Posso capire come questo renda apparentemente e anche tecnicamente le cose più difficili. Tuttavia nel mondo attuale la fiducia delle persone è esternalizzata quando c’è un problema e centrata su sé stessi e sul viaggio personale solo in seconda battuta. Per prima cosa l’approccio che si ha è quello di eliminare il sintomo, risolvere la difficoltà e tornare a dedicarsi ad altro prima possibile. In questo modo non siamo chiamati a perdere tempo, riflettere, ricordare, unire dei punti e soprattutto dover affrontare questioni della nostra vita che preferiremmo non vedere. Alla luce di questo, la prima parte del viaggio che dobbiamo intraprendere assieme al nostro paziente non sarà una diagnosi di quali sono le possibilità oggettive atte a porre un rimedio o un regresso totale della malattia in corso, bensì chiarire a chi si approccia a noi che faremo tutto ciò che è in nostro potere, ma che esiste sempre la possibilità che il decorso abbia una fine inevitabile da cui non è possibile scampare. Da parte nostra, questo non significa in alcun modo che gli dèi ci hanno abbandonato, che non siamo capaci, che dobbiamo impegnarci di più o che non c’è nulla che possiamo fare. Significa che il nostro intervento, al contrario di quello medico tradizionale, è opzionato al karma, con cui noi collaboriamo, ma non interferiamo mai. Se un malato può guarire e si rivolge a noi, il nostro compito non è quello di entrare a gamba tesa e in modo mirato, ma di portarlo a vedere ciò che gli è utile per guarire e agire per armonizzare i corpi sottili e superiori in modo complementare.

Tuttavia c’è da chiarire un punto importante: la pratica di guarigione rituale e il trattamento singolo su una persona hanno impatti differenti. Mentre un trattamento può andare a coinvolgere in una singola seduta tutti i piani, partendo dal denso per arrivare ai piani buddhico e atmico, un rituale in genere si concentra su un corpo soltanto alla volta in quanto la struttura cerimoniale deve essere ben determinata e chiara, soprattutto se coinvolge più persone che devono lavorare in armonia.

Come in tutti i rituali, quindi, l’obbiettivo deve essere condiviso e non deve essere in alcun modo fumoso, non particolarmente definito o dato per scontato. Se stiamo lavorando con una persona che è in pericolo di vita, dobbiamo ricordare che non stiamo lavorando per compiere miracoli, bensì per fare tutto il possibile per ottenere il massimo risultato ottenibile. Ciò non esclude che la magia funzioni e che se si utilizza il giusto metodo, applicando la giusta forza, coinvolgendo le giuste energie e selezionando le giuste tempistiche con i giusti simbolismi si possano ottenere risultati assolutamente insperati. Pertanto dobbiamo sempre lavorare per ottenere il massimo, in qualsiasi condizione e qualsiasi occasione, ma dobbiamo anche essere preparati e, di conseguenza, preparare la persona cui il nostro aiuto è destinato, al fatto che non sempre la magia funziona come crediamo. A volte meglio, a volte non abbastanza. Più l’obbiettivo è definito, qualsiasi esso sia, più sarà probabile ottenere un beneficio chiaro e indiscutibile.

L’obbiettivo, però, non riguarda la speranza. Spesso riguarda una strategia costituita da passi necessari per ottenere il massimo risultato possibile. Quando noi preghiamo o ritualizziamo stiamo utilizzando una forma di magia verbale e fisica che si manifesta grazie alla nostra capacità di entrare in uno stato alterato di coscienza mediante la litania e la vibrazione di precise formule votive. Se dobbiamo aggiungere un intento alla nostra richiesta, è bene che questo sia ben delineato e che non sia a libera interpretazione. Soprattutto quando lavoriamo per guarire qualcuno, in nessun caso possiamo dare per scontato che i sottintesi siano trattati come ci aspettiamo. La seconda cosa da tenere a mente è che soprattutto in casi più gravi (e dubito che ci metteremo a lavorare con un rito teurgico per un raffreddore) è bene creare nelle richieste un climax ascendente che non viene mai invertito e che deve ripetersi sempre allo stesso modo nei giorni a seguire; sarà infatti molto difficile che basti eseguire un rito una sola volta perché l’effetto si manifesti. Non solo si dovrà seguire sempre lo stesso schema rituale, ma dovrà ripetersi per un numero determinato di giorni, se possibile sempre alla stessa ora e sarà altresì necessario che le orazioni e le preghiere siano recitate per un numero predeterminato di volte.

Ogni rito può essere svolto sia per qualcuno che è presente o qualcuno che è distante. Non fa alcuna differenza. Quello che cambia è solo il modo che utilizziamo per connetterci con questa persona e inviare l’energia che possiamo accumulare e che andrà a favorire il processo che porta al compimento del nostro obbiettivo. Tuttavia se il nostro lavoro coinvolge l’invocazione o l’evocazione di una divinità, è importante considerare, come abbiamo visto, l’integrazione di una corretta offerta affinché ci si possa avvalere del suo aiuto e del suo intervento. Su questo punto torneremo tra poco.

 

LE PRATICHE VOTIVE

Ciò che abbiamo detto precedentemente nei riguardi delle divinità e delle diverse offerte giungono ora ad un riscontro pratico. Per affrontare il rituale, una volta che abbiamo capito ciò che ci serve, dobbiamo prepararlo affinché nulla sia dettato dal caso. Nella preparazione è importante definire il tipo di rituale che abbiamo intenzione di mettere in atto. Tendenzialmente se la persona cui è destinato il rituale è presente, le pratiche che possono essere svolte contemplano il direzionare l’energia direttamente sulla parte malata o la persona malata. Nel caso il diretto interessato non sia presente è possibile utilizzare un focus: potrebbe essere una dagida, un testimone o anche solo una visualizzazione.

Prendiamo qui in considerazione opzioni teurgiche, che quindi coinvolgono l’evocazione o l’invocazione di energie divine al fine di chiedere il loro aiuto. Abbiamo già visto quando abbiamo trattato gli strumenti come sia utile avere un altare pronto con ciò che ci serve. Per questo motivo è necessario assicurarsi di avere tutto a portata di mano: offerte, rappresentazioni, eventuali formule.

Io suggerisco sempre di scrivere le proprie invocazioni da soli e di non appoggiarsi troppo a qualcosa di già fatto, se non per pura ispirazione. In magia non esiste il copyright, ma ciò che facciamo lo facciamo perché funziona. Scrivere da soli le proprie invocazioni non è utile solo per il potere che infondete in una vostra creazione e che supererà di almeno sei distanze quella fatta da qualcun altro, ma soprattutto perché una divinità ascolta ciò che le viene richiesto se affiancato ad un’offerta che la alletta così com’è. Se noi organizziamo un rituale con un’invocazione antica, per quanto affascinante ed evocativa possa essere, corriamo il rischio di non centrare il punto che desideriamo ottenere in quanto non possiamo essere sicuri al cento per cento di quale fosse lo scopo principale che desiderava ottenere chi l’ha scritta. Le libere interpretazioni su composizioni altrui, soprattutto se molto antiche, possono comportare difficoltà che non possiamo pensare di ignorare in un rituale di guarigione.

Posso comprendere che la complessità e la bellezza di un inno possa essere misurata anche dalla sua teatralità, ma bisogna mettersi nell’ottica del fatto che stiamo chiedendo un’azione diretta, importante e su cui non possiamo permetterci di sbagliare. Cercate di essere precisi e di non lasciare nulla al caso quando scrivete la vostra richiesta. A parte ciò che ho già detto, in realtà non ci sono particolari controindicazioni o indicazioni da seguire nella stesura della vostra richiesta tranne due. Partiamo dalla prima.

Come abbiamo detto ci sono parecchi tipi di offerte che possiamo fare ad una divinità, equiparata alla richiesta che noi facciamo. Se stiamo cercando di guarire qualcuno da una malattia molto grave non possiamo sempre aspettarci che la risposta ci arrivi celere e rapida solo perché accendiamo un incenso: a meno che non sia una divinità con cui lavoriamo per la guarigione in modo molto assiduo e con cui abbiamo un rapporto molto diretto, la prima offerta sarà solo utile ad attirare la sua attenzione. A prescindere, quindi, aspettiamoci di poterci trovare ad integrare l’offerta semplice e fisica con altri approcci più complessi. Se siamo in contatto con la divinità, questa potrebbe chiederci di fare qualcosa o potremmo decidere di offrirci di compiere delle azioni per lei. In questo caso è imperativo non lasciare mai aperta la possibilità che la divinità, qualunque sia, possa scegliere cosa vuole in cambio del suo aiuto, soprattutto dopo che ha portato a termine il suo compito. È decisamente raro (a mia esperienza impossibile) che gli dèi facciano qualcosa per noi senza chiedere qualcosa in cambio. Proprio per questo motivo, soprattutto per quanto riguarda la guarigione, è necessario procedere prima all’offerta e solo in seguito fare la richiesta. Questo ci permette di avere un controllo di ciò che siamo disposti ad offrire per non trovarci, in seguito, a dover pagare un debito che non siamo in grado di sostenere. Soprattutto perché le divinità si verranno a prendere ciò che spetta loro quando noi non rispetteremo i patti e lo faranno con i loro tempi e la loro interpretazione. Per “interpretazione” si intende la coniugazione dell’offerta sulla base del potere gestito dalla divinità stessa. Così come la Cathubodva del romanzo della Bradley asseriva che la gloria che il guerriero trovava nella vergine delle battaglie era la morte, se lavoriamo con una divinità trickster o legata alla morte con il fine di guarire qualcuno e non definiamo in modo chiaro ed inequivocabile quali sono le garanzie, gli approcci e i punti fondamentali legati al suo intervento e al prezzo da pagare, tutto verrà trasportato in quella che è la sua visione. Ogni uomo vede il mondo con i suoi occhi, fatti di migliaia di sfumature. Una divinità vede il mondo secondo lo schema su cui è formata e su cui interagisce: una forma mentis indissolubile e impossibile da modificare, ma solo da accettare e conoscere. È un limite che noi ignoriamo perché siamo esseri molto più duttili e pensiamo, a torto, che questo possa essere sottinteso in ogni relazione che noi creiamo con qualcuno, sia esso un essere umano, un animale, uno spirito, una divinità o una qualsiasi altra entità senziente. Proprio per la nostra duttilità di pensiero, dobbiamo essere noi, grazie ai metodi già suggeriti, a dover correggere il tiro man mano e capire come migliorare, ma soprattutto pensare in modo laterale e cercare di avvicinarci il più possibile a quello che è il punto di vista relativo e assoluto dell’entità con cui vogliamo scendere a compromessi. Ovviamente questo metodo contempla il fatto che non sia possibile ottenere il risultato con un rito soltanto.

Se avete l’opportunità di potervi appoggiare su un gruppo, una congrega o anche delle persone fidate che sono disposte ad aiutarvi e che non necessariamente hanno ampie conoscenze in materia di guarigione, potete appoggiarvi sull’energia scaturita da un rito congiunto e utilizzarla per caricare un oggetto o direzionare l’intento di guarigione verso chi ne ha bisogno. Un metodo molto utilizzato nei rituali di guarigione di gruppo è quello di caricare un talismano o un focus con l’intento che ci interessa. Anche in questo caso l’ausilio della divinità diventa fondamentale, ma se decidiamo di seguire questa via non possiamo permetterci di provare più volte finché non imbrocchiamo il modo giusto: dobbiamo studiare precedentemente il rituale, magari anche canalizzando per chiedere aiuto alle nostre guide, in modo da avere il massimo delle opzioni possibili ed evitare errori in corso d’opera. Un rituale svolto con una persona malata presente non può contemplare la possibilità di “provare a vedere cosa succede”. Per studiare e mettere in piedi un rituale di guarigione possono volerci anche settimane, più ulteriore tempo per aspettare il momento propizio a livello astrologico. La fretta non è di sicuro una buona consigliera, ma a volte potreste non essere nella posizione di poter attendere. Se non avete il tempo per agire in questo modo, è bene usare un altro approccio.

Poniamo caso che la persona da aiutare non sia presente e volete usare un metodo semplice, funzionale e senza troppi fronzoli. In questo caso, sempre basandoci sul principio appena esposto ci sono varie opzioni. Prendiamo come esempio il rito di guarigione del Sacro Graal. A discapito del nome molto pomposo si tratta di un rito semplicissimo nel suo svolgimento, ma non per questo meno potente. Chiarito qual è il fulcro dell’intento tra tutti, al centro del cerchio andrà posizionata una coppa piena di acqua precedentemente benedetta e consacrata. Tutti gli astanti si dovranno posizionare intorno alla coppa tenendosi per mano e cominciando a salmodiare una litania che descriva in parole semplici, concise, e se possibile in rima, quello che è l’obbiettivo che si ha intenzione di ottenere. Uno dei partecipanti al rito (in genere una donna) dovrà invece posizionarsi all’interno, con gli occhi fissi sulla coppa. Mentre gli altri cominceranno a girare in tondo seguendo con i passi la cadenza della litania, la persona al centro dovrà prestare attenzione al crescendo inevitabile che si alzerà sia in velocità che in volume, seguendo la dinamica in salita di quello che in magia è noto come “cono di potere”. Facendo bene attenzione a rimanere in ascolto, la persona al centro dovrà cogliere il momento esatto di picco che precede la discesa e lanciare un segnale che interrompa immediatamente il canto e la danza e prendendo tutta l’energia che gli astanti proietteranno all’interno del cerchio per convogliarla nella coppa. A quel punto, caricata, l’acqua può essere bevuta dalla persona per la quale il rituale è stato svolto. Questo metodo, ossia il cono di potere, è una pratica avanzata della Wicca ed è utilizzato per caricare e proiettare un intento su un oggetto o su una situazione. Così come possiamo caricare dell’acqua attraverso il Rituale del Sacro Graal, possiamo fare lo stesso con delle candele benedette, un talismano o qualsiasi altro oggetto o focus, come una fotografia o un testimone.

 

I RITUALI PIATTAFORMA

Nel corso del tempo e nella pratica, potreste trovare utile e funzionale costruire quello che io chiamo “rituale piattaforma”, ossia una struttura rituale funzionale che possa essere integrata con semplicità modificando il nome della divinità, gli epiteti, le offerte ed eventuali altri dettagli, pur mantenendo intatta la dinamica pura e semplice. Queste strutture hanno il vantaggio di rimanere sempre molto lineari, seppur diverse tra loro. In questo modo, una volta costituito lo scheletro principale del rito, è possibile modificarlo per ogni esigenza senza dover stravolgere i simbolismi in quanto le condizioni rituali rimangono inalterate e si alternano sempre alla stessa maniera.

A livello cerimoniale, queste “piattaforme” sono molto usate in quasi tutti gli ambienti. Se solo esaminiamo, ad esempio, quella che è una struttura di un rituale wiccan tradizionale, vediamo come alcune cose non cambiano pressoché mai, ma si svolgono sempre alla stessa maniera: purificazione, benedizione e consacrazione dell’acqua e del sale, tracciatura del cerchio, chiamata dei quarti, invocazione degli dèi fanno parte, in genere, di quello che è noto come “rituale di apertura”, in quanto è ciò che è svolto ogni volta nel medesimo modo. Lo stesso avviene per il “rituale di chiusura” che consiste nel consumare birra e dolci, il ringraziamento alle divinità, il bando dei quarti e quindi lo scioglimento del cerchio.

Quando dobbiamo applicare, quindi, una forza immediata ad uno scopo che necessita di un intervento solido e commisurato, se lo abbiamo pronto, possiamo sfruttare uno di questi “rituali piattaforma”: questo ci permette di non dover costruire un rituale da zero ogni volta cercando i giusti simbolismi e rischiando, in questo modo, di tralasciare qualche dettaglio importante. Lo svantaggio, se così si può chiamare, risiede nel fatto che questi rituali, per quanto simili, non sono mai uguali e prendono forza nel corso dei giorni. È pertanto molto importante rispettare delle tempistiche consolidate. Io in genere utilizzo cicli da tredici giorni dove per entrare nel vivo del rito ne impiego almeno due, ma per chi approccia a questo tipo di rito per la prima volta, potrebbero volercene anche di più. Per cicli intendo ripetere il rituale ogni giorno alla stessa ora per tredici giorni consecutivi o, se non possibile, tredici giorni totali. Questo lasso di tempo permetterà un accumulo di energia tale da poter dare ottimi risultati già dopo cinque o sei volte che si svolge il rituale. La sensazione che si prova è quella dell’esperienza del volano, un organo rotante che eleva un superiore momento di inerzia quando messo in rotazione da un dispositivo. Un po’ come quelle giostre circolari con un manubrio a volante al centro e con i seggiolini all’esterno, abbastanza diffuse negli anni nella seconda metà del secolo scorso. Partendo dalla giostra ferma è molto duro farle prendere velocità, ma superato un certo punto, basta applicare una piccolissima frizione per far sì che mantenga la stessa forza. Con questi rituali è lo stesso. Una volta preso lo slancio sentite che ogni volta che ripetete questo rituale non state più facendo fatica, ma semplicemente state dando un leggero colpetto al volano e che la forza cinetica inerziale farà il resto.

 

I RITUALI CON FOCUS E TESTIMONI

Testimoni e focus, già citati precedentemente, sono elementi fondamentali quando non possiamo trattare o lavorare a livello rituale su una persona in modo diretto. Per quanto ci possa apparire semplice e logico, è tuttavia importante essere in possesso di alcuni preziosi dettagli prima di procedere con un rito di guarigione. Questi dettagli sono: i focus, i testimoni e il permesso di agire.

In altre occasioni abbiamo usato questi termini ma tornerò sull’argomento in modo più breve per motivi funzionali. Quando parliamo di focus stiamo parlando di oggetti votivi su cui centriamo la nostra forza di volontà e che utilizziamo per rafforzare quello che è il nostro intento e la nostra abilità. A livello rituale quando un prete cristiano pratica un esorcismo e posiziona una croce di fronte ad un posseduto sta utilizzando il simbolo sacro della sua religione come un focus per concentrare la sua fede. Nel neopaganesimo e di conseguenza anche nei rituali di guarigione che sono svolti in seno alle vie spirituali che ne sono affini, i focus sono molti e di più svariata natura. Si potrebbe trattare di talismani o semplici feticci, se non addirittura dei veri e propri filatteri.

Il testimone, invece, è qualcosa di nettamente diverso. Si tratta a tutti gli effetti di un frammento o un campione biologico della persona da trattare (sangue, capelli, peli, saliva, unghie), un oggetto che le appartiene e a cui è strettamente legata (un indumento, un gioiello, un diario) o una fotografia che la ritrae. Dal momento che stiamo lavorando per guarire questa persona, l’ultima cosa che desideriamo e che è logico fare è indebolirla, pertanto nella stragrande maggioranza dei casi i rituali di guarigione si appoggiano su fotografie proprio per non privare in alcun modo la persona anche di un singolo capello. Tuttavia, dal momento che una fotografia non è un canale potente quanto una parte del corpo e dato che un oggetto che appartiene a qualcuno potrebbe non essere sempre e solo appartenuto a quella persona, in genere all’immagine si affianca anche il nome completo della persona sui cui desideriamo intervenire e la sua data di nascita. Questo ci permette di essere più precisi nel direzionare le nostre energie, soprattutto se non conosciamo personalmente chi stiamo cercando di aiutare.

Terzo e non meno importante, come già ripetuto più volte, è il permesso della persona. Anche e soprattutto nei rituali, non possiamo dimenticare l’importanza di avere la concessione di intervento, sia da parte delle nostre guide, le quali sanno meglio di noi cosa è giusto e cosa non lo è in quanto conoscono anche circostanze che noi ignoriamo, sia da parte del diretto interessato. Agire nei confronti di qualcuno che non accetta il nostro aiuto è una violenza e non solo è antietico, ma è controindicato anche per via del fatto che entrando senza permesso stiamo agendo in modo invasivo con il risultato di rischiare di ottenere un risultato opposto a quello che cerchiamo. Così come ogni persona a livello biologico è in possesso di un sistema immunitario che la tutela dagli attacchi continui da parte di agenti patogeni, esiste una sorta di sistema immunitario sottile che respinge e controbatte gli agenti esterni. Il permesso della persona ci serve anche per evitare che il nostro intervento possa essere commisurato come un attacco.

Se uniamo l’uso di focus e di testimone, oltre al permesso della persona coinvolta, possiamo ottenere risultati anche più significativi. È il caso, ad esempio, della dagida. La dagida è, molto semplicemente, una rappresentazione a forma umanoide molto abbozzata, tradizionalmente ottenuta plasmando e intagliando della cera. Quando associata ad un testimone, questo strumento può essere utilizzato per molte forme di magia. Tradizionalmente è fortemente collegato al voodoo e ai malefici in quanto l’uso che ne viene fatto è legato al cercare di agire su qualcuno contro la sua volontà. Quello che spesso tende a sfuggire è che in realtà è utilizzata molto spesso per rituali di guarigione e che la visione della bambolina trafitta da spilli non nasce in realtà da rituali atti a “ferire” con gli spilli la persona che è rappresentata nella dagida e richiamata grazie ai testimoni ad essa associati, ma per guarire i punti malati della persona che vengono segnalati ed energizzati sul focus e trasferiti, in questo modo, alla persona tramite la legge del riflesso. L’uso della dagida non è funzionale a sé stessa, ma necessita di un rituale preparatorio che in magia è chiamato “battesimo”. Non è pertanto abbastanza possedere un testimone e avere una bambola pronta per agire su qualcuno. Bisogna procedere a trasferire l’essenza della persona su cui vogliamo agire all’interno della bambola.

Durante il percorso svolto con la Progressive Witchcraft partecipai ad un rituale in cui il rituale di battesimo della dagida avvenne in modo molto energeticamente aggressivo e teatrale, ma proprio per questo incredibilmente più potente. Il battesimo consisteva nel mimare un parto dove la bambola rappresentava il nascituro. Si trattava di un tipo di bambolina in tessuto imbottito. Per mantenere alto l’interesse, dal momento che si trattava di un seminario, non ci fu detto subito quale fosse il nome con cui era stata battezzata, ma appena finito il rito, di fronte allo sgomento di molti partecipanti, la bambolina fu aggredita a calci e gettata da una parte all’altra della stanza e fummo spronati, senza mezzi termini, a fare lo stesso. Molti di noi si trovarono in seria difficoltà ad agire in quel modo, ma rimanemmo al gioco. Quando Janet Farrar chiese se volessimo sapere il nome con cui era stata battezzata, ci rivelò essere quello di un virus influenzale che proprio in quel periodo stava colpendo molto duramente alcune zone d’Europa. Inutile dire quanto ci sentimmo sollevati a quella notizia. Questo metodo, seppur apparentemente discutibile, fu utile per capire come sia possibile agire sulla dagida per guarire qualcuno, oppure battezzarla con il nome di una malattia che desideriamo allontanare e poi maltrattarla. I sentimenti negativi, a conti fatti, sono molto più forti e molto più facili da direzionare di quelli positivi e questo è, di fatto, un modo semplice e diretto per utilizzare un sentimento negativo per ottenere un beneficio.