The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Capitolo 20 - Rituali e Cerimoniali (Parte 4: Riti di Trapasso)

ESSERE VICINI A CHI SI ALLONTANA

Esiste un antico detto in magia che dice “la mano che guarisce è la mano che ferisce”. Questo proverbio, presente anche in Giobbe (5, 18) esprime la duplice natura della divinità e della magia. Nel libro biblico leggiamo: 17 Felice l'uomo che è corretto da Dio: perciò tu non sdegnare la correzione dell'Onnipotente, 18 perché egli fa la piaga e la fascia, ferisce e la sua mano risana. Da un punto di vista cristiano, quindi, l’espressione ricalca il bisogno di accettare la punizione come insegnamento. Da un punto di vista magico, oltre a questo, assume anche un aspetto più intrinseco in quanto manifesta l’accettazione di un confine indistinto, se non del tutto inesistente, tra i concetti umani legati al bene e al male. Ampliando il discorso di Giobbe, troviamo come sia pressoché la stessa cosa in quanto lui afferma di non considerare male la punizione di Dio, ma di valutarla con saggezza. Pertanto anche quando è dolorosa, spietata e apparentemente gratuita cela in essa una “correzione”. Questa filosofia è discutibile solo per un neo: dal punto di vista cristiano Dio non è nella posizione di compiere azioni volte al male, in quanto anche quando ferisce lo fa per correggere, quando distrugge lo fa per costruire, quando crea caos lo fa per mettere ordine. Distruggere con il solo fine di distruggere, creare caos senza motivazione e fare del male colpendo l’umanità solo come vendetta per ferire Dio o spingendola ad agire in tal senso, nella teologia cristiana è compito del Diavolo. Dal momento che nella magia vera e propria questo concetto è assente e il bene e il male sono solo punti di vista, l’espressione “la mano che guarisce è la mano che ferisce” assume un’accezione più diretta e va ad esprimere il punto di vista secondo cui la strega può benedire con la stessa facilità con cui maledice perché nel farlo non si lascia invischiare dalla trappola dell’ego che le impone di ragionare in scompartimenti stagni.

Trovo sia inevitabile che, arrivati ad un certo punto del nostro percorso, ci si ritrovi dinanzi ad un bivio che, se imboccato, ci permetterà di cambiare totalmente il punto di vista con il quale siamo cresciuti. È qualcosa che capita con chiunque sia alla ricerca della conoscenza, del potere o della capacità di plasmare il proprio destino. Nella via della guarigione, come ho chiarito più volte in modo diverso, non possiamo permetterci di lasciarci influenzare dalla moralità. Come abbiamo visto con l’esempio della dagida, per un essere umano la proiezione di un sentimento negativo è più semplice e diretta e la maledizione può quindi essere usata per ottenere un risultato positivo. Se dovessimo lasciarci fermare dal fatto che un’emozione è distruttiva allora non faremmo altro che mettere un ulteriore limite a quella che è la nostra crescita o semplicemente non sapremmo più riconoscere in noi stessi e negli altri ciò che riteniamo giusto fare, in quanto la nostra percezione del mondo è falsata. Creazione e distruzione sono solo strumenti nelle mani di chi agisce e divengono intercambiabili ed inevitabilmente collegati sotto gli occhi di chi concerne il potere della magia.

Allo stesso modo, arrivati ad un certo punto del nostro cammino, sarà solo questione di tempo prima che il nostro aiuto sarà richiesto anche per qualcuno che non ha più alcuna speranza di guarire rimanendo in vita. Questo tipo di rituali non è mai fonte di dibattito. La levatrice era colei che aiutava le donne a partorire, ma in alcune culture era la stessa donna che era chiamata per le eutanasie. Questa figura, altamente rispettata, non solo non chiedeva alcun compenso per il suo servizio, ma spesso viveva di elemosina e offerte. Nel nostro paese la figura più diffusa la troviamo in Sardegna ed era nota come femina accabadora (a volte aggabadòra), un lemma che deriva dall’antica lingua isolana e che trova radice nel termine s’accabu, che significa “la fine”, pertanto diventa “colei che porta la fine” o “colei che termina”.

La aggabadora era sempre una donna. Nessun uomo poteva svolgere questo ruolo. Nonostante molti la disprezzassero apparentemente, in realtà il sentimento che ispirava nelle persone era dettato dalla paura del riconoscimento del suo ruolo: deriva pressoché dallo stesso gesto superstizioso di origine latina che induce a toccarsi i testicoli per scacciare la sfortuna e che i romani imperiali connotavano con l’esclamazione: “tastazio pallorum omnia mala fugat”, che letteralmente significa “toccarsi le palle tiene lontana ogni sfortuna” e che viene messo in atto quando si avvista un funerale o un sacerdote. Dal momento infatti che molti sedicenti cristiani non erano tali e si ravvedevano solo in punto di morte, qualsiasi simbolo legato alle esequie o ai sacerdoti ricordava loro il proprio stato e pertanto richiamava un intervento volto a tener lontana questa eventualità. Allo stesso modo, riconoscendo il potere e il significato che l’aggabadora portava con sé, il comportamento che si teneva avvistandola era repulsivo in quanto era chiamata dai parenti delle persone malate di qualsiasi età, a volte su richiesta del diretto interessato, a volte perché si sospettava che non ci fosse più nulla che potesse salvarlo e la sofferenza che l’affliggeva era grande. Nessuno sa realmente cosa facesse questa donna al malato: forse somministrava una bevanda che induceva un attacco cardiaco oppure soffocava con un cuscino. Secondo alcune altre opinioni causava un trauma cranico con un colpo di un martello di legno alla base del collo, in prossimità del cervelletto o al centro della fronte. Secondo altre fonti il metodo era per soffocamento stringendo il collo tra le sue gambe. La percezione che si aveva dall’esterno era solo che la si vedeva entrava in una stanza dove c’era un moribondo, chiudeva la porta, e quando la porta si apriva, la persona a letto era morta.

 

In tutte le tradizioni le divinità femminili che possiedono una connotazione con la morte sono anche collegate alla nascita. Questo avviene perché il senso di “passaggio” è, in effetti, privo di connotazione quando lo si spoglia del punto di vista legato alla direzione da cui veniamo e verso cui andiamo. Una porta non ha una direzione, ne ha sempre due: dipende solo da dove ci troviamo quando l’abbiamo di fronte. Se siamo dentro ci condurrà all’esterno. Se siamo all’esterno la porta si aprirà su un altro spazio. Coloro che lavorano nei passaggi, siano essi persone che divinità, rimangono sul confine e così come aiutano le persone a venire al mondo, le aiutano a passare dall’altra parte.

 

Una delle figure che sta emergendo negli ultimi cinquant’anni e che in Italia sta prendendo piede da una decina d’anni o poco più e che va, in un certo senso, a ricoprire il ruolo lasciato vacante dalla levatrice e della femina aggabadora è quello della doula. La doula è una figura di riferimento che non è completamente versata nell’arte medica e che pertanto non è per forza un’ostetrica, una ginecologa o una psicologa praticante, ma svolge il ruolo di consulente per le donne in gravidanza accompagnandole e assistendole nel parto (anche in ospedale) e seguendole anche nel puerperio sia per supporto psicologico atto a prevenire o curare una depressione post-partum, sia per fornire preziosi consigli su tutta la sfera legata all’allattamento e al mantenimento del neonato. Là dove la doula ricopre un ruolo preziosissimo in un momento delicato ed emotivamente provante per una donna, si delinea anche la figura nota come doula di fine vita, ossia colei che aiuta le persone che stanno morendo ad affrontare il passaggio con più serenità e i parenti che sopravvivono a vivere il lutto con meno ansia. In sostanza il loro compito è quello di riportare placidità e calma là dove c’è caos, rabbia e paura.

La morte spaventa, è inevitabile, ma lo fa perché principalmente chi si trova ad affrontarla non è preparato a ciò che vede e non ha chiavi per interpretare ciò che sta succedendo. Le doula si occupano di favorire il dialogo sulla perdita, cercando di abbattere le pareti dei tabù e lo fanno ascoltando i desideri dei morenti, pianificando la loro morte in modo che non debbano passare oltre con la consapevolezza di aver lasciato dietro di loro, oltre al senso di vuoto e sofferenza, anche difficoltà economiche o burocratiche. Soprattutto nella pianificazione della loro morte si vanno anche ad inserire elementi importanti che esprimono i desideri dei morenti: come vorrebbero passare l’ultimo giorno della loro vita, se desiderano morire a casa o in ospedale, chi vorrebbero avere vicino, cosa vorrebbero sentire o vedere prima di morire: una canzone, un certo ambiente, se vogliono qualcuno che tenga loro la mano, che siano svolti o meno dei riti religiosi e se hanno desideri particolari nel trattamento delle loro spoglie.

Al momento attuale stiamo sempre più prestando attenzione ai desideri delle partorienti, cercando di ascoltare il bisogno della donna e del bambino nel momento del travaglio dando loro tutto il sostegno possibile e spesso, purtroppo, senza grandi risultati. Questo denota un grado di sensibilità in aumento e un ritorno al bisogno di vedere alcuni passaggi naturali per quello che sono. Sono grandissimi passi avanti, o sarebbe meglio dire che sono dei grandi passi indietro per tornare a ciò che si faceva di buono nei tempi pre industrializzazione della medicina. Tuttavia questo processo di sensibilizzazione è tutto fuorché anche solo accennato con la morte. Shelby Kirillin, una doula di fine vita americana asserisce: “Riuscite a immaginare una donna che attraversa il travaglio da sola? Si scatenerebbe un putiferio se trattassimo la nascita come trattiamo la morte”. Una persona che muore nella stragrande maggioranza dei casi è circondata e maneggiata da persone estranee. Spesso è da sola in un letto di ospedale, circondata da macchinari che la tengono in vita. Se penso a come vorrei morire, non riesco ad immaginare ad un modo più diverso e lontano dall’ideale.

La morte spaventa le persone molto di più quando la sentiamo avvicinarsi a noi. Quando vediamo chi amiamo deperire o aggrapparsi agli ultimi istanti l’istinto atavico ci spinge ad allontanarci e non guardare perché guardare significa accettare che anche noi prima o poi saremo come loro. Come dice Shakespeare nell’Amleto: “Portati in camera di madama e dille che per quanto strato di belletto si possa mettere in viso, a questo sembiante è destino che ella si riduca”. La paura della morte è la paura dell’accettazione dell’inevitabile, ma è anche la paura dell’abbandono del conforto della possibilità. Finché siamo vivi possiamo cambiare qualcosa, quando saremo morti non potremo più. O almeno è questo il pensiero. Come diceva Joker in Full Metal Jacket: “I morti sanno soltanto una cosa: che è meglio essere vivi”.

La consapevolezza della sospensione della vita si unisce, infine, anche al timore dettato dal pentimento, dalla punizione e non ultimo dall’istinto naturale alla preservazione. È proprio in seno a tutto questo che la figura del guaritore può e deve trovare un ruolo. Lo trova nel post-mortem, quando un defunto rischia di perdersi per strada e pertanto nel lavoro da psicopompo, ma lo trova anche quando la persona necessita di una guida per comprendere cosa sta succedendo.

L’IMPORTANZA DEL DIALOGO

Spesso ci troveremo di fronte più facilmente a persone che faticano a lasciar andare qualcuno che a persone che hanno paura di lasciarsi andare. Ci basterà poca esperienza per capire che ogni caso è a sé stante e come tale va trattato, ma questa poca esperienza ci metterà immediatamente di fronte ad una certezza che non dovrà mai crollare per noi e che determina che l’ascolto che ci viene richiesto non è prioritario verso chi è vicino al malato, ma deve pervenire direttamente dal diretto interessato. Pertanto prima di intavolare un rito di eutanasia, è prioritario capire sempre se la volontà di morire proviene direttamente dalla persona che sta per effettuare un passaggio o se questo intervento è richiesto da un parente, un figlio, un coniuge o un amico che pensa di poter parlare a nome della persona amata, magari facendolo con tutte le migliori intenzioni. Anche quando qualcuno vi garantisce che la volontà di una persona è di morire (o di non morire), se siete chiamati in causa rivolgetevi direttamente al malato. Se questi non è in grado di rispondervi perché è in uno stato di incoscienza, appoggiatevi sulle guide e incontrate lo spirito del paziente e interrogatelo. Nel novanta per cento dei casi che ho trattato e che hanno richiesto un intervento di questo tipo ho riscontrato che i parenti o chi mi coinvolgeva si arrogava il diritto di rispondere per il malato arrivando anche a storpiare quelle che erano le sue parole per giustificare la propria idea. Ho esperito di un caso che ho trattato in modo corollario, in quanto ho supportato un’allieva che se ne stava occupando e che vedeva coinvolta una ragazza molto giovane colpita da un attacco ischemico che l’ha ridotta ad uno stato vegetativo. I medici l’avevano data per spacciata asserendo che nonostante non fossero certi che potesse vedere e sentire, ma che c’era questa probabilità, era più che improbabile che si sarebbe mai ripresa ed uscita da quello stato. Come spesso capita quando la medicina chiude le sue porte, la madre si è rivolta alla mia allieva con il fine aiutarla a limitare le sofferenze della figlia, accompagnandola alla morte. Non potendo, per ovvi motivi, interfacciarsi direttamente con la paziente, la mia allieva chiese alla madre come poteva sapere che la figlia avesse espresso il desiderio di morire e lei le assicurò che non solo aveva lasciato disposizioni, ma che tramite un sistema di sguardi aveva risposto alla domanda diretta.

Prima di procedere, la mia allieva consultò le sue guide sul da farsi, chiedendo se fosse giusto per la paziente che lei la aiutasse a morire: la risposta fu affermativa. Si mise quindi all’opera con il rituale di trapasso e le condizioni della ragazza peggiorarono rapidamente, come era consono che sarebbe capitato. Dopo alcuni giorni di trattamento rituale, la mia allieva cominciò però a percepire che qualcosa non andava: si sentiva contrastata. Si interfacciò con la madre, con me e con le guide e sospese immediatamente il lavoro non appena scoprì che la ragazza, in totale antitesi dalle aspettative dei medici, si era aggrappata alla vita e aveva cominciato a riprendersi. Parlando di nuovo con la madre la mia allieva chiarì meglio le domande che questa aveva posto alla figlia, scoprendo che in realtà non erano assolutamente in linea con quelle che lei le aveva indicato e che lasciavano ampio spazio a dubbi comunicativi. Confrontandosi con me esaminò anche la domanda che ella stessa aveva posto alla guida, realizzando a posteriori che probabilmente era insidiosa, in quanto sarebbe stato più corretto chiedere se la ragazza avesse desiderio che ci si ponesse in condizione di intervenire in un rito di trapasso per lei e non se fosse “giusto farlo”.

Questo esempio è molto utile per capire come sia imperativo utilizzare ogni metodo di cui siamo in possesso per conoscere la reale volontà del malato e di ignorare ciò che ci dicono i parenti, anche se gli sono vicini e anche se sono insistenti e affermano di avergli parlato o di sapere esattamente cosa vorrebbe o cosa sia meglio per loro. Noi non possiamo giudicare una situazione secondo quelli che sono i nostri canoni, dobbiamo sempre lasciare che sia il diretto interessato a decidere. Se non siamo nella posizione di poter avere una risposta che possiamo definire certa non dovremmo intervenire, anche se questo può significare lasciare una persona immota nel letto per anni.

Inoltre è importante porre le domande in modo corretto alle nostre guide, agli oracoli o alle divinità che coinvolgiamo. Come abbiamo visto quando abbiamo trattato l’argomento, non bisogna dimenticare quanto il loro punto di vista sia differente dal nostro. Secondo quella che è la mia esperienza, l’apparenza sibillina di moltissimi oracoli è solo caratteristica di traslitterazione dei messaggi che ci arrivano dalle guide, dagli spiriti e dagli dèi. La loro voce è in genere chiarissima e senza inganno. Il problema è solo di interpolazione di ciò che ci giunge, proprio per via di differimenti con il linguaggio usato, fatto di concetti che spesso non sono agganciabili al nostro modo di pensare o che descrivono emozioni, pensieri, filosofie talmente aliene o all’avanguardia da essere incomprensibili nella loro totalità. L’essere umano che le recepisce non riesce a comprenderle perché non possiede le chiavi necessarie, pertanto l’unica alternativa di cui è in possesso è quella di descrivere ciò che vede con le possibilità che ha. Si tratta di un fenomeno molto comune che è quasi riconducibile alla pareidolia e che è preso in prestito da molti ufologi per spiegare alcune misteriose opere antiche che potrebbero rappresentare contatti alieni. Uno degli esempi più calzanti è quella di Ezechiele, uno dei profeti israeliti più controversi che, secondo molti autori descrive incontri ravvicinati di primo, secondo e terzo tipo. Non potendo sapere cosa avesse visto realmente, ciò che possiamo fare è far collimare le sue parole con le conoscenze attuali che lui, vissuto nel sesto secolo, non poteva in alcun modo possedere. Alla stessa maniera di Ezechiele, anche quando approcciamo al dialogo dobbiamo essere pronti a vizi di traduzione e interpretazione. Se non siamo a caccia di visioni, porre domande in modo diretto e far sì che queste siano il più complete e meno liberamente interpretabili possibile, fornisce una maggiore garanzia di avere una risposta chiara. Non è utile nascondersi dietro al fatto che siamo o pretendiamo di essere occultisti. La parola “occultismo”, infatti, trova la sua etimologia nel latino occultus che significa “nascosto” e si distingue dal termine “esoterismo” che deriva invece del greco esóteros significa “interiore”. La distinzione sta nel fatto che mentre “esoterico” è un aggettivo pitagorico usato per riferirsi alla corte di persone che possono conoscere o meno certi argomenti, il termine occulto sta ad indicare lo studio del lato nascosto della natura, quello che non appare agli occhi delle persone che non sono in grado di cercarlo, riconoscerlo e quindi vederlo. Charles Leadbeater in Vegetarianismo e Occultismo asserisce: “Grandi leggi agiscono molto più attivamente nel mondo invisibile che in quello visibile e l’occultismo esige una comprensione della natura molto più vasta di quella che si ha. Occultista è dunque l’uomo che studia le leggi naturali di cui può avere conoscenza, che si identifica con queste leggi e che consacra la sua vita al servizio dell’evoluzione”.

Come abbiamo visto con l’esperienza diretta appena narrata, il dialogo tra paziente e guaritore è fondamentale ed a nessuna condizione bisognerebbe mai fermarsi alla prima risposta o soddisfarsi di una richiesta informale. Il desiderio di morire è un diritto dell’essere umano tanto quanto lo è quello di vivere. In nessun momento possiamo permetterci di decidere noi o lasciar decidere qualcun altro della sorte che debba toccare una persona ammalata.

LA CHIAMATA

Occuparsi dei morti e delle persone che stanno per morire è qualcosa cui siamo chiamati, non qualcosa cui ci si può preparare. Tuttavia, spesso capita che questa chiamata ci giunga sotto forme differenti che possano, in qualche modo, farci fare dei passi intermedi. In genere prima che arrivi il momento di occuparsi degli esseri umani capiremo che siamo stati chiamati perché ci troveremo a farlo per degli animali. Potrebbe trattarsi dei nostri animali, di altri o magari nemmeno animali domestici. Non è qualcosa che dovremo andare a cercare. È qualcosa che ci capiterà di fare e, nel momento in cui ci ritroveremo, sapremo gestire nel modo più giusto. La prima volta che mi capitò avevo circa quindici anni e fu con un gattino che mentre attraversava fu investito a pochi metri da me su una statale. La macchina non si preoccupò nemmeno di fermarsi. Lo raccolsi dall’asfalto e lo trattenni al petto capendo subito che la situazione era senza via di uscita, ma tecnicamente non sapendo bene nemmeno come agire. Morì tra le mie mani. La seconda volta mi capitò con un piccione cui un delinquente aveva spezzato la schiena calpestandolo.

Molte delle persone che hanno dovuto vivere dei lutti per degli animali domestici, confermeranno che molti di loro in qualche modo sapranno che il loro momento è prossimo in quanto, se non ne hanno la possibilità normalmente, cercheranno di lasciare la casa o chiederanno di uscire insistentemente. Questo atteggiamento sociale dell’animale, se avvallato, lo porterà a scegliere un posto appartato, a volte nascosto, dove stendersi e morire. Per quanto sia difficile per un essere umano comprendere questo atteggiamento e soprattutto accettarlo, si tratta di un istinto tipico degli animali che vivono in comunità e che li spinge ad allontanarsi per non contaminare con la propria morte e il proprio cadavere il luogo dove vivono gli altri membri del branco. Si tratta, quindi, di una forma di preservazione e rispetto che, in molti animali selvatici estremamente intelligenti, come gli elefanti e le balene, li porta a percorrere distanze enormi solo per andare a visitare il luogo dove altri simili riposano e decidere di morire lì.

Nel caso degli animali domestici cui non è concesso uscire di casa, non è infrequente che attendano stoicamente il momento in cui la persona cui sono più legati non è in casa per lasciarsi andare. Per tre volte in cui mi è capitato di occuparmi del transito di animali sono stato testimone di questo processo: l’animale cerca l’essere umano, anche se non è il suo padrone (in quel caso ero io), chiamandolo o andando a chiedere un contatto, anche nel caso in cui normalmente è schivo. Soddisfatta la richiesta, ritorna in un luogo nascosto, dove si è rifugiato o dove normalmente dorme, si stende e si lascia morire. Quando ci troviamo di fronte a casi come questi è imperativo che, se non è stato già fatto correttamente dal padrone, ci si impegni a “slegare” il legame che esiste tra lui e il padrone, qualora dopo un testing lo trovassimo ancora presente. Si noterà che per scioglierlo basterà da una parte rassicurare l’essere umano che penseremo noi a tutto quanto e che non deve preoccuparsi di altro che di salutare il proprio piccolo amico come si deve e lasciarlo andare. Questo servirà per far sì che possa sentire che il suo animale è trattato come si deve e che il suo volere sarà rispettato, qualsiasi sia. Il trattamento delle spoglie è una questione a parte a questo discorso, in quanto esistono leggi vigenti che impediscono in taluni casi di seppellire i nostri animali. Quello di cui ci occupiamo, quindi, è che l’animale non soffra e che possa procedere oltre in tranquillità. Dall’altra parte, lo scioglimento dovrà avvenire in due fasi: la prima è rassicurare l’animale che non deve temere e che l’essere umano starà bene e che non deve preoccuparsi di resistere oltre per non ferirlo, la seconda invece implica il dargli il “permesso” di andare. Molti animali domestici, infatti, rimangono legati a livello astrale con gli esseri umani in una maniera che è incomprensibile a chi non ha avuto modo di vederli. Quello che, nel caso dei cani, viene confusa con “fedeltà” in realtà è un legame affettivo talmente profondo di amore incondizionato che se non liberato, può impedire all’animale di lasciare il corpo fisico per paura di tradire l’aspettativa del suo migliore amico. È il caso di animali che sono rimasti a vivere sulla tomba del padrone o si sono lasciati morire di fame poco dopo la sua morte. A volte gli animali hanno il bisogno di sentirsi liberati da questo vincolo astrale che si è creato e quando il padrone non è in grado, dobbiamo farlo noi per lui. Una volta tagliato questo cordone, l’animale lo capirà e lo capiremo anche noi e a quel punto potrà procedere oltre. Questo taglio può avvenire anche in astrale se necessario o se il metodo spiegato non è abbastanza.

Quando mi riferisco ad essere “chiamati” a dover svolgere riti di trapasso, mi riferisco in senso ampio a qualcosa che non possiamo scegliere completamente. Possiamo decidere di non farlo in quel dato momento o di non farlo a prescindere, ma non possiamo decidere di voler essere qualcosa che non siamo e questo va oltre alla religione che seguiamo. Janet mi raccontò che in un’occasione assistette ad un incidente mortale che coinvolse più persone. Non essendo versata nelle arti mediche e pertanto non potendo fare nulla per stabilizzare o migliorare le loro condizioni drastiche se non aspettare l’arrivo dei soccorsi, li assistette prendendoli per mano e accompagnandoli alla morte. Quando le fu richiesto, per quanto fosse una strega, ascoltò le loro confessioni e li aiutò nel passaggio svolgendo preghiere e riti affini alla loro religione. Per quanto non potesse, a livello liturgico, svolgere sacramenti cristiani in quanto non ordinata in alcun modo, ciò che fece fu di enorme sollievo per i morenti che poterono trapassare in pace.

L’ASCOLTO DEL BISOGNO

Come abbiamo già detto ogni cultura ha, all’interno della sua ritualità, un rito legato al trattamento dei morenti. Solo in alcuni casi, tuttavia, esistono delle ritualità atte a favorire il passaggio. In molti altri esistono riti preposti a far sì che la persona prossima alla morte possa ricevere delle attenzioni particolari. Nel caso della religione cristiana ad esempio, esiste il sacramento dell’unzione degli infermi, o popolarmente nota come estrema unzione. Tuttavia, in tutte le religioni che reputano la vita sacra in ogni sua forma, non esistono ufficialmente liturgie atte a lenire le sofferenze dei morenti concedendo loro la liberazione della morte. È nelle vie pagane antiche e nelle tradizioni popolari contadine che trova, invece, spazio questa attitudine che, in quanto guaritori, potremmo essere chiamati ad adottare, se è nella nostra etica svolgerla.

La decisione in ultimo sta sempre a noi. Se non desideriamo svolgere riti di questo tipo o non ci sentiamo in grado di farlo per quella persona o in quella situazione, possiamo e dobbiamo dire no o delegare il compito a qualcuno di fidato. Tuttavia quando siamo chiamati a svolgere un lavoro in cui ci è richiesto di praticare un’eutanasia e decidiamo di intervenire è bene prestare attenzione, in primis, al fatto che la nostra azione, anche per via delle leggi vigenti, non dovrà mai essere di tipo fisico. Le aggabadore sono un retaggio del passato. Noi non entreremo nelle case delle persone per soffocarle, per colpirle con un martello o avvelenarle. Per quanto in alcune occasioni lo si possa considerare un atto di compassione e pietà o per quanto questo possa esserci richiesto a gran voce da chi abbiamo di fronte, nel nostro paese allo stato attuale si tratta di un reato di omicidio o di istigazione al suicidio.

Come possiamo, quindi, definire un rito di trapasso? Si tratta a conti fatti di una cerimonia preposta a far sì che il morente sia spinto verso la morte attraverso dei riti e delle chiamate ad apposite entità e divinità. Tuttavia questo può essere coniugato in diverse forme, alcune più lievi e altre più dirette. A volte ci si ferma solo all’intervento di tipo più lieve. A volte potremmo essere chiamati a svolgere quello in forma più rituale. Ora vedremo la forma lieve, che prende svariate diramazioni o sfumature e che può variare da un semplice ascolto ad un intervento più attivo, ma ciò nonostante sgrossato dalla parte cerimoniale che invece vedremo nel rito vero e proprio. Questo tipo di approccio è in realtà sempre presente, anche qualora ci impegneremo nella vera e propria ritualità in quanto fa parte del contesto “umano” del nostro lavoro. Pertanto quelli che seguiranno saranno dei consigli che sono messi in pratica sempre e che a volte bastano per portare a termine il nostro intento, mentre a volte servono a corollario del rito che attueremo.

Se siamo chiamati ad assistere un morente, il rito di trapasso è adeguato interamente al suo bisogno e non si discosta molto da ciò che farebbe una doula di fine vita: a livello fisico si cerca di ascoltare quelli che sono i desideri, le confidenze, i trascorsi e i lasciti emotivi della persona che stiamo cercando di aiutare e la si accompagna nell’ultimo viaggio tranquillizzandola in quelle che sono le sue paure e le sue angosce, cercando di rassicurarla. Quando veniamo al mondo, così come quando moriamo, il nostro più grande timore è quello di affrontare questo viaggio da soli. Non sempre ci è concesso il privilegio di avere vicino qualcuno cui teniamo in quelli che sono i momenti salienti e di passaggio della nostra vita. A volte siamo costretti ad affrontarli senza esserne preparati. A volte ci sentiamo sperduti e senza guida. In realtà la difficoltà di chi muore spesso è correlata a ciò che sta lasciando più che alla paura di ciò che troverà, pertanto se ne siamo in grado, se ne abbiamo la possibilità, se siamo abbastanza legati a questa persona o se semplicemente abbiamo la sensibilità e l’umanità adeguati possiamo passare gli ultimi momenti con lei tenendole la mano. Quella che è un’azione apparentemente semplice e scontata, in realtà è un gesto di enorme magnanimità che richiede una certa capacità di autocontrollo e consapevolezza. Non è per tutti, ma nello stesso tempo non è necessario essere dei guaritori o dei sacerdoti per essere in grado di affrontare questa esperienza, purché ci sia chiaro che ne usciremo cambiati in un modo che non è descrivibile a parole e che non ci sarà comprensibile prima di trovarci ad averlo fatto.

Se ne sentiamo la necessità, se il morente ce lo chiede o acconsente, possiamo recitare delle poesie o delle preghiere, cantare delle canzoni o lasciare semplicemente che la persona ci racconti qualcosa della sua vita che magari desidera condividere o che desidera che sia ricordato o trasmesso a chi rimane e che magari, in quel momento, non è lì perché non si sente in grado o perché ne è impossibilitato. Le persone affrontano la morte in modo diverso e molto personale ed è comune che i morenti cerchino il perdono dei torti che hanno inflitto o che desiderino avvisare qualcuno che le ha fatte sentire ferite che in realtà hanno il loro perdono per degli eventi avvenuti. In genere nessuno vuole morire avendo pesi sulla coscienza o sentendo di non aver detto qualcosa che avrebbe dovuto. Se possibile tenete sempre traccia di queste parole. Anche se al momento alcuni non se la sentono di assistere o visitare i morenti per svariati motivi che non sta a noi giudicare, tendenzialmente poi se ne pentiranno. Tenere traccia di eventuali ultime volontà o dichiarazioni può essere un ricordo prezioso che aiuta, in seguito, le persone a guarire dalla ferita che la morte, inevitabilmente, lascia in chi vive. Se questo non avviene in modo spontaneo è importante chiedere sempre se il morente ha qualche segreto che desidera confessare prima di andare. Potrebbe non volerlo rivelare ai propri famigliari per paura, pertanto è importante che lo si rassicuri che rimarrà tale dopo che sarà morto. Ovviamente questo “ascolto” da parte nostra dovrà essere privo di alcun tipo di giudizio e non deve essere portato a “perdonare”, in quanto noi non siamo preposti a farlo, ma a volte alle persone basta dire qualcosa ad alta voce per riuscire a smettere di sentirsi avvelenate dal peso che magari si sono portate dietro per molti anni.

IL RITO IN FORMA CERIMONIALE

Se preferiamo, riteniamo che è necessario, o siamo chiamati per esigenze diverse a dover procedere con la ritualità formale, il rito di trapasso è qualcosa che deve essere programmato, organizzato e ripetuto per qualcuno che è malato, che ci chiede di morire, ma che per qualche motivo vive nella sofferenza di non riuscire a raggiungere la libertà dell’abbandono fisico. In ogni opzione possibile, quello che faremo tecnicamente sarà un lavoro sui piani sottili. Non entrerò nel dettaglio del “come” si svolgono questi riti in quanto si tratta di pratiche che devono rimanere esoteriche, tuttavia ne descriverò il funzionamento.

Sorvolando sulla scelta della divinità (che in questo caso dovrebbe essere direzionata verso gli dèi della morte – io in genere lavoro con Hekate ed Hermes), la preparazione dell’altare, dei testimoni, dei focus, delle offerte e le invocazioni necessarie alla richiesta di ausilio in quanto sono concetti che abbiamo già esplorato, il rito si svolgerà prettamente in quattro fasi, che descriverò in modo circostanziale.

La prima fase è nota come Fase di testing. Non ci basta sapere che la persona vuole morire. Dobbiamo accertarci delle sue condizioni per capire se il rito è fattibile. Se dovessimo trovare, ad esempio, che la persona è in miglioramento dovremo ragionare e decidere come comportarci. Noi non uccidiamo, noi aiutiamo chi soffre e che è prossimo a morire ad accelerare il processo. Se però una persona è sana e l’unica sofferenza soggiunge dalla sua mancanza di desiderio di vivere, il discorso è ben diverso.

In condizioni coerenti al nostro intervento nella fase di testing troveremo la presenza di svariati tipi di entità predatorie che si stanno cibando del suo corpo eterico. Per quanto normalmente è costume del guaritore rimuovere queste entità immediatamente, in questo caso prolungheremmo solo l’agonia del nostro paziente, pertanto anche se apparentemente potrà apparire poco sensato, in realtà è consigliato non intervenire, in quanto l’indebolimento inevitabile e progressivo del corpo eterico è parte attiva del processo di mortalità: curarlo allunga solo i tempi.

La seconda è chiamata Fase di richiamo e compete la chiamata delle divinità con cui noi desideriamo lavorare e che invocheremo con una chiamata appositamente scritta e che citi il motivo per cui le stiamo chiamando oltre che gli epiteti e gli aspetti assolutamente in linea con il lavoro che stiamo svolgendo. Molte divinità della morte, infatti, sono anche divinità della nascita o dei passaggi. Da un punto di vista mitologico l’esempio più calzante lo abbiamo proprio con Hekate, che presiede agli ingressi in entrambe le direzioni. La Signora Oscura è dea della morte e dei passaggi, ma è anche una divinità celeste e della magia. A noi interessa chiamare l’aspetto ctonio di questa divinità, non quello prettamente magico, pertanto dobbiamo concentrarci a chiamare il volto di Hekate che ci permette di aprire le porte senza chiave. Alla stessa maniera, quando chiameremo Hermes non chiameremo il dio dei ladri e degli inganni e nemmeno il messaggero e diplomatico degli olimpi, ma il dio infernale, quello che conduce le anime dei morti attraverso il velo, affinché la persona che stiamo aiutando non abbia a perdersi.

La terza fase è nota come Fase di richiesta. In questa fase, che si distingue dall’invocazione in modo sostanziale, grazie alla vibrazione di nomi e all’uso di precise posizioni fisiche da assumere, effettueremo l’evocazione di alcuni spiriti della sottocategoria dei Deva, di cui abbiamo accennato quando abbiamo parlato del lavoro da psicopompo e che chiamiamo comunemente “Entità di Passaggio”. Il loro ruolo è quello di apparire (a volte in sogno, a volte come visione mistica, a volte come persone in carne e ossa che nessun altro può vedere) a chi è prossimo alla morte, spesso prendendo le sembianze di parenti, amici o congiunti defunti precedentemente. Lo scopo è quello di preparare il terreno per loro, di parlargli e di far sì che non abbiano a covare paure o ansie per il passaggio che presto avverrà. Tendenzialmente nella fase di testing non sarà anomalo trovare già delle entità di questo tipo nei pressi del malato. Se così non fosse, chiamarle è fondamentale per invitarle ad avvicinarsi alla persona e cominciare a prepararla. Nella fase di richiesta, usando i focus e i testimoni, daremo le specifiche alle Entità di Passaggio di intervenire in modo attivo per la morte della persona che stiamo cercando di aiutare utilizzando delle formule.

La quarta e ultima fase è quella che chiamiamo Fase di taglio. Entriamo qui nel vivo dell’opera in quanto dovremo operare in astrale con l’ausilio delle nostre guide e dovremo individuare i cordoni dei legami affettivi che trattengono il malato al mondo e alle persone cui è legato. Con il sostegno degli aiutatori e delle divinità, dovremo procedere al taglio di questi cordoni partendo dai più deboli e morbidi, fino ad arrivare a quelli più grossi e nodosi. Le corde più deboli appariranno sottili come capelli e saranno gli affetti più immaturi o legati agli oggetti materiali e ai ricordi. Questi legami, in certa misura si scioglieranno con una certa facilità. Gli altri, invece, saranno di un tipo diverso e sarà necessario procedere al taglio numerose volte. In questo caso si tratterà di legami molto più radicati, ossia quelli con la famiglia e con gli amici. In ultimo ci sarà il cordone principale, che potrebbe essere diviso in due o tre sezioni separate, che è quello dell’affetto principale e che spesso è legato ai figli, ai genitori, ai fratelli o a qualche progetto o grande amore della nostra vita.

Questo tipo di rito deve essere svolto in modo continuato per un periodo non inferiore ai tredici giorni consecutivi, sempre alla stessa ora e sempre allo stesso modo, ripetendo le quattro fasi in ordine. Ogni volta che torneremo a procedere al taglio, troveremo che alcuni dei legami astrali non si sono più ricreati, mentre altri si sono riformati, ma saranno sempre più deboli, finché si arriverà ad avere solo uno, due o massimo tre corde che, a prescindere da quanto cerchiamo di tagliarle, non si possono sciogliere o si riformano subito. Riformandosi, tuttavia, prestiamo attenzione al colore che assumono: se la loro tonalità è brillante e varia dal rosa al verde smeraldo, al giallo oro, non dobbiamo preoccuparci. Sono legami che non tratterranno il malato oltre la morte, ma che lo accompagneranno sempre e che fanno parte dell’evoluzione emotiva e karmica. Non possiamo smettere di amare qualcuno intensamente e teneramente solo perché stiamo per morire e non è un nostro compito di guaritori recidere perennemente quel legame (e non potremmo nemmeno volendo), ma tagliandolo ogni volta e lasciando che si riformi, ci accertiamo che questo sia scevro da malizia che possa trattenere il defunto dopo morto.

Se il rito funzionerà, la persona che ci ha chiesto aiuto deperirà rapidamente ed entro il termine dei tredici giorni probabilmente morirà. Se il rito non funzionerà, ci accorgeremo prima che qualcosa non sta funzionando per il verso giusto e in quel caso dovremmo fermarci e decidere come procedere.

Ci sono molti motivi che potrebbero far sì che il Rito di Trapasso non funzioni. Il più delle volte non è in nostro potere conoscerli e, come capita anche con la guarigione, dobbiamo accettare semplicemente che sia così senza poter intervenire oltre. Altre volte possiamo intuirlo o capirlo per alcuni segnali che ci possono giungere durante lo svolgimento del rito stesso o perché le guide o gli dèi ce li possono indicare. Per quella che è la mia esperienza a riguardo fino ad adesso, (e non posso fortunatamente dire che sia vasta), se svolgiamo tutto come si deve, rispettando i tempi, le chiamate, i testing e soprattutto, sopra ogni altra cosa, la persona che vogliamo aiutare e la sua volontà, sarà più probabile che ci ritroveremo a non cominciare nemmeno se non sarà strettamente necessario. Questo si verificherà per vari motivi: il nostro paziente morirà prima che ci sia possibile iniziare, le guide o le entità coinvolte si rifiuteranno di darci il loro sostegno o perché avverrà un qualsiasi evento che ci indicherà che ciò che stiamo facendo è sbagliato e che nel processo di valutazione si è creato un vizio di comprensione che richiedeva di essere sanato. In ultimo, ma non meno importante o frequente potrebbe essere il nostro ego che ci spingeva ad agire contro quello che è il naturale processo delle cose solo per dimostrare a noi stessi o a qualcun altro che siamo in grado di fare ciò che pensiamo di poter fare.