The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Capitolo 21 - Rituali e Cerimoniali (Parte 5: Iniziazioni, Dedicazioni e Giuramenti)

IL SIGNIFICATO DI INIZIAZIONE NELLA GUARIGIONE

Quando si parla di iniziazioni ci si riferisce, in genere, ad un rituale che ammette l’ingresso in un ristretto gruppo di persone. Presenti in particolare nei cerchi esoterici, le iniziazioni scandiscono i diversi passaggi o gradi iniziatici che determinano sia la preparazione di una persona all’interno dell’addestramento ad un percorso magico, sia il suo rango. Tuttavia le iniziazioni non sono solamente formali. Qualsiasi occultista che nel suo bagaglio conoscitivo possieda anche delle nozioni ermetiche, saprà che l’iniziazione è prima un concetto spirituale di quanto lo sia a livello rituale. Le iniziazioni che riceviamo dalla vita, in questi termini, sono più importanti di quelle che ci vengono riconosciute da altri esseri umani in quanto sono le uniche che ci consentono di fare un salto evolutivo, di sviluppare una consapevolezza adeguata a ciò che dobbiamo affrontare e pertanto coronare quello che è, infine, lo scopo stesso dell’iniziazione. Posso sottopormi a trenta rituali iniziatici e comunque non imparare nulla su me stesso e in vari casi anche sul percorso che sto seguendo, che mi consenta di crescere. Sfido chiunque a dimostrare il contrario: le iniziazioni rituali, per quanto riguarda un concetto di apprendimento, hanno funzione relativa alla formalità sociale, non sono prerogativa di qualche tipo di insegnamento. Ci si aspetta anzi che per riceverle una persona debba essere in possesso di alcune conoscenze basilari, cosa che non avviene sempre. Il dramma dell’iniziazione senza freni era un problema negli anni sessanta, quando molti se lo sono posto e hanno cercato di porre rimedio e lo è tuttora. Alcune cose non cambiano con la medesima velocità di altre.

Dion Fortune, in molti dei suoi scritti, parla di “Corte Interna” e “Corte Esterna” per riferirsi alla separazione tra gli iniziati e i non iniziati della Society of Inner Light. Nel breve periodo durante la seconda guerra mondiale in cui, per esigenze di tipo esoterico e magico, aprì la seconda agli insegnamenti della prima, all’interno delle sue lettere chiarì quali fossero gli obbiettivi finali che la spinsero a questa decisione e quali, dopo il periodo di necessità, la portarono a chiudere di nuovo le porte a chi non fosse pronto.

Il cammino di Dion Fortune e della SOIL si avvicina molto a parecchi degli obbiettivi e delle pratiche che si svolgono in moltissime vie di guarigione. Tuttavia, come molte altre vie esoteriche ed occulte, anche quella fondata da lei rimarcava il segno su una via iniziatica vera e propria in cui la guida riconosceva agli iniziati il merito di entrare a far parte della Corte Interna. Tuttavia a differenza di molti altri cammini magici, quello legato alla guarigione non sempre rispetta i requisiti di un sentiero spirituale esoterico ed iniziatico. La figura del guaritore è, in genere, più vicina a quella dello sciamano e pertanto segnata da un cammino solitario. Un guaritore riceverà degli insegnamenti da maestri fisici e spirituali, dagli alleati e a volte da quelli che possono essere considerati dei servitori e collaborerà con altre persone che seguono un cammino simile al suo, ma per quanto potrà far parte di un gruppo solidale di guaritori che lavorano e praticano assieme, tendenzialmente percorrerà comunque il cammino in solitudine.

Questo significa che nella guarigione non esistono iniziazioni? A prescindere dal fatto che la guarigione è un concetto così ampio e variegato che è impossibile affermare una cosa o l’altra senza dire comunque una falsità, la risposta più corretta sarebbe comunque: sì. Nel cammino della guarigione esistono le iniziazioni formali e quelle spirituali, come in tutti gli altri percorsi, ed esattamente come in tutti gli altri percorsi le seconde sono più importanti delle prime. La differenza che corre è che decade la rigidità di dover procedere con un rito iniziatico per cominciare un percorso, in quanto questo seguirà tendenzialmente un regime solitario e a parte casi specifici, non comporterà l’ingresso e l’accettazione di regole di gruppo o relativi gradi iniziatici.

Esattamente come avviene con il risveglio della Kundalini, che di suo è la migliore rappresentazione di una crescita iniziatica energetica sottile, le iniziazioni che sono elargite al guaritore avvengono a livello sottile e animico. Le formule cerimoniali e rituali sono retaggio delle persone e dell’umanità. L’esperienza è l’unica vera iniziazione e non esistono insegnanti umani in possesso delle facoltà di poter garantire l’apprendimento della stessa. Possiamo essere messi alla prova ritualmente e superare la difficoltà per un puro colpo di fortuna o perché in quel dato particolare siamo capaci, come potrebbe non essere totalmente obbiettivo il nostro iniziatore e giudicarci in modo troppo severo o troppo gentile. Fintanto che è incarnato, un essere umano fa dell’esperienza la sua unica vera insegnante e ciò significa che fintanto che è vivo, può e deve imparare. Un iniziando e un iniziato sono uguali sotto questo punto di vista: entrambi hanno dei passi da fare. Sia per mancanza di obbiettività o per errori, o per qualsiasi altro motivo, un’iniziazione rituale potrebbe essere elargita a chi non dovrebbe meritarla. Se la riceviamo potremmo comunque non essere spiritualmente abbastanza evoluti per procedere con conoscenze diverse e più avanzate alle quali potremmo accedere senza essere pronti, eppure apprenderle e non sapere che farci, o peggio, usarle in modo sbagliato.

Nel cammino solitario, patrocinato dalle guide e dai maestri dei piani interiori, le iniziazioni avvengono principalmente sul piano astrale. La guida ci condurrà a compiere imprese o ci insegnerà qualcosa che prima non conoscevamo e per la quale non eravamo ancora pronti. Magari ci condurrà a vedere delle situazioni che dobbiamo metabolizzare, eventi che abbiamo vissuto e che ci perseguitano. In questi casi, andranno a rivestire anche un ruolo centrale in quello che è il nostro stesso tessuto vitale ed esperienziale. Suppongo che sia inutile ribadire che in un percorso di guarigione la prima grande iniziazione che dobbiamo affrontare sarà quella di cercare di guarire noi stessi dalle nostre stesse ferite, da ciò che non siamo in grado di perdonarci, dai traumi dovuti alle azioni che abbiamo compiuto e per le quali proviamo rimorso e da quelli per i quali non abbiamo colpe, ma per cui coviamo rancore e che ci portano tormento. Questo è un passaggio necessario: la guarigione passa da dentro di noi e segue lo stesso, identico, percorso che segue la malattia. Se non siamo in grado di guarire noi stessi, non saremo mai in grado di guarire gli altri. Non esiste, quindi, una sola iniziazione, ma sono numerose e non sono uguali per tutti, né in numero, né in qualità, né in difficoltà.

Non è pertanto facile determinare quali siano iniziazioni e quali no. In parte anche perché non sono pianificate, spiegate e non esiste una preparazione propedeutica. Semplicemente ti trovi a dover fare qualcosa, a dover prendere delle decisioni o delle iniziative e dimostrare di essere in grado di volare da solo. Potresti cadere dal nido e fare la fine degli uccellini che trovi morti ai piedi degli alberi o potresti spiccare il volo e non tornare più indietro. È una parafrasi del diventare adulti, insomma. A conti fatti, una guida non ti pone di fronte a qualcosa che non sei in grado di superare, quindi quello che in linea di massima succede è che quando ci troviamo a dover affrontare un’iniziazione, è perché siamo pronti e preparati, anche se magari non lo sappiamo fino a quando giunge il momento e scopriamo cosa abbiamo affrontato, o fin quando non siamo andati oltre e guardiamo al nostro vissuto con occhi diversi.

DEDICARSI E GIURARE

Nonostante tutto ciò, però, molte persone che perseguono la via della guarigione arrivano ad un momento in cui si trovano a dover dimostrare a sé stesse o al proprio maestro di essere pronte per alcuni insegnamenti di natura superiore. Può essere che si sviluppi quindi la necessità di ricorrere ad un rito che suggelli questo passaggio, che può avvenire sia sui piani sottili o spirituali, in comunione con le guide e le divinità, oppure sul piano materiale con specchio sui piani superiori. La scelta è meramente tecnica o simbolica: in effetti non cambia nulla. Essendo la guarigione una via quasi del tutto pratica, molto di più che altre che si appoggiano su concetti spirituali simbolici, non esistono rituali che possano concederti, anche in minima parte, capacità o conoscenze che non sei pronto ad ottenere. Se l’iniziazione prende quindi toni ritualmente fisici, per lo più lo fa per una questione di formalità che di atto magico vero e proprio, per quanto di sicuro ne conservi il potere. La vera iniziazione, quella che sblocca delle capacità, che ci permette di effettuare delle pratiche più avanzate, avviene sempre e solo a livello spirituale. Nessun insegnante umano può decretare davvero quale sia la preparazione di una persona se non sulla base di ciò che egli insegna o decide di insegnare, quindi centellinando e dosando la propria conoscenza sulla base del suo atteggiamento mentale o di quello del proprio allievo. Per tutto il resto, sono sempre e solo le guide e gli aiutatori a decretare chi è pronto e chi no. Tutti quanti, dal primo all’ultimo, chi conosce di più e chi conosce di meno, sono sempre in cammino e l’insegnante che decide che un suo allievo è pronto a conoscere questa o quella pratica lo determina comunque interrogando le guide. Se questo non avviene ma l’allievo è comunque pronto, le sue stesse guide indicheranno direttamente a lui la pratica comunicandogliela e il compito dell’insegnante diventerà quello di verificare con le proprie guide se ciò che è stato insegnato in modo diretto pervenga da una fonte certa e non dall’ego dell’allievo stesso.

Sulla base di questo, quindi, come funzionano le iniziazioni nella via della guarigione? Se vogliamo davvero mettere i puntini sulle “i”, il discorso iniziatico in un percorso solitario è, come sempre, soggetto ad interpretazioni disparate e potrebbe essere fine a sé stesso. Per quanto riguarda, quindi, un rituale formale svolto in presenza di persone sarebbe forse più corretto parlare di “dedicazione” che di vera e propria iniziazione. Si tratta infatti del bisogno che si sente, ad un certo momento, di dichiarare quello che è il proprio intento e di farlo effettuando delle promesse, dei giuramenti.

Tutti i medici svolgono un giuramento dell’Arte medica che è ancora noto come “Giuramento di Hippocrate”. Abbiamo già visto in precedenza, in contesti differenti, questa formula rituale, in particolare nel capitolo 10. Ora lo rivedremo sotto un punto di vista differente. Sin dal tempo dell’antica Grecia, ora come allora, ogni medico che ha studiato medicina e ha preso una laurea, prima di poter praticare deve pronunciare a memoria un discorso in cui sta promettendo di mantenere un comportamento ligio ai dettami dell’arte medica. Anche se in epoca moderna questo è stato modificato per renderlo più attuale, in antichità si trattava di un vero e proprio giuramento. Ogni aspirante medico doveva recitare questa formula: “Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per tutti gli dèi e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto: di stimare il mio maestro di quest'arte come mio padre e di vivere insieme a lui e di soccorrerlo se ha bisogno e che considererò i suoi figli come fratelli e insegnerò quest'arte, se essi desiderano apprenderla, senza richiedere compensi né patti scritti; di rendere partecipi dei precetti e degli insegnamenti orali e di ogni altra dottrina i miei figli e i figli del mio maestro e gli allievi legati da un contratto e vincolati dal giuramento del medico, ma nessun altro.

Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio; mi asterrò dal recar danno e offesa.

Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo.

Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte.

Non opererò coloro che soffrono del male della pietra, ma mi rivolgerò a coloro che sono esperti di questa attività.

In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l'altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi.

Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell'esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili.

E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell'arte, onorato dagli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro”.

Il Giuramento di Hippocrate è una forma verbale di accordo in cui ogni persona che decide di seguire la sacra arte della medicina giura di attenersi ad alcuni precetti ben definiti, promettendo di non violarli. In antichità questo aveva una valenza magica enorme proprio perché erano convocate a testimonianza non una, bensì quattro divinità distinte: Apollo medico, Asclepio, Igea e Panacea. Tuttavia, come possiamo leggere nell’ultima frase, non ci si aspetta che, nella violazione di questi dettami, siano loro a dover intervenire per punire i trasgressori e gli spergiuri, bensì rimane un patto con noi stessi. Violarlo ci impone quindi di riconoscere di non essere più degni di praticare. Secondo ciò che recita stava a chi lo pronunciava mantenere attivo questo giuramento e non calpestarlo e stava alla sua etica e alla sua rettitudine far sì che, nel caso dovesse trovarsi a doverlo violare, smettesse immediatamente di praticare ed essere onorato come medico. Nel mondo moderno la violazione del giuramento comporta l’estromissione dall’albo come punizione e, pertanto, l’impossibilità a praticare in termini di legge. Tuttavia una persona di bassa morale e in possesso delle conoscenze necessarie può praticare comunque pur sapendo di commettere un reato. Non è una novità che medici radiati pratichino lo stesso.

Per quanto non sia teoricamente possibile disfare un’iniziazione, se una persona viola i dettami di appartenenza ad un gruppo esoterico può esserne bandito e possono esserle rimossi tutti i riconoscimenti ottenuti. Tuttavia si parla sempre di riconoscimenti: ciò che è legato magicamente può essere sciolto solo da chi lo ha legato. Dal momento che l’iniziazione, la dedicazione e il giuramento sono sempre e solo promesse e poteri che una volta trasmessi non possono essere ripresi, l’unica alternativa che esiste è che chi li ha ricevuti e presi li rifiuti e li disconosca. Esattamente come avviene per il battesimo cristiano, che è di fatto un’iniziazione, solo chi ha ricevuto il battesimo può effettivamente rinunciarvi e, in molti contesti come lo “sbattezzo” si tratta sempre e solo di una formalità. La scomunica latae sententiae (letteralmente di sentenza pronunciata) che ne consegue è un valore corrispettivo. Nella lettera che si riceve dalla curia in merito allo sbattezzo si enuncia che a meno di pentimento, il gesto di sbattezzo vale come una scomunica. Tuttavia, la scomunica latae sententiae viene inflitta a coloro che compiono atti considerati delittuosi, ostinati e perseveranti contro la fede e i fedeli e nello specifico apostasia ed eresia, ma può essere pronunciata e applicata solo dal Sommo Pontefice, togliendo a tutti gli effetti la possibilità a chiunque la subisca o la richieda di poter ricevere sacramenti. Questo è, a conti fatti, un bando equivalente a quello che avverrebbe in un cerchio esoterico cui si sono violate le regole. Ciò non toglie che una persona scomunicata possa andare comunque in chiesa e partecipare a riti cristiani se lo desidera. Non credo che nessun prete abbia mai controllato nomi e cognomi delle persone che richiedevano la comunione.

Ad ogni modo, a prescindere dal cristianesimo un’iniziazione, un giuramento e una dedicazione possono essere eradicate solo attraverso un rito magico che comporti la rinuncia dei privilegi ottenuti e la ferma decisione di non proseguire oltre con il cammino scelto. Personalmente posso comprendere che giunga un momento in cui, in seguito ad una profonda delusione, ad un cambio decisivo di rotta spirituale o ad un qualsiasi altro motivo valido, una persona che ha effettuato un rito di questo tipo possa decidere di tornare sui suoi passi. Per lo più, tuttavia, quello che vedo più probabile è che ci sia stata leggerezza quando è stato il momento di scegliere con saggezza e consapevolezza se procedere o meno con una promessa così importante.

Fermo restando che nessuno può contestare il cammino di qualcun altro, né relativamente a quelli che sono i suoi punti morti o i suoi momenti di picco, di esaltazione o di sconforto, la ferma intenzione di riflettere bene prima di effettuare una scelta che comporti una dedicazione ad litteram ad una via, con tutto ciò che ne consegue, ritengo sia lapalissiano che sia più che necessaria.

 

LA SCELTA DEL PERCORSO

Se sentiamo il bisogno di affrontare un rito iniziatico formale ha senso che scegliamo le divinità che possano farci da testimoni. Il giuramento di Hippocrate, svolto in antica Grecia, ovviamente coinvolgeva divinità del pantheon ellenico. Se tuttavia noi scegliamo di lavorare con divinità differenti, legate a contesti di guarigione più ampi, possiamo coniugare il rito come preferiamo.

Sia che siamo un insegnante che prepara un rito di iniziazione per un allievo o un’allieva, sia che siamo dei ricercatori personali che sentono il bisogno di effettuare una dedicazione, l’unica regola che suggerisco di seguire è quella di attenersi ad una vicinanza rituale in linea con le divinità che scegliamo come patrone, ma di farlo misurando la scelta sul tipo di cammino che desideriamo perseguire. Possiamo individuare, infatti, molti tipi di percorsi differenti che possiamo decidere di perseguire. Pertanto: che tipo di guaritore siamo? Lavoriamo solo per guarire le persone? Lavoriamo per i defunti? Lavoriamo per gli animali? Lavoriamo per gli ambienti e la terra? Lavoriamo per le entità sottili? Ci occupiamo di gravidanze? Consideriamo l’eventualità di aiutare una persona a morire? Integriamo nozioni o forme di metagenealogia, drammi rituali o psicomagia? Ci concentriamo sul piano fisico? Interveniamo a livello animico, karmico o anche psicologico? Riteniamo che lavorare su malefici e maledizioni sia parte del nostro compito? Aiutiamo chiunque o solo bambini, donne, uomini, animali, amici, conoscenti, anziani, giovani?

Questi sono solo degli esempi di domande che possiamo porci, ma possono esserci molte altre sfaccettature che non sto prendendo in considerazione. Anche se nel corso del tempo il percorso che stiamo seguendo potrà subire delle variazioni, così come anche la nostra idea di guarigione, tendenzialmente quando si scelgono delle divinità per un’iniziazione è importante avere chiaro quale sia il modello di approccio cui desideriamo ispirarci. Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, diversi popoli hanno coniugato diversi approcci e interpretazioni alla natura stessa dell’Arte della Guarigione, pur magari svolgendo indicativamente le stesse cose. Ora la domanda non è più cosa facevano in antichità, ma cosa vogliamo fare noi.

Se non siamo abbastanza decisi o il nostro percorso ci porta in diverse direzioni, possiamo riservarci il diritto di scegliere un cerchio di divinità cui rivolgerci. Se ad esempio lavoriamo con le donne in gravidanza per favorire un parto, possiamo prendere in considerazione di lavorare con qualcuna delle divinità ostetriche come Artemide, la Bona Dea, Ilithyia, Diana, Lucina o Heqet. Se il nostro cammino prevede un lavoro legato ai defunti e l’aiuto nel trapasso dei morenti, è consono prendere in considerazione di lavorare con divinità infere e psicopompe come Anubis, Odino, Chernunnos, Mercurio, Hecate od Hermes. Se il nostro approccio è più legato ad un tipo di guarigione ispirata all’arte medica in quanto conoscenza anatomica potremo scegliere Apollo, Igea, Dhanvantari, Panacea, Asclepio, Esculapio o Thot. Se prendiamo in considerazione l’eventualità di lavorare in ambito più magico trasformativo allora lavoreremo con Brigit, Iside, Dian Cecht o Maponus. Se desideriamo dedicarci agli animali e la natura, allora Chernunnos, Anubis, Feronia, Bast o il Green Man saranno delle buone scelte. Si tratta ovviamente solo di esempi, più o meno calzanti. Sono moltissime le divinità cui possiamo rivolgerci e ognuna porterà con sé una propria energia di guarigione specifica. Tuttavia, tra loro, dovrebbe essercene sempre una che va a rappresentare quello che è il nostro specchio finale, il nostro modello ultimo.

Questa scelta determinerà molte cose, che tuttavia potrebbero cambiare nel corso del tempo. La divinità o le divinità che sceglieremo saranno quelle che chiameremo prima della nostra pratica, qualsiasi essa sia, per ricevere supporto e aiuto. È per questo motivo che è importante avere ben chiari in mente quali sono i confini dentro cui muoverci nella vasta sfera di approcci che possiamo definire con il termine cappello di “guarigione”.

All’interno della nostra pratica, queste divinità troveranno spazio sia in un ambito puramente tecnico: ossia quando dovremo far fronte a situazioni per cui avere il loro ausilio diventa importante se non fondamentale per la buona riuscita del lavoro, sia per quanto riguarda anche solo l’aspetto votivo.

Già nel capitolo riguardante le pratiche preparatorie ho spiegato come sia importante, per chi desidera inserire un approccio più cerimoniale, procedere ad un’invocazione o una preghiera alla divinità prima di cominciare a lavorare per ottenere l’assistenza necessaria. Perché abbia reale potere, questa preghiera o invocazione dovrebbe essere scritta di nostro pugno e dovrà essere recitata sempre, ogni volta in cui approcceremo ad un rito di guarigione, qualsiasi esso sia, di fronte ad una rappresentazione della divinità che stiamo chiamando. Non dovrebbe essere solo un modo per onorare la divinità, ma dovrebbe altresì contenere delle richieste formali di aiuto ben specifiche, motivo per cui se il nostro percorso ci porta a condurre rituali di diversa natura e su diversi fronti, avremo bisogno di preghiere differenti, con richieste differenti, magari per divinità differenti e con relative offerte.

La base di formula votiva che uso in genere è composta in questo modo:

  • Chiamata della divinità con epiteti (da svolgere in gruppi di tre)
  • Richiesta
  • Motivazione della richiesta
  • Formula di chiusura
  • Benedizione

Farò ora un esempio pratico. Poniamo il caso in cui siamo chiamati ad occuparci di una gravidanza difficile e nel corso del nostro cammino siamo decisi a prenderci cura delle partorienti. In questo caso lavoriamo, ad esempio con Heqet, la dea egizia simbolicamente rappresentata come rana. Nella stesura della nostra invocazione, potremo procedere così:

(chiamata della divinità con epiteti)

Heqet, dea generatrice di ogni cosa, madre universale patrona della nascita! Dal Nilo in abbondanza sciamano i tuoi figli, dal potere del tuo limo scaturisce la vita, signora della rigenerazione ascolta la mia richiesta! Oh dea rana, dal primordiale Nun, suprema e potente, detentrice dei segreti della vita che trascende la morte, signora del parto, della rinascita divina e umana e della creazione, ascolta la mia richiesta! Heqet, tu che favoristi la resurrezione del Grande Osiride, smembrato dal fratricida Seth e che aiutasti Horus a venire alla luce, ascolta la mia richiesta!

(richiesta e motivazione della richiesta)

Posa le tue mani di benedizione sul ventre di (…) per concederle un travaglio e un parto sicuro. Cheta il più possibile il suo dolore con la tua dolce voce e cullala nelle tue calde e grandi braccia affinché la vita che sta portando alla luce possa trovare la sua via senza complicazioni. Sii balsamo per la sua sofferenza, rassicurazione per le sue incertezze, perentorietà per le sue difficoltà. Fai sì che abbia la forza, l’energia e la determinazione per superare questo passaggio in bellezza e sicurezza, sia per lei che per la vita che sta conducendo alla luce e indicami ciò che è in mio potere fare per aiutarla senza intervenire là dove non mi è concesso e dove la natura deve fare il suo corso senza interferenze! Possa questa creatura che si sta guadagnando la strada nella vita, attraverso la tua capacità e la tua benevolenza, non dover soffrire nel transito e che mani amorevoli possano accoglierla con dolcezza e garbo.

(formula di chiusura e benedizione)

Accetta questa mia umile offerta e possa la mia supplica giungere fino a te, o grande Heqet e possa il tuo nome non essere mai risparmiato da mille e mille benedizioni.

Che tu sia benedetta

Questa formula, farina del mio sacco, non è per nulla ispirata a papiri esistenti in cui Heqet è citata, ma si basa esclusivamente sulla mia esperienza diretta con questa divinità, con la quale ho lavorato alcune volte. Si tratta formalmente di un esempio diretto, non di una ricerca egittologica, pertanto è consono che potrebbe contenere alcune imprecisioni storiche e mitologiche. Lo scopo per cui l’ho inserita è la base di struttura votiva che si può utilizzare in una formula devozionale e pratica che può essere applicata a qualsiasi altra divinità affiancata ad un’offerta specifica o generica che possa ingraziarsela.

Questo tipo di invocazione è sia di supporto che specifica per un preciso scopo. Pertanto diventa di duplice utilità perché esprime un chiaro intento in ciò che stiamo chiedendo pur dando energia votiva alla divinità attraverso l’offerta e la chiamata del suo sacro nome. Se dovesse, tuttavia, essere utilizzata solo come formula votiva, sarà necessario modificarla rimuovendo le parti specifiche di richiesta.

Si potrebbe domandare perché la chiamata deve essere sempre in gruppo di tre. Questo principio, proprio della magia, è legato ad una legge magica nota come “legge della triplice invocazione”, isolata insieme a molte altre da Isaac Bonewits nel suo Real Magic e sintetizzata da Gavin Bone e Janet Farrar nel corso della Progressive Witchcraft. Il postulato di questa legge sostiene che affinché una qualsiasi invocazione o evocazione abbia effetto deve sempre essere svolta in forma triplice in quanto deve andare a lavorare su tre piani diversi. Questo modus operandi può essere interpretato in molte forme: ripetere il nome delle divinità tre volte quando le si chiama, unire tre metodi invocativi diversi (verbale, somatico, visualizzativo) o ripetere le invocazioni tre volte. La scelta dipende solo da quella che è la nostra pratica. In casi come questi, anche per rendere più enfatica la chiamata, io ho scelto la terza opzione.

 

LA DEDICAZIONE AL CAMMINO

Una persona sceglie la sua divinità e decide di dedicarsi ad un cammino di guarigione eseguendo un rito. Come potrebbe procedere? A prescindere che ci sia un insegnante, un mistagogo o magari solo un compagno di viaggio che desideri condividere o prestarsi a guidare il rituale per dare supporto, l’unica cosa che ritengo importante che sia presente in un rituale di dedicazione non è la forma che questo può assumere, bensì la sostanza. Come potremo costruire il nostro rituale?

Dato che il principio di questo rito non rappresenta un ingresso in un gruppo esoterico, né tanto meno la dimostrazione di essere in possesso di alcune facoltà e conoscenze, in linea di massima non ha particolare senso che siano presenti eventuali prove da sostenere e da superare per essere ammessi, come potrebbe in realtà capitare in riti iniziatici più tradizionali. Si tratta in effetti di una dedicazione ad un cammino, pertanto il punto focale non è dimostrarsi degni con un rito, ma porsi di fronte ad uno specchio simbolico e dichiarare quello che è il nostro intento con le divinità come testimoni. Qualsiasi ombra di falsità o di tentennamento verranno alla luce immediatamente durante lo svolgimento e chi sta affrontando il rito lo saprà e ne trarrà le dovute conclusioni.

La dedicazione è una forma rituale molto semplice seppur potente. Al suo interno si effettua quella che è una dichiarazione di intenti, dove affermeremo che siamo decisi a seguire una certa via, che lo faremo secondo quelli che sono gli insegnamenti o i dettami di questa o quella divinità, insegnante, maestro o chicchessia. Non è necessaria chissà quale preparazione magica, ma in questo caso il rito dovrebbe essere centrato su quella che è la nostra intenzione, su come noi vogliamo esprimere la nostra volontà di guarire e di perseguire la via del guaritore. Se seguiamo un’etica precisa, è il momento di esprimerla a chiare parole. Se seguiamo una via che contempla alcuni aspetti particolari e se questi sono disciplinati da regole peculiari, le possiamo e dovremmo dichiararle. Se sentiamo di dover promettere o compiere dei giuramenti che determineranno il nostro comportamento fintanto che seguiremo questa via, dovremo affermarlo.

La struttura di questa affermazione potrebbe quindi diventare simile al Giuramento di Hippocrate, coniugato ad una forma rituale che ci sia consona, dove sono convocate a testimoni le divinità che noi riteniamo centrali nella nostra pratica votiva. È fondamentalmente l’affermazione del nostro intento a determinare che tipo di guaritori saremo e se desideriamo utilizzare una forma cerimoniale, possiamo sfruttarla per costruire quello che sarà l’apice del nostro rito, ossia la dichiarazione del nostro intento.

Quello che faremo, se lo faremo, starà completamente a noi. Potremo decidere di legare un cordone intorno alla vita ed effettuare dei nodi per ogni promessa, dichiarazione o giuramento che vogliamo esprimere. Potremmo considerare l’idea di procedere ad una auto consacrazione dei nostri chakra e dei nostri strumenti, presentandoli alla o alle divinità che abbiamo scelto come patrone. Potremmo anche scegliere di dedicarci ad una divinità e lasciare che sia lei ad indicarci come lavorare e votarci a lei. Questa forma di giuramento e dedicazione potrebbe essere anche solo fatta al concetto alto di guarigione che svincola da ogni entità o divinità e sarà una forma di rispetto che noi porteremo all’Arte del Guaritore, alla via della Guarigione di cui gli déi sono una manifestazione e a cui ogni guaritore al mondo che sia veramente tale, in ogni sua forma, sostanza o derivazione, fa appello quando mette in pratica le sue conoscenze per aiutare qualcuno.

Quello che conterà, in questi termini sarà la formula del nostro giuramento, della nostra dedicazione: sarà il momento in cui diremo: ci comporteremo così, agiremo in questo modo, promettiamo di non fare questo o quello. Qualsiasi intento conterrà la nostra dichiarazione, da quel momento avrà valore per noi e starà sempre a noi rispettarla.