The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Capitolo 22 - Rituali e Cerimoniali (Parte 6: I Patti con le Divinità)

DO UT DES

Cos’è un patto? Sostanzialmente un accordo tra le parti in cui due o più entità distinte si impegnano a rispettare i termini concordati per un certo limite di tempo, a volte anche indefinito, o finché sussistono le condizioni perché questo sia ritenuto valido.

Esistono moltissimi tipi di patti, ma tendenzialmente nella teurgia e nel lavoro magico i più comuni e i più noti sono quelli che coinvolgono demoni. Questo argomento, che è tanto caro alla letteratura, alla filmografia e alle religioni semitiche, prende in considerazione il fatto che un praticante possa evocare un demone infernale attraverso precisi rituali e conferire con lui stipulando un patto secondo cui otterrà qualcosa di materiale (in genere soldi, potere, sesso) in cambio di qualcosa di spirituale (in genere il dominio della sua anima una volta che sarà morto).

Uno dei patti demoniaci più famosi della letteratura è quello narrato da Goethe nel Faust, ma ce ne sono molti altri. In molte di queste opere, si può notare come l’entità che stipula il patto cerchi sempre, in qualche modo, di ingannare o circuire la controparte per far sì che i requisiti del patto siano soddisfatti con minor dispendio di energie, spesso giocando sulle parole o sui doppi sensi.

Perché tuttavia si parla di patti demoniaci? Il motivo è di fatto da ricercare nell’etimologia della parola demone, che deriva in realtà da un termine greco: daimon, il cui significato è semplicemente “spirito” e che veniva designato per riferirsi appunto ad ogni categoria di entità spirituale e preternaturale, quindi sia divino che infernale, che naturale. Da notare è che nei testi di teurgia classica si usa ancora questo termine per riferirsi a concetti più elevati legati all’Io superiore e non a qualche entità forzatamente esterna, umana o non umana e non di questo piano. L’associazione agli spiriti malvagi e ai diavoli cristiani è molto più tarda ma ha mantenuto la sua presa fino ad ora sull’immaginario comune.

Questa doverosa spiegazione di pillole teologiche serve per comprendere un semplice fatto: così come i patti possono essere stipulati tra due esseri umani, possono essere sanciti anche tra entità appartenenti a piani differenti con le medesime modalità concettuali, purché entrambi possiedano o possano fornire qualcosa che la controparte desidera al punto da voler stipulare un accordo. Non sono solo i demoni cristiani ad offrire patti. Dopotutto basta leggerlo nel Pentateuco: il popolo ebraico, prima in seguito al diluvio universale e in poi sul monte Sinai con i dieci comandamenti, ha stipulato un patto di alleanza con Yahweh nel quale il primo si impegnava a non distruggere l’umanità e i secondi ad adorarlo come unico dio rinnegando gli dèi pagani.

Ogni divinità, così come ogni entità che possiede il potere e la facoltà di rispettarli, può stipulare un patto e ogni essere umano che è in grado di evocarla in modo corretto è nella posizione di farne da controparte, purché sia nella posizione di poter elargire ciò che è necessario. È proprio questo il punto focale della difficoltà relativa ai patti: essere nella posizione di rispettarli.

Perché una divinità dovrebbe accettare di stipulare un patto? Ci sono molti motivi che, in parte, abbiamo già visto nei capitoli precedenti e il più importante di questi è legato alla sua stessa sopravvivenza. Da un punto di vista magico e teurgico le divinità rimangono delle entità senzienti superiori a poteri, conoscenze e capacità a quelli dell’essere umano. Tuttavia a livello sottile, per quanto questa visione possa essere aborrita da molti accademici più zelanti, anche le divinità hanno un ciclo vitale che impone loro di doversi nutrire. Il cibo delle divinità, quello che i greci identificarono con il termine di “ambrosia”, è di fatto una sostanza energetica costituita dalle offerte votive degli esseri umani. Come possiamo leggere nel Ratto di Proserpina di Claudiano, quando Demetra, infuriata con Zeus per il rapimento della figlia si chiude nel suo tempio ad Eleusi e maledice la terra impedendole di dare frutti finché Kore non fosse stata rilasciata dagli inferi, il potere stesso degli dèi vacilla. Dal momento che, per il volere della dea, sui campi coltivati il grano marciva prima di poter essere raccolto, gli esseri umani non elargivano più offerte agli olimpi, costringendoli a deperire.

La diffusione capillare delle religioni semitiche e del monoteismo, per quanto non abbia potuto eradicare le culture pagane, ne ha indubbiamente indebolito in modo preponderante il culto al punto da arrivare ad annientarlo a colpi di editti teodosiani imperiali. Le divinità si sono quindi indebolite e i loro sacerdozi sono quasi del tutto scomparsi, tramutandosi spesso in qualcosa di diverso. Questo non significa che le divinità hanno smesso di esistere, ma esattamente come l’essere umano si è evoluto, anche loro hanno dovuto fare dei compromessi per adattarsi ai cambiamenti dei tempi.

Se, all’epoca di massimo splendore, potevano degnarsi anche di non rispondere per capriccio, adesso le cose sono abbastanza diverse e l’essere umano che desidera ottenere dei benefici e che ne ha le oggettive capacità è nella posizione di poter interagire con loro e scendere a compromessi. Questo non significa che chiunque può ottenere ciò che vuole stipulando un patto, ma che è una forma di cerimoniale che può risultare utile soprattutto per il suo immenso potere. Potere che, come tale, va preso con le stesse precauzioni che prenderemmo se dovessimo trovarci ad aprire la porta di casa e far entrare un assicuratore, per intenderci.

I patti pertanto sono una forma di magia cerimoniale e teurgica di alto livello per il quale implica l’aver modo di incontrare una divinità e parlarci in modo diretto, senza intermediari terreni. A meno che non siamo degli stupidi, non li stipuliamo per bazzecole o li utilizziamo perché non abbiamo voglia di fare fatica, ma solo per questioni di altissimo livello ed importanza. Condizioni, in genere, che non possono essere risolte od ottenute con successo mediante altri mezzi, anche magici.

Per quanto mi compete, parlerò dei patti in modo generico dando solo delle direttive basilari su come funzionano e su quali sono i dettagli per i quali ritengo che sia imperativo prestare particolare attenzione e mi limiterò alla sfera della guarigione, motivo per cui io li uso, seppur raramente.

Quando approcciamo a questo argomento è pertanto bene capire quando stipularli, ma soprattutto quando non stipularli. Per quanto io non veda le divinità come entità in agguato pronte ad ingannarci e circuirci, si tratta sempre di un do ut des, ossia di un baratto di favori, uno scambio di energia, una trattativa. Come tale è auspicabile che ognuna delle due parti cerchi sempre, in ogni momento, di far pendere l’ago della bilancia verso la sua posizione, di tirare sul prezzo. In un certo qual modo fa anche parte delle regole del gioco. Tuttavia, a prescindere da questo è bene non dimenticarsi mai del fatto che nonostante il termine questo tutto è fuorché un gioco.

La decisione di stipulare un patto con una divinità, quando farlo e quando non farlo, parte in principio da tre fattori fondamentali: il primo è la nostra etica lavorativa, il secondo la nostra conoscenza e il terzo la nostra capacità di saperci imporre e trattare. Se la nostra etica non contempla in alcun modo lo scendere a patti e fare accordi con le divinità, vuoi perché riteniamo che ogni tipo di interazione sia volta ad un abbassamento del nostro essere spirituale (per modo di dire, se seguiamo una via filo cristiana stipulare patti con divinità potrebbe essere considerato alla stregua di interagire con i demoni), vuoi perché preferiamo semplicemente altri tipi di metodi, allora molto candidamente possiamo escludere totalmente questa opzione e continuare così come stiamo lavorando.

Il secondo punto riguarda la nostra conoscenza ed è importantissimo che sia valutata con purezza e onestà: sia dal punto di vista della divinità con cui decidiamo di avere a che fare, sia dal punto di vista magico teurgico delle regole che determinano certe interazioni e che è imperativo non ignorare. Alcune di queste regole le vedremo più avanti e sono alla base di qualsiasi lavoro astrale con entità, altre devono essere apprese tramite le guide, tramite insegnanti e tramite iniziazioni spirituali e non è compito mio poterle passare pubblicamente.

Il terzo punto è, forse, quello più importante ed è determinato da quella che è la nostra capacità di interazione: fondamentalmente dal nostro carattere. Quanto siamo in grado di imporci e farci rispettare? Quanto siamo in grado di trattare o non essere ingannati o circuiti? Quando desideriamo qualcosa, siamo disposti a cedere e pagare tre volte il suo valore o siamo in grado di imporci e non lasciare che ci manipolino? A queste domande non possiamo che rispondere noi stessi.

Pertanto quando non dobbiamo cercare di stipulare dei patti? Quando non conosciamo molto bene la divinità con cui pensiamo di voler interagire. Quando non siamo in possesso delle chiavi adatte a comprendere se ciò che stiamo facendo sia alla nostra portata o meno. Quando dubitiamo della nostra capacità di mantenere le redini di una situazione. Quando non siamo in possesso di un bagaglio esperienziale magico adeguato ad affrontare una trattativa o non siamo in grado di offrire qualcosa di adeguato a ciò che chiediamo.

Quando invece possiamo stipularli? In linea di massima ci sono svariate risposte a questa domanda. Io lo faccio quando devo cercare di ottenere qualcosa per cui un semplice incantesimo o un’offerta non basterebbero. Stiamo parlando di situazioni abbastanza al limite, protezioni di altissimo livello, guarigioni particolarmente specifiche per cui le mie capacità non sono abbastanza e mi richiederebbe un intervento costante che non posso applicare perché non ne ho il tempo (magari la persona è in pericolo di vita) o la possibilità (dovrei fare un intervento mirato ma non posso avvicinare il paziente perché magari è in terapia intensiva). C’è tuttavia un altro motivo per cui si svolgono, ma è molto pericoloso in quanto mette in gioco lo stato dell’ego: si parla dell’ottenimento di poteri e capacità particolari che possiamo utilizzare per metterci al servizio. Questo tipo di patti sono molto vincolanti e perigliosi e io sconsiglio vivamente di farli se non siamo assolutamente in grado di gestirne le conseguenze, pertanto ne manterrò solo un accenno.

 

ATTENZIONE A COSA CHIEDIAMO

Esiste una parabola interessante in occultismo e nelle favole in genere che è diventata un po’ anche un proverbio cui molti sono affezionati e che ripetono spesso: “attenzione a ciò che chiedi perché potresti finire con l’ottenerlo”. Fondamentalmente una persona potrebbe domandarsi: cosa ci può essere di male nell’ottenere ciò che desidero?

Nulla, in effetti, purché si abbia chiaro cosa desideriamo. Perché il problema è, fondamentalmente questo: l’essere umano è da sempre spaccato in due. Da una parte è costretto a seguire il bisogno, che si sottodistingue in diverse nature descritte da Maslow nella sua “Piramide dei Bisogni”, dove sono posti in ordine di priorità. Dall’altra, invece, è proiettato e persegue quello che è il desiderio, ossia ciò che vorrebbe che fosse. La complessità del desiderio cambia, come è ovvio, sulla base della maturità emotiva della persona che lo esprime. Pertanto una mente semplice, come quella di un bambino desidererà non dover fare certe cose basilari come “doversi lavare i denti” o “fare i compiti” o “andare a letto presto”. Un adolescente probabilmente desidererà avere dei superpoteri come “essere invisibili”. Una persona adulta, se dominata dall’ego probabilmente desidererà poter avere potere, soldi, sesso o cose materiali.

In tutte le favole che parlano di patti o desideri espressi, a partire dalla notissima favola delle Mille e una Notte che parla di Aladino, fino ad arrivare al cartone animato attuale dei Due Fantagenitori dove Timmy, un bambino in età scolare trascurato dai genitori si vede assegnate due creature fantastiche di nome Cosmo e Wanda con lo scopo di esaudire i suoi desideri, la morale arriva sempre a farci notare come spesso le nostre richieste non collimino con il nostro reale desiderio in quanto noi non sappiamo, realmente, cosa vogliamo davvero, ma siamo dominati dalle effimere maree dell’ardore momentaneo.

Chi è in possesso di una cultura anche solo basilare sull’esoterismo, avrà già fatto un collegamento mentale rapido e saprà già di cosa stiamo parlando, magari a partire dall’opera di Rabelais da cui scaturisce il tutto: Gargantua e Pantagruel. Sin da quando Aleister Crowley si trovava al Cairo nel 1904 con sua moglie Rose Edith Kelly e canalizzò attraverso di lei l’entità preterumana Aiwass ricevendo sotto dettatura quello che fu intitolato Liber al Vel Legis, il mondo dell’occulto cambiò per sempre. Il grosso cambiamento arrivò per un semplice messaggio che fu in seguito diffuso e adottato, sotto diverse forme, da moltissime vie spirituali diverse a partire dall’Abbazia di Thelema per finire con la Wicca, dove divenne tradotto nel fantomatico Rede.

Anche sulle sue diverse inflessioni, in ogni sua forma il messaggio è sempre simile: comprendi ciò che vuoi nel più profondo io e dopo che lo hai capito persegui sempre questo desiderio cercando di realizzarlo con tutte le tue forze rispettando sempre gli altri e te stesso.

Per quanto possa sembrare facile, siamo di fronte ad una missione di vita: come abbiamo già visto in capitoli precedenti nell’uomo una parte proiettata verso il desiderio, mentre l’altra è trattenuta dal bisogno. In questo dualismo la trappola dell’ego ci induce sempre a cadere sulle ginocchia, impedendoci di vedere ciò che è importante e discostandoci da quella che dovrebbe essere la nostra somma cerca: pertanto come bambini, se dovessimo trovarci ad avere davvero tre desideri quello che faremmo sarebbe spenderli in cose eccessivamente materiali o eccessivamente e apparentemente altruistiche.

Prendiamo un semplice esempio tratto da un famoso racconto con notevoli rappresentazioni diverse, tra cui anche un episodio dei Simpsons e scritto da William Wymark Jacobs, uno scrittore anglosassone vissuto a cavallo tra il diciannovesimo e ventesimo secolo. In questo racconto un uomo umile e semplice che vive con la moglie e il figlio, una sera riceve una visita di un vecchio soldato che gli racconta aneddoti sul mondo e sull’India dove ha comprato per vie traverse un talismano incantato da un fachiro che permette di esprimere tre desideri. Si tratta della piccola mano di una scimmia. Lo scopo del fachiro era quello di dimostrare che il destino domina la vita della gente e che coloro i quali vogliono interferire con il destino lo fanno a proprio rischio e pericolo. Pertanto aveva messo sulla zampa un incantesimo in modo che tre uomini diversi potessero esigere da essa l'adempimento di tre desideri. Il soldato, dopo alcune riflessioni e pur cercando di convincerlo a distruggere il talismano con il fuoco, cede la mano al padrone di casa che, assieme alla famiglia, per gioco chiede di ricevere duecento sterline. Il giorno dopo il figlio muore per un incidente sul lavoro e la ditta di sartoria per cui lavorava per scaricare le responsabilità offre alla famiglia quell’esatta cifra come indennizzo. Sconvolta, la madre convince l’uomo a usare il secondo desiderio per chiedere che il figlio possa tornare in vita. Nel mezzo della notte sentono bussare alla porta e mentre la madre corre ad aprire e armeggia con i chiavistelli il padre, consapevole dell’abominio che aveva appena commesso, usa il terzo desiderio per annullare il secondo e quando aprono la porta il figlio è scomparso. Questa novella espone in modo chiaro e sintetico la legge secondo cui la magia segue la via più breve per realizzarsi.

Sono sicuro, tuttavia, che molti di voi direbbero: ma io userei quei desideri solo per fare del bene e in modo altruistico. Cosa c’è di male nell’altruismo, mi si potrebbe chiedere? In primis per molti aspetti ancora una volta è una trappola dell’ego perché spesso l’atteggiamento altruistico nasconde il bisogno che questo ci sia riconosciuto da altri o da noi stessi, così che ci si possa sentire meglio nell’aver fatto “del bene”. Dall’altra la verità è che l’altruismo ci spingerebbe verso reami di impossibilità e abnegazione. Inoltre non dobbiamo dimenticare che bene e male sono concetti molto soggettivi.

Tuttavia poniamo caso che se avessimo tre desideri li spenderemmo per fini altruistici. Nell’episodio sarcastico dei Simspon ispirato al racconto di Jacobs, Lisa, tenendo la mano di scimmia chiede la pace nel mondo. In un primo momento tutto sembra andare per il verso giusto e gli uomini bruciano le armi e vivono in pace. Se non che Kodos e Kang, due alieni che appaiono saltuariamente negli episodi, ne approfittano per conquistare la Terra usando una clava e nessuno può difendere il pianeta perché tutte le armi sono state distrutte. Una situazione analoga capita in un episodio della settima stagione di X Files i due detective dell’FBI indagano su un caso particolare che riguarda un genio con le sembianze di una donna che esaudisce tre desideri alla lettera, causando ovviamente molte difficoltà. Quando Mulder, in possesso dei tre desideri parla con il genio, questa gli risponde che tutti esprimono sempre desideri egoistici. In questo caso Mulder chiede che ci sia la pace nel mondo e quello che ottiene è che l’intera umanità scompare: ogni singolo essere umano. Alla domanda su perché ha fatto sparire le persone il genio risponde che era l’unico modo per ottenere ciò che aveva chiesto.

Perché stare attenti a ciò che chiediamo? Perché il modo in cui lo otteniamo non è sempre quello che ci aspettiamo e perché ciò che esprimiamo, specialmente se a parole, manifesta comunque un aspetto egocentrico che è indissolubilmente legato a quello che è la nostra visione del mondo e come lo vorremmo plasmato. Il problema è che non sempre ciò che noi desideriamo collima con la realtà e soprattutto non rispetta il confine dettato dalle altre persone. Le favole legate ai patti e i desideri espressi sono punteggiate da circostanze anche sarcastiche in cui cavillando su ciò che non è specificato o sul modo di dire si ottenga esattamente ciò che si chiede, come quella del pozzo che ad una precisa ora della notte una volta l’anno esprime un desiderio e una coppia di coniugi si ritrova a litigare nei suoi pressi per chi debba esprimere il desiderio e quando l’uomo, stufo della moglie urla: “non ti voglio più vedere” il pozzo esaudisce la richiesta rendendolo cieco.

Per quanto stipulare un patto non sia come esprimere magicamente un desiderio, avere le idee chiare sulla nostra richiesta è comunque imperativo, ma è importante anche saperla esprimere affinché sia esente da ogni possibile fraintendimento. Per questo motivo quando si scende a patti con una divinità o un’entità è sempre bene chiedere cose semplici, dirette, senza possibili varianti.

Ogni patto si stabilisce sulla base di uno scambio. Pertanto non è solo la nostra richiesta che deve essere soppesata con attenzione, ma anche ciò che offriamo in cambio. Così come la divinità potrebbe giocare con il doppio senso della nostra richiesta non specificata per indurci a non ottenere del tutto ciò che vogliamo, potrebbe farlo per cercare di strappare da noi un prezzo molto più elevato di quello che pagheremmo normalmente.

Abbiamo parlato di regole fondamentali e abbiamo visto come avere chiara la richiesta sia una di queste. L’altra è non offrire mai nulla che non siamo disposti a pagare, ma soprattutto non offrire mai niente prima che la divinità esponga la sua richiesta. Apparentemente sembra una cosa stupida ma poniamo il caso che andiamo ad una bancarella e volessimo acquistare un chilo di mele senza conoscere quale sia il prezzo o quanto possano valere. Prima di offrire dei soldi chiederemmo quanto vuole per quelle mele, immagino. Se il prezzo è troppo alto possiamo trattare e abbassarlo o semplicemente rivolgerci ad un’altra bancarella, se disponibile. Il principio è il medesimo. Se noi andiamo a comprare delle mele e per un chilo di mele offriamo una banconota da cinquanta euro come scambio, chi ci può dire che il prezzo non sia troppo elevato e se avessimo lasciato parlare il venditore ci avrebbe chiesto un euro?

Alla stessa maniera, se il venditore spara alto perché sa che il prezzo poi scenderà, noi non dovremmo accettare la prima offerta che ci fa, ma cercare comunque di mercanteggiare. Se questo concetto vi sembra ragionevole per un chilo di mele, pensate quanto lo sia quando si parla del pagamento per ottenere una guarigione: una divinità non si esimerà dal chiedere il massimo che potrebbe chiedere, per di più affine a quella che è la sua area di influenza. Sta a noi dire: “No. Trattiamo”.

A parte casi specifici, come dèi della giustizia, dell’equilibrio o con cui abbiamo un legame importante, le divinità in linea di massimo pretenderanno sempre il massimo da noi e non si limiteranno a chiedere semplici offerte. Questo avviene perché la loro fame di energia è grande e come un bambino che si attacca al seno, succhieranno il più possibile pur mantenendo intatti i dettami e i vincoli che li obbligano. Se commettiamo lo sciagurato errore di promettere loro ciò che non possiamo o non siamo disposti a pagare, ciò che avverrà è che se lo prenderanno nei modi e nei termini che riterranno più opportuni.

 

DEI DIVERSI, RICHIESTE DIVERSE

Come ogni cosa, anche le divinità rispettano la loro stessa natura negli atteggiamenti, nelle richieste che fanno e nel modo in cui elargiscono i loro doni e interpretano il mondo. Quando scegliamo di fare un patto con una divinità dobbiamo ricordarci che non sono tutte uguali e che è molto raro, se non impossibile, che una divinità rappresenti un aspetto esclusivo. A volte ne incarna così tanti, anche in apparente antitesi tra loro, che ci è difficile considerare come risponderà ad una richiesta e cosa chiederà in cambio.

Premettendo che ogni divinità è impegnativa a sé stante, ce ne sono alcune con cui bisogna prestare particolare attenzione e con cui sconsiglio di fare patti, se possibile, a meno che non si sia pronti all’imprevedibile: le divinità trickster, le divinità infere, le divinità della giustizia e quelle teriomorfe. Vediamole brevemente.

Sono chiamate divinità trickster tutte le divinità del caos, del disordine, degli inganni, dei ladri, delle illusioni e delle malefatte. Si tratta di divinità che possiedono delle caratteristiche fortemente volte all’imbroglio, ossia quelle che per la loro imprevedibilità sono inclini a non rispettare le regole o a circuire o comunque ad appoggiarsi sull’astuzia per risolvere i problemi che altri affronterebbero con la forza. I miti di ogni popolo hanno questo tipo di divinità e di figure folkloristiche. In ambienti più rigidi e dogmatici possono essere anche interpretate come divinità del male, come il caso di Set per l’Antico Egitto o Loki per i norreni, mentre in altre sono anche divinità positive, ma che mantengono connotazioni oscure e manipolatorie come Hermes in Grecia, il Coyote delle popolazioni navajo o i kitsune giapponesi che riprendono anche la visione medievale di Reinhard la volpe antropomorfa i cui racconti hanno ispirato Collodi per la figura del gatto e la volpe come malfattori che circuiscono Pinocchio. Avere a che fare con una divinità trickster è sempre pericoloso e io consiglio di interagire con molta attenzione, in quanto con loro ciò che appare spesso non è ciò che crediamo che sia.

Avere a che fare con divinità infere è altresì un altro punto su cui fare molta attenzione, quando si parla di patti. Come tale questi dèi tendono a muoversi nei campi relativi alla morte, pertanto bisogna prestare molta attenzione a ciò che ci viene richiesto e in che forma. Lora O’ Brien, sacerdotessa della Morrigan con cui ho lavorato anni fa e che è anche autrice di libri sulla spiritualità irlandese e custode legale di un sito archeologico sacro a lei dedicato sito in Irlanda: oweynagat, ossia letteralmente “La caverna dei gatti”, mi ha raccontato come ogni volta che entra in contatto con questa dea, in cambio di qualsiasi cosa si sente chiedere i suoi figli. Ogni volta che la Morrigan esprime a Lora la sua pretesa, in modo indefesso lei risponde “Partendo dal presupposto che i miei figli non li avrai, cos’altro posso darti?” Per quanto non mi abbia mai specificato quanto profondamente procedono queste trattative e quindi cosa intenda realmente la dea quando fa la sua richiesta, è l’atteggiamento di Lora che si contrappone a quello di una dea che ci interessa: lei non mette in dubbio quanto la Morrigan sia importante nella sua vita, ciò nonostante non valuta nemmeno lontanamente l’opzione di accettare la sua richiesta. Del resto, tuttavia, la dea non si stanca di chiederglieli.

Perché temere di scendere a patti con una divinità della giustizia? Esattamente per lo stesso motivo per cui bisognerebbe prestare particolare attenzione ad una divinità del caos. Un essere umano fa fatica a concepire in modo universale ciò che è equilibrato e giusto: ha sempre una visione parziale del mondo. Una divinità della giustizia no. Quando si scende a patti con una divinità della giustizia e della legge dobbiamo ricordarci che abbiamo a che fare con un’entità che vede il mondo in bianco o nero, dove tutto ciò che non è ordine secondo quelli che sono i suoi canoni è da punire. Mancare con una divinità della giustizia significa rimettersi al suo giudizio, che potrebbe essere assolutamente spietato secondo quello che è il nostro punto di vista.

Le divinità teriomorfe sono prese, molto spesso, con troppa leggerezza. La difficoltà di stipulare patti con loro deriva principalmente dal fatto che, in quanto umani, tendiamo ad antropomorfizzare qualsiasi cosa, dimenticandoci che per quanto noi pensiamo sia divertente mettere un vestito addosso ad un cane, ogni volta che capita lui perde parte della sua dignità. Quando parliamo con una divinità animale non dobbiamo mai dimenticare che rappresenta gli istinti e la natura selvaggia. Stipulare un patto con una divinità teriomorfa implica accettare che la sua visione del mondo è molto più istintuale e destrutturata della nostra. Questo non vale solo per il tipo di offerte che possiamo elargire, ma soprattutto per come interpreterà la nostra richiesta. Una divinità animale ragionerà in modo affine alla natura: sarà spietato e crudele e non riconoscerà concetti legati all’ego, perché gli animali non conoscono questo aspetto della personalità che è del tutto umana. Se noi approcciamo ad una divinità selvaggia, dobbiamo capire che per interagire con lei dovremo cambiare la nostra prospettiva per adattarla alla sua, coniugando la richiesta e l’offerta in modo adeguato.

 

I TIPI DI PATTI

Come funzionerà un patto? Dipende da come lo stipuliamo. In genere preferisco mettere in chiaro che mi aspetto di ricevere segnali positivi prima di procedere con la mia parte dell’accordo. Questo per un semplice motivo: anche dopo anni di pratica con una divinità non possiamo essere sicuri che abbia accettato le nostre condizioni, pertanto aspettarci un riscontro è il minimo. Per quanto il patto si differenzi dalla semplice offerta in quanto si tratta a tutti gli effetti di un accordo tra le parti, non possiamo aspettarci di avere sempre tutto sotto controllo. Anche questo, dopotutto, fa parte del gioco. A volte potrebbe capitare che percepiamo che la parola venga mantenuta a metà o magari siamo noi a mantenerla a metà, pertanto possiamo avere un risultato non completamente fruttuoso. Da una parte si può riflettere sul fatto che abbiamo fatto degli errori di calcolo, dall’altra che non eravamo pronti ad ottenere il cento percento di ciò che abbiamo chiesto per il momento. In questo caso dipende dal patto che abbiamo stipulato e con chi. Io consiglio sempre di cercare di rispettare la parola data e non scherzare mai con il fuoco, ma sono anche sicuro che se stipuliamo un patto con una divinità della giustizia e abbiamo la percezione che non lo rispetti credo che ci sia da domandarsi, prima di puntare il dito verso di lei, in cosa noi abbiamo mancato.

Una volta stipulato, un patto deve essere rispettato. Agli dèi non importa dei nostri impegni, del fatto che stiamo bene, che stiamo male, che non abbiamo i soldi, la possibilità, il tempo e che pensavamo di averli: il patto è un atto magico vincolante e come tale ci impone di non mancare. Suggerisco sempre di rispettare la parola data perché quando non rispettiamo i patti, le divinità tendenzialmente si riprendono ciò che noi abbiamo ottenuto come prima cosa. Tuttavia in seconda battuta si vengono a prendere anche il pagamento che abbiamo promesso, con i modi e i tempi che desiderano e se non rispettiamo il patto a parte nostra, entra in gioco totalmente la loro “libera interpretazione” del pagamento. Al punto che potremmo trovarci a pagare un prezzo molto più salato di quello che era stato concordato. Se esiste anche una remota possibilità di farli infuriare e di indurli a prendersi ciò che spetta loro con l’interpretazione assolutamente più arbitraria che possiamo anche lontanamente concepire, questo è di sicuro la via giusta per scoprirlo.

È per questo motivo che io sconsiglio sempre a chiunque non abbia una preparazione più che adeguata di scendere a compromessi. Magari siamo divorati dal desiderio di avere qualcosa e questo desiderio ci può apparire del tutto legittimo e altruista e ci rivolgiamo ad una divinità pieni di speranza e aspettativa convinti di essere disposti, in quel momento, a pagare qualunque prezzo per ottenere ciò che vogliamo. Questi sono esattamente i momenti più sbagliati per approcciare ad una pratica come questa. Più il nostro desiderio è alto e si spinge fino ai confini del bisogno o della paura, più la nostra volontà sarà debole e rischieremo di trovarci a dover pagare prezzi molto salati.

Ricordiamoci che le divinità rispettano sempre i patti, anche quelle trickster. Quello che ci può apparire come un imbroglio o una mancanza deriva per forza da uno o più fattori indiscussi: non abbiamo posto la richiesta in modo corretto e questa è stata interpretata in modo soggettivo o coniugata in linea con il tipo di divinità cui l’abbiamo posta, oppure non abbiamo svolto la trattativa in modo completo e onesto.

Quali sono, quindi, i patti che possiamo stipulare? Possiamo identificare quattro semplici tipi di patti che in linea di massima vengono opzionati. Ovviamente ce ne sono altri e con un quantitativo impressionante di varianti, ma possiamo identificate questi come quelli più comuni:

I patti di collaborazione.  Si tratta di patti svolti sul lungo periodo, in genere con divinità con cui hai effettuato già precedenti dedicazioni o iniziazioni. Spesso si stipulano proprio in seno a questo tipo di ritualità, rendendoli a tutti gli effetti una parte integrante della richiesta che facciamo per essere ascoltati. In questo caso quello che facciamo è vincolarci agli insegnamenti, la protezione e l’ausilio di una precisa divinità e in cambio onorarla come principale per tutte le ritualità legate al nostro percorso di guaritori. Come abbiamo già avuto modo di vedere nel capitolo legato a questi riti, la scelta della divinità cui votarci è legata anche al tipo di percorso che vogliamo abbracciare. Se decidiamo, quindi, di fare un passo aggiuntivo e forgiare una sorta di “alleanza” con questa stessa divinità, dovremo considerare in primis che tutta la nostra pratica ne verrà inevitabilmente coinvolta, così come il nostro percorso e di conseguenza la nostra vita. Quanto meno secondo quelle che sono le clausole che stabiliremo.

I patti di venerazione. Una variante meno impegnativa di quelli precedente sono i patti che implicano uno scambio più breve nel tempo. Se leggiamo i versetti satanici, ossia la diciannovesima e ventesima āyāt della cinquantatreesima sūra, bandite dal Corano e quindi presenti solo in alcune versioni, noteremo come Maometto, durante la canonizzazione delle tribù mediorientali si imbatté in un popolo che onorava ancora la triade di dee lunari Allāt, ʿUzzā e Manāt e, per convincerli ad abbracciare l’Islam, accettò di venerarle per un anno in cambio della loro venerazione di Allah. Secondo gli studiosi islamici fu spinto a questa scelta perché notò che le gru, che erano sacre a queste dee, volavano molto in alto e le ritenne, quindi, intermediari divini. Maometto ritrattò queste affermazioni e da quel momento divenne teologia ritenere che, al contrario dei restanti versetti presenti nel libro sacro islamico suggeriti dall’Arcangelo Gabriele, queste fossero di ispirazione diabolica. Allo stesso modo, un tipo di patto stipulabile è quello di programmare una venerazione o delle offerte per un periodo definito, entro il quale in cambio la divinità si impegna ad accogliere le nostre richieste. La durata e la periodicità delle offerte e il tipo diventeranno parte dell’accordo.

I patti di cerca. Molto comuni nella religione cristiana ed ebraica, sono quel tipo di patti secondo cui in cambio dell’accettazione delle nostre richieste ci impegniamo a compiere una cerca. La cerca, da sempre rappresenta il fine nobile legato alla religione, basti pensare al mito cavalleresco del Santo Graal. In genere questo tipo di patti è più vicino ad una chiamata dove un dio mette in gioco il suo “campione” perché si batta e difenda il suo nome dalle iniquità dei malvagi o che dimostri il suo valore e la sua devozione. Tuttavia ne esistono di diversi tipi. Quando sono stato in Irlanda ho visitato una delle fonti sacre a Brigit disseminate nel territorio che ora è noto come Pozzo di San Ciaran vicino a Kells. La leggenda narra che ad un monaco di nome Kieran giunse nottetempo una visione onirica che gli diceva di recarsi in questo luogo per costruire un monastero. Quando vi giunse, sulla collina apparve un cervo. Dal momento che era un simbolo legato ad un dio pagano, il monaco dubitò che fosse un messaggio del demonio e tornò sui suoi passi. La notte però, tormentato da questa visione si convinse a tornare nel luogo prefissato e lì apparve una grossa scrofa. Dal momento che anche questo animale era simbolo di divinità pagane, pensò di essere stato ingannato e tornò di nuovo indietro. Ancora, la notte fu preda di visioni e chiamate che gli dicevano di andare a costruire un monastero in quel luogo. Giunto nei pressi del pozzo vide un salmone, di nuovo un simbolo pagano. Questa volta, tuttavia, si lasciò convincere e fondò quindi Castlekeeran poco distante, nella contea di Meath. Per quanto ci compete, la cerca che possiamo essere chiamati a compiere non sarà per forza quella di dover fondare un ordine monastico o costruire un tempio, ma ci potrebbe venir richiesto di consacrare un lago, un bosco o qualche altra zona naturale, prenderci carico di insegnare a qualcuno, fare un viaggio spirituale o visitare anche alcuni luoghi in astrale.

I patti di baratto. I più semplici e comuni tra i patti sono quelli che si risolvono entro poco e che richiedono un minimo impegno: semplicemente offriamo alla divinità qualcosa di fisico che la possa onorare: un altare fisso in casa, una nuova immagine che la rappresenti, dei gioielli che la adornino e la onorino per ottenere in cambio ciò che desideriamo. Questo tipo di patto è più semplice da gestire dagli altri tre ed è, a conti fatti, quello con minori rischi.

 

COME SI STIPULANO I PATTI

I patti si stipulano in molti modi, ma nessuno di questi è completamente padroneggiabile e pubblicabile così su due piedi, per quanto esistano molti libri che ne descrivono dettagliatamente il metodo, basta solo saper cercare. Descriverò comunque alcune opzioni con relative difficoltà e attenzioni da porre.

Il patto in astrale. Apparentemente semplice, con l’aiuto delle guide si va a bussare la porta del regno della divinità o la si convoca in un luogo sicuro per noi con tutte le dovute protezioni. In astrale faremo la nostra richiesta parlando direttamente con il suo avatar e sentiremo qual è il prezzo che ci è richiesto. È bene prestare attenzione alla legge dei nomi e a far sì che si sia il più possibile certi che siamo di fronte realmente a quella divinità o ad un suo emissario e non a qualche altro tipo di entità che si spaccia per lei.

Il patto in meditazione o preghiera. In genere usato quando abbiamo già consolidato un rapporto con la divinità e ne sappiamo riconoscere i segni e riusciamo a dialogare con lei attraverso la meditazione. In questo caso sapremo già cosa offrire e sapremo anche come riconoscere se stiamo stipulando un accordo o meno.

Il patto in canalizzazione, evocazione o trance. Possiamo parlare con la divinità o fare dei patti con lei grazie ad un’evocazione, una canalizzazione o, se possibile, una pratica di trance avanzata, come il drawing down the moon o la trance-prophecy. In questo caso avremo bisogno di qualcuno che possa fungere da canale per noi, in modo che possa ospitare dentro di sé la divinità per permetterci di parlarle e sentire direttamente cosa vuole e cosa può darci in cambio della nostra offerta.

Il patto rituale. Abbastanza periglioso ma paradossalmente il più usato, consiste nel fare un patto con la divinità durante un rituale, offrendole qualcosa e aspettando una risposta che potrebbe non arrivare in modo chiaro o non arrivare affatto. Questo tipo di rituale ha delle potenziali complicazioni perché non ci permette di essere certi sin da subito che ad ascoltare la nostra richiesta e accettare la nostra offerta sia esattamente la divinità che noi ci aspettiamo e ci priva in certa misura della sicurezza, che dovrebbe essere fondamentale in questo caso, che la nostra invocazione sia andata per il verso giusto. In sostanza rischiamo, usando questo metodo, di fare un patto alla cieca e non sapere, in seguito, con chi potremmo avere un debito.

In qualsiasi momento noi abbiamo a che fare con una divinità non possiamo mai dimenticarci che si tratta di un’entità che possiede poteri di gran lunga superiori ai nostri. Farlo sarebbe stupido. Tuttavia, come ripeto sempre, il concetto importante è essere timorati ma non spaventati. Se desideriamo stipulare dei patti dobbiamo comportarci come i montanari, i pompieri, gli aviatori e i marinai: ognuno di loro sa che la montagna, il fuoco, i cieli ed il mare sono pericolosi e che un giorno potrebbero non tornare. Eppure affrontano ogni giorno questo pericolo a testa alta, perché rispettano e temono conoscendone queste forze e il potere di ucciderli, ma non ne hanno paura. Se dovessero cominciare ad averne paura ne verrebbero sopraffatti e non sarebbero più in grado di affrontarle. Quando lavoriamo con le divinità noi dobbiamo essere come questi uomini e queste donne: dobbiamo conoscere a fondo ciò che abbiamo di fronte, temerle e rispettarle ma non averne mai paura. Quando trattiamo con loro dobbiamo dare valore alla nostra capacità diplomatica, saperla affinare se non è abbastanza sviluppata, ma non perdere mai la nostra grinta e il nostro stoicismo. Ricordiamoci sempre che se rispondono alla nostra chiamata è perché noi abbiamo qualcosa che loro vogliono e loro possono darci qualcosa che noi vogliamo. Non dobbiamo mai inchinarci ai loro capricci, ma mantenere sempre salda e stoica la nostra umanità. Non possiamo mai permettere loro di prendere in mano le redini della contrattazione e lasciare che decidano per noi. Siamo in grado di dire “no”. Tutti sono in grado di farlo. Dobbiamo avere fiducia nella nostra capacità di dire “no.” Se non la abbiamo, se non ci sentiamo pronti a dire “no”, questa pratica non fa per noi.