The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Capitolo 25: Il Viaggio Astrale (Parte 3: I Viaggi Di Recupero)

IL VIAGGIO ASTRALE (PARTE 3: I VIAGGI DI RECUPERO)

TRA I MONDI

Nei capitoli precedenti abbiamo imparato cos’è un viaggio, perché lo facciamo e abbiamo esplorato il concetto di cosmologia e di tempio astrale. Abbiamo visto in breve alcuni dei motivi principali per cui possiamo essere spronati o indotti a intraprendere l’esperienza del viaggio astrale. Veniamo ora a esplorare meglio quali sono alcuni dei motivi per cui viaggiamo e come farlo in sicurezza.

Sia che desideriamo appoggiarci a una cosmologia, sia che preferiamo non farlo, il viaggio astrale è un metodo utile e importante da padroneggiare per molte attività che possiamo svolgere, inerenti alla sfera della guarigione di cui ci occupiamo o per altri motivi. Per quanto l’uso di una cosmologia non sia un vincolo in modo generico per i viaggi astrali, tuttavia per certi tipi di viaggio diventa fondamentale.

La domanda che possiamo porci è: dove andiamo quando viaggiamo? Sappiamo che proiettiamo la nostra coscienza in un corpo di luce che dobbiamo creare ad hoc con la materia astrale, manipolandolo e rendendolo il più simile possibile a noi. Tuttavia, per quanto la nostra coscienza possa essere proiettata all’esterno di noi, è un dato di fatto che non abbandoniamo mai il nostro corpo. Se però non abbandoniamo il nostro corpo, dove stiamo andando?

Qui la domanda può avere molte risposte differenti, per le quali non bisogna mai dimenticare ciò che abbiamo imparato in merito alle dimensioni di spazio e tempo e le naturali peculiarità, seppur complesse da assimilare, che determinano il piano astrale e che lo differenziano in modo così sostanziale dal piano denso. Per arrivare a rispondere alla domanda sul dove stiamo andando, poniamoci prima dei quesiti intermedi che ci serviranno per comprendere la risposta. Il primo quesito è: lo spazio e il tempo, per come li conosciamo e facciamo esperienza di essi a livello soggettivo, sono influenzati dalla nostra percezione? La risposta è sì. Lo spazio e il tempo differiscono sulla base della nostra percezione e la nostra esperienza. La prova è sotto i nostri occhi: per quanto siamo abituati a pensare che il tempo scorra in modo costante, la nostra percezione di esso è molto diversa a seconda delle situazioni che stiamo vivendo. Le esperienze negative, se vissute con coscienza e non per forza con consapevolezza, sia nel piccolo che nel grande ci appaiono più dilatate di quelle eccitanti e positive. Se ci annoiamo, se proviamo angoscia o se stiamo male la nostra percezione del tempo è ben diversa di quando ci divertiamo, siamo felici e godiamo di momenti spensierati. Inoltre si ha la percezione di una velocizzazione del tempo congiunto allo scorrere degli anni. Più si diventa adulti più il tempo sembra accelerare. Questo capita, per certi versi, quando siamo costretti a occuparci più di altri che di noi stessi, come nel caso di figli o nipoti. Anche la materia spaziale cambia a seconda della nostra percezione: quando torniamo a visitare luoghi o vedere persone che conoscevamo o frequentavamo da bambini viviamo il ribaltamento di ciò che ci ricordavamo confronto a ciò che è. Ambienti che un tempo ci apparivano enormi diventeranno minuscoli, le persone con cui avevamo a che fare e che ci apparivano spaventose o potenti acquisteranno completamente un altro aspetto, le vedremo sotto una diversa luce. Alcuni dicono che la memoria smussi gli angoli, ingiallisca le fotografie, ma la verità è anche un’altra. Anche una memoria fervida e solida conserverà dentro di sé solo la percezione di ciò che ha visto e vissuto sulla base della consapevolezza che si poteva avere di alcuni eventi. Non saranno mai verità, ma solo porzioni manipolate di questa verità. Questa è l’inevitabilità del fatto che la realtà è di fatto una percezione e come tale è vana, impossibile da dissociare dal nostro personale approccio e dalla nostra esperienza.

Inoltre c’è da tenere conto di un altro fattore, determinato dalla longevità. C’è una divertente battuta che riguarda le farfalle, le quali, vivendo un giorno solo, alle cinque di pomeriggio devono averne già le scatole piene. Nei mondi fantasy è stata ben tradotta nella differenza di approccio alle relazioni tra razze diverse che hanno una prospettiva di vita ben differente: si vedano gli elfi che vivono mille anni, i quali faticano a fare amicizia con esseri umani che vivono un frammento della loro vita. Per loro affezionarsi a un umano è quasi pari ad affezionarsi a un coniglio. Quando un essere vivente vive molto a lungo tende a vedere e percepire il mondo in un modo più lento di chi vive per un periodo molto breve. Il numero di eventi in una vita media di ottant’anni è, paradossalmente, identico a quelli di una vita di ottanta giorni, solo sono vissuti con una rapidità diversa. Se vivessimo normalmente ottanta giorni invece che ottant’anni saremmo portati a essere commisurati nella nostra soddisfazione ed esperienza perché avremmo avuto la stessa possibilità di fare ciò che dovevamo e imparare ciò di cui avevamo bisogno. Tutto sarebbe stato solo accelerato. La dimostrazione di questa verità è tuttavia solamente mentale ed emotiva, non biologica. Un essere umano, allo stato attuale, grazie o a causa delle scoperte in ambito scientifico e medico e del benessere attuale può contare su una longevità che era impensabile secoli fa. Questo non ha però dilatato i tempi di maturità biologica, ma solo quelli mentali ed emozionali: la possibilità di vivere più a lungo ha allungato le tempistiche di passaggio dalla fase infantile a quella adolescenziale e da quella adolescenziale a quella adulta e da quella adulta a quella anziana. Il risultato che abbiamo sono persone biologicamente adulte che tardano a maturare e persone che una volta erano considerate in terza età che desiderano scoprire il mondo come quando erano più giovani.

Giunti a questo punto non possiamo più considerare il tempo e lo spazio come degli assiomi, ma come tutto ciò che esiste, dobbiamo rivalutarli solo sulla base dell’esperienza che noi abbiamo di essi.

La seconda domande che dovremmo porci è: se il tempo e lo spazio sono esperienze basate sulla mia consapevolezza e sulla mia coscienza, se cambio i valori con cui li percepisco, posso cambiare spazio e tempo? Ovviamente sì. Se io misuro una stanza in metri o la misuro in piedi, significa che la stanza è grande in modo diverso? No. È sempre grande uguale: però sto usando due unità di misura differenti per rispondere a una stessa domanda. Pertanto se io cambio il mio strumento di misura o ricalibro ciò che uso per misurare, in qualche modo adeguo spazio e tempo al mio modo di vederlo. Pertanto non cambieremo le variabili come materia e come misurazione delle stesse, ma cambieremo la nostra percezione di questi due fattori. La sostanza per noi non cambierà, perché stiamo cambiando noi stessi per cambiare il mondo che ci circonda. In questo caso, quindi, se mi abituo a vivere in una stanza di dodici metri quadrati e avere tutto ciò che mi serve lì, quando avrò una casa di ventidue metri quadri mi sembrerà una reggia.

A questo punto, l’ultima domanda, è semplice: se io posso cambiare la mia percezione allora posso cambiare ciò che mi circonda? Sì. Perché la realtà è soggettiva, sempre. Pertanto se io cambio il modo in cui la percepisco, cambio la mia esperienza e il mio modo di viverla e assimilarla. A questo punto il tempo diventa solo un fattore senza importanza.

Pertanto, dove andiamo quando viaggiamo? Da nessuna parte e ovunque, perché saremo sempre nello stesso punto, senza muovere un dito, ma saremo nello stesso momento in un altro posto che esiste dentro e fuori di noi.

È per questo motivo che per molte delle attività che possiamo fare in astrale ci viene in soccorso la cosmologia. Come abbiamo già detto precedentemente, l’uomo ha bisogno di ordine: ha bisogno di sapere che il cielo è sopra la sua testa e la terra è sotto i suoi piedi. Soprattutto per iniziare, avere una cosmologia fissa ci permette di avere una mappa da consultare per non perderci per strada. I luoghi che visitiamo non esistono nel mondo fisico, ma sono spesso luoghi metafisici, esistenti perché li abbiamo creati per precisi scopi. Quegli scopi sono, principalmente, utili e funzionali a ciò che noi dobbiamo fare.

Solo dopo che avremo padroneggiato le regole della cosmologia, che rimarranno sempre le stesse e che attingono dall’inconscio collettivo umano e che pertanto non possono e non devono essere ignorate, possiamo pensare di avventurarci con sicurezza nel piano astrale.

Per chi si chiede perché ci sia questa necessità io faccio questo esempio. Immaginate un bambino di tre anni. Deambula da solo, pertanto è in grado di camminare e muoversi nel mondo. Potenzialmente potrebbe andare ovunque. Cosa gli impedisce di farlo? I genitori? Non loro, ma la paura di perdersi. La casa, la sua famiglia sono la sua sicurezza, il suo mondo, il suo universo. Senza quelle cose è perduto. Se dovesse venir privato di queste certezze rimarrebbe paralizzato dalla paura e rimarrebbe in un angolo a piangere senza capire cosa fare, perché il mondo è immenso ed è pieno di persone e cose che non conosce e con cui non è in grado di relazionarsi e gestire. Non tutto ciò che può incontrare in questo mondo così vasto sarà un pericolo per lui, ma il non discernere quali sono questi pericoli e cosa può fare per affrontarli rende qualsiasi posto un campo minato. Anche a tre metri dai suoi genitori un bambino che perde di vista la sua sicurezza si sente smarrito e in preda al panico, per quanto inconsciamente sia colmo di desiderio di esplorare e fare cose.

Dovremmo vedere la cosmologia e le guide come un bambino vede la sua casa e i suoi genitori: un luogo sicuro dove poter crescere ed esperire prima di avventurarci nel mondo. La cosmologia è un luogo metafisico, pertanto esiste e non esiste. Il fatto che l’abbiamo creata noi o che ci appoggiamo su di essa per fare ciò che dobbiamo non la rende meno reale, ma per quanto mantenga dentro di sé una certa dose di perigliosità insita nel fatto che rimane un luogo intermedio, per quanto sia confinato, non è come viaggiare nel piano astrale aperto. Per nulla.

Perché ho usato il termine “intermedio”? Possiamo pensare alla cosmologia e a tutti i regni che può contenere come una bolla d’aria in mezzo a un liquido. Entro i suoi confini ci possiamo muovere con relativa libertà, basandoci su come noi abbiamo creato i regni o, se la cosmologia è pre-esistente, sulla base di come i regni sono disposti. Tuttavia rimane un mondo delimitato. In ogni cosmologia, o almeno in tutte quelle pre-esistenti e in genere in quelle create ad hoc, esistono dei luoghi di mezzo, delle “terre di nessuno”.

Quando abbiamo parlato del tempio astrale abbiamo accennato a queste stanze o ambienti che possono essere “condivisi” con altri operatori o dove possiamo incontrare in sicurezza pazienti, amici o entità, senza che queste abbiano accesso a zone interdette e riservate solo a noi. Estendendo questa regola, e ampliandola fino alle dimensioni di un regno, troviamo come spesso sia logico o istintivo (anche per via dell’inconscio collettivo di cui parlavamo) inserire delle strisce di terra che fungano da zone liminari che non solo confinino con altri piani esterni alla nostra cosmologia, ma dove questi due luoghi si sovrappongano: in sostanza delle “terre non rivendicate”. Questi sono i luoghi che spesso siamo chiamati ad andare a visitare per incontrare entità esterne cui non possiamo o vogliamo dare accesso ai nostri regni o alla nostra cosmologia e spesso sono la meta del nostro viaggio.

 

VIAGGI INFERI

Una variante dei viaggi di recupero è quella di discendere nei piani inferi a recuperare disincarnati che si sono persi per strada. In parte abbiamo affrontato questo argomento in un capitolo precedente, quando abbiamo parlato del ruolo dello psicopompo. Lo riprendiamo per comprendere ancora più in profondità questa peculiarità dei viaggi astrali.

Anche questo tipo di viaggio è condivisa anche dallo sciamanesimo. Pressoché ogni sciamano, in genere, svolge il ruolo di traghettatore. Non ho esperienza diretta del metodo usato in seno a queste tradizioni, ma l’accompagnamento, in quanto parte della guarigione sciamanica, avviene attraverso l’ausilio di uno spirito alleato che si prende in carico di traghettare le anime dall’altra parte. Una volta varcata la soglia, gli antenati che attendono con impazienza l’anima del defunto la accoglieranno nel loro abbraccio e lo spirito del defunto sarà quindi libero.

Abbiamo già visto nel capitolo sul ruolo dello psicopompo il perché alcune persone, quando muoiono, si perdono per strada. I motivi possono essere svariati e sono legati al tipo di morte che può avvenire: omicidio, suicidio, morte violenta sono i casi più frequenti. Un altro motivo è determinato dall’attaccamento del defunto alla vita, ai propositi, gli obblighi, gli impegni o gli affetti. A volte sono proprio gli affetti dei propri cari che rimangono in vita a determinare una difficoltà a far sì che il defunto si stacchi per andare oltre. Un altro fattore di grande importanza è dovuto alla paura di morire e di ciò che può attendere dall’altra parte. Una paura indotta dalle religioni e dal loro tema legato puramente al contesto di morte come ricompensa/punizione.

Quando una persona muore, passati i quaranta giorni canonici che si attendono per consentirle di comprendere la nuova fase di esistenza in cui si trova, di abituarcisi e così di staccarsi lentamente e per gradi dai legami terreni, può trovarsi in una situazione di non poter o voler andare oltre. A volte semplicemente non sa di essere morta e vive una vita non-vita, cosparsa di illusioni e sogni creati sul piano astrale.

Quando un disincarnato rimane intrappolato non possiede più un corpo fisico, ma il corpo più denso che possiede è quello astrale, dal momento che l’eterico è rimasto aggrappato al cadavere e si sta decomponendo più rapidamente della materia organica. Non appartenendo a questo luogo, la sua anima è continuamente richiamata verso il regno devachanico, ma la sua incapacità di lasciare ciò che ha abbandonato o l’impossibilità di trovare la via perché smarrita lo rendono confuso, sofferente e a volte rabbioso. Contaminato spesso dalla spazzatura astrale che lo circonda, rischia di diventare anche pericoloso quanto un animale in gabbia. Il rischio rappresentato dal disincarnato intrappolato sul piano materiale è dovuto principalmente al flusso di energia che genera, rigenera e alimenta la vita e che permea attraverso gli atomi della materia a più livelli. Più la materia è densa, meno questa energia riesce e filtrare e diffondersi. Questo è il motivo per cui sul piano materiale è più difficile percepire le energie, condividere emozioni e pensieri e necessitiamo di schemi di dialogo per farlo. Quando cerchiamo di proiettare, percepire o creare, anche al massimo delle nostre facoltà, dobbiamo preoccuparci di isolare noi stessi da tutto ciò che arriva dall’esterno e che inquina le nostre percezioni: dobbiamo espandere la nostra coscienza.

Quando si lavora in astrale la situazione è completamente differente e la sensazione che si prova quando si deve svolgere una medesima pratica sul piano denso, al contrario, è del tutto simile a ciò che si prova a dover correre sul fondo del mare. La densità e la pesantezza del piano materiale in confronto al piano astrale è pressoché paragonabile a quella che c’è tra un pezzo di piombo e una nuvola. Per questo motivo, quando un disincarnato rimane intrappolato sulla copia astrale del piano materiale, il suo corpo richiede un flusso di energia cento volte superiore a quello che filtra normalmente e per riuscire a rimanere integro l’unica cosa che può fare è risucchiare il necessario nutrimento dall’ambiente circostante. Solo una piccola parte di questa energia arriverà dalla terra. La maggioranza sarà acquisita dagli esseri viventi. Più l’evoluzione dell’essere vivente è alta, più il flusso sarà preferito proprio per via di un’affinità. È quindi più probabile che se un disincarnato si trovi a dover scegliere tra una pianta e un essere umano scelga il secondo.

Se ci reputiamo in grado di aiutare un disincarnato nel suo delicato momento di passaggio possiamo farlo tramite un viaggio infero. Prima di procedere però è bene chiarire alcuni punti importanti. Il viaggio in questione è abbastanza pericoloso da svolgere se non si è preparati, perché va a esplorare alcune aree metafisiche del piano astrale inferiore, che, come ci insegna anche Israel Regardie, in genere sono da evitare perché popolate da residui ed entità meno evolute: mi riferisco a larve, entità infere, svariati tipi di disincarnati e altre entità predatorie da cui sarebbe bene tenersi alla larga. In effetti però condivide anche delle caratteristiche frammentarie di altri piani, pertanto questo regno è un piano non completamente appartenente all’astrale, in quanto è condiviso e si frappone tra diverse realtà. Siamo di fronte, ancora una volta, a una di quelle “terre di nessuno” di cui abbiamo parlato precedentemente.

Proprio per questi termini il viaggio infero è di difficile collocazione quando si parla di viaggio astrale, perché richiede tassativamente una cosmologia affinché sia svolto in sicurezza. Io ho trovato molto funzionale quella dei Farrar legata alla Progressive Witchcraft e che è descritta anche nel libro Inner Mysteries. Il regno da visitare, in questo caso, sarebbe quello che gli autori chiamano “underworld”, o letteralmente “regno inferiore”. Nella cosmologia della Progressive si tratta quindi di un viaggio verso il basso, svolto in direzione opposta alla salita spiraliforme verso la cima del tor, come abbiamo visto nel capitolo precedente.

Il motivo per cui utilizzo questa cosmologia è puramente funzionale. Non so affermare con certezza quanto realmente sia stato intenzionale da parte di chi ha ideato il percorso creare un luogo astrale di confine per avere a che fare con i defunti, ma conoscendo un pochino gli autori e avendo lavorato con loro posso affermare con una certa sicurezza che sapevano quello che stavano facendo e le difficoltà cui sarebbero incappati.

Durante un viaggio di apprendimento in Irlanda assieme a loro visitammo una tomba di origine celtica e al suo interno svolgemmo la meditazione di discesa per visitare proprio quel regno. Assieme al gruppo italiano di cui facevo parte, oltre a Gavin c’era anche un gruppo di americani tra cui una ragazza che lavorava con il voodoo e che aveva affinità con le divinità cimiteriali. Non appena cominciammo la discesa, immediatamente potemmo percepire la presenza di svariati disincarnati ancora legati alle tombe dove erano stati sepolti o, più probabilmente, morti in combattimento chissà quanti secoli prima. Era inevitabile che lavorando in un piano più basso si risvegliasse l’interesse dei disincarnati, perché ci avvicinammo a loro anche senza il vero desiderio di entrare in contatto e ci rendemmo in qualche modo più visibili.

Qualsiasi sia la cosmologia che si desidera usare per questo tipo di viaggio, è bene sempre ricordare le regole già citate: trovare e rispettare i punti di ancoraggio e di passaggio che ci sono utili e fondamentali per non perderci per strada; muoversi sempre con l’ausilio di guide animali o umanoidi che possano comunque indicarci il percorso e impedirci di incorrere in pericoli inutili; non deviare mai dal percorso principale e ripercorrere sempre la stessa identica strada che si è seguita all’andata quando si torna indietro. In aggiunta a queste regole, ci sono altre accortezze importanti da tenere in considerazione e che si traducono, spesso, in circostanze ambientali che devono essere viste e valutate. Il regno dove stiamo viaggiando avrà delle caratteristiche peculiari che non sono fisse perché dettate dalla cosmologia. Potrà essere simile a una caverna così come a una foresta. Esistono però alcune similitudini che sono quasi sempre presenti.

Una di queste caratteristiche è il passaggio di più confini. Nella cosmologia che uso sono almeno tre. Il primo è quello che separa il regno di partenza da quello infero e che ci introduce in un piano metafisico intermedio. Il passaggio, in questo caso, è definibile come una separazione tra il piano astrale superiore e quello inferiore che, di solito, è costituito da una fitta nebbia. Oltre questa zona ci si ritroverà in un luogo liminare, di passaggio. Nella saga di Harry Potter la Rowling ne parlò come una stazione dei treni: King’s Cross: alcuni convogli partono, altri arrivano. È una buona rappresentazione.

Un altro aspetto importante e ricorrente è la presenza dell’acqua sotto forma di fiume, lago, mare o stagno. L’acqua e il suo legame con la morte è profondamente radicato nell’inconscio collettivo ed è improbabile che mancherà di essere presente. Troviamo la presenza dell’acqua come simbolo liminare in quasi tutte le cosmologie e religioni: celtica, norrena, greca, latina, egizia solo per citarne alcune. La sua presenza serve a definire un confine tra due mondi separati e si tratta di un confine che noi dobbiamo rispettare. Noi possiamo passare quel confine solo se siamo pronti a farlo. Attraversare questo elemento è possibile solo grazie a un traghettatore che svolga il ruolo di transito o, qualora noi stessi siamo in grado di sopperire a quel compito, è necessario che sia presente un mezzo di trasporto o di collegamento che ci permetta di superare l’acqua in sicurezza. Non possiamo e non dobbiamo toccare l’acqua per nessun motivo, pertanto qualora sia presente un fiume sarà necessario accertarci della presenza di un ponte che sia solido. Si tratta del secondo confine di cui parlavo poc’anzi e che delimita la zona metafisica con il regno dell’aldilà. Oltre l’acqua, che possiamo attraversare solo grazie a un ponte che sia solido e sicuro, troveremo il nostro ultimo confine. In genere si tratta di un cancello, una porta o comunque una via di accesso che indicativamente è chiusa e che noi potremo aprire solo se ne siamo in grado.

Questa porta è un simbolo liminare, pertanto anche se ci è apparentemente consentito sbirciare dalla parte opposta grazie alla sua conformazione (magari è un cancello a sbarre) non dobbiamo illuderci e correre il rischio di pensare che ci sia concesso varcarla. Anche se non possiamo vederlo, c’è sempre un guardiano della soglia, un’entità di cui abbiamo già parlato e che limita l’accesso a ciò che c’è oltre: il regno degli antenati e delle divinità, il vero e proprio luogo verso cui i morti si mettono in cammino. Quello è un luogo che, al momento, per me è sempre stato interdetto, pertanto non sono nella posizione di poterlo descrivere o parlarne. Le mie facoltà mi consentono di poter solo raggiungere e aprire il cancello, dialogare con chi si presenta, se rappresenta il mio scopo, e chiudere dopo che ho finito. Varcare quella soglia non è nelle mie possibilità. So che esistono sciamani che hanno la facoltà di viaggiare in zone dove a me non è concesso andare e uno di questi è il regno oltre il cancello. Non essendo il mio caso non ne parlerò.

In cosa consta il nostro lavoro qualora svolgiamo un viaggio come questo? Scendendo nel regno infero, entriamo in un piano intermedio che permea tre strati: l’astrale, il mentale e il denso e che dà accesso ai piani spirituali. È in questa zona che si troveranno i disincarnati: confinati in un limbo mediano e circondati dalla nebbia da cui non possono uscire.

È importante, qui, comprendere un punto fondamentale. Diciamo spesso che si tratta di luoghi metafisici: cosa significa? Significa che esistono su un piano che è in mezzo ad altri piani. È bene che questa cosa sia chiara per un motivo preciso: anche se in quel luogo incontriamo disincarnati, non significa che loro non si trovino, a livello astrale, in altri luoghi, come la loro casa, a fianco alle persone che amano. Loro vivono in un mondo separato dal nostro e in condizioni diverse dalle nostre, pertanto il risultato è che non vedranno ciò che vediamo noi e probabilmente non vedono nemmeno noi come realmente siamo. Il modo migliore per comprendere cosa intendo è pensare al film del 2001 “The Others” di Alejandro Amenábar, dove una bellissima ma inquieta Nicole Kidman, insieme ai due figli, è intrappolata in una casa che pensa essere infestata da presenze spiritiche, senza sapere che è lei a essere morta e con lei anche i bambini. Sono i domestici, giunti misteriosamente alla porta, a rivelarle la verità. Per chi ha visto il film, ricorderà del marito che è in guerra e che un giorno appare dalla nebbia che circonda la casa e sparisce di nuovo dopo qualche ora. Quando lei cerca di varcare la nebbia per andarsene, non riesce a trovare la via per uscirne ed è costretta, così, a tornare indietro.

Il luogo che noi chiamiamo “infero” è pertanto un luogo artificiale, di confine, creato apposta per permetterci di incontrare disincarnati e altre entità, ma loro di fatto non sono lì. Essendo un piano metafisico, ci permette però di entrarvi in contatto e interagirvi. Come lo facciamo noi, però, anche altri lo fanno e spesso non si tratta di psicopompi ma di entità di altro genere, pertanto è imperativo, sempre, rispettare le regole imposte e affidarsi alle guide. Vedremo più avanti, in un capitolo successivo, quali sono le possibili minacce e come superarle.

Ci tengo a chiarire un concetto: il viaggio di recupero di un defunto non è un viaggio di transito. Noi non scendiamo in questo luogo metafisico per aiutare tutti i disincarnati che incontriamo lì a passare oltre: noi scendiamo per trovare e recuperare una precisa persona. Quando scegliamo di farlo è bene che abbiamo chiaro in mente chi è, quale aspetto aveva in vita, come si chiama, in che giorno è nata e in che giorno è morta. Sono tutte informazioni che ci servono per identificare con chiarezza se chi abbiamo di fronte è davvero chi pensiamo che sia.

Una volta che abbiamo individuato il nostro obbiettivo abbiamo svolto una prima parte del lavoro. Il defunto potrebbe essere in uno stato confusionale, apparentemente circondato da altri disincarnati o assillato da altre entità. Vedremo in futuro come comportarci in casi come questi. Per ora basti sapere che dobbiamo prendere per mano il disincarnato, tranquillizzarlo se necessario e portarlo con noi oltre il confine liminare delimitato dall’acqua, utilizzando il mezzo di transito di cui siamo in possesso: un ponte, una barca, una zattera. Una volta giunti dall’altra parte della sponda, dovremo aprire il cancello e lasciare che il defunto passi oltre.

Se il cancello non si apre, se il guardiano ci impedisce l’accesso, se non troviamo un mezzo di transito sicuro o se il disincarnato non ne vuole sapere di venire via c’è solo una cosa da fare: girare sui tacchi e tornare da dove siamo venuti ripercorrendo la strada esattamente al contrario. Non esistono eccezioni.

Questo metodo è funzionale e mediamente sicuro a patto che lo si svolga con una certa esperienza di viaggi e meditazioni visualizzative, accompagnati da una guida spirituale e, per le prime volte, meglio se guidati da qualcuno che conosce la strada e che è in grado di venirci a prendere qualora qualcosa non vada per il verso giusto.

 

FRAMMENTI D’ANIMA

Esaminiamo ora il concetto dei frammenti. Si tratta di un tipo di viaggio che facciamo e che serve per andare alla ricerca di qualcosa che si è perduto, che ci è stato portato via. Nello sciamanesimo esiste un tipo di viaggio del tutto simile che è noto come “Caccia dell’Anima”. Secondo le tradizioni sciamaniche, che vedono l’anima come il fulcro di ogni cosa, ogni possibile disturbo che si ripercuote sul corpo è dovuto in realtà da una ferita originata sul piano spirituale. Anche qualora il danno fisico sia guarito, se il processo di reintegrazione della frattura animica non è avvenuto con successo, il corpo nella sua interezza non guarirà. Questo stato si manifesterà, in seguito, anche con malesseri fisici reali. Come abbiamo già visto in capitoli precedenti, anche secondo lo sciamanesimo, dato che si tratta di una procedura di guarigione condivisa da molte vie, ogni volta che subiamo un trauma, non è solo il corpo fisico ad ammortizzare, ma, come un sasso che cade in uno stagno, anche i corpi sottili vengono penetrati e danneggiati. Dal momento che a livello spirituale il dolore è, se possibile, un fardello enorme da portare, energeticamente abbandoniamo dei piccoli frammenti affinché siano assorbiti dalle faglie terrestri che li possa contenere e rigenerare. Emozionalmente questo processo deve passare attraverso differenti fasi e si tratta di mera sopravvivenza. In sostanza quello che avviene non è diverso dalla separazione di tessuto canceroso, infetto o dal naturale abbandono di arti incancreniti per preservare il resto dell’organismo. A livello spirituale l’anima abbandona la parte dolorante quando non è in grado di metabolizzarla per evitare che preservarla all’interno di noi ci conduca ad una perdita ancora più grande.

Quando non siamo in grado di mettere in moto questo iter, corriamo il rischio che il dolore ci avveleni. È il caso di persone che non sono in grado di superare un lutto e si lasciano morire di inedia e dispiacere perché sono incapaci di continuare con la loro vita.

Dal momento che ogni perdita è permanente (a meno di mettere in atto una caccia all’anima), secondo la visione sciamanica la continua separazione e frammentazione del proprio corpo spirituale ci rende via via più incapaci di accettare le sfumature emotive che sono parte dell’apprendimento insito nel dolore. È in questo contesto che si inserisce, appunto, il recupero dell’anima. Grazie all’uso di un viaggio sciamanico e con il prezioso sostegno di un animale guida, è possibile effettuare un viaggio sciamanico nel Mondo di Sotto per trovare e recuperare il nostro pezzo d’anima. Il processo deve forzatamente seguire una trance dance per il reintegro completo, quanto meno per quello che ho appreso a riguardo.

Nella via di guarigione che seguo, mi è stato insegnato che il corpo astrale di una persona è vivo fintanto che è collegato a quella persona. Quando si verifica un evento traumatico, la parte interessata è separata e diviene “amorfa”, in quanto non è più parte di un’entità che ha una forma e che, a livello sottile ed esoterico, significa che ha “un nome”. Cerchiamo di definire bene questo concetto. In greco il termine “morphos” prende il significato dal tema letterale di “morphḗ” che significa "forma". Pertanto si definisce “a-morphos” ciò che ne è privo. Ogni cosa che esiste sul piano astrale è lì perché è stata creata da un essere umano e pertanto nasce da un’idea o un’emozione definita, oppure perché appartiene a un essere vivente, un’entità astrale nativa o perché è una copia astrale di un oggetto fisico esistente. Ognuna di queste opzioni rivela il fatto che ha una forma, quindi è definita. Quando una parte di un’entità si stacca dall’origine, smette di rimanere parte della forma da cui deriva, per quanto ne conservi per un certo periodo le caratteristiche peculiari (che ci consentono di reintrodurla e ritrovarla quando la cerchiamo). A lungo andare diviene come materia in decomposizione: non diverso dalle unghie o i capelli tagliati di cui non facciamo tecnicamente nulla. Questa materia, fintanto che mantiene questa connessione, è recuperabile e, data l’assenza di metratura spaziale e temporale del piano astrale, una volta recuperato un singolo pezzo d’anima, ci consente di poter raccogliere più pezzi anche se non direttamente collegati tra loro dall’evento che ne ha scatenato l’origine, come se fossero aggrappati a una catenella. In poche parole, quando decidiamo di fare un viaggio per recuperare un pezzo d’anima, e questo avviene anche nella cultura sciamanica, è possibile che ritorniamo con altri frammenti di cui non eravamo a conoscenza ma che comunque ci appartengono e che sono richiamati verso la propria origine come un magnete con la limatura di ferro. Questo processo di recupero è talvolta essenziale e necessario, esattamente come nello sciamanesimo, al fine di ritrovare la guarigione sia mentale che emotiva e per ritrovare un nuovo equilibrio.

La materia separata dall’origine non diviene amorfa in modo immediato. È necessario che passi del tempo o che si presentino delle condizioni secondo le quali non è più possibile pensare a un ripristino. Non è sempre facile individuare o decifrare le ragioni per cui è impossibile riprendere a sé questa materia, ma una di queste è che l’origine abbia smesso di esistere sul piano astrale e che pertanto il suo corpo sia divenuto egli stesso amorfo: non più che un guscio vuoto, come sarebbe una parte anatomica separata dal corpo. Se siamo di fronte al caso di una separazione dovuta a un decesso, il guscio vuoto può essere posseduto da un’entità astrale per fini propri e divenire così una larva. Nel caso di un semplice frammento di materia astrale amorfa questo non avviene, ma rimane inerte e per sua natura intrinseca assorbe le energie circostanti, creando un’aura negativa.

Uno dei motivi per cui è necessario prestare attenzione ai viaggi astrali, è dovuto agli attacchi che possiamo subire mentre siamo in viaggio. Un attacco durante un viaggio, soprattutto se non possiamo o non vogliamo contare su alleati come le guide o gli animali e non conosciamo abbastanza bene le tecniche difensive, può portare a una lacerazione o un’amputazione di brandelli di corpo astrale che sarebbe saggio e consono recuperare con un viaggio apposito di recupero.

Esistono molti pericoli che possiamo incontrare durante i viaggi e ne riparleremo in un futuro, ma posso parlare di un’esperienza che ho vissuto personalmente in un’occasione e che ha comportato la necessità di un viaggio di recupero.

In questa occasione fui chiamato assieme al mio maestro, che non ha esperienza di viaggi astrali, per verificare e pulire una casa che si supponeva fosse soggetta a una maledizione. Il proprietario era un imprenditore e la casa era una villa d’epoca con rifiniture di pregio, disposta su tre piani, situata in una zona di lusso e che era stata ideata come ristorante per cerimonie. Una serie di vicissitudini dalle misteriose origini aveva fatto supporre che ci fosse in corso un atto magico a opera di una vicina di casa. Dopo la decisione di ristrutturare i locali, i lavori si erano fermati per difficoltà burocratiche e avevano subito un impedimento dopo l’altro, causando una forte perdita economica al padrone.

Dopo una prima ispezione in loco, io e il mio maestro trovammo nel seminterrato un punto dove vigeva una forte presenza negativa che identificammo come un suicida. Interrogato a riguardo, il padrone di casa ci confermò che proprio nel punto indicato, quasi un secolo prima, un uomo si era impiccato. La casa soprastante era stata completamente ricostruita ma il seminterrato era rimasto pressoché inalterato a parte un piano di rinnovamento locali per renderlo agibile a farne una cucina. Quella zona ospitava ora un magazzino.

Aiutammo il disincarnato a trovare la sua via e procedemmo, senza più pensarci. A quel punto fu deciso che era bene procedere con un viaggio astrale per verificare se nella casa fosse presente qualche oggetto che potesse fare da tramite per una possibile maledizione o un maleficio e per accertarci anche che il collegamento a questo possibile oggetto, se presente sul piano astrale e magari denso, potesse ricondurre alla vicina di casa sospettata di essere rea di questa situazione.

Ci trovavamo all’ultimo piano, dove c’era una piccola abitazione costituita da due camere, una piccola cucina e un salottino. Dal momento che in casa quel giorno c’era anche la figlia adolescente del padrone e non volevo fosse intimorita, pensando che la pulizia approfondita che avevamo fatto fosse abbastanza, e dato anche che il mio maestro mi teneva sotto controllo, procedetti con il viaggio senza troppe precauzioni. Non mi avvalsi delle guide o dell’animale e non feci nemmeno troppi congiurazioni di protezione se non il minimo necessario. Inutile dire che fu un grave errore e che la mia superbia fu duramente punita.

Non appena proiettai il mio corpo di luce presi a scendere le scale, ma non feci nemmeno in tempo ad arrivare al primo pianerottolo che una forza invisibile mi strappò immediatamente senza molte cerimonie e mi trascinò nel seminterrato. Lì, nell’angolo dove avevamo individuato il disincarnato, c’era una creatura astrale deforme. Ho nella mente l’immagine come se fosse qui ora: aveva una forma mediamente definita, con appendici artigliate e una testa semi oblunga senza occhi. Era posizionata nell’angolo di incrocio tra il soffitto e le due pareti, come un ragno. Era come rivestita da una sostanza traslucida e semifluida di un colore nero intenso, come se fosse petrolio, che continuava a staccarsi da lei gocciolando sul pavimento senza mai esaurire la sua massa.

Frastornato dalla sua vista e dal fatto che mi fossi trovato improvvisamente lì, non ebbi nemmeno il tempo di difendermi che mi attaccò immediatamente al volto. Alzai la mano istintivamente per proteggermi la testa, come se fossi nel corpo fisico e il suo attacco mi strappò quattro dita della mano, mozzandole di netto. Ovviamente non provai dolore, ma ebbi la prontezza di indietreggiare e lanciare uno scudo tramite una parola di potere ed evocare immediatamente il mio bastone, costringendola nell’angolo e dandomi così il tempo di allontanarmi. Il mio maestro, percependomi in difficoltà mi richiamò indietro. Lo fece per proteggermi, ma non permettermi di ripercorrere la strada esattamente al contrario mi causò un altro trauma, con conseguente ferita e perdita di un ulteriore frammento.

Quando mi riebbi non potei parlarne subito con il mio insegnante perché eravamo di fronte al padrone di casa, pertanto procedetti con una chiusura sommaria e dissi che avrei rifatto un viaggio da casa in un altro momento. Dopo aver discusso dell’accaduto con il mio maestro, che non aveva esperienza di viaggi astrali in quanto i suoi insegnamenti sono di altra origine, mi resi conto che la ferita era grave. Mi sentivo totalmente disconnesso, come se fossi disallineato. Avevo bisogno di recuperare i pezzi perduti, ma non avevo la forza di farlo da solo, nemmeno con l’ausilio di una guida o un aiutante.

Chiesi pertanto aiuto a mia moglie, che dopo avermi rimproverato aspramente per essermi messo nei guai e non aver rispettato le precauzioni necessarie per un lavoro del genere, protetta mi accompagnò in astrale a riprendermi ciò che avevo perduto. Ripercorsi la strada al contrario. Questa volta non venni strappato verso il basso poiché l’entità percepì la presenza di qualcun altro e non poteva più cogliermi di sorpresa. Scesi quindi le scale con calma e scesi nel seminterrato. L’entità era ancora là e io non ero pronto né a capire bene di cosa si trattasse né a cercare di gestirla. La presenza della protezione estesa da mia moglie la fece ritrarre abbastanza da permettermi di recuperare le mie dita e, al ritorno, recuperai anche un altro pezzo che avevo perduto quando il mio maestro mi aveva richiamato con forza. A quel punto ripristinai le mie parti mancanti e da quel momento non ho più avuto problemi.

Questa esperienza, che posso garantire essere vera in ogni sua parte, dimostra molte cose: la prima è che è importante seguire delle regole precise, sia quando ci apprestiamo a viaggiare, sia quando viaggiamo. Al ritorno, bisogna sempre seguire la stessa, identica, strada che si è percorso all’andata. Non esistono vie intermedie. Non esistono sentieri ad anello. Quando si viaggia in astrale se seguite un sentiero per andare dovete seguire lo stesso, identico sentiero per tornare. Senza alcuna eccezione. Non farlo significa rischiare di rimanere feriti.

La seconda cosa che si può imparare da questa esperienza è che non importa dove vi troviate o perché desideriate o necessitiate di fare un viaggio: pretendete di avere il vostro tempo per prepararvi al meglio. Proteggetevi, chiamate tutti gli alleati che possono servirvi. Fate le dovute invocazioni e congiurazioni se dovete. Indossate i simboli che vi servono. Se qualcuno ha bisogno del vostro aiuto e chiede il vostro sostegno per una situazione che non è in grado di gestire da solo, fategli capire che lavorerete solo alle vostre condizioni.

La terza cosa che si può imparare da questa esperienza è tecnica. Quando l’ho raccontata mi hanno chiesto come ha fatto il mio maestro a percepire che fossi in difficoltà. Lui ha misurato la consistenza del mio corpo astrale. Quando ha visto che la densità energetica del mio corpo astrale si stava abbassando rapidamente, ha capito che qualcosa mi stava portando via energia astrale. In questo caso era vero, ma era altrettanto vero che nel momento in cui avevo proiettato la mia coscienza nel corpo di luce astrale, per ovvie ragioni la mia densità astrale si era abbassata perché la massa di atomi era distribuita tra quella che rimaneva nei confini del mio corpo e quella che andava ad abitare il corpo di luce.