The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

CAPITOLO 9 - L'esperienza, l'apprendimento: il vero ruolo del Guaritore

L’ESPERIENZA, L’APPRENDIMENTO: IL VERO RUOLO DEL GUARITORE

 

IL TEMPO CONCETTUALE

Quando imparai geometria a scuola, con meno difficoltà di quanta ne ebbi per imparare la matematica, appresi ben presto che la materia poteva essere misurata secondo quelle che sono, tuttora, note come “dimensioni” e che, pertanto, per determinare la forma dei corpi solidi era necessario basarsi sulla consuetudine secondo cui ogni forma geometrica materiale e concreta, per quanto possa apparire irregolare, ha tre dimensioni: altezza, larghezza e profondità. Quello matematico, quindi scientifico, rimane un metodo apparentemente obbiettivo di valutare e misurare. Ma in realtà più che un metodo obbiettivo si tratta più correttamente di una consuetudine; in sostanza un linguaggio. Perché ci si possa capire è necessario che, anche se ci si trova di fronte a sistemi di misura differenti, si abbia un metodo comparativo valido.

Se dobbiamo misurare un tavolo, possiamo farlo con il sistema metrico decimale, quello più in uso nel mondo, o magari quello imperiale britannico. Quello che conta è capire come passare da uno strumento all’altro e come queste due diverse unità di misura possano essere comparate.

Questa necessità di misurare e catalogare ha portato innegabili benefici all’umanità: basti pensare agli enormi vantaggi tecnologici che abbiamo ottenuto su ogni campo. Il problema è che in questa corsa alla misurazione abbiamo dimenticato che la geometria e la matematica non sono in grado di insegnarci qualcosa di fondamentale. Quando è stato misurato tutto il misurabile per la scienza non è stato possibile arrivare a misurare l’immisurabile. In una condizione normale, quando ci troviamo di fronte a qualcosa per cui non abbiamo un mezzo di misura, semplicemente questo viene inventato. Dopotutto le unità di misura sono delle convenzioni, non dei termini assoluti: non ci siamo svegliati su questo pianeta ed è scesa una mano dal cielo con una scala di pesi e misure e ci è stato ordinato di usare quelle perché sono le uniche valide; sono state inventate e diffuse e nel corso del tempo amalgamate e coadiuvate, sostenute, riviste e accettate da chi ha deciso di usarle.

La difficoltà, dicevamo, emerge quando ci troviamo ad affrontare la misurazione di qualcosa per cui non esiste un sistema di misurazione. A questo la scienza ha sempre risposto che ciò che non è misurabile e pertanto dimostrabile secondo il metodo scientifico standard in termini matematici non esiste. Un’affermazione molto interessante fatta da chi, come i matematici, realizza tutto il proprio sapere su un concetto astratto. Questo legame indissolubile tra materia e misurazione è, ancora adesso, il tallone d’Achille di tutto il metodo scientifico e non perché non sia valido; tutt’altro. Lo è perché ha perduto quasi completamente la flessibilità che ha permesso a chi lo ha inventato di determinare quale sia. Con la stessa facilità con cui astrologi e alchimisti sono ora condannati come ciarlatani, dimenticando che è proprio da lì che sono nate le scienze, si tende a non considerare ciò che non è misurabile affermando che non esiste.

Nel corso di alcuni seminari che ho tenuto nel corso del tempo, non sono stato esente da possibili scettici che affermavano che necessitavano di vedere con i propri occhi prima di poter essere certi che qualcosa esistesse. A loro ho sempre posto una semplice domanda: chiedevo loro se avevano mai sentito nominare un tal Karl Wilhelm Scheele. La maggior parte della gente presente non aveva la minima idea di chi fosse. Ed era un peccato in effetti, perché Karl era un farmacista francese, vissuto nel diciottesimo secolo. Doveva essere molto bravo a fare il suo lavoro dal momento che nel 1771 scoprì l’ossigeno; dieci anni dopo il fisico Antoine Lavoisier ne accertò il collegamento con la respirazione degli esseri viventi. A loro domandavo sempre, a questo punto: il fatto che gli esseri umani non conoscessero l’ossigeno ha forse impedito, prima di quel momento, che tutte le persone presenti al mondo potessero respirare?

Di fronte a questo, parrà a tutti ovvio che non può essere la misurazione di qualcosa a determinarne l’esistenza. Tutt’al più il contrario: è la conoscenza dell’esistenza di una certa cosa che ne determina la possibilità di misurarla, proprio perché creiamo un sistema ad hoc che possa misurarla. La scienza, fino a questo momento, non ha avuto modo di misurare alcune cose con i metodi in suo possesso perché non utilizza o conosce uno strumento e un’unità di misura adeguati. Per tutta risposta ha affermato che i metodi che sono stati ideati da chi ha riconosciuto l’esistenza di queste cose non sono validi e che pertanto è logico pensare che queste cose non esistano. In sostanza sarebbe come se affermassimo che il mare non esiste perché con un metro non siamo in grado di misurare la capienza degli oceani e non abbiamo inventato un sistema di misurazione dei fluidi.

Quando l’umanità ha concepito la geometria, lo ha fatto per soddisfare la sua esigenza sacrosanta di comprendere come orientarsi in un universo che, non potendo cambiare se non in minimi termini, doveva accettare così com’era. Mentre l’uomo antico in mancanza di strumenti era comunque in grado di accettare qualcosa per quello che era, l’uomo moderno ha perduto questa facoltà sintetizzando tutto quanto e inscatolandola in ciò che già conosce, minimizzando ciò che non riesce a comprendere. È così che è nata la concezione, molto contestabile, secondo cui alle tre dimensioni fisiche si possa affiancare una quarta: quella temporale. Il problema è che il tempo, come è stato dimostrato anche dallo stesso Einstein, non è una dimensione in quanto manca di costanza e imperturbabilità, pertanto non è misurabile in modo coerente.

A tutti gli effetti, cos’è il tempo? Il tempo è un concetto. Come tale è soggetto alla mente di chi lo valuta. Non è l’orologio a determinare il tempo e a misurarlo. L’orologio è un oggetto fisico che si muove in maniera indipendente dal concetto umano che percepisce il tempo in modo diverso a seconda delle condizioni. L’essere umano, infatti, come del resto fa con molte altre cose, valuta il tempo sulla base del suo utilizzo e della sua capacità di ottimizzarlo e imparare. Allo stato attuale dell’età moderna, quanto meno nel nostro Paese, in termini legali una persona diventa adulta a diciotto anni, ma ciò non significa che sia in possesso delle cognizioni e delle esperienze adeguate a essere considerata matura. Normalmente infatti si ritiene che l’adolescenza arrivi a protrarsi fino ai venticinque anni.

Questo processo di maturità non solo è soggettivo, ma è anche determinato proprio dal dilatarsi della prospettiva di vita umana. In un tempo in cui normalmente una persona normale viveva intorno ai cinquant’anni a vent’anni era già più che adulta, probabilmente era un genitore e aveva già costruito ciò che doveva. Il fatto che una ragazza normalmente ha il menarca intorno ai dodici anni e un ragazzo la prima polluzione intorno ai quindici anni ci parla già di quanto la natura sia in anticipo sui tempi che noi abbiamo stabilito in modo diverso. Se dovessimo chiedere a una persona che ha una prospettiva di vita di cinquant’anni quanto ha vissuto, questa ci risponderebbe pressoché come chi ha una prospettiva di ottant’anni: una vita. Sarebbe probabilmente la stessa risposta che ci darebbe una farfalla che vive pochi giorni o una carpa koi che può vivere fino a 225 anni.

Quando le persone ragionano sul tempo, lo fanno sulla base di un concetto mentale che si è costruito e consolidato in modo relativo al moto terrestre e a ciò che concerne l’esperienza umana. Affermare che il tempo in quanto tale non esiste, capisco che possa essere presa come un’affermazione azzardata. Ma non lo è se ragioniamo sul fatto che noi siamo in grado di comprendere e di conseguenza accettare l’esistenza di qualcosa solo in relazione al fatto che possa essere inquadrata in uno schema mentale che ci sia consono e che possa quindi essere in un certo qual modo coerente in termini geometrici e temporali.

Quando da ragazzo lessi Howard Philip Lovecraft, mi ricordo come ci fosse un punto in particolare che mi rimaneva oscuro e che non riuscivo a inquadrare in modo corretto. Nel dettaglio si trattava del racconto che fa in un certo qual modo da cardine per tutta la sua mitologia e che è noto come Il Richiamo di Cthulhu. Per chi non avesse avuto il fegato o l’occasione di leggere questa terrificante novella, cercherò di spiegarla brevemente: si basa sulla leggenda secondo cui una mostruosa creatura aliena di ciclopiche dimensioni, chiamata appunto Cthulhu, attenda negli abissi dell’oceano, dormendo e sognando in una città sommersa di nome R’lyeh, che giunga la giusta configurazione astronomica affinché possa risorgere per tornare a dominare il mondo e farlo piombare in una catarsi di distruzione e orrore. Nel racconto, dopo che i seguaci di questi culti innominabili hanno onorato questa e altre creature per secoli come divinità, sembra che per un non ben specificato motivo R’lyeh risorga dagli abissi e che Cthulhu si risvegli a causa di un terremoto che riporta l’isola sommersa in superficie. Quando alcuni marinai accidentalmente sbarcano su quest’isola, quello che li fa impazzire, prima ancora dell’apparizione della terrificante e mostruosamente enorme creatura dal capo cefalopode, è proprio il punto esperienziale legato alle forme. Lovecraft descrive a parole rotte la città puntando proprio su questa frase: “la geometria del luogo che vedeva in sogno era anormale, non euclidea, orrendamente affine a sfere e dimensioni che non sono le nostre”. Si sta parlando di opere di fantasia, ma il concetto è interessante. La difficoltà dei marinai nel racconto è quella di comprendere come varcare una soglia che non riescono a capire se sia in verticale o in orizzontale, di affrontare degli angoli che appaiono come acuti per poi comportarsi come se fossero ottusi. Chi ha avuto esperienze visive di illusioni ottiche può capire bene di cosa sto parlando: la mente determina ciò che è vero, anche e soprattutto in riferimento a ciò che vediamo con gli occhi, solo ed esclusivamente sulla base di ciò che conosce e di ciò che ha imparato del mondo che ci circonda.

Così come il tempo è un concetto e pertanto non una dimensione, tutta la realtà è soggetta a questo stesso principio. Abbiamo detto spesso che la vita non è altro che esperienza e quindi ciò che fai di essa. Quando un essere umano osserva il mondo, non vede la realtà per ciò che è, la vede sulla base di ciò che pensa. Dal momento in cui cresciamo con una mente temporale, non possiamo concepire alcune cose, come dice Franco Battiato nella canzone Fisiognomica: “vivere venti o quarant'anni in più è uguale difficile è capire ciò che è giusto e che l'Eterno non ha avuto inizio perché la nostra mente è temporale e il corpo vive giustamente solo questa vita”.

Quando e se riusciamo a modificare la nostra percezione della realtà, entriamo in possesso della facoltà di poter modificare, a conti fatti, tutto quanto. Di conseguenza, come guaritori esoterici, possiamo cambiare lo stato della materia fisica alterando quella non fisica, realizzando ciò che deve essere per manifestarlo in quello che è, favorendo la comprensione e la consapevolezza e aiutando le persone a guarire evolvendo.

 

LA METAFORA

Il primo passo per aiutare qualcuno a guarire, dopo aver compreso quale sia il nostro reale ruolo di guaritori esoterici, è proprio legato al “modo” in cui noi guardiamo le cose. Prima ancora di poter fisicamente mettere le mani addosso ad una persona, proiettare prana, eliminare blocchi, reincanalare il flusso, sbloccare nadi, riattivare chakra disarmonici e tutto il resto, dobbiamo avere chiaro come il principio metaforico che muove ogni energia nel corpo si basi tutto quanto sul modo in cui noi vediamo le cose.

Il flusso e la guarigione che si può ottenere, nonché la stessa esistenza, sta tutta nel come guardiamo le cose? No, sta nel come noi le vediamo e come pertanto le interpretiamo. Il sistema biologico sottile ed esoterico che viene utilizzato in teosofia, ad esempio, è di origine sanscrita, ma anche solo la suddivisione dei diversi corpi, la posizione di alcuni chakra varia a seconda della diversa tradizione a cui ci si appoggia. Alcuni suddividono il corpo astrale e quello emotivo in due corpi distinti, altri invece lo ritengono lo stesso corpo. Chi ha ragione?

Allo stesso modo, è corretta l’interpretazione vedica legata ai sette chakra o quella di origine cinese e ayurvedica che determina dodici meridiani principali più otto straordinari? In linea di massima una esclude quell’altra perché si basano su sistemi biologici diversi, con principi differenti di diagnosi e di intervento, eppure entrambi funzionano.

La scienza ha portato, fino a adesso, enormi benefici all’umanità. Sarebbe innegabile e scorretto affermare il contrario. Tuttavia, il problema su cui ancora rimane bloccata è sempre lo stesso per cui la religione era incolpata di oscurantismo secoli fa: pretende di essere l’unica verità per il semplice fatto che ritiene di essere l’unica ad avere un metodo dimostrativo valido e lo determina proprio condannando qualsiasi altro metodo comparandolo al suo. Pertanto, tornando al principio delle unità di misura, è come dire che la scienza affermi che l’unico modo in cui sia possibile accettare l’esistenza della Luna è mediante il calcolo della distanza che la separa dalla Terra usando una bilancia. Nel caso in cui non dovessimo essere in grado di usare questo strumento di misurazione ma presentassimo un metro, la risposta sarebbe che, dato che il metro non è uno strumento riconosciuto, non è possibile per loro affermare che la Luna esiste finché non saremo in grado di usare una bilancia. Se facessi un discorso simile a uno scienziato (e l’ho fatto), questo mi direbbe che sono un folle o, nel caso sia solo un po’ più gentile, che non ho prove scientificamente dimostrabili perché possa constatare la veridicità delle mie pretese. Dopotutto la scienza ritiene che tutto sia materia e ciò che non è materia non esiste. A rigor di lorica però, seguendo questo discorso, allora anche le emozioni e i pensieri sono materia. Alternativamente dovrebbero azzardarsi ad affermare che non esistono. Se non esistono allora non ci si spiega come uno scienziato possa amare suo figlio o piangere la morte di un genitore o concepire anche solo un pensiero.

Quando decidiamo di vogliamo fare della guarigione il nostro cammino, tuttavia, non possiamo permetterci di soffermarci sul principio di chi ha ragione e perdere del tempo con queste cose. Dobbiamo scegliere quale metodo applicare e studiarlo, tenendo in considerazione che ogni sistema è differente e che, nonostante si basino su sistemi completamente diversi, a volte del tutto opposti, tutti hanno un principio di funzionalità.

Possiamo chiamare questo principio di similarità differenziale “metafora metafisica” e può essere interpretato in due modi diversi, o quanto meno per ora ne ho trovati solo due: uno afferma che tutte le vie che seguiamo sono false e sbagliate, che funzionano basandosi sul principio che in qualche modo sono parte di un’unica verità completa di cui rispecchiano solo una parzialità, e che il loro scopo sia quello di condurci verso questa attraverso cammini differenti.

La seconda, o quella che sposo io, è che funzionano perché si appoggiano su concetti mentali legati alle loro regioni e culture di origine. Pertanto la facoltà di un sistema è legata alla convinzione e all’apprendimento esperienziale di chi lo mette in pratica. In questo modo funzionano i meridiani e funzionano i chakra perché si basano su schemi e sistemi che sono radicati e completi a sé stanti. Questa visione mi è stata infatti confermata anche dal funzionamento dei sistemi divinatori: non importa cosa usi per divinare, le profezie si riveleranno reali fintanto che ti basi su un sistema regolato e determinato da precise condizioni interpretative.

Se siamo in grado di staccare la mente dalla materia intesa come concretezza, o quanto meno considerarla come uno degli stati possibili della coscienza e non l’unico assoluto (come ritiene la scienza), è sicuro che tutto il nostro punto di vista troverà un nuovo moto di esistenza e un nuovo significato interpretativo. Nel momento in cui accettiamo che il tempo non è una dimensione ma un concetto, che la realtà è soggetta allo stesso principio concettuale dettato dall’esperienza che noi abbiamo di essa e che, in questo modo, noi non siamo schiavi della materia più di quanto possiamo essere schiavi delle leggi mentali che noi determiniamo come modus operandi per relazionarci con qualcuno di esterno a noi stessi, allora abbiamo messo in moto una determinante azione di metamorfosi del nostro parametro concettuale.

Da che mondo e mondo l’essere umano cerca la via verso l’immortalità. Quello che nel diciassettesimo secolo si cercava tramite l’alchimia ora si cerca tramite la medicina. È inevitabile riflettere sul fatto che dietro a questa necessità si celi la difficoltà di accettazione del cambio di stato, della metamorfosi, dell’abbandono della materialità; un processo di attaccamento che ci ha portati a sviluppare un profondo senso di arroganza che, ahimè, non ha fatto altro che ingigantire il nostro ego e ci ha impedito di continuare ad accettare i processi naturali del corpo e della vita come facevano i nostri antenati. Gli adolescenti non vogliono diventare adulti, gli adulti non vogliono invecchiare e i vecchi non vogliono morire. Questa spasmodica cerca del mezzo per sconfiggere la morte si trasforma, in ultimo, solo in un futile tentativo di sconfiggere noi stessi, al punto che dimentichiamo che dobbiamo morire. Sviluppiamo così un profondo terrore di ciò che comporta abbandonare ciò che abbiamo costruito e, nel farlo, tendiamo a non accettare che tutto ciò che esiste è sottoposto a cicli, che la natura non butta via nulla e che pertanto la nostra vita non è mai sprecata, nemmeno quando moriamo giovani o in modi apparentemente stupidi. Una vita sprecata è solo una vita vissuta a rifiutare gli eventi che abbiamo in ogni modo scelto di vivere per apprendere le esperienze che ci sono necessarie e incolpando ciò che ci circonda per ciò che noi stessi abbiamo deciso di affrontare.

Non troppo tempo fa è stata scoperta una forma di vita molto particolare: la turritopsis nutricola, una sorta di minuscola medusa originaria dei mari caraibici. Questo organismo, di fatto una idromedusa è, ad adesso, l’unico essere vivente che è in grado di ringiovanire in modo autonomo: in sostanza quando raggiunge la maturità sessuale per la riproduzione, la turritopsis è in grado di invertire il proprio ciclo vitale tornando allo stato precedente: insomma da medusa torna a essere polipo per poi tornare a essere medusa. Ad adesso sembra che la peculiarità di questa creatura non sia soggetta a tempistiche, pertanto può diventare adulta e tornare bambina un numero indefinito di volte. Sostanzialmente nessuna turritopsis nutricola potrà mai morire di vecchiaia. Questa capacità le ha permesso di essere battezzata con il nome volgare di medusa immortale.

Ora, se osserviamo l’essere vivente appena descritto vediamo come proceda in un ciclo che non ha tecnicamente una fine e un inizio, a parte quelli ovvi. Allo stesso modo, quando valutiamo l’inizio della vita incarnata, noi prendiamo come punto di partenza l’ingresso nel mondo mediante l’uscita dall’utero. Si tratta dello stesso principio che viene usato anche dall’astrologia per calcolare l’oroscopo e il tema natale. Ma noi sappiamo che la vita incarnata comincia ben prima del parto e che, in termini assoluti, in realtà la coscienza e la consapevolezza di tipo causale non ha mai termine fintanto che procediamo attraverso il ciclo delle incarnazioni della vita umana. Pertanto è più corretto pensare alla vita come a un anello ellissoidale dove una parte dell’esperienza procede in uno stato di veglia (o vita incarnata) e una parte in stato di sonno (o vita disincarnata) e il passaggio tra questi due stati, ossia la morte e la nascita, sono sostanzialmente i due fuochi di questa ellisse. Noi entriamo nella vita incarnata uscendo da quella disincarnata e usciamo da quella incarnata entrando nella disincarnata. La morte non diviene più, in questo caso, una fine, bensì solo un cambio di stato da cui noi entriamo e usciamo. La nascita e la morte sono due punti di questa ellisse, sono il passaggio in ingresso e in uscita.

Come espone Dethlefsen nel suo Vita dopo Vita: “Concepimento, nascita, morte non sono che momenti che danno inizio via viva a stati nuovi, a forme diverse di un’individualità continuamente presente. Con la nascita l’embrione <muore> per diventare uomo, esattamente come il bruco e la crisalide muoiono perché nasca la farfalla.

La legge del contenuto e della forma ci ha portati alla logica esigenza di una vita prima della vita. Comunque non abbiamo trovato niente di nuovo, abbiamo soltanto scoperto un concetto antichissimo per una via diversa: ciò che noi chiamiamo contenuto e forma è definito karma dalle dottrine e dalle religioni orientali. Per karma esse intendono l’insieme delle leggi che trasformano il risultato di una vita in una nuova vita e in un nuovo destino.

Quindi una vita è il risultato della vita precedente e insieme la base della vita successiva. In altri termini: in questa vita io raccolgo i frutti – buoni o cattivi che siano – di quanto ho seminato nella mia vita precedente ma contemporaneamente getto il seme della mia vita futura. La stessa cosa vale per ogni singola azione: ogni singola azione è sempre la forma di un contenuto precedente e il contenuto di una forma futura. Vivere consapevolmente significa essere consci in ogni momento di questa duplice responsabilità.”

 

CAOS E COSMO

Se siamo arrivati fino a qui è logico pensare che il caso non esista e che la vita è solo esperienza, pertanto quello che noi facciamo vivendo è soddisfare alcuni requisiti esperienziali e crearne degli altri. Non arriviamo qui con sole domande alla ricerca di risposte che possiamo trovare o meno. È in effetti quello che capita, ma vivendo rispondiamo ad alcune cose e creiamo terreno fertile per apprenderne delle altre. Ogni vita, quindi, genera humus per il contenuto di quella che sarà la prossima vita esaurendo nel frattempo le risorse esperienziali generate da quella precedente. In questo modo nessuna vita rimane a sé stante, ma direttamente collegata alla precedente e alla seguente attraverso differenti canali esperienziali, esattamente come il frutto che si trasforma da fiore e matura non è l’albero stesso, ma porta con sé il seme che contiene decine di altri alberi simili e imparentati. Per vivere, però, ogni seme dovrà lottare per germinare e crescere.

Alcuni di questi canali esperienziali sono di origine traumatica e si manifestano in modo discendente, lungo il moto energetico della concretizzazione legato ai chakra, come forme di malattia e patologie che ci mettono in condizione di esperire precise lezioni. Altri, invece, sono di tipo del tutto eventuale.

Abbiamo già esaminato la possibilità di traumi inflitti da terzi. Prendiamone a esempio uno. Mettiamo che un assassino uccida una persona. Un fato orrendo, detestabile, terribile. Nessuno discute questo. Tuttavia per esaminare un fatto in termini universali ed evolutivi non possiamo soffermarci sull’emotività e sulla razionalità di questo evento: dobbiamo andare al di sopra del dolore, sopra alla paura, sopra alla volontà, sopra ancora alle motivazioni mentali o emozionali che possono aver portato a questo stesso evento. In termini universali una cometa che cade su un pianeta sterminando ogni forma di vita che esiste su di esso non è nulla di così anomalo, distruttivo o crudele: è solo un processo di azione-reazione, una concatenazione di conseguenze e circostanze. Un omicidio non è diverso. Tutto il processo che porta una persona a indignarsi o spaventarsi per questo evento è dovuto alla necessità di distaccarsi e rifiutare, dentro di sé, di essere in grado di fare lo stesso. Anche se apparentemente non è così, in termini karmici l’assassino non è affatto assassino così come la vittima non è affatto vittima: semplicemente entrambi sono complici e alleati. Uno uccide l’altro perché deve apprendere una lezione in questo gesto e l’altro viene ucciso perché ha scelto, in maniera predeterminata, di percorrere una strada che lo avrebbe portato, infine, a finire assassinato da quella esatta persona.

Anche se apparentemente preferiamo credere di essere al di fuori di questo processo, di svolgere il ruolo ora di vittime ora di carnefici e di non poter giocare alcuna parte attiva in quello che è il modus operandi del destino, al punto che quando ci “capita” qualcosa noi cerchiamo in qualche modo di sgravare la nostra responsabilità da questi eventi distaccandoci da essi, in realtà noi siamo sia artefici che architetti che in qualche modo vittime di ogni singolo evento che ci capita: bello o brutto, apparentemente causale o casuale che sia. Niente è dato al caso. Tutto è dato dalla scelta: una scelta presa coscientemente durante la vita incarnata e parte di una macro decisione presa precedentemente alla nostra nascita. Parte di questa è considerabile nel dove, quando e in che famiglia incarnarci e parte anche nel procedere, in modo indefesso, nel mettere in moto dei precisi processi che, come un effetto domino, porteranno al verificarsi di precisi eventi futuri che, anche se non riteniamo di essere in grado di prevedere, in realtà non solo abbiamo previsto, ma sono incrociati e annodati con quelli di tutte le altre persone incarnate nel momento in cui viviamo e che lo hanno messo in moto allo stesso modo in cui lo abbiamo fatto noi. In sostanza, torniamo a parlare ancora di destino personale e destino globale.

Dato che (e non se) rifiutiamo con più facilità questo processo mentale di quanto siamo in grado di accettarlo con tutti noi stessi, abbiamo appreso con una certa dovizia la sottile arte di cercare bersagli utili a raccogliere le colpe delle nostre scelte, affinché noi possiamo sentirci sgravati. Possiamo citarne alcuni: la sfortuna, il destino, i nostri genitori, il caso, Dio, la società, il governo, magari le streghe, gli stranieri, i nemici, gli alieni, alcune etnie e a volte in maniera magistrale è stata inventata una divinità apposita che potesse prendersi a carico le colpe di tutti i nostri problemi e difetti, della necessità di far valere i nostri istinti. Gli antichi romani incarnavano in questo ruolo un caprone che veniva sacrificato durante i saturnali, in modo che potesse espiare tutti i mali del mondo: il famoso capro espiatorio: autentici geni della macro tecnica dello “scarica barile”.

Se, in sostanza, quello che ci serve per apprendere una lezione è questo, il mio consiglio è farlo. Diamo la colpa a chi ci pare. Prima o poi comunque dovremo accettare che siamo noi a scegliere e non è mai qualcuno che lo fa al posto nostro, nemmeno quando siamo convinti al cento per cento che sia così, nemmeno quando ci ammaliamo di mali incurabili o veniamo investiti da una macchina che sbanda. Noi siamo il nostro destino, ora e sempre.

Gli antichi dividevano, appunto, il mondo in caos e cosmo: disordine e ordine. Niente di quello che, anche apparentemente, è caos è realmente tale: tutto è anzi cosmo. Quello che a noi sfugge o che non vogliamo riconoscere, vedere e accettare è il complesso sistema di regole che ne determina lo svolgere e pertanto cerchiamo di affermare che non esiste, perché alternativamente saremmo costretti a farci i conti. I greci ad esempio ritenevano che il destino fosse scritto da qualche divinità che ne manovrava le fila. Era il compito di tre divinità infere, note come Parche o Moire, misurare il filo della vita e del destino degli esseri viventi, intrecciarlo e tagliarlo. Cloto, il cui nome significava “Io filo”, preparava quello che era lo stame della vita di un uomo; Lachesi, il cui nome significa invece “Destino”, lo avvolgeva sul fuso e ne misurava la lunghezza imprescindibile. Atropo, invece, che significa “Inevitabile”, aveva il compito di tagliare questo filo; quando lo faceva la persona moriva istantaneamente. A nessuno, nemmeno a Zeus, era concesso intromettersi in questo processo.

Se in questo punto di vista apparentemente può apparire fuorviato il concetto di libero arbitrio, in realtà non lo è: le persone sono assolutamente libere di scegliere di non apprendere certe lezioni. E lo fanno ogni santo giorno, pagandone le conseguenze inevitabili. Quello che cambia è la scelta che sta a monte che non è in mano a delle divinità i cui voleri sono oscuri, ma a noi stessi: come diceva Shakespeare nel Giulio Cesare: “Oh Fati, conosceremo le vostre volontà. Che noi dobbiam morire lo sappiamo; non è che del modo e del prolungare dei giorni che gli uomini si curano”.

 

INTERVENIRE O NO?

Alla luce di quello che abbiamo appena visto, giungiamo ad un punto focale: è davvero corretto intervenire per aiutare qualcuno a guarire? Se la malattia è un’insegnante e un’alleata, se ogni evento che capita è parte di un processo che è stato messo in moto dalle stesse persone che lo vivono o lo subiscono e che devono apprendere qualcosa di importante, è inevitabile pensare che guarendo le persone noi alteriamo il loro corretto processo di evoluzione. Pertanto perché intrometterci?

Come dice Dethlefsen: “A questo punto è onesto chiedersi se sia legittimo intervenire nel destino altrui. Questo problema naturalmente non riguarda soltanto la medicina, però per i medici è di importanza determinante. Se si sa che il caso non esiste e si attribuisce un significato ad ogni evento, e quindi anche ad una malattia e a un incidente, ‘aiutare e salvare ad ogni costo’ diventa un concetto opinabile. In fin dei conti interferire nel corso del destino altrui significa ledere gravemente l’autonomia personale del prossimo; per cui sorprende molto il fatto che questo problema non venga quasi discusso”.

Non posso parlare per come ragiona la medicina a riguardo, anche perché allo stato attuale delle cose ci sono lotte per la difesa dei diritti di chi sceglie di volersi lasciar morire o anche per chi non è in grado di scegliere ma viene tenuto in vita in uno stato non vitale.

Per quanto riguarda il nostro lavoro è infatti fondamentale accertarci che la persona che necessita di aiuto, purché sia in grado di intendere e volere e rispondere agli stimoli, fornisca espressamente il permesso per agire su di lei. Non possiamo agire sulle persone che non desiderano il nostro aiuto, a prescindere dal fatto che potrebbe essere utile per loro e magari cambiare anche lo stato fisico della loro situazione in corso.

La Guarigione è considerabile come un’Arte somma, ma non può e non deve essere usata senza rispettare la suprema volontà del nostro paziente, a prescindere dai risultati che il nostro intervento potrebbe portare. Questa visione viene interpretata da molti come una forma di mancanza di compassione, ma è in realtà una grandissima forma di rispetto. Ogni persona sceglie ogni singolo evento che le capita, e con esso anche ogni singola malattia che potrebbe anche portarla alla morte e lo fa perché dietro quella stessa malattia o dietro quello stesso evento si cela una lezione che ha la necessità di apprendere. Ci riteniamo forse al di sopra del potere stesso del karma e della volontà e la capacità delle persone che vivono, come noi, l’esperienza dell’incarnazione per decretare chi deve vivere o chi deve morire e di conseguenza chi deve imparare qualcosa e chi no e soprattutto come deve impararla?

Ipotizziamo per un momento di trovarci di fronte ad una situazione in cui noi decidiamo di volerci arrogare questo diritto di scegliere per altri esseri umani: come già più volte esplicato il guaritore esoterico non guarisce, di fatto, i propri pazienti. Il problema, ricordo, non è la cura del sintomo, ossia il punto su cui la scienza concentra le sue forze con ottimi risultati, ma la comprensione del motivo che ha scatenato la causa della malattia. I batteri, i virus, gli incidenti stradali, i funghi, i parassiti, le alterazioni genetiche, i tumori e qualsiasi altra possibile manifestazione di una malattia non sono la causa prima, ma una conseguenza di una scelta legata alla possibilità di apprendere una lezione importante.

Il Guaritore quindi non decide per il paziente, non interviene arrogantemente sul suo cammino, non cerca di modificare il destino ultimo, ma lo mette in condizioni di poter guardare ciò che gli causa una malattia e di poter comprendere la lezione che deve apprendere. Ogni persona è assolutamente consapevole di quali siano le diverse lezioni che deve imparare e per le quali ha lottato, inconsciamente, affinché possano manifestarsi le precise condizioni eventuali e ottimali che la portino ad affrontare precise problematiche che la condurranno, infine, a poter comprendere una precisa lezione.