The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Chakra V: Vishuddha - La Gola

CHAKRA V: VISHUDDHA – LA GOLA

 

GLI ASPETTI DI VISHUDDHA

 


Nel nostro sistema a sette chakra ci spostiamo ora sul quinto dei nostri centri: Vishuddha, situato al centro della gola e associato all’apparato tiroideo, quindi ghiandole tiroidi e paratiroidi.

Passando da quarto al quinto chakra, lasciamo definitivamente dietro di noi le forme più materiali di ciò che siamo e ci addentriamo nel simbolico e nel mentale. Come afferma Anodea Judith nel suo Il Libro dei Chakra: “Entrando nella triade dei chakra superiori ci addentriamo nel mondo simbolico della mente. I simboli sono i mattoni della coscienza, ciò che collega l’eterno al transeunte. Parole, immagini e pensieri (chakra quinto, sesto e settimo) sono tutti riflessi simbolici del piano della manifestazione. Ogni parola che usiamo è il simbolo di una cosa, di un concetto, di un sentimento, di un processo o di una relazione. Ogni immagine della nostra mente è un simbolo mentale di qualcosa di reale e ogni pensiero è una combinazione di questi simboli. I simboli ci permettono di fare di più con meno. Posso parlare di un camion anche se non posso sollevarlo. Posso descrivere una galassia a spirale anche se non posso viaggiare verso di essa. Mi è più facile mostrare il ritratto di un uomo, che descriverlo.

Possiamo considerare i simboli come l’essenza vibrazionale di quello che essi rappresentano. Sono i mattoni della comunicazione e della coscienza. Quando un simbolo davvero ci parla – quando è ricco di significato – allora si dice che ragioniamo con esso.”

Nella sua visione delle associazioni dei Chakra, Vishuddha è legato alla vibrazione e al suono, in quanto correlato alle orecchie e all’udito. E in effetti questo Chakra gestisce anche la comunicazione, quindi la parola e l’espressione. Il suo ruolo è quello di accrescere e diffondere la risonanza.

La comunicazione umana, da che mondo e mondo, si manifesta su più livelli, ma possiamo distinguerli in verbale e non verbale. Ad adesso, l’essere umano è, su questo pianeta, la creatura con il linguaggio più articolato e, di conseguenza, con un apparato vocale incredibilmente complesso. Gran parte delle informazioni che vengono espresse dall’essere umano passa attraverso la voce, e con essa può trasmettere non solo messaggi e concetti sia astratti che concreti, ma anche vere e proprie emozioni, e con il solo tono della voce, senza necessariamente vedere chi abbiamo di fronte, siamo in grado di percepire non solo cosa una persona sta dicendo, ma come la sta dicendo e cosa prova quando la dice. Come dice Naomi Ozaniec: “L’uomo può cantare, gridare, sussurrare o ridere; egli può piangere e disperarsi. Con la voce possiamo rivelare la verità oppure nasconderla e spesso riusciamo a riconoscere una bugia semplicemente da un tono di voce incerto o falso. I grandi oratori sono in grado di influenzare l’opinione pubblica collettiva e i demagoghi possono addirittura portare un’intera comunità alla pazzia”.

La parola, quindi, è la forma di comunicazione più usata dall’essere umano e in essa, da che mondo e mondo, si è riscontrato il potere di ferire e curare. Esiste un detto cristiano che dice: “la lingua ferisce più della spada”.

Mentre, quindi, con Anahata abbiamo l’espansione alla connessione con l’esterno, in modo del tutto empatico, ora, con Vishuddha, abbiamo l’apertura alla comunicazione vera e propria. Il mondo attuale, come ben possiamo immaginare, è legato al quinto chakra e si è perduto, in un certo senso, nell’apoteosi di questo turbine di informazioni, tanto che non ci preoccupiamo più di cosa diciamo, a chi e come, ma lo diciamo e basta. Tanto che in ultimo non ci preoccupiamo nemmeno più di chi potrebbe ricevere queste informazioni e cosa ne potrebbe fare, come potrebbe reagire. Questo, in sostanza, avviene quando Vishuddha è totalmente separato da Ajna e Anahata: pertanto parliamo senza pensare o parliamo senza empatizzare. E, nello squilibrio mondiale che caratterizza questo chakra, in ultimo dimentichiamo che l’altra funzione che riveste è legata proprio all’udito: pertanto parliamo senza ascoltare.

Quando ero a mala pena ventenne, mi ritrovavo con la mia vecchia band nella difficile ordalia di scegliere un monicker che fosse valido e io, nel momento di profondo mutamento in cui mi trovavo (seguivo il cammino da meno di tre anni), continuavo a fare un sogno ricorrente. Mi trovavo a una festa con centinaia di persone, alcune delle quali mi erano note e altre no. Io sentivo di avere qualcosa da dire, qualcosa da esprimere, ma non riuscivo perché tutte quante stavano parlando assieme, sovrastandosi le une con le altre. C’erano coppie che disquisivano, ma ognuno parlava senza dar retta al discorso dell’altra persona, come se ci fossero centinaia di monologhi che nessuno riusciva a seguire o capire. Dopo tre o quattro volte che facevo quel sogno, ricordo che a un certo punto gridai così forte da far stare tutti zitti per un singolo istante, tanto che mi potei godere un momento di puro silenzio. E così, al risveglio, capii che la nostra band sarebbe dovuta chiamarsi Silence; perché il silenzio, come si dice spesso, parla più di mille parole.

Nel tempo ho avuto modo di esaminare quel sogno sotto diversi aspetti e ho capito che quelle persone erano tutte parti di me e che io dovevo imparare a smettere di parlare e a cominciare ad ascoltare. È ancora un lavoro difficile e impegnativo da mettere in asse, ma dopotutto non avrei potuto aspettarmi che fosse in discesa.

Nel mondo attuale, noi siamo esattamente come quelle persone alla mia festa: tutte quante urlano e gridano e parlano, e tutte quante, sono certo, hanno davvero qualcosa da dire che valga la pena di essere ascoltata, ma nessuno riesce a stare in silenzio e ascoltare. Vishuddha rispecchia proprio questo duplice aspetto: ascolta e parla, ma ricordandosi che noi tutti abbiamo due orecchie e una sola bocca, pertanto dovremmo ascoltare il doppio di quanto parliamo, e non il contrario.

Il quinto chakra è collegato alle ghiandole endocrine della tiroide e paratiroide. Lo scopo di queste due ghiandole all’interno delle funzioni del corpo è quello di produrre gli ormoni tiroidei, la tiroxina, la tetraiodotironina e la calcitonina. Gli ormoni tiroidei hanno un effetto eccitante sul metabolismo, favorendo e aumentando l’ossigenazione dei tessuti e stimolando la produzione del calore a livello endogeno. Quando, in età fetale, si verificano problematiche alla tiroide, quindi forti traumi al quinto chakra, è possibile che si verifichino spiacevoli casi di ritardo mentale. La calcitonina, l’altro ormone tiroideo, ha invece lo scopo di regolare la quantità di calcio nel flusso del sangue. Negli uomini, la cartilagine tiroidea è molto sviluppata e prende il nome di “Pomo d’Adamo”, con il riferimento biblico al pomo che Eva gli offrì e che lui non deglutì mai: ossia gli rimase bloccato in gola. Il termine: “non riuscire a mandar giù una questione” è dovuto probabilmente a questo episodio mitologico.

Come ben possiamo vedere, tra tutti i chakra, Vishuddha è quello che, in qualche maniera, ha più possibilità di essere usato per ferire e, di conseguenza, è spesso uno dei più feriti. Essendo legato alla nostra capacità di esprimere attraverso concetti e suoni ciò che noi proviamo o pensiamo, mi è capitato spesso di trovarlo traumatizzato a causa di ferite molto vecchie, risalenti all’infanzia e dovute, in larga misura, a genitori che avevano la spiacevole abitudine di dire ai propri figli: “stai zitto” o che, in modo più sottile, gli imponevano di “non ascoltare” o di dover mentire spudoratamente. Il dire bugie è infatti una delle più grandi fonti di traumi per i bambini. Ora, nell’età di sviluppo di questo chakra, che si verifica approssimativamente tra i sette e i dodici anni, tendiamo a sviluppare la capacità di distinguere la verità dalla menzogna e quindi di saper dichiaratamente affermare qualcosa sapendo che quello che stiamo dicendo non è vero. Il problema del non dire la verità è spesso legato al fatto che perdiamo la connessione tra ciò che è la sincerità e l’insincerità e spesso, questo, è dovuto proprio al bisogno di essere ascoltati, di essere presi in considerazione. Non riuscendo a essere misurati per quello che siamo, vuoi perché ci sentiamo svalutati o vuoi perché viviamo in un ambiente troppo competitivo, tendiamo a inventare delle bugie per accrescere il nostro potere e sentirci considerati. Ovviamente, quello che capita è che quando queste bugie vengono alla luce il credito che ci viene dato da chi ci ha ascoltato discende, pertanto siamo costretti a mentire ancora, sempre di più e in modo sempre più articolato, fino ad arrivare, in casi di bugiardi cronici, a costruire un castello di menzogne così vasto che non solo ci rende del tutto inaffidabili, ma anche incapaci di continuare a sostenere il ruolo o i ruoli che ci siamo proposti, al punto da trovarci pressoché a vivere la vita di qualcun altro.

 

IL DIRITTO DI VISHUDDHA

Come stavamo accennando poco sopra, il diritto di Vishuddha è quello di sentire e di dire la verità. Il problema della verità è, però, in larga misura un problema globale. Innanzitutto sarebbe bene capire e distinguere il concetto di verità come fine ultimo di una ricerca da quella che è la propria verità, in secondo luogo, abbracciare questo concetto e in seguito farlo proprio. Il problema è che la verità, in quanto tale, è la chimera dell’essere umano. Quando non esisteva la scienza, la verità veniva dettata dai sacerdoti e, in tempi bui, chi non era affine a quella verità rischiava di finire ucciso. Adesso le cose sono cambiate? Solo apparentemente. In realtà quello che è capitato è che al posto di un pulpito, di un presbiterio e di un altare abbiamo delle cattedre, delle aule e delle università. Sono cambiati gli attori, certo, ma se prima avevamo delle persone mentalmente chiuse che asserivano di essere gli unici detentori della verità universale perché scritta in un libro antico, adesso abbiamo delle persone mentalmente chiuse che asseriscono di essere gli unici detentori della verità universale perché scritta in un libro nuovo. In ogni argomento, definire cosa è vero e cosa no non può spettare solo a un ristretto numero di persone, quanto meno se l’idea è quella di non imporre il proprio punto di vista sugli altri. Capire, pertanto, cosa è vero è importante solo se riusciamo a capire cosa è vero per noi. Alternativamente ci ritroveremo a credere a qualunque cosa ci venga detta e decidere che è la verità finché non ci capita di essere smentiti. Il diritto di sentire la verità, quindi, è di sicuro il diritto di comprendere cosa è per noi quella verità.

Anodea Judith nel suo Il Libro dei Chakra asserisce: La verità può essere considerata un campo di risonanza. Le esperienze negative ci insegnano a negare e a ritrarci dalla nostra verità. Veniamo puniti se non diamo ragione ai nostri genitori. Veniamo presi in giro se ammettiamo di avere paura. Veniamo male interpretati quando tentiamo di esprimerci. Se le nostre idee non sono in accordo con quelle della maggioranza, veniamo messi al bando. A volte succede che la nostra sicurezza e la nostra sopravvivenza psichica dipendono dal nascondere la verità. Il bambino che viene picchiato perché apre la bocca, impara presto a tenerla chiusa. Purtroppo questo richiede un prezzo. Reprimendo parte della verità, reprimiamo anche la naturale risonanza del campo eterico e il completamento della corrente orizzontale che si muove dall’interno all’esterno. Inciampiamo, diventiamo scoordinati e cessiamo di essere in risonanza con gli altri. Quando siamo fuori dalla nostra verità viviamo una bugia.

Il diritto alla verità, se violato, non porta solo inconsapevolezza e bugia, ma confusione, soprattutto nella nostra individualità, portandoci a un rapporto malsano: ossia per essere accettati diciamo solo ciò che le persone sono in grado di capire o, peggio, solo ciò che loro vogliono sentirsi dire. Inoltre, questa violazione porta a una disarmonia a cascata su tutti i chakra inferiori, come un continuo ricatto con noi stessi e con il mondo: per essere amati, accettati, compresi, apprezzati e a volte per sopravvivere, diciamo ciò che le persone vogliono sentirsi dire. Ma cosa ci capita quando sentiamo che qualcuno ci dice che ci ama solo perché noi desideriamo che ce lo dica, e non perché sia davvero così? Ci sentiamo defraudati, traditi nella verità di ciò che siamo. Se non permettiamo al quinto chakra di crescere in armonia, esso rimarrà disarmonico e noi saremo schiavi della verità che noi, dentro, non riusciamo ad ammettere, ad accettare e vedere; vuoi per paura di perdere o non avere amore (quarto chakra), vuoi perché temiamo di non essere accettati (terzo chakra), apprezzati (secondo) o vuoi perché sentiamo di temere di perdere la nostra stabilità (primo chakra).

Quando questo diritto non è soddisfatto, troviamo difficile esprimerci, sentiamo di non essere capiti e non riusciamo a capire le altre persone, travisando e storpiando ciò che dicono e fanno, anche nei loro comportamenti. Le esperienze negative tendono sempre a portarci a negare noi stessi, ciò che siamo davvero, e ci portano a creare maschere da indossare per le diverse occasioni.

Quando il nostro diritto è soddisfatto, invece, abbiamo modo di crescere in armonia con la nostra verità, riconosciamo le nostre debolezze e non abbiamo paura a esporle. Non abbiamo timore di sentirci vulnerabili di fronte a qualcuno. E così come ogni chakra inferiore ha un ruolo determinante, se disarmonico, nel disarmonizzare, anche Vishuddha, se armonico, ha lo stesso ruolo determinante per favorirne l’armonia stessa attraverso, ancora, la risonanza. Pertanto, se amiamo noi stessi non abbiamo paura di essere, se abbiamo un ego saldo non temiamo di difendere le nostre opinioni di fronte a chi la pensa in modo diverso, se siamo in pace con la nostra sessualità non temiamo di esprimere le nostre preferenze.

L’IDENTITÀ DI VISHUDDHA

L’identità di Vishuddha è creativa. Con questo chakra noi esprimiamo noi stessi. Nella nostra evoluzione noi abbiamo a questo punto soddisfatto tutti i bisogni materiali fondamentali: sopravvivenza, sessualità, individualità, amore. Abbiamo capito chi siamo, cosa ci piace, cosa proviamo; ora siamo in grado di poterlo esprimere. Partendo dal terzo chakra, legato alla volontà, e finendo al settimo, legato all’astrattismo della coscienza, troviamo nel quinto chakra una via di mezzo che manifesta la creatività attraverso quello che è il pensiero simbolico, ossia la creazione dettata dalla volontà; io decido di disegnare qualcosa, di comporre una poesia, di scrivere una canzone: creo qualcosa di mio ponendo in moto un lavoro artistico che possa realizzarlo.

Questo chakra quindi rappresenta la creazione come forma di armonia degli altri chakra. Pertanto realizzazione attraverso la comunicazione. Nel momento in cui io comunico un mio stato d’animo, creo una situazione intorno a me. Se offendo una persona, questa se ne andrà e io l’avrò allontanata da me, quanto meno finché non sarò in grado, attraverso le parole, di esprimere il mio dispiacere e scusarmi. Spesso abbiamo bisogno di identificare il concetto di creatività attraverso la nostra capacità di esprimere il nostro stesso io, nella forma di crescita ed evoluzione, di manifestazione

Vishuddha, quindi, rispecchia la risonanza, la nostra interazione continua con le persone attraverso la comunicazione: lo scambio di messaggi e informazioni tra noi e il mondo. Più il nostro chakra è in armonia, più questa comunicazione risulta pulita, non travisata. Noi siamo quindi in grado di capire cosa le persone desiderano comunicare e siamo in grado di comunicare in modo adeguato ciò che proviamo e pensiamo. Tutto questo, di base, è risonanza. Ma cosa intendiamo con risonanza?

Quando ho studiato musica, nella mia difficoltosa scalata per imparare a cantare, la prima cosa che mi è stata insegnata è stata riprodurre le note, quindi educare il mio orecchio. A differenza di altri strumenti musicali, soprattutto se a corde o tasti, la voce non permette di riprodurre quelli che sono noti come “accordi”, ossia la composizione di tre note ognuna delle quali con un salto di terza. Ora, non è il caso di approfondire un argomento come armonia musicale, ma basti sapere che da cantante in genere si riproduce la nota fondamentale dell’accordo principale della canzone, e la terza e la quinta solo nei cori. A differenza di come si pensi, cantare in coro è la cosa più difficile, proprio perché è necessario essere concentrati su ciò che stanno cantando le altre persone allo stesso modo e forse di più di quanto dobbiamo essere concentrati su ciò che cantiamo noi. L’insieme del coro crea appunto una risonanza, ossia un’unione di suoni in perfetta sincronia e armonia che, per ovvie necessità fisiche dovute all’apparato vocale umano, è ottenibile solo con l’ausilio di almeno due persone che cantano insieme. Se in un coro perdessimo di vista cosa stanno cantando le altre persone, la famosa “voce fuori dal coro” sarebbe udibile e stonata, anche se di suo è una persona assolutamente in grado di cantare: la risonanza salterebbe.

Ora, sappiamo bene che a livello biologico e fisico ogni cosa è energia e, da un punto di vista sottile, l’energia è tale perché vibra a una precisa frequenza. Pertanto la materia è come la conosciamo per via della sua risonanza. Il compito di Vishuddha, nel corpo umano, è quello di amplificare e far funzionare questa risonanza attraverso i diversi chakra. Pertanto è facile che, in un percorso di guarigione, trovare una disarmonia o un trauma su questo chakra possa voler dire trovarlo anche su tutti gli altri.

Quando sviluppiamo e ampliamo o usufruiamo della nostra creatività, noi facciamo vibrare questo chakra. Il termine creatività, infatti, deriva proprio dal concetto di creazione, ossia di manifestazione. Noi formuliamo il pensiero simbolico nel cervello e lo manifestiamo, attraverso Vishuddha, nel mondo reale affinché sia percepito, compreso, condiviso e accettato da altre persone. Se non fossimo in grado di utilizzare questo chakra nel suo potenziale, non saremmo in grado di esprimerci, né con le parole, né con i gesti, né con altre forme di comunicazione, saremmo semplicemente creature che esistono solo in funzione di loro stesse e non del resto del mondo.

Quando noi vediamo una persona, tendiamo a giudicare ciò che è sulla base di quello che possiamo esperire attraverso la comunicazione con essa. Ma quando si definisce chi è una persona, è necessario in larga misura ricordare che un individuo non è tale solo perché ha un corpo, ma anche perché è costituito da una moltitudine di sfaccettature diverse. Parte di queste derivano da stimoli biologici, fisici e biochimici, alcune da emozioni semplici e complesse, altre da sentimenti, altre ancora da strutture caratteriali e psicologiche più o meno archetipiche, altre ancora da esperienze dirette, altre da esperienze indirette e da strutture arcaiche istintuali e legate alla nostra anima gruppo in quanto esseri umani e, volendo andare ancora oltre, da esperienze e memorie latenti di vite precedenti. Giunti a questo punto noi non possiamo più definire una persona solo sulla base di ciò che può comunicare attraverso metodi semplici, ciò che può pensare ed esprimere, ma dobbiamo cercare di comprenderla attraverso una chiave di lettura più alta: quindi è come se avessimo di fronte un mondo intero, costituito da una marea infinita di informazioni che possono dirci con chi abbiamo a che fare. Molte delle cose che potremmo capire esplorando questo mondo sono di sicuro sconosciute alla stessa persona che abbiamo innanzi. Ma in qualche modo, attraverso linguaggi incredibilmente complessi e articolati, questa persona ci comunica ogni disagio, ogni malessere, ogni gioia, ogni evento, presente o passato. Basta solo saper riconoscere e interpretarne il modo.

Nel campo della guarigione si dice infatti che il corpo comunica in ogni istante, attraverso particolari disagi, i possibili malesseri che sono in corso e che non sempre riguardano solo il corpo fisico, ma anche la sfera emozionale e mentale. La tendenza, quindi, a non soffermarsi ad ascoltare il nostro corpo, ci porta, ancora una volta, sulla soglia della malattia, in quanto un messaggio non ascoltato o non interpretato, nonostante ripetuto più volte, si manifesterà con sempre più accanimento. E questo per permettere a noi di capire qualcosa.

Il quinto chakra ha il suo arco di sviluppo tra i sette e i dodici anni, ossia il momento in cui, grazie agli stimoli della scuola e delle relazioni sociali, cominciamo a comprendere degli stati simbolici e complessi. Intorno ai sette anni, infatti, i bambini possono cominciare a capire il concetto di passato e futuro e disporre loro stessi nello spazio e nel tempo. In tutto il periodo di sviluppo di Vishuddha, noi prendiamo coscienza della nostra autoespressione, mostrando all’esterno ciò che c’è all’interno grazie alle variabili comunicative che abbiamo sviluppato, grazie al pensiero simbolico.

Quando portai mio figlio dalla psicologa dopo la separazione, lui aveva quasi sette anni e lei gli diede in mano, come prima cosa, un foglio e dei colori. Si mise immediatamente a disegnare e ciò che rappresentò fu uno Space Marine della saga di Warhammer 40K, dotato di un’armatura incredibilmente resistente per difendere l’umanità da alieni, mutanti ed eretici. Da un punto di vista esterno si poteva dire che era un tipo di gioco che lo appassionava, ma da un punto di vista psicologico era chiaro che stava mostrando la paura e il disagio per l’ingresso nel mondo della scuola, in cui si sentiva senza difese: un’armatura come quella, oltre che il coraggio degli Space Marine era ciò di cui lui sentiva il bisogno, perché si sentiva di vivere in una situazione ostile.

Anodea Judith, nel suo “Il Libro dei Chakra”, definisce Vishuddha in questo modo: “È il risveglio dell’identità creativa, il cui obiettivo è l’autoespressione. È un risveglio che nasce dalla realizzazione di noi stessi come esseri separati, dal sentirci sicuri nel nostro ambiente sociale e dal nostro desiderio di contribuire personalmente al mondo intorno a noi. Il che richiede una certa pienezza sistemica, guadagnata, si spera, nei precedenti stadi dei chakra inferiori. Senza quella pienezza il bambino sarà ancora incline a prendere, più che a riversarsi verso l’esterno. Dobbiamo definire prima la nostra forma e poi potremo definire quella del mondo. Una volta che questi stadi siano stati appropriatamente compiuti, oppure quando i chakra inferiori sono stati relativamente guariti ed equilibrati, si verificherà naturalmente questo movimento verso l’esterno di comunicazione e di creatività”.

Quando ero bambino avevo una buona mano nel disegno. Prima di dedicarmi all’arte della musica e della scrittura, prima quindi di trovare una via di espressione creativa attraverso la parola e il suono, mi esprimevo attraverso l’immagine. In quinta elementare partecipai a un concorso di disegno e venni premiato da alcuni dei membri della giuria, tra cui lo stesso Bruno Munari, che era il nome più noto tra quelli che ricordo. Il tema del disegno doveva essere inerente al parco dove andavo a scuola, che nella mia città è precedente all’epoca fascista. Anche se non si trattava di una vera e propria competizione, io mi ritrovai a lavorare di fianco a un bambino che aveva una mano decisamente migliore della mia e lo capii dopo i primi tratti a matita. Il suo lavoro era artisticamente e tecnicamente superiore, più realistico, più preciso. E soprattutto, rappresentava una visione reale, immediatamente riconoscibile, della nostra scuola; uno scorcio che si poteva fotografare con facilità affacciandosi a uno degli alti finestroni di uno dei padiglioni nei pressi dell’uscita est. Alla mia sinistra, invece, una ragazza più grande rappresentava ad acquarello la finestra aperta dinanzi a cui si trovava e ciò che vi era all’esterno con una certa dovizia. Osservandoli lavorare mi resi conto che, per quanto conoscessi quel parco come le mie tasche, avendolo misurato palmo a palmo sin dalla nascita, io non ero in grado di scegliere un punto e riprodurlo così com’era. Avevo delle visioni, degli eventi che riportavo alla mente ma non riuscivo a focalizzarmi su un singolo angolo, un albero, una collinetta e rappresentarla così come la ricordavo. Passai quindi la prima mezz’ora guardandomi in giro, mentre gli altri lavoravano in maniera metodica e assidua; sentivo che l’idea mi scivolava via dalle mani insieme con il tempo. Alla fine cedetti e rappresentai un albero anonimo, con un foro di scoiattolo nel tronco, dei cespugli e una fontanella dove alcuni merli si stavano abbeverando e di fianco una panchina in pietra. Non rappresentava nulla di ciò che avevo visto con i miei occhi durante gli anni, ma nello stesso tempo rappresentava tutto. Fui premiato da cinque membri della giuria. In un certo senso, a un esame seguente, che posso fare solo ora che ho acquisito abbastanza nozioni ed esperienza per capire alcune cose del mondo che mi circonda, e perché no, anche di me stesso e del mondo che, come dicevamo, è parte di me, io vinsi solo quando permisi alla creatività di venire allo scoperto, di manifestare, di comunicare le emozioni e la vita che avevo visto in quegli anni. La ragazza alla mia sinistra aveva di fronte una finestra aperta e descrisse ciò che vedeva all’esterno. Il bambino alla mia destra aveva un’immagine mentale chiara di ciò che vedeva dalla finestra della sua classe ogni giorno e lo riprodusse. Io invece avevo solo una finestra mentale, che faceva apparire ricordi, emozioni, sentimenti, esperienze. Se avessi cercato di trovare qualcosa di reale e materiale oltre quella finestra, io sarei ancora lì, a cercare qualche cosa. Invece ho lasciato parlare il mio quinto chakra e lui si è espresso nell’armonia della mia creatività.

 

IL DEMONE DI VISHUDDHA

Se il diritto di Vishuddha è sentire e dire la verità, il suo demone è la menzogna. Talvolta l’essere umano mente per bisogno, per sopravvivenza, per tutelare se stesso. A volte invece lo fa perché non vuole accettare una situazione, perché non è in grado di capire cosa succede, perché ha dei secondi fini. Sono centinaia le motivazioni che spingono una persona a dire una bugia. Il problema è quando si tende a non riuscire più a distinguere la verità dalla menzogna, perché ne siamo assuefatti o perché non riusciamo a far altro che raccontare bugie.

Ora, chiunque, per motivi più o meno validi, ha raccontato delle bugie. Per alcuni è semplicemente più facile farlo che per altri. Il problema subentra quando da bambini ci viene imposto di dover mentire o ci viene nascosta deliberatamente la verità dietro falsità incredibili. In questo caso noi non facciamo altro che cominciare a perdere di vista quella che è la nostra individualità e la nostra verità interiore.

Tuttavia, per quanto il loro potenziale non sia liberatorio, se non abbiamo intenzione di definire tutto per assoluti, quindi bianco e nero, bene e male, giusto o sbagliato, anche le bugie non possono essere considerate come qualcosa di negativo. Quando mio figlio aveva poco più di due anni, io gli raccontai che avevamo preso una casa al sesto piano con un grande balcone proprio per permettere a Babbo Natale di parcheggiare la slitta con facilità e che i nostri due gatti in realtà non erano gatti, ma elfi in incognito e che lo tenevano d’occhio rimanendo in costante comunicazione con il grande capo per riferirgli come si comportava. Gli facevo anche mettere biscotti e latte la notte del 24 e, devo essere onesto, non lo facevo solo perché era magico per lui, ma perché lo era anche per me vedere quella luce negli occhi la mattina di Natale. Quelle, fino a prova contraria, erano tutte bugie. Una menzogna enorme, di dimensioni globali, messa insieme per rendere la vita dei bambini un po’ più magica. E non è stato facile dovergli dire, quando è cresciuto, che i regali glieli avevamo sempre comprati noi. Ma quando l’ha saputo lui non si è arrabbiato, perché ha riconosciuto il perché di ciò che era stato detto e fatto. E sono sicuro che quando verrà il momento farà lo stesso anche lui.

Il problema sorgerebbe se io fossi stato un padre alcolizzato o violento, se lui avesse dovuto assistere ai miei momenti no, se avesse subito violenze e soprusi sentendosi dire ogni volta che lo facevo per il suo bene. Quella sarebbe stata una bugia terribile, che lo avrebbe ferito dentro, profondamente, creando uno squilibrio che avrebbe impiegato anni a mettere ordine, proprio perché le azioni avrebbero smentito le parole nel momento stesso in cui venivano pronunciate, sviluppando quindi una visione invertita e corrotta di ciò che è la verità e storpiando e snaturando la sua stessa individualità che, da quel momento, avrebbe cominciato ad esistere in modo contorto, senza più confini netti.

QUINTO CHAKRA BLOCCATO

Quando il nostro quinto chakra è bloccato, la nostra capacità di comunicare viene limitata. Ci sentiamo incapaci di esprimerci, ci sentiamo incompresi e non ascoltati, quindi tendiamo a chiuderci in noi stessi e a essere introversi e spesso emotivamente instabili; non avendo possibilità, infatti, di riuscire ad esprimere ciò che pensiamo, crediamo o proviamo in modo che sia comprensibile ad altri, viviamo questa situazione con frustrazione.

Spesso, nel mondo attuale, il dialogo si sofferma puramente a livello concettuale e fonetico, quindi una persona che non riesce ad esprimersi a parole, sia scritte che parlate, dovrà fare una fatica immensa per entrare in sintonia con le persone e, nell’incapacità di esprimere ciò che sente attraverso le parole, di contro interpreterà ciò che sente attraverso filtri personali, spesso distorcendo involontariamente ciò che gli viene detto o scritto e arrivando a convincersi fermamente di aver sentito o letto cose che in realtà non sono state dette o scritte così come le ricordava.

Il blocco del quinto chakra è dovuto, spesso, a situazioni in cui ci è stato impedito di dire le cose come stanno o, peggio, quando non vengono dati i giusti nomi agli eventi e alle situazioni, nascondendoli e storpiandoli per renderli diversi, al punto da costringerci a deviare il nostro modo di pensare e parlare in funzione di esse. Un esempio calzante è quello che capita con le mestruazioni, il cui nome è stato nascosto perché scomodo, ed è diventato costume riferirsi al ciclo come alle “cose”, dandogli quindi un nome generico e non descrittivo, del tutto anonimo: utile al fine di nascondere qualcosa.

Esistono anche altri modi perché Vishuddha finisca bloccato, e consistono per esempio nell’impedire a una persona di dire ciò che pensa o dichiarare apertamente che ciò che una persona dice non è importante o non ha senso. A lungo andare, semplicemente, questa tenderà a convincersi di questo e pertanto smetterà di riuscire a comunicare in modo sano con il mondo esterno, che non ha mostrato interesse nei suoi confronti.

In un film che vidi anni fa, un padre con la figlia e un amico della figlia, entrambi ancora bambini, si trovano in una caffetteria quando un uomo armato entra e comincia a sparare alle persone. I bambini si nascondono sotto il tavolo mentre il pazzo punta l’arma contro il padre, freddandolo. La figlia descrive la reazione del padre come se fosse un eroe, raccontando ai media come abbia fatto di tutto per difenderli sacrificando la sua stessa vita, mentre il suo amico smette completamente di parlare. Alla fine del film si capisce che in realtà, sotto il tavolo, il due ragazzini hanno visto il padre di lei orinarsi nei pantaloni per la paura mentre piangeva implorando pietà, e per il ragazzino l’abnegazione da parte della sua amica di ciò che realmente era successo in quel locale, insieme al trauma subito, lo aveva portato a un blocco del quinto chakra.

Ora, eventi come questi, nel piccolo come nel grande, creano delle fratture sul chakra della gola: ogni volta che viene negata una verità evidente e ogni volta che siamo costretti a portare avanti una bugia che non ci appartiene, spesso senza comprenderne il perché, noi provochiamo ferite e traumi a Vishuddha. A causa di questo tenderemo a non riuscire più ad avere fiducia nelle nostre capacità di espressione, spesso rinunciando a parlare e discutere con gli altri per difendere le nostre posizioni e ricadendo nell’emotività e nella frustrazione, mettendoci così in netto svantaggio contro i prepotenti e gli oratori.

Un quinto chakra bloccato si manifesterà per prima cosa con problemi alla voce e alle corde vocali. Avremo quindi una voce flebile, poco presente e faticheremo a mantenere salda la nostra posizione o non riusciremo ad articolare bene le parole, parlando con la bocca semichiusa o bofonchiando tra i denti senza farci sentire dagli altri proprio perché non abbiamo, dentro, il coraggio di affrontarli in uno scontro verbale, dal quale temiamo di uscire sconfitti.

In quanto legato al concetto di suono, quando Vishuddha è in sofferenza tenderemo anche a non ascoltare le altre persone o, quanto meno, ad ascoltare solo la parte di verità che desideriamo sentire, chiudendo completamente l’ascolto sugli altri piani. Tenderemo, quindi, ad accettare di sentire solo alcuni argomenti, chiudendone fuori totalmente degli altri e rifiutando quindi le opinioni che non ci rispecchiano.

Se invece Vishuddha è in eccesso saremo logorroici e verbalmente prepotenti. Tenderemo a sovrastare gli altri nelle discussioni, impedendo quindi a chi abbiamo di fronte di esprimersi liberamente e useremo le parole come difesa, utilizzando la nostra dialettica spiccia per cercare di volgere le situazioni a nostro favore, come si dice insomma “rivoltando la frittata”, cercando quindi di vincere il diverbio non tanto con gli argomenti quanto con la strategia e l’arroganza. Vishuddha in eccesso porta anche un’incapacità di mantenere i segreti e il desiderio sfrenato di diffondere pettegolezzi con il solo scopo di poter, in questo modo, acquisire potere comunicativo: ossia “lo ho saputo prima da te”. Questo bisogno compulsivo di diffondere le notizie, quando questo chakra è disarmonico, comporta tuttavia anche un’incapacità di recepirle come si deve, pertanto impedendo poi di comunicarle in modo corretto. Quando siamo incapaci di ascoltare attentamente le persone, tendiamo a non preoccuparci del modo in cui comunicano con noi tanto quanto di ciò che ci comunicano. Un avvocato, ad esempio, che ha il quinto chakra in eccesso, tenderà a cercare di manipolare i testimoni affinché dicano ciò che gli è più utile senza preoccuparsi di quali siano le conseguenze, appoggiandosi su una buona dialettica e su una conoscenza dei cavilli legali.

Se Vishuddha, invece, si manifesta in carenza, avremo una voce flebile e poco udibile e avremo una marcata mancanza di orecchio musicale. Avremo timore di parlare, soprattutto in pubblico, vivendo nella costante difficoltà di sentirci sotto giudizio per ciò che diciamo e per come lo diciamo. Avremo difficoltà a tradurre in parole i nostri sentimenti, i nostri pensieri e le nostre emozioni e tenderemo quindi a essere timidi e introversi, evitando il più possibile i contesti sociali che ci impongono di uscire dalla nostra area di comfort per affrontare la sfida di dover interagire con persone estranee, vivendo nella paura dei silenzi e del non riuscire a trovare degli argomenti di interesse comune. Questa paura ci porterà, quindi, a vivere con difficoltà le discussioni animate, soprattutto con persone che invece manifestano un chakra in eccesso e che tendono quindi a essere prevaricatori nel dialogo. Quando abbiamo Vishuddha in carenza tenderemo a mantenere una riservatezza eccessiva, a volte ossessiva, al punto da sfociare in paranoia: se abbiamo un diario segreto in cui scriviamo i nostri pensieri, o se viviamo delle situazioni, nella nostra vita, per le quali temiamo di essere giudicati negativamente viviamo nella paura che vengano alla luce, al punto, talvolta, di arrivare ad abnegare noi stessi per impedire agli altri di conoscerci.

I segreti sono il grande blocco del quinto chakra, soprattutto quando siamo costretti a tenerli per altri o quando riceviamo minacce se dovessimo rivelarli. Io sono sempre stato del parere che le persone debbano poter essere in grado di scegliere se possono o meno tenere dei segreti e, se dovessero capire che non ce la fanno, è corretto e umano non imporglieli. Costringere un bambino a mantenere un segreto, sapendo che confidarsi con gli amici per loro è importante, è un gesto crudele. Minacciarlo se dovesse rivelarlo è un gesto disumano e mostruoso. Non solo, quindi, ascoltare ciò che una persona ha da dire è importante, anche se potrebbe essere ritenuta un’argomentazione banale, ma dargli il permesso di esprimerla. Di base, dire la verità è un gesto liberatorio, perché i segreti, talvolta, soprattutto se ci vergogniamo di essi, tendono ad avvelenarci. Come afferma Anodea Judith nel suo Chakra, Sette Chiavi per risvegliare e guarire il corpo energetico: “Anche se nell’immediato dire la verità può causare qualche problema, ha pur sempre un effetto purificante su ogni cosa. La verità ha un campo con il quale possiamo risuonare – è qualcosa che possiamo percepire in modo palpabile. Anche quando la verità “fa male”, a lungo andare serve a liberarci. Sull’onda della corrente liberatoria, risalendo lungo i chakra, la verità ci rende liberi”.

Un altro fenomeno comune è l’imposizione estrema dell’autorità, ossia quando a un bambino viene impedito di rispondere, sia per difendere o chiarire la propria posizione, sia per esprimere quello che potrebbe reputare un comportamento assolutamente ingiusto dal suo punto di vista. Se neghiamo a qualcuno la possibilità di esprimersi, gli neghiamo un diritto fondamentale di cui, prima o poi, imparerà a fare a meno. A quel punto non riconoscerà in se stesso in diritto di parlare di sé, di quello che prova, di quello che pensa, e tenderà a non ascoltare più nemmeno i messaggi che il suo stesso corpo gli manderà. Se, inoltre, sarà soggetto a messaggi contraddittori, crescerà in modo confuso, come ad esempio capitava con un compagno di classe di mio figlio alle elementari, che aveva modi violenti e aggressivi nei confronti degli altri bambini, e i genitori, per correggere i suoi comportamenti, usavano la violenza. Quando ti viene insegnato con la violenza che usare la violenza è sbagliato, siamo di fronte a un chiaro messaggio contraddittorio.

Come con altri chakra, anche al quinto l’eccessiva critica causa blocchi, traumi e shock, bloccando così l’espressività creativa. La ricerca della perfezione ci impedisce di progredire su una scala liberatoria dove possiamo creare senza dover rispettare delle regole esterne, se non vogliamo. Non è solo importante ricordarci che la natura nasce e gode dell’imperfezione e del caos, là dove ogni volto che noi possiamo incontrare nel mondo anche se apparentemente perfetto non sarà mai completamente e geometricamente simmetrico, ma è importante ricordare soprattutto che nel creare noi possiamo liberarci dai confini e dalle catene invisibili che ci impediscono di realizzare e manifestare noi stessi per come ci vediamo, per come desideriamo essere e per come possiamo proiettarci nel futuro.

Un ulteriore punto di blocco per Vishuddha e che lo porta a sofferenza è la mancanza di fiducia. Crescere in una situazione che ci impedisca di esprimerci senza essere giudicati, ascoltati, svalutati e presi in giro ci mette nella condizione di smettere di credere a ciò che sentiamo perché non riusciamo ad esprimerlo, di non avere quindi fiducia nel dialogo come mezzo di scambio e pertanto di crescere senza una vera e propria guida interiore che ci faccia sentire al sicuro.

Come asserisce Anodea Judith nel suo Il Libro dei Chakra: “Quando il chakra della gola è bloccato, siamo separati dal coro della vita. Non possiamo bloccare le orecchie, gli occhi o le terminazioni nervose della pelle quanto possiamo bloccare la gola, così è più facile bloccare l’espressione che la sua recezione, è più facile bloccare ciò che esce da noi che non quello che entra. Dunque è molto probabile che un blocco nel chakra della gola sia un blocco nello scarico dell’energia, che crea una situazione in cui l’ingresso eccede l’egresso. Questa differenza viene avvertita come stress.”

Quando Vishuddha è disarmonico, a livello fisico si presenta con problemi alle corde vocali, alle adenoidi e alle ghiandole della tiroide e della paratiroide. Si può manifestare attraverso mal di gola, raffreddore, irrigidimento e dolori alle spalle e al collo, oltre che dolori cervicali. In quanto collegato alla comunicazione, la disarmonia del quinto chakra causa blocchi alla voce, disfunzioni dell’udito e malattie legate orecchie come otiti, nonché tensione mascellare, dovuta al bisogno, imposto, di dover tenere la bocca chiusa, serrata, ma anche alta tossicità e intossicazioni, quindi abuso di alcool, di droghe e di stupefacenti.

 

VISHUDDHA A LIVELLO ESOTERICO

 

Vishuddha è rappresentato come un loto a sedici petali, al cui interno è disegnato un triangolo con la punta rivolta verso il basso e al cui interno è iscritto un cerchio. Questo cerchio è noto come Akashamandala. Infatti questo chakra è legato, per tradizione, al quinto elemento, ossia l’Akasha, al quale, in esoterismo, a volte ci si riferisce come “spirito” e a volte, più correttamente, come “etere”.

Da un punto di vista teosofico, il corpo eterico è il primo dei corpi sottili che noi andiamo a incontrare nella nostra evoluzione. Mentre il corpo fisico è, spesso, noto come “corpo denso” perché costituito da materia tangibile attraverso gli organi di senso ordinari, il corpo eterico è costituito da particelle, per l’appunto, eteriche. È proprio su questo corpo che si situano e si manifestano i sette chakra.

Mentre nello spiritismo il corpo eterico è considerato come una sostanza non completamente biologica che si manifesta sul piano fisico e che può interagire con esso (ed essere fotografato) se fortemente densificato dal medium, nell’esoterismo in genere è considerato come parte integrante e veicolo dell’energia vitale. Molte delle creature considerate “eteriche”, quindi appartenenti a un regno più sottile del piano fisico, possono rendersi visibili attraverso l’uso del corpo eterico di altre creature presenti (in questo caso gli esseri umani), così da poter, in taluni casi, interagire anche con la materia densa e spostare oggetti o manifestare la propria presenza.

In stregoneria, prima che si introducesse un sistema basato sul sette, ossia quello dei chakra, si utilizzava una base cinque, dove i quattro elementi principali, terra, acqua, fuoco e aria, vengono affiancati da un quinto elemento, appunto l’akasha, o etere, che rappresenta l’unione dei quattro. Quando ho lavorato e appreso il metodo della Progressive Witchcraft, ideato da Janet Farrar e Gavin Bone, mi è stato insegnato che il quinto chakra era quello che generava il corpo eterico. Esso è infatti collegato al concetto di creazione e di parola manifesta attraverso il potere del suono. Un concetto, questo, che si trova tantissimo in magia, nella formulazione degli incantesimi attraverso litanie, mantra e recitazione di formule vere e proprie atte sia a mettere la mente in una condizione adatta al lavoro che stiamo andando a fare, sia per creare un vero e proprio campo di azione dove l’energia ha modo di muoversi.

Nella Bibbia (versione C.E.I), in particolare Giovanni 1,1-3 leggiamo: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. In modo analogo, nel Rig Veda si legge: “In principio era Brahman presso cui era il Verbo e il Verbo era in verità Brahman.” Vediamo, quindi, che nonostante gli anni di differenza tra i due testi, le somiglianze sono enormi e inconfondibili. Questo fa emergere, sempre, il concetto di parola come creazione, che ritroviamo anche nel dio egizio Ptah, creatore dell’universo attraverso la parole e primo principio mai creato.

Esattamente come Ptah, anche la magia si basa sul principio della vocalizzazione: nel simbolico noi visualizziamo i nostri desideri per poi esprimerli in parole attraverso una richiesta ben precisa e formulata che permette di esprimere un concetto il più chiaro possibile. Per quella che è la mia esperienza in campo, la magia non seguirà la visualizzazione più di quanto seguirà l’espressione vocale del nostro desiderio: pertanto dare per scontate delle opzioni è sempre una cattiva idea, perché è facile che, nel raggiungimento del nostro scopo, queste saranno quelle che si presenteranno con più facilità. Pertanto, vediamo come il quinto chakra, attraverso il potere della parola, determina il comando e l’espressione sia nel simbolico che nel materiale, concretizzando i nostri desideri; esattamente come dire “ti voglio bene” a qualcuno non è come dire “ti amo”, la parola prende sfumature diverse per diverse situazioni e lo fa in un misto di proiezione-direzione, oltre che di emozione ed espressione.

Da un punto di vista esoterico, Vishuddha si presenta di colore azzurro turchese, a volte color blu elettrico. Un colore del tutto simile a quello che ci viene insegnato a visualizzare quando tracciamo un cerchio e che è il colore dell’energia pura in moltissime rappresentazioni, in quanto colore del cielo limpido. Il simbolo al suo centro, infatti, richiama la luna e la purezza dell’acqua ad essa collegata. Il suo nome, come abbiamo visto, significa “purificare”, ma anche “purissimo”, e questo perché, essendo il quinto passo, rappresenta il totale abbandono del fisico per entrare nel sottile, pertanto chi arriva ad aprirlo è di fatto ormai mondo dalle preoccupazioni e dal peso della carne e della materia.

Questo chakra è rappresentato come un loto con sedici petali, come abbiamo visto. Il 16 è, di fatto, il quadrato di 4, ossia quindi un quadrato moltiplicato per se stesso. In ogni cultura, il quattro, nonché il quadrato, rappresenta sempre la terra, la manifestazione della materializzazione; in questo caso, essendo multiplo di sé stesso, Vishuddha va a richiamare lo specchio di se stesso e diviene il simbolo dell’autocontemplazione, della facoltà di apprendere ciò che si è e di acquisire la propria autocoscienza. Al suo interno, troviamo un triangolo, che in forma alchemica, con la posizione che riveste, rappresenta l’acqua, ma da un punto di vista geometrico, che ignora quindi il concetto alchemico occidentale, al contrario del quadrato, il triangolo rappresenta il moto, il movimento, quindi l’espressività del fuoco che, in questo caso con la punta rivolta verso il basso, agisce sulla materialità e la manifestazione. Nel frattempo, il cerchio che è inscritto al suo interno va a richiamare il nucleo stesso della forma, in quanto privo di inizio e fine è ciò che esiste senza confini e pertanto rappresenta l’acqua, come abbiamo visto collegandola anche al simbolo della luna piena.

L’acqua, in questo caso, va a richiamare la dissoluzione di ogni cosa, nonché il suo assorbire e diluire nella flessibilità della creazione, da cui tutto ha origine. Non per nulla il mito induista narra di come Shiva nacque dall’uovo universale depositato sulle acque primordiali. Qui vediamo come in molti rituali iniziatici l’acqua trova un ruolo fondamentale attraverso il concetto di purificazione e rinascita, quindi dissoluzione e riformazione, in modo differente.

Il cerchio che si trova all’interno di Vishuddha, come abbiamo detto, si chiama Akashamandala, che significa la porta della Liberazione. L’etere è definito anche come la sostanza oscura di cui è costituito lo spazio tra le stelle, ossia il vuoto. Sui piani più alti, quando esplorati, viviamo la percezione primaria di assenza di tempo e spazio riferiti alle mere dimensioni della materia ordinaria. Quando infatti esploriamo la materia a livello subatomico, la prima cosa che emerge è che, in larga misura, si tratta di spazio vuoto dove in un atomo di idrogeno, l’elettrone, è come un pisello in un campo di 15 ettari. Questo vuoto è materia, ma di un ordine diverso da quello che possiamo immaginare, perché è al di fuori dalla concezione di spazio che abbiamo imparato a riconoscere e dove, quindi, le dimensioni divengono prive del rigido significato che tendiamo ad applicare alla materia. Come dice Naomi Ozaniec nel suo Chakra, I Centri di Energia del Corpo: “Sembra che l’attivazione del chakra della gola renda l’individuo totalmente indistruttibile, che conferisca la conoscenza dei Veda e che attribuisca la capacità di capire il passato, il presente e il futuro. Essa dona la resistenza alla fame e alla sete e risveglia i poteri telepatici.

Le suddette facoltà non sono affatto assurde come potrebbero sembrare a prima vista. Il potere dell’indistruttibilità non si riferisce alla solidità fisica ma alla certezza assoluta che la consapevolezza non può essere distrutta o messa in discussione in nessuna circostanza”.

Come abbiamo visto, Vishuddha è il regno della vibrazione e del suono. Quando noi riflettiamo sul suono, ci poniamo nella condizione unica di valutare ciò che noi possiamo udire con le nostre orecchie, ma in occultismo si ritiene che tutte le forze, magnetica, gravitazionale, nucleare forte e nucleare debole, derivino dal suono e diano origine alle onde, le quali, dal momento che non hanno modo di manifestarsi al di fuori di un ambiente, esistono nella mente. Esistono tre aspetti fondamentali delle onde: ritmiche, aritmiche e stabili. L’interazione di questi tre aspetti crea tutte le forme: ogni cosa è vibrazione, ogni cosa è energia.

Nel Vangelo di Giovanni, si parla di verbo in riferimento alla creazione, in quanto i latini hanno tradotto dal greco la parola logòs, che significa sia parola che ragione. Ma il logòs è di base il suono che dà forma alle cose, in quanto è attraverso la parola che noi manifestiamo il pensiero e, di contro, grazie alla parola manifesta noi colleghiamo un concetto. La parola, attraverso il suono, può rappresentare tutto ciò che di simbolico, concreto e astratto, possa esistere, perché è strettamente correlata al pensiero.

Nella stregoneria, il potere si trasmette attraverso la parola, che sia invocativa o evocativa, collegata ai tre piani: eterico, astrale e mentale e comandata quindi dalla volontà, che direziona l’energia sui diversi piani, modificando infine i presupposti affinché gli eventi abbiano luogo. Da una parte, in molte pratiche, si tratta di un processo che coinvolge tutti i chakra, da un’altra, invece, è Vishuddha che direziona la manifestazione del potere.

Nel film Arrival una civiltà aliena, gli ettapodi (dal momento che la loro forma fisica presenta sette piedi), si presenta sulla terra e per interagire con loro viene coinvolta una glottologa, la Dottoressa Luoise Banks, affinché possa cercare di apprendere il loro linguaggio e capire sostanzialmente cosa vogliono e perché sono qui. Una volta che lei è riuscita ad apprendere il loro linguaggio, gli alieni esprimono alla protagonista il bisogno di “fornire l’arma”. Se da un primo punto di vista questa cosa viene accolta, nel film, come una richiesta da parte loro di ricevere un’arma dagli esseri umani, in realtà si evince infine essere l’intenzione, da parte degli ettapodi, di insegnare all’essere umano la loro lingua, affinché un giorno, quando avranno bisogno di aiuto, sarà possibile comunicare. Esattamente come in questo film, questo chakra ci insegna che la comunicazione è la nostra arma più potente; senza di questa ci sentiamo soli, abbandonati e confinati in un luogo dove ci sarà difficile sopravvivere.

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