The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Chakra VII: Sahasrara - La Corona

CHAKRA VII: SAHASRARA – LA CORONA

 

GLI ASPETTI DI SAHASRARA

 

Siamo arrivati alla fine del nostro viaggio nei centri energetici. Con Sahasrara, posizionato sulla cima del nostro capo, pressoché nel punto dove si trova la fontanella, entriamo nel regno della spiritualità e del contatto con la divinità. La Corona, come è più spesso chiamato questo centro, è collegata all’epifisi, una ghiandola endocrina detta anche pineale che si trova nella zona posteriore dell’epitalamo. Il suo compito, tramite le pinealociti, è quello di produrre la melatonina, una sostanza che determina il ciclo sonno/veglia mediante la reazione alla differenza di luce. Nelle donne è anche collegata all’attività ovarica.

Se negli altri chakra noi viviamo una suddivisione, una separazione, in questo noi troviamo, infine, la consapevolezza e l’espressione somma di noi stessi, manifestata attraverso la conoscenza e l’apprendimento, sia di lezioni basilari, che di tutte quelle più alte.

Nel mondo attuale, in particolare noi occidentali, tendiamo a distinguere fortemente la materialità dalla spiritualità. E anche nella spiritualità noi siamo costretti, culturalmente, a tenere ben separati i concetti di sacro e profano. In una società occidentale essere sacerdoti, pensatori, filosofi non è più un lavoro, quasi quanto non lo è essere artisti. Basandoci interamente sulla materialità, tendiamo a definire gli artisti, gli spiritualisti, siano essi sacerdoti o semplici pensatori, come dei perditempo. A differenza, quindi, dell’antica Grecia, dove essere un filosofo aveva un senso proprio per il fatto che si concepiva l’esistenza come un divenire di progresso pensante e pensato, espresso da Cartesio nel suo cogito ergo sum, adesso tendiamo a dedicare sempre meno tempo a questo aspetto della nostra vita, perché completamente assorbiti dalla materialità e dalla necessità di lavorare senza tregua, di raggiungere obbiettivi sempre più distanti e di farlo nel minor tempo possibile, tralasciando di conseguenza gran parte di quello che, in realtà, il nostro corpo e la nostra mente chiamano a gran voce: la riflessione su noi stessi, il bisogno di fermarci e darci il tempo di capire dove siamo, cosa stiamo facendo, dove stiamo andando e soprattutto il perché delle cose.

Quando si è bambini, si passa una fase nota come “fase del perché”, che si verifica in modo assolutamente normale tra i due/tre anni di età e che può durare anche fino ai sei anni. Questa fase è dovuta allo sviluppo di un’intelligenza temporale, come abbiamo già visto negli articoli precedenti, e che permette a un bambino di cominciare a collegare gli eventi in maniera consequenziale. L’età del perché denota quindi una curiosità sulle questioni della vita e può anche essere frustrante per un genitore dover rispondere a milioni di domande a raffica. Ma questa fase, oltre a mettere a dura prova la pazienza degli adulti, è fondamentale per la crescita, per cercare di capire il mondo che ci sta attorno. La reazione irritata di un adulto alle incessanti domande sul perché delle cose di un bambino, quindi, è la risposta a un bisogno di celerità che ci impone di non poterci soffermare troppo su dettagli che riteniamo al momento privi di alcuna utilità e che, tuttavia, mostra un malessere del tutto diffuso e martoriante della nostra società attuale. Noi non abbiamo il tempo di pensare abbastanza alle cose, con il definitivo risultato di fare una caterva infinita di errori di calcolo e di percorso dovuti proprio alla poca riflessione su noi stessi e sul mondo. Tendiamo a prendere decisioni in modo sconsiderato anche se siamo in possesso di un’adeguata intelligenza e consapevolezza per decidere, proprio perché siamo messi alle strette da troppi impegni e non riusciamo a dedicarci a pensare in modo chiaro e preciso.

Questa divisione tra la materia e lo spirito si manifesta, in ultimo, anche su tutti gli altri piani, creando una spaccatura trasversale in tutti noi, costringendoci a dover creare situazioni di forte contrasto interiore se decidiamo di vivere un’esperienza immateriale e spirituale alla nostra portata. A volte questa divisione è una scelta, altre volte invece è una vera e propria necessità, e viviamo una vita con un profondo senso di bipolarità, costringendoci a indossare maschere per andare al lavoro, per interagire con parenti, perché nel momento in cui viviamo qualcosa che è fuori dall’ordinario rischiamo di trovarci a dover dare delle spiegazioni che magari non desideriamo o non possiamo dare.

Anodea Judith, nel suo Il Libro dei Chakra, esprime questa separazione con queste parole: “Ciò che di questo mito della separazione è valido, è che abbiamo bisogno di staccarci dalle illusioni e dagli attaccamenti che mettiamo tra noi e il divino, dai sostituti che usiamo per riempire il vuoto della nostra anima. Io credo che la fonte estrema di queste ferite dell’anima sgorghi dallo spogliare l’esistenza ordinaria del suo significato spirituale, lasciando l’uomo qualunque privo di scopo o direzione”.

Quando entriamo, quindi, nel settimo chakra, facciamo dei passi nel mondo della coscienza. Il termine coscienza è qualcosa che va oltre al semplice riflettere e pensare; è qualcosa che ci spinge a determinare il coacervo di informazioni che noi apprendiamo da più sensi diversi e farne un tutt’uno. La coscienza è l’esperienza del pensiero connessa ai sentimenti e alle sensazioni che noi abbiamo provato anche a livello puramente istintuale. Di fatto, la coscienza è qualcosa di più simile a un mistero universale e, se vogliamo, iniziatico. Arrivarci è sempre un’epifania. E la coscienza non si ottiene, non si vince e non la si può dare per scontata, perché essa è determinata ed è essa stessa l’esperienza, è sia la meta che il viaggio. La coscienza è definibile come la vita stessa. Solo vivendo puoi esperirla: noi viviamo per esperire la vita ed esperiamo la vita per vivere.

In questo chakra noi troviamo infine l’espressione ultima dell’elevazione. Se poniamo il sistema dei chakra lungo lo stelo di un singolo fiore di loto, vediamo come la radice, Muladhara, sia propriamente la parte che affonda nel fango e nell’humus del nutrimento e come, di conseguenza, Sahasrara sia il fiore, bellissimo e in continua espansione che, con i suoi mille petali, ci concede di aprire la porta verso la nostra elevazione. Senza Muladhara, Sahasrara non potrebbe mai esistere, senza Sahasrara, Muladhara non ha senso di essere.

La coscienza è quindi consapevolezza e interpretazione. Attraverso la coscienza noi siamo in grado di comprendere e accettare il mondo che ci sta attorno e così poterne fare esperienza. Se viviamo un’esperienza che non siamo in grado di comprendere e accettare, quindi la viviamo senza consapevolezza, quello che ci succede è che non riusciamo a coglierne l’insegnamento fondamentale: un insegnamento che è in effetti diverso per ognuno di noi e che, proprio per questo motivo fondamentale, non può per nessuna ragione essere spiegato o insegnato, semplicemente perché può solo essere vissuto.

Quando ci relazioniamo alla consapevolezza e all’esistenza possiamo distinguere tre approcci diversi, applicabili ai massimi sistemi di qualsiasi cosa possiamo dover affrontare nella nostra vita. Possiamo osservare un’esperienza con distacco, possiamo esserne travolti, catapultati dentro o anche spinti, oppure possiamo decidere, con il nostro preciso intento, di affrontare tutto ciò che concerne. Erich Jantsch, in Design for Evolution, ha dato un nome preciso a questi tre differenti livelli di sistema cosciente umano, e li ha definiti razionale, mitico ed evolutivo.

Questi tre sistemi spiegano in modo chiaro l’approccio che l’essere umano ha di fronte alle esperienze della propria vita. In sostanza noi possiamo scegliere in che modo affrontare le sfide che ci si pongono davanti in modi differenti, ma che a livello psicologico possono essere inglobati in questi tre schemi ed è probabile, per quella che è la mia esperienza, che si riesca a passare attraverso tutti e tre questi schemi quando si affrontano situazioni difficili della nostra vita.

Quando la relazione tra me e la mia ex moglie finì, come per altre coppie, non fu uno stacco netto. A memoria potrei dire che ci vollero circa cinque anni per arrivare ad un reale termine. La nostra consapevolezza della vita insieme mutò e si evolse in un modo tale, per svariate ragioni, che portò infine alla separazione. Ovviamente è qualcosa che mi è concesso comprendere solo adesso, e non perché in effetti non ne avessi le capacità all’epoca, ma solo perché non ne ero pienamente consapevole. Non so se funzionasse in modo analogo per la mia compagna dell’epoca, dal momento che il problema era proprio che non riuscivamo a parlarne senza recriminazioni vicendevoli.

Dapprima io mi trovato a guardare le cose con distacco: non davo il giusto nome a ciò che ci stava accadendo. Era proprio come se rimanessi seduto in riva al mare a guardare le onde, a osservare la marea alzarsi, ma rimanendo comunque sulla riva. Non volevo, non credevo, non capivo; pertanto non vedevo, non sentivo e non mi esprimevo a riguardo. In quel periodo vigeva dentro me la coscienza razionale, quella che puoi applicare soltanto quando ti trovi da questa parte della gabbia e puoi vedere un leone ruggire e dare zampate alle sbarre rimanendo comunque a una distanza di sicurezza. E una parte di me, in fin dei conti, avendo la memoria di come funziona in film come Jurassic Park, avrebbe dovuto farsi due domande.

Quando la nostra relazione andò dichiaratamente in crisi, io ne venni travolto e cercai di sfuggire. Ero squassato da paure inconsapevoli e irrazionali, alcune delle quali a ripensarci ora mi sembrano sogni evanescenti. In quel momento sviluppai un sistema di coscienza mitico. Non ero più in riva al mare o davanti alla gabbia dello zoo. Non potevo più permettermi di prendermi il tempo e il modo di contare le onde e di contare i baffi del leone e cercare di misurare la lunghezza dei suoi artigli e delle sue zanne. La marea si era alzata abbastanza per travolgermi e trascinarmi via e io stavo lottando per sopravvivere, per stare a galla, per non affogare. Non osservavo più la mia relazione che stava andando in pezzi, sentivo la mia casa scuotersi e correvo di qui e di là, a cercare di prendere al volo gli oggetti fragili che cadevano a terra per impedire che si rompessero, trovandomi in ultimo, come nei cartoni animati, in posizioni dagli equilibri impossibili.

A quel livello, infatti, noi tentiamo di combattere le esperienze come se fossero ostili a noi. È esattamente il tipo di approccio che abbiamo quando incappiamo in una malattia: la vediamo come un nemico da sconfiggere e, nel caso del tumore, qualcosa di estraneo a noi stessi. Questo tipo di visione non ci permette di trarre esperienza e quindi di entrare, a tutti gli effetti, in ciò che stiamo vivendo, in parte perché troppo occupati a combattere, in parte perché rifiutiamo l’irrazionalità di alcuni avvenimenti, attribuendoli alla sfortuna o, in caso di ambienti esoterici, anche a interventi magici esterni.

Quando, tuttavia, si riesce a concepire e accettare il sistema mitico suggerito da Jantsch, allora possiamo abbandonarci alla corrente e smettere così di contrastarla, ma nuotare con essa e permettere che ci porti dove dobbiamo andare. Anodea Judith a riguardo ci dice: “A livello mitico combattiamo contro delle forze che vivono di vita propria. Per poter sopravvivere dobbiamo diventare un’unica cosa con quelle forze, ma per poter fare questa esperienza dobbiamo abbandonare la riva del fiume. Questo è l’aspetto della spiritualità che richiede di lasciarsi andare. La riva del fiume è il mondo che ci è familiare, la nostra mente razionale, la nostra sicurezza e salvezza. È il nostro bagaglio di conoscenze. Quando entriamo nella coscienza mitica, il sistema razionale non scompare, ma viene trasceso attraverso un’esperienza più profonda.

Diventare “tutt’uno col fiume”, non significa perdere se stessi. Se ci arrendessimo e ci lasciassimo andare all’acqua, annegheremmo o saremmo scagliati contro le rocce!

È questa la sfida che molti di noi incontrano sul proprio percorso spirituale. Come possiamo diventare tutt’uno con una forza più grande di noi stessi senza perdere noi stessi? Bisogna chiamare in causa la volontà del nostro terzo chakra, che porterà i piedi a scalciare. Dobbiamo imparare a metterci in rapporto col fiume e a interpretare le nostre molte sensazioni, che ci dicono esattamente come muoverci tra le rocce. Una volta che ci siamo totalmente immersi nella corrente di energia che scorre attraverso il nostro corpo e la nostra vita, siamo costretti ad affrontare imprese più grandi.

Siamo costretti ad evolverci.”

 

IL DIRITTO DI SAHASRARA

Il diritto imprescindibile di Sahasrara è quello della conoscenza e dell’apprendimento. Entrando in questo campo, possiamo, a primo acchito, ritenere che nella società moderna in cui viviamo questo diritto sia rispettato: abbiamo libero accesso a una marea di informazioni e conoscenze. Ma se ci dovessimo soffermare ad esaminare questa affermazione con una cura differente, allora noteremmo che questo non è sempre vero.

Il primo esempio che possiamo cogliere è di sicuro un fatto che nessuno sano di mente potrebbe negare: le informazioni che noi possiamo reperire attraverso i mezzi che abbiamo, che ci giungano dalla carta stampata o dai mezzi di comunicazione di massa o anche solamente attraverso la parola dell’esperienza diretta, sono sempre e comunque filtrate; anche se riportate così come sono, vengono comunque manipolate e interpretate da chi le riporta, prima ancora di subire lo stesso trattamento anche da noi. Questo filtro, questa manipolazione, è pressoché inevitabile, e se da una parte ci permette di avvalerci, talvolta, di un valore aggiunto, ci mette in condizione, spesso, di conoscere solo ciò di cui chi ci informa decide di volerci mettere al corrente.

Il diritto alla conoscenza, quindi, si espande sia per quanto riguarda l’accuratezza delle informazioni che ci giungono, sia per quanto riguarda il loro rispecchiare la verità di ciò di cui si sta parlando. È indiscutibile che l’educazione che noi abbiamo ricevuto dai nostri genitori sia un tassello determinante nella formazione di questo diritto e che sia essa stessa uno degli aspetti che, se negati, possono portare a un reale soffocamento della ricerca naturale di questo chakra. Soprattutto per quanto riguarda l’educazione spirituale, questo diritto spesso viene messo in secondo piano, dal momento che è funzione di molte confessioni religiose imporre un filtro sulla conoscenza, prendendo come giustificazione il dovere costituzionale di un genitore occuparsi dell’educazione religiosa dei propri figli. Spesso, quando viene imposto un dogma, vengono negate le risposte alle domande ritenute più scomode, che magari tendono proprio a mettere in dubbio questo stesso dogma, su cui in taluni casi si basa interamente un sistema religioso. Il diritto di Sahasrara riguarda proprio il bisogno di porsi delle domande che ci servono, a volte, proprio per confermare ciò che ci viene insegnato. Il dubbio è l’unica arma intellettuale di cui chiunque noi è in possesso per riuscire a confutare le ipotesi su tutto ciò che abbiamo intorno e pertanto, quando queste superano ogni nostro dubbio, poter essere accolte dentro di noi come delle verità. Se non permettiamo a noi stessi di mettere in dubbio qualcosa, non ci permettiamo di conoscere davvero, ma accettiamo la verità che ci viene posta a occhi chiusi, senza verificare che sia vera per noi.

Questa differenza, che può apparire sottile e superficiale, è in realtà alla base stessa di ogni studio portato alla ricerca della verità, a partire dalla filosofia fino alla scienza attuale, passando per ogni ramo dello scibile umano. Quando entriamo nel campo della conoscenza è quindi inevitabile prendere in considerazione anche la facoltà di scegliere. Questa facoltà è in realtà una necessità e un diritto che si ottiene solo conoscendo. Possiamo scegliere possedendo la conoscenza. Se pertanto la conoscenza ci viene negata, di conseguenza ci viene negato anche il diritto di scegliere, in quanto non veniamo messi a parte del fatto che esistono delle alternative a ciò che ci viene imposto.

Avere libero accesso alla conoscenza non significa, come può apparire, non avere alcun tipo di freno e permettere quindi che in situazioni non controllate un bambino, ad esempio, possa avere accesso a informazioni che non è in grado di comprendere e gestire, dal momento soprattutto che conoscenza significa responsabilità. Tuttavia significa offrire più ipotesi o scelte di informazioni di cui qualcuno può avvalersi e tra cui fare una vera e propria scelta.

Il messaggio che le religioni semitiche inoltrano è basato sul concetto che conoscere è sbagliato e che l’unica conoscenza che è permessa è quella passata attraverso il topos mitologico. Ed esiste, infatti, un girone infernale apposito per chi sceglie: quello degli eretici. La parola eresia, infatti, deriva appunto dal greco airesis, che significa “scegliere”; gli eretici erano e sono coloro che scelgono e che pertanto sono condannati. In casi come questi, quando l’imposizione di un dogma spirituale va a violare il diritto di ognuno di noi di sentirsi in contatto con la divinità nel modo che sente più appropriato, ci viene negata la scelta di poter decidere se conoscere e abbracciare un’altra fede. La scelta, quindi, di imporre uno stile di vita, una religione o delle determinate conoscenze perché le approviamo, diviene una forma di violenza nel momento in cui così facendo impediamo alle persone di valutare, quando è il momento, delle possibili alternative e il più delle volte questa frustrazione è manipolata attraverso i demoni dei chakra inferiori.

L’IDENTITÀ DI SAHASRARA

Quando entriamo nella Corona, arriviamo infine a esplorare l’identità più ampia che possiamo comprendere, ossia la nostra identità universale. Quando si assapora il concetto di destino, a livello esoterico si tende a distinguerlo in diverse sfere di coscienza, pertanto identità. Il più piccolo è il destino umano del singolo, che si determina negli anni della nostra vita, come una linea che collega la culla alla tomba. In questo caso possiamo prendere ad esempio la storia di un qualsiasi archetipo eroico. Poi c’è il nostro destino in relazione alle persone che ci sono vicine, pertanto la nostra coscienza è legata a quella delle persone con cui abbiamo sviluppato una relazione di qualche tipo, che sia essa la nostra famiglia o meno; si tratta quindi di un destino famigliare. Possiamo quindi considerare un destino legato alla nostra etnia o alla nostra nazione; pertanto il destino di un popolo, composto da molte famiglie diverse che sono legate assieme perché provenienti da uno stesso luogo. Ad esempio la mitologia narrata nel Pentateuco ci parla del destino del popolo ebraico e del patto che ha stipulato con una divinità. Se andiamo più in alto ancora, possiamo considerare il destino dell’intera razza umana, intesa come specie, e che potrebbe essere rappresentata quindi in uno scopo evolutivo di identità razziale, in cui siamo chiamati ad operare per il bene di persone che non possiamo conoscere e di quello di generazioni future che si susseguiranno quando noi, con questa coscienza, non saremo più. Se ampliamo ancora di più ci troviamo al destino come parte di tutte le forme di vita presenti sul nostro pianeta. Ampliando di più, la coscienza va a toccare le nostre diverse incarnazioni su questo e altri pianeti, a prescindere dal tempo e dalle epoche.

Quando ci approcciamo a Sahasrara, la nostra identità si fa ancora più ampia ed entriamo in quella sfera superiore che è il nostro destino a livello cosmico e universale, e che comprende ciò che è sia umano che divino come parte di un tutto. Qui non si tratta più di noi, della nostra famiglia, del nostro popolo, della nostra razza, degli esseri viventi di questo pianeta o delle diverse incarnazioni che potremmo mai avere come esseri superiori e inferiori. Qui si parla dello scopo dell’intero universo, il motivo di esistenza stessa di tutto ciò che esiste, su diversi piani e dimensioni. Anodea Judith ci dice: “Nel chakra della corona giungiamo all’identità finale e più ampia: la nostra identità universale. Più si espande la nostra coscienza, più ampia diviene la nostra identità. Quando ci rendiamo conto del grandioso scopo del cosmo, ci viene data l’opportunità di trascendere il nostro mondo più piccolo e più limitato e ci identifichiamo con l’universo intero. Questo è un tema comune nelle esperienze mistiche, dove l’identificazione con gli stati dell’ego minore apre la via al riconoscimento di un’identità unitaria con tutti gli aspetti della vita, e anzi di tutto il creato. Nella filosofia orientale è questa la base della vera conoscenza di sé – la conoscenza del divino che la abita.

Ogni livello dei chakra muove da identità esclusivamente individuali – uniche e singolari come il nostro corpo – verso una comunanza universale. All’estremo opposto del chakra della corona l’individualità è trascesa e assorbita nel più vasto campo del divino. Questo è espresso dalla massima buddista Tu sei Quello. Lo scopo del chakra della corona, della meditazione e, in verità, di tutte le discipline spirituali, è quello di spezzare i legami con le identità minori e di giungere alla realizzazione dell’identità universale. Il che non nega la realtà delle identità minori; significa solamente che ci è possibile vederle come parte di un’unità integrata e unificata.

Ogni identità è primaria quando il nostro processo evolutivo è centrato su di essa.

Come la gerarchia delle necessità di Maslow, dobbiamo consolidare le nostre identità dei livelli più bassi prima di poter sopportare le identità più vaste, anche se di tanto in tanto e disordinatamente possiamo scorgerne delle scintille. Man mano che sperimentiamo le identità superiori, più inclusive, le nostre identità inferiori rientrano nella giusta prospettiva – non meno importante, ma prendono il loro posto come parti che sostengono un’unità più potente e più ampia”.

Quando entriamo a lavorare sulle diverse identità, diventa per noi complesso riflettere su noi stessi come parte di qualcosa di più ampio mentre siamo parte di qualcosa di più piccolo. L’esempio di Anodea Judith è quello legato alla gerarchia delle necessità di Maslow, proprio perché questo studioso riuscì a creare una piramide immaginaria su cui piazzò i diversi bisogni dell’essere umano, relazionati alla loro importanza in un ordine crescente, dalla base al vertice. Alla stessa maniera, quando noi valutiamo noi stessi tendiamo a relazionarci con il nostro ruolo su differenti livelli e identità. Lavorando, tuttavia, sulla guarigione spirituale, si tende infine a incontrare questi diversi approcci e a doverli prendere in considerazione. È in seno a questo aspetto che prende senso il termine di trascendenza e quello di immanenza che interessano, infine, molte visioni della divinità. Sahasrara rappresenta sia l’una che l’altra identità, ci fa capire che noi siamo parte integrante di ogni singola foglia, di ogni singolo albero, di ogni pietra, corso d’acqua e di ogni animale che cammina, vola, nuota o striscia; e questo è applicabile sia da un punto di vista fisico cellulare, perché respiriamo la stessa aria e siamo ciò che mangiamo (di conseguenza anche ciò che è stato mangiato da ciò che noi mangiamo), sia da un punto di vista esoterico e magico, dal momento che l’energia scorre negli esseri viventi e non viventi in quanto parte della stessa identica materia.

 

IL DEMONE DI SAHASRARA

Il Demone di Sahsrara è l’attaccamento. Può manifestarsi in moltissime forme, e anche se apparentemente può sembrare qualcosa di positivo, esso manifesta un’energia diametralmente opposta a quella del settimo chakra, dal momento che contrae invece di espandere.

Nella mitologia di Star Wars, i Jedi rappresentano qualcosa di molto simile a dei monaci shaolin: sono sia guerrieri che filosofi. Nella via dei Cavalieri Jedi si contempla e venera un’energia universale che scorre in ogni cosa e che tiene unita tutta la galassia, collegando ogni singolo essere vivente a questa unica fonte: la Forza. La Forza non è né buona né cattiva, ma chi la usa può seguire un cammino di luce o di oscurità. A un cavaliere Jedi non è proibito amare, ma è proibito provare attaccamento, dal momento che si ritiene che sia un facile accesso per il lato oscuro. Il settimo chakra richiama questo stesso principio. Essendo l’ultima tappa verso la coesione suprema con il divino e con ogni altra forma di esistenza, che concerne quindi la coscienza e la comprensione di modelli più alti e meno vincolati, ecco che l’attaccamento diventa un’energia contrastante, dal momento che tende, in ogni momento, a riportare le nostre energie e la nostra attenzione verso questioni materiali e non spirituali che invece coinvolgono i chakra inferiori, come ad esempio la paura della morte e di conseguenza la paura di lasciare andare qualcuno, sia per un cambiamento necessario e naturale, sia per il dolore della separazione che questo ci comporta.

Nello stesso tempo è qualcosa di cui noi abbiamo bisogno, e spesso la fuga dall’attaccamento si trasforma in fuga dalle nostre responsabilità. Come tutti i demoni che abbiamo affrontato nel percorso dei sette chakra, anche questo è infine un maestro, un insegnante, qualcuno che ci mette alla prova perché possiamo saggiare la nostra capacità e la nostra evoluzione. Spesso mi è capitato di vedere come questo demone ci porti alla fuga: dagli affetti, dal dolore, dalle situazioni difficili, dal confronto, dai conflitti. Quando vediamo una difficoltà la evitiamo, ci diamo alla macchia; così facendo però cadiamo nel tranello e finiamo per evitare una lezione e perderci così una possibilità di crescita e apprendimento.

L’attaccamento, come dicevo, tende alla contrazione e spesso si manifesta nel bisogno di avere per forza ragione, di non muoversi dalle proprie posizioni, di rimanere ancorati a tradizioni, esperienze, senza riuscire a lasciare che opinioni diverse, seppur veritiere e valide, possano fare breccia. Questo atteggiamento tende a chiudere canali invece di aprirli, bloccando quindi la corretta evoluzione del chakra stesso.

Quando lasciamo che questo demone domini questo chakra, noi tendiamo all’ipercontrollo. Stringiamo a noi chi amiamo per paura di perderli, stringiamo a noi le nostre idee per paura che vengano fatte a pezzi, stringiamo a noi le nostre sicurezze per timore che ci vengano sottratte e messe in dubbio. Se questa sicurezza ci dovesse venir tolta, ci sentiremmo soverchiati dal caos; saremmo costretti a gettarci nel fiume e lasciarci trascinare, abbandonare la nostra zona di comfort per intraprendere un viaggio che ci porterà verso nuovi lidi, permettere quindi che le nostre certezze vengano messe in discussione.

Spesso l’attaccamento si presenta come un demone del dogmatismo e nella religione trasforma le persone in fanatici ed estremisti che preferiscono fare del male alle persone che amano piuttosto che andare contro la dottrina che seguono. Una ragazza che conosco, in seguito all’abbandono della religione famigliare, azione che comportò anche la sua dissociazione completa, fu soggetto di una maledizione formale da parte della madre, che la vincolò a non poter mai riuscire a fare nulla nella vita finché non avesse deciso di ritornare sui suoi passi. Non si può dire che la madre non provasse amore per la figlia, ma il veto della sua religione aveva per lei un ascendente più alto e più forte di quello che avrebbe per altre persone.

L’attaccamento, quindi, può essere anche dipendenza, sia nei confronti di un bisogno fisico, sia nei confronti di una persona, di una sostanza, di un modo di pensare e di agire. L’incapacità di staccarci da questa dipendenza cela la necessità di affrontare una sfida che non ci sentiamo pronti a vivere pienamente. Paradossalmente quando tentiamo di sfuggire ad un attaccamento, soprattutto nelle relazioni, magari evitando di avere un rapporto fisso, viviamo l’illusione di non avere comunque delle catene addosso che ci impediscano di vivere. In realtà le abbiamo lo stesso, solo di diverso tipo. Quando posi una domanda simile a un ragazzo che aveva fatto voto di castità in quanto sacerdote di una via cristiana, lui mi rispose semplicemente che quello che aveva fatto era stato scambiare un disagio con un altro. Non poteva fare sesso, certo, ma poteva innamorarsi e gli capitava anche molto spesso. Non viveva un rapporto di coppia con una persona e questo gli mancava, ma nello stesso tempo aveva modo di avere esperienze differenti che lo rendevano comunque integro.

Anodea Judith ci dice a riguardo: “Nel senso più profondo del termine, la rinuncia all’attaccamento riguarda il modo in cui indirizziamo la nostra energia psichica. Quando rinunciamo all’attaccamento, lasciamo andare la fissazione su qualcosa di esteriore, ci lasciamo alle spalle il bisogno di controllare, il desiderio di un certo risultato. L’attaccamento significa non aver fiducia nella saggezza dell’universo, che invece tenta di insegnarci qualche cosa.

Rimaniamo attaccati per difenderci dalla sofferenza, invece di considerare la sofferenza come un insegnamento. L’attaccamento ci dice che siamo sicuri di sapere quello che è meglio. Non permette l’umiltà che ci apre a qualcosa di più grande.

Rivolgendoci alle nostre necessità profonde daremo sollievo ai nostri attaccamenti per quello che non possiamo avere.

L’attaccamento fissa la nostra energia all’esterno del sé. Invece di concentrarla sull’oggetto dell’attaccamento – l’amante perduto, l’opportunità perduta, la ricompensa elusiva – dovremmo ridirigere l’energia psichica verso il Sé. Possiamo cercare ancora il testimone interiore. Chi è attaccato? Quale convinzione profonda sostiene questo attaccamento? A quale scopo serve questa convinzione? Quali sono i suoi benefici? Qual è il suo prezzo? Quale pesa di più?”

La prima insegnante che ebbi sulla via della stregoneria aveva un’amante che stava morendo di cancro ai polmoni. Ebbi pochissimo modo di avere a che fare con lei, perché dopo pochi mesi di apprendistato la sua amante morì e lei decise di trasferirsi all’estero. In quei pochi mesi ricordo che non riuscii a fare altro che chiedermi come potesse affrontare il dolore della separazione in un modo talmente fatalista, come mi appariva. Lei mi spiegò un concetto che impiegai alcuni anni a comprendere e che, devo dire, non ho ancora assimilato del tutto. Sosteneva che le persone che amiamo siano solamente compagni di viaggio e che il tempo che passiamo con loro è qualcosa di condiviso e non personale. Lasciare che l’egoismo di non volere che giunga la normale fine di qualcosa prenda il sopravvento limita la nostra crescita e ci impedisce di lasciare che nuove strade si aprano di fronte a noi. Dovremmo quindi essere pronti ad abbandonare qualsiasi cosa, qualsiasi persona che amiamo, per dimostrare a noi stessi di essere superiori in quanto distaccati? Io non sono in linea con questo pensiero, ma dobbiamo essere pronti a separarci da chi amiamo in armonia e lasciarli andare quando sarà il momento. Dovremo farlo con i nostri figli, i nostri genitori e con i nostri amici, nel caso dovessero precederci nel passaggio. Il modo in cui desideriamo farlo, se convinti che li incontreremo di nuovo in un’altra esistenza o in un luogo metafisicamente diverso, sta totalmente a noi.

 

SETTIMO CHAKRA BLOCCATO

Affermare che questo chakra possa essere bloccato è formalmente un errore, in quanto il suo sviluppo è determinato dall’evoluzione della persona stessa. I traumi che possiamo ricevere al settimo chakra e che quindi ne possono compromettere il corretto funzionamento, in eccesso o carenza, purtroppo non hanno età. Soprattutto in casi di persone con un terzo chakra debole, quindi non caratterizzate da una forte volontà, è possibile vedere come dei veri e propri “ingressi non autorizzati” nella zona della Corona vengono effettuati da chi ha invece ben chiaro il proprio ruolo, il proprio punto di vista e la propria posizione e che, in modo preordinato e non per forza prepotente, impone loro una visione del mondo, della spiritualità e delle convinzioni.

Quando si è bambini, spesso si salassano gli adulti di domande che potrebbero apparire stupide. A volte, nella ricerca di una spiegazione per quello che non capiamo, possiamo anche fare domande che possono mettere in imbarazzo le persone o andare a toccare argomenti che un genitore potrebbe valutare non essere adatti alla nostra età. Credo che chiunque si sia trovato a vivere situazioni come queste. Negare delle risposte che i bambini possono comprendere, anche solo con repliche come “Non capiresti, sei troppo piccolo” può portare a traumi al settimo chakra. A volte capita anche che i bambini arrivino a porci domande a cui davvero non siamo in grado di rispondere. In casi come questi alcuni adottano il modo di inventare delle bugie per evitare di spiegare qualcosa che ritengono inadatto a un bambino. È in questo modo che sono nati i miti riguardanti cicogne e cavoli per spiegare le nascite.

Quando questi eventi tendono a verificarsi spesso, il risultato che si presenta è una negazione di informazione e conoscenza, pertanto un blocco al settimo chakra, che comporta un limite alla naturale curiosità dei bambini, che si sentono umiliati e insoddisfatti dalle risposte degli adulti e pertanto traditi nel loro percorso di crescita e di acquisizione di nozioni utili alla formazione del loro pensiero. Allo stesso modo avviene quando si impongono al contrario letture non adatte alla loro età, decidendo così con prerogative quali sono e quali devono essere i loro campi di interesse, manipolando la loro sete di conoscenza e impedendo loro di esplorare. Come padre con un figlio in età scolastica mi ritrovo di fronte, con forte disappunto, a un sistema di istruzione che non accompagna per nulla i bambini verso una scoperta della conoscenza, ma che è fossilizzato su un metodo di insegnamento vetusto, noioso e poco stimolante e che induce le giovani menti a ritenere che lo studio sia una perdita di tempo. Tutto questo fa parte di un sistema medievale di apprendimento, non basato sulla domanda e sulla risposta, quindi sulla possibilità di riflettere sul perché, ma solo sull’apprendimento di leggi e dogmi che non possono essere messi in dubbio. Ogni volta che a mio figlio è capitato di portare un’esperienza differente, magari avuta con un confronto con me o sua madre, la tendenza è stata sempre quella di frustrare il suo desiderio di esporre questa esperienza in quanto non in linea con il programma previsto. Questo metodo di apprendimento tende, in sostanza, a limitare il bisogno istintuale dei bambini di apprendere nuove cose favorendo invece una plasmazione che non permette il fiorire delle qualità del singolo, ma che tende ad amalgamare le menti rendendole meno individuali e, per certi versi, meno acute.

Un altro motivo di forte blocco del settimo chakra è dovuto alla violenza spirituale. Quando si è bambini, esistono circostanze molto comuni in cui la religione, l’etnia o la cultura non hanno alcuna attinenza. La hanno solo per noi adulti che viviamo il concetto del diverso con paura. E proprio a causa del comportamento degli adulti esistono situazioni in cui anche i bambini sono costretti a vivere situazioni di separatismo. La differenza sta nel fatto che, se un adulto ha il potere di scegliere, in un modo o nell’altro, un bambino questo potere in linea di massima non lo ha, e probabilmente farebbe tutt’altro che seguire una via spirituale imposta. Anodea Judith esprime questa visione: “Spesso i bambini sono costretti a una purezza non realistica per un senso di vergogna dei propri genitori. Pratiche di austerità, tirate rabbiose nel nome di Dio, autoritarismo eccessivo, pratiche punitive in nome della religione, l’insistere sulla perfezione e l’insegnare ai bambini che sono pieni di peccati, sono tutte cose che chiudono il chakra della corona, generano vergogna e timore e assicurano che questa persona avrà il suo daffare in futuro ad aprirsi a qualunque tipo di spiritualità. Alcuni bambini sono costretti ad adottare convinzioni spirituali che non provengono dalla loro evoluzione”.

Un amico mi raccontava di come fosse difficile per lui fare regali di Natale ai nipoti, dal momento che i genitori erano Testimoni di Geova e, per dottrina, non onoravano quella festività, e di come riteneva che per anni fossero cresciuti in modo totalmente distaccato dal resto della società, in particolare degli altri bambini. E non in particolare per il Natale in se stesso, ma perché era in effetti vietato nominare la festa in loro presenza o far loro intendere che fosse normale, per i coetanei, ricevere doni in quel periodo. Per non ferirli, in sostanza, era stata inventata una complessa menzogna per spiegare la motivazione della loro sospensione da scuola durante le vacanze e per tenerli all’oscuro della festività. Una menzogna che non avrebbe retto per molto e che, una volta che fosse venuta a galla, li avrebbe probabilmente fatti sentire ancora più separati.

Il problema della religione imposta non è legata all’età, ma al modo. Costruire un’esperienza spirituale basata sulla paura, sulla punizione e sulla privazione non è sano tanto quanto lo è lasciare che i bambini si avvicinino ad una religione con amorevolezza e contatto. Quando si è in tenera età abbiamo bisogno di amore e considerazione rispettosa verso l’individualità degli altri, per permetterci di capire, innanzitutto, che esistono vie diverse di concepire la divinità. In questo modo, da adulti, i bambini avranno modo di aprirsi a una via personale che potrebbe anche ricalcare quella dei genitori. In una via spirituale che non prevede questa possibilità, scadere nell’abuso è un passo pressoché automatico, e questo abuso si traduce nell’amplificarsi del potere dei demoni dei chakra inferiori, come paura, senso di colpa e vergogna; poteri contro i quali da bambini non si ha alcuna difesa, soprattutto se viene a mancare una coscienza di informazione su come affrontarli, proprio perché utilizzati, in larga misura, per mantenere il controllo. Da adulti, soggiogati a questa paura, il pericolo in cui si incorre è una chiusura totale su ogni tipo di argomento che esce dagli schemi imposti, a volte creando anche forti contrasti interiori nei confronti degli insegnamenti dei genitori.

Giunge infatti un momento nella vita di chiunque, in genere tra l’adolescenza e la vita adulta, in cui cominciamo a scontrarci con altri punti di vista e si mette in dubbio ciò che ci è stato insegnato dai nostri genitori. La tendenza a rifiutare le regole è in genere direttamente proporzionale alla rigidità delle stesse, e in egual modo più i dogmi imposti sono rigidi e privi di una spiegazione ragionevole, ma semplicemente applicati per emanazione esterna, più diverrà difficile condividerli, e pertanto verranno rifiutati.

Quando la Biblioteca di Alessandria fu eretta nel III secolo a.C., arrivò a contenere quasi 500.000 rotoli di pergamena. Era di sicuro il centro nevralgico della conoscenza del tempo. Due furono in particolare gli eventi di distruzione che la interessarono: uno fu ad opera dei cristiani, secondo l’editto di Teodosio del 391, che non solo denigrarono lo studio delle scienze come astronomia e matematica, ma cercarono di distruggere la saggezza pagana greca con quanta più forza poterono. La seconda fu ad opera degli arabi. Si narra che il generale ʿAmr b. al-ʿĀṣ, dopo aver conquistato l’Egitto bizantino nel 642 d.C., si trovò di fronte alla Biblioteca e chiese istruzioni al califfo ʿOmar, per il quale combatteva, su cosa avrebbe dovuto fare della conoscenza in essa contenuta. La risposta non tardò ad arrivare. Il califfo affermò che le opzioni erano due: ciò che era contenuto in quei libri poteva essere presente nel Corano oppure no. Se ciò che era contenuto in quei libri era già presente nel Corano allora era inutile e poteva essere distrutto. Se invece non era presente allora era di sicuro materiale dannoso e pertanto andava distrutto. La biblioteca fu arsa. La conoscenza in essa contenuta andò perduta quasi completamente e a causa di questo l’umanità incorse nel periodo oscuro noto come Medio Evo.

Un blocco del settimo chakra, quindi, si manifesta quando ci viene imposta una visione che non si adegua alla nostra età e ci viene impedito di cercare risposte diverse alle nostre domande al di fuori di quelle che sono ritenute, dall’autorità in carica, come valide. Insomma, quando ci troviamo di fronte alla Biblioteca di Alessandria e noi scegliamo di non andare oltre ciò che abbiamo imparato, perché ci fermiamo ancora prima di ritenere che se solo scoprissimo una verità differente da quella che conosciamo potremmo sconvolgere le nostre certezze, allora chiudiamo e blocchiamo il nostro settimo chakra, impedendo alla corrente liberatoria di esprimere il suo potenziale e terminare il suo viaggio, spalancandosi e lasciando che le energie trasformazionali che si esprimono e si manifestano nel corpo giungano alla piena coscienza e realizzazione.

Quando Sahasrara è in carenza si manifesta una forte chiusura mentale. Siamo dogmatici e imperialisti, pretendiamo di avere sempre ragione al punto da renderci antipatici e insopportabili. La nostra conoscenza e acutezza è dichiarata, ma sfocia in una petulanza e una ridondante e prolissa polemicità che diventa una totale incapacità di mantenere una conversazione senza prevaricare, senza cercare di imporre quindi il proprio punto di vista perché mettiamo il filtro della nostra conoscenza anche davanti ai pensieri delle persone che ci sono di fronte e che magari non hanno desiderio di sentirsi corrette nelle loro opinioni. Non sempre, infatti, le persone hanno desiderio di imparare lezioni quando discutono con qualcuno. A volte hanno solo desiderio di esprimere un parere e confrontarsi nelle rispettive esperienze, senza doversi sentire corretti per forza, come del resto non piace a noi. Nelle relazioni sociali la nostra intelligenza fa la differenza soprattutto sulla base di come noi trattiamo le persone che reputiamo in qualche modo meno acute di noi. Quando abbiamo Sahasrara in carenza il blocco ci porta a preferire dimostrare a noi stessi e agli altri di aver ragione che interagire in modo sano con qualcuno. Tendiamo a crederci superiori agli altri, incapaci di vedere i limiti del nostro dogmatismo, intrappolati come siamo in un mondo fatto di schemi che si ripetono senza sosta, in una continua ricerca verso una coscienza che non riescono a raggiungere. L’unica autorità, al di fuori della nostra conoscenza, che possiamo accettare è quella di persone che reputiamo in qualche modo portatori della nostra stessa saggezza. Ma accetteremo la loro autorità in merito solo agli argomenti per i quali ci troviamo in linea. Appena il nostro confronto si posizionerà su fronti contrastanti, allora giocheremo tutte le carte che abbiamo in mano per far pendere l’ago della bilancia dalla nostra parte, a costo di divenire prepotenti e arroganti.

Anodea Judith, nel suo Il Libro dei Chakra, descrive in questo modo questo fenomeno: “Avere ragione rafforza l’illusione che noi si sappia tutto. Rafforza anche l’io, poiché, avendo ragione, facciamo sentire gli altri in torto e noi ne usciamo freschi come una rosa. Questo non fa che creare una separazione e non riflette l’unità e l’espansione del chakra della corona. Se vi accorgete che vi state comportando in questo modo, fermatevi e chiedete a voi stessi: “Che cosa mi conferisce l’autorità di sapere sempre che cosa è giusto? Giusto secondo chi?” Quando ospitiamo sistemi operativi multipli, accettiamo il fatto che vi sono molti modi di aver ragione.”

Quando si parla di spiritualità e di dogma, possiamo anche sconfinare in regni che con la religione non hanno per forza attinenza diretta nei termini di uomo-dio. Anche l’ateismo è infatti una condizione spirituale: si basa sull’accezione che non esiste alcun dio su cui contare e che l’unica certezza su cui possiamo basarci è determinata da ciò che ci è possibile misurare e accettare con i nostri cinque sensi.

Una persona con il settimo chakra in carenza presenterà una mente chiusa come una cassaforte a nuove opinioni, a prescindere, quindi, da quelle presenti in precedenza, e si scaglierà con forza per cercare di smentire se non ridicolizzare chiunque non sia d’accordo con lui, ritenendosi in possesso del potere di giudicare senza dubbio alcuno ciò che è definibile come vero o falso. Se segue una via spirituale riterrà che sia assolutamente la migliore in assoluto e l’unica degna di essere seguita e che tutte le altre sono false. Se animato, poi, da istinti violenti e fortemente prevaricatori potrebbe pensare anche che chiunque le professi debba essere messo a tacere. Se invece non crede in alcuna divinità, semplicemente riterrà che qualsiasi religione è una menzogna e che l’unica via degna di essere seguita sia quella della ragione priva di alcuno stimolo spirituale, basata interamente su ciò che ci è possibile comprendere, vedere, toccare e percepire con i sensi di cui siamo in possesso e con i mezzi che la scienza mette a disposizione. John Bradshaw nel suo Creating Love esprime questa opinione a riguardo: “Una religione il cui culto è di tipo autoritario crea una sorta di chiusura cognitiva. Il linguaggio è talmente preciso, chiaro e rigido, da tagliar fuori aree che la mente sarebbe per natura stimolata ad investigare”.

L’estremo scetticismo, quindi, come abbiamo visto, è un sintomo di un settimo chakra carente. Se siamo incapaci di aprirci alla spiritualità non permetteremo all’ignoto di fare leva su di noi. Cercheremo sempre di definire ciò che non conosciamo sulla base di ciò che conosciamo. Se pertanto ci troveremo di fronte a un mistero che non siamo in grado di sondare lo riterremo irrilevante e semplicemente ce ne disinteresseremo, cercando altrove. Questa visione, radicata in quasi tutti gli ambienti scientifici da un periodo che è praticamente contabile in termini di secoli, non è tuttavia scevro da una reale consapevolezza, in quanto ci ha permesso, in larga misura, di concentrarci sul qui e ora e di dedicarci a problematiche materiali senza che la mente sfuggisse in voli pindarici tipici della filosofia, tipici invece di un eccesso nel settimo chakra.

Quando questa chiusura si rivela in una incapacità di imparare, perché connessa con il rifiuto di ascoltare ragioni differenti da quelle che conosciamo e nelle quali ci muoviamo con tranquillità, la nostra energia ristagna, non trovando sfogo lungo la corrente liberatoria e, pertanto, non trova la sua vera rivelazione. Sahasrara rimane chiuso, serrato, e noi non riusciamo ad acquisire nuove informazioni perché poniamo troppa resistenza al loro ingresso, comportandoci da scettici o sentendoci, addirittura, minacciati dalla possibilità che queste convinzioni possano in realtà attecchire dentro noi e indurci, quasi con l’inganno, a cambiare idea. Talvolta è la paura a parlare per noi. Paura di esplorare un nuovo punto di vista, paura di comprendere che altri potrebbero avere opinioni più salde delle nostre, paura di intuire che possiamo addirittura essere in errore.

Quando Sahasrara, quindi, si manifesta in eccesso abbiamo una persona che distacca il corpo dalla mente, evita i sentimenti rifugiandosi nell’intellettualismo, discostandosi dall’emotività e dal contatto con il proprio corpo. L’energia si espande verso la Corona quando non riusciamo a farla defluire verso gli altri chakra, pertanto proviamo grandi amori assolutamente platonici e intellettuali, che però tendono a non consumarsi mai, portando a un profondo senso di distacco e solitudine. Quando Sahasrara è in eccesso siamo talmente pieni di noi stessi da rimanere affascinati di fronte ai nostri stessi ragionamenti tanto quanto un culturista che si specchia per verificare la prestanza dei propri bicipiti. Esattamente come dei Narciso ipotetici rimaniamo a specchiarci nello stagno contemplandoci ma finendo per non accorgerci che nessuno, intorno a noi, sta ascoltando ciò che stiamo dicendo, pertanto quelle che in un primo momento nascono come discussioni divengono dei semplici monologhi a cui nessuno presta attenzione, e di conseguenza noi perdiamo il contatto con il mondo che ci sta attorno e tendiamo a non vedere delle verità che si palesano di fronte ai nostri occhi.

Troppo occupati con noi stessi, quindi, lasciamo indietro chi ci ama, e non è scontato che siano disposti ad aspettare il nostro ritorno.

Jung sosteneva che l’intelletto è nocivo all’anima quando osa impadronirsi dell’eredità dello spirito. Il mondo dell’intelletto è un mondo flebile, seppur gratificante a livello egoico, ma nonostante ciò non ci nutre abbastanza perché ci sia possibile sopravvivere di sole intuizioni, per quanto geniali. E c’è inoltre da tenere conto di un’altra cosa. La saggezza e l’intelligenza non sono due cose che, per quanto connesse, possono essere ritenute indispensabili le une alle altre. Ho conosciuto contadini per nulla istruiti che sarebbero stati in grado di guidare popoli alla grandezza perché la loro saggezza derivava dall’esperienza della loro vita, così come ho conosciuto persone con un intelletto estremamente brillante che, nonostante ciò, non sarebbero sopravvissute cinque minuti a passeggiare da sole per una metropoli. Anodea Judith esprime così questo concetto: “Nella nostra cultura occidentale l’eccessiva intellettualizzazione è una malattia cronica. S’è fatta una virtù del mettere in mostra quello che sappiamo, calcolata in base al numero di riferimenti oscuri, lauree e istituzioni culturali citati. La conoscenza è potere, ma può diventare elusiva e depistante se non è radicata nella saggezza e nella comprensione.”

In eccesso, Sahasrara si manifesta anche come dipendenza spirituale, attuata in modo da sfuggire alle regole e ai compiti della vita. In particolare voti di obbedienza che invece di renderci integri ci rendono infelici in una ricerca continua di purezza spirituale superiore. In casi come questi, se non si va alla ricerca di un equilibrio tra l’energia manifestante e quella liberatoria, tendiamo a concentrarci interamente sulla Corona, con il risultato di non riuscire a mantenere un reale contatto con la realtà che, quando poi ci reclama, lo fa con la stessa violenza che proveremmo se piombassimo al suolo da un’altezza di cinquanta piani.

Nella ricerca di se stessi e della spiritualità, soprattutto negli anni sessanta e settanta, l’uso di stupefacenti e di sostanze psicotrope è stata la risposta a un’eccessiva apertura e chiusura del settimo chakra. C’era chi cercava questa via per sfuggire alle prigioni mentali imposte e chi invece vi si abbandonava proprio per permettere che le porte si spalancassero più ancora di quanto già non lo fossero, con il risultato di non riuscire più a tornare indietro. In eccesso, infatti, Sahasrara si manifesta anche attraverso disturbi psicotici, dovuti in genere a un forte distacco dalla realtà e quindi dal radicamento che ci arriva attraverso la corretta evoluzione dei chakra inferiori.

Da un punto di vista fisico, il settimo chakra fortemente disarmonico può comportare alcune problematiche tra cui possiamo valutare svariate forme di mal di testa e tumori cerebrali, amnesie, confusione mentale e morbo di Alzheimer. Ogni tipo di psicosi o ritardo mentale e cognitivo è certamente correlato o sintomatico di un centro della Corona che lavora poco o male. In eccesso, Sahasrara può manifestarsi soprattutto con vari tipi di schizofrenia, bipolarità, ma indicativamente sempre e comunque malattie psicotiche e non nevrosi, in quanto queste sono sintomo di disfunzioni ai chakra inferiori. L’autismo è un altro sintomo di psicosi legate a un settimo chakra disarmonico, che comporta la creazione di un mondo separato dal nostro, ma anche la sindrome di Asperger, di Rett e la sindrome di Down.

Quando Sahasrara è invece armonico, viviamo in pace con noi stessi e con chi ci sta intorno. Abbiamo un intelletto acuto e riusciamo ad avere degli ottimi scambi con le persone, riuscendo a crescere, accogliendo le opinioni degli altri e offrendo le nostre senza imporre il nostro punto di vista. Viviamo in modo armonico la spiritualità, senza dipendenza o fanatismo, trascendendo una via religiosa e approcciando in modo anche ecumenico allo studio e alla conoscenza, prendendola come fonte di saggezza e crescita personale e non come un modo egocentrico per accumulare potere sugli altri.

 

SAHASRARA A LIVELLO ESOTERICO

 

Il settimo chakra, anche chiamato "Chakra dei Mille Petali" o "Chakra della Corona", è posizionato nella parte superiore del cranio, nella zona chiamata comunemente "fontanella". Nei neonati è fortemente spalancato, mentre gli altri chakra sono ancora piccoli e poco formati. Tende a chiudersi proprio con la chiusura delle fontanelle, intorno ai dodici, diciotto mesi di età. In quanto chakra legato al divino, alla spiritualità, alla coscienza come comprensione e apprendimento, è il centro legato all’illuminazione e rappresenta un vero e proprio ponte tra la nostra coscienza individuale e quella superiore.

Grazie e attraverso questo chakra, noi possiamo accedere alla scintilla divina che abita in ognuno di noi, trascendendo il corpo fisico; si tratta, infatti, del maggior calibro di influenza attraverso cui accediamo al nostro karma e alle nostre diverse incarnazioni, dal momento che è la porta attraverso cui la nostra coscienza lascia il corpo per tornare all’universo e ai piani superiori.

Nel corso del viaggio di una vita, noi ascendiamo da Muladhara fino a Sahasrara, che rappresenta lo stadio ultimo dello sviluppo della nostra consapevolezza, integrando dentro di sé tutte le qualità degli altri chakra e possedendo, in esso, il potere di trasformare qualsiasi cosa in un simbolo e, grazie a essi, passare a diverse meta-comunicazioni che ci consentono quindi un contatto profondo con il nostro Io Superiore.

Sahasrara è rappresentato con un simbolo di un fiore di loto di dodici petali, inscritto in una forma geometrica triangolare che porta il nome di KamKala e che rappresenta la sede della Shakti, la “forza cosmica”, che a sua volta è circondato da un fiore di loto di 978 petali, sui quali sono iscritte tutte le lettere dell’alfabeto sanscrito per venti volte.

Il nome Sahasrara significa “Mille volte ripiegato” e come ci racconta Naomi Ozaniec: “rappresenta la totalità della creazione. I petali recano tutte le possibili articolazioni dell'alfabeto sanscrito; su ognuno dei venti strati sono scritte cinquanta lettere. L'immagine nel suo insieme comunica l'idea della totalità e della completezza”.

Ida e Pingala, le due correnti ascendente e discendente che si intersecano lungo Sushumna, si chiudono su Ajna e trovano qui, infine, la loro somma manifestazione. Non esiste più una divisione, che sia duale e molteplice, esiste solo l’esplosione manifestata nei mille petali di Sahasrara. In questa esplosione si verifica e si attesta l’intera universalità della vita sotto forma di cicli di rinascite come unico metodo per apprendere lezioni più alte e non forzatamente legate alla dissoluzione della carne. Siamo tutti bambini di fronte alle cose che non conosciamo, indipendentemente dalle concezioni parziali di bene e male. Rapportare l'esperienza e l'evoluzione di una persona a ciò che ha avuto modo di vedere ed esperire in una sola esistenza sarebbe come valutare la nostra evoluzione sulla base di un singolo giorno della nostra vita. Quante volte impariamo davvero qualcosa che vale la pena imparare per crescere? Ogni giorno? Sarebbe bello che fosse così. Ci sono giornate in cui impariamo moltissimo e altre in cui non impariamo nulla. Ma ogni singolo giorno, sommato a tutti gli altri, fa della nostra vita un percorso di evoluzione potenziale. Importante non è quindi la meta, bensì il viaggio. Quando stiamo male e soffriamo pensiamo sempre che il tempo non passi e non passerà mai, perché l'esperienza del dolore ci fa vivere in uno stato sospeso; ma un giorno ci svegliamo e scopriamo che il dolore è un ricordo sordo e lontano e che siamo persone diverse proprio grazie a quel dolore e al fatto che ci siamo passati attraverso, l'abbiamo vissuto, esperito e siamo andati oltre. Non è qualcosa che capita da un giorno all'altro, ma solo attraverso tanti giorni uno dietro l'altro. Non possiamo avere la consapevolezza di tutta la nostra vita come se fosse la sinossi di un libro solo perché vorremmo che fosse così. Ma la possiamo avere quando la nostra vita è quasi finita, e allora capiremo cosa abbiamo avuto modo di imparare, così da riuscire a identificare quali sono le lezioni che dobbiamo ancora apprendere e che ci attenderanno nella prossima vita.

Bene e male sono solo concetti, non assoluti. Le persone agiscono sulla base dei loro bisogni, delle circostanze e delle loro esperienze. A volte si comportano in un certo modo, a volte in un altro. Sta sempre a noi decidere come agire, ma a volte non abbiamo chiavi di interpretazione adatte a comprendere e concepire un’attitudine diversa da quella di ferire gli altri per prendere ciò che vogliamo. Se siamo cresciuti in un mondo di violenza, è solo quella che conosciamo e dobbiamo passare attraverso questa esperienza di violenza per riuscire a capire cosa significa.

In Sahasrara si cela il significato stesso della nostra esistenza ed è a portata di mano, pronto a rivelarci i suoi segreti in quanto è la porta del vuoto. Secondo molti esoteristi che hanno studiato e che studiano tuttora casi di pre-morte, e che hanno raccolto ed esaminato, quindi, molteplici esperienze che si accomunano per similitudine, la luce che splende alla fine del lungo tunnel scuro e stretto e verso cui ci spingiamo non è altro che Sahasrara, in quanto via di accesso all’esterno del nostro corpo; in quanto cancello è la via di accesso della nostra anima per il possesso del nostro corpo al momento dell’incarnazione intorno al terzo, quarto mese di gravidanza.

Allo stesso modo, per chi ha esperienze di pratiche di possessione guidate, è quindi anche la via di accesso per eventuali entità esterne che prendono controllo di noi e che, a diversi gradi, ci suggeriscono risposte, parlano con la nostra bocca o addirittura agiscono attraverso di noi, indossando il nostro corpo come una veste.

Sahasrara riveste un ruolo determinante in moltissime culture, anche esterne a quelle orientali, dove il sistema dei chakra fu studiato in modo più approfondito. Nella dottrina cristiana, infatti, è noto come la benedizione venga sempre impartita posando una mano sulla sommità del capo di una persona, mettendo quindi in diretta comunicazione il chakra coronale con quello della mano benedicente, direttamente connesso ad Anahata. Allo stesso modo, la consacrazione esorcistica diffusa con il rito iniziatico del battesimo avviene attraverso l’immersione in acqua benedetta del settimo chakra del bambino.

Anche nella Wicca noi troviamo nell’iniziazione un passaggio di potere che avviene in modo analogo, quindi attraverso il chakra delle mani e il settimo chakra dell’iniziando. Questa “trasmissione di potere” si manifesta con l’allacciamento all’eggregore della congrega, qualcosa che, in sostanza, viene svolta anche nel rito iniziatico del battesimo. Nell’iconografia cristiana, inoltre, è riconosciuto che l’aureola che splende come un cerchio dorato dietro il capo dei santi e dei maestri non sia altro che una forma di rappresentazione di un Sahasrara decisamente sviluppato e aperto, quindi splendente di luce. A causa della sua normale frequenza nelle opere artistiche religiose, il reale significato che cela il suo simbolismo è stato messo da parte e dimenticato.

Il chakra coronale è il simbolo del tutto, ed è la nostra possibilità di entrarvi o tornare a farne parte: rappresenta quindi il mondo del vuoto che c’è prima dell’incarnazione e che ci sarà dopo. In quanto esseri umani incarnati, ci è complesso separare la nostra individualità dalla nostra identità, e quando riflettiamo sull’illuminazione suprema noi tendiamo spesso a valutare in modo oggettivo che, qualora dovessimo raggiungere il termine ultimo delle nostre incarnazioni, permettendoci quindi di non rimanere più vincolati alla materia, avremo modo di conservare, dentro di noi, una consapevolezza separata, costituita, in un certo modo, dell’insieme di tutte le esperienze che abbiamo avuto modo di accumulare e fare nel corso delle diverse vite. Per quello che ci è dato sapere non è affatto così, e il termine di “stessa sostanza del Padre” che si recita nel Credo cristiano determina in realtà un suggerimento legato ad un concetto di divinità più immanente che trascendente, ossia che noi siamo parte della divinità perché siamo costituiti della sua stessa sostanza. Comprendere cosa capita non implica per forza capire il come e soprattutto il perché, dopotutto non è la caduta a uccidere, bensì l’atterraggio.

Sahasrara, quindi, rappresenta sia il nostro accesso al potere divino sia la nostra connessione con esso, sia il mezzo di interpretazione; insomma svolge il ruolo di porta, serratura e chiave tutto insieme. Quando ci immergiamo nella sua comprensione, dobbiamo prepararci ad abbandonare i concetti di “tu” e “io”, ma non per spostarci verso un “noi”, dato che concerne una possibilità di un “voi” e che possiede comunque una separazione di individualità, ma verso un principio di identità comune, fuso, non più separato: una coscienza di un tutt’uno indissolubile, privo di tempo e spazio e non interconnessa, ma ricostituita. Naomi Ozaniec esprime questo concetto con queste parole: “il chakra della corona viene definito anche la Dimora di Shiva. Esso è la meta della Kundalini risvegliata, il luogo in cui Shiva e Shakti si uniscono e celebrano il loro matrimonio. Shakti, Madre della Forma, sale per incontrare Shiva, la Consapevolezza. Due poteri opposti eppure polari, s'incontrano e si fondono. Questo tema ricorre spesso anche nella pratica dell'alchimia dove gli elementi opposti vengono denominati il Re e la Regina o il Sole e la Luna. Le energie opposte si riuniscono dopo aver separatamente percorso la via della purificazione e della trasformazione. L'alchimia, come la metafisica indù, interpreta il microcosmo come un riflesso del macrocosmo, "come è sopra, così è sotto". Le energie rappresentate da Shiva e da Shakti sono contemporaneamente cosmiche e individuali. Quando i due principi sono separati, la consapevolezza umana viene sopraffatta e frenata dalla dualità; quando invece Shakti e Shiva si uniscono, la consapevolezza umana subisce una trasformazione e l'unità prende il sopravvento”.

Sahasrara è privo di un duplice polo energetico, essendo orientato in modo verticale. Il suo sviluppo coincide con l’inizio della vita adulta e prosegue continuamente, a seconda del nostro percorso evolutivo. Essendo legato alla comprensione e all’illuminazione, rappresenta un ponte tra la coscienza individuale e quella cosmica. Attraverso Sahasrara, noi proiettiamo la nostra coscienza all’esterno, permettendo che lasci il corpo per collegarsi all’universo e permettiamo, di conseguenza, che questa connessione rimanga a doppio senso. È di colore violetto o, secondo alcune visioni, bianco e quindi multicolore. In molte tradizioni spirituali esoteriche il bianco rappresenta la purezza in quanto estremo candore e luminosità, e il viola invece sarebbe il colore proprio della spiritualità, in quanto anche ultimo e sommo colore dello spettro dell’arcobaleno. In questo caso il chakra coronale rappresenterebbe entrambi questi punti di vista e moltissimi altri.

Ma quali sono il messaggio e l’insegnamento che ci giungono da questo chakra? Sopra ogni altra cosa ci fa capire che non sempre le nostre scelte possono essere razionali, anche quando siamo fermamente convinti che sia così. E questo perché l’esperienza non è interamente coscienza e non è interamente sentimento, ma è un insieme di svariati fattori che sono influenzati dalle emozioni così come dai ragionamenti. Quante volte ci troviamo di fronte a un evento che, se riesaminato con il senno di poi, ci porta a farci sentire inadeguati per la risposta immediata che abbiamo dato o non dato? E vorremmo con tutti noi stessi possedere la facoltà di rimediare e di vivere le cose in modo diverso. Nei sogni ci può capitare di rivivere situazioni ed eventi della nostra vita in forma simbolica, per dare a essi un significato, per metabolizzarle, digerirle mentalmente e riuscire così ad andare oltre. A volte questa cosa ci è possibile con una certa facilità, altre volte ci serve andare in terapia perché solo con l’intervento di una persona esterna, distaccata, possiamo districarci nel dialogo che abbiamo ogni giorno con il nostro inconscio.

Danny De Vito, nella rappresentazione cinematografica dell’opera teatrale di Roger Rueff Hospitality Suite, che prende il nome di Big Kahuna, in un confronto con Bob, un giovane venditore in erba fortemente cristiano, definisce il carattere di un uomo proprio in base al modo in cui accettiamo e riusciamo a fare nostra l’esperienza della vita attraverso soprattutto alle azioni di cui ci rincresciamo. “È quando alla fine le scopri, quando vedi l'assurdità di qualcosa che hai fatto, e desidereresti tornare indietro, cancellarlo, ma sai di non potere. Perché è troppo tardi. Quindi quella cosa non puoi che prenderla e portarla con te. Perché ti ricordi che la vita va avanti. Il mondo girerà anche senza di te. Alla fine tu non conti. È allora che acquisterai il carattere. Perché l'onestà emergerà da dentro di te. E come un tatuaggio ti resterà impressa nella faccia. Fino a quel giorno, in ogni caso, non ti puoi aspettare di arrivare oltre un certo punto.”

La vita incarnata, in sostanza, non è altro che esperienza della stessa. Gli eventi che viviamo sono solo dei passaggi, delle opportunità. Possiamo vivere queste esperienze in qualsiasi modo preferiamo, ma non esiste un modo giusto o uno sbagliato, purché le esperiamo e grazie a esse evolviamo. Esistono delle condizioni nelle quali alcune nostre azioni non ci rendono giustizia, forse, quanto meno dal nostro limitato punto di vista umano, ma in un modo o nell’altro non abbiamo alternativa, vivendo, che passare attraverso queste esperienze e farle nostre, cercando di cogliere un insegnamento.

Gianluigi Merlino, pensatore sistemico, coach e formatore, autore di un’opera nota come Il Grande Spreco, asserisce: “Hai imparato che il nostro sistema sensoriale è incredibilmente sviluppato e sensibile, più di quanto sospettassimo; e sai anche di quale poderosa e pervasiva capacità di rielaborazione autonoma sia capace la mente inconscia. Inoltre, hai scoperto che per un essere umano, a causa della sua stessa struttura neurologica, è impossibile prendere decisioni e operare scelte puramente razionali, quelle cioè costituite da processi generati e sviluppati esclusivamente nella corteccia prefrontale; considerando questi dati, riesci ora a vedere il problema? avverti finalmente il rischio?

1. Facciamo esperienza del mondo attraverso un apparato sensoriale estremamente sensibile.

2. Raccogliamo una mole di dati enorme, la maggioranza dei quali non è percepita consapevolmente.

3. I processi decisionali sono fortemente influenzati dalla mente inconscia e dalla sua incredibile capacità di calcolo; oltre a ciò le determinazioni finali del nostro cervello non sono mai puramente razionali ma sono "innervate" di vincoli emotivi prodotti dall'area limbica.

4. Gli effetti causati dalle nostre decisioni così prese si concretizzano al di fuori di noi, nel sistema ambientale, sociale e relazionale.

5. In ultimo, l'interpretazione degli effetti sociali e ambientali di ritorno ha sede proprio in quella parte del cervello più giovane e inadeguata a cogliere la complessità dinamica; ecco allora arrivare di nuovo al galoppo la parte limbica... e la giostra riparte.

Esito: otteniamo risultati molto diversi da quelli che ci siamo aspettati, auspicati o prefissati e non riusciamo ad avere un quadro completo e motivato di ciò che accade.

L'affermazione secondo cui è la ragione a controllare la nostra vita e l'interazione con l'ambiente è un inganno epocale, una trappola della storia, un abbaglio cognitivo, un agguato evolutivo, una vera e propria mistificazione della nostra specie.

È indubbio; la ragione non incarna l'ingegno umano e non ne è l'espressione più alta: la ragione ne è soltanto una delle componenti.

Siamo dunque senza speranza? siamo condannati a vivere in una bolla sensoriale costantemente distorta? non riusciremo mai a "vedere" ciò che si genera concretamente intorno a noi?

No, non è così e di certo non del tutto: è una questione di scelta”.

Da un punto di vista meramente sistemico, la scelta è definibile solo nei termini della vita. Da un punto di vista teosofico, questa influenza molteplici vite, una dopo l’altra, se non forse tutte assieme in modo contemporaneo, e l’accesso a questa somma conoscenza, come l’archivio di una biblioteca, passa proprio attraverso Sahasrara. Questo potrebbe in sostanza limitare il potere della nostra scelta, o magari ampliarlo a dismisura; dipende solo dal punto di vista che vogliamo considerare.

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