Michail Afanas'evic Bulgakov nasce a Kiev nel 1891, dopo aver preso la laurea in medicina, si stabilì a Mosca in seguito alla rivoluzione, dove iniziò a lavorare per alcune testate giornalistiche come "Rossija", sulla quale iniziò. Nel 1925 la pubblicazione del suo romanzo "La Guardia Bianca". Nel 1926 riuscì a portare a teatro l'opera con il nome di "I Giorni dei Turbinv: lo spettacolo venne fatto a pezzi dalla critica ufficiale, dato che i protagonisti, alcuni ufficiali, assistono allo sgretolarsi della sua famiglia in seguito alla guerra civile; il potere sembro voler vedere in questo spettacolo un'esaltazione del regime sovietico. Sempre nel 1925 scrisse tre opere importanti "Le Uova Fatali", "Diavoleide" e "Cuore di Cane", vicenda che narra la fantastica storia di un cane al quale viene trapiantato un cuore di un uomo, grazie al quale riuscirà a provare sentimenti umani.
Dopo molti tentativi riuscì a trovare un posto di regista al Teatro dell'Arte, dove nel 1936 andò in scena la sua commedia Molière, acuta satira dei rapporti arte/potere, opera che trovò spazio in un romanzo solo vent'anni dopo.
Morì a Mosca nel 1940 lasciando incompiuto la sua opera più grande: "Il Maestro e Margherita". Il romanzo, con toni a oscillanti tra il comico e il tragico, si sviluppa su tre filoni differenti ma tutti intrecciati l'uno all'altro. La Mosca burocratica, capitale URSS corrotta e colma di intrighi degli anni '20/'30, l'apparizione di Woland, figura inquietante (seguita da due personaggi curiosi: Azazello e Korov'ev, e Behemot, un gatto nero con movenze umane) e il romanzo di Pilato (un romanzo nel romanzo), dell'autore noto come il Maestro.

Ma ecco il problema che mi preoccupa: se dio non esiste, chi dirige la vita umana e tutto l'ordine sulla terra?
- è l'uomo che dirige, - si affrettò a rispondere irritato Bezdomnyj a questa domanda che, bisogna riconoscerlo, non era molto chiara.
- Mi perdoni, - replicò con dolcezza lo sconosciuto, per dirigere bisogna avere un piano esatto per un periodo abbastanza lungo. Mi permetta perciò di chiederle come può l'uomo dirigere, se non solo gli manca la possibilità di fare un piano perfino per un periodo ridicolmente breve, come, diciamo, un millennio, ma non è neppure in grado di rispondere del proprio domani!
- Del resto, - qui lo sconosciuto si voltò verso Berlioz, - immagini che lei si metta a dirigere, a disporre di sé e degli altri, che cominci, come dire, a prenderci gusto, ma a un tratto lei scopre di avere, he... he... un sarcoma al polmone - Qui lo sconosciuto sorrise dolcemente, come se il pensiero di un sarcoma al polmone gli facesse piacere, sí, un sarcoma... - ripeté questa sonora parola socchiudendo gli occhi come un gatto, - e la sua attività direttiva è bell'e finita!
- Nessun destino, eccetto il proprio, la interessa piú. I parenti cominciano a mentirle. Lei, sentendo che c'è qualcosa che non va, si precipita dai migliori medici, poi dai ciarlatani, e magari dalle chiromanti. Sia la prima cosa che la seconda e la terza sono, lei capisce, assolutamente insensate. E tutto finisce in modo tragico: colui che, ancora poco fa, credeva di dirigere qualcosa, è steso immobile in una cassa di legno, e le persone circostanti, comprendendo che dal defunto non si cava piú alcun costrutto, lo cremano in un forno.
- Ma succede anche di peggio: uno magari ha appena deciso di andare a Kislovodsk, - qui il forestiero guardò Berlioz strizzando gli occhi, - una cosuccia da nulla, si direbbe, ma non riesce a fare neppure quella, perché scivola e va a finire sotto un tram! Non mi vorrà mica dire che è stato lui a dirigere se stesso in quel modo! Non sarebbe piú giusto pensare che è stato qualcun altro a dirigerlo cosí? Qui lo sconosciuto emise una strana risatina.


"Il Maestro e Margherita" è un capolavoro del suo genere, non solo perché l'autore è in possesso di una capacità evocativa eccezionale, ma anche perché la figura di Woland, che altro non è se non il Diavolo in persona, lascia tra le pagine una scia di strani eventi, mettendo a nudo la corruzione, l'avidità degli uomini e delle donne che abitano il romanzo. E Margherita, amore eterno del Maestro, rinchiuso in manicomio, cederà ad un patto con Woland, proprio per scambiare la libertà e il senno del suo amato. Diverrà così una strega e volerà al sabba con lui, nuda e a cavallo di una scopa.
Woland accetterà di parlare con un angelo inviato dal cielo per la libertà e l'amore dei due cuori separati. Il romanzo si chiude (anche se si dice appunto che sia incompiuto), sulla visione di pace del Maestro e Margherita, finalmente liberi e insieme. Anche quella figura solitaria, che tanto si struggeva per la morte dell'unica persona con la quale è riuscito a sentirsi capito, troverà la sua via verso la tranquillità e il riposo dal tormento. Pilato, imprigionato in un limbo maledetto, verrà liberato dal suo stesso autore, e insieme in compagnia del suo fedele cane, troverà finalmente l'agognata pace.

Al tramonto, in alto sopra la città, sul terrazzo di pietra di uno dei piú begli edifici di Mosca, un edificio costruito circa centocinquant'anni prima, si trovavano due persone: Woland e Azazello.
Dalla strada in basso non erano visibili, perché dagli sguardi superflui li riparava una balaustra con vasi di gesso e fiori pure di gesso. Ma essi vedevano la città fin quasi ai suoi estremi limiti.
Woland, con indosso la sua veste nera, era seduto su uno sgabello pieghevole. La sua lunga e larga spada era piantata verticalmente tra due lastroni formando cosí una meridiana. L'ombra della spada si allungava in modo lento e irresistibile, strisciando verso le scarpe nere di Satana.
Rannicchiato sullo sgabello, con l'aguzzo mento appoggiato sul pugno e una gamba ripiegata sotto di sé, Woland non staccava lo sguardo dall'immensa accolta di palazzi, di case gigantesche e di piccole stamberghe destinate alla demolizione.
Azazello, abbandonato il suo abbigliamento moderno, cioè giacca, bombetta, scarpe di vernice, e vestito di nero come Woland, stava immobile poco lontano dal suo signore, senza distogliere come lui gli occhi dalla città. Woland cominciò a parlare:
- Che città interessante, nevvero?
Azazello si mosse e rispose con deferenza:
- Messere, a me piace piú Roma.
- Sí, è una questione di gusti, - rispose Woland.
Dopo qualche tempo, la sua voce si fece di nuovo udire:
- Cos'è quel fumo, là sul viale?
- Brucia il Griboedov, - rispose Azazello.
- Sarà stata lí quella coppia d'inseparabili, Korov'ev e Behemoth.
- Non c'è il minimo dubbio, Messere.
Subentrò di nuovo il silenzio, e i due che si trovavano sul terrazzo guardavano la luce abbagliante e frantumata del sole accendersi nelle finestre volte a ovest dei piani superiori dei casamenti. L'occhio di Woland ardeva come una di quelle finestre, benché egli sedesse con le spalle rivolte al tramonto.
Ma a questo punto, qualcosa costrinse Woland a rivolgere la sua attenzione a una torre rotonda che era sul tetto alle sue spalle. Dal suo muro uscí un uomo cupo, dalla barba nera stracciato, sporco di creta, con indosso un chitone e sandali di fattura casalinga.
- Toh! - esclamò Woland, guardando il nuovo venuto con aria di scherno. - Sei proprio l'ultimo che mi sarei aspettato di vedere qui! A che cosa dobbiamo l'onore della tua visita, ospite non invitato?
- Sono venuto da te, spirito del male e signore delle ombre, - rispose il nuovo venuto guardando Woland di sottecchi, con ostilità.
- Se vieni da me, perché non mi hai salutato, ex pubblicano? - disse severo Woland.
- Perché non voglio che tu goda salute, - rispose l'altro insolentemente.
- Eppure dovrai metterti l'animo in pace, - replicò Woland, e un sorriso beffardo storse la sua bocca. - Non hai fatto in tempo ad apparire sul tetto che hai già detto una sciocchezza, e ti dirò io in che cosa consiste: nel tuo tono. Hai pronunciato le tue parole come se tu non riconoscessi l'esistenza delle ombre, e neppure del male. Non vorresti avere la bontà di riflettere sulla questione: che cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male? E come apparirebbe la terra, se ne sparissero le ombre?
Le ombre provengono dagli uomini e dalle cose. Ecco l'ombra della mia spada. Ma ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Vuoi forse scorticare tutto il globo terrestre, portandogli via tutti gli alberi e tutto quanto c'è di vivo per il tuo capriccio di goderti la luce nuda? Sei sciocco.
- Non intendo discutere con te, vecchio sofista, - rispose Levi Matteo.
- Non puoi neanche discutere con me per il motivo che ho già detto: sei sciocco, - rispose Woland, e chiese: - Su, sii breve, non stancarmi, che cosa sei venuto a fare?
- Mi ha mandato lui.
- Che cosa ti ha ordinato di riferirmi, schiavo?
- Non sono uno schiavo, - rispose Levi Matteo arrabbiandosi sempre piú, - sono il suo discepolo.
- Parliamo due lingue diverse, come sempre, - replicò Woland, - ma le cose di cui parliamo non cambiano per questo. E allora?...
- Ha letto il libro del Maestro, - disse Levi Matteo, - e ti prega di prendere con te il Maestro e di ricompensarlo col riposo. Possibile che questo ti riesca difficile, spirito del male?
- Niente mi riesce difficile, - rispose Woland, - e tu lo sai benissimo -. Tacque, poi aggiunse:
- Perché non ve lo prendete voi, nella luce?
- Non ha meritato la luce, ha meritato il riposo, - disse Levi con voce mesta.
- Riferiscigli che sarà fatto, - rispose Woland, e aggiunse, mentre i suoi occhi scintillarono: - e lasciami immediatamente.
- Prega che prendiate anche colei che lo ha amato e ha sofferto per causa sua, - disse Levi a Woland, usando per la prima volta un tono di preghiera.
- Senza di te non ci avremmo mai pensato. Vattene.
Dopo queste parole Levi Matteo scomparve, mentre Woland chiamò a sé Azazello e gli ordinò:
- Vai da loro e sistema tutto.