George Gordon Byron nacque a Londra nel 1788, nobile di famiglia e ribelle per carattere e temperamento, in parte dovuto ad una madre violenta e ad una maformazione fisica ai tendini. Dopo aver concluso gli studi ad Harrow e Cambridge, ancora studente, nel 1807 diede alle stampe una raccolta di versi: "Ore D'Ozio". L'opera causò un vespaio di critiche, alle quali il poeta pensò bene di rispondere, un paio di anni dopo con uno sprezzante poema satirico: "Poeti inglesi e critici scozzesi", nel quale criticava
con uno stile tutto Dryden e Pope, i poeti contemporanei. Nel 1808 prese possesso di Newstead Abbey, maniero degli avi e nel 1809, entrato a far parte della camera dei Lord, ed acquisendo così il nome con il quale è noto: Lord Byron, partì per un lungo viaggio che toccava Europa ed Asia (tra cui quindi Spagna, Portogallo, Albania, il Levante e la Grecia). Un viaggio che era considerato "necessario" dai patrizi dell'epoca, e che gli ispirò i primi due canti del "Pellegrinaggio del Giovane Aroldo", "Il Giaurro", "La sposa di Abido", "Il Corsaro", "L'assedio di Corinto".
Amante passionale, intrecciò moltissime avventure amorose, grazie alle quali riuscì a dipingere intorno al suo personaggio, la figura dell'Eroe Romantico per antonomasia. Per tutta la vita non perdette mai il suo fascinoso stile ribelle ed anticonformista, spesso attirandosi addosso i dissensi dello stesso popolo inglese. Il suo successo derivava tra l'altro dalla relazione che ebbe con Lady Caroline Lamb, dama molto in voga all'epoca, e per la sua inclinazione a scrivere di viaggi al Levante e Grecia (luoghi molto popolari). La sua capacità di unire sprezzo per le regole e misantropia, facevano cascare su di lui l'immagine del ribelle, lontano discendente del Satana di Milton, (che abbiamo già trattato).
Byron Frequentò l'alta società inglese e fece amicizia con il poeta Thomas Moore. Si sposò con Annabella Milbancke nel 1815, ma il matrimonio precipitò, e per rifuggire al terribile scandalo che lo avvolse e che lo vide accusato di incesto con la sorellastra Augusta, fu costretto ad abbandonare il suolo britannico e girovagare per Svizzera, Belgio e Italia, dove, a Genova, visse assieme a due amici Percy e Mary Shelley. Ivi scrisse il terzo canto de "Il Pellegrinaggio del giovane Aroldo", "Le stanze ad Augusta", ed anche il dramma "Manfred". Ebbe poi una figlia, Allegra, dalla compagna Claire Claremont, che morì pochi anni dopo. Shelley, che le era molto affezionato, imputò la sua dipartita prematura alla poca responsabilità del padre, che l'aveva mandata in un collegio. Questo triste evento segnò la fine della amicizia tra i due scrittori.
Ma soffermiamoci proprio su questo dramma,il "Manfred, che, come anche altre opere di Byron, rivela il grande conflitto interiore dell'artista. A più riprese la storia sembra ripercorrere il filone del "Faust" di Goethe; soprattutto per quanto riguarda il tormento del giudizio sul bene e sul male degli uomini.
"Manfred", palesemente pennellato di ambientazioni autobiografiche, narra la storia di un uomo tormentato, per l'appunto Manfred. Egli, colpevole di un delitto dai tratti molto oscuri, quali ad esempio l'incesto con la sorella Astarte, si strugge per la definitiva perdita della donna che ama, proprio nell'atto dell'evocazione degli spiriti dell'universo per reclamare un oblio totale, senza colpe e senza tormenti, nel quale possa trovare una pace interiore.
Ma le forze che egli richiama non hanno il potere di elargirgli ciò che egli chiede; così, mentre è sul punto di togliersi la vita, gettandosi dalla cima dello monte Jungfrau, Manfred viene fermato nel suo gesto dalla presenza, del tutto fortuita, di un cacciatore di camosci.
Il dramma prosegue nella visita di Manfred ad Arimane (il diavolo nella tradizione persiana), sulle apli, che si presenta come uno spirito della terra in pompa magna, grazie alla quale riesce ad avere un incontro con lo spettro dell'amata. Ma questo non basta a placare il suo spirito distrutto dal rimorso; il verme che si nutre dentro lui scava profondo e insaziabile. Astarte gli si palesa innanzi silenziosa, e in ultimo, dopo che Manfred l'implora di parlare, gli porta l'annuncio (benvoluto, dopotutto) della sua dipartita l'indomani. A questo punto Manfred, di fronte alle brevi ore che lo dividono dalla morte, decide che è venuto il momento di un riconcilio con Dio. Così attende la morte in una torre solitaria.
Al giungere dei demoni che lo porteranno con sé, egli li sfida, in presenza di un abate e dei servi che lo nutrono e lo vestono, poiché non si sente parte del loro drappello. E l'opera si chiude, infine, con il protagonista, eterno angosciato ed inquieto, che spira senza elevare nemmeno una preghiera, mentre i demoni si allontanano.
Manfred chi é se non lo stesso autore, che decide di dipingersi in un dramma crepuscolare, denso e cupo; un personaggio che non riesce a raggiungere la pace che tanto agogna; Manfred è il Byron che non teme il giudizio dei suoi pari e dei suoi dei, ma che, proprio a causa di questo suo continuo rimbalzare le regole e le opinioni, ecco ravvivarsi dentro il rimorso dell'irrangiungibilità di un equilibrio (desiderio inconscio e ultimo di noi tutti). Un equilibrio, che questo disperato non riesce a riconciliare, né con se stesso né con l'eventuale divinità.
Byron ripercorre così una faccia che non espone... e in ultimo che cosa diceva Montaigne se non proprio questo: "Scrivere non porta tormento, nasce dal tormento."? Forse, e qui siamo nel pieno campo delle ipotesi personali, Byron cercava di rappresentare la sua stessa ricerca interiore, mediante le righe di questo dramma, di un possibile avvenire senza tormento, mediante la fine della ricerca della pace, vuoi perché la si trova in una vita terrena (forse solo per placebo, e non come vera cattura di un antidoto per un tormento che, comunque, è parte integrante di qualsiasi artista), o vuoi, come molti di noi si augurano vivendo... con la propria morte, e quindi, a seconda delle diverse tradizioni e religioni, al ritorno alla terra, o alla comunione con le diverse entità superiori in cui ognuno decide di riferirsi o meno.
Ne ricalco un passo:
Manfred
O mirabile Spirito capelli
di luce abbaglianti
occhi di gloria
sulla tua fronte ferma e chiara
dove si pecchia l'anima serena
pura immortale leggo
che tu perdoni a un figlio della terra,
se si avvale di questi suoi incantesimi
per evocarti così
per contemplarti un attimo
Maga
Figlio della terra!, io ti conosco. So
chi ti dà potenza. Ti so uomo di
molti pensieri e imprese tante
vili ed oneste in entrambe estremo.
Agli altri e a te fatale nel tuo soffrire.
Che vuoi da me?
Manfred
Contemplarti. Nient'altro.
L'aspetto della terra
mi ha fatto impazzire.
Cerco rifugio nei suoi misteri
Ho chiesto all'invisibile
quel che non può concedermi
... Una grazia ...
Maga
... Racconta ...
Manfred
è una tortura, ma che importa,
il mio dolore troverà una voce.
Alla mia giovinezza fu accordata
un'anima diversa
dalla comune argilla a me compagna
il mio genio mi fece straniero
in questa terra. Tra le creature
che m'ebbi attorno, una soltanto
... ma di Lei più tardi ...
La aia gioia fu sola: nelle notti
mute seguire il corso della Luna
tenta e degli astri, e i fulmini
accecanti fissare fino a chiudere
gli occhi; e ascoltare le foglie disperse
e i canti serali mormorati
dai venti dell'autunno. Tutto qui
il mio piacere. E l'essere solo ...
Sprofondai nei miei viaggi solitari
nelle caverne della morte, sempre
cercandone le cause nei suoi effetti;
... da ossami disseccati, teschi e polvere
trassi vietate conclusioni.
Per anni spesi le notti in antiche scienze:
- tempo e travaglio e prove tremende -
Astinenze che sole possono
sull'aria e sugli spiriti,
sullo spazio - popolato infinito;
ho gli occhi miei assuefatto a quell'eterno
come prima di me fecero i maghi.
E con la scienza crebbe la mia sete
di scienza ...
Io non ho nominato padre o madre,
amante, amico, o altri con cui avessi
legami umani, o tali a mc non parvero.
... Una vi fu ...
Maga
Non risparmiarti. Segui
Manfred
I nostri lineamenti si assomigliavano
occhi, capelli, tratti ... la sua voce!,
la dicevano simile alla mia.
Ma il tutto assai più dolce e temperato
dalla bellezza. E non soltanto questo,
ma più grazia che in me: pietà, sorrisi,
lacrime a me ignote, tenerezza
ch'io ebbi, ma solo per lei ...
e umiltà, a me estranea, sempre.
I suoi difetti erano anche i miei,
tutte sue le virtù ... L'amai e distrussi.
Maga
Con le tue mani?
Manfred
Non con le mie mani.
Il mio cuore spezzò il suo cuore:
il suo fissò il mio e appassì.
Maga
E per costei, per un essere della razza
che disprezzi, rinunzi ai doni
della nostra scienza? ...
Manfred
Figlia dell'aria, dico, da quell'ora ...
Le parole non sono che fiato.
Guardami nel mio sonno, nelle veglie.
Restami accanto ...
questa mia solitudine non è più solitudine.
Popolata è da Furie ...
Ho invocato la follia come una grazia
Ho affrontato la morte, ma la mano ghiaccia
d'un demone spietato mi trattenne
per un capello che non volle rompersi.
Sprofondai fra gli uomini,
dappertutto cercando l'oblio
tranne là dove lo si può trovare:
questo ancora mi resta da sapere,
solo in questo la mia scienza è mortale,
Abito questa mia disperazione
e vivo, vivo per sempre.
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