Nella lista dei poeti maledetti spicca sicuramente il nome di Coleridge. Nato nel Devonshire nel 1772, studiò senza riuscire a laurearsi, al Jesus College di Cambridge.
Dopo una grave malattia, divenne schiavo dell'oppio, che lo portò a scrivere opere visionarie senza paragone.
Una delle sue opere più importanti rimane "The Rime of the Ancient Mariner", ossia "La Ballata del Vecchio Marinaio". Un poema, ritenuto capolavoro della poesia romantica che narra la storia di un anziano uomo di mare che, inchiodando con lo sguardo un passante, lo induce a soffermarsi ad ascoltare la sua terribile esperienza affinché gli possa fungere da insegnamento.
Il vecchio, durante una traversata oceanica, si rese colpevole dell'uccisione di un albatro con una balestra; l'uccello, ritenuto da tutti i marinai, superstiziosi, come il responsabile della brezza, non doveva essere toccato, ed è di terribile auspicio la sua uccisione. L'albatro gli viene attaccato al collo, ma, dato che la nebbia che oscurava la vista si alzò, i marinai lo giustificarono.
L'albatro lancia la sua vendetta, ed è una vendetta di sete e fame, che porta allo stremo l'equipaggio, portando il racconto, tra visioni e allucinazioni in un mare sconosciuto tra ghiacci polari e creature demoniache.
Ispirandosi a Coleridge, gli Iron Maiden, hanno composto, nel 1984 una canzone proprio dal titolo "Rime of the Ancient Mariner", che ricalca, in modo molto semplificato, le gesta del marinaio maledetto dall'albatro.
Di seguito una parte:
Soltanto acqua intorno,
si torceva ogni tavola.
Soltanto acqua intorno,
per la nostra sete neanche un goccio.
L'abisso stesso imputridiva.
Che dovesse accaderci una tal cosa!
Su zampe esseri viscidi strisciavano
per il viscido mare.
Intorno, intorno, in ridda indiavolata
fuochi fatui danzavano la notte;
come un olio di streghe s'infiammava
- verde, blu, bianca - l'acqua.
Nell'estate del 1797 Coleridge si ammalò gravemente e si ritirò in una campagna solitaria nei pressi di Linton, fra il Somerset e il Devonshire. Doveva assumere un potente sedativo che lo induceva al sonno. Un giorno, plaid sulle gambe, si addormentò sulla sua poltrona mentre stava leggendo una frase:
Qui Khan Kubla ordinò che venisse costruito un palazzo e annesso un maestoso giardino. E così dieci miglia di fertile terreno furono cintate da un muro
Questa frase, legando al sonno, gli portò un sogno di eccezionalmente vivido che lo indusse immediatamente, al suo risveglio alcune ore dopo, a prendere carta e penna per renderlo a parole.
Il poema: Kubla Khan richiama di sicuro, oltre al Milione di Marco Polo (dove il viaggiatore Veneziano giunse infine a Xanadu, la dimora di Gengis Khan) anche autori greci, quali Platone ed Euripide.
Il poema venne gettato giù di botto, ma… evidentemente, dato che l'arte è un fiume oscuro, gli dei hanno voluto lasciare l'opera incompiuta. Una persona venuta per affari passò quel giorno a casa sua, bussando alla sua porta e lui, dopo che l'estraneo si fu trattenuto per più di un'ora, si trovò a non ricordare più che un misero accenno di ciò che invece prima era una finestra aperta sui suoi sogni. Talvolta è proprio così… i sogni e le immagini e i pensieri arrivano, e sembrano rimanere dentro te per sempre fin quando esistono nel tuo presente, ma se non riesci a catturarli su carta o tela o che arte si voglia… ecco che svaniscono, come fotografie i cui angoli si arricciano e sbiadiscono; e i sorrisi diventano smorti e i volti pallidi. Finché del ricordo dolce non resta altro che mere sensazioni.
Così Kubla Khan, per il volere della musa ispiratrice dei sogni si inabissò di nuovo, e quel che ne resta, per gentile traduzione di Mario Luzi è la seguente:
Kubla Khan
Nel Xanadu alza Kubla Khan
dimora di delizie un duomo
dove Alf, il fiume sacro, scorre
per caverne vietate all'uomo
a un mare senza sole.
Dieci miglia di fertile campagna
con mura e torri furono recinte:
e c'era nel giardino un luccichio di rivi
e l'albero d'incenso era fiorito
e v'erano foreste antiche come i clivi
che abbracciavano il verde agro assolato.
Ma oh! quel cupo abisso fino al fondo
straziava la collina nel suo velo di cedri.
Era un orrido sacro e ammaliato
come alcuno ce n'è sotto la luna
calante ove alza gemiti una donna
inquietata dal demone d'amore!
Dall'abisso in un turbine incessante
quasi il suolo rompesse in un singhiozzo,
una polla irruente urgeva a tratti:
fra i crosci subitanei e intermittenti,
con rimbalzi di grandine o di veccia
sotto il flagello di chi trebbia, ingenti
macigni sussultavano e frammenti.
Di là, da quella danza irta di blocchi
alto sorgeva a tratti il fiume sacro.
Cinque miglia di corso vagabondo
per boschi e valli il fiume percorreva,
poi cadeva per grotte senza fondo
tumultuoso in un oceano morto.
E rauche in mezzo a quel tumulto a Kubla
voce d'avi annunziavano guerra!
L'ombra della chiara dimora
fluttuava nella corrente,
indistinta l'eco arrivava
dalle grotte e dalla sorgente.
Era un raro miracolo, una casa
su caverne di ghiaccio ed assolata!
Una fanciulla con la cetra
io vidi in sogno una volta:
era una vergine abissina,
su quella cetra suonava
e cantava del Monte Abora.
Potessi in me resuscitare
quella viva armonia, quel canto
tale delizia inonderebbe il sangue
che a quel suono lungo e chiaro
potrei inalzarlo nell'aria
il castello di sole! Le caverne di ghiaccio!
E chi l'udisse, lo vedrebbe là
e griderebbe! "Mistero! Mistero!"
Gli occhi infuocati ed i capelli al vento!
Un circolo tre volte replicate
intorno a lui, chiudetegli le palpebre,
poiché manna ed ambrosia ha delibate,
il latte delibò del Paradiso.
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