Laureatosi in filosofia nel 1954 all'Università di Torino con Luigi Pareyson con una tesi sull'estetica di Tommaso d'Aquino, in un primo tempo si interessa alla scolastica medievale. Successivamente si dedica allo studio della cultura popolare contemporanea.
Dal 1959 è consulente editoriale della casa editrice Bompiani.
Lavora quindi per la RAI occupandosi dei programmi culturali della rete, esperienza lavorativa da cui trae spunto per molti saggi, tra cui il celebre Fenomenologia di Mike Bongiorno.
Negli anni Sessanta inizia anche la sua carriera universitaria, che negli anni gli farà ottenere cattedre in diverse città italiane (Milano, Firenze e, infine, Bologna).
Ha poi fatto parte del Gruppo 63, movimento d'avanguardia italiano, che aveva come intento una riformulazione dei criteri espressivi del romanzo, sino a diventarne il teorico sistematizzatore con il saggio Opera aperta. Nel 1968 si candidò per il PSIUP alle elezioni politiche.
Nel 1980 esordisce nella narrativa. Il suo primo romanzo, Il nome della rosa, riscontra immediatamente un grande successo, tanto da divenire un best-seller internazionale e essere quindi tradotto in trentadue lingue.
Nel 1988 pubblica il suo secondo romanzo, Il pendolo di Foucault. Guidato da Eco, il pubblico parte alla scoperta dei simboli enigmatici e profetici, a ritroso, partendo dalla denuncia dell'esoterismo che è il proposito dell'autore. Il lettore resta comunque sempre libero nelle sue interpretazioni, teoria che Eco continua a sviluppare nelle opere teoriche sulla ricezione. Il volume mette anche alla berlina l'interpretazione ad oltranza dei fatti veri o leggendari della storia.
Molte sono le sue conferenze sulle teorie della narrazione in letteratura: Six Walks in the Fictional Woods (1994) sulla traduzione, Experiences in translation (2000), Sulla letteratura (2002). Durante tutta la sua carriera collabora anche con ose testate giornalistiche quali La Stampa, La Repubblica, Il Corriere della Sera, II Giorno, Il Manifesto, e a periodici come L'Espresso, Quindici e Il Verri.
E' "Il Nome della Rosa" il primo romanzo di Eco, da cui è stata tratta una versione cinematografica che vede un giovane Christian Slater a fianco di un sofferto e saggio Sean Connery in veste di frate.
Il romanzo, molto noto soprattutto per la fortunata riduzione cinematografica, è suddiviso in sette giornate, ciascuna suddivisa nei periodi corrispondenti alle ore liturgiche, e finto di storia vera. All'inizio infatti Eco spiega come è entrato in possesso del manoscritto del frate dell'ordine dei Francescani Adso da Melk. Un'idea altromodo geniale, che tinge di vero una storia inventata.
Siamo nel 1327, e Adso da Melk, novizio benedettino, segue il mentore Guglielmo da Baskerville, un frate francescano, fino ad una indeterminata abbazia situata nel Nord Italia. Tra quelle mura è previsto un convegno di mediazione per appianare i contrasti fra diverse fazioni interne alla Chiesa, nella lunga contesa fra i francescani spirituali e il Papa, rappresentata dalla legazione pontificia guidata dall'inquisitore domenicano Bernardo Gui.
Appena giunto, l'abate in persona racconta a Guglielmo della triste sorte di uno dei confratelli miniatori dell'abbazia: Adelmo da Otranto, trovato morto in un precipizio oltre le mura dell’abbazia. La colpa viene ovviamente affibiata al demonio. Nell'attesa dell'arrivo della legazione, Guglielmo e Adso indagano sulle misteriosi morti. Il giorno seguente al loro arrivo viene trovato un nuovo cadavere, si tratta di Venanzio, amico del defunto Adelmo. La sua morte scuote l'intero ordine, ma non Guglielmo, che, deciso a far luce sui misteriosi omicidi, si trova a congetturare che le morti misteriose gravino tutte intorno alla biblioteca, luogo ove è vietato l'accesso a chiunque, esluso Malachia, il bibliotecario e Berengario, il suo aiutante.
Guglielmo deduce quindi che Adelmo si è tolto la vita per il rimorso del peccato carnale commesso con Berengario (che nutre una predilizione per i giovani novizi e che si flagella durante la notte del loro arrivo nella cella a fianco a quella dove risiedono i due protagonisti), mentre la morte di Venanzio ha a che fare con uno strano libro che la biblioteca cela gelosamente. Così il frate, si avventura nottetempo nello scriptorium per frugare sotto il banco di Adelmo, dove trova una preziosa pergamena (avente a che fare con il “secretum finis Africae” ), e dove incrocia una misteriosa persona che lo ha preceduto sottraendo un libro nascosto sotto il banco di Venanzio.
Il terzo giorno di permanenza è caratterizzato dal ritrovamento del cadavere di Berengario nei balnea. Parlando con Severino l’erborista, Guglielmo scopre che la morte è stata provocata da un veleno che lo stesso erborista ricordava essergli stato sottratto parecchi anni addietro.
Il giorno successivo giungono nell’abbazia le delegazioni dei minoriti e degli avignonesi, questi ultimi guidati da Bernardo Gui, noto inquisitore dell’epoca. Nella notte, Guglielmo e il suo allievo si recano nella biblioteca, dove apprendono che ad ogni zona è stato assegnato un nome tra cui “Africae”; di conseguenza la pergamena recuperata due giorni prima dovrebbe dare la chiave per entrare in una stanza segreta situata in quella zona della biblioteca. Nel frattempo Bernardo fa rinchiudere Salvatore, il cuciniere quasi analfabeta, scoperto alle prese con riti magici. Lui e il cellario non sono altro che eretici, parte di una setta estremista dei dolciniani, i quali conducono una vita sregolata e di notte fanno entrare nel convento una ragazza del vicino villaggio, che finirà per sedurre il giovane Adso.
La mattina seguente infiamma il dibattito tra minoriti e avignonesi sulla povertà di Gesù e della chiesa stessa: in sostanza fallisce il raggiungimento di quell’accordo per cui Guglielmo è stato chiamato a fare da mediatore. Allo stesso tempo l’abbazia viene sconvolta da un nuovo delitto: Severino viene ritrovato assassinato nel suo laboratorio insieme al cellario Remigio, che viene subito fatto processare da Bernardo. Remigio viene prima accusato di aver fatto parte della setta dei dolciniani (cosa realmente accaduta) mentre con la minaccia della tortura gli viene fatto confessare di essere stato l’autore di tutti gli omicidi perpetratisi nell’abbazia. La stessa ragazza verrà poi coinvolta e bollata come strega dall'inquisitore, che l'identificherà come responsabile degli omicidi assieme ai due ex dolciniani. I tre, finiranno poi ad Avignone, condotti da Bernardo, e la loro sorte rimarrà un tetro mistero.
Ma il giorno seguente anche Malachia cade morto davanti a tutti, anch’egli stroncato dallo stesso veleno letale. Intanto Guglielmo scopre il segreto per entrare nel “finis Africae” e così la notte si avventura con Adso nella biblioteca. Giunto in una stanza dove era posto uno specchio, preme le lettere di una scritta indicate dalla pergamena di Venanzio facendo aprire lo specchio ed avendo così accesso alla stanza segreta. Lì oltre a trovarvi il monaco cieco Jorge da Burges che ha intuito essere la causa di tutti i delitti, scopre anche il misterioso libro cosparso di un veleno letale che si trasmette al tatto. Nel frattempo si perpetra l’ultimo delitto: Jorge ha rinchiuso l’abate in una stanza dove questo morirà per asfissia.
Guglielmo aveva ora chiara tutta la situazione: il secondo libro della poetica di Aristotele, poiché sosteneva la liceità del riso, veniva considerato da Jorge molto pericoloso per l’intera Chiesa. Così quello lo aveva cosparso di un veleno letale che non avrebbe dato scampo a chi lo avesse sfogliato. Il primo ad averlo fatto era stato Venanzio, dopodiché Berengario, Severino invece, venuto in possesso del libro a sua insaputa, era stato ucciso da Malachia che era morto a sua volta leggendolo.
Jorge, a quel punto smascherato, tenta di distruggere il libro; così appicca un incendio con una lampada ad olio e subito vi getta il libro maledetto. Le fiamme non smetteranno di bruciare per ben tre giorni e, oltre alla biblioteca, divoreranno l’intera abbazia.
Alla fine, scoperta ogni cosa, i due protagonisti si allontanano, mentre la biblioteca brucia nell'incendio appiccato da Jorge, lucidissimo nel suo proposito di sacrificare l'intero monastero pur di salvare l'umanità dalla riscoperta del libro di Aristotele.
In tema di citazioni e ammiccamenti più o meno nascosti (di cui il romanzo è disseminato dall'inizio alla fine) è abbastanza palese che tanto il nome di questo personaggio (Jorge de la Burges), quanto il trinomio cecità/biblioteca/labirinto a lui collegato, costituiscano un'allusione nemmeno troppo velata allo scrittore argentino Jorge Luis Borges.
Una curiosità legata al titolo del romanzo, è (parzialmente) svelata alla fine del libro, dove l'ormai vecchio narratore Adso da Melk conclude il suo racconto con un'espressione latina: "Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus" (la rosa primigenia esiste in quanto nome, possediamo i semplici nomi). Si tratta di un messaggio che porta a riflettere affinché non si presuma di essere depositari di verità assolute in quanto queste saranno sempre contestabili, se non addirittura risibili.
Altro romanzo intinto di tessuto esoterico rimane "Il Pendolo di Foucault". Il libro rimane uno dei più letti e discussi dell'autore, in quanto, soprattutto per il modo in cui è scritto, rimane un'opera estremamente criptica. La maggior parte di quelli che hanno cominciato a leggerlo, in base alle mie conoscenze, hanno rinunciato poco prima della metà. Personalmente l'ho letto quando avevo diciassette anni, bevendolo tutto d'un fiato, ma adesso sento il bisogno di una rispolverata.
La storia, narrata in prima persona, si apre al Conservatoire di Parigi, dove il protagonista sta attendendo la chiusura del museo con l'intenzione ri rimanerne chiuso dentro all'insaputa dei guardiani, in attesa dell'arrivo di misteriosi individui. Una chiamata urgente da un telefono pubblico lo ha avvisato del pericolo e del bisogno di andare a casa sua, dove un vecchio "word processor" attende con informazioni vitali su vecchi dischetti da 5" e 1/4. Ma manca la chiave di accesso... Siamo quindi in un cottage in collina, il protagonista deve trovare la chiave per entrare nel pc di un amico e riuscire a ricostruire la verità. Il computer gli chiede la password, gentilmente: "Hai la parola d'ordine?". Dopo aver varicato ipotesi assurde sulla combinazione delle lettere che compongono il nome di Dio in ebraico "iahveh", Casaubon, ormai ubriaco, inserisce le due lettere "no" e riesce ad entrare.
Dunque, protagonista del racconto e io narrante di avvenimenti che si svolgono tra il 1972 e il 1984 (con frequenti e vaste escursioni temporali) è Casaubon (sprovvisto di nome di battesimo e gratificato, da Lia, del soprannome Pim), giovane laureando in filosofia alla Statale di Milano con una tesi sul processo ai Templari. Questa competenza suscita l'interesse di Jacopo Belbo, quarantenne redattore di una casa editrice (la Garamond), conosciuto casualmente al bar Pilade, che invita Casaubon a collaborare con lui ed il suo collega Diotallevi (curioso tipo di ebreo per elezione, non per nascita, infatuato della Cabbala) a sceverare, tra i manoscritti sull'argomento che pervengono all'editore, quelli provvisti di dignità scientifica. Il primo incontro è con il colonnello (a riposo) Ardenti, che esibisce un messaggio cifrato, lasciato a suo dire dai Templari, e la decrittazione, incompleta ma già bastantemente zeppa di deliranti connessioni tra gli elementi più disparati, che egli ne propone: secondo essa, i cavalieri del tempio, al momento della distruzione del loro ordine, voluta da Filippo il Bello nel 1307 e perseguita negli anni successivi, avrebbero ordito un piano per la riconquista del mondo. Il manoscritto del colonnello viene rifiutato, ma la rete delle analogie comincia ad inquietare i tre protagonisti, tanto più che il giorno dopo il commissario De Angelis informa Belbo che l'Ardenti è misteriosamente scomparso, forse ucciso.
Casaubon si laurea e si traferisce in Brasile, assieme ad Amparo ("era bella, marxista, brasiliana, entusiasta, disincantata, aveva una borsa di studio e un sangue splendidamente misto"). Lì gli riappare, nella forma del sincretismo magico-religioso brasiliano, la misteriosa selva delle analogie, alla quale soggiace, suo malgrado, anche Amparo, e che viene grandemente e sorprendentemente arricchita dalle conversazioni con il signor Agliè: il misterioso ed affabile personaggio, senza dubbio tra i meglio riusciti del romanzo, forse reincarnazione dell'immortale conte di san Germano, convoca Templari, Rosa-Croce, il Corpus Hermeticum alla difesa di un ineffabile segreto custodito dai Signori del mondo.
Tornato a Milano, Casaubon impianta una agenzia di informazioni culturali, incontra Lia e rivede Belbo (che nel frattempo ha stretto un sofferto legame sentimentale con Lorenza Pellegrini), il quale lo fa assumere dal signor Garamond.
L'accorto editore, sempre attento ai segni dei tempi, sta dando vita ad un progetto ambizioso: la pubblicazione di una serie di libri sul sapere ermetico, quelli di carattere scientifico per i tipi della Garamond, gli altri da affidare alla Manuzio, la facies commerciale e meno nobile della stessa casa editrice, destinata a pubblicare, con notevoli proventi, i libri dei cosiddetti APS (autori a proprie spese). Il progetto editoriale porta seco due conseguenze: stretti contatti con Agliè (ritornato anch'egli, nel frattempo, a Milano), che fornisce la propria opera di inarrivabile consulente in materia, e rapporti con sette, settari, cabalisti, ermetici etc. di vario tipo (raggruppati, nel libro, sotto l'etichetta onnicomprensiva di "diabolici"); frequentazione che prevede, tra l'altro, sempre per il tramite di Agliè, la presenza a due riti esoterici sulle colline del torinese (e dove, se no?). Così, poco alla volta, si fa strada in Belbo, Casaubon e Diotallevi l'idea non di scoprire il segreto dei Templari, ma di costruirlo, a partire dal messaggio cifrato scoperto dall'Ardenti; la convocazione tendenzialmente esaustiva di tutti gli avvenimenti e i personaggi della storia (un elenco incompleto e disordinato dovrà affastellare almeno Gesù Cristo, Andreae, Newton, Rosencreutz, Dee, Tritemio, Bacone, Postel, Foucault, J. De Maistre, Napoleone, Hitler, Verne, Richelieu, templari, gesuiti, rosacruciani, massoni, carbonari, pauliciani, sunniti, ismailiti, assassini del Veglio della montagna ...) approda a delineare un disegno secondo il quale i Templari avrebbero scoperto il modo di raggiungere un potere infinito dominando le correnti telluriche.
Ma come individuare il punto da cui controllare questa forza? Attraverso una mappa i cui pezzi sono affidati a sei gruppi diversi, i gran maestri di ognuno dei quali si incontrano con quelli del precedente ad intervalli regolari di centoventi anni: la carta infine ricostruita va posta sotto l'esemplare del pendolo di Foucault che si trova al Conservatoire, perchè il punto da esso indicato sulla mappa quando il primo raggio di sole del 24 giugno (primo giorno dopo la notte del solstizio d'estate), entrando da una particolare fessura delle vetrate, lo colpisce, sarà l'umbilicus che permetterà il dominio di questa energia e quindi del mondo. Ecco trovato uno scopo al proliferare di sette e conventicole "ermetiche" e in particolare all'ultima di esse, il TRES (sigla ignota a tutti, perfino all'informatissimo Agliè), cui i tre si premurano di trovare un significato (Templi Resurgentes Equites Synarchici) ed un fine, quello "di ristabilire finalmente i contatti con le cavallerie spirituali di fedi diverse".
L'elaborazione del piano, partita come ironica e giocosa mimesi dell'argomentare dei diabolici (che consiste, sintetizzando, nel procedere per connessioni acontestualizzate e non inedite), provoca un progressivo e differenziato coinvolgimento dei tre: "Io mi abituavo, Diotallevi si corrompeva, Belbo si convertiva". Fino al punto che Casaubon non ascolta Lia (dalla quale nel frattempo ha avuto un figlio, Giulio, vivente smentita dei vari Golem e homunculi che i diabolici si affannano a creare ), che gli dimostra che il messaggio cifrato dei Templari è una lacunosa ma semplice nota della lavandaia, astutamente e giocosamente postillata dal suo primo scopritore, quell'Ingolf nelle cui carte l'aveva trovata l'Ardenti; e fino al punto che Diotallevi ne muore, per una metastasi che riproduce all'interno del suo corpo la metatesi che lui ed i suoi amici hanno operato nel testo e nei sensi del testo. Il destino più atroce tocca a Belbo, il quale, convinto che Agliè gli porti via Lorenza, gli fa trapelare, in un colloquio, di essere in possesso del segreto. Agliè gli crede e lo attira in una trappola, costringendolo a recarsi a Parigi, dove i diabolici lo rapiscono proprio mentre sta telefonando a Casaubon per chiedergli aiuto e invitarlo a leggere i files che ha lasciato a casa sua. Casaubon vi si reca, ricostruisce tramite essi gli avvenimenti degli ultimi giorni (dei quali era all'oscuro in quanto si trovava in montagna con Lia e con il bambino), va a Parigi e si nasconde nel Conservatoire, dove assiste, la notte del 23 giugno, ad una allucinata ed allucinante riunione di tutti i diabolici incontrati fino allora (tra i quali il colonnello Ardenti) e di molti altri. La costruzione intellettuale escogitata dai tre e priva di referente (il "Piano") viene inverata dalla credulità dei convenuti, convinti che Belbo "sa troppe cose che nessuno di noi sapeva. Sa persino chi siamo noi [vale a dire, appartenenti al Tres], e noi lo abbiamo appreso da lui". Nella confusione che segue al rifiuto di Belbo di rivelare l'inesistente segreto, e al conseguente tentativo, da parte di altri diabolici, di sottrarre
ad Agliè il controllo della situazione, Lorenza Pellegrini viene
uccisa a pugnalate e Belbo, che era stato legato al filo cui è
appeso il pendolo, si ritrova impiccato ad esso, venendo a
sostituirsi, per una legge fisica la cui spiegazione è fornita
nella citazione che apre il capitolo, al punto di sospensione del
pendolo stesso. Casaubon riesce ad allontanarsi inosservato, vaga
per una Parigi notturna inquietantemente costellata dai segni
della presenza dei diabolici; il giorno dopo, alla ricerca di una
parola rassicurante, si presenta dal dottor Wagner, psicoanalista
di probabile osservanza lacaniana, che, ascoltato il suo racconto
senza dire una parola lo congeda con un "Monsieur, vous etes
fous".
Tornato in Italia, Casaubon si rifugia nella casa di campagna
di Belbo, dove, frugando tra le vecchie carte dell'amico, trova
"il Testo Chiave", cioè la testimonianza manoscritta
dell'unico momento di verità vissuto da Belbo, momento che "era
ciò che era e che non stava per niente altro, il momento in cui
non c'è rinvio, e i conti sono pari". Ormai consapevole
che i diabolici sono sulle sue orme, per averne il segreto o
ucciderlo, Casaubon scopre anch'egli nel proprio passato l'attimo
in cui ha attinto "la verità di Malkut, l'unica verità che brilla
nella notte delle Sefirot", cioè "che la Saggezza si scopre nuda
in Malkut , e scopre che il proprio mistero sta nel non essere,
se non per un momento, che è l'ultimo". Magra
consolazione, perchè "non basta aver capito" "che non vi era
nulla da capire", "se gli altri si rifiutano e continuano ad
interrogare": fino, presumibilmente, ad uccidere
Casaubon. Ma la sua morte servirà almeno a qualcosa, così come a
Casaubon è servita quella di Belbo, visto che "spesso per provare
qualcosa bisogna morire"? Il pendolo di Foucault non dà
risposta e si chiude su una struggente dichiarazione di
impotenza, appena temperata dalla bellezza (della collina e, per
sineddoche, della vita): "E allora tanto vale star qui,
attendere, e guardare la collina. E' così bella"
Ne ricalco un passo:
Emersi lentamente alla coscienza. Udivo suoni, ero disturbato da una luce ora più forte. Mi
sentivo i piedi intorpiditi. Cercai di alzarmi lentamente senza far rumore e mi pareva di reggermi
su di una distesa di ricci di mare. La Sirenetta. Feci alcuni movimenti silenziosi, flettendomi
sulle punte, e la sofferenza diminuì. Solo allora, sporgendo cautamente il capo, a destra e a sinistra,
e rendendomi conto che la garitta era rimasta abbastanza in ombra, riuscii a dominare la
situazione.
La navata era illuminata ovunque. Erano le lanterne, ma ora erano decine e decine, portate
dai convenuti che stavano giungendo alle mie spalle. Uscendo certamente dal condotto, sfilavano
alla mia sinistra entrando nel coro e si disponevano nella navata. Mio Dio, mi dissi, la Notte
sul Monte Calvo versione Walt Disney.
Non vociavano, sussurravano, ma tutti insieme producevano un brusio accentuato, come le
comparse dell'opera: rabarbaro rabarbaro.
Alla mia sinistra le lanterne erano poste per terra a semicerchio, completando con una circonferenza
schiacciata la curva orientale del coro, toccando al punto estremo di quello pseudo
semicerchio, verso sud, la statua di Pascal. Laggiù era stato posto un braciere ardente, su cui
qualcuno gettava delle erbe, delle essenze. Il fumo mi raggiungeva nella garitta, seccandomi la
gola, e procurandomi un senso di sovreccitato stordimento.
Tra l'oscillare delle lanterne, mi accorsi che al centro del coro si agitava qualcosa, un'ombra
sottile e mobilissima.
Il Pendolo! Il Pendolo non oscillava più nel suo luogo consueto a mezza crociera. Era stato
appeso, più grande, alla chiave di volta, al centro del coro. Più grande la sfera, più robusto il
filo, che mi pareva un canapo, o un cavo di metallo attorcigliato.
Il Pendolo era ora enorme come doveva apparire al Panthéon. Come veder la luna al telescopio.
Avevano voluto ripristinarlo così come i Templari dovevano averlo sperimentato la prima
volta, mezzo millennio prima di Foucault. Per permettergli di oscillare liberamente avevano
eliminato alcune infrastrutture, creando all'anfiteatro del coro quella rozza antistrofe simmetrica
segnata dalle lanterne.
Mi chiesi come il Pendolo facesse a mantenere la costanza delle oscillazioni, ora che sotto il
pavimento del coro non poteva esserci il regolatore magnetico. Poi compresi. Al bordo del
coro, vicino ai motori Diesel, stava un individuo che – pronto a spostarsi come un gatto per seguire
le variazioni del piano di oscillazione — imprimeva alla sfera, ogni qualvolta piombava
verso di lui, un lieve impulso, con un colpo preciso della mano, con un tocco leggero delle dita.
Era in frac, come Mandrake. Dopo, vedendo gli altri suoi compagni avrei capito che era un
prestidigitatore, un illusionista del Petit Cirque di Madame Olcott, un professionista capace di
dosare la pressione dei polpastrelli, dal polso sicuro, abile a lavorare sugli scarti infinitesimali.
Forse era capace di percepire, con la suola sottile delle sue scarpe lucide, le vibrazioni delle
correnti, e di muovere le mani scondo la logica della sfera, e della terra a cui la sfera rispondeva.
I suoi compagni. Ora vedevo anch'essi. Si muovevano tra le automobili della navata, scivolavano accanto alle draisiennes e ai motocicli, quasi rotolavano nell'ombra, chi portando uno
scranno e un tavolo coperto di panno rosso nel vasto ambulacro sul fondo, chi collocando altre
lanterne. Piccoli, notturni, ciangottanti, come bambini rachitici, e di uno che mi stava passando
accanto scorsi i tratti mongoloidi e la testa calva. Les Freaks Mignons di Madame Olcott, gli
immondi piccoli mostri che avevo visto nel manifesto da Sloane.
Il circo era lì al completo, staff, polizia, coreografi del rito. Vidi Alex et Denys, les Géants
d'Avalon, fasciati da un'armatura di cuoio borchiato, veramente giganteschi, i capelli biondi,
appoggiati contro la grande mole dell'Obéissant, con le braccia conserte in attesa.
Non ebbi tempo per farmi altre domande. Qualcuno era entrato con solennità, imponendo il
silenzio a mano tesa. Riconobbi Bramanti solo perché portava la tunica scarlatta, la cappa bianca
e la mitria che gli avevo visto addosso quella sera in Piemonte. Bramanti si avvicinò al braciere,
gettò qualcosa, ne levò una fiammata, poi una fumata grassa e bianca, e il profumo si
sparse lentamente per la sala. Come a Rio, pensavo, come alla festa alchemica. E non ho l'agogò.
Portai il fazzoletto al naso e alla bocca, come un filtro. Ma già i Bramanti mi parevano due,
e il Pendolo mi oscillava davanti in molteplici direzioni, come una giostra.
Bramanti iniziò a salmodiare: "Alef bet gimel dalet he waw zain het tet jod kaf lamed mem
nun samek ajin pe sade qof resh shin tau!"
La folla rispose, orante: "Parmesiel, Padiel, Camuel, Aseliel, Barmiel, Gediel, Asyriel, Maseriel,
Dorchtiel, Usiel, Cabariel, Raysiel, Symíel, Armadiel..."
Bramanti fece un cenno, e qualcuno emerse dalla folla, ponendosi in ginocchio ai suoi piedi.
Solo per un istante ne vidi íl volto. Era Riccardo, l'uomo dalla cicatrice, il pittore.
Bramanti lo stava interrogando e quello rispondeva, recitando a memoria le formule del rituale.
"Chi sei tu?"
"Sono un adepto, non ancora ammesso ai misteri più alti del Tres. Mi sono preparato nel silenzio,
nella meditazione analogica del mistero del Bafometto, nella coscienza che la Grande
Opera ruota intorno a sei sigilli intatti, e che solo alla fine conosceremo il segreto del settimo."
"Come sei stato ricevuto?"
"Passando per la perpendicolare al Pendolo."
"Chi ti ha ricevuto?"
"Un Mistico Legato."
"Lo riconosceresti?"
"No, perché era mascherato. Io conosco solo il Cavaliere di grado superiore al mio e questi
il Naometra di grado superiore al suo e ciascuno conosce uno soltanto. E così voglio."
"Quid facit Sator Arepo?"
"Tenet Opera Rotas."
"Quid facit Satan Adama?"
"Tabat Amata Natas. Mandabas Data Amata, Nata Sata."
"Hai portato la donna?"
"Sì, è qui. L'ho consegnata a chi mi è stato ordinato. Essa è pronta." "Vai, e tieniti in attesa."
Il dialogo si era svolto in un francese approssimativo, da entrambe le parti. Poi Bramanti
aveva detto: "Fratelli, siamo qui riuniti nel nome del-l'Ordine Unico, dell'Ordine Ignoto, a cui
sino a ieri non sapevate di appartenere e appartenevate da sempre! Giuriamo. Sia anatema sui
profanatori del segreto. Sia anatema sui sicofanti dell'Occulto, sia anatema su chi ha fatto spettacolo
dei Riti e dei Misteri!"
"Sia anatema!"
"Anatema sull'Invisibile Collegio, sui figli bastardi di Hiram e della vedova, sui maestri operativi
e speculativi della menzogna d'oriente o di occidente, Antica, Accettata o Rettificata, su
Misraim e Memphis, sui Filateti e sulle Nove Sorelle, sulla Stretta Osservanza e sull'Ordo
Templi Orientis, sugli Illuminati di Baviera e di Avignone, sui Cavalieri Kadosch, sugli Eletti
Cohen, sulla Perfetta Amicizia, sui Cavalieri dell'Aquila Nera e della Città Santa, sui Rosicruciani
d'Anglia, sui Cabalisti della Rosa+Croce d'Oro, sulla Golden Dawn, sulla Rosa Croce
Cattolica del Tempio e del Graal, sulla Stella Matutina, sull'Astrum Argentinum e su Thelema,
sul Vril e sulla Thule, su ogni antico e mistico usurpatore del nome della Grande Fraternità
Bianca, sui Veglianti del Tempio, su ogni Collegio e Priorato di Sion o delle Gallie!"
"Sia anatema!"
"Chiunque per ingenuità, comando, proselitismo, calcolo o malafede sia stato iniziato a loggia,
collegio, priorato, capitolo, ordine che illecitamente si rifaccia all'obbedienza ai Superiori
Sconosciuti e ai Signori del Mondo, faccia questa notte abiura e implori esclusiva reintegrazione
nello spirito e nel corpo dell'unica e vera osservanza, il Tres, Templi Resurgentes Equites
Synarchici, il triuno e trinosofico ordine mistico e segretissimo dei Cavalieri Sinarchici della
Rinascita Templare!"
"Sub umbra alarum tuarum!"
"Entrino ora i dignitari dei 36 gradi ultimi e segretissimi."
E mentre Bramanti chiamava a uno a uno gli eletti, questi entravano in vestimenti liturgici,
tutti recando sul petto l'insegna del Toson d'Oro.
"Cavaliere del Bafometto, Cavaliere dei Sei Sigilli Intatti, Cavaliere del Settimo Sigillo, Cavaliere
del Tetragrammaton, Cavaliere Giustiziere di Florian e Dei, Cavaliere dell'Atanòr....
Venerabile Naometra della Turris Babel, Venerabile Naometra della Grande Piramide, Venerabile
Naometra delle Cattedrali, Venerabile Naometra del Tempio di Salomone, Venerabile
Naometra dell'Hortus Palatinus, Venerabile Naometra del Tempio di Heliopolis..."
Bramanti recitava le dignità e i nominati entravano a gruppi, così che non riuscivo ad assegnare
a ciascuno il proprio titolo, ma certamente tra i primi dodici vidi De Gubernatis, il vecchio
della libreria Sloane, il professor Camestres e altri che avevo incontrato quella sera in Piemonte.
E, credo come Cavaliere del Tetragrammaton, vidi il signor Garamond, composto e ieratico,
compreso del suo nuovo ruolo, che con le mani tremanti si toccava il Tosone che aveva
sul petto. E intanto Bramanti continuava: "Mistico Legato di Karnak, Mistico Legato di Baviera,
Mistico Legato dei Barbelognostici, Mistico Legato di Camelot, Mistico Legato di Montsegur,
Mistico Legato dell'Imam Nascosto... Supremo Patriarca di Tomar, Supremo Patriarca di
Kilwinning, Supremo Patriarca di Saint-Martin-des-Champs, Supremo Patriarca di Marienbad,
Supremo Patriarca dell'Ochrana Invisibile, Supremo Patriarca in partibus della Rocca di Alamut..."
E certamente il patriarca dell'Ochrana Invisibile era Salon, sempre grigio in volto ma senza
palandrana e ora risplendente di una tunica gialla bordata di rosso. Lo seguiva Pierre, lo psicopompo
dell'Eglise Luciferienne, che però portava sul petto, in luogo del Toson d'Oro, un pugnale
in una guaina dorata. E intanto Bramanti continuava: "Sublime Ierogamo delle Nozze
Chimiche, Sublime Psicopompo Rodostaurotico, Sublime Referendario degli Arcani Arcanissimi,
Sublime Steganografo della Monas Ieroglifica, Sublime Connettore Astrale Utriusque Cosmi,
Sublime Guardiano della Tomba di Rosencreutz.... Imponderabile Arconte delle Correnti,
Imponderabile Arconte della Terra Cava, Imponderabile Arconte del Polo Mistico, Imponderabile
Arconte dei Labirinti, Imponderabile Arconte del Pendolo dei Pendoli..." Bramanti fece
una pausa, e mi parve pronunciasse l'ultima formula a malincuore: "E l'Imponderabile fra gli
Imponderabili Arconti, il Servo dei Servi, Umilissimo Segretario dell'Edipo Egizio, Messaggero Infimo dei Signori del Mondo e Portiere di Agarttha, Ultimo Turiferario del Pendolo, Claude-
Louis, conte di Saint-Germain, principe Rakoczi, conte di Saint-Martin e marchese di Agliè,
signore di Surtoont, marchese di Welldone, marchese di Monferrato, di Aymar e Belmar, conte
Soltikof, cavaliere Schoening, conte di Tzarogy!"
Mentre gli altri si disponevano nell'ambulacro, facendo fronte al Pendolo e ai fedeli della navata,
entrava Agliè, in doppiopetto blu gessato, pallido e contratto in volto, conducendo per
mano, come se accompagnasse un'anima sul sentiero dell'Ade, pallida anch'essa e come stupita
da una droga, abbigliata solo di un'unica tunica bianca e semitrasparente, Lorenza Pellegrini, i
capelli sciolti sulle spalle. La vidi di profilo mentre passava, pura e languida come un'adultera
preraffaellita. Troppo diafana per non stimolare ancora una volta il mio desiderio.
Agliè portò Lorenza presso al braciere, vicino alla statua di Pascal, le fece una carezza sul
volto assente e fece un cenno ai Géants d'Avalon, che le si posero a lato, sostenendola. Poi
andò a sedersi al tavolo, di fronte ai fedeli, e potevo vederlo benissimo, mentre traeva dal panciotto
la sua tabacchiera e l'accarezzava in silenzio prima di parlare.
"Fratelli, cavalieri. Siete qui perché in questi giorni i Mistici Legati vi hanno informato, e
quindi ormai tutti sapete per quale ragione ci riuniamo. Avremmo dovuto riunirci la notte del
23 giugno 1945, e forse alcuni di voi allora non erano ancor nati — almeno nella forma attuale,
intendo. Siamo qui perché dopo seicento anni di dolorosissimo errare abbiamo trovato uno che
sa. Come abbia saputo — e abbia saputo più di noi — è un inquietante mistero. Ma confido che
sia presente tra noi – e non potresti mancare, vero, amico mio già troppo curioso una volta —
confido dicevo che sia presente tra noi chi potrebbe confessarcelo. Ardenti!"
Il colonnello Ardenti — certamente lui, corvino come sempre, se pure insenilito — si fece
strada tra gli astanti e si portò davanti a quello che stava diventando il suo tribunale, tenuto a
distanza dal Pendolo che segnava uno spazio invalicabile.
"Da quanto non ci vediamo, fratello," sorrideva Agliè. "Sapevo che diffondendo la notizia,
non avresti resistito. Allora? Tu sai che cosa ha detto il prigioniero, e dice di averlo saputo da
te. Tu dunque sapevi e tacevi."
"Conte," disse Ardenti, "il prigioniero mente. Mi umilio nel dirlo, ma l'onore anzitutto. La
storia che gli ho confidato non è quella di cui i Mistici Legati mi hanno detto. L'interpretazione
del messaggio — sì, è vero, avevo messo le mani su un messaggio, non ve l'avevo nascosto
anni fa a Milano — è diversa... Io non sarei stato in grado di leggerlo come il prigioniero lo ha
letto, per questo quella volta cercavo aiuto. E debbo dire che non ho incontrato incoraggiamenti,
ma solo diffidenza, sfida e minacce..." Forse voleva dir altro, ma fissando Agliè fissava anche
il Pendolo, che stava agendo su di lui come un incantamento. Ipnotico, cadde in ginocchio
e disse soltanto: "Perdono, perché non so."
"Sei perdonato, perché sai di non sapere," disse Agliè. "Vai. Dunque, fratelli, il prigioniero
sa troppe cose che nessuno di noi sapeva. Sa persino chi siamo noi, e noi lo abbiamo appreso
da lui. Occorre procedere in fretta, tra poco sarà l'alba. Mentre voi rimanete qui in meditazione,
io ora mi ritirerò ancora una volta con lui per strappargli la rivelazione."
"Ah non, signor conte!" Pierre si era fatto avanti nell'emicicló con le iridi dilatate. "Per due
giorni avete parlato con lui, senza prevenirci, ed egli non ha visto niente, non ha detto niente,
non ha udito niente, come le tre scimmiette. Che cosa volete chiedergli in più, questa notte?
No, qui, qui davanti a tutti!"
"Si calmi caro Pierre. Ho fatto condurre qui questa sera colei che ritengo la più squisita incarnazione
della Sophia, legame mistico tra il mondo dell'errore o l'Ogdoade Superiore. Non mi
chieda come e perché, ma con questa mediatrice l'uomo parlerà. Dillo a costoro, chi sei tu, Sophia?"
E Lorenza, sempre sonnambolica, quasi scandendo le parole a fatica: "Io sono... la prostituta
e la santa."
"Ah buona questa," rise Pierre. "Abbiamo qui la crème de l'initiation e ricorriamo alle pute.
No, l'uomo qui e subito, di fronte al Pendolo!"
"Non siamo puerili," disse Agliè. "Datemi un'ora di tempo. Perché credete che parlerebbe
qui, di fronte al Pendolo?"
"Egli andrà parlare nel dissolversi. Le sacrifice humain!" gridò Pierre alla navata.
E la navata, a gran voce: "Le sacrifice humain!"
Si avanzò Salon: "Conte, puerilità a parte, il fratello ha ragione. Non siamo dei poliziotti..."
"Non dovrebbe dirlo lei," motteggiò Agliè.
"Non siamo dei poliziotti e non riteniamo dignitoso procedere coi mezzi d'indagine consueti.
Ma non credo neppure che possano valere i sacrifici alle forze del sottosuolo. Se esse avessero
voluto darci un segno, lo avrebbero fatto da tempo. Oltre al prigioniero qualcun altro sapeva,
tranne che è scomparso. Ebbene, questa sera abbiamo la possibilità di mettere a confronto
con il prigioniero coloro che sapevano e..." fece un sorriso, fissando Agliè con gli occhi socchiusi
sotto le sopracciglia irsute, "di metterli anche a confronto con noi, o con alcuni di noi..."
"Cosa intende dire, Salon?" chiese Agliè, con voce certamente insicura.
"Se il signór conte permette, vorrei spiegarlo io," disse Madame 0lcott. Era lei, la riconoscevo
dal manifesto. Livida in una veste olivastra, i capelli lucidi di oli, raccolti sulla nuca, la voce
di un uomo rauco. Mi pareva, nella libreria Sloane, di conoscere quel viso, e ora ricordavo: era
la druidessa che ci era corsa quasi incontro nella radura, quella notte. "Alex, Denys, portate qui
il prigioniero."
Aveva parlato in modo imperioso, il brusio della navata sembrava esserle favorevole, i due
giganti avevano ubbidito affidando Lorenza a due Freaks Mignons, Agliè aveva le mani contratte
sui braccioli dello scranno e non aveva osato opporsi.
Madame Olcott aveva fatto segno ai suoi mostriciattoli, e fra la statua di Pascal e l'Obéissant
erano state poste tre poltroncine, sulle quali essa ora stava facendo accomodare tre individui.
Tutti e tre scuri di carnagione, piccoli di statura, nervosi, con grandi occhi bianchi. "I gemelli
Fox, li conoscete bene, conte. Theo, Leo, Geo, sedete, e preparatevi."
In quel momento riapparvero i giganti di Avalon tenendo per le braccia proprio Jacopo Belbo,
che ai due arrivava a malapena alle spalle. Il mio povero amico era terreo, con la barba di
molti giorni, aveva le mani legate dietro la schiena e una camicia aperta sul petto. Entrando in
quel-l'agone fumoso sbatté gli occhi. Non sembrò stupirsi per l'accolta di gerofanti che si vedeva
di fronte, in quegli ultimi giorni doveva essersi abituato ad attendersi di tutto.
Non si attendeva però di vedere il Pendolo, non in quella posizione. Ma i giganti lo trascinarono
davanti allo scranno di Agliè. Del Pendolo ormai udiva solo il lievissimo stormire che faceva
sfiorandolo alle spalle.
Un solo istante si voltò, e vide Lorenza. Si emozionò, fece per chiamarla, cercò di divincolarsi
ma Lorenza, che pure lo fissava atona, parve non riconoscerlo.
Belbo stava certamente per domandare ad Agliè che cosa le avevano fatto, ma non ne ebbe il
tempo. Dal fondo della navata, verso la zona della cassa e dei banchi dei libri, si udì un rullo di
tamburi, e alcune note stridenti di flauti. Di colpo le portiere di quattro automobili si aprirono e
ne uscirono quattro esseri che già avevo visto, anch'essi, sul manifesto del Petit Cirque.
Un cappello di feltro senza tesa, come un fez, ampi mantelli neri chiusi sino al collo, Les
Derviches Hurleurs uscirono dalle automobili come risorti che sorgessero dal sepolcro e si accovacciarono
ai bordi del cerchio magico. Sul fondo í flauti modulavano ora una musica dolce,
mentre essi con uguale dolcezza battevano le mani sul suolo e chinavano la testa.
Dalla carlinga dell'aeroplano di Breguet, come il muezzin dal minareto, si sporse un quinto
dei loro, che iniziò a salmodiare in una lingua ignota, gemendo, lamentandosi, con toni striduli,
mentre riprendevano i tamburi, crescendo d'intensità.
Madame Olcott si era chinata dietro ai fratelli Fox e sussurrava loro frasi di incoraggiamento.
I tre si erano abbandonati sulle poltrone, le mani strette ai braccioli, con gli occhi chiusi, iniziando
a traspirare e agitando tutti i muscoli del viso.
Madame Olcott si rivolgeva all'assemblea dei dignitari. "Ora i miei bravi fratellini porteranno
tra noi tre persone che sapevano." Fece una pausa, poi annunciò: "Edward Kelley, Heinrich
Khunrath e ..." altra pausa, "il conte di San Germano."
Per la prima volta vidi Agliè perdere íl controllo. Si levò dallo scranno, e commise un errore.
Poi si lanciò verso la donna – evitando quasi per caso la traiettoria del Pendolo – gridando:
"Vipera, bugiarda, sai benissimo che non può essere..." Poi alla navata: "Impostura, impostura!
Fermatela!"
Ma nessuno si mosse, anzi, Pierre andò a prendere posto sullo scranno e disse: "Proseguiamo,
madame."
Agliè si calmò. Riprese il suo sangue freddo, e si fece da parte, confondendosi tra gli astanti.
"Avanti," sfidò, "proviamo, allora."
Madame Olcott mosse il braccio come per dare il via a una corsa. La musica assunse toni
sempre più acuti, si frantumò in una cacofonia di dissonanze, i tamburi rullarono aritmici, i
danzatori, che già avevano iniziato a muovere il busto avanti e indietro, a destra e a sinistra, si
erano alzati, buttando í mantelli e tendendo le braccia rigide, come se stessero per prendere il
volo. Dopo un attimo di immobilità avevano preso a vorticare su se stessi, usando il piede sinistro
come perno, ti volto levato in alto, concentrati e perduti, mentre la loro giubba plissettata
accompagnava le loro piroette allargandosi a campana, e sembravano fiori battuti da un uragano.
Nel contempo i medium si erano come rattrappiti, il volto teso e sfigurato, sembrava che volessero
defecare senza riuscirci, respiravano rauchi. La luce del braciere si era attenuata, e gli
accoliti di Madame Olcott avevano spento tutte le lanterne poste a terra. La chiesa era solo illuminata
dal lucore delle lanterne della navata.
E a poco a poco si verificò il prodigio. Dalle labbra di Theo Fox iniziava a uscire come una
spuma biancastra che a poco a poco si solidificava, e una spuma analoga, con un poco di ritardo,
stava uscendo dalle labbra dei suoi fratelli.
"Forza fratellini," sussurrava insinuante Madame Olcott, "forza, fatevi forza, così, così..."
I danzatori cantavano, in modo rotto e isterico, facevano oscillare e poi dondolare la testa, le
grida che lanciavano erano prima convulse, poi furono rantoli.
I medium parevano trasudare una sostanza dapprima gassosa, poi più consistente, era come
una lava, un albume che si snodava lentamente, saliva e discendeva, strisciava loro sulle spalle,
sul petto, sulle gambe, con movimenti sinuosi che ricordavano quelli di un rettile. Non capivo
più se gli uscisse dai pori della pelle, dalla bocca, dalle orecchie, dagli occhi. La folla premeva
in avanti, spingendosi sempre più contro i medium, verso i danzatori. Io avevo perduto ogni
paura: sicuro di confondermi tra tutti coloro, ero uscito dalla garitta, esponendomi ancor più ai
vapori che si spandevano sotto le volte.
Intorno ai medium aleggiava una luminescenza dai contorni lattiginosi e imprecisi. La sostanza
stava per scorporarsi da essi e assumeva forme ameboidi. Dalla massa che proveniva da
uno dei fratelli si era staccata una specie di punta, che si incurvava e risaliva sul suo corpo,
quasi fosse un animale che volesse colpire col becco. Al sommo della punta stavano per formarsi
due escrescenze retrattili, come le corna di un lumacone...
I danzatori avevano gli occhi chiusi, la bocca piena di schiuma, senza cessare il movimento
di rotazione intorno a se stessi avevano iniziato in circolo, per quanto lo spazio poteva permettergli,
un movimento di rivoluzione intorno al Pendolo, miracolosamente riuscendo a muoversi
senza incrociarne la traiettoria. Sempre più vorticando, avevano gettato il loro berretto, lasciando
fluttuare lunghi capelli neri, le teste che sembravano volar via dal collo. Gridavano, come
quella sera a Rio, houu houu houuuuu...
Le forme bianche si definivano, una di esse aveva assunto una vaga sembianza uman'a, l'altra
era ancora un fallo, un'ampolla, un alambicco, e la terza stava assumendo chiaramente l'aspetto
di un uccello, di una civetta dai grandi occhiali e dalle orecchie ritte, íl becco adunco di
vecchia professoressa di scienze naturali.
Madame Olcott interrogava la prima forma: "Kelley, sei tu?" E dalla forma uscì una voce.
Non era certamente Theo Fox a parlare, era una voce lontana, che sillabava a fatica: "Now... I
do reveale, a... a mighty Secret if you marke it well..."
"Sì, sì," insisteva la Olcott. E la voce: "This very place is call'd by many names... Earth...
Earth is the lowest element of All... When thrice yee bave turned this Wheele about... thus my
greate Secret I have revealed..."
Theo Fox fece un gesto con la mano, come a chieder grazia. "Rilassati un poco soltanto,
mantieni la cosa..." gli disse Madame Olcott. Poi si rivolse alla forma della civetta: "Ti riconosco
Khunrath, che cosa ci vuoi dire?"
La civetta parve parlare: "Hallelu...Iàah... Hallelu... Iaàh... Was..."
"Was?"
"Was helfen Fackeln Licht... oder Briln... so die Leut... nicht sehen... wollen..."
"Noi vogliamo," diceva Madame Olcott, "dicci quello che sai..."
"Symbolon kósmou... tà àntra... kaì tàn enkosmiòn... dunàmeòn erithento... oi theològoi..."
Anche Leo Fox era allo stremo, la voce della civetta si era affievolita verso la fine. Leo aveva
reclinato il capo, e sosteneva la forma a fatica. Implacabile Madame Olcott lo incitava a resistere
e si rivolgeva all'ultima forma, che ora aveva assunto fattezze antropomorfe anch'essa.
"Saint-Germain, Saint-Germain, sei tu? Che cosa sai?"
E la forma si era messa a solfeggiare una melodia. Madame Olcott aveva imposto ai musicanti
di attenuare il loro frastuono, mentre i danzatori non ululavano più ma continuavano a piroettare
sempre più spossati.
La forma cantava: "Gentle love this hour befriends me..."
"Sei tu, ti riconosco," diceva invitante Madame Olcott. "Parla, dicci dove, cosa..."
E la forma: "Il était nuit... La téte couverte du volle de lin.... j'arrive.. je trouve un autel de
fer, j'y place le rameau mystérieux... Oh, je crus descendre dans un abime... des galeries
composées de quartiers de pietre noire... mon voyage souterrain..."
"è falso, è falso," gridava Agliè, "fratelli, conoscete tutti questo testo, è la Très Sainte Trinosophie,
l'ho ben scritta io, chiunque può leggerla per sessanta franchi!" Era corso verso Geo
Fox e stava scuotendolo per il braccio.
"Ferma impostore," gridò Madame Olcott, "lo uccidi!"
"E quando fosse!" gridò Agliè rovesciando il medium dalla sedia.
Geo Fox cercò di sostenersi afferrandosi alla sua stessa secrezione che, trascinata in quella
caduta, si dissolse sbavando verso terra. Geo si accasciò nella gora vischiosa che stava continuando
a vomitare, quindi si irrigidì senza vita.
"Fermati pazzo," gridava Madame Olcott, afferrando Agliè. E poi agli altri due fratelli: "Resistete
piccoli miei, essi debbono parlare ancora. Khunrath. Khunrath, digli che siete veri!"
Leo Fox, per sopravvivere, stava tentando di riassorbire la civetta. Madame Olcott gli si era
posta alle spalle e gli stringeva le tempie, per piegarlo alla sua protervia. La civetta si accorse
che stava per scomparire e si rivoltò verso il suo stesso partoriente: "Phy, Phy Diabolo," sibilava,
cercando di beccargli gli occhi. Leo Fox emise un gorgoglio come se gli avessero reciso la
carotide e cadde in ginocchio. La civetta scomparve in una melma ributtante (phiii, phiii, faceva),
e in essa cadde a soffocare il medium, rimanendovi infagottato e immobile. La Olcott furente
si era rivolta a Theo, che stava resistedo bravamente: "Parla Kelley, mi senti?"
Kelley non parlava più. Tendeva a scorporarsi dal medium, che ora urlava come se gli strappassero
le viscere e cercava di riprendersi ciò che aveva prodotto, battendo le mani nel vuoto.
"Kelley, orecchie mozze, non barare ancora una volta," gridava la Olcott. Ma Kelley, non riuscendo
a separarsi dal medium, cercava di soffocarlo. Era diventato come un chewing-gum da
cui l'ultimo fratello Fox tentava invano di districarsi. Poi anche Theo cadde sulle ginocchia,
tossiva, si stava confondendo con la cosa parassita che lo divorava, rotolò per terra dimenandosi
come se fosse avvolto dalle fiamme. Ciò che era stato Kelley lo ricoprì dapprima come un
sudario, poi morì liquefacendosi e lo lasciò svuotato al suolo, la metà di se stesso, la mummia
di un bambino imbalsamato da Salon. In quello stesso momento i quattro danzatori si arrestarono
all'unisono, agitarono le braccia in aria, per pochi secondi furono annegati che stavano colando
a picco, quindi si accasciarono guaendo come cuccioli e coprendosi la testa con le mani.
Agliè intanto si era riportato nell'ambulacro, tergendosi il sudore dalla fronte, con il fazzolettino
che gli ornava il taschino della giacca. Inspirò due volte, e si portò alla bocca una pasticca
bianca. Poi impose silenzio.
"Fratelli, cavalieri. Avete visto a quali miserie questa donna ha voluto sottoporci. Ricomponiamoci
e torniamo al mio progetto. Datemi un'ora per condurre di là il prigioniero."
Madame Olcott era fuori gioco, china sui suoi medium, in un dolore quasi umano. Ma Pierre,
che aveva seguito la vicenda sempre seduto sullo scranno, riprese il controllo della situazione.
"Non," disse, "non c'è che un mezzo. Le sacrifice humain! Il prisoniero a me!"
Magnetizzati dalla sua energia i giganti di Avalon avevano afferrato Belbo, che aveva seguito
attonito la scena, e lo avevano sospinto davanti a Pietre. Costui, con l'agilità di un giocoliere,
si era alzato, aveva messo lo scranno sul tavolo e aveva spinto entrambi al centro del coro,
quindi aveva afferrato il filo del Pendolo al passaggio e aveva arrestato la sfera, arretrando per
il contraccolpo. Fu un attimo: come seguendo un piano — e forse durante la confusione c'era
stato un accordo — i giganti erano saliti su quel podio, avevano issato Belbo sullo scranno e
uno di essi aveva avvolto intorno a1 suo collo, due volte, il filo del Pendolo, mentre il secondo
teneva sospesa la sfera, appoggiandola poi sul bordo del tavolo.
Bramanti si era precipitato davanti alla forca, avvampando di maestà nella sua zimarra scarlatta,
e aveva salmodiato: "Exorcizo ígitur te per Pentagrammaton, et in nomine Tetragrammaton,
per Alfa et Omega qui sunt in spiritu Azoth. Saddai, Adonai, Jotchavah, Eieazereie! Michael,
Gabríel, Raphael, Anael. Fluat Udor per spiritum Eloim! Maneat Terra per Adam Iot-Cavah!
Per Samael Zebaoth et in nomine Eloim Gibor, veni Adramelech! Vade retro Lilith!"
Belbo rimase ritto sullo scranno, la corda al collo. I giganti non avevano più bisogno di trattenerlo.
Se avesse fatto un solo movimento falso sarebbe caduto da quell'instabile posizione, e
il cappio gli avrebbe serrato la gola.
"Imbecilli," gridava Agliè, "come lo rimetteremo sul suo asse?" Pensava alla salvezza del
Pendolo.
Bramanti aveva sorriso: "Non si preoccupi, conte. Qui non stiamo miscelando le sue tinture.
Esso è il Pendolo, come è stato concepito da Loro. Esso saprà dove andare. E in ogni caso,
per convincere una Forza ad agire, nulla di meglio di un sacrificio umano."
Sino a quel momento Belbo aveva tremato. Lo vidi distendersi, non dico rasserenarsi, ma
guardare la platea con curiosità. Credo che in quell'istante, di fronte al diverbio tra i due avversari,
vedendo davanti a sé i corpi disarticolati dei medium, ai suoi lati i dervisci che ancora
sussulta-vano gemendo, i paramenti dei dignitari scomposti, avesse riacquistato la sua dote più
autentica, il senso del ridicolo.
In quel momento, ne sono sicuro, ha deciso che non doveva più lasciarsi spaventare. Forse
la sua posizione elevata gli aveva dato un senso di superiorità, mentre osservava dal boccascena
quella accolta di forsennati perduti in una falda da Grand Guignol, e in fondo, quasi nell'atrio,
i mostriciattoli ormai disinteressati alla vicenda, a darsi di gomito e a ridacchiare, come
Annibale Cantalamessa e Pio Bo.
Volse soltanto l'occhio ansioso verso Lorenza, tenuta di nuovo per le braccia dai giganti,
agitata da rapidi sussulti. Lorenza aveva riacquistato coscienza. Piangeva.
Non so se Belbo abbia deciso di non darle spettacolo della sua paura, o se la sua decisione
sia stata piuttosto l'unico modo con cui poteva far pesare il suo disprezzo, e la sua autorità, su
quella masnada. Ma si teneva ritto, la testa alta, la camicia aperta sul petto, le mani legate dietro
la schiena, fieramente, come chi non avesse mai conosciuto la paura.
Placato dalla pacatezza di Belbo, rassegnato in ogni caso alla interruzione delle oscillazioni,
sempre ansioso di conoscere il segreto, ormai alla resa dei conti con la ricerca di una vita, o di
molte, risoluto a riprendere in mano i suoi seguaci, Agliè si era rivolto di nuovo a Jacopo: "Andiamo,
Belbo, si decida. Lo vede, si trova in una situazione, a dir poco, imbarazzante. La smetta
con la sua commedia."
Belbo non aveva risposto. Guardava altrove, come se per discrezione volesse evitare di
ascoltare un dialogo che aveva sorpreso per caso.
Agliè aveva insistito, conciliante come se parlasse a un bambino: "Capisco il suo risentimento,
e se mi permette, il suo riserbo. Capisco le ripugni confidare un segreto così intimo, e
geloso, a una plebe che le ha appena offerto uno spettacolo così poco edificante. Ebbene, il suo
segreto lo potrà confidare solo a me, all'orecchio. Ora io la faccio scendere e so che lei mi dirà
una parola, una sola parola."
E Belbo: "Lei dice?"
Allora Agliè aveva cambiato tono. Per la prima volta in vita sua lo vedevo imperioso, sacerdotale,
eccessivo. Parlava come se stesse indossando uno dei vestimenti egizi dei suoi amici.
Avvertii che il suo tono era falso, pareva stesse parodiando coloro a cui non aveva mai lesinato
la sua indulgente commiserazione. Ma al tempo stesso parlava assai compreso di quel suo ruolo
inedito. Per qualche suo disegno — poiché non poteva essere per istinto — egli stava introducendo
Belbo in una scena da melodramma. Se recitò, recitò bene, perché Belbo non avvertì
alcun raggiro, e ascoltò il suo interlocutore come se altro non si attendesse da lui.
"Ora tu parlerai," disse Agliè, "parlerai, e non rimarrai fuori da questo grande gioco. Tacendo,
sei perduto. Parlando parteciperai della vittoria. Perché in verità ti dico, questa notte tu, io e
noi tutti siamo in Hod, la sefirah dello splendore, della maestà e della gloria, Hod che governa
la magia cerimoniale e rituale, Hod il momento in cui si schiude l'eternità. Questo momento
l'ho sognato per secoli. Parlerai e ti unirai ai soli che, dopo la tua rivelazione, potranno dichiararsi
i Signori del Mondo. Umiliati, e sarai esaltato. Parlerai perché così io comando, parlerai
perché io lo dico, e le mie parole efficiunt quod figurant!"
E Belbo aveva detto, ormai invincibile: "Ma gavte la nata..."
Agliè, se pure si attendeva un diniego, impallidì all'insulto. "Che cosa ha detto?" aveva chiesto Pierre isterico. "Non parla," aveva riassunto Agliè. Aveva allargato le braccia, con un gesto
tra la resa e la condiscendenza, e aveva detto a Bramanti: "è vostro."
E Pierre, stravolto: "Assai, assai, le sacrifice humain, le sacrifice humain!"
"Sì, che muoia, troveremo lo stesso la risposta," gridava altrettanto stravolta Madame Olcott,
ritornata in scena, e si era lanciata verso Belbo.
Quasi contemporaneamente si era mossa Lorenza. Si era svincolata dalla stretta dei giganti e
si era messa davanti a Belbo, ai piedi della forca, con le braccia allargate come per arrestare
un'invasione, gridando tra le lacrime: "Ma siete tutti pazzi, ma è così che si fa?" Agliè, che già
stava ritirandosi, era rimasto un attimo interdetto, quindi l'aveva rincorsa per trattenerla.
Poi tutto si è svolto in un secondo. Alla Olcott si era sciolta la crocchia di capelli, livoree
fiamme come una medusa, e protendeva i suoi artigli contro Agliè, graffiandogli il viso e poi
spingendolo da parte con la violenza dell'impeto che aveva accumulato in quel balzo, Agliè arretrava,
incespicava in una gamba del braciere, piroettava su se stesso come un derviscio e andava
a battere col capo contro una macchina piombando a terra col viso coperto di sangue.
Pierre nello stesso istante si era gettato su Lorenza, mentre si lanciava aveva tratto dalla guaina
il pugnale che gli pendeva sul petto, io ormai lo vedevo di schiena, non capii subito quello che
era accaduto, ma vidi Lorenza scivolare ai piedi di Belbo col volto di cera, e Pierre che levava
la lama urlando: "Enfin, le sacrifice humain!" E quindi, volgendosi alla navata, a gran voce: "I'a
Cthulhu! I'a S'ha-t'n!"
Insieme, la massa che gremiva la navata si era mossa, e alcuni cadevano travolti, altri minacciavano
di far crollare la macchina di Cugnot. Udii — credo almeno, ma non posso essermi immaginato
un particolare così grottesco — la voce di Garamond che diceva: "Prego, signori, un
minimo di educazione..." Bramanti, estatico, s'inginocchiava davanti al corpo di Lorenza, declamando:
"Asar, Asar! Chi mi afferra alla gola? Chi mi inchioda al suolo? Chi pugnala il mio
cuore? Sono indegno di varcare la soglia della casa di Maat!"
Forse nessuno voleva, forse il sacrificio di Lorenza doveva bastare, ma gli accoliti stavano
ormai spingendosi dentro il cerchio magico; reso accessibile dalla stasi del Pendolo, e qualcuno
— e avrei giurato fosse Ardenti — fu scaraventato dagli altri contro il tavolo, che scomparve
letteralmente sotto ai piedi di Belbo, schizzò via, mentre, in virtù della stessa spinta, il Pendolo
iniziava un'oscillazione rapida e violenta strappando la sua vittima con sé. La corda si era tesa
sotto il peso della sfera e si era avvolta, ora strettamente come un laccio, intorno al collo del
mio povero amico, sbalzato a mezz'aria, pendulo lungo il filo del Pendolo e, volato di colpo
verso l'estremità orientale del coro, ora stava tornando indietro, già privo di vita (spero), nella
mia direzione.
La folla calpestandosi si era di nuovo ritirata ai bordi, per lasciar spazio al prodigio. L'addetto
alle oscillazioni, inebriato dalla rinascita del Pendolo, ne assecondava l'impeto agendo direttamente
sul corpo dell'impiccato. L'asse di oscillazione formava una diagonale dai miei occhi a
una delle finestre, certamente quella con la scrostatura, da cui avrebbe dovuto penetrare tra poche
ore il primo raggio di sole. Io quindi non vedevo Jacopo oscillare di fronte a me, ma credo
che così siano andate le cose, che questa sia la figura che egli tracciava nello spazio...
Il collo di Belbo appariva come una seconda sfera inserita lungo il tratto del filo che andava
dalla base alla chiave di volta e — come dire — mentre la sfera di metallo si tendeva a destra,
il capo di Belbo, l'altra sfera, inclinava a sinistra, e poi l'inverso. Per lungo tratto le due sfere
andarono in direzioni opposte così che quello che sciabolava nello spazio non era più una retta,
ma una struttura triangolare. Ma, mentre il capo di Belbo seguiva la trazione del filo teso, il suo
corpo — forse, prima nell'ultimo spasimo, ora con la spastica agilità di una marionetta di legno
— tracciava altre direzioni nel vuoto, indipendente dal capo, dal filo e dalla sfera sottostante, le
braccia qua, le gambe là — ed ebbi la sensazione che se qualcuno avesse fotografato la scena
col fucile di Muybridge, inchiodando sulla lastra ogni momento in una successione spaziale, registrando
i due punti estremi in cui veniva a trovarsi la testa a ogni periodo, i due punti di arresto
della sfera, i punti dell'incrocio ideale dei fili, indipendenti, di entrambi, e i punti intermedi
segnati dall'estremità del piano di oscillazione del tronco e delle gambe, Belbo impiccato al
Pendolo, dico, avrebbe disegnato nel vuoto l'albero dei sefirot riassumendo nel suo estremo
momento la vicenda stessa di tutti gli universi, fissando nel suo vagare le dieci tappe dello sfiato
esangue e della deiezione del divino nel mondo.
Poi, mentre l'oscillatore continuava a incoraggiare quella funebre altalena, per un atroce
comporsi di forze, una migrazione di energie, il corpo di Belbo era divenuto immobile, e il filo
con la sfera si muovevano a pendolo soltanto dal suo corpo verso terra, il resto — che collegava
Belbo con la volta — rimanendo ormai a piombo. Così Belbo, sfuggito all'errore del mondo
e dei suoi moti, era divenuto lui, ora, il punto di sospensione, il Perno Fisso, il Luogo a cui si
sostiene la volta del mondo, e solo sotto i suoi piedi oscillavano il filo e la sfera, dall'uno all'altro
polo, senza pace, con la terra che sfuggiva sotto di essi, mostrando sempre un continente
nuovo — né la sfera sapeva indicare, e avrebbe mai saputo, dove stesse 1'Umbilico del Mondo.
Mentre la canea dei diabolici, per un istante attonita di fronte al portento, riprendeva a vociare,
mi dissi che la storia era veramente finita. Se Hod è la sefirah della Gloria, Belbo aveva
avuto la gloria. Un solo gesto impavido lo aveva riconciliato con l'Assoluto.
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