Avete mai l'impressione, leggendo uno scritto, che ci sia un vero e proprio patto tra l'autore e il proprio personaggio, nella storia che state leggendo? Ricordo che quando lessi i promessi sposi, rimasi basito per quanto Manzoni si fosse infine avventurato all'inverosimile nel regno del dubbio dell'autore. Un racconto con questo titolo venne premiato ad un concorsino di periferia quando lo proposi, e parlava proprio di questo: ossia, quando l'autore si innamora del proprio personaggio, fino al punto da rendere la realtà qualcosa di impenitente e storpiato e fiabesco. I Promessi Sposi in se stesso parla di due poveracci che fanno di tutto per sposarsi ma non ce la fanno… vuoi la peste; vuoi il povero, tentennante Don Abbondio; vuoi il crudele Don Rodrigo… e la monaca di Monza… In ultimo, quando tutto sembra perduto, non solo si sposano, ma si salvano entrambi dalla peste, Don Rodrigo muore atrocemente, l'Innominato… con tutte le belle figliole che ci sono in giro… va a innamorarsi e a redimersi proprio grazie alla purezza di Lucia... insomma, sembra che non sia bastato riscrivere il libro per anni e anni, doveva proprio rendere il loro "vissero felici e contenti", una questione quasi di orgoglio personale.
Leggendo e scrivendo mi sono accorto che, spesso, per molti autori, un romanzo o un'opera diventa una sorta di matrimonio; come potrebbe essere l'uomo o la donna per la vita: puoi avere decine di avventure, ma una sola è quella che amerai per sempre.
Preda quindi dello stesso Dubbio è Goethe. Johanne Wolfgang Goethe, nacque a Francoforte a metà del 1700. Studiò giurisprudenza a Strasburgo e passò quasi l'intera vita a Weimar, dove coltivò un'amicizia particolare con Schiller. Il Faust è la sua opera omnia, il suo dubbio… la sua vita. Dai primi frammenti fino alla sua completezza passarono sessanta lunghissimi anni di progetti alternativi e interruzioni.
Faust è uno scienziato, costretto dai limiti umani del sapere. Il demone Mefistofele lo tenta, e lui decide di vendere la sua anima in cambio di giovinezza, potere e conoscenza. Da quel momento, grazie ad un potere semi-divino, trascina fino alla follia e al conseguente deperimento Margherita, una dolce e innocente fanciulla, per poi piegare al suo volere le corti principesche del mondo. Anche se, dalla visione di tutto ciò, mediante i canoni cattolici, la sua anima sarebbe dovuta bruciare, l'onnisciente e misericordioso decide di vedere del buono in lui e nelle sue azioni, volte infine all'aspirazione della conoscenza.

Di seguito due estratti di dialogo tra Asmodeo e Faust:

O credi a me, che da qualche millennio contro quest'osso duro mi vo rompendo i denti.
Dalla culla alla bara, uomo non v'ha che a digerir riesca il vecchio indigestissimo fermento del suo destino in terra. Credi a un demonio. L'universo è fatto soltanto per un Dio. Dio se ne sta dentro una luce eterna. Nella tenebra ha immerso i pari miei. E in quanto a voi, sol vi conviene il susseguirsi alterno dei giorni e delle notti."

Sprofonda, dunque. E potrei dirti: sali! E' pur la stessa cosa. Fuggi, da tutto ciò che fu creato, verso i liberi regni delle immagini, fuor d'ogni spazio e tempo. Contempla e godi ciò; che ormai da secoli più non esiste. Tumultuar di nuvole in perenni mutevoli sembianze. Vibra la chiave, e tienile lontane

Il Faust è contrastante con molte delle cose scritte dallo stesso autore… vissuto nel pieno romanticismo. Questo rispecchia, sembra, il lato oscuro di un uomo a tratti spiritoso, ma capace di sentimentalismi e opere drammatiche senza paragoni, come "I Dolori del Giovane Werther", notissima opera epistolare che narra le vicende di un giovane ed inesperto in arte amatoria che perde completamente la testa per una fanciulla che mai potrà avere.
Werther, nelle lettere che scrive all'amico Guglielmo, racconta del suo amore per Carlotta (tradotta in italiano dal tedesco Lotte), promessa e poi sposa di Alberto, (personaggio dipinto dall'autore appositamente asciutto in modo da far risaltare i sentimentalismi del rivale). La vicenda si snoda come una giornata di sole, semplicemente, e colma di passione e dolcezza. Tra le righe, anche chi non ha letto l'opera e non ne conosce il suo culmine, può benissimo annusare l'evento tragico che ne conseguirà. Werther e Lotte si concedono ad un bacio, ma lui, distrutto dalla gelosia e dal rimorso, decide in ultimo di partire per un viaggio senza ritorno, togliendosi la vita con le pistole di Alberto.
In molti hanno trovato delle somiglianze con l'opera italiano di Ugo Foscolo: "Le Ultime Lettere di Jacopo Ortis", che a mio modesto parere non è nemmeno lontanamente paragonabile all'opera dell'autore tedesco in quanto a purezza di sentimentalismi, passioni e capacità di trasmettere un messaggio così personale e autobiografico (come nel caso di Goethe) senza mai cadere nel preordinato, ma mantenendo sempre le redini di una storia che si racconta da sola.
Anche questa opera però sembra comunque in qualche modo macchiata… Riscosse un successo incredibile, ma venne giudicata immorale, e venne proibita da molti stati della Germania. Questo, si pensa, anche per cercare di arginare i suicidi che conseguirono all'uscita del libro e che vennero attribuiti al coinvolgimento emotivo di chi li leggeva. Si dice che lo stesso autore assistette al recupero del cadavere di una giovane che ancora teneva tra le mani la sua opera dopo essersi annegata.

Ne ricalco un passo:

21 agosto.
Invano io le tendo le braccia al mattino, quando mi sveglio da sogni penosi, invano la cerco la notte sul mio letto quando un dolce, puro sogno mi fa credere di sedere vicino a lei sul prato e di tenere la sua mano, e di coprirla di baci. Ah, quando sono ancora quasi immerso nell'ebbrezza del sonno, e la cerco... e poi mi sveglio, un torrente di lacrime irrompe dal mio cuore oppresso, e io piango sconsolatamente nella prospettiva di un cupo avvenire.
(…)

Il lunedì mattina, ventuno dicembre, scrisse la seguente lettera che, dopo la sua morte, fu trovata suggellata sulla sua scrivania e che fu consegnata a Carlotta. La riporto qui in frammenti come probabilmente fu scritta, date le circostanze.

"E' deciso, Carlotta, voglio morire, e te lo scrivo senza esaltazione romantica, rassegnato, il mattino dell'ultimo giorno in cui ti vedrò. Quando tu, cara, leggerai questa lettera, la fredda tomba chiuderà i resti mortali dell'uomo irrequieto, infelice, che negli ultimi momenti della sua vita non conosce dolcezza più grande di quella di intrattenersi con te. Ho trascorso un'orribile, ma pur benefica notte: essa ha fortificato, determinato la mia risoluzione: voglio morire! Quando ieri mi sono strappato da te in una spaventosa esaltazione dei miei sensi il cui tumulto mi opprimeva il cuore, e triste, disperato vicino a te, mi sentivo avvolgere da un brivido orribile e freddo, potei appena raggiungere la mia stanza, caddi in ginocchio e Tu, o Dio, mi concedesti il sollievo di versare le più amare lacrime! Mille idee, mille diversi pensieri tumultuarono nel mio animo, e uno infine, ultimo, unico, rimase fermo e incrollabile: morire! Mi sono coricato, e stamattina nella calma del risveglio quel pensiero è ancora calmo nel mio cuore: voglio morire! Non è disperazione; è la certezza di aver terminato il mio compito, e di sacrificarmi per te. Sì, Carlotta, perché‚ dovrei tacerlo? Uno di noi tre deve sparire, e io sarò quello! Amica mia, nel mio cuore lacerato spesso si è insinuata l'insana idea... di uccidere... tuo marito! te! me! Così sia. Quando in una bella sera d'estate tu salirai sulla collina, ricordati di me: ricorda quante volte ho attraversato la valle, poi volgi il tuo sguardo verso il cimitero, verso la mia tomba; guarda il vento che fa ondeggiare l'erba alta nello splendore del sole che tramonta... Ero tranquillo quando ho cominciato a scrivere, e ora... ora piango come un bambino pensando a tutto questo rigoglio di vita intorno a me".