Consapevoli della realtà cattolica imposta come unica verità, ed accettata da tutti come da un dogma di fede, pena ovviamente la bollatura di eretico, molti degli scritti a cavallo del diciassettesimo secolo avevano impalcature di ordine teologico. John Milton, nato a Londra nel 1608, non fu da meno. Rinunciando ai voti si dedicò all'insegnamento dopo aver viaggiato in alcuni stati europei, tra cui il nostro paese, dove apprese la lingua italiana, la quale gli permise di leggere Dante e Tetrarca nella sua forma originale. Tra le sue opere spicca uno dei più grandi poemi della letteratura occidentale, il "Paradise Lost", ossia il "Paradiso Perduto".
In questo epico poema, Satana, gettato all'inferno dopo essersi ribellato alle leggi di Dio, chiama a sé i diavoli. Dopo aver discusso sulla possibilità di assaltare il cielo, scartando l'idea, decidono che sia necessario ricercare il mondo di cui si era predetta la creazione e che l'uomo avrebbe abitato. Dio, vedendo Satana che vola verso la Terra, predice la tentazione dell'uomo, la sua caduta e la seguente punizione.
Il "Paradiso Perduto" ripercorre quindi a grandi linee le prime righe della Genesi dell'Antico Testamento; il peccato originale, il bando dal giardino dell'Eden.
Nonostante ci sia il peso gravante del cattolicesimo nello scritto di Milton, il poema, diviso in dieci libri, accetta la dimensione di "uomo", al di fuori di peccatore, anche come "individuo". Ossia, non solo come creazione di Dio, ma proprio come essere senziente, anche se plasmato dal fango; consapevole delle proprie debolezze, del proprio "io" interiore e non schiavo, anche se servitore, del volere della propria divinità creatrice.
Il passo che preferisco è quello che ha ispirato poi Mary Shelley per la stesura di Frankestein (il Prometeo Moderno).
La traduzione è di Andrea Maffei:
Così l'immenso
Carco dei danni, onde saranno oppressi
I miei più tardi sventurati figli,
Tutto sull'alma mia, quasi in suo centro
Ricaderà, s'aggraverà. Quai lunghi
Affanni, oimè, succederanno ai brevi
Piacer del Paradiso! Ah! t'ho fors'io
Richiesto, o Creator, di trarmi fuora
Dalle tenebre mie? Ti pregai forse
Da quel mio fango d'innalzarmi a questa
Forma vitale, e qui locarmi? A quello
Che festi, il mio voler parte non ebbe:
Giusto non fora il ritornarmi dunque
Nella mia polve? Io volontier vi torno,
Tutto quant'ebbi volentieri io rendo,
Io non atto a serbar quell'ardue leggi
Per cui quel bene ritener dovea
Che non ti chiesi. Io l'ho perduto, e basta;
Perchè tu dunque d'infiniti mali
V'aggiugni il peso? Inesplicabil sembra
La tua giustizia: pur tardi, il confesso,
Sì, troppo tardi, ora m'oppongo: allora
Che offerti furo, io ricusar dovea,
Quai che fossero, i patti.
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