L'ambiente del fantastico ha sempre stimolato l'arte. A mio avviso molto di più di quanto sia stata stimolata dalla religione cristiana, che già di per sé ha dato argomenti per grandissime opere pittoriche e scultoree. Ma anche lì dove il cristianesimo vegliava come un'ombra solenne sugli scritti e sui dipinti, pronto ad additare l'eresia ovunque si celasse, la sottile trama dell'esoterismo e della mitologia fantastica alimentava gli animi degli artisti.
Shakespeare (di cui abbiamo parlato brevemente nella scorsa mail), visse a cavallo tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo; se fosse vissuto un secolo in anticipo avrebbe rischiato di essere bollato come eretico. Tra le sottili pieghe delle sue opere si intravedono quei simbolismi di una mentalità che non ha ancora abbandonato le antiche credenze.
Prendiamo ad esempio "Sogno d'una Notte d'Estate", una commedia che si svolge in Grecia. Nella lista dei personaggi abbiamo: Oberon e Titania, rispettivamente Re e Regina delle fate, nonché quattro elfi e un folletto. E poi gli spiriti al seguito dei due consorti, (tra cui Thysbe...). Le ambientazioni trasudano di luoghi incantati: boschi soprattutto.

Eccone due parti che trovo molto significative:

Occorre darci fretta, o re d'incanti:
I draghi della notte, ecco, hann'infranti
I nembi e splende il messo dei mattini
Dinanzi a cui gli spettri peregrini
Ai cimiteri affollansi; e gli spiriti dannati
In crocicchi e flutti sotterrati
Ai verminosi letti fan ritorno
Perché non scruti le lor colpe il giorno
Sfuggon la notte in volontario esiglio
Fidi all'oscurità dal nero ciglio

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Nel bosco, ove su tenui primavere
Noi due solemmo giacere,
A confidarci ogni intimo desio
Ci ritroveremo il mio Lisandro ed io;
Quivi ad Atene stornerem la faccia,
Di strane genti e nuovi amici in traccia.
Dolce compagna dei miei giochi, addio;
Prega pel bene di Lisandro e mio;
E a te Demetrio renderem la fortuna!
Bada Lisandro, la vista digiuna,
Terrem del cibo che la fa beata
Fin domani nel cuor della nottata.

Ma la magia nelle opere di Shakespeare si nota anche nella commedia: "La Tempesta" dove Prospero non è altro che un Mago, legittimo Duca di Milano, tradito da suo fratello, l'usurpatore Antonio. Al servizio ha uno spirito dell'aria di nome Ariele, salvato dalla spaccatura di un pino, là dove la strega Sicorace lo aveva imprigionato perché si era rifiutato di servirla.
E la poesia rintocca bellissima in quella commedia, quando Calibano, figlio della defunta Sicorace, sussurra nelle orecchie ai sopravvissuti alla tempesta evocata da Prospero:

L’isola è piena di questi sussurri,
di dolci suoni, rumori, armonie…
A volte son migliaia di strumenti
che vibrando mi ronzano agli orecchi;
altre volte son voci sì soavi,
che pur se udite dopo un lungo sonno,
mi conciliano ancora con Morfeo,
e allora, in sogno, sembra che le nuvole
si spalanchino e scoprano tesori pronti a piovermi addosso;
ed io mi sveglio nel desiderio di dormire ancora

E’ nel Macbeth che Shakespeare lascia il suo segno magico più indelebile; si mormora che sia una tragedia maledetta (Verdi l’ha resa un’opera lirica), forse perché è propriamente la più sanguinosa, oltre che la più corta tra le opere del drammaturgo inglese.
La tragedia, notissima, si svolge in Scozia e vede tre streghe, le Sorelle Fatali, profetizzare a Macbeth, di ritorno da una battaglia, l’ascesa al trono. La profezia, divisa in tre parti, lo vede prima come Sire di Cawdor, poi come Re di Scozia e vede infine Banquo, generale dell’esercito di Scozia che è al suo seguito al momento dell’incontro con le tre, come genitore di Re. Appena dopo aver udito il messaggio delle streghe, un araldo comunica la condanna a morte per tradimento del Sire di Cawdor e l’investimento di Macbeth, da parte del Re, della sua nomina. Colpito quindi dalla verità del messaggio delle streghe, cospira, con il consiglio della moglie, l’uccisione del Re Duncan e del generale, affinché la profezia delle tre streghe possa avverarsi. Ucciso il re, nonché il padre e l’erede profetizzato, niente potrebbe più opporsi alla sua scalata al trono.
Nella tragedia, che molti ritengono incompiuta, spicca anche Ecate, accompagnata da spiriti e apparizioni, che assiste le tre sorelle durante la profezia che vedrà poi la caduta della corona di Scozia dal capo di Macbeth. La presenza delle streghe qui non rimane solo marginale, anche se non protagoniste, avvolgono la vicenda come il cielo avvolge il mondo. Ne senti comunque la presenza, in ogni atto, scivolando leziosa come bruma. La respiri leggendo perché l’autore, nel suo estro unico, ha saputo dosare il sangue nel quale la vicenda è imbevuta, come la magia e il sotterfugio del tradimento e della manipolazione. In ogni caso è presentissimo l’intreccio magico/esoterico in questa opera. L’apparizione di Ecate è vista secondo la tradizione magica di Aradia, ossia come Regina delle Streghe. Una figura materna ma non per questo gentile nei confronti delle tre Sorelle Fatali, che mostrano palesemente il loro timore reverenziale nei suoi confronti:

1ª STREGA - Oh, Ecate, che hai? Sembri irritata.
ECATE - (58) "Non ne ho forse ragione, vegliarde
fattucchiere insolenti e beffarde?
Trafficar con Macbeth io v'ho scorte
in enigmi e maneggi di morte;
mentr'io, vostra regina e bandiera,
orditrice d'ogni arte più nera,
la mia parte non ebbi all'incanto,
né dell'opra l'onore, né il vanto.
E per chi lo faceste, meschine?
per un uomo che mira al suo fine,
per un cieco ostinato mortale
cui del vostro favor nulla cale.
a emendatevi adesso, e partite!
E domani allo speco venite
d'Acheronte; egli pure colà
per conoscer sua sorte verrà.
Voi d'incanti, di filtri e malie
apprestate le specie più rie.
Io n'andrò per la tenebra oscura
preparando un'arcana sciagura,
e il grand'atto dev'esser risolto
pria che il sol al meriggio sia volto.
Sulla cima del corno lunare
altra stella cadente m'appare,
e raccoglier la stilla mi giova,
prima ancora che in terra essa piova.
La distillo con magiche norme
e ne strizzo mirabili forme
che con opra efficace d'inganno
all'estrema rovina il trarranno;
sì, che, il fato spregiando e la morte,
manterrà la sua speme sì forte
che saggezza e bellezza e timore
scorderà nel superbo suo cuore.
Che di questa fiducia fatale
non ha insidia più grande il mortale.
(Canto interno: "Vieni via! Vieni via!...")
Son chiamata. Silenzio! Ora ho fretta,
il mio piccolo spirito aspetta.
Lo vedete, a chiamarmi è venuto,
su una nube di nebbia seduto."

Shakespeare accentua soprattutto la figura di Lady Macbeth, riconosciuta da molti come una delle donne più sanguinarie e crudeli della storia del teatro. è lei a fare da burattinaia restando nell’ombra e tirando i fili di un consorte privo di spina dorsale, succube dei voleri della moglie, che, conoscendo la sua debolezza, lo comanda a bacchetta. Il ruolo cardine di Lady Macbeth simboleggia proprio quello della regina senza scrupoli, che comanda un regno d’ombra sul quale scranno siede altresì il marito. Assetata di potere e incline all’induzione alla morte per ottenere i fini prefissati, disposta a sacrificare oltre che la vita di innocenti, anche quella di chi opera al suo posto, Lady Macbeth tiene viva l’intera tragedia con le sue malie perverse e le sue trame malvagie. Tutto gira intorno a lei, non solo alla profezia che vede il marito come bambolotto nelle mani degli dei. è lei a spingere Macbeth all’uccisione del Re Duncan e a discolparlo, ordinandogli di lavarsi le mani macchiate di sangue sulle vesti di un servitore che verrà incolpato così dell’omicidio. è ancora lei che alza i calici a brindare per distogliere l’attenzione dei festeggianti dalla figura spettrale di Banquo assassinato, che appare durante la cena ad additare il mandante dell’agguato nel quale è rimasto ucciso, e dal quale suo figlio si è salvato miracolosamente. Lei tesse le sue trame per tutti e cinque gli atti, come un ragno al centro della sua tela tira a sé le disperate mosche impigliate nei suoi disegni, spostandosi ora di qui ora di lì sui fili che conosce, facendoli vibrare come corde tese e senza mai esporre il suo debole addome.

Ne ricalco un passo significativo:

Lady Macbeth:
Anche il corvo, con la sua voce rauca,
gracchia il fatale ingresso di Duncan
sotto i miei spalti... O spiriti
che v'associate ai pensieri di morte,
venite, snaturate in me il mio sesso,
e colmatemi fino a traboccare,
dalla più disumana crudeltà.
Fatemi denso il sangue;
sbarratemi ogni accesso alla pietà,
e che nessuna visita
di contriti e pietosi sentimenti
venga a scrollare il mio pietoso intento
e a frapporre un sol attimo di tregua
tra esso e l'atto che dovrà eseguirlo.
Accostatevi ai miei seni di donna,
datemi fiele al posto del mio latte,
voi che siete ministri d'assassinio,
e che, invisibili nella sostanza,
siete al servizio delle malefatte
degli uomini, dovunque consumate.
Vieni, o notte profonda, e fatti un manto
del più tetro vapore dell'inferno,
così che l'affilato mio coltello
non veda la ferita che produce,
e non si sporga il cielo
dalla coltre della notturna tenebra
a gridare al mio braccio:"Ferma! Ferma!"