Oscar Fingal O'Flaherty Wills Wilde nasce a Dublino nel 1854, ossia in quella che è definita Età Vittoriana, dal nome della regina britannica Vittoria di Hannover, sovrana che conferì al proprio lungo regno un periodo di stabilità e prosperità, naturalmente non privo di aspetti negativi.
In quell'epoca di puritanesimo e commercio d'oppio con le Indie, fra apparenze di purezza ed adulteri all'ordine del giorno, egli acquistava un particolare ruolo di osservatore esterno della realtà, osservando, commentando e parodiando il turbine d'avvenimenti che lo sfiorava.
Le sue opere rispecchiano molto di quel culto della bellezza che l'ha sempre contraddistinto, l'estetismo come forma d'arte. La vita come arte in primis.
"Il Ritratto di Dorian Gray", la sua opera più comune, è certamente il migliore esempio. Il romanzo tratta della storia di un giovane, Dorian Gray, dotato d’una eccezionale bellezza e ritratto dall'amico pittore, Basil Hallward, in un quadro di straordinaria somiglianza. Dorian scopre ben presto che il ritratto possiede la magica dote di invecchiare al suo posto. Così si dedica a una vita di piaceri, senza alcuno scrupolo, distruggendo la vita delle persone che gli sono vicine e che lo amano. Con la sua depravazione il ritratto diviene deturpato a tal punto che Dorian non ne sopporta più la vista e lo colpisce con un pugnale. Il ritratto, avendo accumulato tutta la sua forza vitale, con la sua distruzione determina la morte del giovane e come per magia sul corpo del giovane appaiono i segni orrendi di una vita dissipata.

Ma a tratti, tra quelle righe, si nota come fosse stato lo stesso Dorian, in un certo senso, a invocare la sua simbiosi con il quadro. "Che cosa triste", mormorò Dorian Gray con gli occhi ancora fissi sul suo ritratto. "Che cosa triste; Io diverrò vecchio, brutto e ignobile e questa pittura rimarrà sempre giovane: giovane qual è in questa giornata di giugno... oh se potesse avvenire il contrario! Se potessi, io, restare sempre giovane e invecchiasse invece la pittura! Per questo sarei disposto a dare qualsiasi cosa, sì, non vi è nulla al mondo che non darei! Darei la mia stessa anima!"

In tutto il romanzo si denota lo spirito di attaccamento alla giovinezza, ai valori dissolubili, come se Wilde volesse far capire al lettore, con la morale della vita di Dorian Gray, che attaccarsi a qualcosa che passa, volente o nolente, non porta saggezza e completamento. Nello stesso tempo è notevole come sia stato capace di far traspirare il culto della bellezza, che trasuda tra le pagine; i discorsi che fregiano i capitoli sono come glifi e miniature. Lo stesso protagonista è androgino nella sua bellezza, priva di particolari sfumature. Per Wilde ciò che è bello è bello, indipendentemente dal sesso; gli amici paiono innamorati di Dorian, dei modi stanchi e annoiati di chi ha ciò che non desidera, di chi ha quello che non gli serve, ma nello stesso tempo se ne fosse privo non saprebbe più di che annoiarsi.
“Il Ritratto di Dorian Gray” rimane un’opera completa del messaggio positivo, fine a se stesso, che dovrebbe trovarsi in ogni romanzo di questo tipo. Lord Enrico, figura cardine, esalta la bellezza esteriore dell’amico con dolci parole. Ma sarà lo stesso che, in ultimo, cercherà di farlo ragionare su ciò che sta facendo, cercando di farlo tornare sui suoi passi, di ritrovare la retta via, abbandonando i modi dissoluti e autodistruttivi che lo stanno portando alla morte e al decadimento dell’anima (dato che il corpo non era sfiorato dagli eventi).

Possedete una splendida giovinezza, e la giovinezza è l'unica cosa degna di esser posseduta." "Non mi sembra, Lord Enrico." "Non vi sembra adesso. Ma un giorno, quando sarete vecchio, rugoso e brutto, quando il meditare vi avrà scavato nella fronte i suoi solchi, e le passioni avranno marcato le vostre labbra col loro orribile fuoco, vi sembrerà, e vi apparirà terribile. Ora, dovunque andiate portate con voi la gioia. Ma sarà sempre così?... Avete un volto meraviglioso, signor Gray, non accigliatevi: lo avete. E la bellezza è un aspetto del genio, è più alta, anzi, del genio perché non richiede spiegazioni. è una delle grandi cose del mondo, come la luce del sole, o la primavera, o il riflesso nell'acqua cupa di quella conchiglia d'argento che chiamano luna. Su di essa non si può discutere: ha un divino diritto alla sovranità, rende principi coloro che la possiedono. Sorridete? Non sorriderete quando l'avrete perduta... Si dice che spesso la bellezza sia cosa superficiale; può essere, ma non sarà mai superficiale come il pensiero. per me la bellezza è la meraviglia sovrana. Solo la gente mediocre non giudica dalle apparenze: il vero mistero del mondo è il visibile, non l'invisibile. Sì, signor Gray, gli dèi sono stati benigni con voi, ma gli dèi non indugiano a riprendersi ciò che danno. Avete solo pochi anni per vivere realmente, perfettamente e pienamente. Quando la gioventù vi abbandonerà, la bellezza si affretterà a seguirla, e allora vi accorgerete ad un tratto che non vi sono più trionfi per voi e dovrete contentarvi di quei mediocri trionfi che il ricordo del vostro passato renderà amari più che disfatte. Ogni mese si avvicina, scomparendo, a qualche cosa di terribile; il tempo è geloso di voi e fa guerra ai vostri gigli e alle vostre rose. Si spegneranno i vostri colori, le vostre guance si incaveranno, gli occhi perderanno il loro lampo; e soffrirete tremendamente... Ah! godete la giovinezza finché la possedete, non sprecate l'oro dei vostri giorni dando ascolto a gente noiosa, cercando di sostenere fallimenti senza speranza, gettando la vostra vita agli ignoranti, ai mediocri, ai volgari. Questi sono i fini malsani, i falsi ideali della nostra età. Vivete! Vivete la meravigliosa vita che è in voi. Nulla di voi deve andare perso. cercate sensazioni sempre nuove, non abbiate paura di nulla... Un nuovo edonismo: ecco ciò che manca al nostro secolo. E voi potete essere il simbolo visibile. Con la vostra persona, nulla vi è vietato: il mondo è vostro per una stagione... Appena vi ho visto mi sono accorto che ho sentito di dovervi svelare un poco di voi stesso. Mi è sembrato veder già la tragedia di una vostra vita sprecata: perché così poco durerà la vostra giovinezza... così poco! Gli umili fiori di campo appassiscono, ma tornano poi a fiorire; il prossimo giugno l'avorno sarà dorato come adesso; tra un mese questa clematide sarà coperte di stelle purpuree e di anno in anno la verde notte delle sue foglie racchiuderà quelle stelle di porpora. Ma la nostra gioventù non torna mai indietro, il palpito di gioia che batte in noi a vent'anni si fa torbido, si indeboliscono le nostre membra, i sensi si corrompono. E noi degeneriamo in ripugnanti fantocci ossessionati dal ricordo di passioni di cui avemmo troppa paura e di tentazioni squisite a cui non osammo abbandonarci. Gioventù! gioventù! Nulla v'è al mondo che valga la gioventù."

"Non esistono buone influenze, signor Gray: ogni influenza è immorale... per lo meno dal punto di vista scientifico." "Perché?" "Perché influenzare qualcuno significa dargli la propria anima. Egli non pensa più i suoi naturali pensieri, non arde più delle sue naturali passioni, non ha più le sua naturali virtù. I suoi peccati, se pure vi è qualche cosa che si può chiamare peccato, sono di accatto. Egli diventa l'eco della musica suonata da un altro, l'attore di una parte che non è stata scritta per lui. Lo scopo della vita è lo sviluppo di noi stessi, la perfetta attuazione della nostra natura: è questa la ragion d'essere di ognuno di noi. Oggi gli uomini hanno paura di sé, hanno dimenticato il più alto di tutti i doveri, quello che abbiamo verso noi stessi. Naturalmente sono caritatevoli, nutrono chi ha fame e vestono gli ignudi. Ma la loro anima muore di inedia e di freddo. Il coraggio ha abbandonato la nostra razza, o forse non lo abbiamo mai realmente avuto. Il terrore della società, che è la base della morale, il terrore di Dio, che è il segreto della religione: ecco le due leggi che ci dominano."


Da notare ci sono le novelle di Wilde, come "Il Pescatore e la sua Anima", dove un pescatore accidentalmente pescò una sirena, intrappolata nella sua rete. La creatura, in cambio della libertà, promise all’uomo che avrebbe cantato per lui tutte le sere.
Innamoratosi di lei, il pescatore chiese alla sirena di accettarlo come sposo. Lei affermò che perché ciò fosse possibile, avrebbe dovuto rinunciare alla sua anima umana.
Recatosi da un sacerdote, il pescatore si sente rispondere che l’anima umana è la cosa più preziosa che esista, e che deve essere pazzo a volersene separare. Disperato si rivolge ad una strega di cui aveva sentito parlare.
E la strega lo invita al sabba (rivisto naturalmente con una figura cornuta in cima alla collina che lo osserva), dove danzano e danzano e danzano. In ultimo, rinunciando alla sua anima, il pescatore si getta in mare dalla sua amata, mentre la sua anima viaggia per il mondo, dotata di vita propria; e ogni anno torna sulla scogliera dove si sono divisi e gli racconta ciò che ha visto, per invogliarlo a tornare ad essere una cosa sola.

“Che cosa vorresti?”, gli chiese la strega, andandogli vicino.
“Vorrei separarmi dalla mia anima”, rispose il giovane pescatore.
La strega si fece pallida, rabbrividì e nascose il volto nel manto azzurro. “Bel ragazzo, bel ragazzo”, mormorò “questa è una cosa terribile da farsi.”
Egli scosse i riccioli scuri, ridendo. “La mia anima non è nulla per me”, rispose. “Non posso vederla, non posso toccarla. Non la conosco.”
“Che cosa mi darai se ti esaudirò?”, chiese la strega guardandolo con i suoi occhi stupendi.
“Cinque piastre d’oro”, egli disse, “e le mie reti, e la capanna di canne intrecciate dove vivo, e la barca dipinta su cui navigo. Dimmi solo come posso allontanare da me la mia anima e ti darò tutto ciò che possiedo.”
Ella rise beffarda, e lo colpì col ramoscello di cicuta. “Io posso trasformare le foglie d’autunno in oro”, gli rispose “e posso filare i pallidi raggi di luna in fili d’argento, se lo voglio. Colui di cui sono ancella è il più ricco di tutti i re del mondo. Ed è in possesso di tutti i loro domini.”
“Cosa posso darti, egli disse, “se non vuoi compenso, ne oro né argento?”
La strega gli accarezzò i capelli con la sottile mano bianca. “Devi danzare con me, bel ragazzo”, mormorò con un sorriso.
“Niente altro che questo?”, chiese il giovane Pescatore, stupito, e si levò in piedi.
“Nient’altro che questo”, rispose lei, e gli sorrise di nuovo.
"Dunque al tramonto io e te danzeremo insieme in un luogo segreto,” egli disse, “e dopo che avremo danzato tu mi dirai ciò che voglio sapere."
Ella scosse il capo. “Quando la Luna sarà piena, quando la Luna sarà piena”, mormorò. Poi si guardò intorno, e rimase in ascolto.
Un uccellino azzurro si librò in volo dal nido stridendo, e descrisse un cerchio sopra le dune, e tre uccelli screziati emisero brevi gridi nell’erba rigida e grigia chiamandosi l’un l’altro. L’unico suono che si udiva era la risacca che lambiva, giù in basso, i ciottoli levigati. La Strega protese la mano, e attirato il giovane a sé, gli accostò le labbra aride all’orecchio.
“Stanotte devi venire in vetta alla montagna”, gli bisbiglio. “C’è un Sabba, e ci sarà anche Lui”.
Il giovane Pescatore trasalì e la guardò, ed ella rise mostrandogli i bianchi denti. “Chi è colui di cui parli?”, egli chiese.
“Non ha importanza”, rispose lei. “Stasera aspettami sotto i rami del carpine. Se un cane nero corre verso di te, colpiscilo con una verga di salice, e se ne andrà. Se un gufo ti parla, non rispondere. Quando la Luna sarà piena io verrò da te, e danzeremo insieme sull’erba.”
“Ma mi giuri che mi dirai come posso liberarmi della mia anima?”, egli chiese.
Ella uscì alla luce del sole, e attraverso la sua chioma rossa folleggiava il vento. “Sugli zoccoli della capra lo giuro”, rispose.
“Tu sei la migliore delle streghe”, gridò il giovane Pescatore, “e senz’altro danzerò con te stanotte in vetta alla montagna. Mi sarei aspettato che mi chiedessi oro e argento, ma il compenso che mi chiedi è davvero piccola cosa, e l’avrai”. E agitò il berretto verso di lei in segno di saluto, e chinò il capo, e tornò di corsa in città, colmo di gioia.(…)
E quella sera, quando la luna si levò, il giovane Pescatore salì sulla vetta della montagna, e si fermò sotto i rami del carpine. Simile a una lastra di metallo lucente, si stendeva il vasto mare, e le ombre delle barche da pesca si muovevano nella piccola baia. Un grosso gufo dai gialli occhi fosforescenti lo chiamò a nome, ma egli non rispose. Un cane nero corse verso di lui ringhiando. Lo colpì con una verga di salice, e quello se ne andò uggiolando.
A mezzanotte giunsero le streghe: a volo, per l’aria, come pipistrelli. “Uuuh!”, gridarono toccando terra. “C’è qualcun che non conosciamo!” E fiutarono all’intorno, e bisbigliarono tra loro, e si fecero dei segni. Per ultima arrivò la giovane Strega con la sua chioma rossa fluttuante al vento. Indossava una veste di tessuto d’oro ricamato con occhi di pavone, e in capo aveva un piccolo berretto di velluto verde.
“Dov’è? Dov’è?”, strillarono le streghe appena la videro; ma lei rise senza rispondere, e corse al carpine, e prendendo per mano il giovane Pescatore lo condusse con sé nel chiarore lunare e incominciò a danzare.
Come in un vortice roteavano, e la giovane Strega balzava così in alto che si potevano vedere i tacchi scarlatti delle sue scarpe. Poi, in direzione dei danzatori si udì il galoppo di un cavallo, ma nessun cavallo apparve, e il giovane Pescatore provò un oscuro sgomento.
“Più veloce!”, gridò la Strega, cingendogli il collo con le braccia e alitandogli in volto il suo respiro ardente. “Più veloce! Più veloce!”, e la terra pareva girare sotto i loro piedi, e la mente di lui si ottenebrava, e un gran terrore lo dominò, come se qualcuno di orribile stesse guardandolo, e finalmente egli si avvide che all’ombra di una rupe c’era qualcuno, una figura d’uomo che indossava un vestito di velluto nero, di foggia spagnola. Il suo volto era stranamente pallido, ma le sue labbra erano simili a un superbo fiore vermiglio. Sembrava annoiato, e si appoggiava all’indietro, giocherellando come noncurante col pomo della sua daga. Poco distanti da lui, sull’erba, giacevano un cappello piumato e un paio di guanti da cavaliere con manopole di merletto d’oro, ricamati da perle iridescenti che disegnavano uno stemma bizzarro. Dalla spalla gli pendeva una mantellina foderata di zibellino, e le sue delicate mani bianche sfavillavano di anelli. Grevi palpebre velavano i suoi occhi.
Il giovane Pescatore lo fissava, come irretito da un sortilegio. Alla fine i loro occhi s’incontrarono, e ovunque la danza lo portasse gli sembrava che gli occhi di quell’uomo gli fossero addosso. Udì la Strega ridere, e le cinse la vita per rotare ancora e ancora con lei nel vortice folle.
D’un tratto un cane latrò nel bosco, e i danzatori si fermarono, si accostarono all’uomo e, inginocchiatisi, gli baciarono le mani. Un breve sorriso sfiorò le sue labbra altere, come l’ala di un uccello sfiora l’acqua e la fa ridere. Ma in quel sorriso c’era del disprezzo. Egli seguitava a fissare il giovane Pescatore.

Wilde è prettamente autobiografico, in special modo nel suo noto romanzo, e come altri autori decadenti narra della vita, del suo consumarsi con l'eccesso e del rapporto che ha con l'arte, senza condizionamenti morali. Nonostante gli argomenti che trattò nel “Ritratto di Dorian Gray”, si dedicò anche a novelle per adulti e per bambini. Sosteneva infatti che le fiabe che aveva scritto e raccolto ne “Il Principe Felice” e “Una Casa di Melograni”, fossero per chiunque, anche per quelli che faticavano a distaccarsi dal fanciullesco desiderio di gioire e stupirsi.
Altro racconto molto noto è “Il Fantasma di Canterville”, allegra novella che narra dello spettro di un castello inglese infastidito dalla presenza della famiglia Otis, scomoda ed estremamente concreta, che, non solo trova divertente invece che terrorizzante, la sua presenza nel castello, ma che si permette anche di rovinare ogni suo “trucco” escogitato per sconvolgere e allontanare gli abitanti del castello non graditi. La novella chiude dolcemente, mostrando l’umanità dell’unica figlia, Virginia, e la sua disponibilità ad aiutare il fantasma a “liberarsi” del fardello che lo teneva legato alla vita terrena.