GROTTE DI FRASASSI: LA SALA DELL’INFINITO - Genga (Ancona)
Grotte, antri, caverne hanno da sempre una doppia valenza nell'immaginario collettivo legato alla civiltà contadina: luoghi protettivi e rassicuranti, da un lato, in cui trovare riparo e difesa; ma anche minacciosi e oscuri, metafore di discese incerte e misteriose ben più temibili dei luoghi aperti e assolati.
Sospeso tra il mondo sotterraneo delle meravigliose grotte e quello dolcemente ondulato dei primi rilievi dell’appennino marchigiano, il Parco Naturale di Frasassi è una vasta area protetta che racchiude una grande varietà di ambienti e specie dove, dalle profonde gole, emergono immagini che richiamano inferno e paradiso insieme , ghiaccio e fuoco, creature fantastiche, castelli e laghi di cristallo, passaggi segreti e stanze del tesoro, abissi inquietanti e microcosmi misteriosi. Le Grotte vantano un complesso sotterraneo tra i più grandi d'Europa, lungo oltre 30 chilometri per otto livelli geologici, con antri, concrezioni, tunnel e colonne di calcare, con un paesaggio irreale e onirico che comprende innumerevoli grotte, sale e ambienti poi chiamato Grotte di Frasassi. Un complesso che comincia a formarsi un milione e 400 mila anni fa grazie all'attività combinata di due fenomeni: l'erosione dovuta alle infiltrazioni dall'alto delle acque dei vicini fiumi Esino e Sentino, e la corrosione dal basso delle acque sulfuree di cui la zona è ricca. La roccia calcarea del monte Vallemontagnana comincia ad "aprirsi", intaccata dalle attività fisico-chimiche proprie del carsismo, si spacca, si trasforma, crolla, spalancando nel corso dei millenni voragini sotterranee immense insieme a piccole sale e fori e feritoie. Una mutazione sempre in corso, che non si ferma mai: le acque che si incuneano dall'alto, ricchissime di carbonato di calcio, continuano a stillare lentamente all'interno degli ambienti, sciogliendo il calcare goccia dopo goccia, plasmando le stalattiti dai soffitti e le stalagmiti sul suolo.
Si narra che, presso la Badia di San Vittore, vivessero due giovani tanto innamorati quanto ostacolati dalle reciproche famiglie che tentarono di impedire in ogni modo la loro unione. Fu per questo motivo che i due, presi dalla disperazione, nel silenzio di una notte, abbandonarono le proprie abitazioni e si rifugiarono presso il Monte della Valle per nascondersi nel buio della foresta fino al momento in cui le loro famiglie avessero finito di contrastarli. Si rifugiarono presso una grotta e ne fecero il loro nido d’amore. Una sera però, verso l’imbrunire, la giovane svenne all’interno della grotta e quando si svegliò aveva le sembianze di una capra. Corse subito dal suo innamorato e dopo avergli spiegato che le forze del demonio l’avevano ridotta in quello stato, gli dette un ultimo saluto e scomparve attraverso una fenditura della grotta.
Il giovane amante cercò la sua bella in lungo e in largo per tre giorni e tre notti finchè stanco e senza forze cadde e sbattè la testa su un masso vicino alla grotta. Il sortilegio colpì anche lui, e si tramutò in una pietra posizionata all’ingresso di quest’ultima, come fosse di guardia. Si tramanda che, in quello stesso luogo, ogni sera al calar del sole, una capra esce dalla grotta correndo e il suo lamento si sente per tutta la vallata facendo tremare ogni essere vivente e il sibilo del vento sembra un sogghigno del male.
La natura, nelle Grotte di Frasassi, sembra essersi sbizzarrita con sfrenata fantasia a creare una varietà di visioni a sorpresa. L'occhio si perde a scoprire tutt'intorno scorci, colonne, agglomerati di roccia, valorizzati da una suggestiva illuminazione. Le lampade sottolineano con grazia i colori naturali delle grotte: rosso e rosa dove c'è ossido di ferro, bianco per il carbonato di calcio, giallo grazie a residui di zolfo, giallo scuro per il manganese. Lungo il percorso si visitano la sala Duecento, chiamata così perché lunga giusto 200 metri. A sinistra colonne arcigne sembrano strappare carne alla roccia: è il castello delle streghe. Più avanti si scorge una stalagmite imponente: il cosiddetto obelisco, alto 12 metri. Il Gran Canyon che segue è stretto e tortuoso, si passa rasenti alle pareti bianche e lucenti, e sotto il camminamento si nascondono crepacci scuri, dove si raccoglie l'acqua di falda. Poco dopo si entra in quella che è forse la grotta più famosa e più fotografata: la sala delle Candeline, un ambiente luminoso e candido di piccole stalagmiti sottili immerse in uno specchio d'acqua. Si prosegue nella sala dell'Orsa, dove una grande roccia sembra davvero raffigurare un orso che fiuta il vento, e poi nella sala dei Pagliai, l'ultima del percorso. Il nome che rende giustizia all'ambiente è però sala dell'Infinito: una grotta dal soffitto basso e dalla forma sinuosa, interrotta da colonne poderose e stalattiti a ricciolo che sfidano la forza di gravita. E poi pozze di raccolta, focolai dove sembra mancare solo la fiammella rossa, cascate candide e soffitti che colano "spaghetti trasparenti", merletti sospesi nel vuoto, pavimenti di cristallo. E infinite gallerie e passaggi che portano ovunque. Da qui si esce all'aperto, con l'impressione di aver esplorato davvero un altro mondo fatto di trine sottili e candidi merletti, paludamenti d'incanto e addobbi regali che creano forme strane e leggere che ci invitano a sognare.

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