Elementali
LA RIFLESSIONE SUGLI ELEMENTI
"Ero entrata così in profondità nell'elemento... che c'erano giorni in cui mi sentivo sciogliere il corpo, come fossi acqua"
Luce, durante una discussione sugli Elementi

Libere Associazioni
Talvolta meditare e riflettere permette di giungere a nuove conclusioni. Lo scopo della meditazione è appunto quella di raggiungere un certo benessere psicofisico o un grado di accettazione mentale. Dipende dalla cultura che segue il tipo di meditazione che facciamo.
Gli elementi, come abbiamo visto negli articoli precedenti, possono essere soggetti a decine di interpretazioni od associazioni nell'ambito magico. Ma sapere realmente a quali rune o colori è associato l'elemento acqua, ad esempio, non ci permette di entrare nel dettaglio come un elemento, nella realtà, influenza la nostra vita. Per fare questo, beh... dovreste seguire questi precisi passi: cliccare sulla x in alto a destra del vostro browser... cliccare sul menù start di windows e selezionare chiudi sessione e poi cliccare sul pulsante centrale; attendete che la ventola dell'alimentatore si fermi e poi uscite, respirate l'aria, dono immenso, percepite la terra sotto i vostri piedi, sentite il sole su di voi e abbeveratevi ad una fontanella per strada. Ecco. Avete fatto più passi di quanti ne farete continuando a leggere.
Questo perché gli elementi sono intorno a voi e dentro di voi e li riconoscete e li percepite in ogni istante della vostra vita, ma non vi rendete conto di come agiscano e come reagiscano al vostro muovervi nell'universo.
Per entrare nell'elemento e capirlo realmente, dovete farlo vostro. Dovete abbandonare il pensiero rigido di ciò che la parola stessa dell'elemento vi fa venire in mente e far sì che sia l'elemento stesso a insinuarsi dentro di voi, a suggerirvi le sue caratteristiche.
Il mio ex batterista, che non sentivo da anni ma che ora sento più spesso di mia madre, una volta usò un termine che mi rimase dentro. Stavamo cercando il nome della band. Doveva essere qualcosa di evocativo, poetico ecc.. ecc.. Eravamo seduti fuori dalla sala prove, nel corridoio, fumando una sigaretta e bevendoci una birra (all'epoca nei luoghi pubblici era ancora concesso fumare, purtroppo). Ci disse: "Ragazzi, avanti... facciamo 'brainstorming'". Allora, io non so se questo termine esista o è stato un suo angli-neologismo. Però rese l'idea. Brain: cervello. Storm: tempesta. Il gerundio -ing ovviamente non è tale, ma si usa in inglese riferendosi ad una pratica. Un po' come dire: jogging, o per usare termini più paganamente familiari: grounding e centering. Praticamente... tempesta celebrale. Ossia, cercare di estrarre le cime dei punti fondamentali di un pensiero per trovare un singolo denominatore comune. In quel caso, il nome della band.
Proviamo ad applicare il "brainstorming" agli elementi. Ognuno potrà tirare fuori qualsiasi cosa. E le risposte che avremo all'inizio saranno semplici, immediate. Qualcosa di strettamente legato. Come dire: fuoco: caldo. Però, nel tempo, i termini saranno più esotici. E allora capiremo meglio l'elemento.
Fare questa cosa in gruppo ci permette di raggiungere una consapevolezza più grande e immensa.
Starhawk, nel suo libro "La Danza a Spirale", consigliava qualcosa di simile: una sorta di trance meditativa. Lei, se non sbaglio, suggeriva di mettersi in cerchio e camminare. Una persona diceva una parola qualsiasi. A turno, uno alla volta, facendo il giro, senza pensarci ma lasciandosi ispirare, si diceva la prima parola che veniva in mente. Ad esempio: "madre - latte - panna - nuvola - cielo - uccelli - volo - caduta - precipizio - profondità - oscurità - morte - persefone - dea - madre".
Nel secondo caso si ripeteva la parola precedente. Ad esempio Grande Madre - Madre Antica - Antica Religione... ecc... Il terzo tentativo era di ripetere le ultime due, prima di dire la propria.
Questo permette infine di creare nuove invocazioni o comunque di lasciarsi trascinare in una trance mentale che aiuta a comprendere le cose più semplici nella loro pura complessità. Un'azione come questa riferita agli elementi permette di percepirli e vederli sotto altri aspetti.
Altro tentativo potrebbe essere quello delle libere associazioni. Scegliete un elemento, visualizzatelo dentro di voi e scrivete o dite ad alta voce le prime cose che vi vengono in mente quando visualizzate la sua manifestazione. Dopodiché cercate di esaminare perché queste cose vi ricordano quell'elemento e meditateci sopra. Le riflessioni che ne verranno fuori potrebbero portarvi a nuove scoperte e ad avvicinarvi di più non solo al concetto tipico dell'elemento, ma risvegliarlo anche dentro di voi.
Queste sono dieci libere associazioni per ognuno degli elementi. Le prime che mi vengono in mente. Dopo averle fatte le esaminerò elemento per elemento. Questo ci aiuterà a carpire una consapevolezza diversa, in questo caso la mia, dai quattro elementi.
La cosa più importante è cercare di abbandonare gli schemi mentali; il che è difficile e non so se ci riuscirò, qui davanti ad un pc, ma la sfida è provarci.

Aria: volo, cielo, vento, uccelli, libertà, viaggio, respiro, inafferrabilità, velocità, tempesta

Fuoco: distruzione, cenere, metamorfosi, sopravvivenza, scoperta, fusione, fenice, incontenibilità, attrazione, luce

Acqua: abissi, morte, liquido amniotico, iniziazione, nutrimento, nascita, lavare, conoscenza, specchio, sangue

Terra: origini, fertilità, saggezza, sepoltura, radici, durezza, semenze, antichità, segreto, ricchezza

Queste sono le prime dieci cose che mi sono venute in mente visualizzando gli elementi. Adesso cercherò di esaminarle. La domanda infatti che mi sento spesso fare è: "ma gli elementi sono cattivi?". Quando pensiamo ad un elemento, noi visualizziamo una delle sue manifestazioni su questo pianeta. In realtà l'elemento è un'energia che scorre, quindi non possiede più moralità di quanta ne possa avere la corrente elettrica. Esaminare gli elementi da differenti punti di vista permette una profonda conoscenza degli stessi e il lavoro che si può fare con loro, in un certo senso, cambia marcia.
Adesso, poco più sotto esaminerò ogni singolo elemento facendo un approfondimento del tutto personale. Vi invito a non leggerlo nemmeno se avete intenzione di prenderlo per oro colato. Fatelo solo perché sia uno spunto riflessivo per voi. Quando avrete finito, se non vi sarete addormentati sul computer, andate ad osservare gli elementi intorno a voi, meditate con le mani affondante nella terra, meditate rimanendo a mollo nella vasca, meditate fissando le fiamme che danzano ipnotiche e meditate osservando il turbinio del vento che alza le foglie morte. Dopodiché scrivete le vostre conclusioni da qualche parte e rileggetele e rifletteteci, poi meditateci ancora. Gli elementi sono pronti a schiudersi innanzi a voi per mostrarvi le perle che custodiscono. Sta solo a voi saperle cogliere.

ARIA

Cos'è l'aria?
In termini fisici l'aria è la miscela di gas e vapori allo stato aeriforme che costituisce l'atmosfera del nostro pianeta. Il suo contenuto ha una suddivisione varia. Dalle fonti che ho potuto trarre (i miei vecchi libri di fisica), le percentuali sono ripartite in questo modo: Azoto (N2): 78,084%, Ossigeno (O2): 20,946%, Argon (Ar): 0,9340% e il restante 0,037680% composto in frazioni molecolari di: Diossido di Carbonio (CO2), Neon (Ne), Elio (He), Monossido di azoto (NO), Kripton (Kr), Metano (CH4), Idrogeno (H2), Ossido di diazoto (N2O), Xeno (Xe), Diossido di azoto (NO2), Ozono (O3), Radon (Rn). A questo punto, esaminiamo cos'è l'aria sotto altri punti di vista. In primis l'aria è fondamentale per la vita di tutti gli esseri viventi, ma al di fuori di questo, l'aria è il mezzo attraverso cui la vita viene trasportata. Prendiamo questo periodo, ossia il momento in cui sto scrivendo queste righe: siamo tra aprile e maggio, l'aria è satura di semi di pioppi, i fiori di tarassaco fruttiferano nei tipici soffioni e i marciapiedi sono pieni di polline. Ecco che l'aria, o in particolare il vento, passando raccoglie i semi e li sparge in giro per il mondo, seminando e diffondendo la vita. L'aria ha un ruolo fondamentale, ed è quello di tramite. Poniamo quindi che il fuoco fertilizza, la terra accoglie, l'acqua nutre ecco che l'aria trasporta i semi che permetteranno la diffusione delle varie specie vegetali. La chiara associazione che abbiamo con l'aria a questo punto è quella del volo degli uccelli e degli insetti, come le api, che fungono esse stesse da fecondatrici. Da sempre l'uomo, relegato al peso della gravità, ha invidiato le creature alate per la possibilità che hanno di dominare una parte del mondo che tuttora non ha a propria disposizione. Il volo infatti è rimasta prerogativa di alcune specie di animali fino al 1783, quando per la prima volta, un uomo, mediante mezzi non naturali ovviamente, si è staccato da terra. Ma le prime aeromobili erano state ideate da Leonardo Da Vinci nel 1486 (fig 1).
Quello che appassiona l'uomo al volo, sopra ogni cosa, è la possibilità di spostarsi per grandi distanze in poco tempo, potendo sorvolare gli ostacoli che richiederebbero altrimenti ore se non giorni di cammino per essere percorse. Per questo motivo l'elemento aria si trova associato al viaggio, alla libertà. Prendiamo ad esempio Hermes (fig 2), messaggero degli dei nel culto greco. Egli era rappresentato con ali ai piedi e sull'elmo che indossava. Secondo alcune tradizioni le aveva anche sulla schiena. Questa peculiarità lo rendeva velocissimo e da qui nasce il detto: "avere le ali ai piedi".
Troviamo l'associazione dell'aria al viaggio anche nel pantheon azteco. Il dio Yoàli Ehécatl, di cui onoro il nome, era il dio del vento notturno, ed era un viaggiatore. Lo si incontrava nottetempo, sporco di polvere, con i calzari consumati. Da non confondere con Ehécatl, il dio del vento, che soffiava nella sua tromba e che veniva rappresentato con una bocca molto larga da cui fuoriuscivano i venti stessi (fig 3). Ecco che l'aria è associata al viaggio da molte popolazioni per precise motivazioni facilmente intuibili, prima fra tutte il movimento del vento che pare correre da una parte per giungere ad un'altra, portando con sé odori, polveri, e denotando una fretta senza posa nello spostarsi, pronto a travolgere e trascinare con sé le cose vecchie, a portare seco messaggi. Ad esempio ricordiamo il rito antico di Beltane, ossia attaccare dei nastri colorati agli alberi con una richiesta, un desiderio: il vento li strapperà via e l'intento si realizzerà. Inoltre, si crea quest'asse tripolare aria/viaggio/messaggio anche per via del mezzo di comunicazione che veniva usato in antichità: il piccione viaggiatore. L'uso era infatti quello di legare un messaggio alla zampa di questi volatili addestrati a ritornare a casa per comunicare durante le lunghe campagne di guerra.
L'associazione al viaggio ci giunge anche dalla stretta dipendenza che i naviganti avevano dal vento. Per mare infatti l'unico mezzo di propulsione alternativo ai remi era la brezza marina. In assenza di quella le navi andavano alla deriva. Per questo motivo ingraziarsi le divinità del vento prima di affrontare una traversata o un viaggio in mare era necessario quanto ingraziarsi quelle delle acque.
L'ulteriore associazione al viaggio è riferita alla migrazione degli uccelli e al loro innato istinto di percorrere lunghissime traversate spinti solo dall'istinto. Chi, infine non è mai rimasto sorpreso dagli immensi stormi che si alzano in volo o cambiano direzione tutti istantaneamente, come per disegnare una coreografia misteriosa? O le loro formazioni a V che solcano il cielo. Come dice Franco Battiato, nella sua canzone "Gli Uccelli":

"Aprono le ali
scendono in picchiata atterrano meglio di aeroplani
cambiano le prospettive al mondo
voli imprevedibili ed ascese velocissime
traiettorie impercettibili
codici di geometria esistenziale.
Migrano gli uccelli emigrano
con il cambio di stagione
giochi di aperture alari
che nascondono segreti
di questo sistema solare.
"

Troviamo l'analogia del vento e del viaggio, qui strettamente legata all'irrequietezza, nel libro di Joanne Harris: "Chocolat", da cui è stata tratta una versione cinematografica diretta da Lasse Hallström con Juliette Binoche e Johnny Depp. Il romanzo, tra l'altro molto romantico e intriso di magia, narra la storia di Vianne Roche, una donna coraggiosa ed estremamente attraente in perenne fuga da un fantomatico "uomo nero", con al seguito la figlia Anouk, di otto anni, di cui si ignora la paternità. La donna giunge con il vento di martedì grasso a Lansquenet, un paesino della provincia francese e riadatta una vecchia panetteria a "Chocolaterie", chiamandola "Céleste Praline". Questo suo comportamento altera l'equilibrio del popolo bigotto del luogo, tenuto dall'altero curato Francis Reynaud, e trovando in lui un nemico. La figura di Vianne è intrisa di magia; lei legge dei vecchissimi tarocchi ereditati dalla madre da cui estrae sempre le stesse quattro carte ed è inoltre pratica nella divinazione con il cioccolato. Ma quello che la lega è proprio il suo bisogno di mobilità, di arrivare con il vento e andare via di nuovo. E come un turbine lei giunge e stravolge le cose a Lansquenet, sollevando polveri antiche depositate e portando il riso sul volto. E infatti, proprio come il vento, Vianne non si fermerà definitivamente in quel paese, ma si allontanerà per ricongiungersi al suo passato nel seguito: "Le Scarpe Rosse"
Il vento in particolare è un fenomeno atmosferico che ha suscitato molta curiosità nell'essere umano, prima che comprendesse da cosa dipende. In effetti l'effetto del vento è dovuto al principio fisico dei vuoti d'aria. Quando l'aria si scalda con il sole tende a divenire più leggera e spostarsi verso l'alto, pertanto l'aria più fredda automaticamente accorre per riempire il vuoto provocato dallo spostamento. Tanta più aria calda si sposta verso l'alto, tanta più aria fredda giunge per colmare il vuoto.
Nella mitologia greca, abbiamo Eolo (fig 4), il dio del vento. Il nome stesso della divinità riconduce al suo scopo, infatti deriva dal greco aiolos che significa "veloce". Secondo il mito Eolo, figlio di Poseidone e Arne, venne incaricato da Zeus di mantenere il controllo dei venti, che rilasciati avevano già causato il distaccamento della Sicilia, e lui li teneva al sicuro in un otre nascosto in una caverna su Lipari, un'isola che faceva parte di un arcipelago di origine vulcaniche a nord della stessa, costituito di sette elementi: la stessa Lipari, Vulcano, Stromboli, Panarea, Salina, Alicudi e Filicudi. Questo agglomerato di isole è noto con il nome di Isole Eolie. I venti su cui Eolo aveva il controllo erano molti; i principali, che giungevano dai quattro punti cardinali erano Euro, il vento dell'Est, che portava bel tempo e qualche pioggia; Zefiro, il vento dell'Ovest che portava con sé la primavera; Austro, il vento del sud che portava l'intenso calore e la pioggia e Borea, il terribile vento del Nord.
Nell'Odissea, Omero ci racconta di come Ulisse, di ritorno dalla guerra di Troia, fece vela sulle isole Eolie e venne ospitato dal dio Eolo che in cambio del racconto dell'eroe gli diede in dono l'otre di pelle che conteneva i venti che erano contrari alla navigazione. Ulisse, conscio di questo dono, fece soffiare solo Zefiro. Purtroppo i suoi compagni, pensando che l'otre contenesse dei tesori, lo aprirono liberando tutti i venti e scatenando così una terribile tempesta dalla quale sopravvisse solo la nave su cui navigava l'eroe.
Dei venti che giungono dalle quattro direzioni si è parlato moltissimo; anche nel Rede stesso ne troviamo una citazione:

Heed the North winds mighty gale, lock the door and trim the sail.
When the Wind blows from the East, expect the new and set the feast.
When the wind comes from the South, love will kiss you on the mouth.
When the wind whispers from the West, all hearts will find peace and rest.

Attento alla forte tempesta del Norte, ammaina le vele e chiudi le porte
Quando l'Austro incomincia a soffiare, l'amor sulle labbra ti vuole baciare
Quando sibila il vento a Ponente, i morti non trovan riposo per niente.
Se il vento dall'Est comincia a tirare, ci son novita' e feste da fare.

Una delle più strette connessioni che abbiamo con l'aria è il respiro, o pneuma o anche dello stesso prana. A parte il lato biologico del bisogno di respirare, sul quale sorvolerei per il momento essendo una cosa ovvia, vorrei porre la vostra attenzione sul potere del respiro. In primis, considerate che l'essere umano non respira aria per l'intero corso della sua vita. Per molti mesi è stato liquido amniotico a fornire ossigeno. Il primo vagito, letteralmente, che si ha quando si viene al mondo è dovuto al primo, reale respiro che facciamo, e che spesso, tempo fa, veniva sollecitato con una sculacciata al neonato, inducendolo a piangere e così respirare per la prima volta. Il respiro è legato alla nascita per via della creazione degli esseri umani. In molte culture vediamo infatti come le divinità soffino la vita dentro creature appena abbozzate per rendele esseri umani e per donar loro l'alito, il soffio della vita. Nel libro della Genesi (2,7), ad esempio: "allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente". Stessa cosa nel mito della creazione dell'uomo dei nativi americani, quando lo spirito del Coyote, dopo aver rivoltato il vento per creare il cielo e disperso colori al mondo, decise che era venuta l'ora di creare l'uomo. Gli animali si sedettero ad aiutarlo e insieme discussero di come avrebbe dovuto essere questa nuova creatura e dopo un gran discutere e litigare, in cui ognuno mise sul piatto le proprie qualità, ritenendole indispensabili, Coyote raccolse le qualità che riteneva migliori e mentre gli altri dormivano, raccolse l'acqua del fiume, poi soffiò con le narici la vita nell'immagine delle qualità che aveva scelto mcome migliori e creò l'uomo. La stessa cosa la rivediamo nel mito di Demetra durante la cerca della figlia, quando, ospite di Celeo, re di Eleusi, stava donando l'immortalità al figlio del regnante: Demofoonte. Prima dell'interruzione che lo portò alla morte nel fuoco, lei soffiò l'immortalità nel corpo del bambino mediante il respiro.
L'aria e la sua manifestazione come vento è sempre stato anche simbolo di libertà, in quanto il vento, per sua natura è incontenibile, imprigionabile. Questo aspetto dell'elemento lo ha visto legato alla sfera del maschile, in quanto attivo e proiettivo. La natura selvaggia dell'aria infatti rispecchia l'ideale del dio selvatico e libero, privo di vincoli, cacciatore e animalesco. Troviamo infatti come il termine "un'ora d'aria" sia nato per riferirsi ai carcerati, i quali privi della libertà, hanno un'ora ricreativa al giorno in cui possono respirare fuori dalle loro celle. Press'a poco lo stesso tipo di prigionia degenerativa che l'essere umano causa ad alcune specie di uccelli tenendole in gabbia: li priva della possibilità di volare e di seguire la propria natura libera. L'associazione è chiara anche per via del senso di soffocamento che la prigionia dà, e che si può sviluppare in una patologia di tipo psicologico nota come claustrofobia. Il bisogno di respirare quindi, di avere dello spazio libero, è associato all'aria, al bisogno stesso dell'uomo di muoversi, di vivere la propria vita, ovviamente come quella di tutti gli esseri viventi. Questo bisogno è sì di tipo fisico, ma anche intellettuale; infatti l'aria è legata alla libertà e al pensiero.
Il pensiero è appunto l'unica cosa che dà reale libertà all'uomo, perché sta alla base della propria individualità. Senza il pensiero l'uomo sarebbe schiaccianto e non avrebbe più speranza, o aspettative, e questa cosa lo porterebbe irrimediabilmente alla morte. Per quanto, infatti, una persona possa imporre la propria forza su un'altra persona, non potrà mai violare la libertà del suo pensiero. Grazie ad esso i confini svaniscono e la prigionia mentale, oltre che fisica può essere abbattuta. La libertà, questa cosa meravigliosa di cui tutti parliamo e che non conosciamo veramente, è un diritto imprescindibile e invalicabile. La forza e la violenza di soggiogamento che si possono esercitare su una persona non ci aiuta ad amarla, ma solo a possederla. Per amare una persona... bisogna che sia lasciata libera. In antichità, oltre che in molte culture tuttora esistenti (come quella zingara), giovani ragazze vanno in sposa a uomini anziani, private della scelta e della libertà fisica. Ma per quanto quegli uomini potranno possedere il loro corpo, mai e poi mai potranno possedere il loro spirito.
Vediamo quindi come il pensiero, legato all'aria, si traduce il libertà ed espressione. L'espressione infatti è legata all'aria in quanto è grazie alla parola che spesso noi esprimiamo ciò che sentiamo. Questa stessa associazione ci conduce quindi all'aspetto artistico dell'aria, che è l'elemento dei poeti e dei musicisti, nonché degli artisti in genere. L'associazione con l'aria deriva dallo strumento vocale trasformato in musica. Non per niente, in musica, con il termine "aria" ci si riferisce al brano lirico, in genere composto per una singola voce, con accompagnamento strumentale.
L'associazione dell'arte con l'aria giunge proprio spontanea, in quanto gli artisti spesso sono disattenti e discostati dal mondo quando dominati dal pensiero e cavalcati dall'ispirazione. Da qui si arriva al termine: "testa per aria" per rifersirsi a chi sta viaggiando con l'immaginazione, in contrasto con "piedi per terra" per chi invece è ben ancorato alla materialità. L'aria crea una dualità con l'arte e la libertà per l'inafferrabilità di chi sente dentro il bisogno di creare, di dare un'apporto alla propria vita tormentata. E infatti l'arte in se stessa è inafferrabile, incatenabile perché il suo stesso movimento e la sua stessa sostanza filtra attraverso le cose.
L'aspetto emotivo dell'aria è quello della spensieratezza e questo perché la sensazione dei sentimenti negativi ci dà la dimensione di un grosso peso che ci grava addosso e che ci impedisce di alzarci in volo, di essere liberi di vagare, di sognare, di essere noi stessi, in qualsiasi mutevole forma ci vediamo e ci sentiamo. Non per niente l'aria è l'elemento dei bambini, i quali, in quanto ignari della gravità degli impegni della vita hanno la fortuna (se non sono lesi i loro diritti) di poter vivere gli anni dell'infanzia senza preoccuparsi di questioni che possano crucciare la loro vita. Aria quindi anche elemento del riso, della gaiezza e naturalmente della fantasia, che quando fervida permette di viaggiare e volare senza avere le ali.
Nella "Storia Infinita" di Michael Ende, troviamo Fùcur, il Fortunadrago, che non ha bisogno di ali per volare. E l'esempio che l'autore vuole comunicare è proprio quello del volo della fantasia. La libertà di soprassedere dei problemi solo immergendosi in un libro per lasciarsi dominare dalla fantasia.
"'La mia vita ti appartiene' rispose il drago, 'se la vuoi accettare. Ho pensato che avresti avuto bisogno di una cavalcatura per la tua Grande Ricerca. E vedrai, è tutta un’altra cosa grattare il terreno con due zampe, avanzando piano piano, o anche andar al galoppo su un buon cavallo, e invece volare come il vento per tutti i cieli in groppa a un Drago della Fortuna. D’accordo?' – 'D’accordo!' – 'A proposito', aggiunse il drago, 'io mi chiamo Fùcur.' – 'Bene Fùcur' – rispose Atreiu, 'ma mentre noi stiamo qui a parlare, scorre via il poco tempo che ci rimane. Devo fare qualcosa. Ma cosa?' – 'Aver fortuna', rispose Fùcur, 'che altro?' ".
Troviamo qui lo spazio dedicato all'ispirazione, come associazione all'aria. Pare infatti che siano le Silfidi, gli spiriti di questo elemento a "sussurrare" le ispirazione nell'orecchio degli artisti mentre dormono. Ma sono le muse le più grandi ispiratrici di ogni tempo. Secondo il mito greco sarebbero nove, figlie di Mnemosine, dea della memoria e di Zeus. Il primo a parlarne fu Esiodo nel suo poema mitologico Teogonia che si apre, come era consueto all'epoca con l'invocazione alle muse:

"Cominciamo il canto dalle Muse elicone
che di Elicone possiedono il monte grande e divino;
[...]
Esse una volta a Esiodo insegnarono il canto bello,
mentre pascolava gli armenti sotto il divino Elicone;
questo discorso, per primo, a me rivolsero le dee,
le Muse d'Olimpo, figlie dell'egioco Zeus:
'O pastori, cui la campagna è casa, mala genia, solo ventre;
noi sappiamo dire molte menzogne simili al vero,
ma sappiamo anche, quando vogliamo, il vero cantare'."


Ma come ben ricordiamo anche Omero inizia l'Iliade invocando Calliope:

"Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme d'eroi"
.

O nell'Odissea:

Musa, quell'uom di multiforme ingegno
Dimmi, che molto errò, poich'ebbe a terra
Gittate d'Ilïòn le sacre torri;

Esiodo cita le muse, definendone il numero, e in seguito altri le definirono o le citarono, come Platone, nel "Fedro", o Strabone nel suo "Geografia" o Apollonio Rodio nelle "Argonautiche". Le muse avevano il compito di ispirare l'uomo e patrocinare l'Arte in ogni sua forma ed espressione. Ad ognuna delle nove muse era dedicato uno spazio apposito nell'arte greca di maggior spessore. I loro nomi erano: Calliope (colei che ha begli occhi), musa della poesia epica; Clio (colei che rende celebri) musa della storia; Erato (colei che provoca desiderio), musa della poesia romantica; Euterpe (colei che rallegra), musa della poesia lirica; Melpomene (colei che canta), musa della tragedia; Polimnia (dai molti inni), musa del mimo; Talia (festiva), musa della commedia; Tersicore (colei che si diletta con la danza), musa della danza e Urania (la celeste), musa dell'astronomia (fig 5)
Vediamo quindi come l'aria diventa anche soggetto di ispirazione oltre che di elevazione spirituale. Infatti nell'alchimia orientale, l'elemento aria è associato allo spirito.
Questa associazione la troviamo in molte culture che rappresentano lo spirito o l'anima con la veste di una farfalla o una mosca. Carlo Ginzburg, nel suo "Storia Notturna - Una decifrazione del Sabba" racconta di come siano state raccolte testimonianze di persone che hanno visto uscire una farfalla o una mosca dalla bocca di persone addormentate le quali, in seguito, hanno raccontato di essersi allontanate dal corpo in spirito per recarsi in altri luoghi. La farfalla, quindi, simbolo di aria, leggerezza e spensieratezza, è anche il simbolo dell'anima. Questo è dovuto alla metamorfosi che avviene nel lepidottero dallo stato larvale a quello adulto, con il passaggio nella crisalide: ossia l'abbandono della pesantezza del corpo grasso e brutto del bruco per tramutarsi nella bellezza e nella leggerezza del nuovo stadio evolutivo. Questa stretta connessione la troviamo sia in Europa che in Centro America; gli aztechi infatti ritenevano che le farfalle fossero le anime dei guerrieri morti e il termine stesso con cui ci si riferiva a loro ha una stretta analogia con il termine latino. La farfalla infatti in lingua nahuàtl si chiama "papalotl", mentre in latino "papilio" e in francese "papillon".
In via più recente troviamo un'analogia in Harry Potter, ne "Il Prigioniero di Azkaban"; i dissennatori, creature malvagie, succhiavano l'anima con un bacio, senza privare della vita le persone, ma lasciandoli in vita, per quanto privi di anima. Anche qui vediamo come il respiro sia associato all'anima, esattamente come il coyote, o il dio cristiano e anche Demetra poteva dare la vita soffiando, ecco che alcuni possono privare dell'anima risucchiando.
Un ulteriore aspetto dell'aria è quello distruttivo/rigenerativo. Molte divinità associate alle tempeste infatti sono anche associate alla fertilità e al cambiamento e non solo alla distruzione. Prendiamo ad esempio Oya (fig 6), la dea Yoruba del vento e della tempesta. Spesso questa Orisha è nota come "Madre del Caos", proprio per la sua peculiarità di distruggere e devastare, imponendo così la ricostruzione in modo diverso. E' un po' come la grandine, l'Hagal, che precipita e distrugge, ma che permette di creare nuovamente. Oya è sì la tempesta, il tornado, ma è anche il respiro. E questo è infine la dualità tipica che troviamo in tutti gli elementi... ossia che distruggono, ma costruiscono. Infatti l'aria del tornado è la medesima aria spostata e rivista da forze diverse che ci permette di respirare o che trasmette il suono della nostra voce e delle nostre urla. Nello spazio siderale, là dove l'aria non esiste... non esiste nemmeno il suono, quindi non esiste la musica, la poesia, e nemmeno la nostra stessa voce, le nostre parole, cui tanto dobbiamo nella nostra esistenza.
Vediamo inoltre come la tempesta, giungendo, porta con sé anche i semi da luoghi lontani. E' in questo modo, grazie ai venti più impetuosi, che le semenze leggere si sono sparse oltre i mari e gli oceani, diffondendosi e moltiplicandosi. Per l'aria infatti non esiste vincolo o barriera. E proprio da questo ritorniamo al viaggio, quello che valica i mondi e i confini.
La sapienza degli sciamani e degli uomini della medicina ci insegna quello che è noto come "viaggio sciamanico". In antichità, e soprattutto nelle popolazioni indigene americane, i nativi, troviamo questa pratica molto diffusa che viene utilizzata per trovare il proprio animale o spirito guida. Il viaggio viene in genere causato da una trance di tipo ipnotico con l'ausilio del suono ritmato e sincopato dei tamburi sciamanici suonati in continuazione. Quando però il viaggio viene svolto con l'ausilio di sostanze pricotrope, spesso contenute in piante o funghi di tipo allucinogeno, spesso la sensazione che fornisce è quella del volo e della libertà della forma. La nostra sostanza infatti: la carne, sarebbe un limite che può essere valicato se non addirittura sconfitto con la pratica.
Carlos Castaneda, nel suo "Gli Insegnamenti di Don Juan" ci parla degli effetti dell'impasto che ha ottenuto con la Datura Inoxia insieme ad altri ingredienti sotto l'attenta supervisione del suo maestro. Don Juan chiamava se stesso "corvo" perché riteneva di essere in grado di trasformarsi in questo animale e insegnò all'autore del libro come ottenere questa capacità mediante l'uso dell'impasto di cui sopra. L'esperienza di tipo pressoché onirico, quanto meno a livello scientifico, dà la chiara sensazione di levarsi sopra il mondo e viaggiare per lunghe distanze. Vediamo quindi come gli uomini di medicina siano riusciti a staccarsi dal suolo mediante lo spirito, e a viaggiare attraverso il mondo sotto forma di animali. Come leggiamo nella tesi di laurea di Pietro Barnabè, discussa a Bologna nell'ottobre 1981 ed edita su internet: "Sciamanesimo ed uso di sostanze alteratrici della percezione della realtà": "Centrale ai fini dell'iniziazione é l'ascesa celeste. Ascese rituali di un albero o di un palo, miti di ascensione o di volo magico, esperienze estatiche di levitazione, di volo, di viaggi mistici in cielo, assolvono una funzione decisiva nelle vocazioni o consacrazioni, in tutto il mondo. Questo insieme di pratiche sembra in relazione col mito di un'epoca antica quando le comunicazioni tra cielo e terra erano piú facili. Da questo punto di vista, lo sciamano appare come un privilegiato che ritrova, con un percorso suo personale, la condizione felice dell'umanità ai primordi; e, con i riti estatici collettivi, può trasmettere, momentaneamente, questa condizione felice, al resto del gruppo. É questa una delle sue funzioni: tramite con il mondo soprannaturale per farne partecipi tutti.
Presso molti gruppi etnici si incontra una concezione mitologica che vede il Primo Sciamano come un messo eletto da Dio per proteggere l'umanità da pericoli e malattie, e per civilizzarla. Il Primo Sciamano aveva enormi capacità: saliva materialmente al cielo, e parlava con la divinità. Analogamente anche agli Inferi (per recuperare le anime dei malati, e per accompagnarvi quelle dei morti), accedeva in carne ed ossa. In seguito a sue scorrettezze, perpetrate anche dai suoi successori, gli dei ne ridussero i poteri.
".
Anche l'aquila però trova una stretta connessione con la saggezza, il volo e lo sciamanesimo. Si riteneva infatti che l'aquila fosse un messaggero divino dell'Essere Supremo, che fu inviato dallo stesso sulla terra dove dimoravano i demoni e che si accoppiò con una donna, da cui venne generato lo strumento di battaglia contro i demoni: lo sciamano, il figlio dell'aquila.
La perfetta incarnazione del volo, dell'aria e della libertà, nelle popolazioni della Meso e del Sud America era rappresentato da huitzil, il colibrì (fig 7). Secondo queste popolazioni infatti, era un animale sacro. Le popolazioni peruviane lo rappresentarono in uno dei misteriosi e gigantesci giroglifi nell'arido deserto di Nazca. La peculiarità di queste stesse linee e il mistero che le lega è dovuto proprio al fatto che non è possibile vederle se non da un'aeroplano per via delle loro dimensioni titaniche. Il colibrì era per gli aztechi l'incarnazione degli spiriti ed è in effetti, un animale misterioso, estremamente aggressivo e impollinatore. La cosa che lo differenzia di più da ogni altra creatura è la sua capacità di volare all'indietro e di rimanere sospeso immobile in volo. Il suo cuore, gigantesco comparato al suo corpo, batte 400 volte al minuto (contro, ad esempio la media di 70 battiti degli esseri umani) e le sue ali sbattono ad una velocità incredibile, raggiungendo picchi di 70/80 battiti al secondo. Le riprese ottenute al rallentatore hanno mostrato che la forma che la punta delle due ali del colibrì disegna nell'aria è quella di un 8 rovesciato, il simbolo dell'infinito. L'aggressività di questo animale gli permise di essere nominato "guerriero del sole"; e da notare è il nome stesso del dio della guerra degli aztechi, uno dei più sanguinari del pantheon: Huitzilopòchtli (fig 8), il cui nome significa: Colibrì del Nord. La curiosa peculiarità di questo uccello e che lo distingue tra gli altri, è la sua vita libera. Se tenessimo infatti prigioniero un colibrì tra le mani, impedendogli di sbattere le ali in qualsiasi modo, morirebbe in una dozzina di secondi. Questo lo ha reso il simbolo della libertà, del fascino del volo e della leggerezza dell'aria.
Nelle varie mitologie, l'aria era patrocinata da manifestazioni di tipo negativo o positivo. Ad esempio, nella mitologia assiro-babilonese troviamo Pazuzu (fig 9), il re degli spiriti malvagi dell'aria figlio di Hanpa. Veniva rappresentato come un uomo dal volto mostruoso a forma di teschio di sciacallo a significare la morte, la mano sinistra alzata a saluto/minaccia e le ali. La curiosità era la duplice forma di Pazuzu, in quanto era invocato per proteggere le partorienti da altri spiriti malvagi, come Lamashtu, suo eterno rivale, ma era anche il demone del vento ghiacciato, che porta la morte per assideramento e la distruzione del venti. Lo stesso Pazuzu era anche il demone che è stato preso in prestito nelle rappresentazioni cinematografiche del libro di William Peter Blatty: "L'Esorcista", con prequel e sequel e trova maggior spessore nel film "L'Eretico", dove viene rappresentato come il signore delle locuste, che porta la distruzione sui raccolti. Nel libro originale però il demone era il biblico: Legione.
Eric Marple, nel suo libro "Il Dominio dei Demoni", ritiene che Pazuzu spargesse le malattie con l'alito. E questo è un discorso che è ripreso anche da William Woods nel suo "La Storia dei Demoni": "(...)In Mesopotamia il demone cornuto, Pazuzu, cavalcava i venti portando la malaria. (...) Enfatizzando il suo ruolo distruttivo di Signore delle febbri e della peste".
Il volto di Pazuzu è spaventoso per un motivo preciso: in molte popolazioni asiatiche (pantheon tibetano, cinese, mesopotamico), la mostruosità del volto significa "appartenenza al regno degli spiriti". Anche i draghi cinesi hanno il medesimo volto ringhiante, ma non significa che siano crudeli.
Il ruolo dell'aria in questo caso è negativo. L'aria, con il vento, porta con sé le malattie, che una volta si credevano opera di spiriti maligni, e di conseguenza anche la morte. Come gli altri elementi ecco che anche l'aria ha una connessione con la morte, nel suo aspetto di viaggio. Infatti si riteneva che gli uccelli fossero psicopompi (parola che deriva dal greco psyche - anima e pompòs: colui che conduce), ossia trasportassero i defunti dal mondo dei vivi all'aldilà. In questo caso possiamo citare il corvo: era appunto un corvo ad aver riportato l'anima di Eric Draven per vendicare l'omicidio della fidanzata Shelley nel fumetto di James O'Barr e in seguito nel fortunato film di Alex Proyas con Brandon Lee. Il caprimulgo (noto anche come succiacapre); nel raccapricciante racconto di Howard Philip Lovecraft: "L'Orrore di Dunwich": "Nella primavera successiva a questo evento, il vecchio Wilbur aveva notato un numero crescente di succiacapre che uscivano dalla gola di Cold Spring per venire di notte a cantare sotto la sua finestra. Sembrò considerare tale circostanza molto significativa, e disse agli avventori di Osborn che pensava fosse quasi giunta la sua ora.
'Adesso zufolano proprio seguendo il mio respiro', disse, 'e scommetto che si preparano a prendersi la mia anima. Sanno che sta per uscire e non gli sfuggirà. Ragazzi, dopo che me ne sarò andato, lo saprete se mi hanno beccato o no. E, se mi beccano, continueranno a cantare e sghignazzare fino all'alba. Se non ce la fanno, saranno così gentili da zittirsi subito. Io mi aspetto che, qualche volta, loro e le anime che cacciano, facciano qualche bella zuffa'.
". E in ultimo, come nel libro di Stephen King: "Le Metà Oscura": il passero.
Un'ulteriore figura interessante associata all'aria è quello del Genio. Nella mitologia arabo/persiana troviamo infatti i noti djinn, in arabo jinn. Sarebbero creature prettamente relegate alla mitologia islamica e preislamica e di origine malvagia, per quanto nel Corano sia possibile notare come a volte queste creature siano anche di natura positiva. L'esempio più chiaro di djinn è il genio della lampada nella favola "Aladino e la lampada magica". Il genio in questo caso è una creatura del piano elementale dell'aria relegato ad un'antica lampada magica che lo contiene e che, passando da un padrone all'altro, è costretto ad obbedire ai primi tre desideri espressi. La visione legata a questo tipo di creatura viene citata nel Corano in diverse parti:
Creò l'uomo di argilla risonante come terraglia, e i Jinn da fiamma di un fuoco senza fumo. (Corano LV. Ar-Rahman (Il Compassionevole), 14-15)
Non ho creato i Jinn e gli uomini altro che perché M'adorassero (Corano LI. Adh-Dhariyat (Quelle che spargono), 56)
Invero c'erano degli uomini che si rifugiavano presso i Jinn, e questo non fece che aumentare la loro follia (Corano LXXII. Al-Jinn (I Demoni), 6)
Di': "Mi è stato rivelato che un gruppo di Jinn ascoltarono e dissero: 'Invero abbiamo ascoltato una Lettura meravigliosa…'." (Corano LXXII. Al-Jinn (I Demoni), 1)
E in precedenza creammo i Jinn dal fuoco di un vento bruciante (Corano XV. Al-Hijr, 27).


Fig 1 - Macchina Volante
Leonardo Da Vinci

Fig 2 -
Hermes

Fig 6 -
Oya

Fig 4 -
Eolo

Fig 5 - Le Muse Danzano con Apollo
Baldassarre Peruzzi (Siena 1481 - Roma 1536)

Fig 3 -
Ehecatl

Fig 7 -
Huizitl - Colibrì

Fig 8 -
Huiztilipòchtli

Fig 9 -
Pazuzu


FUOCO

Cos'è il fuoco?
In termini fisici il fuoco è una manifestazione. L'evento chiamato fuoco è dovuto ad una causa principale chiamata comunemente combustione e che prevede, per verificarsi, il rispettare di alcune regole fondamentali e della presenza di alcuni elementi: un combustibile di origine varia (fossile, liquida o gassosa) che sottoposto ad una quantità adeguata di calore, produce un fenomeno di ossidazione esotermica dei gas che vengono rilasciati e che creano un'autoalimentata manifestazione di origine gassosa chiamata "fiamma". La fiamma stessa è una forma di energia allo stato puro alimentata da scariche di energia termica causate dalla combustione del carburante su cui e grazie a cui, il fuoco si autoalimenta e si manifesta, sommato alla presenza in forma gassosa di ossigeno. Senza combustibile il fuoco si estingue. Possiamo prendere una tanica di benzina e gettarla a terra, darle fuoco e si accenderà, ma se lo facciamo in una camera da cui tutta l'aria è stata eliminata, il fuoco si spegnerà immediatamente.
Detto questo, sappiamo bene che il fuoco non è solo questa manifestazione a noi nota.
Come fuoco, noi intendiamo la manifestazione di cui sopra. Ma in realtà è pressoché come definire terra del terriccio e non una pietra. Il fuoco è l'energia pura della distruzione e della trasformazione, ma sopra ogni altra cosa è la luce e il calore.
Come prima cosa valutiamo il fatto che il fuoco è stato una delle conquiste dell'umanità, pertanto assume il mitico concetto di "cerca". Prima della "scoperta" del fuoco, che noi siamo abituati ad avere sotto controllo, il mondo era buio e freddo. E la "cerca" del fuoco, avvenuta centinaia di migliaia di anni fa, non garantiva la sua gestione. Il fuoco ha quindi passato quattro fasi distinte: scoperta, trasporto, conservazione, e produzione. Consideriamo che la "scoperta" del fuoco, come cerca, non è associabile alla sua manifestazione. E' accertato che l'uomo l'abbia visto manifestarsi in natura più volte (fulmini che colpivano alberi sono le cause più facili); la scoperta avvenne nel momento in cui, non si sa quando, si ipotizza che il primo uomo abbia sollevato un ramo incendiato o assaggiato la carne di un animale ucciso dal fuoco. In quel momento, se vogliamo, per via intuitiva, l'uomo ha "scoperto" il fuoco, comprendendo che poteva divenire uno strumento nelle sue mani. Si parla di Homo erectus, quindi quasi un milione di anni fa, ma questa "scoperta" potrebbe essere ancora antecedente, in quanto ci è possibile datare solo in base ai ritrovamenti antichissimi che sono stati fatti solo in tempi recentissimi. Abbiamo quindi un principio di "scoperta" e "cerca" sul fuoco, ma soprattutto, non dimentichiamolo... di mantenimento e conservazione del fuoco, il che non è poco. In seguito, nell'eventualità pressoché certa di spegnimento (pioggia, mancata combustione ecc..) la possibilità di ricreare il fuoco, di riprodurre questo evento meraviglioso. Ovvio che tra ogni passo di quelli specificati dobbiamo contare una manciata di migliaia di anni, ma una volta ottenuto il potere, l'uomo ha scoperto un alleato vero e proprio.
La scoperta del fuoco, il suo mantenimento e il suo trasporto esercita un grande fascino su di noi. Consideriamo ad esempio la sacra fiamma olimpica. Sin dall'antichità, quando i Giochi Olimpici si tenevano nella loro capitale: Olimpia, in Magna Grecia, il fuoco che bruciava perenne sull'altare del tempio di Estia veniva portato anche nel tempio di Zeus, cui erano dedicati i giochi stessi. In seguito, ossia nel 1928, l'architetto fiammingo Jan Wils, durante la progettazione del nuovo stadio olimpico decise di riprendere quella vecchia usanza e il 28 luglio dello stesso anno venne acceso il primo fuoco olimpico nella Torre di Maratona. Ma fu Carl Diem, scienziato sportivo tedesco ad ideare la staffetta con la fiaccola che, partendo da Olimpia, attraversava tutto il mondo. Era il 1936. Una tradizione, quella dei tedofori, che, non è mai mutata finora.
Nei templi di Vesta, dea del fuoco romana, le sacerdotesse, dette appunto vestali (fig 10), avevano il compito di mantenere viva la fiamma della Dea giorno e notte, impedendo che si estinguesse. Vesta, nella mitologia greca nota come Estia, figlia di Saturno e di Opi, era la dea cui ci si rivolgeva per i sacrifici; le sue sacerdotesse erano quelle che dovevano svolgerli. Spesso cospargevano il corpo del sacrificando con una sostanza a base di farina tostata e sale nota come mola salsa prima di ucciderli, dal quale deriverebbe il termine "immolare", riferito al sacrificio al fuoco. Il fuoco di Vesta venne estinto su ordine di Teodosio mediante il suo editto che proibiva i culti pagani il giorno 24 febbraio del 391.
Vediamo qui come il fuoco diventa simbolo divino e di vita. Il calore che esso sprigiona infatti contrasta la fredda rigidità della morte, scioglie le membra ma soprattutto, come abbiamo visto all'inizio, il fuoco è luce. In un mondo oscuro e freddo, ecco che lui arriva e porta con sé calore e splendore; luminosità. Il fuoco è stato da sempre il primo vagito dell'uomo per uscire dalle tenebre, sia fisiche che psico-sociali. Prima della sua scoperta non era possibile disciogliere i metalli, forgiare degli utensili, cucinare i cibi, scaldarsi, tenere lontani gli animali feroci. Il fuoco ha innalzato l'uomo come creatura dominante nel mondo.
Fu proprio secondo questa visione che nacque il mito greco di Prometeo (fig 11). Egli, titano figlio di Giapeto e Climene, ma schieratosi con Zeus durante la famosa guerra che lo vide vincitore, assiste alla nascita stessa di Atena dal cranio del Dio degli Dei, e da lei riceve in dono alcune virtù da donare agli uomini. Al contrario del fratello Epimeteo (dal greco antico: Epimethéus, che significa "colui che riflette dopo"), che si dimenticò degli uomini donando le buone qualità ricevute dagli altri dei solo agli animali, Prometeo (Promethéus: "colui che riflette prima"), rubò uno scrigno ad Atena che conteneva al suo interno "intelligenza" e "memoria", donandole così agli uomini per comparare gli atti del fratello. Inoltre in ultimo diede al fratello uno scrigno in cui aveva nascosto malattie, morte, fatica, follia, passione e vecchiaia chiedendogli di custodirlo gelosamente. Queste peculiarità avrebbero distrutto altrimenti l'umanità. Questo comportameno non compiacque Zeus, che meditava invece la distruzione del genere umano. Egli infatti temeva che le qualità offerte in dono dal titano avrebbero reso arroganti gli uomini.
Durante un rito sacrificale Prometeo venne invocato dagli uomini che volevano un giudice per le spartizioni del toro sacrificale con gli dei. Al suo giudizio egli decise di suddividere così: le ossa e le viscere agli dei e la carne agli uomini. Nascose però la carne sotto la pelle del toro e cosparse le ossa invece con del grasso, affinché apparissero più appetitosi. Zeus, che si accorse dell'inganno, maledì l'umanità permettendogli di mangiare la carne al costo dell'immortalità, da quel giorno riservata solo agli dei, ed inoltre tolse il fuoco agli uomini, relegandolo nuovamente al solo Monte Olimpo.
Prometeo, che era in un certo qual modo affezionato all'umanità, si recò da Efesto di nascosto e rubò il fuoco dalla sua fucina mediante una torcia per renderlo agli uomini, violando così un editto del Dio degli Dei, il quale, non appena lo venne a sapere decise di punirlo severamente. Fece costruire da Efesto una donna bellissima che gli dei ricoprirono di doni e la inviò da Epimeteo che però, ricordandosi delle parole del fratello di non accettare doni da Zeus, la rifiutò. A quel punto Zeus, doppiamente offeso dall'arroganza dei due, fece incatenare Prometeo ad una roccia della montagna più alta del Caucaso dove un'aquila per l'eternità gli avrebbe divorato il fegato, che sarebbe ricresciuto nottetempo. Il fratello, mortificato dalla colpa, decise di prendere in sposa la donna inviatale da Zeus, che portava nome Pandora. Non si rivelò infine una buona idea dato che in seguito, per pura curiosità la donna spalancò lo scrigno che Prometeo aveva lasciato in custodia a suo marito elargendo al mondo i mali cui ancora è afflitto.
Prometeo divenne quindi il simbolo del fuoco rubato agli dei. Ma il fuoco è un simbolismo che sta a significare ben altro: ossia conoscenza. Non per niente, se vogliamo, nella Genesi, Adamo ed Eva erano nudi e non se ne vergognavano. Fu solo dopo aver tastato il frutto del peccato originale, tentati dal serpente, che conobbero il loro stato e si coprirono. Ecco che anche qui ripercorriamo i termini dell'arroganza degli uomini che tendono ad avvicinarsi agli dei, rubando qualcosa che era stato sottratto o proibito. E questo, se vogliamo, è la conoscenza e l'accettazione della nostra natura, dei nostri bisogni, il beneficio del dubbio e il tentativo di comprendere il perché della nostra vita. Una conoscenza che ci è negata per difesa o per paura? 16 Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, 17 ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti».(Genesi 2:16) Sulla stessa scia ecco apparire quindi la setta degli Illuminati (di cui si parla nel libro "Angeli e Demoni" di Dan Brown che nel momento in cui scrivo non è ancora uscito al cinema, ma quando leggerete queste righe probabilmente sarà già un successo di critica), che altro non erano se non un ordine segreto bavarese fondato da Johann Adam Weishaupt (fig 12) e alcuni suoi studenti con l'aiuto e il supporto del barone Adolf Knigge il 1 maggio 1776 con il preciso scopo di contrastare l'oscurantismo e l'ignoranza che la Chiesa Cattolica diffondeva. I due, iniziati alla massoneria (Knigge inizio nel '77 Weishaupt), avevano lo scopo primario di abolire i governi e delle religioni e portare così l"illuminazione, rischiarare la comprensione con il sole della ragione, che disperderà le nubi della superstizione e del pregiudizio". Durante gli anni molti altri entrarono a far parte dell'ordine, tra cui nomi illustri come Johann Wolfgang von Goethe e Johann Gottfried Herder.
Il fuoco diventa qui simbolo di luminosità, dunque, simbolo di evoluzione. Le cose sono strettamente legate. Senza il fuoco, come abbiamo visto, non ci sarebbe stato niente di tutto ciò che noi abbiamo ora. L'aspetto legato a questo termine è di chiaro stampo maschile. Il fuoco infatti è un energia di tipo proiettivo e non ricettivo, come può essere invece l'acqua o la terra. Il fuoco è il movimento che trasforma, il calore che infiamma la passione. Fuoco quindi come trasformazione. E infatti, ecco lo stesso serpente che nel libro della Genesi (3:1) diventa il portatore della conoscenza. 1 Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «è vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». 2 Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 3 ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». 4 Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! 5 Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». 6 Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò. 7 Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture..
8 Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l'uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. 9 Ma il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: «Dove sei?». 10 Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».
11 Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?».
(Genesi 3:1).
Trovo curiosa l'analogia che sia proprio una creatura associata al fuoco a rappresentare lo stimolo alla conoscenza per gli abitatori del Giardino dell'Eden. Il serpente, infatti, simboleggia il fuoco per via della sua peculiarità a cambiare la pelle, a mutare, ma è anche simbolo di saggezza. Proprio come il nostro elemento, egli è il portatore della trasformazione. Una trasformazione che spesso è associata alla pura distruzione, se vogliamo. Per chi non ha la capacità di osservare e capire. Una foresta che brucia, certo... è distruttiva, ma la cenere delle braci è fertilizzante e, come ben ci insegna il postulato fondamentale di Lavoisier: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Il fuoco ne è l'esempio. Il carburante viene trasformato in qualcosa d'altro, in parte solido, in parte gassoso, ma pronto per essere riassilimato, ripensato e rivisto dalla natura e dalle energie.
Conoscenza e trasformazione. Due cose che sono strettamente legate se ben ci pensate, dato che La trasformazione del fuoco ha aspetti molto peculiari; mediante il calore da esso prodotto le cose possono cambiare, mentre con il freddo, suo opposto, la materia vivente tende a mantenersi inalterata nel tempo. Abbiamo quindi tre elementi importanti e relativi connotati: conoscenza/scoperta, trasformazione/evoluzione e luce/pensiero.
La trasformazione è un elemento molto interessante del fuoco, soprattutto associato alla distruzione. Come abbiamo visto, la cenere di un incendio fertilizza i campi. Molti giardinieri consigliano infatti di utilizzare le ceneri del legno come concime per la terra. In questo aspetto abbiamo un'analogia interessante con una creatura di origine mitica: la fenice (fig 13). Per eccellenza, la fenice è associata alla rinascita e al perdurare eterno in un ciclo vitale di distruzione e ricostruzione attraverso la formazione. Il mito della fenice pare risalga all'Antico Egitto, dove era nota come "Bennu". Il termine "fenice" è infatti di stampo greco: "Phoinix", che significa "albero solare". Si trattava di un uccello dal piumaggio meraviglioso che veniva rappresentato con la corona Atef (fig 14), la bianca corona di Osiride, simbolo dell'Alto Egitto; la sua origine è incerta e non si sa ancora se deriva da un uccello realmente esistente oppure no. Per gli egizi comunque rappresentava "BA", lo spirito di Ra. E' probabile che si trattasse comunque dell'airone cinerino, del quale gli egizi festeggiavano il ritorno sul salice di Heliopolis. Questa associazione era chiaramente di tipo solare, dato che, come il sole, anche della fenice esisteva un solo esemplare di sesso maschile. Infatti, ogni cinquecento anni (come attesta anche Erodoto), quando sentiva giungere il momento, costruiva un nido ovoidale su una palma con rametti di vario tipo, tra cui incenso, mirto, mirra e sandalo e attendeva che i raggi del sole lo incendiasse, morendo tra le fiamme mentre intonava una melodia dolcissima. Nelle ceneri del falò rimaneva un uovo, dal quale sarebbe nata la stessa identica fenice, che cresceva esponenzialmente in pochissimi giorni.
La fenice, proprio come il sole, doveva morire per risorgere nuovamente, e questo la fece associare chiaramente al dio Ra, ma anche ad Osiride, che era risorto grazie all'intervento della sorella Iside dopo lo smembramento avvenuto da parte di Seth. Ma la fenice si ripercorre in vari miti, in India, in Cina, in Giappone, e anche tra i cristiani e gli ebrei. Infatti nella bibbia se ne parla, precisamente nell'Esodo. Ma come abbiamo visto fu Erodoto a nominarla per primo, e di seguito Ovidio nelle "Metamorfosi". Da questo "passaggio" di informazioni abbiamo un errore che l'accompagna ancora adesso, ossia il termine "Araba". Erodoto, nel suo "Storie" infatti, scrive: "Un altro uccello sacro era la Fenice. Non l'ho mai vista coi miei occhi, se non in un dipinto, poichè è molto rara e visita questo paese (così dicono ad Heliopolis) soltanto a intervalli di 500 anni: accompagnata da un volo di tortore, giunge dall'Arabia in occasione della morte del suo genitore, portando con sè i resti del corpo del padre imbalsamati in un uovo di mirra, per depositarlo sull'altare del dio del Sole e bruciarli. Parte del suo piumaggio è color oro brillante, e parte rosso-regale (il cremisi: un rosso acceso). E per forma e dimensioni assomiglia più o meno ad un'aquila". Ovidio pertanto, nelle "Metamorfosi" ne parla in questi termini: "Si ciba non di frutta o di fiori, ma di incenso e resine odorose. Dopo aver vissuto 500 anni, con le fronde di una quercia si costruisce un nido sulla sommità di una palma, ci ammonticchia cannella, spigonardo e mirra, e ci s'abbandona sopra, morendo, esalando il suo ultimo respiro fra gli aromi. Dal corpo del genitore esce una giovane Fenice, destinata a vivere tanto a lungo quanto il suo predecessore. Una volta cresciuta e divenuta abbastanza forte, solleva dall'albero il nido (la sua propria culla, ed il sepolcro del genitore), e lo porta alla città di Heliopolis in Egitto, dove lo deposita nel tempio di Iperione, il Titano padre del dio Sole"
Dante la cita nel ventiquattresimo canto dell'Inferno:
"che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo appressa
erba né biada in sua vita non pasce,
ma sol d'incenso lacrima e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime fasce."

La fenice, in seguito, rimase anche legata ai processi alchemici, in particolare associata alla pietra filosofale e alla Trasmutazione Alchemica.
Il fuoco, nella sua componente riferita al calore, è associata anche alla passione, all'attrazione fisica. Spesso infatti tendiamo a paragonare e percepire il desiderio fisico/sessuale come un fuoco che brucia in profondità dentro di noi. Il calore come abbraccio, affetto, è qualcosa che scalda in profondità. Ecco che il fuoco qui prende l'aspetto di una fiamma che brucia senza consumare, ma che scalda e che risana, consola e si autoalimenta man mano che si innalza. Questa peculiarità avanza anche alcune pretese sulle persone che sono nate in luoghi più caldi. La forza dell'elemento, associato al sud, pare avere un ascendente sulle attitudini e i comportamenti sociali delle persone che non si riscontra da altre parti. Molto spesso, soprattutto nel nostro paese, è facile sentir parlare di "sangue caliente", quando ci si riferisce alle persone particolarmente passionali, e le attitudini sociali delle persone nel sud sono molto vicine a questo elemento in termini di ospitalità. Chiunque viva al nord e senta parlare persone del sud, la prima cosa che diranno è che sentono poco "calore" nelle persone. L'elemento fuoco in questo caso, ha in un certo senso dominato regioni del mondo e le genti che vi abitano nella loro stessa socialità. Il calore associato al sesso, invece, è chiaramente anche un simbolo di tipo fisico oltre che emotivo. L'atto sessuale di per sé è una pratica che si svolge in completa o parziale nudità e fisicamente la temperatura del corpo si alza per via dell'eccitazione, che fa accelerare i battiti del cuore, nonché l'afflusso di sangue in precise parti del corpo. Per quanto il fuoco richiami chiaramente anche l'amore, il sesso ha preso quell'aspetto assolutamente negativo, tabù e soprattutto contrario alla natura umana quando è stato coniato il termine "fornicazione", che arriva dal latino fornix, che era il lemma con cui si chiamavano i bordelli. A questo punto, quindi, quando è stata chiamata in causa la possibilità di identificare un possibile estratto di negatività e tentazione, ecco le fiamme eterne della dannazione e il colore rosso dei diavoli, nonché un inferno rappresentato con fiamme ardenti e corpi nudi contro, invece, un paradiso fatto di nuvole, vesti bianche e oro. Questo perché il fuoco è l'elemento terreno del corpo, dell'umanità, della debolezza della carne.
Il fuoco, quindi, elemento maschile, si ripercorre anche nelle danze estatiche, come quella delle menadi, delle tarantate, delle baccanti. Il bisogno di sfogare e allentare la morsa di questa fiamma che consuma dall'interno esige a volte il gettarsi in movimenti frenetici e senza posa. Questo tipo di pratica è molto diffusa nei paesi mediorientali, dove la danza estatica del fuoco è diffusissima e giunge a noi solo con il poco indicato e soprattutto sminuente nome di "danza del ventre". Ma la danza del fuoco è diffusa anche a Tahiti, in Polinesia (fig 15). Lì, alcuni danzatori, più spesso uomini, si esibiscono in particolari rituali estatici maneggiando abilmente delle torce infuocate e disegnando così delle striscie di energia nell'aria. Questo tipo di danze nasce dal principio guerriero tribale, come quella originaria delle isole Samoa, che incita al coraggio in battaglia e serve anche per intimidire il nemico. Sempre accompagnata dagli incessanti suoni dei tamburi, i guerrieri danzavano armi alle mani, pronti al combattimento.
Il fuoco, pertanto, ha sempre catturato l'attenzione e il fascino delle persone e dei popoli. Nei rituali celtici, e quindi in quelli wiccan, il fuoco ha un ruolo fondamentale e spesso diverso. A Beltane, festa in onore al dio Bel, signore della luce, c'è la peculiare tradizione di accendere due fuochi, uno rappresentante il maschile e uno il femminile. Gli antichi druidi lo facevano bruciando nove diverse piante sacre: abete, quercia, salice, melo, biancospino, sorbo, vite, betulla e nocciolo. Passare tra i due fuochi di Bel permette alle coppie di consolidare il proprio amore. Ma i fuochi vengono accesi anche ad Imbolc, e rappresentano la luce che scaccia le tenebre con l'ingiungere della primavera, o a Samhain, per mostrare la via ai morti che vagano nella notte dove i confini dei due mondi sono sottili. Anche nella tradizione cristiana della Pasqua troviamo il fuoco. E' usanza infatti spegnere tutte le candele in quaresima e accendere un fuoco nuovo da cui verrà poi data luce al cero della Pasqua, e da lì, gli altri ceri. Si accendono fuochi anche durante i solstizi, e anche la cristianità ha preso a chiamare questa usanza "Fuoco di S. Giovanni", riferendosi al solstizio d'estate. Ma anche a Yule si dà fuoco al ceppo in onore della nascita del sole. In questo caso, come vediamo, il fuoco coincide con la luce, in calante a Litha a in crescente a Yule, quindi la tradizione è prettamente solare. Per gli altri casi, il fuoco rappresenta ancora trasformazione e purificazione. Nel fuoco infatti vengono gettati i fantocci propiziatori e con il fuoco viene bruciato l'uomo di vimini, in segno di sacrificio, purificazione e fertilità, o come il salto del fuoco a Litha per allontanare la malasorte, che nella cultura celtica la sposa doveva fare per assicurarsi la fertilità.
Altro aspetto interessante della ritualistica è la camminata sulle braci, ad esempio, nota come pirobazia (fig 16). Un antico rito iniziatico di sfida al fuoco che si ripercorre in molte culture e che non ha niente di magico in sé, dato che le braci sono un pessimo conduttore di calore, quindi è difficile scottarsi. In ultimo, terribile, ma non meno importante, la tradizione del rogo dove venivano immolati gli accusati di stregoneria dopo le sentenze dei processi (fig 17). Un rito non solo portato alla purificazione, quindi, ma anche alla distruzione.
Ed è proprio nella distruzione che il fuoco, in ultimo, trova il suo significato più recente. Lentamente infatti, con il passare dei secoli, ha perduto man mano le connotazioni positive per mantenere solo quelle di aspetto negativo, soprattutto dopo l'uso che ne è stato fatto durante le guerre e con armi di distruzione di massa che ne hanno scaturito il totale potere devastante: il napalm, il fungo atomico, per fare due semplici esempi.
Abbiamo quindi visto come il fuoco sia trasformazione, distruzione, passione e purificazione, ma anche iniziazione. Infatti in alcune culture si parla di Battesimo del Fuoco. Nel Vangelo secondo Matteo, lo leggiamo dalle parole di Giovanni Battista: "7 Vedendo però molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: "Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all'ira imminente? 8 Fate dunque frutti degni di conversione, 9 e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre. 10 Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 11 Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. 12 Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile". Matteo (3,7). Questo ruolo del fuoco è anche legato al battesimo per la sua peculiarità di lasciare un marchio indelebile nella carne degli ustionati. Infatti era uso marchiare a fuoco gli schiavi o il bestiame, in modo che non potesse essere rubato o scappare senza essere riconosciuto ovunque come una proprietà di qualcuno. Queste connotazioni ci riportano tutte al fuoco/dolore/morte/distruzione. Una strettoia mentale cui fa fatica ad uscire perché è l'elemento più attivo e di facile utilizzo sul lato negativo. Anche gli altri possono portare morte e distruzione, ma il fuoco lo può fare più facilmente e in via più diretta, pertanto è più temuto.
Sul lato della trasformazione ci soffermiamo con più calma ora. Il fuoco trasforma prendendo ciò che era prima e suddividendolo. Ma in antichità il fuoco permetteva il passaggio rituale da mortalità a immortalità. Quindi assunzione del rango divino. Demetra, durante la cerca della figlia Persefone, rapita da Ade, assunse l'aspetto di una vecchia di nome Doso e venne ospitata da Celeo, Re di Eleusi e dalla moglie Metanira, i quali avevano due figli: Trittolemo e Demofoonte, ai quali in cambio dell'ospitalità, fu chiesto di badare. Per ringraziare la cortesia dei due coniugi, la dea del raccolto decise di rendere Demofoonte una divinità. Il rito che avrebbe portato a questo prevedeva la trasformazione mediante la perdita delle spoglie mortali all'interno del fuoco dopo l'unzione con l'ambrosia. Demetra avrebbe soffiato l'immortalità nel corpo del piccolo mentre il suo spirito mortale bruciava e si trasformava (fig 18). Giunto il momento, Demetra nottetempo mise il piccolo sul focolare, ma la madre Metanira, giunta in loco e avendo visto la scena del bambino tra le fiamme si fece prendere dal panico e costrinse la dea ad interrompere, con pieno disappunto, il rituale di trasformazione e manifestarsi come tale agli ospiti, causando la morte del bambino. Da "la Biblioteca" di Pseudo-Apollodoro: 'La moglie di Celeo, Metanira, aveva un bimbo che fu affidato a Demetra perché lo allevasse; la dea, che voleva renderlo immortale, di notte lo poneva sul fuoco per spogliarlo della sua carne mortale. Poiché Demofoonte - questo era il nome del bambino - cresceva di giorno in giorno in modo straordinario, Metanira andè a spiare, sorprese il figlio immerso nel fuoco e gettè un grido: il bambino fu divorato dal fuoco e la dea si rivelè'. Ma il rituale di trasformazione per assurgere al lato divino con il fuoco si ritrova anche nei Misteri Isiaci, come ci racconta Plutarco nel suo "Iside e Osiride": 'Iside allevava il bambino e gli dava da succhiare il dito invece del seno; ma la notte ne bruciava la parte mortale del corpo; quindi si trasformava in rondine e girava attorno alla colonna gemendo, sino al momento in cui la regina, che l'aveva tenuta d'occhio, vedendo il neonato avvolto dalle fiamme, prese a gridare e lo privè dell'immortalità'.


Fig 10 -
Vesta

Fig 11 -
Prometeo

Fig 12 -
Johann Adam Weishaupt

Fig 14 -
Atef

Fig 13 - La Fenice -
da Prodigiorum ac
ostentorum chronicon
(1557)
di Licostene (1518 - 1561)

Fig 18 -
Persefone Demetra
e Trittolemo,
rilievo greco,
V sec. a. C.

Fig 17 -
incisione del
XVI secolo,
rogo di strega.


Fig 15 -
Danza del Fuoco - Tahiti



Fig 16 -
Pirobazia


ACQUA

Cos'è l'acqua?
A livello chimico l'acqua è un fluido di molecole composte da tre atomi: due di idrogeno ed uno di ossigeno. E' essenziale per tutte le forme di vita che abitano questo pianeta, a qualunque specie esse appartengano.
Ma l'acqua come elemento non è solo questo. L'acqua è la vita da cui giungiamo. L'acqua è la genitrice principale di ogni cosa. Secondo le teorie evoluzionistiche di Darwin (e come ci è stato dimostrato) dopo millenni a germinare nelle fredde profondità oceaniche, alcune creatre si sono avventurate fuori dagli oceani per colonizzare la terra. Fino a quel remoto momento, hanno vissuto e germinato nel mare. L'acqua è stato così il brodo primordiale in cui la vita sulla terra ha avuto inizio e si è evoluta, fino a ciò che siamo ora. Nel mare le creature primeve vivevano, si riproducevano e morivano, completando il ciclo vitale della loro esistenza tra le acque. La vera culla della vita, quindi, sono gli oceani. Osserviamo quindi la semplicità dell'origine acquatica anche nella vita dei mammiferi.
In ciclico ripetersi, nel buio ventre di nostra madre, noi esseri umani (quindi mammniferi) respiriamo liquido amniotico, che è composto per il 97% di acqua, ma contiene una percentuale variabile di proteine, zuccheri, urea e sali minerali. Veniamo quindi cullati nell'acqua sin da quando siamo solo embrioni. Senza quel fluido noi non saremmo. Questo fluido ci dà la possibilità di sopravvivere, ci protegge, ci avvolge fino alla nascita. Nell'acqua noi passiamo i primi mesi della nostra esistenza e immersi dentro l'acqua si svolgono i primi stadi della nostra evoluzione umana: da una cellula staminale a due, a quattro, a otto, a sedici, a trentadue, a sessantaquattro... Tutto questo avviene nell'oscurità umida del liquido amniotico (fig 19). I suoni, il battito cardiaco, tutto arriva attutito alle nostre orecchie, quando cominciano a funzionare. Suoni che ci parlano di un mondo asciutto, luminoso, che non conosciamo ancora, e che presto diventerà la nostra unica casa, dovendo abbandonare per sempre la dimora che ci ha ospitati per nove mesi. L'acqua diventa nascita quando il momento per il parto giunge e la sacca placentare si lacera. Ed è il primo passo iniziatico della nostra vita: dall'oscurità alla luce. Il cordone ombelicale che ci lega a nostra madre viene reciso, e con lui viene tagliato anche il legame fisico che abbiamo nei confronti di un altro essere umano che ci ha ospitati dentro di sé. Ecco che l'acqua è quindi nascita, crescita e oscurità. L'oscurità in cui siamo immersi e che non è niente di negativo, ma solo... assenza di luce. Un'oscurità che è una placenta che ci avvolge e che ci farebbe soffocare se non vissuta nel periodo corretto della propria vita. E' l'oscurità del mistero della vita, che nasce dal buio e ritorna al buio. Ma è anche l'oscurità della profondità degli abissi insondabili del mare, dove la luce non arriva mai e dove si nascondono creature mostruose che vivono la loro vita nel buio più assoluto, dove la pressione dell'acqua è immensa. E negli abissi più bui e angoscianti niente può sopravvivere e le navi che sono sprofondate vengono consumate dalla salinità dell'acqua e l'equipaggio diviene parte degli oceani.
Il mare quindi rapisce e non rende più. Il mare fagocita navi e marinai dentro di sé e li tiene stretti nel denso abbraccio dei suoi freddi abissi. Il mare conserva dentro di sè la paura della non-conoscenza, il terrore della sua imprevedibilità, delle misteriose creature che lo abitano, delle città che si narra siano sprofondate senza lasciare traccia. E il mare tiene le sue conoscenze strette a sé e non le concede con facilità. La sua gelosia è leggendaria. Quindi l'acqua è conoscenza. La conoscenza e la saggezza di chi è stato testimone, come gemello riflesso del cielo, di tutto ciò che ha solcato le sue acque, dei desideri affidati, dei crimini consumati, dei cadaveri gonfi e pallidi degli affogati. Come le tre sirene che tentarono Odisseo con il loro canto, a cui lui resistette perché legato all'albero maestro, non promisero favori carnali, bensè "conoscenza", segreti misteriosi (fig 20). Esattamente quello che concede il mare, quando rende. Ma non solo il mare, anche i laghi. Come il Ness, il lago scozzese che ha dato nome alla famigerata creatura che molti sostenevano abitasse le sue buie acque. In molti l'hanno vista, fotografata... ma in ultimo si è rivelato essere un mistero senza via di uscita. Il mostro era una truffa.
L'acqua è mistero e conoscenza anche per via del riflesso, dell'effetto specchio dei mari e dei laghi. Il loro colore ci appare blu perchè riflette il colore cielo. Proprio come lo specchio l'acqua è la porta per un'altra dimensione. Alice nel famoso seguito del fortunato romanzo di Lewis Carroll: "Alice in Wonderland" (fig 21) attraversava uno specchio per recarsi di nuovo nel suo mondo fatato. Il riflesso, in qualsiasi modo avvenga, ha sempre affascinato chiunque perchè in effetti è un fenomeno misterioso. La peculiare superstizione che rompere uno specchio porti sfortuna deriva proprio dal fatto che si temeva che lo specchio avesse la capacità di "catturare" l'anima.
Inoltre lo specchio, come l'acqua, è strettamente collegato alla divinazione. Le sacerdotesse di Avalon si affacciavano nel "pozzo del calice" per divinare, ma l'idromanzia è ancora adesso un'arte praticata con il calderone. Significativo è anche lo strumento divinatorio dello specchio nero, che veniva utilizzato specialmente nel sedicesimo secolo. Lo troviamo anche nelle favole: Grimilde, ad esempio, la perfida matrigna della favola di Biancaneve, interrogava uno specchio per conoscere gli avvenimenti del suo reame.
Ma il riflesso rimane un inganno, una finzione, e dietro la finzione del riflesso, si cela l'attrazione del pericolo, come vediamo nel mito di Narciso (fig 22), narrato da Ovidio nelle "Metamorfosi". Figlio di Cefiso, una divinità dei fiumi e della ninfa Liriope, Narciso era un fanciullo di bellezza estrema. Alla nascita, la veggente Tiresia gli rivelò una triste profezia che gli preannunciava una lunga vita patto che non conoscesse mai se stesso. Gli innamorati e le innamorate di Narciso rimasero tutti delusi, dato che il vanesio giovane era troppo attaccato alla propria immagine. La ninfa Eco (maledetta da Era a non poter parlare se non per ripetere ciò che qualcuno aveva già detto perché la distraeva per permettere alle concubine di Zeus di nascondersi al suo ingiungere), rimase affascinata dal giovane, ma venne respinta malamente. La sua disperazione fu talmente grande che continuò a lamentarsi ripetendo le ultime parole di Narciso. Il gesto che lo condannò fu quando inviò in regalo una spada ad Aminio, il suo più grande spasimante e questi si uccise invocando la vendetta agli dei. Artemide, raccogliendo quella richiesta, fece innamorare Narciso della sua stessa immagine riflessa in una fonte cristallina nei pressi di Donacone. E così rimase per sempre al capezzale del suo riflesso senza poter elargire e godere dell'amore che provava, fino al punto che dilaniato dal dolore del non poter avere, si trafisse e dal suo sangue nacque il fiore che ne porta ancora oggi il nome. Secondo il mito, quando si trovò a dover attraversare lo Stige per giungere nel mondo degli inferi, Narciso si specchiò ancora nelle acque, ma l'oscurità e la torbidità del fiume non gli permise di vedere la sua immagine riflessa e questo lo rese felice, in quanto ciò significava che il fanciullo di cui era innamorato non l'aveva seguito nell'oscurità dell'Oltretomba.
Vediamo qui come l'acqua è collegata alla morte. I fiumi dell'inferno, ad esempio. Nelle opere di Omero, Virgilio, Ovidio, Platone, Stanzio e Dante vengono citati tutti e cinque: Acheronte, Cocito, Piriflegetonte, Lete e Stige. Ancora una volta l'acqua diventa il "confine" che divide due mondi. Infatti Caronte, il traghettatore degli inferi, si recava da una parte all'altra del fiume Acheronte per portare le anime dei morti nel regno di Ade e Persefone. Una via a senso unico che solo pochi hanno avuto l'ardire di ripercorrere a ritroso. Il primo a parlarne fu Virgilio nell'Eneide, quando nel canto IV descrive i regni d'oltretomba. Ma anche Dante lo attraversa durante il suo viaggio nella Divina Commedia (fig 23).
Il Piriflegetonte, o semplicemente noto come Flegetonte viene invece nominato da Ovidio nelle Metamorfosi, nell'episodio in cui Ascalafo viene asperso dalle sue acque dopo che aveva rivelato di aver visto Persefone rompere il giuramento fatto ad Ade, che le aveva concesso il ritorno al mondo di superficie purché non mangiasse nulla. Denunciando la mancanza della dea, che mangiò i famosi tre chicchi di melograno, la relegò per sempre al regno dei morti e fece infuriare Demetra, che lo tramutò in un rapace notturno.
Secondo Stanzio, nella sua Tebaide, il Flegetonte era il fiume che derivava dalle lacrime di due divinità e che aiutavano Minosse nel giudizio delle anime dei trapassati. Secondo Dante, invece, il fiume derivava dalle lacrime versate della statua stessa di Minosse.
Anche il Cocito era un fiume di cui parla Stanzio, e per attraversarlo, le anime dei morti dovevano pagare un obolo al traghettatore. Pena il rimanere a vagare a metà tra i due mondi. Una tradizione che si rivede spesso. Era infatti usanza antica seppellire dei cadaveri con dei soldi posati sugli occhi o nelle mani affinché nel loro viaggio avessero dei soldi con cui pagare il pegno al traghettatore. Le prime scoperte a riguardo risalgono al V secolo A.C.
L'attraversamento dell'acqua quindi porta alla morte, ma per alcuni porta all'iniziazione. Un'iniziazione che vediamo nel ciclo Arturiano. Attraversare un lago era l'unico metodo sicuro per raggiungere l'isola di Avalon, costantemente avvolta dalle impenetrabili nebbie. Solo i traghettatori del popolo della paludi consentivano alle sacerdotesse il passaggio. Ma l'iniziazione è legata anche alla Dama del Lago, Viviana, per alcune tradizioni madre e per altre allevatrice di Lancillotto del Lago. Colei che donò la magica spada Excalibur al leggendario Re Artù. Alcuni la ricollegano a Teti, moglie di Peleo e madre di Achille, che gli donò un'armatura e uno scudo forgiati dal dio zoppo Efesto, esattamente come Viviana donò un anello protettivo a Lancillotto. E l'iniziazione dell'acqua è visibile proprio quando Teti immerge Achille nello Stige tenendolo per un tallone (fig 24), ma anche, per rivedere un messaggio più vicino a noi, quando lo stesso Harry Potter, alla fine del sesto libro della fortunata serie, in compagnia di Albus Silente, attraversa il lago dei morti affogati per raggiungere l'isola dove dovrebbe trovarsi l'horcrux, nascosto da Voldemort.
L'acqua è iniziazione anche nel rito del battesimo cristiano ed è legata quindi alla rinascita. Nel vangelo di Giovanni, quando Gesè Cristo viene trafitto dalla lancia del legionario, è acqua mista a sangue quella che fuoriesce dal costato. Quella stessa acqua e quello stesso sangue prendono così il significato dei sacramenti cristiani. L'acqua diventa per il cristianesimo simbolo dello spirito santo. Come scrisse Ezechiele: 'Mi condusse poi all'ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell'acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell'altare. Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi fece girare all'esterno fino alla porta esterna che guarda a oriente, e vidi che l'acqua scaturiva dal lato destro. Quell'uomo avanzò verso oriente e con una cordicella in mano misurò mille cubiti, poi mi fece attraversare quell'acqua: mi giungeva alla caviglia. Misurò altri mille cubiti, poi mi fece attraversare quell'acqua: mi giungeva al ginocchio. Misurò; altri mille cubiti, poi mi fece attraversare l'acqua: mi giungeva ai fianchi. Ne misurò altri mille: era un fiume che non potevo attraversare, perché le acque erano cresciute, erano acque navigabili, un fiume da non potersi passare a guado. Allora egli mi disse: - Hai visto, figlio dell'uomo? -. Poi mi fece ritornare sulla sponda del fiume; voltandomi, vidi che sulla sponda del fiume vi era un grandissima quantità di alberi da una parte e dall'altra. Mi disse: - Queste acque escono di nuovo nella regione orientale, scendono nell'Araba ed entrano nel mare: sboccate in mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché quelle acque dove giungono, risanano e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. Sulle sue rive vi saranno pescatori: da Engàddi a En-Eglàim vi sarà una distesa di reti. I pesci, secondo le loro specie, saranno abbondanti come i pesci del Mar Mediterraneo. però le sue paludi e le sue lagune non saranno risanate: saranno abbandonate al sale. Lungo il fiume, su una riva e sull'altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina' (Ez. 47,2 seg.)..
L'acqua e il sangue sono legati nel cristianesimo, ma sono legati anche nella nostra vita. Il sangue è il portatore di ossigeno e la nostra stessa vita; senza moriremmo. L'acqua è stata il veicolo per l'ossigeno quando eravamo ancora solo abbozzi di esseri umani attaccati alla placenta. L'acqua è stata anche definita "il sangue della terra", in quanto senza acqua niente potrebbe esistere. E il sangue è legato a doppio nodo all'iniziazione. L'ingresso per la donna nell'età adulta avviene tramite il sangue. La prima mestruazione segna l'inizio del lungo periodo ovulativo e germinativo di distruzione/ricostruzione delle pareti dell'utero femminile per prepararsi ad una possibile gravidanza. Un'iniziazione che richiede quindi un sacrificio di rinascita e trasformazione nel qualcosa che scorre via attraverso la vulva.
L'iniziazione del cristianesimo si lega anche alla benedizione. Viene infatti usata l'acqua per benedire, e questo fatto è legato soprattutto all'atto di "lavare via" i peccati. L'acqua è infatti da sempre il più antico solvente utilizzato per lavare e per lavarsi. Per alcune tradizioni le abluzioni con l'acqua sacra guarirebbero dai mali, ad esempio, come nella tradizione di Litha dell'acqua della fate (nota nel cristianesimo come Acqua di S. Giovanni o Acqua dell'Ascensione). Questa antica tradizione, (di cui abbiamo parlato in un articolo a sé stante) prevede la raccolta della rugiada mattutina mediante peculiari sistemi o dell'uso dell'acqua di fiume o di pozzo in cui sono stati a bagno per tutta la notte del solstizio dei fiori e delle erbe aromatiche di stagione. La peculiare posizione astrologica e astronomica del solstizio insieme con i fiori carica l'acqua di energia positiva. Lavarsi quindi al mattino con quest'acqua permetterebbe di proteggersi da raffreddori, influenza e altri malanni per tutto l'anno. Qui l'acqua prende anche l'aspetto di guarigione. E obbiettivamente ci sono tipi di acqua di fonte che contengono al loro interno naturalmente sali minerali o sostanze alcaline, solfatiche, meteoriche, carboniche, a seconda delle pietre con cui vengono in contatto nel loro scorrere attraverso la terra prima di uscire allo scoperto. Queste acque si è scoperto essere spesso utili alla circolazione, alla purificazione dell'organismo e alla cura dei reumatismi. Ma la guarigione dell'acqua deriva con più probabilità dalla peculiarità dell'acqua marina, che essendo altamente salina, purifica e ripulisce dalle ferite oltre che favorire la cicatrizzazione.
Varanasi, considerata la città santa degli Indù, è bagnata dal fiume sacro Gange (fig 25). Del Gange si parla nel Rig-Veda, un antico testo sacro induista, e i fedeli ritengono che si tratti di una dea Devi nota appunto come Ganga. Secondo la tradizione Indù, l'immersione nel fiume Gange guarisce dai mali e lava via i peccati, favorendo la salvezza; si ritiene inoltre che bere l'acqua del fiume sacro permetterà all'anima, nel trapasso, di assurgere al cielo. Nella mitologia Indù si ritiene che l'acqua del Gange porti con sé la benedizione dei piedi di Vishnu, il dio dalle quattro braccia noto, tra le altre cose, come "il preservatore". Ecco che qui l'acqua purifica e lava via i peccati. Un po' come l'uso che si fa l'acqua santa per i cattolici. Anche qui, abbiamo inoltre un fiume che lega alla morte, dato che è tradizione degli indiani gettare le ceneri dei morti nel Gange, o addirittura immergervi i corpi in modo che il fiume sacro ne lavi via e ne purifichi l'anima. E di purificazione parla anche Dante nel "Purgatorio", riferendosi al Lete, il quinto fiume dell'inferno. Lui sosteneva che avesse origine nel paradiso terreste e che permettesse alle anime di lavare via i peccati prima di poter salire ai cancelli del paradiso. In questo caso il Lete è anche legato alla reincarnazione. Nel Libro X della Repubblica di Platone si raccomanda agli iniziati dei misteri orfici di non bere l'acqua di questo fiume, poiché li consegnerebbe all'oblio, impedendo di assurgere ad un nuovo stadio di saggezza spirituale (che è poi il motivo per cui si consegue alla reincarnazione). Nell'Eneide di Virgilio, nel Libro VI, invece le anime vi si tuffavano per trovare la via alla reincarnazione.
Ma l'attraversamento dell'acqua talvolta è visto come protezione. Si sostiene infatti che i vampiri, in questo caso non morti, non possano attraversare l'acqua corrente. Questa tradizione probabilmente deriva proprio dal legame che ha l'acqua con il confine tra i mondi. Oppure si sostiene, secondo la magia naturale, che mettere un corso d'acqua tra noi e un possibile pericolo, ci preservi dall'essere colpiti. Questo perché l'acqua avrebbe la capacità di "annullare" la negatività.
La barca, la navigazione e l'acqua è legata al passaggio alla morte anche nella mitologia norrena. L'antico rito funerario normanno avveniva su una barca, un drakkar. Venne descritto nella cronaca del 922 dc tenuta dal diplomatico arabo Ahmad ibn Faḍlān ibn Al-Abbās ibn Rashīd ibn Hammād. Il Re defunto veniva avvolto in bende e posato sulla barca di legno. La sua concubina avrebbe viaggiato con lui. La nave veniva incendiata e lasciata andare alla deriva. La cronaca parla anche di una preghiera di immensa forza recitata dai valorosi normanni: "Ecco là io vedo mio padre. Ecco là io vedo mia madre e le mie sorelle e i miei fratelli. Ecco là io vedo tutti i miei parenti defunti, dal principio alla fine. Ecco ora chiamano me, mi invitano a prendere posto tra di loro nelle sale del Valhalla dove l'impavido può vivere per sempre.".
Ma c'è una figura peculiare che vale la pena ricordare e che è legata al traghettatore, alla morte e al mare. E' il famoso pirata Davy Jones, il capitano dell'Olandese Volante e antagonista del personaggio interpretato da Johnny Depp nella fortunata trilogia dei Pirati dei Caraibi. L'Olandese Volante è in effetti una nave fantasma. La leggenda narra che il suo arrogante e superbo capitano, Bernard Fokke, avesse giurato sulla sua anima di doppiare il Capo di Buona Speranza nel bel mezzo di una tremenda tempesta, anche a costo di navigare per sempre. A quanto si sa, la nave, che faceva rotta tra l'Olanda e l'Indonesia, affondò con tutto l'equipaggio durante quella stessa tempesta e in molti testimoni, nel corso del tempo, giurarono di averla avvistata navigare. Nel film della Disney vediamo Davy Jones come non morto traghettatore di anime, amante della Dea Calypso e incaricato da lei per questo compito con la promessa che una volta ogni dieci anni potrà sbarcare sulla terra per vedere la sua amata. Al primo appuntamento, la dea manca all'appello e così lui abbandona il compito, si strappa il cuore dal petto, lo rinchiude in un forziere sepolto su un isola e con l'ordine dei pirati nobili imprigiona Calypso in forma umana. Nonostante ciò la dea lo maledice alla non morte insieme al suo equipaggio. Ma Davy Jones non è un personaggio inventato dallo sceneggiatore. Nelle leggende marinaresche, si tratterebbe di una creatura diabolica, associata ai morti annegati. Lo scrigno di Davy Jones infatti sarebbe una sorta di eufemismo per riferirsi alla "tomba in fondo al mare" che attende gli annegati.
Anche in Egitto c'era il legame dell'acqua e della barca con la morte. Nel 1954, durante gli scavi nei pressi della piramide di Cheope, furono rinvenute cinque grandi strutture che dovevano contenere le cosiddette "barche solari" (fig 26), ossia le imbarcazioni funerarie con cui il corpo del faraone defunto era stato trasportato da una sponda all'altra del Nilo. Nella credenza egizia, l'anima del faraone, accompagnato dal dio RA, utilizzava questa barca per raggiungere il regno dei morti. Questo era un viaggio che RA compiva pressoché ogni giorno attraverso i due mondi e che era noto come "il viaggio del giorno e della notte". E si noti che anche il corpo di Osiride, secondo il mito, sarebbe andato alla deriva nel suo sarcofago prima che Iside lo trovasse incagliato tra i giunchi.
Il Nilo, in aggiunta, era ritenuto un fiume sacro e, insieme al Tigri e l'Eufrate, come tutti sapranno, è uno dei più grandi dispensatori di nutrimento che la storia abbia mai conosciuto. La vita nasce intorno all'acqua e il Nilo, benedizione d'Egitto, ne era la dimostrazione. Le piene del fiume infatti, portavano distruzione, morte, ma lasciavano dietro di sé, ritirandosi, il limo: una sostanza di origine argillosa che fertilizzava i campi e che permetteva la coltivazione. Il fiume era quindi l'unica ragione di vita per una popolazione che viveva in un luogo desertico e le sue acque erano definite sacre. Al fiume venivano dispensati sacrifici nella speranza che la piena annuale fosse abbondante e che permettesse un raccolto adeguato al fabbisogno della popolazione. E oltre a questo permetteva una pesca abbondante, dava il fango per costruire le case, per la cementificazione degli edifici. Il Nilo ha permesso e addotto l'istituzione di una civiltà tra le più progredite dell'epoca. Ha "nutrito e allevato" un popolo per millenni. Un detto egizio dell'antichità dice: "Chi si abbevera una volta delle acque del Nilo non placherà mai più l'arsura della sua sete in nessun altro luogo". Questo peculiare attaccamento all'acqua lo troviamo in molte popolazioni che sono nate nei pressi dell'acqua, dei mari e degli oceani e che hanno vissuto i primi anni della loro vita sulla costa. Rimangono legati al mare in un modo che è incomprensibile per chi è nato e vissuto da altre parti.
Il nutrimento riferito all'acqua è anche di origine simbolica. Nei primi mesi di vita, privi di dentazione, possiamo assumere solo liquidi, e l'acqua è la sostanza principale di cui è composto il latte materno. Senza quel fluido fondamentale e altamente nutriente secreto dalle ghiandole mammarie, nessuno di noi avrebbe avuto modo di sopravvivere. Una rappresentazione che troviamo anche nella fontana della Dea Natura a Villa D'Este a Tivoli (fig 27); una donna dai più seni, in questo caso Diana di Efeso, dalle cui mammelle fuoriescono diversi fiotti d'acqua.


Fig 19 -
Amnios

Fig 21 - Attraverso
lo Specchio

Fig 22 -
Eco e Narciso

Fig 23 - Caronte - Gustav Doré
la Divina Commedia



Fig 24 - Teti immerge
Achille nello Stige,
Rubens, Museum di
Rotterdam

Fig 25 -
Immersione nel Gange



Fig 26 -
Barca Solare di Cheope



Fig 27 -
Statua di Diana
Villa D'este,
Tivoli

Fig 20 - Herber James
- Ulisse e le Sirene


TERRA

Cos'è la terra?
A livello chimico la terra è un insieme misto di diverse sostanze differenti tra loro. Per lo più la crosta terrestre, che è poi il tipo di terra con cui abbiamo a che fare, è composta da ossigeno e da ossidi, di cui i più importanti sono i silicati, gli ossidi di alluminio, ferro, calcio, magnesio, potassio e sodio. Il resto è composto da cloro, zolfo e fluoro. Le restanti quantità di minerali e cristalli sono di una percentuale inferiore all'1% della massa totale.
Ma, come abbiamo visto la terra non è solo questo. La terra è il luogo dove tutte le forme viventi vivono la loro vita. Anche gli uccelli, i pesci, oltre che i mammiferi e le piante, vivono sulla terra o in qualche modo ne dipendono. Le alghe, infatti, nutrimento per alcuni pesci, sono alla base della catena alimentare marina insieme al plancton. La terra, insomma, ospita dentro di sé tutto ciò di cui la vita necessita per fiorire ed esistere, in qualsiasi forma si manifesti: dal terriccio ricco e grasso al deserto infuocato dal sole. Nella terra le semenze delle piante germinano, crescono, fioriscono, si fecondano le une con le altre, fruttiferano e in ultimo completano il loro ciclo vitale gettando altre semenze perché crescano altre piante. Lei è la dispensatrice dei frutti, la Madre generosa ed abbondante che fornisce nutrimento alle creature che vivono sulla sue superficie.
Nel corso della storia e dei culti con divinità antropomorfe, la terra è stata rappresentata sempre come una donna dalle caratteristiche accentuate e ingigantite, come vediamo nella venere paleolitica di Willendorf (fig 28). Questo perché è la progenitrice di ciò che siamo. La terra infatti è il ciclo vitale per eccellenza. A livello biochimico, una creatura vivente animata necessita di sintetizzare e trasformare in molecole semplici i composti contenuti in altri esseri viventi. Alla base della grande struttura piramidale c'è la terra, nella quale crescono le piante che forniscono ossigeno e nutrimento e che, tramite la fotosintesi clorofilliana, trasformano la luce solare in glucosio, permettendo a chi si nutre delle piante di metabolizzarle in energia. E' chiaro quindi che la terra è la cornucopia da cui ogni forma di nutrimento ha origine. Questo perché grazie alla terra possiamo completare il cerchio della vita. Gli esseri viventi pluricellulari, nutrendosi di altri esseri viventi, metabolizzano le sostanze di cui sono composti trasformandole in ciò di cui necessitano per sopravvivere. E gli stessi esseri viventi pluricellulari, una volta morti, si scomporranno nuovamente nelle sostanze metabolizzate e smontate di cui si erano nutriti e che gli erano serviti da sostentamento, divenendo così, nutrimento per altri esseri viventi. La terra quindi diventa la "spugna" che assorbe ciò che viene dissolto, lo ripensa, lo rimescola e lo rigetta fuori in altra forma, pronto per essere metabolizzato nuovamente.
Le terra si riconduce al ventre materno, quindi. Il seme aggrappato al tessuto uterino, germina nell'oscurità per divenire una forma di vita che troverà la luce. Nella sua oscurità infatti, il seme che fuoriesce dal frutto che si infrange al suolo viene accolto in attesa del momento adatto a germinare. Quando nel buio silenzioso della terra il seme ha atteso abbastanza ecco che mette radici e cresce, lentamente, per iniziare un nuovo ciclo.
La terra quindi è inizio e fine. Infatti è associata alla morte, alla rinascita, alla sepoltura. L'essere umano tende a rivedere nei riti funerari il "ritorno al ventre della madre", sin dall'antichità. I neanderthal seppellivano i morti in posizione fetale, con le gambe e le braccia raccolte al petto. In questo modo si credeva che l'uomo potesse ripercorrere la sua vita al contrario, trovando nel buio abbraccio della terra il calore stesso che aveva conosciuto nell'utero (fig 29).
Nella morte come nella nascita troviamo infine la rinascita. Quindi la terra, come anche l'acqua, è strettamente legata all'iniziazione. I riti iniziatici prevedono infatti una rinascita, un abbandono delle proprie spoglie al passato. In alcune forme di iniziazione wiccan ad esempio, troviamo la tradizione di avvolgere l'iniziando in un lungo drappo nero, che come un sudario lo rivestirà completamente e lasciarlo a meditare sul significato del rito che sta facendo. Quando giunge il momento, svolgendo i veli del drappo, si riconduce l'iniziato ad una nuova vita, gli si dà un nuovo nome e si festeggia il suo benvenuto nel gruppo o nel mondo wiccan esattamente come se fosse una nascita vera e propria. In altre tradizioni c'è la pratica di essere propriamente sepolti nella terra. Questo tipo di simbolismo lo troviamo anche nella ritualistica sciamanica, come la capanna del sudore (fig 29): una costruzione circolare in intelaiatura di rami intrecciati a cupola al cui centro viene scavata una grossa buca che ospiterà, secondo il rito, delle pietre incandescenti aggiunte man mano da un addetto al fuoco che si premurerà di mantenerle ad una temperatura molto elevata. I partecipanti al rito, dopo una breve purificazione, si introducono completamente nudi all'interno della capanna rivivendo una simbolica gestazione e il periodo passato all'interno del ventre materno. Questo rito è strettamente legato alla terra, al buio e al calore della sicurezza e richiama le divinità ctonie della terra, della morte e della rinascita.
Il legame di questo elemento con l'uomo è anche di tipo territoriale, tradizionale e soprattutto etnico. La terra esercita un ascendente attrattivo sulle popolazioni molto legate all'agricoltura. Il lavoro fisico che l'uomo fa con la terra crea una sorta di simbiosi/fratellanza tra l'elemento stesso e il contadino; un tipo di legame che va oltre la semplicità transitiva dell'agricoltore e della terra fertile, sfociando in qualcosa di più avanzato, qualcosa di culturalmente intrecciato all'elemento: il bisogno intrinseco di riscoprire e ripercorrere le proprie tradizioni, di vivere nel luogo ove si è nati, cresciuti; un bisogno accentuato talvolta dalla distanza, dal bisogno di riconoscere e risentire le proprie radici. Talvolta va oltre al fenomeno sociale, sfociando addirittura in una sorta di "riconoscimento" a livello fisico.
La terra è quindi madre anche nel senso affettivo che ci ispira. Madre che accoglie, dalla quale speri di ritornare e della quale ti porti nel cuore sempre quel qualcosa che ti fa sospirare di malinconia quando sei lontano. Questo è un tratto distintivo perlopiù delle popolazioni indigene da più tempo legate ad un territorio ed una cultura nata e sviluppatasi nello stesso; le civiltà di attitudine nomade presentano meno questo bisogno. La terra è quindi anche simbolo di affetto culturale e di radici in senso lato. Non per niente si tende a parlare di "Albero genealogico" quando si ricostruisce la storia di una famiglia. Questo è il chiaro sillogismo cui giungiamo se leghiamo cultura, terrirorio e genti.
E nelle genti stesse la terra accoglie dentro sé il profondo significato della fertilità; un aspetto, questo, che trova in uno spesso strato culturale un facile appiglio, dato che il cibo prodotto dai campi è il sostentamento base su cui tutti i popoli di cultura agreste hanno basato il loro benessere. Un raccolto disastroso avrebbe causato con facilità una carestia. E l'abbondanza delle messi andava propiziata. La fertilizzazione del terreno, in qualsiasi modo esso potesse essere invocata era un rito fondamentale nelle liturgie di origine agreste. Troviamo infatti moltissimi rituali portati a favorire la fertilità mediante offerte di ogni tipo, prima tra tutte quella del sangue, ma anche del latte o del miele.
Nel mito celtico, il sabba di "Imbolc" è strettamente legato all'elemento terra. Il termine in lingua gaelica significa "Nel Grembo", e si riferisce al risveglio della primavera dopo il lungo e freddo inverno. Nel grempo il seme, che ha atteso al caldo sotto lo strato di neve, finalmente germina e sboccia, dando vita ad un nuovo ciclo. Ma i riti per la fertilità dei campi si ritrovano anche in età contemporanea: lo stesso "Beltane", il palo di maggio e la corona di fiori, o l'uomo di vimini, o le figure antropomorfe costruite con il grano che vengono intrecciate a Lughnasadh sono tutti sacrifici propiziatori per la fertilità dei campi.
Nel medioevo appaiono anche le curiose figure dei "benandanti", di cui ci parla Carlo Ginzburg in ben due libri: ossia persone nate con il sacco amniotico sopra il volto (nati con la camicia) che sostenevano in particolari giorni dell'anno di recarsi nottetempo nei campi aperti, armati di mazze di finocchio a lottare contro misteriosi stregoni. Il tutto per salvare il raccolto dell'anno in entrata. Questo fenomeno è tipico delle zone del Friuli Venezia Giulia, ma l'autore li riconduce anche in altre parti d'Europa, sotto altri nomi.
Vediamo qui come la fertilità è uno degli aspetti fondamentali dell'elemento terra, soprattutto in un mondo dove un raccolto povero poteva significare la morte per centinaia di persone. E il simbolismo stesso della morte, creato nel medioevo, e cioè uno scheletro con una falce, ha chiare origini di tipo agreste (fig 30). La falce per mietere il grano, quella che taglia gli steli d'erba con facilità, lasciandoli morti e abbandonati al suolo, finisce nelle mani della stessa entità misteriosa e affamata che trova una triste connotazione con il raccolto: la mietitrice. Anche qui, quindi, troviamo la morte legata a doppio filo con questo elemento. La terra è infatti appartenente alla madre, colei che dà e colei che prende, esattamente come l'acqua. Lei dispensa nutrimento con una mano, ma prende la vita con l'altra. Infatti non a caso l'oscurità e il buio degli inferi sono stati sempre collegati a luoghi sotterranei.
Publio Virgilio Marone, nel sesto libro dell'Eneide, ci parla del viaggio che fece Enea nel regno degli inferi. Virgilio ci parla di un enorme olmo sotto le cui foglie sono gettati i sogni fallaci. Infatti i miti greci parlano degli inferi come di un luogo sotterraneo dove solo i morti (e alcuni simbolici eroi) possono accedere. Ma facciamo un ulteriore esempio: uno dei miti più vicini e strettamente legati alla terra è proprio quello di Ade e Persefone (fig 31). La giovane Kore, figlia di Demetra, Dea del raccolto, stava cogliendo dei fiori nei pressi di Enna, nel mezzo della Sicilia, assieme ad alcune ninfe (per altre tradizioni Leucippe - in seguito punite dalla dea per non essere intervenute e trasformate in sirene), quando vide correre verso di sé la figura imperiosa e inquietante del dio degli inferi Ade, che, stanco dell'oscurità del proprio regno sotterraneo, aveva deciso di aggirarsi alla luce del sole. A niente valse la fuga di Kore; le braccia d'acciaio del dio la brancarono subito e la inchiodarono sulla biga trainata da cavalli di fuoco. Solo una delle ninfe si oppose e tentè di difendere la compagna, cercando di frenare i cavalli: Ciane, che per questo affronto venne trasformata da Ade in una fonte che tuttora fornisce l'acqua al territorio di Siracusa. Dopo la scomparsa della figlia, Demetra, dilaniata dal dolore, si aggirè per il mondo alla ricerca della giovane perduta, e nei pressi di una fontana dove la dea, travestita, si stava riposando, incontrè Baubo (fig 32). Questa dea, abbastanza sconosciuta, ripercorre l'archetipo neolitico delle divinità antropomorfe per così dire "mutilate". Pare infatti che Baubo fosse priva di testa e che parlasse con i genitali. Fu proprio grazie a questa peculiarità che fece sorridere Demetra intrattenendola con una peculiare danza e una tiritera di oscenità. In seguito, con l'ausilio di Ecate e di Elio, Baubo aiutè Demetra nella ricerca della figlia. Quando, disperata, la dea si rivolse a Zeus perché intervenisse, il signore degli dei glissè, dato che sapeva bene che era stato il fratello a rapire Kore. A quel punto la madre, pazza di dolore, essendo la dea del raccolto, provocè una grandissima carestia. Le persone e gli animali morirono come mosche. A niente valsero le suppliche e i sacrifici degli uomini: Demetra era irremovibile. Pertanto, innanzi ad un tale comportamento, Zeus invio Hermes ad intercedere per la liberazione di Kore, alla quale Ade non si poté opporre. Lasciando andare la sposa, il dio le chiese però di non mangiare nulla, dandole un melograno tra le mani. Uscendo la ragazza violè il patto nutrendosi di tre semi del frutto donatole da Ade, legando così per tre mesi l'anno la sua presenza nel mondo degli inferi e divenendo Persefone. Secondo alcune versioni i semi erano quattro e secondo altre non ci fu inganno, ma lei li mangiò perché si era infine affezionata ad Ade.
La terra diventa qui luogo di riposo, tormento, e di viaggio iniziatico, come il mito di Orfeo ed Euridice, o dello stesso Eracle. Il viaggio nel mondo dei morti per tornare nel mondo dei vivi con una vita nuova. La terra però mantiene dentro sé lo stretto legame del riposo; non solo legato alla morte, ma anche al letargo. Alcuni mammiferi e rettili, all'approssimarsi della stagione fredda, sentono il bisogno irresistibile di addormentarsi per un lungo periodo di tempo entrando in uno stato di quiescienza dal quale si risveglieranno in primavera (tranne alcuni casi in cui ci sono degli sporadici risvegli isolati). Alcune specie scavano una tana sottoterra, altre si rifugiano in caverne naturali; le tartarughe scavano una fossa, vi si adagiano all'interno e si chiudono nel guscio. Questo comportamento, dettato prettamente dalla mancanza di cibo adatto, non è di tipo sociale, ma biologico. La temperatura di questi animali infatti scende di parecchi gradi, rallentando così le funzioni corporee e portandoli in uno stato del tutto simile alla vita sospesa. Una vita che viene ripresa d'un tratto quando la natura si risveglia. In fase molto meno accentuata, questo status psico-fisico lo percepiamo anche noi esseri umani; con l'approssimarsi dell'inverno ci sentiamo più deboli, meno inclini a nuovi progetti, più portati alla chiusura e all'umore più grigio. Con la primavera invece la nostra natura si risveglia seguendo il naturale scorrere delle stagioni e ci riapriamo a nuovi progetti, amori e nuove dimensioni della vita. Per propiziare e ringraziare la terra in questa peculiare situazione stagionale alcune popolazioni tribali e totemiche festeggiano con danze del risveglio. Questo tipo di balli prevedono il picchiare violentemente con i piedi nudi sul terreno, per invitare la terra a svegliarsi, facendo sentire alle creature ancora addormentate che la primavera è giunta di nuovo e che è ora di uscire dai loro nascondigli.
La terra, quindi, simbolo di rifugio e stabilità è facilmente identificabile con le rocce, con la durezza delle montagne, il saldo aggrapparsi al terreno delle quercie, le cui radici sprofondano per metri. Le rocce, nell'aspetto della terra, ripercorrono spesso un termine di indistruttibilità. Quando ci si riferisce a qualcuno come ad una "roccia", ad un "macigno" o una "montagna" lo si fa dicendo che quella persona è, non solo affidabile fisicamente, ma tenace e tutta d'un pezzo. Da qui anche il termine: "cuore di pietra", per riferirsi ad una persona che non mostra pietà o emozioni. In genere un termine molto dispregiativo. Inoltre le rocce, da sempre, sono usate per le costruzioni: dai castelli ai mattoni. Usiamo quindi il derivato antico e immortale della terra come materiale edile e questo ha un chiaro significato protettivo, che la terra ci instilla. Non per niente infatti, i più potenti incantesimi di protezione sono basati sulla terra. Ma proprio le rocce in realtà ci danno un segno della saggezza e della vecchiaia di questo elemento primevo. Le pietre infatti sono da sempre. Le costruzioni di epoca romana sorgono ancora adesso, mentre i nostri palazzi in calcestruzzo, senza alcuna manutenzione preventiva, in un secolo o due finirebbero polverizzati. Questo perché la costruzione con le rocce determina una coesione intrinseca dell'elemento stesso. Le rocce esistono come pezzi sfaldati di montagne e se potessero parlare ci racconterebbero del mondo che esisteva prima che esistessimo noi.
Nel rito della Capanna del Sudore, come abbiamo visto, le pietre vengono utilizzate come "veicolo" di calore, ma il loro simbolismo li riconduce alla saggezza della vecchiaia. Durante il rito si porta un reverente rispetto alle pietre, riferendosi a loro come "NONNI". E la vecchiaia, come ultimo stadio della vita, è legata a doppio filo all'elemento terra, che infatti viene invocato nel cerchio da Nord, il punto cardinale dove, in molte culture, l'anima deve viaggiare per raggiungere l'aldilà.
L'altro aspetto della terra è la ricchezza celata, misteriosa e segreta. Nelle sue viscere infatti prendono forma le gemme e nelle sue profondità risiedono le vene di minerale prezioso. Per non parlare poi del petrolio, il sangue nero della terra, che nel mondo attuale è la più grande fonte di guadagno su larga scala che l'umanità abbia mai conosciuto. Nelle miniere antiche, tra le polveri e l'oscurità, gli audaci si immergono a scavare nelle profondità silenziose e insondabili per estrarre dal cuore stesso della terra i suoi preziosi frutti. La terra quindi trattiene dentro il suo grembo tesori inestimabili. E infatti è proprio nella terra che in genere ci si sente più al sicuro nasconderli. Vediamo anche qui alcuni esempi. Nella favola delle "Mille e una Notte": Alì Babà e i Quaranta Ladroni, si narra di una grotta segreta dove era possibile accedere solo mediante una parola d'ordine e dove i malvagi ladroni depositavano il loro inestimabile bottino. Ecco che l'elemento terra qui prende di nuovo il sopravvento come "grembo che accoglie tesori" e che mantiene il segreto degli stessi. Infatti non era possibile accedere al tesoro se non se ne conosceva la parola d'ordine. Ma anche nella favola di Aladino e la lampada incantata, sempre tratta da "Le Mille e una Notte", il mago magrebino spalanca con la magia una caverna che dà nel sottosuolo, dove risiede un tesoro di origini misteriose e nel quale invita Aladino ad entrare a patto di non toccare nulla, poiché desidera che lui gli porti solo la vecchia lampada magica. Ecco che è ancora la terra ad essere un ventre spalancato che contiene tesori di inestimabile valore. Era nella terra che venivano sepolti i forzieri, e nella terra venivano scavate le ecatombe, nascosti i tesori in antichità. La stessa Valle dei Re, in Egitto, è il perfetto esempio di necropoli intagliata nella montagna, affettata per contenere i tesori e le spoglie mortali dei faraoni e dei loro sudditi: ciò che era più prezioso, ossia gli dei fatti carne.
La terra diventa anche custode di segreti e misteri, come il labirinto fatto costruire da Minosse (fig 33), dove il Minotauro era confinato. Secondo il mito infatti, Minosse, figlio di Europa e Zeus, venne adottato da Asterione dopo che questi aveva sposato la ninfa lasciata da Zeus e alla sua morte rivendicò il trono di Creta chiedendo supporto a Poseidone, che acconsentì facendo emergere dalle acque un toro bianco che andò in dono al re, con la promessa che poi gli sarebbe stato sacrificato. Minosse però non rispettò i patti e il dio del mari, infuriato, lo punì instillando in Pasifae, la regina, una passione sfrenata per il toro bianco. Confessata questa sua morbosa attrazione a Dedalo, il famoso architetto in esilio da Atene, questi la assecondò costruendo per lei una vacca di legno cava ricoperta da una pelle bovina, entro la quale la regina poteva introdursi per soddisfare il suo appetito. Dall'unione dei due venne generato il minotauro, una creatura metà uomo e metà toro. Minosse, esterrefatto, ordinò a Dedalo di costruire un profondo labirinto al centro del quale venne confinato questo mostro. Ogni anno, sette vergini e sette fanciulli venivano introdotte al suo interno perché potessero fungere da sacrificio alla creatura. Al terzo anno, durante la ricorrenza dei sacrifici, Teseo, re di Atene, giunse a Creta per fermare questa orrenda tradizione spacciandosi per uno dei fanciulli destinati al pasto del mostro. Si innamorò però della figlia del Re, Arianna, la quale, conosciuti i suoi propositi nei riguardi dell'uccisione del Minotauro, consultò Dedalo per aiutarlo. Il problema infatti non era solo l'uccisione in se stessa, quanto uscire vivi dalle profondità dell'opera dell'architetto ateniese. Dedalo consiglio quindi alla principessa di donare un rocchetto di filo al giovane, così che potesse srotolarlo mentre si aggirava nel labirinto per poter ritrovare la strada verso l'uscita. Il labirinto di Cnosso infatti si snodava come un budello dedaelico dal quale il nobile Teseo non poteva sperare di uscire se non fosse stato per l'intelligente trovata di Dedalo. Una volta ucciso il mostro, infatti, riarrotolando il rocchetto riuscè così a riguadagnare l'uscita. Il viaggio dentro il labirinto scavato nelle profondità di Cnosso è chiaramente di tipo iniziatico e riconduce all'esplorazione dei misteri della superbia umana, quando decide di sfidare gli dei.
Ecco che la terra è mistero oltre che viaggio e ricchezza. Il mistero delle profondità, dei vulcani, fonti di distruzione, dei terremoti, delle voragini che si aprono fagocitando dentro di sé ciò che capita. Prendiamo ad esempio "Viaggio al Centro della Terra" di Jules Verne. Il romanzo tratta di una spedizione basata sul ritrovamento di una pergamena in caratteri runici con un codice cifrato scritta da un alchimista danese del XVI secolo, tal Arne Saknussemm. Il viaggio, che prenderà pieghe fantastiche, conduce il professor Otto Lidenbrock e il nipote Axel (lo scopritore della pergamena), insieme ad una guida assunta per il caso fino al centro stesso della terra, dove incontreranno dinosauri e altre creature misteriose e fantastiche. In questo romanzo si nota una grande affinità con la terra-viaggio misterioso. La terra qui nasconde segreti custoditi gelosamente e li rivela solo mediante un viaggio-iniziazione. Verne, nel fantastico libro, cerca di svelare il mistero che condiziona gli scienziati di tutto il mondo: l'ipotesi di cosa possa risiedere al centro della terra. E il cuore stesso è infine lo scranno dove siede l'anima ancestrale del nostro pianeta: Gaia.
La terra, quindi, nel suo misterioso "dare quando lo desidera" si ritrova anche nelle stesse rune. Le rune, per chi non lo sapesse, sono simboli arcaici di origine misteriosa. Il loro antico significato è perduto, ma i più sono concordi nell'affermare che la loro genesi sia nordica. Per i popoli scandinavi infatti, le rune non erano solo un alfabeto, bensì un metodo divinatorio e un mezzo di comunicazione con gli dei. Secondo la leggenda, per acquisire saggezza, Odino viaggiò fino ai confini estremi del mondo, dove sorgeva il frassino Yggdrasil (fig 34), l'Albero della Vita che sostiene i nove mondi tra i suoi possenti rami. Nel mito nordico infatti, l'intera vita presente sulla terra in ogni sua meravigliosa forma ha avuto origine da questo albero eterno le cui radici mantengono tuttora la terra unita. Prima che Odino potesse accedere ai misteri e alla conoscenza detenuta da Yggdrasil, dovette sottoporsi ad alcune prove, fra le quali abbeverarsi dalla fonte che scaturiva dalle radici stesse dell'Albero della Vita: Mimir, nota anche come "la fonte della Saggezza" e fu costretto a sacrificare un occhio per poterlo fare. Questa era l'unica via per poter accedere a Yggdrasil e ottenere l'agognata Conoscenza. così, feritosi inoltre con la sua lancia, Odino rimase impiccato a testa in giù per nove giorni e nove notti a questo dispensatore di eterna vita e saggezza, che gli giunse infine in dono nella forma delle rune, donate in seguito agli uomini. La parola stessa, "RUNE", significa "SEGRETO", e il chiaro riferimento alla terra è dovuto anche al fatto che per tradizione vengono incise nella corteccia o nella pietra.
A questo punto, però, abbiamo questo elemento importantissimo: l'albero, ma anche le radici, le pietre e la conoscenza. Una conoscenza dovuta dalla saggezza di chi, come un albero immenso e millenario, ha potuto assistere immobile e silenzioso al passare degli eventi sotto le sue fronde. Ma l'albero, come simbolo di terra, è stato anche in passato ricondotto al ventre della madre. Infatti si riteneva, proprio nella cultura nordica, che dalla vita vegetale avesse origine tutta la vita animale, e si usava inserire i defunti all'interno degli alberi cavi per renderli nella morte alla materia primeva cui erano giunti. L'albero è anche lui dispensatore di frutti, come i sacri meli di Avalon. Per magia il nutrimento appare tra i rami e la tradizione de "L'Albero della Cuccagna" (fig 35) è legato alla terra: un tronco cosparso di grasso sulla cui cima sono appese leccornie di ogni tipo. Affrontarlo è un rito iniziatico, dato che per raggiungere la cima e afferrare i suoi tesori comporta una sorta di "cerca" e di dimostrazione del proprio valore, introduce i partecipanti e i vincenti nell'età adulta.
La terra ha due ulteriori aspetti che affronteremo nell'ambito magico, uno di questi è la sua capacità di contenere e annullare le energie. Come l'acqua ne favorisce lo smaltimento, lavando e guarendo, la terra protegge contenendo e difendendo. Seppellire un oggetto negativo nella terra permette all'energia di scaricarsi e neutralizzarsi, se non addirittura di caricarsi alternativamente. Questo aspetto ha un chiaro riferimento alla morte/rinascita. Vediamo inoltre la terra come protezione in antichi riti sciamanici. Castaneda ci racconta nel suo libro "Il Dono dell'Aquila", di come Don Juan, per proteggersi da alcuni spiriti maligni che lo assalivano, fu costretto dal suo maestro a dormire in una fossa colma di terra per un lunghissimo periodo, potendo uscire solo di giorno, ma dovendo ritornarci all'imbrunire. La terra lo difese dagli attacchi che altrimenti lo avrebbero portato alla follia. In questo caso l'elemento crea a livello magico una sorta di "schermo" di annullamento che è impossibile valicare.
La terra diventa protezione anche nei simboli ad essa legati, come la runa Berkana (fig 36), o il pentacolo. Secondo alcune tradizioni, la terra consacrata ha il potere di bandire gli spiriti del male, come l'acqua ha il potere di distruggerli. Ha quindi un potere protettivo intrinseco, compatto. Il potere della madre.
L'altro aspetto della terra è quello della sua vicinanza al lato economico della vita. E qui troviamo lo stretto legame con il sale, che viene usato spesso in magia per rappresentare questo elemento. Il sale, come possiamo immaginare, è strettamente vincolato all'economia e alla terra stessa. Considerate che è l'unico minerale che assumiamo in forma cristallizzata pura, ossia non disciolto o in forma puramente molecolare. E soprattutto è stato il metodo di pagamento europeo prima dell'introduzione della moneta corrente e appena dopo il baratto. Il termine "salario" infatti deriva proprio dall'usanza di pagare i lavoratori con il sale. Per quanto ci soffermiamo a credere che lo si ottenga solo dalle pozze di acqua marina lasciate ad asciugare, in realtà il sale viene estratto anche dalle miniere di salgemma, grazie a cui Salisburgo porta il nome. Esso infatti è un composto di origine naturale, che si trova disciolto negli oceani in grandissime quantità (circa 30 kg di cloruro di sodio ogni metro cubo di acqua marina), ma che è presente nella terra stessa. Per questo motivo, quindi, l'utilizzo dell'elemento terra per affinità con la magia rivolta all'economia è accentuata.
Ma la terra è segno di ricchezza anche perché possedere un terreno significa poter coltivare e coltivare significa poter avere un benestare economico pressoché illimitato. Il grano stesso, per il suo color oro, è associato alla ricchezza. E il grano è uno dei cereali più coltivati da sempre e che serve per fare il pane o come cibo per gli animali.

Fig 28 -
Venere
Paleolitica
di Willendorf
- Austria

Fig 29 - Nativi nella
Capanna del Sudore




Fig 30 -
La Morte
incisione
medievale


Fig 31 - Luca Giordano
- Ratto di Proserpina

Fig 32 - Labirinto
di Cnosso

Fig 33 -
Dea Baubo

Fig 34 -
Albero Yggdrasil

Fig 35 - Albero
della Cuccagna

Fig 36 - Berkana



Bibliografia:
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Anonimo: "Il fisiologo" (bestiario medievale in latino)
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Derek Pearsall: "Arthurian Romance: a short introduction"
Eric Marple: "Il Dominio dei Demoni"
Erodoto: "Storie"
Eschilo: "Prometeo"
Esiodo: "Teogonia"
Franco Battiato: "Gli Uccelli"
Geroglifici: "The Book of the Dead, The coffin texts"
Howard Philip Lovecraft: "L'Orrore di Dunwich"
I Fratelli Grimm: "Biancaneve"
Igino: "Fabula"
Il Corano
Inno Omerico ad Apollo Pizio
J.K. Rowling: "Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban"
J.K. Rowling: "Harry Potter e il Principe Mezzosangue"
James O' Barr: "Il Corvo"
Joanne Harris: "Chocolat"
John Boorman: "L'Esorcista II - L'Eretico"
John Dexter: "Pirati dei Caraibi - La Maledizione del Forziere Fantasma"
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La Sacra Bibbia, Vecchio e Nuovo Testamento
Lewis Carroll: "Alice nel Paese delle Meraviglie"
Michael Chricton: "Mangiatori di Morte"
Michael Ende: "La Storia Infinita"
Nonno: "Dionisiache"
Omero: "Iliade"
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Pietro Barnabè: Tesi di Laurea "Sciamanesimo ed uso di sostanze alteratrici della percezione della realtà" - http://www.barnabe-restauri.it/tesi.html#000
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Plutarco: "Iside e Osiride"
Pseudo-Apollodoro: "La Biblioteca"
Publio Virgilio Marone: "Eneide"
Rede Wicca
Starhawk: "La Danza a Spirale"
Stephen King: "La Metà Oscura"
Strabone: "Geografia"
Voluspa: "Le Profezie della Veggente"
William Peter Blatty: "L'Esorcista"
William Woods: "La Storia dei Demoni"