L'Athame
Articolo a cura di Ariesignis. Per gentile concessione.
Come costruirsi un Athame
Una delle realizzazioni più impegnative fra tutti gli strumenti magici è certamente l’athame.
In effetti, a seconda di quanto si è puristi, la sua realizzazione può richiedere da un anno a qualche giorno. Il problema principale sta nei materiali (non ho bisogno di dirlo, ma un conto a lavorare il legno della bacchetta, un conto è lavorare dell’acciaio!) e negli attrezzi richiesti spesso non a disposizione di tutti. Malgrado ciò, con qualche benedizione, qualche amico e un po’ di buona volontà si può fare tutto.
Non entrerò qui nel merito di come i materiali e le forme abbiano –certamente- corrispondenze simboliche, ragionerò da artigiano, degli aspetti teorici e simbolico magici si parla in altri lidi…
Specifico inoltre che sto scrivendo per chi è già un po’ grandicello, non per fare differenze di età, ma purtroppo certe spese e attrezzature sono oggettivamente problematiche per un minorenne… non me ne voglia nessuno. E’ poi da considerare che certe lavorazioni hanno una qualche rischiosità, e invito a provarsi in quelle realizzazioni solo chi ha già una certa manualità con gli strumenti utilizzati nella lavorazione dei metalli.
Ad ogni modo, certe lavorazioni e certi consigli potranno servire anche a chi non partirà a costruirsi un athame da zero.
I MATERIALI
Manico e lama. I materiali sembrerebbero scontati ma, come al solito, le cose sono più complicate di quanto sembri. E’ vero che spesso la lama non la si affila… ma chi si fa la fatica di costruirsi un athame non gradisce averne uno che si piega o che si sbecchetti, o peggio ancora arrugginisca negli anni.
Parimenti non è scontata l’immanicatura. Se il materiale non è scelto e montato secondo la sua appropriata natura, ci ritroveremo con il famoso coltello “che balla nel manico”: una tristezza. Ecco quindi qualche breve punto su cui confrontarsi fin dall’inizio.
- Per la lama
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FERRO – Ovviamente più duttile dell’acciaio per il suo minor tenore di carbonio, è certamente il materiale migliore per fare qualche prova iniziale con martello, incudine e fucina. Di contro è parecchio ossidabile e scarsamente temprabile. Con una buona padronanza del fuoco in fucina è possibile “acciaiarlo” facendogli assumere carbonio dal coke (carbon fossile spesso da miscelarsi a carbone vegetale) e stabilizzarlo nel reticolo cristallino a suon di martellate e ricotture, ma è un procedimento lungo e difficile non sempre con buoni risultati (era il più usato nel medioevo quando non si avevano i soldi per l’acciao svedese). Quelli che si interessano di alchimia (davvero, e non solo leggendo libri) o che hanno qualche esperienza di archeologia sperimentale sanno che le operazioni per l'acciaiazione saranno notevolmente migliorate dalla qualità e quantità del coke usato nella liquazione del minerale grezzo. A chi si volesse provare in tanta fatica, affinché non si deluda subito dopo la liquazione, ricordo che dopo la rimozione del più possibile della ganga, deve seguire purificazione al crogiuolo (chiuso!!!) a cui è da aggiungersi un poco di vetro soda per aumentare la fluidità nella fusione.
- ACCIAIO – Una delle scelte oggi più utilizzate. Non starò a ricordare che l’acciaio è ferro con un alto tenore di carbonio (più alto ancora si parla di ghisa, da evitare). Garantisce risultati eccellenti, ma richiede trapani affidabili con punte ben affilate, smerigliatrici con dischi decenti e, nel caso di forgia, un martello automatico (a meno di non essere in due culturisti con martelli da almeno 10kg). In commercio ne esistono numerosissimi tipi, ampiamente standardizzati, ma è difficile poter scegliere l’acciaio giusto semplicemente chiedendo ad un fabbro, a volte non sanno nemmeno loro quale sia l’acciaio accatastato alla rinfusa nella propria officina, oppure, più semplicemente, scelgono quello che lavorano meglio: il che, spesso, significa che non è adatto per delle lame. Cosa significa “adatto alle lame”? Significa un acciaio che abbia un buon compromesso fra flessibilità , durezza e resilienza (resistenza all’urto, alla botta). Quest’ultimo genere di acciaio, a meno di non rivolgersi a ditte specializzate (in genere essai esose), è in realtà non troppo difficile da trovare da un comune sfasciacarrozze o da un ferramenta di paese:
- Acciai per lame a nastro: si tratta di acciai armonici… quindi perfetta flessibilità ma generalmente troppo sottili a meno di non lavorarli alla forgia piegandoli e ripiegandoli su stessi (serve quindi fucina e borace)
- Acciai da lame di sega circolare: se sufficientemente grandi e spesse, da queste seghe è possibile ricavare fin da subito la forma del nostro coltello… non ci servirà ne la forgiatura e né la tempra (a meno che no vogliate affilarlo -?!-, ma ricordo che un coltello a doppia lama è ILLEGALE). Basterà tagliare la lama con una smerigliatrice angolare secondo la forma voluta.
- Acciai da molle di camion o ammortizzatori a balestra dei fuori strada: sono la scelta preferita dei forgiatori dell’Europa dell’est; oggi le migliori spade da combattimento usate nella scherma corazzata arrivano proprio da là: dai vecchi camion dell’URSS. Purtroppo, anche in questo caso, serve una forgia e la tempratura, ma a meno che non vogliate usare tecniche di piegatura o pattern welding non avrete bisogno della borace come fondente.
- Acciai in filo/fune: avete presente i cavi da acciaio quelli intrecciati per rimorchiare auto o similia? Ebbene sì, è un acciaio praticamente perfetto per fare lame. Oltretutto, durante la forgia si crea naturalmente una lavorazione di tipo pattern welded che conferirà alla lama una tipica damascatura… lame del genere le ho viste oggi in giro a non meno di 300 euro per un 10cm: ladri. Basta una giornata di lavoro… ma non può mancarvi una forgia, borace, un bel martello… e una grande maestria nella tempra: sarò io a non essere un granché, ma se nella forgiatura non equilibrate l’uso del fondente, durante la tempra la lama vi salterà (1 su 2 come minimo).
- BRONZO – Era il metallo ad uso rituale più utilizzato nella prima antichità. La lega di stagno e rame, dato il basso punto di fusibilità, non è difficile da preparare anche senza l’uso di fondenti. Basta un bello strato di carbone preparato in un buco del terreno all’aria aperta, un mantice continuo e un crogiuolo (anche un vaso di terra cotta chiuso al fondo spesso da buoni risultati senza creparsi… ma prima fate una prova per vedere se regge e scaldatelo per gradi).
I pugnali in bronzo migliori sono fatti in due fusioni, una parte di lega con almeno il 70% di stagno per la lama (è incredibile quanto diventi resistente!) e una parte di lega al 30-40% per il manico. Il pugnale è preparato per colata in stampo. Nel caso si usino due leghe come detto sopra, gli stampi e le colate saranno ovviamente due: con un po’ di acume basta una visita ad un museo archeologico per comprendere forme e modalità. Per una questione strettamente simbolica vi sconsiglio la realizzazione dell’athame in solo stagno ed è assolutamente da evitare la presenza di piombo (Saturno) in qualunque lega basso fondente si decida di utilizzare.
- ALTRI MATERIALI - L'utilizzo di altri materiali rispetto a quanto sopra elencato esula da qualunque delle tradizioni oggi note e/o diffuse (poi, se qualcuno si sveglia e decide di farsi un athame in fibra di carbonio, ceramica, molibideno o ossidiana...io non so, contento lui)
Se non avete l’attrezzatura necessaria (vedremo in seguito) e/o la possibilità di costruirvi una fucina improvvisata potete comodamente acquistare lame già pronte e trattate termicamente in molti siti on-line dedicati (in questo caso sconsiglio la tempra, 9 su 10 rovinerete il pezzo, potete passare quindi a piedi pari sulla parte che dedico al manico).
- Per il manico
- LEGNO – Il legno andrà scelto ovviamente in base a due caratteristiche essenziali: stabilità nel tempo e durezza. Spesso sono fattori che vanno a braccetto e, comunque, quanto alla stabilità una buona stagionatura è sempre essenziale perché il legno “vive”, con l’umidità si deforma e “respira” (oggi stabilizzano il legname anche con un processo di essicazione industriale piuttosto rapido, brutto a dirsi ma meglio un legno simile ad uno fresco). Per quanto riguarda invece la durezza oggi, considerando anche le varietà esotiche come il cocobolo il padouk, pau ferro ecc. ecc. non ci sono grandi problemi. Per i legni casalinghi si dovrà invece optare per essenze quali l’acacia, il frassino o la quercia.
Sappiamo però che classicamente il manico dell’athame è nero e l’unico legno naturalmente tendente a questo colore è l’ebano (che però, allo stato naturale, difficilmente lo troverete bruno o nero come ve lo immaginate: quasi tutti i legni nel loro colore “naturale” sono in realtà tinti da turapori e vernici).
In sostanza, scegliete un legno secondo “magia”, non solo per il colore, potrete infatti tingerlo come più vi aggrada in un secondo momento.
Certo è che d’innanzi a legni dalle venature meravigliose, chi se la sente di dare una pennellata di smalto nero? Per andare sul sicuro, personalmente consiglio l’ebano africano; è un legno costoso che trovate solo in siti di vendita on-line spesso dedicati alla liuteria, ma ne vale la pena ed il prezzo (cercate quelli rivolti alle chitarre, generalmente hanno i tagli che più si avvicinano alle nostre esigenze).
Generalmente il legno è utilizzato per immanicature a guancette; mal si presta ad immanicature dirette che sono possibili solo con lame dotate di un codolo a tutto manico che andrà poi ribattuto sull’estremità di un pomolo metallico che funga da contromanico e fissaggio.
- CORNO – Qui, volendo mantenere il nero, la scelta è più difficile e dobbiamo escludere a priori le corna degli ungulati quali cervo, renna ecc. e di molte varietà di ovini. Le opzioni maggiormente praticabili sono quindi:
- Orice – E’ l’unico corno “nero che più nero non si può”. Dalle forme peraltro bellissime che ben si accostano ad una lama elegante. Dato il diametro e la sezione tonda non si presta ai manici a guancette ma solo all’applicazione diretta a caldo.
E’ piuttosto costoso e il suo andamento leggermente spiraleggiante non lo rende sempre adatto alla realizzazione di immanicatura a meno di non raddrizzarlo preventivamente alla fiamma, a mio modesto parere, però, i risultati sono spesso meravigliosi.
- Bufalo d’acqua – Generalmente è commercializzata la varietà indiana. Di colore nero, a seconda della qualità può presentare striature grigie o grigio bianche più o meno evidenti a seconda della lavorazione che può subire in termini di spessore (esternamente è solitamente di un bel nero compatto e le venature appaiono avvicinandoci all’interno). I rivenditori sono soliti rendere disponibili tre tipi di stock:
- il naturale, a corno intero, richiede il taglio della guancetta e che questa sia raddrizzata alla fiamma; dalla sua, nonostante ci sia più lavoro, questo stock consente di selezionare le parti del corno che più ci interessano per omogeneità di colore o venature
- a guancette simmetriche, già raddrizzate; molto comode ma non selezionabili in base al colore (quel che arriva, arriva)
- a guancette scolpite a modi orice; è un sistema utilizzato per ovviare alla rarità di grossi diametri nelle corna di orice o per immanicature particolarmente elaborate; generalmente è meno costoso dell’orice originale, ma in termini di qualità prezzo non sempre conviene come sostitutivo.
- Bue – In commercio è disponibile nelle più svariate tonalità, raramente nero omogeneo è di sovente venato da numerose striature grigie grigio-bianche o bianche che, assotigliandosi assumono una bella trasparenza simile all’alabastro nei pezzi migliori. Come per il bufalo d’acqua il nero è generalmente all’esterno e verso la punta del corno, quindi, nonostante siano disponibili in commercio tagli a guancetta, per avere pezzi di un bel nero consiglio l’acquisto di un corno da cui scegliere le parti che andranno poi raddrizzate alla fiamma.
- CUOIO - E' necessario che sia del più robusto, il taglio migliore di pelle per questo uso e quello della schiena verso i fianchi del bovino: spesso ma non eccessivamente rigido. Per le immanicature può avere due utilizzi:
- utilizzato come rivestimento nelle immanicature dirette di legno. E' un genere di manico piuttosto complesso da realizzare con buoni risultati. Spesso utilizzato in spade e daghe. Si cuce al rovescio una "calza" di cuoio della misura adatta ad essere infilata sull'anima di legno; una volta pronta la calza, si copre di mastice la parte di legno e si calza (sì, proprio come un collant) il cuoio facendo si che il lato della cucitura resti all'interno. Un risultato preciso e senza pieghe richiede una buona manualità, credetemi.
- Se avete presente le vecchie roncole contadine, alcuni coltelli da caccia americani o il celebre -per gli appassionati di coltelleria- "camillus", vi sarà già venuto in mente che altro uso può avere il cuoio.
Si tratta di ritagliare numerosi dischetti forati di cuoio che infilati e pressati fra la guardia e il pomolo di chiusura costituiscono il manico. E' una lavorazione noiosa ma non difficile e che da buoni risultati. I manici di questo genere possono essere tinti di nero agevolmente, consentono una buona presa e sono molto comodi. Di contro hanno che con il tempo tendono a "mollarsi" quando il cuoio cede.
- METALLO – Specie in alcuni generi di spade e daghe, è uso creare il manico con avvolgimenti di fili metallici che vengono fissati con piccole saldature (es. con brasature in leghe di vario tipo). Di norma l’avvolgimento è composto con un filo a sua volta formato da due a quattro fili avvolti o intrecciati. Pensato per l’utilizzo militare dell’epoca, questo genere di manico garantisce una buonissima presa se si indossano quanti di pelle (magari con mitteni) ed è d’indubbia resistenza. Per i nostri usi, invece, questa tipologia di manico può avere senso solo in termini di scelta estetica ma ricordo che c’è chi sostiene che nell’athame il manico debba essere di materiale isolante. Qualora decideste di utilizzare il manico in fili metallici, ricordate che per renderli il più scuri possibili è bene utilizzare materiali a basso contenuto di carbonio e facilmente ossidabili “al nero” attraverso brunitura (per la brunitura andranno utilizzati miscele acide scelte in base al colore e al materiale ed applicate alla fiamma)
- Colle e sostanze varie
- COLLE – In antichità, per collaggi di questo genere si utilizzavano colle di origine animale come la colla di coniglio (ancora oggi disponibile dai venditori specializzati in belle arti e restauro).
Non credo che ai nostri tempi, fatto salvo il restauro, valga la pena di lanciarsi in avventure del genere. Com’è arci noto, oggi in commercio esistono una marea di colle tutte più o meno valide. Per i nostri scopi sono da preferire le colle ad alta densità e tenuta come le epossidiche bicomponente. Nonostante le immanicature debbano reggere di per sé, una buona incollatura garantisce –oltre ad un dovuto margine di sicurezza in più- l’eliminazione di tutti quei micro giochi fra le parti che, alla lunga, possono far perdere robustezza al manico. Ai puristi che vogliono farsi proprio tutto da sé, ricordo che la colla di coniglio, dopo essere stata in ammollo in acqua fredda, una volta gonfiatasi, va scaldata ASSOLUTAMENTE E SOLO in bagnomaria non superando MAI i 50-60°, altrimenti potete pure buttare via tutto (pentolino compreso).
- VERNICI – Anche in questo caso gli approcci possono essere due: all’antica o alla moderna. Mentre per le colle consiglio i ritrovati moderni, per le vernici, consiglio i vecchi preparati. Generalmente le vernici sono utilizzate per le immanicature in legno e, non so se sia solo una mia impressione, ma le vernici moderne lo uccidono. Il mio consiglio è di utilizzare come vernice della resina di sandracca in soluzione alcolica; rispetto la gommalacca è più brillante e non tende al rossastro. I più bravi potranno provarsi con miscele di resine più sofisticate, ad esempio aggiungendo il dammar (peraltro ottimo come incenso) e similia, ma io personalmente, per quel che erano le mie esigenze, non ho mai ottenuto qualcosa che mi facesse dire “ne è valsa la pena”. Vedete voi.
- ACIDI – Per chi decidesse di decorare la lama con disegni di varia natura o per chi, avendo una lama ottenuta da filo d’acciaio o da lavorazione pattern welded dovesse “fare uscire” la damascatura, sono necessari gli acidi. I classici sono il nitrico ed il solforico –le soluzioni di diluizione le dirò poi- ma per l’incisione di disegni potete accontentarvi dei più reperibili acido cloridrico (è venduto in una soluzione assai annacquata ma ancora efficace nei super market con l’antiquato nome di acido muriatico) o il percloruro ferrico (lo trovate nei negozi di hobbismo elettronico per incidere le piastre di rame dei circuiti).
- CERE/OLII – Ricordo inoltre che i legni possono essere lucidati anche con cere e che ,alcune varietà come l'ebano, il palissandro e in genere il legni dure compatti, omogenei e a pori stretti, possono essere mantenuti al naturale. Per proteggere immanicature in legno che si prestano a questo trattamento, potete optare o per le cere colorate e tingenti... a mio avviso non ideali, o per la cera pura micro cristallina utilizzata per il restauro dei mobili. Alle cere, per un trattamento ancora più leggero è possibile sostituire dell'olio paglierino o una rapida passata di olio di lino, ma personalmente non mi convince granché e non ho mai ottenuto risultati adeguati all'uso di un manico.
La stessa cera potrete utilmente utilizzarla per la lavorazione d'incisione all'acido della lama.
Proseguiamo ora con gli strumenti necessari secondo il genere di lavorazione con cui intenderete cimentarvi. Salendo di complessità sono dati per acquisiti gli strumenti elencati in precedenza
STRUMENTI DI BASE
- Per la sola immanicatura, quasi certamente vi serviranno:
- Trapano e punte per ferro/acciaio di varia dimensione – Per fare i fori passanti delle guancette e le eventuali svasature agli ingressi, per eventuali fori guida nelle immanicature dirette; l’ideale è un trapano a colonna che vi garantirà fori perfettamente verticali.
- Seghe per legno e ferro – Utilizzo direi ovvio; forse è meno ovvio sapere che per i legni duri come l’ebano, per ritagliare le guancette è migliore la sega da ferro e, in certi casi, un buon seghetto da traforo (ricordate di passare sempre un poco di sapone lungo la lama!)
- Martelli – in acciaio e morbidi in resina (legno o simile) per i “pin” di fissaggio delle guancette. Un martello più robusto sarà invece necessario per ribattere il codolo della lama qualora decideste di utilizzare un’immanicatura diretta.
- Lime – da legno e da ferro di varie forme e dentature per sagomare il manico (per le lime da ferro vedi ragionamento per le seghe.)
- Carta vetrata di varia grana per le finiture (specie per il corno serviranno carte vetrate anche molto fini se si desidera l’effetto lucido.)
- Morsa – Una morsa da banco stabile, fissa e sufficientemente robusta.
- Altre ed eventuali – Alcune immanicature potranno richiedervi i più disparati strumenti, dalla pinza al cacciavite al coltello/bisturi… insomma qualche attrezzo in più non fa mai male.
- “Extralusso”- Per chi non si accontenta, esiste “santo” Dremel, ossia una microfresa in grado di incidere, scolpire, fare insomma di tutto nei lavori “di fino”. Cito la marca, scusatemi, ma lo faccio non per scopi commerciali quanto piuttosto perché, dopo averne bruciate tre di altre marche per risparmiare, ho capito come mai questa sia la più utilizzata. Mettevi dunque una mano sul cuore e una sul portafogli e via: non ne farete più a meno.
- Per chi lavorerà dell’acciaio/ferro (senza forgia né tempra.)
- Smerigliatrice angolare – Con dischi per il taglio e la smerigliatura del ferro, servirà a ritagliare la forma della lama e il suo relativo codolo per l’immanicatura, a dargli l’idea del doppio filo ecc.
- Punte a spazzola e spazzole per la smerigliatrice – Per lucidare e pulire.
- Incudine – In questo caso potrà essere piccolo (piccoli colpi di martello per aggiustare sbavature). Sono piuttosto costosi, me ne rendo conto, in certi casi si può però ovviare con qualche pezzo di putrella per costruzione edile.
- Pinze – Generose e che garantiscano una buona presa della vostra mano, non si capisce bene perché ma capita sempre di averne bisogno…
- Per chi lavorerà in forgia con dell’acciaio.
- Forgia – ne esistono di pronte all’uso anche in commercio, ma sono parecchio costose (minimo 600euro); non posso qui spiegarvi come realizzarvene una, ma se arrivate all’idea di forgiare, forse non avrete problemi ad arrangiarvi (in fin dei conti, giuro, basta un motore che spinga aria, un contenitore metallico come un barile tagliato trasversalmente, del cemento refrattario e poco altro – in internet potete trovare disegni e schemi senza troppe peripezie.)
- Incudine grande – Costoso ma inevitabile.
- Pinze da forgia – vi consentiranno di manipolare la lama restando a distanza; potete farvele fare da un buon fabbro di campagna per una 50ina di Euro.
- Martello da fabbro - Ha una testa piatta e una tonda (se non lo trovate, ragazzi, chiedete al fabbro di cui sopra).
ATHAME IN BRONZO O LEGHE BASSO-FONDENTI
- CROGIUOLO
Per questa realizzazione il punto di partenza è un buon crogiuolo. Per la dimensione, tenete conto che nelle fusioni artigianali di questo genere, il crogiuolo non dovrebbe essere caricato oltre un terzo della propria capacità e comunque MAI oltre la metà.
Non è facilissimo trovarne uno, bisogna ingegnarsi, ma oggi ho è possibile acquistarli anche su ebay (se vi capita la fortuna di trovarne uno!). I più comuni sono in gres o ceramica, ma sono generalmente piccoli e piuttosto fragili: per le quantità che ci servono andrei su crogiuoli in terra refrattaria o grafite.
Vi evito la storia sul come fare un crogiuolo, Atorene ("Il laboratorio alchemico") impiega quasi un intero capitolo parlandone... e ne andrebbero aggiunti altri dodici dopo aver provato a farselo da sé.
Compratelo: è meglio.
Volendo evitare l’acquisto di un crogiuolo è possibile optare per l'incognita vaso di terra cotta: 1 su 5 ce la fa.
Va scaldato gradualmente, molto gradualmente fino a raggiungere la temperatura usata per la fusione: se regge, incrociate le dita e provate.
Attenzione però, il rischio è che vi si rompa con il metallo (magari già fuso) all'interno. Oltre a perdere il contenuto e vedervi rovinato il lavoro, il punto che mi spinge a sconsigliare la cosa, è il rischio che tale rottura avvenga nel momento in cui lo state maneggiando per fare la colata... non è piacevole del metallo fuso se vi cade addosso.
- CALORE
Fra le varie alternative, le più facilmente percorribili sono due:
- Fiamma a gas - E' il metodo più rapido e pratico a patto che non utilizziate un vaso in terracotta: la fiamma a gas lo scalderebbe troppo rapidamente. Qui, per fiamma, non intendo quella del fornello da cucina, ma quella ossidante (e/o riducente) di un bunsen o di un cannello. Nei negozi di ferramenta dovreste trovare quanto vi serve, avete qui almeno due alternative:
- Comprare una bombola a gas da campeggio da circa 5lt., un cannello da gas con tubo e valvola di quelli che usano i muratori per impermeabilizzare i tetti catramando.
- Comprare uno o più cannelli portatili alimentati con bombolette da campeggio usa e getta.
Considerate fin da ora quanto sarà grande il crogiuolo e quanto metallo dovete fondere, la scelta fra i due sistemi dipende fondamentalmente da questo. Il primo metodo si presta a quantità medio grandi, il secondo a quantità minori. Qui basta mettere il crogiuolo preventivamente caricato e accendere il cannello.
Il crogiuolo potrà essere posato e gestito costruendo una piccola struttura in mattoni refrattari semplicemente posati gli uni accanto agli altri, giusto per sostenerlo e se possibile costruirgli una qualche protezione ai bordi.
Il cannello grande ben si presta a scaldare il crogiuolo da sotto mentre, i cannelli portatili, meno potenti, sono in genere utilizzati sui bordi -in basso- del crogiuolo.
- Fiamma a carbone - Meno pratica della fiamma a gas ma di certo più economica e "tradizionale". Si scava un buco di 30 cm. almeno di profondità e 40-50cm di larghezza (per i nostri usi è sufficiente); la terra di riporto è messa attorno al buco a modi parete, un tubo di ferro è fatto passare nel terreno in modo da poter insufflare aria alla base del nostro scavo (potrete soffiarla dentro con un mantice o, più comodamente, con una ventola elettrica). Si accende il fuoco con comune legna, e si aggiunge gradatamente del carbone (meglio carbone fossile, ma anche della buona carbonella spesso è sufficiente... in tal caso fatene una buona scorta e munitevi di pazienza), si poggia il crogiuolo già caricato con i metalli da legare direttamente nel carbone facendovelo un poco sprofondare, si aggiunge altro carbone (fino a coprire circa metà delle pareti esterne del crogiuolo) e mano a mano, non troppo velocemente, si inizia a soffiare aria nel tubo via a via aumentando fino ad un regime possibilmente continuo.
Considerazione valida sia per il sistema a gas che a carbone. Non contano grandi fiamme, grandi cannelli, grandi buchi nel terreno: conta concentrare il calore sul crogiuolo... il calore deve stare in "raccoglimento"... come se pregasse.
Non dimentichiamo nulla per la nostra sicurezza: almeno degli occhiali e dei guanti (di amianto sono l'ideale, ma in mancanza quelli di pelle da lavoro sono meglio di nulla)... sono il MINIMO del MINIMO. Con un massa fusa di metallo non si scherza. I danni possono essere gravissimi e non a tutti è dato un secondo tentativo.
Poi, sembrerà banale, ma si deve ricordare che, una volta fuso il metallo, il crogiuolo è per l'appunto da spostare!!! Servono delle pinze ad hoc!!! Non lasciate nulla all'improvvisazione, ma proprio nulla:
- predisponete gli stampi vicino al crogiuolo per abbreviare il tragitto dello stesso mentre lo maneggiate con le pinze;
- assicuratevi che nulla a terra possa esservi d'impiccio o farvi inciampare;
- quando il metallo sta per fondere ripercorrete mentalmente più e più volte la sequenza di movimenti che dovrete fare quando a fusione avvenuta dovrete colare: certe disattenzioni da improvvisazione possono essere pagate ad un prezzo molto alto.
Infine, circa la fusione vera e propria, una piccola attenzione comune ad entrambi i sistemi è quella di mettere i metalli in pezzetti non troppo grandi né fini come limatura: nel primo caso impiegherebbero una vita a fondere, nel secondo si agglutinerebbero rendendo difficile una mescolanza omogenea. Diciamo che grossi come chiodi può andare. Per il bronzo, le proporzioni fra rame e stagno le ho date e l'esperienza vi farà presto capire che non è la medesima cosa mettere stagno e rame mischiati ugualmente o l'uno sopra l'altro o viceversa. Qui però seguo l'esempio di chi l'ha fatto notare a me una volta, non dico di più: la soluzione sta nel provare e vedere. Ha un suo senso... esoterico direi.
A fusione avvenuta, attendete che la massa assuma un poco più di fluidità, portate pazienza.
Con un mestolo o un cucchiaio opportunamente adattato con una prolunga, eliminate di tanto le scorie in superficie. Una bacchetta di metallo vi aiuterà a dare un leggera mescolata di tanto in tanto.
Per il resto, qui, non si può che andare per esperienza. E' questo il suo bello.
- STAMPI PER FUSIONE
- ARGILLA - Ora non restano che gli stampi... dell'argilla ancora fresca e morbida può andare egregiamente: badate solo che i due pezzi siano ben saldati e che il foro d'ingresso della colata sia sufficientemente grande e con una svasatura d'ingresso piuttosto pronunciata: oltre che farvi da imbuto vi eviterà che il metallo "venga su" come fa la pastasciutta quando l'acqua è bollente e ci si scorda il coperchio sulla pentola.
L'argilla fresca si presta usualmente ad una sola fusione, a basso dettaglio, ma è parecchio efficace.
Qualora desideraste stampi in grado di consentirvi un maggior livello di dettaglio esistono altri materiali da prendere in considerazione.
- GESSO/SCAGLIOLA - Lo stampo in scagliola pura è molto rischioso. La scagliola non è abbastanza resistente per fusioni che, come in questo caso, non siano di minuscoli dettagli. Volendo andare sul sicuro, per lo stagno è sufficiente del gesso per modellatori (chiamato gesso di Parigi).
Ciò nonostante, specie se si tenta di lavorare con il bronzo, la scagliola mischiata al 50% con della silice a granulometria fine (200) da un ottimo materiale da stampo in grado di reggere fino a circa 800-850°.
Ad ogni modo, per stare ancora più sul sicuro, è possibile sostituire metà della scagliola con del gesso refrattario (se non lo trovate basta triturare del gesso che sia già stato usato come stampo un paio di volte, ossia è già stato "cotto"). Ovviamente qui parlo di impasti per creare stampi su originali (magari di cera... e con qualche accorgimento potrete colare a cera persa!) quindi, con le proporzioni che propongo qui più avanti, la consistenza sarà piuttosto liquida, ragion per cui: attenzione alla quantità di acqua che è fondamentale. Di solito se ne usa un volume uguale alla quantità di silice+scagliola.
Per chi non fosse pratico, ricordo che per evitare un impasto con bolle (con la colata, a causa dell'espansione termica dell'aria che contengono, rischiano di far crepare lo stampo) e affinché risulti ben omogeneo, l'impasto deve essere preparato in questo modo:
- versate in un secchiello l'acqua
- aiutandovi con setaccio o un colino, fate cadere a pioggia gesso e silice (precedentemente miscelati a secco) cercando di non agitare l'acqua
- mescolate l'impasto solo DOPO che tutta l'acqua sarà stata assorbita
- ora si dovrà fare attenzione all'applicazione dell'impasto: almeno 2-3 centimetri di spessore sull'originale... dovrà riposare fino a che non sia ben secco.
ATHAME IN ACCIAIO (o ferro)
- IMMANICATURA
Per ora escludo l'eventualità che forgiate lame da pezzi grezzi, partiamo quindi dal fatto che, dopo aver fatto le vostre considerazioni sui materiali, abbiate ricavato una barra di acciaio che abbia per lunghezza: quella della lama + manico; per larghezza e spessore: la massima larghezza ed il massimo spessore che desiderate per la vostra lama.
Insomma, in sostanza vi ritroverete in mano con una sorta di righello di acciaio (o ferro). Sagomerete la punta e la lama a piacimento con la smerigliatrice angolare, aiutandovi magari con una mola elettrica per le finiture...
Attenzione però, perché sin dalla fase progettuale e importante che vi soffermiate su come avete intenzione di mettere il manico.
Come avevo già accennato, ci sono due tipi fondamentali di immanicature: a guancette e "diretta" o passante, ecco un esempio.
Qualunque sia la vostra scelta, nel caso vogliate mettere una guardia di metallo alla lama o avere una immanicatura più stretta rispetto la lama stessa, dovrete ora rimuovere parte dell'acciaio... specie per le immanicatura dirette saranno da evitare intagli a 90°: rendono la lama parecchio sensibile agli stress di flessioni e colpi.
Ecco come dovrebbe essere il taglio:
Per ottenere angoli morbidi, prima del taglio con la smerigliatrice angolare, vi basterà utilizzare il trapano per creare due fori che vadano a rettificare gli angoli fra lama e codolo dell'immanicatura.
Nel caso poi vogliate inserire una guardia metallica fra lama e manico, sempre per evitare lo stress da colpi, e per consentirle di infilarsi completamente nel codolo nonostante gli angoli di raccordo con la lame, badate a che i punti di contatto fra lama e guardia siano solo ai lati, così come esemplificato dal disegno seguente:
Per realizzare una guardia, vi servirà un pezzo di metallo (tipo blocchetto) che andrete a traforare prima con il trapano e, successivamente, seguendo i fori a intagliare con lima e, magari con l'ausilio di una piccola fresa così come nella sequenza sotto suggerita:
Per fissare la guardia avete tre possibilità:
- Saldarla (dal lato del codolo in modo che dopo l'immanicatura non si veda nulla)
- Rivettarla (fissarla con rivetti), è ideale per l’immanicatura a guancette. Vi consiglio di prevedere una guardia bella corpulenta che andrete a rifinire solo dopo il fissaggio.
- Farla ad incastro, ossia, pur rispettando quanto sopra, prevederla di uno spessore tale che, dopo aver superato il livello necessario, non vada a toccare gli angoli stondati fra lama e codolo andando poi a combaciare perfettamente con il profilo del codolo stesso: soluzione molto elegante ma che richiede una precisione certosina ed un lavoro di lima e microfrese notevole... lo consiglio solo a chi ha fatto laboratorio di meccanica in un istituto tecnico (lima...lima...lima...). In questo caso la guardia sarà completamente salda solo ad immanicatura terminata.
Circa il primo sistema (saldatura) ricordo che, in generale, per quanto riguarda qualunque tipo di saldatura applicata a lama o codolo, si tratta di un sistema sconsigliabile per le lame che abbiano un uso “reale” come nelle spade da combattimento corazzato (per cui è da preferirsi un montaggio ad incastro preciso puro e semplice) dove colpi e vibrazioni creano sollecitazioni anche notevoli; nel nostro caso, invece, a meno che non vogliate andare in guerra o combattere con il vostro athame (!!!???) qualche punto di saldatura non creerà alcun problema.
- IMMANICATURA DIRETTA
Se siete riusciti nelle operazioni di preparazione del complesso lama-codolo per l'immanicatura, dovrete ora risolvere il problema del manico.
Partiamo con l'immanicautra più semplice ed a mio avviso più stabile se realizzata artigianalmente da noi che, pur con tutta la buona volontà, non siamo professionisti: l'immanicatura diretta con del corno.
Circa il corno se ne è già parlato. Partiamo dal fatto che avete un blocco di corno compatto entro cui infilare il codolo del manico. Se il vostro corno è laminare, andrà bene per l'immanicatura a guancette di cui parleremo più avanti.
Iniziamo con il forare il corno ricavando un alloggiamento per il codolo d'immanicatura della lama con il trapano:
Si parte con un foro guida al centro, poi con due fori laterali e si rifinisce quindi con una lima sottile: state stretti, allo stato attuale il corno non dovrebbe riuscire ad entrare nel codolo per almeno 1mm di spessore!!! Vedrete poi che sarà il fuoco a fare entrare il corno in modo definitivo!
Comunque, per la buona riuscita è indispensabile che i fori siano perfettamente diritti: un trapano a colonna è fortemente consigliato.
Dovete anche valutare che affinché, poi, il corno non si sfili dall'immanicaura, va previsto un sistema di fissaggio alla fine. I metodi più utilizzati sono tre per quel che riguarda l'immanicatura "full tang" e "hidden tang" (a tutto manico, la seconda differisce dalla prima perché la chiusura è nascosta) più uno per l'immanicatura "partial tang":
- saldare al codolo una barretta filettata a cui, dopo l'inserimento del corno, sarà avvitato un dado o un pomello
- ricavare la filettatura direttamente sul codolo: è più laborioso ma molto più solido
- lasciare il corno un poco più corto per dare spazio ad un pomello da cui possano spuntare 1-2mm di codolo; successivamente all'inserimento di corno e pomello, si martellerà il codolo fino a che, schiacciandosi ed espandendosi, blocchi il tutto (secondo me questo è il sistema migliore)
- per l'immanicatura parziale, si userà il sistema di fissaggio a rivetti di cui parleremo per il manico a guancette. Quest'ultima, per l'immanicatura diretta, la sconsiglio a meno che non si disponga di strumenti molto precisi che non lasciano margine all'errore umano (per quanto possibile).
Ecco alcuni esempi...
Deciso il tipo d'immanicatura non resta ora che infilare il corno. Per prima cosa dovremo riscaldare il codolo della lama. Nel disegno qui sotto vedete una fiamma all'ossicetilene, ma un cannello portatile di quelli funzionanti con bombolette da campeggio usa e getta va più che bene.
A questo punto, con il codolo quasi rovente (sottolineo il quasi, non deve essere al calor rosso!), con l'accortezza di guanti da lavoro di cuoio e mano ben ferma si dovrà infilare il corno. Attenzione, se lo farete entrare storto avrete rovinato tutto, quindi: presa ben salda e non spaventatevi se arrivano delle fiamme! Scompaiono subito! Preparatevi inoltre a sopportare il puzzo (indimenticabile) del corno bruciato: fate tutto con le finestre aperte (anche quando andrete a sagomare il corno con frese e lime, sappiate che dovrete sopportare questo puzzo!).
Una piccola nota circa la sicurezza: il signore ripreso nella foto non indossa alcun guanto, ma come potete vedere dalle fiamme che sfiatano attraverso i fori del corno il suo è perlomeno un azzardo.
Ora, perché il corno non continui a bruciare, bagnatelo con un filo d'acqua a partire dal lato della lama evitando invece di bagnare la parte di codolo che spunta dal corno e che dovrà invece raffreddare lentamente (c'é altrimenti il rischio che subisca una mezza tempra e, questa parte, deve invece avere più resilienza che durezza)
Non vi resterà quindi che sagomare il corno con lime, frese o altro a seconda del vostro progetto, fissarlo come accennato prima, lucidare il tutto e portarlo a finitura.
NOTA per i neofiti appassionati di alchimia – Si recuperino e si conservino polveri e ritagli di corno, un domani potrebbero esservi utili per la realizzazioni di coppelle.
- IMMANICATURA A GUANCETTE
Questo tipo di manico è fra i più utilizzati nei coltelli pieghevoli, ma risulta ottimo anche per i coltelli a lama fissa. Nell’immanicatura a guancette, il manico è costituito da due spessori fissati simmetricamente rispetto il codolo della lama grazie a rivetti o chiodi (pin) passanti. Rispetto l’immanicatura diretta, il codolo dovrà essere quindi più largo (almeno quanto il manico) e forato per consentire il passaggio di rivetti o chiodi.
Per prima cosa dovrete preparare le guancette, qui di seguito è mostrato il procedimento con del legno, ma lo stesso è applicabile anche al corno.
Abbondate di almeno un millimetro rispetto le misure del manico, rifinirete il tutto con la lima solo DOPO il fissaggio, questo vi garantirà un montaggio preciso e senza sbavature.
Una volta preparate le guancette dovrete considerare la preparazione del codolo per fissarle allo stesso rendendole solidali alla lama del vostro athame. A tale proposito saranno previsti fori passanti adatti all’uso:
Nella foto sopra è possibile notare che, oltre ai fori per i rivetti, sono presenti forellini di diametro minore che nella fase di incollatura andranno ad accogliere parte della colla (da mettere in abbondanza! Le sbavature si elimineranno poi!) aumentando la solidità del fissaggio. Rispetto questa immagine, lavorando noi con una lama a doppio filo, ricordo che il nostro manico dovrà essere invece perfettamente simmetrico.
ATTENZIONE: Per una maggiore precisione ed accuratezza, non forate il codolo singolarmente! Fatelo contestualmente alla foratura delle guancette!
Quindi, rispetto alla foto, vi consiglio creare i forellini per la colla fin da subito, ma di non fare immediatamente i fori passanti per i rivetti o i chiodi!
Preparate il “sandwich” guancetta/codolo/guancetta aiutandovi a tenerlo saldo con del nastro adesivo di carta e/o una piccola morsa, quindi fate i fori passanti. In questo modo sarete certi che i fori coincidano perfettamente da parte a parte. Il nastro adesivo non è un vezzo, infatti, specie per i materiali che tendono a scheggiarsi, ridurrà il rischio che il foro di uscita del trapano vi rovini la guancetta irreparabilmente.
A questo punto, si passa alla fase dell’incollatura.
Come dicevo restate abbondanti nella colla. Non appena avrete applicato le guancette e le avrete fissate con morsa e simili, fate passare nei fori passanti i chiodi e/o i rivetti che rifinirete ad incollaggio terminato.
Circa l’incollaggio siate pazienti, attendete l’asciugatura con tutta la calma del mondo: volendo essere scrupolosi moltiplicate per due il tempo consigliato dalla casa produttrice (per fare “bella figura” dichiarano sempre il minor tempo possibile, di solito misurato a condizioni di umidità bassissima e temperature tropicali: diffidate!). Se usate poi colle epossidiche bicomponente, siate particolarmente scrupolosi nel miscelare in modo omogeneo le due parti e, rispetto il consiglio di cui sopra, esagerate ancora di più: moltiplicate per tre!
Una volta sia asciugata la colla non vi resterà che capitozzare i chiodi passanti o battere i rivetti, e limare le eccedenze.
Ripeto, siate abbondanti sia nelle misure delle guancette che nella lunghezza dei chiodi (per i rivetti è invece necessaria una precisione millimetrica e consiglio l’uso del calibro: non fate i brigosi e, se sapete usarlo leggete anche il nonio decimale).
Se è vero che questo “stare abbondanti” vi costerà un poco di lavoro di lima in più per le rifiniture, vi darà un risultato finale assolutamente superiore anche perché, è evidente: a togliere materiale si fa sempre in tempo mentre aggiungere è qui impossibile.
Un ultima considerazione sui chiodi o i rivetti. I rivetti sono facili da montare (basta un martello), ma non possono essere limati durante la sagomatura della faccia della guancetta. Per questo, personalmente preferisco i chiodi che, in fase di finitura, consentono un accoppiamento chiodo/guancetta particolarmente omogeneo. I chiodi migliori non sono altro che sbarrette di metallo di diametro esattamente uguale a quello del foro passante. Ecco come usarli:
- infilate un pezzo della sbarra nel sandwich lasciando circa un centimetro per parte;
- mentre la colla è ancora fresca ed il sandwich è in morsa piegate leggermente gli eccessi del chiodo nella medesima direzione. Per chiarire il concetto, se immaginate una immanicatura con due soli chiodi, l’ideale sarebbe piegare gli eccessi di quello più vicino alla lama verso la lama stessa e di fare l’opposto per il chiodo a fine manico: questo creerà una sorta di “trazione” e di ulteriore “blocco” della guancetta rispetto il codolo della lama.
- ad incollatura terminata, tagliate parte degli eccessi del chiodo lasciando almeno 1mm per parte che batterete con un martello (possibilmente di resina per evitare eventuali danni) su un piccolo incudine. In questo modo, grazie alle proprietà elastiche del metallo, schiacciandosi tenderà ad espandersi rendendo ancora più saldo il contatto fra chiodo/guancetta/codolo nel sandwich. Prima di battere il chiodo, fate qualche giro ben stretto e robusto di nastro adesivo attorno al manico e/o, se la situazione ve lo consente, stringete il sandwich con un morsetto: in questo modo, non metterete sottostress l'incollatura in una fase in cui i chiodi non stanno ancora svolgendo pienamente il proprio compito.
- eliminate quindi l’eccesso residuo con una lima fino a raggiungere il materiale della guancetta che andrete poi ad aggiustare nella finitura (es. lucidatura del corno con carte vetrate finissime, lane abrasive ecc.)
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