Estrazione delle Essenze

A cura di Ariesignis, dal sito: Salakabula 353

Premessa

L’estrazione di oli essenziali, oltre ad introdurre in un mondo affascinante di erbe, resine e profumi che possono avere i più diversi usi profani, per chi pratica l’Arte può essere una conoscenza più che preziosa. Dopo una piccola spesa iniziale, chi si proverà in queste esperienze scoprirà toccando con mano parecchie cose.
Alcune che, pur non essendo segrete, restano spesso custodite con una certa gelosia e altre, magari più banali, che non di rado –nel nostro campo- fanno la differenza fra l’artigiano e l’artista.
Così, ad esempio, potrete scoprire che l’essenza dell’incenso profuma di boschi di montagna, di abeti e larici dopo la pioggia. In pochi hanno avuto modo di provarlo, ma chi possiede certe sensibilità non resisterà a spalmarne qualche goccia su bacchetta e athame: i risultati meritano il tentativo. Magari qualcuno, come me un tempo, ha sentito favoleggiare di “pozioni” al sangue di drago e cose del genere, ecco: partendo da questi pochi appunti chi deciderà di sporcarsi un poco le mani non resterà a vaghi racconti.
Non ho timore di essere accusato di esagerazioni, l’esperienza è dalla mia, anzi, è dalla nostra parte. Come si suol dire: provare per credere.

Nous parlerons de l'extraction à partir de la vapeur d'eau (l'hydrodistillation) et plus spécifiquement à la pression atmosphérique… così recitava lo scritto che mi spinse alle prime esperienze in questo campo: credo mi abbia portato fortuna.
Sperando sia di buon augurio per chi proverà, mi piace iniziare alla medesima maniera.

Un salto nella teoria: estrarre per distillazione

Per prima cosa sarà forse opportuno un rapido salto nella teoria. L’estrazione è getto di vapore, quella che utilizzeremo noi, è basata sull’arcinoto processo fisico chimico della distillazione. Ne riporto molto brevemente il funzionamento nell’immagine seguente:



Nel pallone per la distillazione (o caldaia), il calore unitamente al vapore libera le essenze dalle erbe, le quali, a loro volta volatili, andranno a condensare lungo il refrigeratore che le raccoglierà in un apposito contenitore. Successivamente, sfruttando la differenza di peso specifico fra acqua ed oli, la miscela sarà separata. Come vedremo in seguito, noi utilizzeremo un apparecchio distillatore leggermente diverso, ma il principio sarà il medesimo.

Un piccolo laboratorio in cucina

Non servono moltissime cose, il vostro piccolo laboratorio potrà essere montato e smontato in cucina in pochi minuti. Ve ne fornisco una prova fotografica, il laboratorio minimo sta comodamente accanto al lavello.



Veniamo al dunque, gli strumenti necessari sono:
  1. Distillatore di rame con una caldaia capiente almeno 5 litri. Per gli addetti ai lavori, il nome esatto sarebbe “distillatore a bassa deflemmazione”. A parte qualche ferramenta di montagna che lo metta in vendita per fabbricare grappa a uso casalingo, difficilmente lo troverete in qualche negozio e, comunque, generalmente ha prezzi piuttosto esosi. Consiglio quindi di rivolgersi immediatamente all’acquisto on-line. Su ebay se ne trovano modelli adatti con prezzi variabili dai 150 euro per un distillatore da 5 litri (più che sufficienti per piccole estrazioni con resine o erbe particolarmente ricche di oli essenziali) ai 400 euro per un distillatore da 50 litri adatto a lavorare quantità di erbe piuttosto consistenti. Nella foto sopra potete vedere montato un distillatore da 5 L., mentre qui a fianco, smontato, da sinistra a destra sono riconoscibili: il capitello con il becco collettore, il contenitore con la serpentina di refrigerazione e la caldaia. Per iniziare, un modello come questo è più che sufficiente.
    Accertatevi che sia dotato di termometro o di un foro sul capitello in grado di alloggiarne uno (con fondo scala di almeno 150°C e margine di errore di ±1°C).



  2. Tubo di gomma per portare acqua dal rubinetto al refrigeratore del distillatore e da questo allo scarico del lavandino.
  3. Una buretta da 25 cl., con lettura al decimo di centilitro. Per chi non avesse mai visto una buretta, si tratta di un tubo di vetro graduato con un rubinetto posto sul fondo. Nell’immagine qui sotto è “coricata”, si solito il liquido è caricato dall’altro e regolato agendo sul rubinetto posto in basso. Nel nostro caso, più che per fare misurazioni lo adopereremo per separare l’essenza dal residuo acquoso. Potete acquistarla on-line o presso un rivenditore specializzato in materiale per laboratori medico-chimici a un prezzo medio di circa 25-30euro.



  4. Un imbuto che si adatti al collo della buretta, l’ideale sarebbe un imbuto da laboratorio in vetro, ma non ci formalizziamo, un imbuto di plastica farà comunque all’uso.



  5. Due contenitori da almeno 250 cl., anche in questo caso è preferibile l’uso di contenitori in vetro graduato da laboratorio, dei Baker sarebbero perfetti, ma la necessità e la parsimonia aguzzano l’ingegno.



  6. Un fornellino (a gas, alcool o bunsen... purché si possa controllare il tenore della fiamma). Per un distillatore da 5lt. Un fornellino ad alcool (costo medio 2-3 euro), anche se un po’ lento a scaldare la caldaia, sarà sufficiente.
  7. Volendo aumentare l’efficienza e l’efficacia delle nostre operazioni, uno dei due contenitori di cui al punto d) potrà essere utilmente sostituito da un imbuto separatore da almeno 250 cl. dotato di apposita asta e pinza di sostegno (prezzo medio dell’imbuto circa 30 euro, idem per il complesso di asta e pinza). L’uso dell’imbuto separatore è trattato nella parte riguardante i “trucchi del mestiere”.
Alla fine dei nostri acquisti, considerando tutto il necessario pensato “al minimo” dovremmo aver speso fra i 200-300 euro. Rispetto uno stipendio medio è una cifra che non passa completamente inosservata, ma va tenuto in considerazione che con le dovute cautele, quanto acquistato vi durerà una vita.

Procedimento per l’estrazione di oli essenziali

Ora, una volta certi che ogni parte del distillatore e la vetreria necessaria sia ben pulita, potrete iniziare il procedimento vero e proprio.



Per prima cosa sarà necessario preparare la materia prima per l’estrazione. Qui a fianco potete vedere la raccolta delle giovani foglie di alloro e l'alcolizzazione (ossia la triturazione) della resina d’incenso nel mortaio. Se decidete di estrarre l'essenza da erbe fresche è necessario che siano preparate lavandole con acqua fredda e tagliate fini con una mezza luna. Per iniziare vi consiglio di sperimentare con l’incenso in grani che anche in piccole quantità (adeguate a un distillatore da 5 L.) vi consentirà estrazioni apprezzabili di essenza; l’incenso, infatti, a seconda della qualità contiene dal 4 al 7% di olio essenziale e quindi, con 1/2Kg (che è la quantità meglio trattabile con 5lt di caldaia) avrete fra i 20 e i 35 cl. di estratto.

Preparazione del distillatore

Mettete nella caldaia circa 1,5-2 L. di acqua distillata (o perlomeno demineralizzata), la quantità dipende anche da cosa volete estrarre, ma considerate dosi che possano evitare, in fase di ebollizione dell’acqua che questa, essendo al chiuso del capitello, “schiumi” ed esca dal collettore in barba alla distillazione. Se desiderate estrarre l'olio essenziale dalle resine potrete versarle direttamente nell'acqua (nella foto in basso a destra: sandalo rosso, incenso salai guggul e storace).



Invece, nel caso vogliate procedere all'estrazione da erbe, nella stragrande maggioranza dei casi dovrete far si che non siano direttamente a contatto con l'acqua.



Allo scopo vi sarà sufficiente acquistare mezzo metro di retina da zanzariera in alluminio e piegarla secondo necessità. La rete farà da setaccio e vi consentirà di disporre il prodotto in caldaia senza che sia direttamente a contatto con il liquido in ebollizione (la foto sopra ha il solo scopo di chiarire la disposizione della retina e non rispetta le reali quantità di erba necessarie ad una comune estrazione). Avvio della distillazione (estrazione per getto di vapore)
A questo punto potete chiudere la caldaia e far circolare l'acqua necessaria alla refrigerazione della serpentina. Disponete un contenitore o l’imbuto separatore all’uscita della serpentina e accendete la fiamma del vostro fornello: la temperatura della caldaia andrà via a via crescendo... è importante che l'incremento sia lento e costante.
Con un fornellino ad alcool e una caldaia da 5 L. impiegherete circa 45' minuti per arrivare ai 90°C. Controllate il termometro: già a 70-75°C il vapore inizierà a lavorare sulle resine e sulle erbe rendendo estraibili le essenze e gli oli volatili in esse contenute. A circa 90°-94°C cominceranno a uscire dalla serpentina le prime gocce di acqua mista ad olio essenziale, fra i 95°-97°C saremo a pieno regime di funzionamento.
E' fondamentale mantenere ben refrigerata la serpentina. Dopo le prime gocce, con l'aumentare del livello del liquido raccolto, sulla superficie noterete alcune bolle d'olio in sospensione (come un bel brodino). Separazione dell’essenza dalla flemma.
Il distillatore sta facendo il suo lavoro, adesso tocca a noi dividere l’essenza dalla flemma (in questo caso la nostra flemma è l’acqua). Una volta che il "raccolto” si avvicini a circa 20 cl, mettete un nuovo contenitore sotto l'uscita della serpentina, prendete la buretta, assicuratevi che il rubinetto sia ben chiuso e, con un imbuto, versatevi la miscela già ottenuta. Vuotate il prodotto lentamente e, se vi è possibile, accompagnate l'operazione con un lento movimento rotatorio della buretta in modo tale che il liquido scenda uniformemente lungo le sue pareti. Con un poco di cautela tutte queste operazioni possono essere fatte a “mano ferma” senza l’ausilio di aste e pinze di supporto da laboratorio.



Attendete quindi circa un minuto (nel frattempo dovrete comunque seguire la temperatura della caldaia e refrigerare la serpentina!). L'olio essenziale, più leggero dell'acqua, si porterà in alto galleggiando. Nell'immagine sotto, se aguzzate la vista, potete vedere un "gradino" giallognolo sopra il livello dell'acqua: è quello il vostro prodotto!



Date qualche colpetto delicato con le dita alla buretta per aiutare le gocce d’olio che fossero eventualmente rimaste attaccate alle sue pareti a risalire a galla.
Adesso, aprendo lentamente il rubinetto della vostra buretta, andrete ad eliminare a mano a mano l'acqua. Se durante questa operazione vedrete che, mentre scende il livello dell'acqua, la quantità di olio raccolto andrà via a via aumentando, significherà che parte dell’olio non era ancora salito bene a galla: la prossima volta quindi fate maggiore attenzione a versare in buretta e attendete un poco di più prima di aprire il rubinetto (vedremo più avanti che il motivo potrebbe anche essere una buretta poco pulita). Fate attenzione a chiudere il rubinetto al livello giusto, e per non perdere olio nonché misurare l’esatta quantità di ciò che avete fino ad ora estratto, ricordate che per “leggere” la buretta dovrete averla d’innanzi a voi perpendicolarmente come spiegato nell’immagine qui di seguito.



Ripeterete questo processo con tutto il "raccolto" proveniente dalla vostra serpentina (almeno fintanto che, ciò che ne esce, è misto a olio essenziale). Ed ecco fatto: una volta eliminata l'acqua dalla miscela, avrete la vostra essenza.
Ci sono sin da ora alcuni piccoli accorgimenti pratici da non dimenticare. Ad esempio, quando la quantità di olio essenziale arriva a 1 cl. (o anche 5-6 cl. in estrazioni “ricche”), preoccupatevi di eseguire l'intero procedimento di separazione, ossia mettete da parte l'olio ottenuto prima di proseguire all'aggiunta di ulteriore "raccolto"; quando "scolate" l'acqua, non gettatela, versatela in un cilindro graduato. Nel cilindro, quando avrete terminato la distillazione noterete che, nel frattempo, alcune piccole gocce d'olio saranno magicamente apparse: si tratta della sommatoria di tutte quelle piccole perdite che avete trascurato in ogni nuovo "lavoro di buretta". Da queste gocce potrete recuperare qualche decimo di centilitro di essenza ma, aumentando la vostra esperienza, non avendo che perdite insignificanti nella lavorazione, arriverete a non guadagnarvi più nulla. Comunque sia, non gettate la flemma (l’acqua distillata nel processo). L’acqua rimasta, se avete estratto essenze profumate, non è null’altro che quel che ancora oggi, seppur impropriamente, è chiamato acqua di colonia. Questo idrolito, accertatane la non tossicità, può essere utilizzato nei bagni o sul corpo come leggero profumo.

Trucchi del mestiere

Tante prove, successi e insuccessi (generalmente tanti) insegnano alcuni trucchi che ben di rado troverete in un manuale di chimica e che altrettanto raramente qualcuno sarà disposto a regalarvi. Circa queste omissioni è da dire che non v’è pura e semplice gelosia nel tacere di alcuni stratagemmi, quanto piuttosto l’oggettiva difficoltà di raccontarli.
Per i primi, i manuali di chimica, alcune considerazioni vere nella pratica di laboratorio mettono in imbarazzo la teoria e si preferisce tacerle; per i secondi, ossia i “trucchi” pratici, dipendono in larga parte da una trasmissione per esperienza (le classiche cose mai scritte perché date per scontate dagli addetti ai lavori), dalla manualità acquisita (che non è insegnabile per spiegazioni) e da una sorta di sesto senso dato dall’esperienza sul quando, sul come e sul quanto applicare certi accorgimenti. Qui, per quanto ci è possibile, vediamo di svelare qualcuno di questi “segreti”.

Magicamente parlando

Un brevissimo inciso che esula dalla sfera meramente pratica, l’applicazione magica: questo è il punto che dovrebbe interessare maggiormente tutti noi. E’ qui che le nostre conoscenze astrologiche, sui segni zodiacali e sulle fasi lunari, andrebbero attentamente valutate e, finalmente, agli Dei piacendo, applicate CONCRETAMENTE. Dirò forse una cosa scontata, ma i periodi limitrofi agli equinozi sono molto produttivi per le preparazioni che si accostano a loro per materiali, metodi e obiettivi.
Distillare fra maggio e aprile ha un senso ben preciso, così come raccogliere la rugiada di campo che cade in quelle belle mattinate e che andrà a sostituire l’acqua distillata nei preparati più “interessanti”… se posso permettermi sommessamente un consiglio, su queste cose è bene rifletterci senza i finti sorrisi di chi crede di aver già capito. Operare al di fuori di questo significa magari preparare estratti ottimi dal punto di vista erboristico, pessimi invece dal punto di vista magico. Basti ricordarlo qui.

Tempi
  1. Macerazione – Per le resine, che a differenza delle piante fresche non temono marcescenza, lasciarle a mollo nella caldaia per circa un mese prima del trattamento migliora la resa dell’estrazione. La macerazione sarà ancora migliora se eseguita in palloni circolatori tenuti a 38°-40° (o temperatura ventre du cheval, come si diceva un tempo, quando per mantenere per lunghi periodo un calore moderato e costante si utilizzava il letame di cavallo).
  2. Estrazione – Indipendentemente da quanto già detto in precedenza circa le corrispondenze magico astrologiche, anche se non è scritto in nessun manuale, ogni tecnico di laboratorio un poco accorto ha d’innanzi a sé una verità palese ma a quanto pare poco “scientifica”: a parità di dosi e di qualità, in luna piena si estrae molta più essenza che in luna nuova e, in luna crescente, molta di più che in luna calante.
  3. Velocità di lavorazione – Per quasi tutte le estrazioni, è di giovamento che l’arrivo a temperatura di regime della caldaia avvenga il più lentamente possibile. Questo discorso vale a maggior ragione per le resine con le quali, il lavoratore attento, sa di dover pazientare: c’è un premio per chi, prima di arrivare a regime, abbasserà la fiamma e manterrà la caldaia a mezza temperatura per qualche ora. Per piante ed erbe i cui oli sono particolarmente volatili, invece, si dovrà fare il discorso contrario.
Prima e dopo l’estrazione
  1. La pulizia – Oltre che per una buona manutenzione delle proprie attrezzature, la pulizia, specie della buretta ha un ruolo non marginale nella buona resa dell’estrazione. In pochi lo crederebbero ma i pori del vetro sono tutt’altro che minuscoli e le piccole impurità che possono trattenere, ad esempio nella buretta, impediscono la chiara stratificazione dell’essenza sul pelo dell’acqua. Il metodo migliore per pulire la vetreria di laboratorio è divisibile in quattro fasi: 1- pulite con acqua e detersivo per piatti magari aiutandovi con delle spazzole (ne esistono di fatte ad hoc per la vetreria da laboratorio in grado di infilarsi anche nelle burette) e sciacquate con acqua di rubinetto; 2 – mettete un poco di acetone (va bene anche quello per unghie) nella buretta o nel contenitore e agitate bene in modo che entri a contatto con tutte le superfici; 3 – sciacquate con acqua distillata (per vetrerie di grandi dimensioni si può sciacquare anche con acqua del rubinetto purché se ne usi di distillata alla fine); 4 - lasciate asciugare naturalmente e senza l’ausilio di canovacci la buretta o il contenitore con l’apertura a testa in giù. Piccole tracce di umidità potranno essere eliminate mettendo la vetreria in forno ancora freddo portato poi a circa 80°C (attenzioni a eventuali parti di plastica).
  2. Il “solvente” di distillazione – Questo vale per le resine. Quando avete terminato un’estrazione, non gettate l’acqua rimanente nella caldaia. Filtratela e conservatela: pur essendo sporca e scura, sarà il vostro miglior alleato per l’estrazione successiva. Non vi so dare la spiegazione scientifica, sarà forse perché conserva parte degli oli più pesanti dell’estrazione e le gomme idrosolubili, ma riutilizzata in estrazioni successive (specie se con previa macerazione) avrete risultati notevolmente migliori che con la sola acqua distillata.

Espedienti vari
  1. Perdite gassose – Specie nelle prime fasi della distillazione, la parte più volatile dell’essenza tende a sfuggire ancora allo stato gassoso prima che la serpentina abbia avuto modo di condensarla. Per ovviare a questo problema basta un piccolo tubo di gomma che non faccia cadere l’estratto nel recipiente dall’alto ma, bensì, porti l’estratto al fondo del recipiente di raccolta in cui si verserà fin dall’inizio quel tanto di acqua distillata necessaria a sommergerne l’uscita: in questo modo le parti giunte ancora allo stato gassoso all’uscita, incontrando immediatamente l’acqua condenseranno.
  2. Estrazione “a saltelli” – Partendo dall’accorgimento di cui sopra, per l’estrazione da resine e se si lavora con un becco bunsen o comunque un fornello di buone dimensioni, è possibile lavorare in uno strano regime che io chiamo a “singhiozzo” e di cui non ho mai letto nulla in alcun manuale o testo, ma posso garantirne l’efficacia. Ve lo riporto. Prima di montare il tutto, tappate la serpentina con un dito e riempitela d’acqua. Versate l’acqua in un cilindro graduato e guardate quanta ne può contenere. Assemblate il distillatore e accertatevi che il contenitore per il “raccolto” possa contenere almeno il doppio dell’acqua contenuta nella serpentina. Montate il tubetto “sommerso” come nel punto precedente. Ora, quando nel contenitore di raccolta avrete una quantità di acqua un filo superiore a quella in grado di contenere la serpentina spegnete il fuoco. L’aria contenuta nella caldaia, raffreddandosi si contrarrà creando una bassa pressione che risucchierà buona parte dell’acqua nella serpentina sigillando il distillatore. Dopo alcuni minuti si potrà ridare fuoco. Con due o tre volte di questo spegni/accendi ho ottenuto ottimi risultati. E’ facile capire che in questo modo, grazie ai momenti di riposo a bassa pressione e bassa temperatura, si riuscirà a salvare una maggiore quantità delle parti più volatili dell’essenza. Ovviamente la quantità di acqua che ho indicato è prudenziale: quanta ne viene succhiata dipende dalla dimensione della caldaia e dall’aria ivi contenuta. Dovrete insomma farvi l’occhio sul vostro distillatore.
Alcune semplici facilitazioni e migliorie
  1. Imbuto separatore – l’imbuto separatore utilizzato come contenitore di recupero della distillazione consente di ridurre drasticamente i passaggi in buretta riducendo enormemente le perdite di olio essenziale e dando un poco di tregua a noi, fosse anche solo per andare alla toilette!
  2. Ghiaccio – avendone preventivamente preparata una buona quantità, mettere di tanto in tanto qualche cubetto di ghiaccio nella vaschetta contenente la serpentina del distillatore, migliorerà la distillazione sensibilmente: ma non si dovrà esagerare. Tali esagerazioni le ho pagate personalmente quando provai a riempire la vaschetta della serpentina di acqua che feci ghiacciare in freezer prima della distillazione: i vapori non si limitarono a condensare in liquido ma sublimarono all’istante ghiacciandosi essi stessi intasando la serpentina: fu un vero fallimento.
  3. Per distillazioni delicate e, comunque, per avere rese migliori, la parola d’ordine è: cambia tutto! I sistemi professionali da laboratorio, basati su pezzi palloni, raccordi e refrigeratori in vetro, consentono com’è ovvio risultati e rese assai migliori. Ecco un assaggio di quel che intendo:


I preparati per uso magico

Quando si parla di estratti e di magia, non possiamo fare a meno della spagiria. Sorella minore dell’alchimia, la spagiria, che trovò in Paracelso uno dei suoi più caritatevoli espositori, può regalarci indicazioni utilissime su come lavorare. D’altra parte, il termine “spagiria” deriva deriva dal greco “Spao” e “Agheuro” che significa letteralmente separare e ricongiungere: l’etimo delle parole non è mai casuale.
Similmente, credo sia scontato far notare che, anche solo dal punto di vista linguistico, “l’essenza” di un’erba o di una resina ne costituisce la parte più nobile e pregiata. In spagiria è quel che un tempo era chiamato lo “zolfo” dell’erba.
Ciò nonostante, oltre a questo nostro “zolfo”, molti preparati a uso magico contemplano anche il “mercurio” e il “sale” dell’erba o della resina in questione. Il “mercurio” è l’estratto alcolico, generalmente ottenuto per infusione/macerazione (esistono sistemi di estrazione del “mercurio” che si avvalgono di processi fermentativi, ma questo non è lo spazio adatto per parlarne). Il “sale” è invece ottenuto per lisciviazioni delle ceneri dell’erba o della resina. Lo zolfo che abbiamo fin qui imparato a estrarre è lo zolfo volatile e, giusto come nota a margine, ricordo che gli spagiristi considerano anche un altro zolfo, fisso, simile a miele, poi a lava, poi a un carbone nero come la pece che una volta calcinato potrà dare quel che è chiamato “sale dello zolfo”, ma su questo non ci pare la sede adatta per soffermarvisi. Mercurio, Zolfo e Sali
    Dopo aver considerato lo zolfo dunque, seppur brevemente vediamo più in dettaglio come procedere per l’estrazione di questi altri due principi:
  1. Mercurio – In un contenitore di vetro dotato di chiusura ermetica, si dispone l’erba fino a qualche centimetro dal bordo dell’apertura. Nel contenitore si versa alcool etilico (se non sapete rettificarlo –ossia portarlo vicino al titolo alcolico di 100°-, quello per preparare i liquori a 95°-96° può andare bene così com’è) fino a sommergere l’erba. Per le resine, generalmente si preferisce cambiare le proporzioni facendo sì che queste riempiano il vaso non oltre la metà rispetto il livello dell’alcool. Il tempo d’infusione/macerazione può variare da erba a erba, resina e resina, anche in funzione delle dimensioni e della carnosità dei pezzi in vaso e di norma oscilla fra 1 e 3 lune. Attenzione, siccome l’acro è un ottimo solvente anche degli oli essenziali delle erbe (zolfo), qualora si volesse estrarre il solo mercurio, è necessario che prima sia già stato estratto lo zolfo.
  2. Sale – In una vecchia padella (andrà poi gettata, si rovinerà quasi irrimediabilmente), si disporrà l’erba o la resina. All’aria aperta, o in un vecchio forno a legna, si scalderà il contenuto finché non carbonizzi (questa fase è detta calcinazione), dal nero iniziale del carbone, il prodotto andrà via a via diventando cenere bianca (o grigio chiaro). I più attenti apprezzeranno questa variazione cromatica, e una volta che si sia raggiunto il massimo biancore sarà possibile spegnere il fuoco. Inizia ora la fase di lisciviazione (è con questa stessa lisciva che le massaie di un tempo lavavano i panni), si tratta di raccogliere le ceneri bianche in un telo di tessuto tenuto steso sopra una bacinella. Sul telo e sulle ceneri si verserà acqua distillata bollente che scioglierà le parti solubili della cenere e si raccoglierà nel fondo della bacinella. Attenzione, se il colore dell’acqua sarà giallo arancione vorrà dire che non abbiamo calcinato a sufficienza (serviva più tempo), ed è quindi tutto da rifare. Quest’acqua andrà raccolta in bottiglie, e lasciata riposare per almeno un giorno e una notte. Stando attenti a non alzare le polveri che si saranno depositate sul fondo delle bottiglie, si travaserà l’acqua in nuove bottiglie filtrando il tutto con carta da filtro. A questo punto l’acqua andrà distillata e qui, quel che interesserà a noi, non sarà ciò che troveremo all’uscita del distillatore, ma, bensì, quel che rimarrà nella caldaia: i nostri Sali. Per renderli puri e bianchissimi, si dovrà ripetere il procedimento di filtrazione e distillazione TRE volte (non una in meno, perché i Sali resterebbero grigi, non una di più perché ,altrimenti, tanto varrebbe comprare del carbonato di potassio da un rivenditore di reagenti chimici).


E’ bene sapere che usualmente, i preparati spagirici, ed anche quelli magici che alla spagiria si appoggiano, miscelano i tre principia (zolfo, mercurio, sale) in parti uguali.
Attenzione, spesso ai più sfugge che qui, per “parti” uguali, non sono da intendersi le quantità di ogni singolo principio alla fine della lavorazione ma all’inizio.
Ad ogni modo, uno dei metodi più utilizzati parte da un’unica dose di pianta: si estrae prima lo zolfo, il residuo dell’estrazione è passato in alcool per il mercurio, infine, dopo filtrazione, il residuo rimanente è a sua volta utilizzato per il sale.

Due ricette

Sin dalla premessa, si è accennato ad alcune preparazioni di particolare interesse per chi segue l’Arte. Ammetto che riguardo ciò, come molti cuochi o casalinghe dedite alla buona cucina, sono assai geloso delle mie ricette, ma almeno due preparati, vuoi per la loro efficacia, vuoi per la semplicità di preparazione, credo meritino pubblicità. Sarò qui piuttosto più scarno e sintetico. Vi basterà aver preso familiarità con quanto spiegato in precedenza per cavarvela egregiamente.
“Vernice” per bacchette – Non è una vernice vera e propria, ma chi desiderasse proteggere il legno della propria bacchetta senza ricorrere a intrugli sintetici, troverà in questo preparato un ottimo alleato: delicata, rossastra e leggermente impregnante è un buon protettivo per il legno. Andrà stesa un poco diluita in alcool (ma dipende da come la preparerete) con un pennello morbido. Quel che conta sarà la parte assorbita dal legno quindi, a fine asciugatura, è possibile passare con carta vetrata finissima per la finitura. Non mi pare il caso di spiegare che, evidentemente, non ha scopi meramente tecnici artigianali. Necessario: Olibano (incenso) 10 parti, Sangue di drago 1 parte, alcol in base alle quantità costituenti le parti.
Preparazione: disporre in alcool 3 parti di olibano e il sangue di drago. La quantità di alcool deve essere tale da rendere l’alcolita pronto leggermente vischioso; si tenga quindi conto che dell’olibano è solubile in alcool il 56÷70% e il sangue di drago per un 40÷50%. L’infusione/ macerazione dovrà tenersi al buio in luogo chiuso, per una durata di almeno tre giorni. Una volta sciolte le resine secondo tali percentuali si filtri l’alcolita e si lasci riposare al buio per il resto della lunazione. Al plenilunio, si estragga quindi lo zolfo dalle restanti parti di olibano e si misceli gentilmente a freddo con l’alcolita precedentemente preparato.
Profumo rituale – Provatene poche gocce su polsi, collo e tempie nelle celebrazioni di cielo vestiti. Calendimaggio è l’ideale. Ognuno capirà da sé il contributo che può dare. Le donne potranno ridurre di ½ la quantità di zolfo di olibano. Le dosi andrebbero comunque calibrate sulla qualità delle materie prime ma qui a grandi linee riporto le quantità.
Necessario: olibano 500 gr., benzoino (se possibile del Siam, la qualità di Sumatra è assai meno profumata) 100 gr., mirra 50 gr., alcool 30 cl.
Preparazione: In luna crescente, versare nell’alcool mirra e benzoino. Al buio, l’infusione dovrà durare fino al plenilunio quando sarà filtrata (mentre il benzoino, se di buona qualità, dovrebbe essersi sciolto quasi per intero, la mirra resterà per circa un 50-60%) e conservata in una boccetta per profumi.
Al plenilunio si estrarrà lo zolfo dell’olibano che sarà poi miscelato a freddo all’alcolita precedentemente preparato. Volendo un preparato ancora migliore, questo potrà giovarsi dei Sali, dosati secondo le proporzioni di cui sopra , preparati in luna nuova e miscelati contestualmente allo zolfo con l’alcolita.