The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Editoriale Beltaine 2014

 
Beltaine 2014

Occorre un amore grande per viverti accanto, amor mio, e cavalcare un destino che è come un puledro avverso, come una macchina astrusa. E tu vorresti scendere, guardare pascoli azzurri e invece il destino bizzarro sbatacchia le povere ali e immiserisce l'amore. Così, quando è sera, io mi adagio al tuo fianco come vergine stanca, né so cosa tu mi puoi dare, né sai cos'io voglia dire.

Cara mamma, caro papà, quasi ogni volta in cui ho fumato uno spinello (sì, lo confesso, mi è capitato) o quando ho alzato troppo il gomito, mi sono trovato a farmi domande sulla vita, l'universo e tutto quanto. In queste fasi, prima o poi finivo per chiedermi che cazzo siano i Liocorni. E mi sono spesso domandato se sotto il diluvio Noé si sia deciso infine di procedere oltre senza che loro si facessero vedere oppure se quella canzone celi un messaggio subliminale ed esoterico che nessuno potrà mai capire. Forse i Liocorni sono delle chimere. Ci sono proprio tutti ma loro non si vedono. Ma non si vedono perché non ci sono o perché sono invisibili? E se sono invisibili significa che sono degli animali che Noé non può vedere ma che porta comunque in salvo, un po' come i Wendersnaven, oppure a tutti gli effetti non ci sono e nascono solo nell'immaginario?
Credo che questa, insieme con lo scoprire chi ha cantato la sigla italiana di Lamù, sia una delle domande che non avranno mai una vera risposta.
Un tempo, quando ero bambino ricordo che ero a catechismo. Ci dovevo andare perché nella nostra famiglia vigeva sempre il dogma del "non si fanno differenze", quindi se mio fratello era stato cresimato, anche io dovevo subire la medesima tortura psicologica. Quando fui bocciato in prima superiore voi vi siete arrabbiati, ovviamente e io vi replicai che anche mio fratello era stato bocciato, e dato che era stato bocciato lui era coerente che lo fossi anche io, dato che non si fanno differenze. Era solo il mio modo per rispettare le regole di famiglia. Ovviamente non ve la diedi a bere.
Ma torniamo al catechismo, che mi piaceva così tanto che il mio unico desiderio in quell'epoca era quello di riuscire ad avere il potere di ventimila lire in tasca per poter riempire una tanica di benzina e cospargere uno dei tre catechisti, (sbarbato, odioso e con una pettinatura che anche allora era ridicola) e poi dargli fuoco. Dato che l'essere cristiano, per loro quanto meno, significava piegare gli altri con rabbia alla loro idea, quando non sapevo quanti fossero gli apostoli o che cavolo di messaggio avessero portato, finivo in punizione. La dea lo sa che di sicuro avevo da imparare molto da quelle persone, soprattutto nell'ideale di adulto da cui allontanarmi il più possibile fintanto che ne avevo il tempo. Tuttavia un giorno in cui, curiosamente, ero particolarmente attento, stavamo proprio leggendo la Genesi ed eravamo alle prime righe del secondo capitolo. Fu così che il catechista che avrei arso vivo volentieri, credendo di cogliermi impreparato, mi domandò di cosa stessimo parlando e io risposi che c'era qualcosa nella creazione che non mi tornava. Alzando un sopracciglio, con fare saccente mi chiese: "E cosa sarebbe?"
Al che io obbiettai che non avevo capito perché Dio distingueva i giorni che passavano prima che avesse creato la Luna e il Sole; cose che creò il quarto giorno riuscendo così a dividere il giorno dalla notte; ed inoltre non capito come mai alla fine parlasse di sé al plurale dicendo: "facciamo l'uomo a nostra somiglianza" il sesto giorno. Però in seguito diceva che lo creava l'uomo dal fango quando aveva già creato tutto. Non l'aveva forse già creato prima? Insomma, ok che era Dio, che era onnipotente ecc. ma qualcosa non mi tornava proprio.
Mi ricordo che il catechista non rispose. Non sapeva rispondere forse. O forse non voleva. O forse non si era mai posto un quesito e gli andava bene di accettare qualsiasi cosa fosse scritta nella Bibbia come un dogma. Sta di fatto che da quel momento credo che mi prese ancora di più in antipatia. Forse di più ancora di quando venne a sapere che io non andavo mai a messa e che me ne sbattevo del fatto che lui ritenesse che fosse importante.
Col passare degli anni io ho fatto di quell'evento il mio primo passo nel mondo dell'agnosticismo; in sostanza non avendo abbastanza prove atte a suffragare le ipotesi portate in causa dai sostenitori della Bibbia, io mi astenevo da considerazioni sul divino. Anche perché, oggettivamente, quando ponevo domande a riguardo a voi come adulti le risposte erano mediamente criptiche. Voi due, in quanto genitori, vi basavate sul concetto del "fai così perché lo ha fatto tuo fratello", e quando vi domandavo perché a mio fratello non fosse stato riservato un trattamento diverso così da permettere a me di avere un trattamento differente e magari più in linea con il mio sentire, la risposta era uno sterile, esiguo e circostanziale rivoltare il concetto sul fatto che quando sarei stato abbastanza grande e avrei avuto dei figli, avrei deciso da me.
Già.
Cara mamma, caro papà. Come mi avete suggerito tante volte per liquidare le mie domande spirituali, ho aspettato. Ho pruvàa a specià come il cavaliere senza morte della canzone di Van De Sfroos. E quando ho verdüü i öcc, quindi quando sono diventato abbastanza grande, beh... ho deciso da me. Senza volerlo, ma in relativa combutta con quel coglione del catechista, in fin dei conti, mi avete anche fatto capire che le risposte, in quanto tali, sono decisamente sopravvalutate, soprattutto se estrapolate dal contesto. Le risposte non servono ad altro che a metterti in condizione di porti ulteriori domande, che richiedono altrettante risposte, che però inducono il sorgere di altre domande ancora. E andare avanti così, fino a quando non ci saranno abbastanza risposte soddisfacenti, fino al principio del tempo sull'onda del perché.
Però, come si sa, alcuni vizi ci rimangono sempre, no? E io continuo a farmi domande su domande. Ovvio, non le pongo a voi, perché a cosa servirebbe? Però ci sono volte in cui vorrei che foste voi a domandarmi qualcosa, a pormi dei quesiti, a non lasciare che sia tutto basato sul concetto di voltarsi dall'altra parte e non vedere. Un tempo vivevo questa cosa con una certa frustrazione, ora indosso gli abiti scuri per identificazione, ho abbandonato quel coltello che tanto desideravo avere in fondo ad una scatola di plastica, sommerso da oggetti di varia e più utile importanza, ho scavalcato la staccionata e mi sono inoltrato nella selva perché ho capito che dato che non sarò mai visto come uguale, allora accentuerò la mia diversità e ne farò monito e valore.
Inconsapevolmente, in tutti questi anni, mi sono inciso rune nella carne, simboli segreti che vergavo senza accorgermi di ciò che stavo facendo, fino a quando il sangue non ha cominciato a macchiare qualcun altro e il suo viso rosso vermiglio mi ha messo in luce ciò che voglio essere e ciò che non voglio essere. E io so di non voler essere schiavo. Soprattutto questo.
Diceva un vecchio che non bisogna scantonar la croce ma salirvi. Nella mia ricerca della consapevolezza, che passa anche da scoprire che cazzo siano sti Liocorni, io sento di aver perduto dei pezzi nella mia vita; pezzi che anche se mi volto a guardare con una mano a schermarmi gli occhi dal sole, non riesco più vedere perché lontani, all'orizzonte. In parte è il rancore che proviamo sempre per ciò che non crediamo di riuscire a lasciar andare. In parte perché partiamo spesso con tanti di quegli schemi mentali, programmi, aspirazioni registiche su come cazzo debba funzionare il mondo, che quando poi ci rendiamo conto che il messaggio chiave della sopravvivenza è nella flessibilità passiamo una fase di grande disorientamento. Non è sempre facile intendere che ogni funerale che avviene qui è una nascita dall'altra parte e che ogni nascita che avviene qui è un morte dall'altra parte, come non è facile capire e accettare che il filo d'erba è più forte e resistente dell'immensa quercia. Ci spacca lo schema capire una cosa del genere. Mettendosi di fronte ad una quercia, non cogliamo l'idea del fatto che, per quanto possente, viene sradicata come un fuscello con l'arrivo di un tornado e che invece il filo d'erba, che ci appare così debole che anche un bambino, giocando, potrebbe strapparne le morbide e bianche radici, piegandosi al vento invece sopravvive a qualsiasi cosa. Ma voi, mamma e papà, mi avete sempre insegnato a stare ben ritto e dritto con la schiena per evitare la scogliosi, mi avete costretto ad indossare un abito che avrei bruciato seduta stante e per il quale ho pianto lacrime amare quando è giunto il momento di metterlo per andare alla prima e ultima comunione della mia vita e per cui ringrazio, quanto meno, che non ci siano in giro prove fotografiche. Credo che avrei preferito passare a piedi nudi sui carboni ardenti piuttosto che dovermi piegare a queste forzature. Ma poi ho davvero camminato sulle braci ardenti un giorno, a piedi nudi, durante un campo pagano e ho scoperto che fisicamente il legno è un pessimo conduttore di calore, quindi fa prima a raffreddarsi a contatto con il piede che ustionare la pelle. Quando è giunto il mio momento, per il quale ho atteso paziente, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno, ho capito quali erano le cose su cui avrei messo una croce rossa e che non avrei mai imposto a mio figlio. Mai. Perché i crimini dei padri ricadono sui figli, mi dicevo. Ma occupati come siamo a renderci consapevoli di ciò che non vogliamo, perdiamo sempre di vista il fatto che, come Grace Kelly, sia che parliamo o che stiamo in silenzio, veniamo condannati. Capitò anche a me. E ora non riesco più a dirtelo che mi dispiace perché se mi volto, sempre con la mano sopra il volto, alcune cose non riesco più a vederle, perché sono troppo lontane. Ma io so che sono lì, da qualche parte, perché la loro contaminazione si sparge lungo il fiume a valle, navigando come una barchetta di carta.
Cara mamma, caro papà, un tempo come tutti i figli mi preoccupavo che voi foste fieri di me e che non rimaneste delusi. Ora invece ritaglio le mie soddisfazioni in campi di cui voi ignorate totalmente la natura perché non capite. Nei momenti di sconforto, quando ero molto più giovane e inconsapevole, mi domandavo perché dovesse andare in questo modo e vivevo la mia frustrazione come qualcosa di incomprensibile, come un'ingiustizia perpetrata nei miei confronti dall'universo, da un perverso e innominabile dio con il quale mi trovavo in disaccordo e che non avrei nemmeno potuto insultare urlandogli contro, prendendolo a sassate. Col passare degli anni ho capito che la mia frustrazione era crescita e io dovevo accettarla e imparare ad averci a che fare, perché era uno dei modi in cui universalmente, in quanto essere umano, potevo imparare. Guardando la vostra incomprensione tradursi nella mia frustrazione infine ho capito che non è mai stato per partito preso. Voi non ignorate perché non capite, ma non capite perché alcune delle cose che io ho cercato di indurvi a comprendere erano oltre le vostre possibilità di accettazione e pertanto non le vedete e per voi non esistono, come quella volta in cui di nascosto, alle elementari aprii il libro di inglese di un mio amico che andava alle medie e lessi una frase che vi era scritta dentro. Si trattava di una vignetta in cui un vigile fermava un bambino che guidava chiedendogli: "How old are you?". Lessi quella frase più volte, ma la mia mente non connetté al concetto secondo cui era impostata per ragionare e la forma pensiero non poté agganciarsi dentro di me realizzando la completezza della comunicazione. In poche parole: non capii un cazzo perché era scritto in una lingua totalmente diversa da quella che parlavo io e che ero in grado di leggere.
Quando ho scoperto l'amore e sono diventato grande ho amato delle ragazze che mi hanno reso uomo, ho messo al mondo un figlio che mi ha reso libero, ho conosciuto degli amici che mi hanno reso unico. Ho messo ordine nella mia vita sapendo che non potevo pretendere di far sì che, a specchio, tutto ciò che dentro di me prendeva un senso assolutamente compiuto potesse riverberare in cassa armonica nel mondo per osmosi e sympatheia. Ho vissuto sapendo che tutti siamo Iynges, Synoche e Teletarches e che come tali mediamo tra noi e il mondo e tra il mondo e noi stessi e le altre persone, cercando, quando ci è concesso, di far capire chi siamo e perché siamo, come vediamo ciò che ci circonda, nel piccolo come nel grande, così sopra come sotto, per completare l'opera ultima. Quando ho cominciato e perdere mi sono reso conto che forse avevo già vinto abbastanza perché potessi capire la differenza e così ho deciso di rilanciare il d20 e sommarci i dovuti bonus e magari questa volta avrei potuto colpire qualcosa e così è successo.
Cara mamma, caro papà, sono uscito dagli schemi e so che in qualche modo vi ho deluso. Quella maschera dell'ignorare mi ha ferito più a fondo delle parole che avreste potuto dire perché io so che è stato così. E io so che quella parte di me che in qualche modo mi faceva sentire addosso il peso di ogni singolo giorno come se fossero mattoni che mi gravavano sul capo ancora cercava una redenzione, un'accettazione. Ma è andata così e io ho continuato sulla mia strada. Con una falce tra le mani mi sono intagliato un nuovo sentiero sul prato, mi sono scavato la via, con la maledizione che mi pesava addosso come una nube oscura. Consciamente non ho mai voluto assomigliare a nessuno. Inconsciamente volevo essere qualcosa che non ero destinato ad essere. In ultimo queste due strade divergenti mi hanno portato lontano, come Battiato nella canzone Summer on a Solitary Beach e lì ho incontrato persone speciali nella mia vita e in un modo che non posso farvi capire. Mi sono innamorato e ho sofferto, sono caduto e mi sono rialzato, ho tradito e sono stato tradito. Ho esperito e sono cresciuto. E ogni volta è stato sempre come ricominciare da capo, guardandomi la mano sinistra con le sue linee e sentendo addosso, in parte, quella fretta che quando ero più giovane era direzionata in modo inverso. Ho capito che l'amore esiste formalmente in due forme, una sociale ed una personale. Quella sociale è come una quercia e ti impone delle regole fisse che se non rispetti allora non è amore. Quella personale invece è come il filo d'erba e si adegua a come sei e a come riesci, a come hai imparato fintanto che hai la costanza di proiettare la tua coscienza. Il problema sai, mamma, è che quando ho vissuto l'amore in modo sociale, il tornado, ancora una volta, ha sradicato la mia quercia e io ho dovuto piantarne un'altra. E mentre cresceva nella distruzione e nella desolazione che mi stava attorno, come quella volta in cui stavo giocando con i soldatini sulla spiaggia e finito di mettere giù il campo di battaglia mi hai fatto sbaraccare tutto, ho riconosciuto quel singolo filo d'erba e ho notato che lui invece era rimasto intatto perché era stato capace di piegarsi con l'ingiungere del vento: non si era opposto con stoicismo, ma aveva accettato lo scorrere degli eventi. Così ho abbattuto la mia quercia e ho imparato a coltivare fiori che anche se non resistono anni hanno la peculiarità di ricrescere sempre e sempre e rigenerarsi ancora e ancora. E così ho realizzato che l'amore non è solo poesie o canzoni, che non si esprime solo in misura al dolore che provi, ma che è essere qui e ora e non desiderare di essere in nessun altro posto, senza pensare a dove sarò domani o dopodomani. Perché così come mi basta chiudere gli occhi per non essere più, così mi basta decidere di essere per essere davvero e come la canzone di Bowie, potrò nuotare come solo un delfino sa nuotare.
E non mi importa, onestamente, se voi lo capite o meno. Non lo faccio per offendervi e non lo faccio per cercare di trovare una comprensione o un'accettazione di quello che sono. Non più quanto meno. È passato il tempo in cui inseguivo la mia ombra nel crepuscolo cremisi sapendo che ad ogni modo, anche nel piccolo, avevo una strada da percorrere che è stata tracciata da qualcun altro prima di me, che portavo il nome di qualcun altro prima di me che non ce l'ha fatta, i vestiti di qualcun altro prima di me e tutto perché l'animo in pace richiedeva che non ci fossero differenze. Io sono diverso. Lo sono perché ho scelto di esserlo. E in parte perché magari lo ero anche prima, e ora ho deciso di continuare il lavoro che stavo facendo e che, probabilmente, continuerò anche dopo. È diverso dal credere o non credere. È diverso dal porsi semplici domande su un qualunque dio o sul perché debba indossare un abito che mi fa sentire ridicolo. È un concetto che sta più in là di dove mi avete dimostrato di riuscire mai ad arrivare. Avete capito tante cose di me. Alcune volte sorprendendomi. Ma so che questa cosa non è per voi. E, mamma, come ti dissi, non ti sto chiedendo il permesso; ti sto semplicemente facendo una comunicazione a riguardo: io entrerò nel cerchio perché è parte della mia esperienza in questa vita e io voglio essere come quel filo d'erba, smetterla di indossare la maschera da quercia ed essere un fiore. Finalmente. E quando dico che non potrei farlo senza che voi siate lì con me perché ho necessità che un ciclo si chiuda affinché un altro si apra, non lo dico per un chissà quale vanto teosofico, ma perché è una vibrazione che coinvolge le mie stesse fibre e io devo rispondere senza esclusione. Papà, che tu lo capisca o meno, questa volta, per favore, fallo e basta; come io alla fine ho ingoiato quell'ostia che sapeva di merda perché almeno eravate entrambi sicuri che fosse tutto politicamente corretto, ora fai tu qualcosa per me, per far sì che almeno una volta, la mia diversità non ti appaia come un così grosso, insormontabile problema che ti fa scuotere la testa e opporti con tenacia, come quando volevo i capelli lunghi e tu mi constringesti a tagliarmeli facendomi sentire umiliato e impotente, mettendo la forza della tua posizione contro la mia e vincendo in modo facile, come solo un genitore può fare contro un figlio nemmeno adolescente, senza ascoltare le mie ragioni o senza scomodarti di spiegarmi le tue affinché io potessi capirle; senza che ci fosse un perché. È sempre stata una cosa che mi faceva incazzare e faceva incazzare anche te: io chiedevo i perché delle cose e tu non volevi darmeli, replicando con l'usurato "perché sì", alternato da qualche "perché lo dico io". Così io i miei perché me li sono andati a cercare, piano piano, con il lanternino, e come dice Kim Gordon, ho voluto anche io conoscere le esatte dimensioni dell'inferno. E alla fine ho vissuto situazioni che mi hanno fatto crescere, che mi hanno posto di fronte a punti di vista diversi, che in definitiva mi hanno portato a prendere decisioni difficili. Ma i miei debiti li ho pagati senza sconti. Ora sono consapevole che tutto potrà cambiare, ma voglio vivere questa nuova avventura con tutto me stesso, nel bene e nel male, ponendomi i miei limiti e i miei obbiettivi. E se non li raggiungerò sarà solo un problema mio.
Ho trentasei anni compiuti e ancora non so che cazzo siano i Liocorni e perché non si vedono. Onestamente preferisco le ipotesi dalle certezze, perché quando poi decadono, il rumore che fanno precipitando dall'altezza della loro esistenza è molto più assordante. E poi, diciamocelo, sono più divertenti. Chi mai potrebbe negarlo? Ciò nonostante, papà, penso di averne abbastanza, non pensi anche tu che sia ora che smetta anche io di essere un Liocorno?
Detto questo... sono felice di ciò che sono diventato grazie anche a voi. E sono felice che ci sarete quando legherò le mie mani con la donna che amo.

 

NEWSLETTER