The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Editoriale Imbolc 2009

Imbolc 2009

Il ghiacciaio cammina.
Non è una metafora o un ossimoro. È un dato di fatto. Uno crede che il ghiacciaio stia fermo, immobile, che se ne stia lì, appollaiato sopra i monti a lasciarsi sciogliere dal surriscaldamento globale, a pisciare rigagnoli di acqua cristallina che imbottigliamo, senza averne alcun diritto, e vendiamo come se fosse elisir di lunga vita. Uno crede che sia una di quelle cose eterne, che divora scalatori e mammuth per lasciarli liberi dopo millenni perfettamente conservati; una distesa che riflette i colori dello spettro e del sole al tramonto, con le sue sfumature color celeste quando il ghiaccio, se affettato, raggiunge profondità antiche, straripanti di batteri alieni. E invece no. Il ghiacciaio cammina. Non è che se ne vada tanto in giro, a dire il vero... la distanza che percorre è breve, meno di quella che farebbe una lumaca, o un bradipo. Due, tre centimetri al giorno. Ma quel maledetto se ne va a spasso alla grande, considerando che si tratta di ghiaccio. Quatto quatto... si sposta. Due passetti... tre. Uno va a trovarlo un giorno... mette una bandierina... un segno su una roccia, un punto di riferimento... e quello zotico cosa fa? Appena ti volti, alza le sottane e se ne va in giro. Un po' come giocare a 1, 2, 3 stella!
La prima volta che lessi questa cosa, me lo ricordo come fosse ieri, era nel libro di Gary Jennings: "Predatore". Un capolavoro senza precedenti. Consigliatissimo. Non capivo esattamente come fosse possibile. Peccato che quando lo lessi, internet non era ancora diffuso, anzi non era nemmeno uscito Windows98. In epoche più recenti, con due colpi di click la risposta sarebbe balenanta subito lì, sullo schermo. Così per capire come poteva accadere che la morena di un ghiacciaio se ne andasse a zonzo dovetti fare le ricerhe nel vecchio modo: enciclopedia DeAgostini... volume secondo: "Co-Interse". Quello che leggevo quando andavo in bagno. Ben poco magica quella risposta, a dire il vero. È meno noioso pensare che il ghiacciaio sia in qualche modo una creatura vivente, come il fuoco, ad esempio.
È curioso però... pensare che come il ghiacciaio, molte altre cose che noi crediamo siano stabili, fisse, in realtà si muovono. Come ti ammazza il punto di vista, quando ti ci scontri e non ci cresci insieme. Quando entra nella tua vita urlando e menando fendenti, invece che cullandoti e carezzandoti. Se potessimo davvero muoverci insieme con i punti di vista... e farlo senza fatica, proprio come magneti che continuano a tentare di far ribaltare la polarità l'uno all'altro, per vivere dell'attrazione di cui sono fatti. E invece rimangono in equilibrio stabile, arrotolandosi su loro stessi, come il tessuto del continuum spazio-temporale nelle ventisei dimensioni considerate dalla teoria delle stringhe in fisica teorica. Una di quelle cose che puoi solo teorizzare, perché il tuo cervello è troppo abituato a questa stabilità per riuscire anche solo a sfiorare l'idea di qualche cosa che sia oltre alle tre dimensioni che vedi e che conosci, e a quella che misuri con uno swatch.
Che natura strana di cui siamo fatti. Le cose che ci capitano lasciano cicatrici su di noi. E alcuni eventi o cose che leggi, a volte scritte da persone che ti amano, operano su di te proprio come coltelli affilati. Ma ne hai bisogno perché tu possa ricordare. Parola sacra e maledetta questa: "ricordare". I latini si riferivano alle cose da ricordare con questo semplice lemma: "Memorandum". Gino e Michele, assieme a Nico Colonna hanno preso questo termine maledetto e lo hanno ribaltato per dare un nome alla loro agenda ormai trentennale: Smemoranda. Ossia "Cose che devono essere dimenticate". Sono il solo che trova sardonica questa sottigliezza? Alla fine è sempre prendere appunti, no? Su cosa devi dimenticare o ricordare. Dico, una persona se le segna, come può dimenticarsele? Ricordati di dimenticare? Non facciamo altro che prendere appunti sulla nostra vita senza avere sotto mano un block notes e una penna, ma solo un bisturi e un paio di metri quadri di pelle da incidere e tatuare. E se potessimo saggiare quelle cicatrici con lo sguardo interiore, chiudendo gli occhi e guardando oltre... quante ne vedremmo? Tantissime. Alcune superficiali, solo un taglietto e via, quasi da confonderle con le altre. Altre più profonde, come trincee; così buie, fangose, come pieghe di volti incartapecoriti, e ivi si annidano e sguazzano parassiti, moltiplicandosi senza posa, scivolando su e giù in questo tracciato topografico che gli eventi intarsiano nella nostra carne a morsi e graffi.
Il dolore, poi lascia segni indelebili, come il lento scavare del vento o della sabbia. Ma anche la gioia lo fa, anche se forse un po' meno. E un po' hai la sensazione che ti stia scivolando tutto quanto di mano, come al risveglio dopo il sogno... e quando sei davanti al water (nell'espletazione del primo gesto rituale del mattino), mentre la coperta calda fa sentire ancora la sua impronta su di te e i tuoi capelli sono in piedi, percepisci distrattamente che lo stai perdendo, nonostante fosse lì fino a qualche secondo prima. "Cosa stavo sognando? Qualcosa a riguardo di..." ma nel tempo che impieghi a formulare il pensiero ecco che anche l'argomento è svanito, proprio mentre lo stavi afferrando, quando ti sembrava di averlo lì, sulla punta delle dita. Diventano solo nebulose immagini che scivolano via, lentamente; si sciolgono come i carboncini raffreddati su cui bruciamo gli incensi, che rimangono lì grigi di cenere, come congelati nel loro ultimo baluginìo di brace, nel loro ultimo ectoplasmico sbuffo di fumo grasso e biancastro. Come se stessero giocando alle belle statuine... immobili, ad osservarti con la coda dell'occhio per vedere se li disintegrerai con un soffio, nella perfetta imitazione della tattica di sopravvivenza degli animali deboli: "fare il morto". Come se pensassero: "magari se non capisce che sono freddo e spento non mi distruggerà". Ma tu li sfiori e divengono polvere, in un istante soltanto. Credevi che fossero lì, ancora, pronti a bruciare e invece... sono solo pallidi fantasmi che allungano la mano per afferrarti prima di crollare al suolo, polverizzati, come il professor Raptor nel primo film di Harry Potter.
Alcune cose scivolano via e le senti allontanarsi alla deriva, e ti chiedi: come è successo? Chiudo gli occhi e sei lì. Li riapro e tu non ci sei più? Sei più distante, ancora di più? Qualche passo, qualche chilometro... e la distanza si allarga come un baratro e penso che il peggio non sarebbe vederti cadere, ma guardarti negli occhi durante tutta la caduta, dal principio alla fine. Come è strano... quando ti senti estraneo nella tua stessa pelle, immemore anche di come si vive, di come si respira, come se qualcuno si fosse dimenticato di insegnartelo. O magari perché tu eri assente il giorno in cui si teneva quella lezione in particolare.
E così, mi ricordo di quel tempo in cui vedevo delle cose che non capivo e mi rimanevano aggrappate dentro. Discorsi da adulti soltanto annusati, sguardi, immagini fugaci in televisione. Quando sei piccolo associ facilmente la crescita a due cose: indipendenza e conoscenza - magari con nomi diversi - e non vedi l'ora che questi due particolari stati ti si schiudano innanzi come ninfee. Peccato che la variazione di tema è commutativa, come alcune operazioni matematiche - anche invertendo l'ordine dei termini, il prodotto non cambia - perché, come la duplice dea neolitica, ecco che dietro all'indipendenza c'è il volto scuro della responsabilità, e dietro la conoscenza c'è il volto scuro della paura. Sono legate a doppio filo, schiena a schiena, e come la Luna non mostrano il loro volto buio fino a quando non sei adulto abbastanza perché possa prenderle per le spalle e decidere che è giunto il momento di capire. Così ti rendi conto che non c'è niente di male in questa dualità, in maniera più assoluta, perché fa parte del gioco di chiari/scuri di cui è fatto il mondo. Un po' come anche noi lo vogliamo, insomma... qualche sfumatura qui... due tocchi gai di pennello là. È più che altro la difficoltà di recepire il registro dello schema generale che ci disorienta.
Responsabilità e paura. Ci sono sempre e non è sbagliato o brutto. È solo curioso come ci si dimentichi. Mettiamoci in conto che nella vita ci sono già abbastanza cose brutte. Prima tra tutte, se vogliamo... il dover seguire i tuoi stessi consigli. La paura ti aiuta a sopravvivere, in fin dei conti. Ed è legata alla legge dell'amore, priva anch'essa di morale. La dea ne sa qualcosa... due spruzzate di feromoni e via... è così facile. Ma è crudeltà pura ad un occhio disattento.
Ricordo Litha dell'anno passato... l'aria era ricolma di formiche. Era il volo per la nuova regina. Una cosa in stile "Only the strong will survive". Le rondini, come se giocassero d'anticipo, volteggiavano rapide descrivendo ampi cerchi, affettando l'aria del meriggio con le ali come falci. Attendevano solo che la loro lauta merenda gli finisse direttamente nel becco. La regina delle formiche, nel suo volo nuziale, sapeva già quale era il suo ruolo, come anche la flotta di maschi che la inseguivano. E lei non aiutava, ma volava più in alto, sempre più su, tra quello stormo di predatori che calava violento su di loro, decimando lo sciame. Non si voltava ad aspettare, perché solo i più forti, i più resistenti portano con sé il gene che avrebbe vinto nella lotta. Coloro che avevano evitato la morte che giungeva dagli uccelli e dallo sfinimento per il volo estenuante, potevano raggiungerla e accoppiarsi con lei, per lasciarsi morire subito dopo, assurto il proprio dovere, saziato l'appetito istintuale. Giù in picchiata libera, privi della forza per resistere al frusciare del vento. Quando giunge il momento, se sopravvissuta, la regina avrà cercato un luogo adatto, e dopo averlo trovato, si sarà strappata le ali a morsi, prima di fondare un nuovo formicaio, deporre le uova e creare una nuova società.
Io mi sono sempre domandato... perché si strappa le ali? Che gesto rituale curioso per un insetto di due millimetri di lunghezza, privo di morale ma dominato dagli istinti. È la legge dell'amore, no? Una di quelle più dure che la dea abbia creato. Nel caso umano ti impone in cielo e in terra di temere per le persone che ami, tremare al pensiero che qualcuno faccia loro del male, e soprattutto coscienti di non essere al sicuro. Né dall'amore né dalla paura. Nel caso delle formiche, ti impone di capire che hai una chance di pochi secondi per essere libero e fare quello che nessun altra può fare e non farlo nemmeno senza rischi.
L'amore è una delle forze più strane del mondo. È distruttivo e costruttivo insieme, a seconda della semplicità della sfera emotiva della creatura che lo prova. Per alcuni è un istinto così forte... che porta alla morte certa, ma che non ti mette davanti al dubbio. Come i salmoni... che per fecondare le uova risalgono i fiumi nel momento di piena dal mare alla fonte, rischiando di finire in bocca agli orsi proprio quando sono prossimi alla meta. Giunti il loco, gettano il loro seme sulle uova deposte e poi si lasciano morire di stanchezza, sfiniti dal viaggio, trascinati dalla corrente.
Una persona... un uomo nel mio caso, prima o poi ci deve fare i conti con questa cosa nella vita. Perché crediamo di essere immuni da questo istinto... ma invece domina dentro di noi come gli altri, ma usa metodi più sottili. L'amore è proprio come il ghiacciaio, non ne convenite? E noi crediamo che sia immobile. Possiamo osservarlo tutti i giorni, tornare in vacanza e sciare in inverno, osservarne il bagliore luminoso della superficie d'estate, godercene lo scioglimento in primavera, cogliendo primule e bucaneve. Pensiamo che sia una cosa che rimane lì, immobile e che non cambi mai. Pensiamo che sia ancorato a quella montagna con artigli profondi e affilati, ed è così... ma si muove lo stesso. È nella sua natura muoversi... e il nostro errore è dare invece per scontato che non lo faccia. Perché voltiamo le spalle a ciò che temiamo, come io cambio canale quando vedo violenza sui bambini. È la paura. Fa parte del crescere. C'è anche quando sei piccolo, ma quando cresci peggiora, perché diventa paura razionle. Non è più l'armadio che terrorizza Morgan e che ogni sera mi premuro di chiudere e ispezionare per permettergli di dormire tranquillo; è il terrore che qualcuno venga a casa tua e faccia del male alle persone che ami. L'amore è strettamente legato alla paura. Paura di appartenere a qualcuno e paura di perdere qualcuno. Ed è sempre come la doppia dea, una moneta che oscilla in volo, continuando a ribaltarsi, testacrocetestacrocetestacroce. Io non credo che si possa realmente vincere questa paura. La si avrà sempre. Anche quando scopri che il ghiacciaio si muove e come lui tutte le cose che ritenevi solide e stabili. È un duro colpo. Dobbiamo capirlo; un bel giorno, quando torni a guardare dove hai messo il tuo segno sulla montagna, magari dopo anni, perché hai sentito il bisogno di avere un punto di riferimento per sapere come orientarti, ti rendi conto che non è più come prima. Il ghiacciaio si è mosso. Quando ci penso mi viene da allargare le braccia e urlare, volto al cielo. Questa frustrazione così intensa del non capire quando è il momento, come quando prendi tra le mani i kit di montaggio di qualche mobile e le istruzioni sono scritte solo in giapponese, russo e finlandese. Organizzati, sembrano dire. Questa cosa è proprio capace di farmi impazzire, al punto da morsicarmi le mani fino a farmi sanguinare le gengive.
È questo che capita? Nuove dimensioni là dove credi che la tua geometria mentale dovrebbe saper calcolare gli aspetti della vita e tradurteli in cose sensate, affinché tu possa capirli, accettarli. E non ti chiedi nemmeno perché questa razionalità ti fa chiudere gli occhi e coprirti le orecchie. Non sai che è normale che lo faccia.
La paura, quando ci domina, ci fa agire in maniera sconsiderata, talvolta. Pensi che sarai in grado di avere il sangue freddo per agire, reagire... ma poi ti coglie alla sprovvista, in quelle pigre giornate qualunque, quando sei sul divano a fare zapping sui canali digitali Sky dal 400 in poi, dove danno solo i documentari. Rimani raggelato, come se la lingua ti si fosse rivoltata nell'esofago e la cianosi comincia a farti gonfiare gli occhi, a spezzarti i capillari. "E se?" ti domandi. E credi che possa essere tutto reale e non solo nella tua mente, ma qui, in carne e ossa.
Cazzo, camminiamo per il mondo e non sappiamo che ne sarà di noi, ma questo non ci frena nel vivere. Perché dobbiamo convivere con la paura come conviviamo con i sentimenti che ci rendono umani? Come vorrei davvero tagliar via quelle fette di me che mi appesantiscono, che mi fanno sentire debole quando affronto me stesso. Come vorrei trovare il coraggio di scendere in quella cantina ed affrontare quel demone maledetto. Proprio come Padre Merrin e Padre Karras quando salivano le scale verso la camera di Regan, tra le urla belluine e lugubri della ragazzina posseduta. Lo farei per smettere finalmente di dare la colpa a lui per tante cose. Vorrei chiuderlo in quell'angolo schifoso, umido e buio, e trafiggerlo con la stessa paura che mi tortura e che è diventato lo specchio di tutto quello che mi terrorizza e che non solo riflette... ma storpia e ingigantisce. E un po' questa paura non diventa anche la spazzatura umana su cui ci accaniamo quando non sappiamo chi incolpare? Quella stessa persona che tutti detestano, che tutti evitano, responsabile di ogni evento spiacevole per il solo fatto che è diversa, che ci è antipatica o solo perché entrando nell'immaginario deontologico dei comportamenti abietti, dobbiamo detestarla per partito preso, o per non essere esclusi noi stessi da un gruppo e subire il medesimo trattamento. Allora ogni cosa è a causa di quella paura, di quella cantina, di quel demone, di quell'anfratto scuro come fauci di tenebra dove si consumano gli incubi la notte, dove rivivo ciò che è stato in molteplici varianti, ognuna più raccapricciante delle altre, ma tutte partorite da lì.
Se solo trovassimo il coraggio per smettere di cercare la luce che illumina l'oscurità, ma essere noi stessi quella luce, e affrontare il buio disarmati, ma con la consapevolezza che tentiamo di insegnare ai nostri figli: non c'è niente di diverso quando schiacci l'interruttore. Se fosse così... allora non sarebbe così difficile tornare su quel ghiacciaio, come Thorn il Mannamavi nel libro di Jennings, a cercare il suo nome nel fiume ghiacciato e scoprire che è finito più a valle durante gli anni. Si è solamente spostato. Da solo. Seguendo la sua natura. Finché sarà tuo... non se ne andrà mai per sempre.

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