The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Editoriale Imbolc 2014

Imbolc 2014

E con le mani amore, per le mani ti prenderò e senza dire parole nel mio cuore ti porterò. E non avrò paura se non sarò bella come dici tu, ma voleremo in cielo in carne ed ossa, non torneremo più...
E senza fame e senza sete
E senza ali e senza rete voleremo via.


E talvolta, quando le chiedono degli uomini nella sua vita, lei risponde: "Beh, sono dei poeti, pertanto sono sacerdoti del niente".

Sai, quando ho letto Vita di PI, l'ho trovato un capolavoro assoluto che consiglio con tutto il cuore. Però c'è stato un momento in cui l'istinto liberale e animalista dentro me, non troppo feroce ma presente, non si è trovato d'accordo con il protagonista quando asseriva che, vivendo in uno zoo, si comprendono le abitudini e le necessità degli animali meglio di chi in realtà li vede solo su National Geographic. Lui sosteneva che gli animali negli zoo siano felici.
Ovvio, una persona sana di mente direbbe: ma che cazzo dici? È una crudeltà, non sono nel loro habitat naturale! Ma lui faceva un'osservazione che a molti di noi, almeno a me, non era mai venuta in mente prima di leggere il libro. Ossia che gli animali hanno un territorio che delimitano con metodi fisici e biologici: urina, odore ecc. E che in questo territorio devono lottare per procacciarsi il cibo, per tenerlo libero da intrusi ecc. E che comunque questo territorio non è molto più grande di quanto lo sia in una gabbia di trecento metri quadrati. Patel sosteneva quindi che l'immagine che noi abbiamo della libertà degli animali, di poter vagare per la foresta indisturbati, di poter attraversare il mondo da nord a sud, è solo una visione da un punto di vista "umano" e non "animale". Loro non vagano. Loro stanno nel loro territorio delimitato e non si muovono per molto fintanto che hanno le loro necessità soddisfatte. Gli animali odiano le novità. E nello zoo le loro necessità vengono soddisfatte: qualcuno pulisce per loro, qualcuno dà loro da mangiare senza che facciano fatica. Gli animali non scappano dagli zoo perché non vogliono, non perché non potrebbero.
Ciò nonostante, visto dal mio punto di vista, uno zoo è una crudeltà comunque, qualsiasi giustificazione possa darmi chi ci ha vissuto.
Quando ero bambino a Milano, nei Giardini Pubblici di Porta Venezia c'era uno zoo. Ricordo di averlo visitato alcune volte, l'ultima delle quali quando ero, forse, all'ultimo anno di elementari. A quanto so le pressioni degli animalisti hanno portato fortunatamente alla sua definitiva chiusura nel 1992. Lì c'era un elefante bellissimo e a fianco c'era la gabbia con la giraffa. Io mi sono sempre immaginato che dialogassero, che avessero fatto amicizia. A volte le differenze sanno mettere ordine. A volte le distanze possono essere spianate.
Nonostante ciò, visitare quel luogo è stato uno degli shock più importanti della mia vita. Mi ricordo di questi leoni chiusi in gabbie troppo piccole che continuavano a girare su loro stessi ringhiando, e mi ricordo di un piccolo di leopardo che, si diceva, fosse ammalato e che stava sdraiato, immobile, a fianco ad una pantera, su quella che era una sorta di panchina in cemento, incatenata alla parete. Mi ricordo di un orso marsicato che disponeva, come tana, di una grotta sbarrata che, in totale, credo non fosse più grande di metà della mia camera da letto. Se avete modo di andare al Parco di Porta Venezia ancora adesso è visibile, basta saperla riconoscere. Quando lo vidi io, quell'orso era seduto e chino su se stesso, annichilito dalla vita che faceva. Ma ho anche i bellissimi ricordi di quella proboscide che si stendeva oltre la rete e dentro cui facevamo cadere le noccioline che svanivano come se sparissero in un'aspirapolvere, mentre la giraffa ci guardava sempre dall'alto in basso, ruminando con quella sua espressione soddisfatta. Tuttavia, in linea di massima, il ricordo dei leoni, del leopardo malato e dell'orso marsicato mi hanno sempre accompagnato come esperienza visiva della prigionia.
Ad essere onesto e corretto, io non discuto e non mi permetterei mai di criticare o dubitare della visione e dell'esperienza di Patel nei riguardi dello zoo dove è vissuto, di proprietà di suo padre, ma se in quegli stessi anni avesse avuto modo di viaggiare dall'India all'Italia a dare una sbirciata a quello di Milano, avrebbe visto che non ricostruiva un territorio dove quegli animali potevano sentirsi al sicuro. Non c'erano alberi nelle gabbie, ma solo cemento e sbarre. Non c'era tranquillità e desiderio di riprodursi. Non più di quello che avrebbe trovato Primo Levi ad Auschwitz. Quello, caro il mio Piscine, era un cazzo di lager.
Nonostante ciò l'elefante e la giraffa li porto dentro come due vecchi amici, separati, certo, ma in qualche modo vicini.
Ora, capisco che tutto può essere sempre un punto di vista. Certo che lo è. Ogni cosa puoi storpiarla con un punto di vista. Nella wicca i fluffy bunnies picchiano i piedi perché venga loro riconosciuto quanto meno che le fatine e i fiocchetti colorati possano essere strumenti rituali, e che vedere tutto a fiorellini e cordoncini dai colori vivaci sia un loro diritto di essere felici. E pensate un po' a quella povera sincretica minoranza che sono i cristowicca, che cercano di convincere tutti i neopagani che un rituale con un vangelo e una tradizione che prende come aspetto del dio Gesù e della dea Maddalena sia da prendere in considerazione nella Wicca. E chi glielo toglie il diritto di fare ciò che vogliono? Nessuno. Almeno, io non lo faccio. Ovvio, poi nel loro caso mi riservo comunque di pensare che stiano cercando di farmi mangiare una torta di merda spacciandomela per una Sacher, ma chi sono io per dire qualcosa?
Però a volte ripenso ad alcune cose e mi chiedo quanto la felicità possa essere presa come un punto di vista, come faceva Patel con gli animali dello zoo. Quando ne sento parlare a volte mi sembra che le persone credano che la felicità sia qualcosa di dovuto all'umanità nel suo genere e nel suo esistere. Alcuni credono che non sia qualcosa per cui sia necessario un impegno, una ricerca, un sacrificio. Credono che invece sia qualcosa che ci capiti addosso o che dovremmo averla in quanto esseri umani.
Certo.
Ma torno a dire: ricordiamoci dei poveri Cristowicca. Pure loro cercano di convincere il mondo neopagano che è possibile inventarsi sempre qualcosa di nuovo per sentirsi bene con loro stessi ed essere quindi parte di due mondi all'antitesi, sentendosi di conseguenza trattati ingiustamente quando entrambi i mondi in questione, urbanamente, rispondono loro che è evidente che abbiano un pompelmo nel cervello.
Nel breve tempo che ho passato finora qui su questa terra, in questa vita, ho pensato anche io che fosse così. Mi è capitato, certo. Sia di pensare alla faccenda del pompelmo che a quell'altra. E ogni volta che mi scontravo contro questo argomento mi rendevo conto che il mio canone di felicità era basato spesso sul confronto con altre persone o con ciò che desideriamo. Tuttavia ora credo che la felicità sia anche e soprattutto una continua ricerca. Un po' come il miglioramento di noi stessi.
E la nostra felicità è spesso nella ricerca di ciò che, pensiamo, possa contribuire ad essa. Alcuni possono vederla nei soldi per un divano nuovo, altri nell'avere diecimila amici, altri ancora nell'essere realizzati in tutti i propri desideri, altri ancora nell'avere la salute sopra ogni altra cosa, altri nell'avere l'amore vero sopra ogni altra cosa, e altri ancora nell'avere la famiglia perfetta in stile Mulino Bianco. Una cosa che, non so voi, ma io ho sempre trovato disgustosa.
La verità è che tutto ciò su cui noi riflettiamo è nello spaccato del momento e pensiamo a quanto siamo felici quando siamo felici o a quanto vorremmo essere felici quando ci sentiamo infelici. Ecco perché la felicità è una cerca, per quanto non sia una chimera. Ma in realtà, credo che sia prettamente accontentarsi del relativo. E non mi riferisco solamente alla palude dei rapporti interpersonali, ma soprattutto nel rapporto con noi stessi. Per quanto possiamo rifletterci nei momenti in cui sentiamo di non avere ciò che desidereremmo, non credo che ci siano molti esempi, nel mondo, di persone felici per ciò che hanno. Il trucco è essere felici per ciò che si è.
E poi ci sono volte in cui il ricordo viaggia di pari passo con rimpianto e rimorso. Mentre altre volte è una consolazione e porta con sé quel sapore agrodolce dei piatti indiani a base di verdure e riso basmati. Però spesso è un paradosso, perché ti mette in condizioni di cambiare le tue priorità su delle basi diverse da quelle che consideravi prima. I ricordi sono la cosa migliore che abbiamo, diceva Dylan Dog, ma chissà come mai ci mettono tristezza. Ora, a pensarci, mi sembra tutto così stupido. Insomma, chi di voi sa che verso fa l'ippocampo (sì, non è muto, parla pure lui)? O in che anno è stato emanato l'editto teodosiano che proibiva la venerazione di effigi pagane anche nelle case? O che cosa fece scrivere il Conte di Cavour sulla propria lapide? O come si accoppiano i ricci di mare?
Sì, ovviamente ho le risposte. L'ippocampo fa un verso simile al rumore di un bicchiere che si infrange. Come lo so? Beh, lo disse una volta Livia Azzariti, nel 1988, alla trasmissione della Rai Uno Mattina, che mia madre guardava sempre e che io mi dovevo sorbire mentre facevo colazione prima di andare a scuola. Una noia mortale. Ogni volta poi mi sentivo invidioso per i miei compagni che invece si guardavano i cartoni animati del mattino mentre io dovevo mangiare con quella porcheria. Cavour fece scrivere: "Sono figlio della libertà e a lei devo tutto ciò che sono", sulla sua lapide. Me lo ricordo perché era un passo presente nel libro di storia che studiai alle medie, Sezione D, anno 1992. Ho dimenticato tantissime altre cose riguardo quell'uomo, ma quella mi rimase impressa. Durante un'interrogazione cercai anche di cavarmela meglio con questa citazione ma la mia professoressa non rimase particolarmente colpita, pertanto incassai il mio sei scarso e me ne tornai al posto. I ricci di mare invece si accoppiano in modo molto autonomo. La femmina depone le uova, lui passa, ci fa uno schizzetto sopra, poi se ne va a spasso. Non è molto romantico, vero? In effetti sono pochi i casi in cui in natura noi maschi facciamo una bella figura e l'essere umano purtroppo non è da annoverare tra questi. Conosco le abitudini dei ricci di mare perché li ho studiati in seconda elementare, nelle ore di Scienze. Teodosio emanò quel decreto invece l'8 novembre 392. Ma per questo c'è sempre la mia iscrizione al Paganreading. Lo so, questa non vale. Però ci ho provato, insomma. Non potete biasimarmi per questo.
Ora, con tutto il rispetto per gli ippocampi che hanno tutto il santo diritto ad esprimersi infrangendo bicchieri, ai ricci di mare che, suppongo, riescano a vivere bene con un rapporto sociale molto libero. E nulla da togliere nemmeno a Cavour e al suo epitaffio che non mi ha favorito in quell'interrogazione. Però di base, sempre considerando la mia vita, perché è il solo punto di vista assolutistico che posso usare, chi cazzo se ne frega? Io non sono un cazzo di zoologo marino. Se lo fossi magari sarebbe logico che conoscessi le abitudini sessuali degli echinodermi e il linguaggio dei syngnatidi, e in quel caso me ne preoccuperei, forse. Ma non è così. Eppure mi ricordo di questi piccoli particolari anche se sono passati ventisei anni. Già. Mi ricordo anche di Cavour e di cosa fece scrivere sulla sua tomba, ma non riesco a ricordare la storia che mi raccontasti quando eravamo sdraiati a letto, quel giorno, e che parlava di una ballerina e di un pianista russo che l'aveva lasciata. Non riesco a ricordarmi cosa ci fece tanto ridere, tanto che io feci quella battuta: "Suonalo ancora Gustajev, il pezzo che sai", citando Casablanca. E fu una battuta che continuasti a mandarmi in chat, sapendo che io l'avrei colta al volo perché era solo nostra, mia e tua. E non riesco a ricordare nemmeno quale siano state le ultime parole che ci siamo detti guardandoci negli occhi, convinti di rivederci. Non riesco a ricordare ciò che mi dicevi quando stavamo aiutando le persone a rinascere in quel rituale di Samhain a Bologna o se ti ho mai detto quanto eri importante per me.
Però so in che modo si insultano gli ippocampi o come trombano i ricci marini.
E mi chiedo, come sempre: perché?
Perché cavolo ricordo cose così stupide ed inutili per la mia vita e non riesco a mantenere a mente cose che ora mi sembrano così importanti? Le priorità cambiano sempre, sì. In tutte queste ore oscure e buie, là dove solo la tua luce mi può raggiungere, io sento ancora la tua voce salda e rivedo il tuo sguardo fiero. Mi accompagnano in questa danza, assieme con le altre persone che amo e che non posso vedere più in questa vita. Ma quanto è stupido e altalenante il modo in cui approcciamo al tempo, come se fosse una costante della nostra vita, tanto che possiamo permetterci di darlo per scontato, di poter rimandare, rilanciare, come quella volta che volevo andare a vedere Ronnie James Dio dal vivo e poi non sono andato e non c'è mai più stata un'altra occasione. E non ci sarà mai più. Quanto è arrogante questo nostro vedere le cose in modo lineare, quando invece ci sono fiori che durano un giorno solo e che puoi decidere di cogliere, ammirare o immortalare. Ma se non lo fai subito, il giorno dopo non ci sono più.
Siamo proprio sacerdoti del nulla, perché alle piante nei nostri giardini diamo da bere le nostre lacrime e il nostro sangue. Ma poi alla fine siamo corpi senza null'altro che i ricordi. E anneghiamo nelle rotondità delle fotografie che, speriamo contengano, congelati, tutti quegli attimi che non possiamo più vivere perché non abbiamo avuto il coraggio, se non di ripeterli, dato che non ci è possibile, quanto meno di non renderli episodi unici.
Credo che sia umano non essere consci di quanto possiamo essere fragili. Di quanto siamo capaci di costruire sui rimorsi perché diamo per scontate certe cose, un po' perché ne abbiamo bisogno. Un po' perché la vita, nel suo viverla, ci toglie la capacità di essere centrati su ciò che riteniamo importante sulla lunga distanza, stravolgendo e ribaltando tutto quanto, come se fossimo i numerini della tombola di capodanno; una cosa che negli anni ottanta, quando ero bambino, era un must. Giocarci la sera del 31 era d'obbligo tanto quanto stappare lo spumante.
A volte penso che sia proprio strano. Quando si ama è così che funziona. Speri sempre che ci sia un'occasione migliore, una nuova opportunità per dirlo, per dimostrarlo. E ci credi al punto da essere assolutamente convinto che sia così, che è tutto logico e tutto normale. Ma in realtà lo facciamo per non essere costretti a pensare al fatto che un abbraccio rimandato è sempre un abbraccio perduto. Perché lo sappiamo che è così, non è vero? Però abbiamo bisogno di non pensarci, di vivere ogni giorno come se dinanzi avessimo migliaia di miglia da camminare, migliaia di saluti da fare, migliaia di meravigliosi sorrisi da condividere. Ed io credo che sia giusto. Dobbiamo vivere così. Dobbiamo tutti abnegare, arrabbiarci, negoziare, rattristarti e infine accettare, con il tempo che ci è necessario; chi di più chi di meno. E non importa chi sei, da dove vieni, quale pensi che possa essere il tuo ruolo nella vita. Non frega un cazzo a nessuno.
Non è stato facile lasciarti andare. È stato come immergersi in uno stagno torbido e melmoso, denso come il fondo del mio idromele, che tu non hai mai assaggiato, purtroppo, ma che al tuo requiem scorreva a fiumi. Ho però avuto modo di benedire la mia mania di tenere le vecchie mail, perché ho riletto alcune nostre conversazioni risalenti ad una vita fa. E ora ho tanti ricordi che conservo gelosamente, come fossero cimeli, perché mi portano dolcezza dentro, insieme con una grande sensazione di amore e di gratitudine perché ho avuto l'opportunità di conoscerti, volerti bene, di scambiare opinioni con te, di imparare da te, di esserti vicino sia quando stavi bene così come quando stavi male, nel modo in cui gli dei ci hanno concesso. E di questo ringrazio anche internet, perché per tutte le volte che è stato usato per dividere, questa volta per me è stato fondamentale per creare un ponte tra noi, così che potessimo incontrarci.
Ho alcuni rimpianti, ovviamente. Ma chi non ne ha? Ad esempio non ti ho mai chiesto, quando stavi bene, quale fosse, secondo te, la cosa più importante della vita. E non sono venuto a trovarti quando potevo, convinto di rivederti a giugno. Però posso contare su tantissime belle cose che in realtà abbiamo fatto. Anni fa per dirti che ti volevo bene ti ho dedicato una canzone che amavi sapendo che avrei centrato il segno e nel mezzo della chat mi hai mandato solo un messaggio per farmi capire che l'avevi apprezzata: "E con le mani amore, per le mani ti prenderò e senza dire parole nel mio cuore ti porterò".
E poi abbiamo giocato insieme a Dungeons and Dragons. Ho avuto il privilegio incredibile di essere il tuo sacerdote in due occasioni, tra cui il primo Handfasting che ho celebrato. Abbiamo mangiato insieme sushi. Abbiamo cantato insieme. Abbiamo discusso spessissimo di spiritualità. Abbiamo cercato di costruire, insieme, un futuro migliore per questa rattoppata comunità pagana, che è, come dicevamo sempre, straziata da inetti, fluffy, incoerenti, arrapati e separazionisti. Abbiamo dormito assieme. Ci siamo abbracciati. Ci siamo confidati intimi segreti, dolori e speranze. Abbiamo condiviso tragedie e difficoltà, bellezze e discussioni. E sì, ci sono state volte in cui abbiamo avuto da ridire l'uno con l'altra perché fa anche questo parte dell'amicizia. Ti ho vista danzare con un tamburello in mano, vestita da gitana, o aggirarti con un neonato tra le braccia senza sapere come comportarti, ed entrambe queste cose mi hanno fatto morire dal ridere, come quella volta che al campo al Basilico, a turno, dovevamo cantare una canzone tipica e io, Antonella, Stefania abbiamo intonato: "A disen la canzon la nas a Napoli, e certament g'han minga tutt'i tòrt" e quando è stato il tuo turno hai cominciato: "È questo l'inno del corpo sciolto...". Mi hai portato doni meravigliosi che conservo ancora adesso con calore e amore. Ti ho ascoltata quando mi parlavi delle tue difficoltà con gli uomini della tua vita, del tuo travagliato rapporto con l'amore, del tuo bisogno di crescita e di creare un gruppo funzionale che potesse darti modo di crescere. È stato conoscendo te che ho incontrato l'idea del gruppo di studio, che non conoscevo prima e tu mi hai sempre incoraggiato in quello che facevo. Ho ascoltato i tuoi sogni, le tue esperienze, i tuoi ricordi e i tuoi dolori. Ho così tanti altri ricordi di te, ma li tengo per me, perché sono ciò che mi rimane. La vita dopotutto è un gioco a somma zero regolato da quello che alcuni chiamano caso, altri invece legge del Caos o alcuni, ancora, volontà degli dei o Karma. In qualsiasi modo, basarsi sulla distinzione di ciò che è irreale e ciò che è reale per giudicare noi stessi, la nostra felicità, il nostro stesso equilibrio, è un metodo buono se pensiamo che tutto ciò che vediamo è reale ma ignoriamo che non tutto ciò che è reale noi lo possiamo vedere. Certo, vista dallo specchietto retrovisore della mia vita tutto mi appare assolutamente chiaro e in ordine. Gli errori sono impilati lì, le cose che vorrei cambiare là, le cose che avrei voluto fare e non ho fatto in quel punto. Ma non posso fare altro che concentrarmi sull'esperienza caratterizzata dal senso stesso del mio Io per riuscire ad uscire dallo schema del ciclo vita e morte come un dogma di appagamento e punizione.
Forse non so cosa sto dicendo. Anzi, direi che ne sono sicuro. E forse non mi seguiresti in questi voli pindarici. Non tu.
Forse nella ricerca di ciò che sia la felicità perdiamo il senso del viverla. Dopotutto, come raccontava Piscine Patel, per cercare di placare la depressione di un rinoceronte che si sentiva solo, suo padre, che gestiva lo zoo di Pondicherry, aveva deciso di mettere nel suo spazio vitale due capre in attesa che gli arrivasse un rinocerente femmina. Poteva andare bene. E se fosse andata male avrebbe perduto due capre. Ma fu improbabile amore. E questa cosa mi fa venire in mente una parabola in cui un bambino, al quale la madre ripeteva sempre che la felicità era la chiave della vita, quando si trovava a scuola, un giorno si trovò a dover scrivere un tema su cosa voleva essere da grande. Lui scrisse che voleva essere felice. Quando poi la maestra obbiettò che lui non aveva capito il tema, il bambino rispose che era lei che non aveva capito la vita. Quel bambino era John Lennon. E lui quando era bambino, come anche quel rinoceronte, forse, avevano il concetto, dentro loro, più chiaro di quanto mai penso di averlo avuto io. Se inseguiamo qualcosa, è inevitabile che perdiamo qualcosa d'altro, che sia anche solo il gusto del viaggio, il paesaggio, o il gusto del chiacchierare e piangere con gli amici. E dopotutto gli amici servono a queste, oltre che ad altre cose: a piangerli quando vengono a mancare, a non giudicarti quando piangi davanti a loro e ad aiutarti a sentirti più forte quando non vuoi piangere e quando ne senti il bisogno.
Certo, vorrei avere avuto più tempo. Ma è il desiderio che sento esprimere più spesso quando parlo con quelli che si trovano di fronte alla morte. Anzi, ero certo che avrei avuto più tempo. Ma non è stato così. Posso apprendere una lezione da questo evento, o quanto meno sperare di riuscirci, almeno questa volta, oppure semplicemente voltare pagina e andare oltre.
E mi chiedo se anche quegli animali nello zoo di Porta Venezia, in qualche modo abbiano cercato di andare oltre. Forse anche il leopardino malato e l'orso marsicato.
Sì. Anche l'orso marsicato.
Ma soprattutto la giraffa e l'elefante. I due amici per la pelle. L'ultimo giorno che tornai lì, prima che lo chiudessero, il pachiderma aspiratore di noccioline non c'era più. Al suo posto c'era soltanto un vaso enorme, di vetro, che sembrava contenere della sabbia color nocciola, disposta a strati, e una marea di disegni di bambini che lo rappresentavano. Ormai non ero più proprio un bambino ma il mio sguardo indagò verso la giraffa. Lei era ancora lì, che ruminava laconicamente osservando quella gabbia vuota al cui centro stava quel vaso, dentro cui c'erano le ceneri del suo compagno di chiacchiere. E ora, mi immagino quale possa essere stato il loro ultimo saluto prima che l'elefante, che in realtà era una femmina, come la donna cannone, si incamminasse verso il cielo nero nero.
Si erano di sicuro salutati con garbo. E avevano pianto facendolo perché in fin dei conti erano cari amici e i cari amici si salutano piangendo quando sanno che non si rivedranno. Salutarsi quando sai che durerà per molto tempo è qualcosa che commuove sempre, come quando non sapevo se avrei rivisto il Bardo tanto presto. Mi immagino che lei l'avrebbe salutata con la sua proboscide che gli si attorgicliava intorno al collo, mentre il Signor Giraffa, che faceva sempre l'occhiolino ai leoni che non potevano averlo si chinava ad abbracciare quelle grandi orecchie.
"Parti?", gli chiede la Giraffa, che è un animale disgraziato perché si fa fatica ad immaginarlo maschio, come la Coccinella.
"Sì", risponde invece l'Elefante, che in realtà è una femmina, ma è più facile immaginarlo così.
"E tornerai?"
"Non credo".
"E mentre sarai via che cosa farai?"
"Andrò a letto presto, spero. Magari rincorrerò le farfalle, dipingerò vasi di fiori sul mio balcone e comprerò uno scialle viola su qualche bancarella".
"E passerai del tempo a guardare il mare?"
"Forse, perché no?"
"Mi è sempre piaciuto stare a guardare il mare", commenta la Giraffa.
"Allora lo guarderò per te, così ti penserò ogni volta che sarò in riva"
"Promettimi che lo farai e che ti coprirai le orecchie con il tuo scialle, che poi prendi sempre freddo e quando starnutisci riempi i bambini di noccioline".
"Credo di averne mangiate abbastanza di quelle nella mia vita", commenta l'Elefante pensierosa.
"E cosa mangerai?"
"Non so, stavo pensando ad un bellissimo ristorante vegano che dà sulla baia. Là non hanno fretta quando ti attardi nel cenare e quando il sole scende illumina il mare di tanti riflessi viola e si sente il profumo degli scogli. Mi fermerò lì per un po', magari e ascolterò qualche bellissima canzone di De Gregori".
"E poi dove andrai?"
"Beh, magari andrò un po' in campagna, a sedermi sui tronchi e a cantar canzoni vicino al fuoco con dei vecchi amici. E se dovessi arrivare prima, terrò il fuoco in caldo, così che quando mi raggiungeranno non sentiranno freddo. E potremmo arrostire castagne o gettare lo zucchero tra le fiamme per vederle divampare".
"E dopo? Dopo dove andrai?"
"Stavo pensando che potrei andare a cercare quel mio grande cuore che ho gettato tra le stelle, quel giorno. Ho sempre giurato che l'avrei fatto".
"E quando l'avrai trovato?"
"Saprò di essere di nuovo Libera".
"E crescerai quando sarai Libera, o camminerai per le strade solo perché i piedi non ti si stanchino?", chiede la Giraffa.
"Certo che crescerò".
"Oh, ma allora vai via davvero! Io pensavo che alla fine saresti rimasta. Tutti pensiamo sempre di andare via e sappiamo che prima o poi dobbiamo farlo, ma... questa volta pensavo che in qualche modo avremmo avuto più tempo per dialogare, parlare, chiacchierare ancora".
"Non essere triste", dice così l'Elefante, asciugandogli un lacrimone che stava scendendo dall'occhio languido, con la proboscide. Anche se è in alto lei può arrivarci. "Ti aspetterò là, a quel ristorante vegano, così porterai con te anche la Signora Giraffa, e assieme mangeremo delle buonissime falafel".
"Ma lo sai che a me le falafel mi si bloccano a metà strada, ho il collo troppo lungo per queste cose".
"Hai ragione, me ne ero dimenticata. Allora ci mangeremo un vegan kebab. Con quello non hai problemi, no?"
"No, quello va benissimo".
"Elefante?", la chiama Giraffa.
"Sì?"
"E se dovessi arrivare tardi e tu ti fossi già alzata dal tavolo del ristorante? Sai che il conto prima o poi bisogna sempre pagarlo".
"Allora potremmo vederci intorno a quel fuoco, seduti sui tronchi. Ti aspetterò là".
"Mi aspetterai davvero? Me lo prometti?"
"Sì, ti aspetterò".
La Giraffa rumina ancora un po', pensieroso, e poi le dice: "Mi mancherai tu e mi mancheranno le nostre chiacchierate".
"Anche a me mancheranno".
"Ne faremo ancora, un giorno".
"Dici?"
"Sì, ne sono sicurissimo. Lo sai che non mi sono mai piaciuti i discorsi in sospeso".
E poi immagino che l'Elefante, con lo zaino gettato sulle spalle larghe, si sia messa in viaggio verso quel ristorante vegano agitando la proboscide a salutare un'ultima volta e muovendo le orecchie eccitata, e che ora sia là, seduta a guardare il mare, attendendo che il signor Giraffa, con la sua signora, si presenti. E se dovessero tardare allora li vedrà assieme là, sui tronchi, vicino al fuoco che scoppietta sempre. Magari dovrà attendere un po', ma prima o poi si rivedranno. E allora potranno continuare a parlare e discutere e ridere assieme, trovarsi d'accordo e non trovarsi d'accordo. E così, insieme, imparare di nuovo e crescere ancora.
Arrivederci Elefante. Ci vediamo là. E porterò anche la mia Signora questa volta.
Non ti dimenticherò.
E cercherò di non tardare.

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