The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Editoriale Imbolc 2015

Imbolc 2015

Non puoi mai fermare la primavera. Puoi essere sicuro che io non smetterò mai di crederci. La rosa si arrampicherà mentre arrossisce: salta su o cade indietro, la primavera davanti o l'autunno indietro. E gli inverni sognano ogni volta lo stesso sogno. Non puoi mai fermare la primavera, anche se ti sei perso per strada il mondo continua a sognare di balzi e di primavera. E allora chiudi gli occhi ed apri il tuo cuore a colui che sta sognando di te.

Prima che il tempo cominci a pesare sul capo e sulla schiena, è difficile rendersi realmente conto di alcune delle inclinazioni fondamentali della nostra vita. Le motivazioni che ci spingono a comportarci in alcune maniere si celano dietro pieghe così piccole di noi stessi che le disconosciamo come disconosciamo la fotografia della nostra carta di identità che ci mostra tutta l'ingiustizia del confronto con quando avevamo quindici anni.
Vedere il mondo, ad esempio è stata sempre una delle mie grandi aspirazioni. Ma nel corso del tempo ho trovato sempre molte affascinanti motivazioni per rimandare i momenti della partenza e sempre più mete dei miei viaggi immaginari che si affollavano come anziani alle poste il primo del mese. Un tempo, credo, fosse il bisogno di avere qualcuno vicino che condividesse con me quella bellezza. Quando ho trovato quel qualcuno il problema sono stati subito i soldi, oltre che le differenze di punti di vista sui luoghi da visitare. Ora che ho di nuovo qualcuno vicino che condivide molte delle mie aspirazioni, mi rendo conto che però rimando lo stesso; meno di prima ma lo faccio.
A chi me lo chiede dico sempre che credo nelle occasioni. Ma quando mi si propongono tentenno a coglierle, a volte. Dipende dalle occasioni, mi dico allora, ma la verità è quella sottile linea di ipocrisia che separa in due emisferi ciò che pensiamo da ciò che poi facciamo. Non è nulla di subumano o di non ordinario, ma è difficile a volte averci a che fare, perché troppo spesso le persone ci fanno da specchi; più spesso, ahimé, di quanto noi siamo in grado di reggere, comprendere, accettare.
Quando scrissi uno dei racconti che è poi finito nella raccolta "La Strega che Danzava nel Cerchio Sacro", intitolato "Il Respiro del Silenzio", come spesso accade ai giovani autori, scrissi di un me stesso che non voleva appartenere a nessun luogo, che non si sentiva di riuscire ad appartenere a nessuno. Parlava di un giovane che abbandonava la sua casa natale per girare il mondo in bicicletta, trovando ospitalità nei luoghi dove andava. Quel termine: "appartenere", mi suonava così poco calzante messo in connubio con l'amore, che mi ritraevo dal suo significato come l'acqua con l'olio. Vedevo in esso la favola dell'uomo che si innamora della driade e che la rinchiude lontano dal suo albero affinché fossero solo i suoi occhi a poterla guardare, affinché fossero solo le sue braccia a poterla stringere. E così facendo non si accorgeva che aveva esacerbato la natura stessa di quella creatura, piegandola ad una cattività in cui lentamente si spegneva. E per quante suppliche lei gli facesse di essere lasciata libera di tornare alla sua quercia, alla sua foresta, lui si giustificava con l'amore che provava per lei; un amore che avrebbe dovuto avere il potere di guarire ma che l'aveva infine accecato, rendendolo insensibile ai bisogno di colei che amava. Aveva storpiato il senso dell'amore.
Mi ricordo che difendevo il mio essere sfuggente giustificando con me stesso questo bisogno di essere come la driade, di aver bisogno di essere libero di tornare alla mia quercia; calcavo la mano sulla mia natura emotivamente aurica, il mio essere trickster. E ricordo quei momenti e quelle sensazioni con una precisione e una nitidezza incredibile; come i riflessi del sole sul mare. Ricordo quella sensazione che provavo allo stomaco, ricordo il panico che si impadroniva di me quando percepivo le lievi inflessioni di alcuni pronomi possessivi, come "mio", quando erano rifetiti a me e pronunciati da una ragazza o anche la sensazione di fortissimo disagio quando alcuni abbracci si facevano troppo stretti, vincolanti. Mi sentivo subito come un animale al guinzaglio.
Poi venne un giorno di dicembre. Faceva un gran freddo e ci si approssimava al nuovo millennio. Avevo finito il servizio civile da un pezzo e internet era ancora questo mondo spensierato in cui potevi aprire la tua casella di posta con un 56k e non trovarla piena di mail di sconosciuti che tentavano di venderti dei farmaci per combattere la disfunzione erettile. A quell'epoca utilizzavo un client di chat ormai pensionato e quel giorno ero in chat con una ragazza che non avevo mai visto dal vivo. Era la prima volta che, dentro, sentivo di poter amare una donna senza averla mai conosciuta di persona. Non era una ragazza qualunque; non lo è mai stata e credo non lo sarà mai. Negli anni a seguire è diventata la coprotagonista del mio unico romanzo dato alle stampe, ispirando quella storia che mi ha perseguitato per un tempo senza fine; un tempo che ha trovato la sua epifania quando ho deciso di concluderlo, chiuderlo e poi riscriverlo per pura forma. Perché volevo ricominciare, ovviamente. Dovevo mettere alcune cose nell'armadio.
In chat, quel giorno, lei mi chiese se uscivo con qualcuno. Io non capii la sua domanda al volo e le replicai che avevo degli amici anche io e che mi capitava di uscire. Ma lei mi riportò sul termine della discussione e mi affermò che in genere era reputata una ragazza molto carina e che le capitava spesso che i ragazzi le chiedessero un appuntamento. A quel punto, ancora non riuscivo a capire dove voleva andare a parare. E non so quanto io non avessi realmente capito e quanto in realtà fingessi di non capire. Finché lei mi disse: "Io dico sempre no perché sento di appartenere già a qualcuno".
Ricordo che rimasi di sasso, pietrificato. Medusa mi aveva gettato uno sguardo addosso. Una parte di me, dentro, bussò alla porta dell'anima come un commesso viaggiatore. Io andai ad aprire e vidi quella parte di me che svolgeva il ruolo di legale con le valigie pronte, il suo dito che picchiettava contro l'orologio da polso. "Direi che è proprio ora di andare, Danny", mi diceva. "Facciamo ancora in tempo a dileguarci nella notte come dei ladri. Non si accorgerà che siamo svaniti prima di qualche giorno. Sai bene anche tu che abbiamo un vantaggio che non possiamo permetterci di sprecare".
E quella fu la prima volta che rimasi sulla soglia fermo, ad osservare quella immagine mentale di me che mi intimava di andare, che era tempo, che non potevamo fermarci, che ero giovane e la vita andava vissuta, che dovevo abbandonare i guanciali spartiti finché erano ancora caldi d'amore, che dovevo scivolare fra le lenzuola prima che si raffreddassero e sentire, nel contempo, il bisogno di ascoltare di nuovo quella parole: "Sento di appartenere già a qualcuno".
Ma la paura, come ben ci insegna l'origine della nostra specie, ha delle ottime argomentazioni. E io mi lasciai convincere, ed evitai di rispondere in modo esplicito. Tuttavia, anche per costruire la Città Eterna Romolo posò una prima, singola pietra. Ed esattamente nello stesso modo, le sue parole dolci, prive di caparbietà, intime e semplici, timide nel loro avanzare una spiegazione, avevano fatto breccia in questo cuore come la freccia nera scagliata da Girion contro le scaglie indistruttibili di Smaug.
Perché ci innamoriamo? Possiamo chiedercelo migliaia di volte e non riuscire a trovare una spiegazione comunque. Se è tutto, davvero, solo questione di sesso e di accoppiamento, quindi di sopravvivenza, perché soffriamo per le separazioni che non hanno avuto una reale possibilità di esprimersi in termini basilari e animali? Non c'è mai una spiegazione semplice, diretta, senza fronzoli. Ogni volta ricadiamo in banalità o in massimi sistemi.
Me lo sono chiesto qualche tempo dopo, quando capii, infine, cosa intendeva davvero quella ragazza e perché, voltandomi indietro verso quella porta, trascinato via dal mio avvocato personale che era giunto a ricordarmi che io ritenevo che il segreto della felicità era sfuggire al dolore, mi sentissi in qualche modo defraudato di qualcosa, privato di un'occasione per capire qualcosa di importante. Non riuscivo a capire di cosa si trattasse. Non riuscivo a capire perché percepivo quella ragazza come diversa da tutte le altre. "Se ti fa domande scomode, tu appellati al quinto emendamento", continuava a ripetermi il mio legale mentre mi allontanavo.
Ho così impiegato del tempo a capire che cosa potevo imparare. Forse anche troppo tempo. Ma dopotutto Crono sa essere un avversario temibile proprio perché è inesorabilmente paziente. E anche un dannato insegnante privo di scrupoli che non ha paura di ripeterti le lezioni con veemenza quando non hai voglia di impararle. Con lo scorrere della sabbia nella sua clessidra ho capito quanto quel termine: "appartenere", non sia per forza qualcosa che ha un qualche legame con il "trattenere contro la volontà". Quanto meno nella concezione legata all'amore. È un modo più sottile per ricordarci che la libertà può essere anche assenza di legami, ma che assaporata oltre misura si traduce in solitudine. E non so voi, ma io non conosco nessuno al mondo che desideri davvero, nel profondo del proprio cuore, con la sua somma volontà, di rimanere solo per tutta la vita e che non desidererebbe scambiare quel bisogno di libertà con qualcuno di cui prendersi cura e che si prenda cura di lui. Magari non subito. Magari nello scorrere degli anni. Magari anche solo per condividere gioie e dolori, per sapere che quando torni a casa, dopo albe e tramonti, qualcuno ha tenuto acceso il caminetto del cuore dove puoi scaldarti dopo una brutta giornata. È quando capisci di aver incontrato una persona per cui può valere la pena, davvero, appendere il cappello all'attaccapanni, come Edward Bloom in Big Fish, che ti rendi infine conto che è tutto, davvero, solo nella testa e che le paure si trasformano e ti trasformano.
E a volte di più, a volte di meno, ma mi pare sempre curiosa la peculiarità umana di non preoccuparsi del proprio futuro. Quando sentiamo parlare, nei film, uomini a primo acchito "primitivi", spesso ci accorgiamo di questo per la semplicità di linguaggio e perché si rivolgono a loro stessi come se parlassero di qualcuno di esterno. Si rivolgono a se stessi in terza persona. Sentendoli parlare ci pare così strano; ma in realtà è in questo che sta il segreto del non preoccuparsi del futuro. L'essere umano tende a non preoccuparsi del futuro perché pensa a se stesso in terza persona. Allo stesso modo, non riusciamo a riflettere su ciò che può capitarci, a ciò che potrebbe succederci perché riteniamo sempre che sono cose che capitano ad altri. Vediamo le tragedie dietro uno schermo o sui libri, su foto e crediamo che siano tutte asettiche. Possiamo visionare delle foto dell'Olocausto, rimanerne agghiacciati, ma non conosciamo l'odore che accompagna eventi come questi.
A volte, nell'attesa, dimentichiamo che noi tutti siamo in divenire. In un lento fiorire e sfiorire, come foglie sui rami, ad una ad una. Non c'è nulla di strano, anomalo, orrendo in questo, purché lo si accetti: tutti noi diventiamo, anche stando fermi, anche attendendo, nascondendoci, che le tempeste passino, che gli arcobaleni scompaiano, che le persone si dimentichino di noi, che la polvere si depositi perché possa essere soffiata via di nuovo. Ogni passo che facciamo ci avvicina di più al nostro ultimo passo. La consapevolezza di tutto questo ha la capacità di renderci integri, dentro e fuori. È anche per questo che sfuggiamo. Non vogliamo che lo specchio ci parli e ci dica che siamo come tutti gli altri. Ma non è un paradossso? Non raggiungiamo sempre nuove vette nei paradossi? Diceva Emily Dickinson: "Io non sono nessuno. Tu chi sei? Sei nessuno anche tu?".
Paradossi su paradossi: cerchiamo l'uguaglianza nella differenza, l'unione nella divisione, l'accettazione degli altri nella non accettazione di noi stessi, la bellezza interiore nell'esteriorità, l'illusione della beltà e della giustizia nella conoscenza. E mentre perdiamo il tempo a consultarci allo specchio, non facciamo altro che domandarci quale sia l'effetto che si potrebbe provare ad essere una stella senza firmamento. Perduti nel vuoto solo per essere i soli ed unici che tutti rimirano. Ma io mi domando sempre: non si sentono sole quelle stelle, lassù, a dardeggiare nell'oscurità, attendendo che il sole si abbassi per mescolarsi alle costellazioni?
E se un senso, infine, non esistesse, e se fossimo solo ciò che siamo perché lo siamo e basta e lo siamo finché non cominceremo ad "esserlo stato". E non ci sono prove o premi, solo stati dell'essere?
Non vale la pena essere qualcosa di grande a fianco a qualcuno che ci fa sentire grandi e speciali? Quando lo spettacolo finisce, e il pubblico va a casa, il palco è sempre desolante. Me lo ricordo bene cosa si prova a salirci sopra. Sono solo assi poggiate su dei tubi di metallo rinforzati. Quello che fa lo show è chi vi partecipa e lo rende suo.
Quando fuggivo da chi cercava di amarmi, io lo so che scappavo solo da me stesso. Io scappavo perché avevo paura. Una di quelle paure irrazionali che ti assalgono così, all'improvviso, magari mentre stai guardando uno degli episodi di Star Wars. Una di quelle paure che ti fa sentire sperduto, come sul mondo ghiacciato di Hoth, senza nemmeno un Tauntaun da sventrare per stare al caldo. Scappavo perché credevo di essere invincibile. Ero giovane, chi me lo poteva rimproverare? Ma poi gioventù e bellezza svaniscono e con esse anche l'invincibilità. E più gli anni passavano, più mi sono reso conto di provare sempre più paura, dentro; ma era una paura che non riuscivo a spiegarmi. Mi assaliva di notte. Mi svegliavo e i miei occhi incontravano le forme discostate dei miei gatti sul letto, magari l'assonnato sguardo di rimprovero che mi lanciavano per averli svegliati. Allora mi riappoggiavo sul cuscino e cercavo di calmarmi, respirando piano. È stato allora che ho capito che mi sentivo solo e che avevo bisogno di ridiscutere in me il concetto del "sentire di appartenere a qualcuno". Dovevo riprendere in mano la favola della driade e riscriverla.
Non c'è nulla di male ad avere paura di appartenere a qualcuno, basta solo capire quando è tempo e non costringere le persone a crescere prima del momento che è loro necessario per capire ciò che vogliono fare della loro vita. A volte abbiamo così paura di soffrire, di ripetere alcune situazioni che ci hanno feriti, che preferiamo non correre nemmeno il rischio. Preferiamo nasconderci dietro forme non condivisibili di amore, sentimenti, incomprensioni, sentendoci unici al mondo e abbandonati nella nostra unicità. Perché siamo sempre sull'orlo del paradosso; siamo sempre sia vivi che morti, come il Gatto di Schrödinger. Noi di fatto: siamo. Un giorno, di fatto, non saremo più. Il lasso che passa tra questi due stati mentali si chiama vita.
Come diceva con quella sua voce al vetriolo Tom Waits: "Non puoi trattenere la primavera". La favola che ricordo si chiudeva con l'uomo che imprigiona la bellissima driade perché teme di perderla e che la vede morire giorno per giorno. Lui non riusciva a farla mangiare o stare meglio, per quanti sforzi impiegasse. Consultò maghi e indovini e tutti loro cercarono di dargli dei consigli su come poterla far stare meglio. Viaggiò fino in capo al mondo per recuperare piante e radici e acque di fonti di montagne altissime solo per incorrere, ogni volta, in un fallimento dopo l'altro.
Finché un giorno non incontrò una bambina che stava piangendo vicino alla foresta. Le si avvicinò e le chiese come mai fosse triste. La piccola rispose che aveva appena perduto la sua migliore amica e che era dispiaciuta. L'uomo, che aveva buon cuore, cercò di consolarla spiegandole che la morte fa parte della vita, ma la bambina gli rispose che la sua amica non era affatto morta. Semplicemente si erano separate, quindi l'aveva lasciata andare, proprio perché l'amava. L'uomo parve non capire e la bambina gli spiegò che aveva accudito una volpe sin da quando era piccola, ma che poi era cresciuta ed era giunto un momento in cui non poteva più tenerla con sé, pena il renderla infelice. Pertanto, a malincuore, aveva scelto di fare la cosa giusta e l'aveva appena liberata nella foresta, affinché potesse vivere la vita che desiderava. Dopotutto, disse la bambina, magari sarebbe venuta a trovarla ogni tanto.
L'uomo le chiese come potesse amare qualcuno senza averlo vicino, e la bambina replicò semplicemente: "Nessuno ci dividerà mai, perché è col cuore che provo amore, non con gli occhi".
L'uomo, nella favola, capì solo ora il suo errore. Tornando a casa di corsa trovò la driade ormai morente. Con un ultimo sorriso la bellissima creatura gli diede una ghianda e gli chiese di piantarla in un luogo sacro. Solo così lei avrebbe potuto rinascere di nuovo e, nella foresta, avrebbe potuto stare con lui per sempre sotto forme diverse.
Mi piace avere questa immagine nel cuore quando penso a come cambiamo, tutti quanti. Alcuni credono che essere driade sia essere felici, quindi rifuggono ai legami in cambio della libertà. Altri credono che la felicità sia nell'essere come l'uomo della favola e avere le persone che amiamo qui, vicine a noi, ogni istante della nostra vita. A me piace riflettere su come ci sia un terzo equilibrio tra queste cose. Possiamo essere come quella ghianda e ritrovare un modo, sempre nuovo, per essere felici, senza sentire l'amore come prigionia, ma anzi come liberazione per noi stessi. Ho avuto bisogno di anni per arrivarci, per capire il significato delle volte in cui la mia indipendenza si trasformava in crudeltà. Ormai sto per compiere 27 anni (sì lo so che non è vero, ma non rompete le palle per favore. È il mio editoriale, quindi io ho l'età che voglio, va bene? Se non vi va bene andate a leggervi il blog di qualche sfigato che comincia ogni commento con: "che schifo"), quindi spero di essere ancora in tempo per comprendere qualcosa sulla natura umana che, complessa quanto è, fatta di insondabili abissi e iraggiungibili vette, mi fa sempre intuire che ci deve essere qualcuno che si è ampiamente divertito immaginandoci ed inventandoci, così come siamo.

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