The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Editoriale Lughnasadh 2009

Lammas 2009

Il mondo degli uomini è schiavo dei segni. Soprattutto di ciò che crediamo di sapere del passato, delle persone che hanno vissuto e che ora non vivono più. Ogni cosa fa il suo corso, ogni cosa scorre. Nell'ignoranza e nella speranza dell'immortalità crediamo che non sentendoci coinvolti nello scorrere non ne siamo invece presi, afferrati, manipolati. Assurdamente, preda di questa paura ci aggrappiamo alle parole. E più tempo è passato dal momento in cui sono state pronunciate, più ci aggrappiamo a loro come vampiri.
L'umanità crede nel destino. Possiamo far finta che non sia così, ma in realtà lo pensiamo ogni giorno. E soprattutto, tendiamo sempre ad affidarci alla provvidenza di un "uomo del destino", un "predestinato". Il mondo romanzato, che parla ai nostri cuori dicendo ciò che vorremmo sentirci dire, non fa altro che sussurrarci e suggerirci questa icona. Il prescelto, il predestinato. Harry Potter, Eragon, Anakin Skywalker, Neo, Frodo Baggins.
Il mondo come sempre si divide tra chi ci crede e vede dei messaggi divini e chi no. La storia non mente. L'umanità ha atteso l'arrivo di un predestinato e l'ha incarnato, chi più o chi meno. Ma quando si parla di esseri umani (perché è di questo che si parla), tendiamo a dimenticare la fondamentale verità di quando è vissuto, del come ha vissuto, del cosa ha fatto della propria vita e di come queste tre variabili abbiano influito su ciò che ha detto.
Vedete, io credo che le parole siano come l'acqua... scorrono ma mantengono dentro di loro la memoria del significato che avevano nel tempo. A volte ci appaiono diverse. Ovvio, l'età cambia l'aspetto di tutto... ma quanto poco ci soffermiamo a renderci conto di quanto siamo schiavi del loro significato? Ci pensate? Un avverbio potrebbe cambiare il destino del mondo; una particella pronominale può cambiare la storia. Uno potrebbe rispondermi: "Stai dicendo assurdità". E invece credo di no.
Tempo fa mi scrisse una ragazza. Saranno passati dieci anni. È stata una delle poche persone che ho continuato a sentire a sprazzi durante la mia vita da quel momento senza averla mai vista, e ora posso dire di essermi anche affezionato a lei. Quando mi scrisse mi ricordo che era in profonda depressione e sfogava su internet il suo bisogno di essere ascoltata. Era ripiegata su se stessa e amareggiata, ma aveva una fiducia e una grandezza incrollabile dentro che la sosteneva. Credeva nell'amicizia. Più di quanto forse ci abbia mai creduto nemmeno io che ho spesso avuto un rapporto misto con l'amicizia. Ecco, mi ricordo che una volta mi chiese che significato avesse la sua vita. Io ci pensai e le risposi, parlandole con probabilità della vita in generale o scovando parole dal mio calamaio eterno ed immortale che potessero liquidare la questione spinosa o aiutarla davvero a capire il mio punto di vista. Non ricordo in onestà cosa le dissi. Forse la risposta la soddisfece, forse no. Non me lo posso ricordare; erano dieci anni fa e se mi ponesse la domanda ora risponderei in maniera diversa. Sapete perché?
Perché nella mia inconsapevolezza non vidi qual era il suo reale messaggio. Non lo vidi per errore di valutazione, non perché non fosse presente, sotto i miei occhi, in quella mail.
Tra tutto sono passati dieci anni. Nel mezzo c'è stata la separazione dalla mia band storica, l'apertura del Reef, migliaia di cerchi, qualche donna, un figlio, qualche ettolitro di birra. Beh qualche giorno fa, mentre leggevo un saggio di Herman Hesse sulla religione, mi sono imbattuto nella stessa domanda. Qualcuno aveva chiesto all'autore, tanto tempo fa, la medesima cosa. Curiosamente nella stessa forma. Ma si sa... gli dei ci parlano attraverso questi segni, e nel tempo impariamo a coglierli. Il vecchio Herman, ormai ottantenne (e padrone di una saggezza che comparava a quella di Socrate), notò la sottigliezza del messaggio e ci rifletté una seconda volta con più calma. Io, nel mio momento non fui in grado di fare lo stesso. Beh, a pensarci, se ci fossi riuscito a vent'anni e senza essere Hesse probabilmente sarei una persona con meno birre e spinelli nella memoria di quanto sono ora. Il rock n roll non è un'opinione. Proprio per niente.
In soldoni (come diceva il mio primo maestro di Teoria e Solfeggio)... né la mia amica, che nonostante il desiderio di togliersi la vita che la dominava quando siamo "conosciuti" ha superato quel brutto momento, né il corrispondente di Hesse avevano ci avevano mai chiesto quale fosse il significato "della vita". Forse poteva interessar loro saperlo. Magari non da un uomo, certo, perché come diceva Clint Eastwood, le opinioni sono come le palle: ognuno ha le sue. Fatto sta che non lo chiesero. La mia interpretazione e anche la prima superficiale interpretazione di Hesse furono assolutamente arbitrarie.
Stupidamente, se vogliamo... queste due persone avevano chiesto a noi il significato della "loro vita".
Il che, ne converrete... è un altro paio di maniche.
Cazzarola se è così.
Io, che ho colto questa sfumatura leggera come il Titanic solo con dieci anni, quindici chili e un migliaio di capelli in meno di ritardo, ho alzato gli occhi dal libro che stavo leggendo e che me l'ha rivelata e ho fissato il vuoto per lunghi secondi; ho capito tutto d'un tratto di aver dato a quella ragazza una risposta che non voleva sentirsi dire... e a conti fatti, di avergliela data ormai dieci anni fa.
Adesso ci penso e mi dico... ma perché la gente chiede se non per ottenere risposta? E perché le persone rispondono? Mia mamma dice sempre: "Domandare è umano, rispondere è educazione". Ma ci sono domande che non possono essere fatte ad una persona da un'altra persona. Ci si mette in mezzo il cazzo di punto di vista. Ci si mette in mezzo la vita vissuta, le condizioni emotive; c'è di mezzo l'oceano, con tanto di squali, mostri marini e marinai affogati. E il tutto non è perché una persona chiede per sapere come la pensi... La maggior parte della gente chiede per avere una risposta. Chiede perché vuole un oracolo, vuole una certezza, vuole un dogma, vuole qualcuno che gli dica: "È così". In tal modo non ci penserà più e potrà continuare a vivere la propria vita. Inoltre, si aspetta anche che sia davvero come si sente dire. A quel punto inconsciamente ricalibra la propria esistenza su ciò che dice o fa qualcun altro; e nell'assurdità di questa cosa però ci si ritrova bene, la accetta, la applica alla propria vita. Un po' come Forrest Gump, quando comincia a correre in giro per il mondo e diventa un fenomeno internazionale e c'è una massa di gente che lo segue, credendolo una forma di manifestazione culturale, di ribellione pacifica, mentre lui correva solo perché si era svegliato una mattina e Jenny se ne era andata. Quando arriva il giorno in cui decide di fermarsi, le persone dietro di lui, stupite, smettono di correre, e un ragazzo, in testa zittisce tutti: "Fermi, sta per parlare".
Ecco che tutti quelli che avevano abbandonato la famiglia, la casa, il lavoro per seguirlo correndo in giro per il mondo si aspettavano una rivelazione, una profezia o chissà che. E invece lui disse la cosa più ovvia che una persona che ha corso per mesi in giro per il mondo potesse dire: "Sono un po' stanco". Dopodiché si mise sulla strada di casa. La delusione investì il popolo di gente che lo aveva preso come un esempio da seguire. "Non ci puoi lasciare così", gli gridarono dietro alcuni.
Ma le aspettative tradite, dico... sono un problema di chi le ha o di chi inconsciamente le crea nelle persone che seguono un esempio che non viene dato di proposito, ma applicato ad uno stile di vita proprio di un singolo individuo?
È tutto così semplice e normale dal punto di vista umano. Come i greci credevano che Eracle tenesse il mondo sulle proprie spalle, noi crediamo che sia necessario appoggiarci a chi ha espresso un'idea, un'opinione, a chi ha avuto una rivelazione, a chi ha detto qualcosa. E lo mitizziamo, lo deizziamo, lo rendiamo immortale. Chi era Charles Baudelaire? chi era Giuseppe Seguenza? chi era Jacob Sprenger, chi era Johann Genfleisch? chi era Euripide? Uomini. Uomini che avevano delle idee e che dicevano ciò che pensavano. Le mettevano per iscritto, le inventavano, le diffondevano perché ci credevano. Non si aspettavano forse di sentirsi dire che era giusto o sbagliato o che un domani alcune delle cose dette li avrebbero bollati come pazzi o come geni. E magari, a saperlo, non avrebbero mai voluto né una cosa né l'altra. Nessuno credo si sia mai nemmeno preoccupato di pensare a cosa potrebbero dire ora a vedere ciò che facciamo delle loro speculazioni filosofiche, dei loro teoremi, dei loro fanatismi, delle loro invenzioni e delle loro idee. Eppure le vedi lì, sui blog, sui quaderni, sugli zaini, sui muri. Insulti, esortazioni, esaltanti grida. E nessuno sa niente di ciò che ha portato quelle persone a dire, scrivere, affermare alcune cose. Non è solo ingiusto nei loro confronti, è anche anticulturale. Ma il mondo che l'umanità si è costruito intorno non ha mai avuto il reale aspetto dei giardini pensili di Babilonia. Ha preso bensì sempre l'aspetto di una fossa comune.
C'è stato un momento, vedete, in cui mi sono reso conto di come ci si appoggi a ciò che si sente dire da altri e da come sia determinante l'epoca remota in cui alcune cose sono state affermate per consacrare le parole come "sagge" o, peggio, come "verità". Tutto questo, senza mai pensare di metterle in dubbio o di rivederle per il tempo presente, o peggio ancora... senza riflettere se davvero sono state dette in quella maniera o in che condizioni e contesto sono state pronunciate. No. E inoltre non ci rendiamo conto invece di una cosa fondamentale, o meglio... ce ne rendiamo conto ma spesso, per comodità, la ignoriamo di proposito. Ossia che il tempo smussa quelle piccole particelle pronominali che cambiano tutto. Quelle piccole paroline di due, tre lettere che ci appaiono così prive di significato nell'ambito di un discorso lungo pagine e pagine.
È così che si perde il reale significato delle cose. È lasciando correre la vita delle persone, storpiandola, denunandole della loro umanità e cucendo loro addosso un'immortalità che non gli appartiene che si mette in moto il grande meccanismo dell'incomprensione, il quale poi si trascina per generazioni e generazioni.
È così che si smette di ascoltare: tralasciando il particolare delle parole, quello che c'è dietro gli occhi di chi parla e di chi scrive, ritenendolo poco importante nel dettaglio.
Invece è fondamentale. Il linguaggio umano è un'arte raffinata. Basta poco. Basta correggere lè, nel mezzo. Se io dicessi "Io sono uomo" o se io dicessi "Io sono l'uomo", cosa cambierebbe? Cambierebbe tutto. È solo un piccolo, insignificante articolo determinativo, ma ribalta completamente il significato della frase, dell'interpretazione.
Ecco che diventiamo quindi schiavi delle parole. E sulle parole dette tempo fa si combattono guerre, si vergano dogmi, si creano miti. Paul McCartney si sedeva al tavolo con John Lennon e si sentiva dire: "Dai, Paul, scriviamo i soldi per una nuova piscina". Eppure, noi crediamo ancora che tutto ciò che è stato fatto avesse un fine più grande, e che quel fine lo possiamo capire benissimo adesso, solo leggendo le traduzioni di traduzioni di traduzioni di interpretazioni delle opinioni di persone che hanno vissuto secoli e secoli prima dell'invenzione della forchetta.
Ogni tanto ci penso e dico: ma non è questo che sta succedendo al mondo? A noi tutti? A scuola ci fanno studiare a memoria le poesie di autori di cui non conosciamo nemmeno il volto, e peggio... non conosciamo nemmeno la vita, ciò che li ha spinti a scrivere, ad urlare, a vergare con il sangue le pagine dei loro diari di quella fitta calligrafia curva, contorti nella loro stessa follia da artisti. E anche se ne conoscessimo la vita, potremmo mai sapere cosa volevano davvero comunicarci, o soprattutto... se volevano davvero comunicarci qualcosa?
Eppure il mondo attuale è colmo di gente che pretende di insegnare le parole di persone vissute nel passato senza sapere nulla della loro vita, del perché le hanno dette, di cosa li ha spinti a dirle o scriverle. Dietro ad ogni parola, diceva Bradbury in quel capolavoro che è "Fahreneit 451", c'è qualcuno che l'ha scritta, qualcuno che l'ha ideata, qualcuno che l'ha pensata. Con quanta fretta ci dimentichiamo delle persone che c'erano dietro alle cose dette per soffermarci solo su ciò che è stato detto? E dove va a finire il perché? Il dilemma di Sinuhe, il medico egizio era proprio quello. Nella Casa della Vita aveva imparato un sacco di cose, ma quando chiedeva perché ai dotti sacerdoti di Ammon e medici del faraone, loro gli rispondevano sempre: "Perché è così".
Sapete, vent'anni fa, proprio a Milano, in uno studio nei pressi delle Colonne di S. Lorenzo in cui ho suonato qualche volta anche io, dove le pareti sono caratteristiche a quadri neri e bianchi e dove le prove costavano un rene per via di un'ottima strumentazione, una band straniera eseguì il mix e il mastering del suo ultimo lavoro. Quando lo fece è possibile che non si rese conto del giorno fatidico. Era il 2 novembre del 1989.
Il disco, quando uscì, fece un successo enorme e alcune canzoni vengono suonate ancora adesso con frequenza. Per vederli dal vivo bisogna comprare i biglietti su ticket one in quel fatidico lasso di tempo di sei ore prima che finiscano. Il disco è talmente storico che insieme ad un vecchio amico ci siamo sentiti di definirlo orgogliosamente "La Pietra Tombale della Musica". Un album finito il giorno dei morti dell'ultimo anno della decade degli '80.
Come molte altre cose, scoprii quel capolavoro tardi. Forse fu un bene perché potei così apprezzarlo di più. Il significato di una di quelle canzoni mi rimane sempre qui: "Le parole sono fonte di malintesi", dice. Possiamo forse dargli torto? Ne avete in sincerità il coraggio?
Non è che forse, nell'eterna ricerca di simboli, di segni, ci perdiamo e non capiamo più il perché delle cose? Attendendo che qualcuno faccia la prima mossa, che si dichiari condottiero, o... come è accaduto in epoche remote... che gli venga cucito addosso questo lemma, questo fardello immenso e inconcepibile; e nell'attesa di sapere in chi credere, chi seguire... ci dimentichiamo che possiamo tracciare la nostra via senza necessariamente seguire quella di altri. In questa attesa interminabile, privi di un codice per tradurre le mappe che ci sono giunte in eredità, scritte in un linguaggio che abbiamo dimenticato, non sappiamo più dove dobbiamo andare. Quanto dovrebbe apparire assurdo il nostro comportamento ad una persona qualsiasi che giungesse a noi dal passato! Ci pensate? In un mondo dove possiamo avere così tante informazioni e così disparate le une dalle altre e tutte in un così breve periodo di tempo, dove la conoscenza è alla portata del singolo, dove un bambino dell'età di mio figlio potrebbe insegnare ad un adulto, dove diamo per scontati eventi naturali, fisici, dove crediamo di conoscere il pensiero delle persone, il loro scopo, il motivo per cui agiscono in un dato modo, in un mondo dove possiamo parlare con un aborigeno dall'altra parte del mondo senza preoccuparci di cosa possiamo avere da dirci, io mi chiedo: ma cosa abbiamo perduto? Cosa ci siamo lasciati dietro? Abbiamo seguito le orme di chi ci ha preceduto sempre guardando per terra e senza mai guardare avanti, a osservare la direzione che stavamo prendendo. Come in un campo di grano maturo o una vallata innevata, abbiamo messo i piedi là, dove prima c'erano già impronte. Solo un passo dietro l'altro, e ancora e ancora. Quando noi che stiamo in fondo ci siamo resi conto che alla fine chi precedeva era morto da anni abbiamo cominciato ad interpretare i suoi passi, le sue parole, le sue azioni, facendole nostre, creando dogmi su ciò che abbiamo supposto o determinato fossero gli scopi di chi non esiste più.
Una persona sensata si sarebbe fermata e avrebbe chiesto: "Dove siamo? Dove stiamo andando?" o anche solo... "Perché?". Un po' come la canzone di David Bowie, quando il Maggiore Tom dice alla torre di controllo: "Malgrado sia lontano più di centomila miglia, mi sento davvero tranquillo, e credo che la mia astronave sappia dove andare. Dite a mia moglie che la amo tanto..."
Torre di Controllo a Maggiore Tom
Il tuo circuito si è spento,
c'è qualcosa che non va
Puoi sentirci, Maggiore Tom?
Puoi sentirci, Maggiore Tom?
Puoi sentirci, Maggiore Tom?
Puoi sentirci?

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