The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Il Principio della Guarigione



A cura di Vento Notturno
 

La Guarigione
 


"Prima di poterti azzardare a pensare di guarire qualcuno, devi imparare a guarire te stesso". Sentii questa frase per la prima volta anni fa. Così tanti anni che temo di non riuscire più a contarli. E soprattutto la sentii prima di fare i primi passi nel cammino legato alla Guarigione, pertanto per me trovò un senso del tutto compiuto e filosofico, ma non pratico e metafisico come invece lo ha ora.
Perché metafisico, mi si potrebbe domandare? Perché di fatto ogni volta che ci approcciamo ad un concetto, qualsiasi esso sia, noi lo interpretiamo secondo un punto di vista che ci è famigliare, così che ci sia più facile comprenderlo e accettarlo. Una volta che lo abbiamo interpretato secondo questo punto di vista, lo facciamo nostro finché non abbiamo esperito o condiviso qualcosa che ci permette di rivedere la nostra posizione. Il concetto della Guarigione, per una grandissima fetta di persone nel mondo, è strettamente legato ad un punto di vista fisico e scientifico, e soprattutto alla medicina tradizionale, costruita sulle branche di scienze come la biologia, la chimica e la farmaceutica.
Di fatto, cosa succede normalmente quando una persona si sente male? Se ritiene di essere in grado farà uso di un farmaco per l’automedicazione. Nel caso in cui non sia così si recherà da un medico che glielo prescriverà o gli farà fare delle visite specialistiche di accertamento. Dopo le visite se sarà necessario si dovrà intervenire chirurgicamente o si procederà con una cura farmaceutica. Se questo approccio medico tradizionale non avrà alcun effetto e la malattia che affligge questa persona è degenerativa, allora la persona continuerà a venire curata per mantenerla in vita al massimo delle possibilità oggettive offerte dalla scienza e poi, in ultimo, morirà. Se però non sarà quella malattia ad ucciderlo, prima o poi sarà qualcos’altro. La morte, di fatto, è una parte integrale della vita stessa e del ciclo vitale di ogni essere vivente. Ad essa non esiste alcuno scampo.
In tutto il processo che consegue l’ingresso nella malattia, qualsiasi essa sia, una persona normale non fa altro che viverla più o meno passivamente, ritenendo che sia necessario l’intervento esterno per far sì che si possa tornare ad essere sani. E se non si ritiene di viverla passivamente, la si combatte come un nemico terribile che è necessario sconfiggere. Quindi, ancora una volta, la si vive passivamente. Di fatto, il nostro corpo è paragonabile ad un sistema di governo ben preciso, dove le cellule sono come i cittadini: ognuno fa il suo lavoro al meglio delle sue possibilità in armonia con tutti gli altri, e lo scopo è quello di lavorare assieme per mantenere il corpo sano. Da un punto di vista scientifico quando una persona, ad esempio, si ammala di tumore, quello che succede è che alcune cellule decidono deliberatamente, da un momento all’altro, di smettere di lavorare in armonia con le altre. Divengono, in sostanza, delle rivoluzionarie. Proprio come un gruppo di attivisti, queste cellule cominciano a reclutare seguaci, espandendosi e facendo "impazzire" le cellule vicine che, ad una ad una, lentamente cominciano ad unirsi alla lotta rivoluzionaria contro il governo del nostro organismo. Proprio come un gruppo di dissidenti, noi ci accorgiamo di loro solo una volta che sono diventate una minaccia reale. In sostanza è esattamente come quello che succede con i gruppi estremisti terroristici: veniamo a conoscenza della loro esistenza solo quando compiono il primo attentato.
A quel punto, nel vero senso della parola, inizia la guerra. E nel caso del tumore, in genere, l’approccio è del tutto simile a quello che misero in pratica i sovietici per impedire a Napoleone di avanzare nella sua campagna di conquista dei territori russi: dal momento che il tumore "si nutre" delle cellule, la tendenza è quella di isolarlo avvelenando le cellule di cui è fatto e quelle che gli sono intorno per costringerlo a rimpicciolire e deperire di fame, per riuscire così ad esportarlo laddove sia possibile. Il processo di avvelenamento è terribile e, ovviamente, gli effetti collaterali sono devastanti, perché il veleno che uccide le cellule cancerogene è un veleno che uccide anche le cellule "sane". In sostanza, l’approccio è quello di usare il napalm per stanare i Viet Cong.
Secondo la medicina moderna, la malattia è causata da fattori esterni, più o meno confutabili, generalmente dovuti a batteri e virus, degenerazioni cellulari, malformazioni, morbi e sindromi di natura genetica più o meno trasmissibili, alcuni non di natura genetica nonché incidenti o esposizione più o meno prolungata a fattori di rischio. Ritenendo di avere, pertanto, un nemico da sconfiggere, la Medicina non ha fatto altro che accanirsi contro questo nemico, sviluppando armi sempre più letali per combatterlo. E come sempre capita, a volte vincendo e a volte perdendo. Se in principio però la scienza è nata come un metodo per cercare di spiegare e descrivere i fenomeni dell’universo, col tempo la Medicina ha cominciato a trovarsi a combattere una battaglia che non può sperare di vincere: sconfiggere la morte. E nel farlo ha cominciato a dimenticare i principi base della vita: ossia che la malattia e la morte non sono nemici, bensì semplicemente fenomeni naturali che è necessario che si verifichino e che, per quanto bravi e intelligenti pensiamo di poter essere e diventare, non possiamo sperare di sconfiggere.
La Medicina, in sostanza, è come una persona che ha continuato per la strada che ha imboccato all’inizio, dimenticando però nel tempo il motivo per cui l’ha intrapresa. E purtroppo è diventata così miope e immemore dei suoi stessi principi che ha disconosciuto la sua stessa origine e ha cominciato a sviluppare un distorto senso di onnipotenza che, invece di favorirne lo sviluppo, l’ha resa sempre più chiusa a nuovi punti di vista. Punti di vista considerati assurdi tanto quanto erano viste come assurde le affermazioni dei primi scienziati che si scontrarono contro l’oscurantismo della Chiesa Cattolica; scienziati come Galileo Galilei o Giordano Bruno. I ruoli ora si sono solo invertiti, ma la sostanza è la stessa.
Quando parliamo di Guarigione, quindi, è bene evitare di rimanere bloccati su un concetto puramente fisico e anzi allargare il nostro spettro visivo. Solo in questo modo possiamo esplorare il concetto di malattia in un senso più ampio e lato e comprendere il coacervo di significati che può portare con sé. Tuttavia, per prima cosa, ritengo che sia bene spiegare il motivo per cui ritengo che la Medicina tradizionale, così come la scienza, sia divenuta miope. E ci tengo a specificare che è miope perché sceglie di esserlo e non perché non sarebbe in grado di vedere ciò che le succede intorno se solo alzasse lo sguardo e si sforzasse di ricordare da dove è partita e con che tipi di pensieri ha dovuto scontrarsi nei suoi primi secoli di vita.
Innanzitutto ritengo che sia doveroso mettere il punto su una cosa: quando una persona sta male, generalmente si rivolge a qualcuno, nel qual caso un medico, che nel migliore dei casi effettua una diagnosi sulla base delle conoscenze che ha acquisito attraverso gli studi che ha fatto e, in una percentuale del tutto irrilevante sul totale, dalle esperienze personali dirette che ha fatto in materia. Una volta che ha emesso un verdetto diagnostico, il medico stabilisce un approccio al problema del paziente e decide una terapia da seguire per far sì che la persona che si è rivolta a lui non presenti più i sintomi che ha denunciato. Il compito del medico, in un buon settanta per cento dei casi, è quello di eliminare il sintomo. E questo avviene perché, semplicemente, il medico ignora del tutto il motivo per cui alcune cose avvengono, per cui alcune malattie si verificano. Semplicemente una persona si ammala. Punto. E lui deve curarla, affidandosi alle armi a sua disposizione per riportare la persona allo stato di salute precedente alla sua diagnosi. Ma il massimo che il medico può fare è prescrivere una terapia che, con metodi chimici, biochimici, fisici o altro, accelera il naturale processo di guarigione fisica del corpo del paziente. Perché di fatto, il medico non guarisce nessuno. E non perché non voglia, ma semplicemente perché non può e perché non è in grado.
La prima cosa che dobbiamo capire sulla Guarigione è proprio insita nel concetto stesso. Se noi ci provochiamo accidentalmente un taglio su un dito, magari maneggiando un coltello, quello che possiamo fare è disinfettarlo per evitare infezioni, medicarlo e magari ricucire la ferita mettendo dei punti. Questo significa che noi stiamo guarendo il nostro dito? No. Questo significa che noi lo mettiamo nelle condizioni migliori che possiamo affinché il corpo, da solo, possa impiegare meno fatica nel processo di guarigione naturale in cui è preparato. Se prendiamo un antibiotico per abbassare la possibilità che si verifichino infezioni, noi stiamo lanciando una bomba atomica su una foresta per distruggere una popolazione di invasori e conquistatori, ovviamente distruggendo con essi anche tutte le popolazioni indigene che vivono normalmente e in armonia tra quegli alberi. E, nel farlo, abbassiamo anche la possibilità che le nostre difese immunitarie, lottando contro le infezioni, diventino più forti. Certo, se il nostro obbiettivo è scongiurare la possibilità di morire, allora è qualcosa che possiamo fare; tuttavia dovremmo farlo con la consapevolezza che i batteri che infettano una ferita non sono nostri nemici, ma che la malattia che si verifica è uno dei modi che ha la natura per fare ciò che sa fare meglio e che deve fare: ossia permettere la sopravvivenza del più forte, e di conseguenza anche mantenere un equilibrio nel mondo, impedendo che avvenga ciò che di fatto noi abbiamo messo in moto intervenendo a gamba tesa su questo processo, ossia la sovrappopolazione di una specie a discapito di altre, con la conseguente alterazione dell’equilibrio naturale su questo pianeta.
Ecco che, vista da questo punto di vista, la Guarigione e la malattia sono processi più complessi e non per forza e solamente legati alla fisica. Il nostro corpo, per sua natura, cercherà sempre di guarire al meglio delle sue possibilità. A volte, semplicemente non ce la fa perché non è abbastanza forte per riuscirci e in quel caso, secondo la legge della natura, il corpo muore.
Ora, non c’è niente di male nel progresso, nella medicina e nell’uso consapevole delle possibilità e delle scoperte che con esso sono giunte. Quello che però non dovrebbe mancare è la comprensione di ciò che ci capita quando ci ammaliamo. E non solo a livello fisico, perché quello in linea di massima lo sappiamo bene. è il livello più alto che viene deliberatamente ignorato dalla medicina tradizionale, perché è concentrata su altro. Una persona, ad esempio, si sveglia una mattina e scopre che non riesce più a camminare. Fino al giorno prima ne era perfettamente in grado, ma da quella mattina non riesce a muovere le gambe. Ad un esame clinico gli viene diagnosticato un tumore alla spina dorsale che, premendo contro di essa, blocca totalmente il flusso di informazioni del sistema nervoso lungo la colonna vertebrale. Quando un paziente si trova in una situazione come questa, non si trova di fronte alla possibilità di capire come possa essere successo o a cosa sia dovuto il tumore; semplicemente è capitato, e la medicina tradizionale agisce di conseguenza usando i mezzi di cui è in possesso: chirurgia, farmaceutica ecc, trattando quel tumore come se fosse un nemico da sconfiggere e parlando di esso proprio in questi termini, inducendo quindi il paziente a vivere questa cosa come una maledizione, come una colpa. Se però il paziente dovesse chiedere al medico di spiegargli come si è formato quel tumore, e perché è capitato a lui, nemmeno l’oncologo più serio e preparato saprebbe rispondergli. E se, rimosso il tumore, il paziente tornerà dal medico un anno dopo con un tumore nuovo da un’altra parte, magari ancora più aggressivo, di nuovo si intraprenderà un’ennesima lotta per cercare di sconfiggere questa nuova minaccia con tutte le armi disponibili, ma, ancora una volta, non si riuscirà a capire perché è capitato. Semplicemente ci si concentra sulla lotta, ignorando del tutto il motivo che ha portato ad essa e quello che l’ha comportata. In sostanza, come dicevo prima, il paziente reagisce alla malattia subendola in modo passivo, ritrovandosi ad agire sull’effetto che la malattia causa sul nostro corpo fisico, ossia sul sintomo, perché non ha la possibilità oggettiva di conoscere la causa reale che ne ha comportato la manifestazione. E non tutte le cause sono dovute, sempre e comunque, a riscontri fisici che possiamo prevenire con attitudini alimentari, salutiste o igieniche: persone che muoiono di cancro ai polmoni e che non hanno mai toccato una sigaretta ne sono un esempio palese.
Da un punto di vista teosofico e metafisico, niente capita per caso e la malattia ne è l’esempio più calzante, perché è la manifestazione ultima di un problema più ampio: è il mezzo attraverso il quale il nostro corpo fisico, in risposta agli stimoli di quelli più sottili, ci lancia dei segnali. Alla luce di questo, che effetto può avere il curare il corpo fisico? Lo stesso effetto che si ottiene ripulendo la spiaggia dai rifiuti portati dalla corrente senza però preoccuparsi di smettere di inquinare il mare. Anche se lavorassimo assiduamente per giorni e portassimo la spiaggia ad uno stato pressoché incontaminato, nel tempo questa si riempirà di nuovo e noi dovremo ripulirla ancora. E ancora. E ancora. E ancora. Se però smettessimo di gettare rifiuti nei fiumi e tra i flutti questa pulizia continua ad un certo punto non sarebbe più necessaria.
Allo stesso modo, rivedendo il concetto di Guarigione e quello di malattia, possiamo rivedere anche quello di salute. Come ci fa notare Thorwald Dethlefsen nel suo illuminante "Malattia e Destino": se chiedessimo a chiunque se è sano, questa persona in linea di massima ci direbbe che lo è. Ma sarebbe una menzogna. Perché nessuno di noi è sano. Tutti soffriamo di una o più patologie, più o meno piccole. Alcune volte siamo talmente assuefatti ad esse che non le consideriamo più, ma esistono, ci sono e ci affliggono con la loro esistenza. A questo punto, pertanto, affermare che esistono esseri umani sani è una falsità, e la malattia torna ad ottenere il significato che ha e che è insito in lei: è un modo che il corpo ha per mettersi alla prova e diventare più forte, favorendo così l’evoluzione e la sopravvivenza della nostra specie. Non è pertanto un nemico, non più di quanto lo sia un personal trainer. è un alleato e una benedizione, perché senza la malattia nessuno di noi potrebbe, per antonomasia, intraprendere alcun percorso di guarigione e grazie e attraverso di esso evolvere, crescere e diventare più forte.
Ma perché le persone si ammalano?
Come abbiamo detto, la malattia fisica è un messaggio, una comunicazione che il corpo ci fa e attraverso cui ci segnala l’esistenza di una problematica richiedendo la nostra attenzione affinché possiamo lavorare per risolverla. Approcciare al lavoro di guarigione solo sul livello fisico sarebbe esattamente come parlare con il postino per capire come evitare di pagare la multa che ci sta recapitando. Eppure è di fatto quello che facciamo ogni volta con la medicina tradizionale. Quando la malattia si verifica sul corpo fisico significa che il problema è talmente radicato e i messaggi che sono stati inviati nel tempo sono stati talmente tanto ignorati che il corpo non ha altra alternativa per attirare la nostra attenzione che ammalarsi. Pertanto, a questo punto, potremmo chiederci: di fatto, che cos’è il nostro corpo? A livello fisico è sia l’involucro attraverso cui esistiamo in forma fisica che l’organismo che ci mantiene in vita. Ma oltre a questo è anche qualcosa d’altro: è il mezzo che la nostra coscienza possiede e sfrutta per interagire con il mondo, l’universo e la realtà nelle sue diverse, complesse e stratificate manifestazioni. Quando, quindi, parliamo di malattia e di messaggio che questa ci porta, parliamo di una comunicazione molto più ampia di quella strettamente legata a noi stessi e al nostro vincolo fisico. è qualcosa che oltre al fisico coinvolge i nostri comportamenti sociali, le nostre attitudini e oltre le nostre relazioni famigliari, i nostri legami di sangue e con esso, a raggiera, anche i comportamenti sociali e le attitudini dei nostri genitori, dei loro genitori, e pertanto anche dei nostri antenati. Oltre ancora è qualcosa che coinvolge quindi anche le nostre diverse incarnazioni, il significato più alto della nostra stessa vita e di conseguenza anche quella di tutti gli altri esseri viventi di questo pianeta che, in modo diretto o indiretto, sono collegati a noi. è la comunicazione che esiste a livelli sottili e che si trasmette attraverso le cose, quindi dal raggio di sole alla foglia della pianta che viene colpita, e dalla foglia all’insetto che se ne nutre, e dall’insetto al pesce che lo mangia, e dal pesce all’uccello che lo caccia, e dall’uccello al predatore e dal predatore in cima alla catena alimentare all’insetto che lo mangerà dopo che è morto e alla pianta che ne succhierà i residui. Ognuna di queste creature porterà con sé il raggio di sole. In parte è biochimica, in parte è genetica, in parte è qualcosa di più alto e sottile che, anche se è sminuente chiamarlo in questo modo, possiamo definire il destino; sia umano, pertanto individuale, che globale come razza, specie e come forma di vita. Nel piccolo come nel grande.
Vedendo la malattia e la guarigione da questo punto di vista, alcuni potrebbero asserire che si tratti di fatalismo. Ma non è così. Si tratta di comprensione e accettazione. Una comprensione e un’accettazione che si delineano in modo più alto del semplice considerare una malattia come un evento che si verifica e che bisogna scongiurare o combattere sperando di essere più veloci, più forti e magari più aggressivi di lei.
Consideriamo quindi il fatto che esistono più corpi, nozione che approfondiremo più avanti negli altri articoli che andranno on line e che abbiamo già avuto modo di accennare in altre occasioni su queste pagine. Questi corpi si intersecano e si manifestano, apparentemente, come gli strati di una cipolla, espandendosi dal corpo più denso, quello fisico, al più sottile che ci è possibile comprendere attualmente e che esploreremo in questa sede, ossia quello causale. Ogni corpo esiste per svolgere un preciso scopo e viene influenzato dalle sollecitazioni di quelli inferiori e superiori, in termini di densità, secondo la legge esoterica e magica del riflesso che recita che tutto ciò che esiste e si crea nei regni inferiori ha una manifestazione speculare in quelli superiori e viceversa. Quando, pertanto, avviene un trauma su uno di questi corpi, anche quelli più sottili o più densi ne vengono influenzati: esattamente come se gettassimo un sasso in uno stagno e osservassimo le onde alterare la superficie dell’acqua; esse si muoveranno in due direzioni, prima trasmettendo l’informazione dal centro ai confini esterni e poi, di conseguenza, in ritorno dai confini esterni verso l’interno, finché tutto lo stagno, in ogni sua parte, avrà registrato l’evento.
Se ad esempio andando in giro per la strada venissimo investiti, questo trauma si muoverebbe come una freccia lanciata verso l’alto, dal fisico al causale, per poi ricadere dal causale al fisico. Se il trauma è particolarmente forte, l’informazione verrà scritta nel corpo causale in modo così accentuato che, essendo esso il corpo che porta con sé la memoria delle diverse incarnazioni, in una vita futura, quando questo corpo riprogrammerà il fisico per una nuova nascita, lo farà con quell’informazione direttamente inserita nel nostro codice genetico sottile. Se pertanto nell’incidente abbiamo perduto l’uso delle gambe, in una prossima vita potremmo nascere con problemi alle articolazioni degli arti inferiori o, più comunemente, cominciare a svilupparli pressoché nell’età in cui, nella vita precedente, noi siamo stati investiti. A volte, questo si verifica con una precisione matematica: ossia stessa età, stessa data, stesso giorno. A volte, per motivi che esploreremo più avanti, questo si verificherà nello stesso, identico modo.
La Guarigione, in questo contesto, è capire cosa è capitato in questa vita, quali sono i traumi emotivi, fisici e mentali che possiamo aver ricevuto e cercare di porne rimedio prima che possano ritrasmettersi nelle nostre vite future o manifestarsi come malesseri fisici che ci indicano che abbiamo perduto dei pezzi di noi. E se è così ritrovarli, inglobarli dentro noi stessi e tornare così integri. Un processo, questo, che è molto noto dagli sciamani e che è chiamato "recupero dell’anima". Un metodo antico, quindi, antichissimo. In sostanza dobbiamo fermare la freccia prima che torni a cadere su di noi. E se è già caduta, andare a vedere comunque il trauma, ovunque sia, per guarire la ferita a monte, così che se anche dovessimo morirne in questa vita per la sua manifestazione fisica, nella prossima non dovremo rivivere questa esperienza; solo così potremo crescere, evolverci e completare il nostro ciclo di incarnazioni.
I traumi e le ferite che possiamo subire, tuttavia, non sono solo di origine fisica, ma anche eterica, emozionale, mentale e spirituale. Pertanto così come una ferita fisica inflitta al nostro corpo denso riverbererà anche sui corpi più sottili in proporzione alla sua violenza, il fatto di riceverla ne causerà anche un’accentuazione sul corpo emozionale e mentale. E, di conseguenza, una ferita subita in modo diretto su un corpo più sottile, magari per via di un trauma emotivo ricevuto in età prenatale o mentale, se non curata a lungo andare si ripercuoterà anche sul corpo fisico.
è in questo che giunge in nostro aiuto la Guarigione, che di fatto è definibile come la più suprema delle Arti della Magia; come e forse più di altre pratiche, necessita di un supremo senso di responsabilità, dal momento che ogni malattia o ferita che ci affligge è uno stimolo, per l’essere umano, per trovare una nuova via verso la propria Guarigione e, come tale, verso l’evoluzione e la crescita spirituale. Pertanto, privare una persona della malattia senza dargli modo di capire e accettare quali sono le motivazioni che l’hanno provocata, è di fatto privare questa persona della possibilità di evolversi, costringendola a dover rimandare la lezione alla prossima vita o a vedersi ripresentare la problematica in modo più aggressivo in quella che sta vivendo.
La grande disgrazia di noi esseri umani è che non riusciamo a vedere la nostra vita se non in funzione di se stessa, ossia reputandola l’unica possibilità che abbiamo di vivere, di imparare e di cogliere le nostre occasioni. Se solo ci fosse consentito e fossimo in grado di comprendere la grandezza dell’insegnamento globale che si trasmette e si traduce in centinaia di vite vissute una dopo l’altra, allora non daremmo così importanza alla singola esperienza, ma avremmo modo di ragionare su una scala più alta. D’altro canto però, se non fossimo in grado di scindere la nostra vita come unica perderemmo il contatto con la realtà. Ma è, dopotutto, l’errore di usare la capacità di osservare come uno strumento, che come tale ha delle discriminanti dovute, in questo caso, al nostro limitato punto di vista umano, che crea una barriera tra chi guarda e ciò che egli guarda.
La malattia è il modo in cui il nostro corpo elabora le ferite dovute ai traumi subiti, a loro volta frutto di esperienze che devono essere vissute e comprese per poter andare oltre e guarire. Niente capita senza un motivo, anche se apparentemente preferiamo credere nel caso. Se la vediamo come un nemico da combattere e sconfiggere, vediamo come nemico la nostra stessa crescita e la possibilità, oggettiva, che abbiamo, di esperire le lezioni della nostra vita attuale. Lezioni che, come sempre, ci attenderanno nella prossima vita.
 

 

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