The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

La Guarigione Esoterica

 

 

La Guarigione Esoterica
 

Fino a qualche tempo fa, quanto meno qui in occidente, quando si parlava di guarigione l’approccio fisico era l’unica prospettiva esistente. La medicina, somma tra le scienze, non ha mai considerato nulla che non potesse misurare con gli strumenti di cui era in possesso nel momento dell’osservazione, escludendo, in questo modo, tutto il bagaglio esperienziale diretto di centina di persone al mondo che hanno contribuito, in maniere alternative, alla guarigione di migliaia di pazienti.

Se da una parte questo approccio così dogmatico ha giovato moltissimo alla nostra elevazione culturale e scientifica, dall’altra ha tagliato nettamente fuori gran parte dell’aspetto spirituale che la Guarigione possiede intrinsecamente. Anticamente, infatti, medicina e teurgia erano intersecate in maniera indissolubile. Il sacerdote e il medico erano la medesima figura che incarnava due aspetti differenti in un tutt’uno. In antica Grecia i supplicanti si recavano nel tempio di Asclepio per trovare la guarigione. Su una pietra nel santuario di Epidauro, tuttora si può leggere: Eufane, ragazzo di Epidauro, sofferente di calcoli alla vescica, dormì nel tempio. Allora gli parve che il Dio venisse a lui chiedendogli: “Cosa mi dai se ti guarisco?” Ed egli avrebbe risposto: “Dieci biglie”. Allora il dio avrebbe riso e promesso di guarirlo. Quando fu fatto giorno, egli se ne andò guarito. Questa stessa figura, su cui ritorneremo in seguito, ossia quella del Sacerdote Guaritore, è rimasta viva per un lungo lasso di tempo in differenti forme, anche quando, nonostante la diffusione della religione cristiana, la conoscenza delle pochissime nozioni di medicina erano in mano ai monaci, che le applicavano congiuntamente a benedizioni, consacrazioni, invocazioni segrete ai santi e preghiere che tuttora, nonostante il tempo, hanno un fortissimo valore. Da notare, infatti, è che nel culto cristiano esistono precisi santi che sono invocati appositamente per precisi tipi di malattie e disturbi che, in alcuni casi, portano proprio il loro nome. Strettamente nell’ambito cristiano, la prova lampante del legame tra teurgia e medicina sta nel fatto che ad una certa epoca invalse l’abitudine di chiamare male dei santi le malattie alle quali la medicina non poteva apportare alcun sollievo. Ne consegue che le affezioni per le quali si invocavano questi santi specialisti non venivano nemmeno più designati con i loro nomi ma con il nome del santo guaritore. La gotta si chiamava il male di san Mauro, la fistola il male di san Fiacre e di san Quirino, la corea infettiva il Ballo di S. Vito, l’herpes zoster il Fuoco di S. Antonio. Da notare è infatti che il culto dei santi fu del resto ufficialmente riconosciuto in epoca tarda, ossia dal Concilio di Trento del sedicesimo secolo, per l’esattezza dal 1545 al 1553, faceva risalire le sue origini all’epoca in cui la Chiesa primitiva poteva contare sui suoi martiri. Nel terzo secolo Eusebio scrisse: “Abbiamo preso l’abitudine di radunarci sulle loro tombe; di recitarvi preghiere; di onorare le loro anime beate”. Questo profondo legame tra la teurgia e la medicina intesa come guarigione santa e miracolosa ha preso, nel cristianesimo, una piega sempre più votiva legata alla figura di Maria e dei santi e questo legame spesso consiste prettamente nella similitudine del nome del santo con quello del motivo per il quale lo si implorava o della malattia da cui gli si chiedeva di guarire. Come fanno notare l’Abate Julio e Henry Dunville nel loro “Invocazioni Segrete ai Santi”: “San Dodone (in latino Dodo), abate di Walers, che si invoca per le malattie del dorso e delle reni in Piccardia; Santo Espedito, di cui tutti i fedeli lodano la pronta spedizione delle cause a lui affidate; san Marcoul invocato in Normandia per la guarigione delle scrofole e di cui antico nome Maclou o Marcou ricorda, curiosamente la forma etimologica della malattia alla quale si riferisce il suo culto (nell’antico francese malattia che colpisce il collo = cou); infine san Chiaro cui si rivolgono preghiere per ottenere un bel tempo, un tempo “chiaro”.”

Se valutiamo la guarigione come una pratica, legata o slegata dalla medicina e dalla teurgia, possiamo, in sostanza, vedere che esistono due approcci con relativi limiti: quello ortodosso e quello eterodosso. Come ci insegna Dion Fortune: “La lotta tra l’ortodossia e l’eterodossia è antica quanto la ricerca della verità. Dove sta allora la vera scienza? Né nella teoria ortodossa e neppure nella pratica eterodossa ma nel metodo. La scienza non è fatta di conoscenza, ma di metodo”.

Ed in effetti è proprio esaminando questa frase finale: “la scienza non è fatta di conoscenza, ma di metodo”, che ci si apre un mondo nuovo tutto da esplorare: la conoscenza non è corollare alla scienza, ma non è nemmeno il suo punto cardine. Quando il medico faceva salassi, quindi sin dall’antichità fino alla fine del diciannovesimo secolo, prelevava sangue da un paziente nella piena convinzione, dovuta alla conoscenza, che questo potesse essere utile nella cura di moltissime malattie tra cui febbri ed isterismo; lo faceva perché la conoscenza dell’epoca, basata sui quattro umori legati ai quattro elementi, riteneva che fosse il metodo migliore che si potesse applicare e nessuno osava opporsi a questa teoria. Anche se adesso i salassi sono considerati alla stregua di fantasie medievali dalla medicina ordinaria attuale, sin da Ippocrate, passando per Erasistrato, per arrivare anche a Galeno, erano usatissimi. È stata però necessario arrivare alla scoperta della microbiologia, per accertarci che le pletore non sono causa di tutti i malanni, che il sangue scorre e che non ristagna normalmente negli arti. Un altro esempio? Prima di centocinquant’anni fa, prima quindi che il medico ostetrico ungherese Ignaz Philip Semmelweis notasse la stretta correlazione tra le febbri puerperali che decimavano le partorienti e il fatto che i medici non si lavassero le mani, erano gli stessi dottori ad infettare e uccidere le proprie pazienti. Ora ci sembra tutto così assurdo, ma passavano dagli obitori dove praticavano autopsie alle sale parto senza lavarsi le mani. E il passaggio tra l’affermazione di Semmelweis: “È il medico che fa ammalare le pazienti” alla condanna in manicomio dello stesso promotore della pulizia perché ritenuta un grave affronto e un insulto, oltre che una pratica superflua e scomoda, fu punteggiata da derisioni, angherie e dalla perdita della propria credibilità e posizione. Ferdinando Von Hebra, dermatologo austriaco, a riguardo scrisse: “Quando si farà la storia degli errori umani, difficilmente si potranno trovare esempi di tale forza. E si resterà stupiti che uomini competitivi e altamente specializzati, potessero – nella propria scienza – rimanere così ciechi e stupidi”.

Questi semplici esempi ci mostrano come la conoscenza, quindi, non può essere cardine della scienza, perché se fosse così, saremmo ancora fermi al tempo in cui si facevano salassi per qualsiasi malessere e in cui la pulizia e la disinfezione erano concetti ritenuti superflui e scomodi. È pertanto il metodo che fa la scienza. Con un metodo diverso è possibile sviluppare conoscenze maggiori e con tali altri metodi, sia di indagine che di cura. Sia per prevenire che per curare.

Quando un medico si trova di fronte un paziente, lo giudica sulla base delle proprie conoscenze; ora come all’epoca. Non si pone il dubbio, nella maggioranza dei casi, che quelle conoscenze possano essere incomplete, che il metodo potrebbe non essere del tutto efficace. In questo non possiamo sempre incolpare il singolo professionista che fa del suo meglio, nella maggioranza dei casi, per cercare di aiutare i pazienti, ma il metodo che sta alla base della scienza stessa. Ma allo stesso modo, seguendo lo stesso concetto, cosa distingue i medici attuali che non prendono in considerazione più di ciò che conoscono dagli stessi dotti professori che internarono e radiarono Semmelweis perché imponeva ai propri studenti una scrupolosa pulizia delle mani e suggeriva ai colleghi di fare lo stesso?

Scienza ed Esoterismo

Come abbiamo visto, quindi, nel corso del tempo esoterismo e scienza si sono spesso scontrati. Quando Charles Webster Leadbeater insieme con Annie Besant pubblicò il suo libro La Chimica Occulta nel 1908, per primo sorpassò in modo indeterminato il confine tra scienza e teosofia, esplorando con la visione telescopica eterica ad ingrandimento. Grazie alla sua capacità di chiaroveggente, esplorò il mondo dell’infinitamente piccolo e descrisse nei minimi dettagli particelle subatomiche come i Quark che furono ipotizzate solo molti anni dopo. Dichiaratamente questo non dimostra assolutamente nulla a livello scientifico, e non credo nemmeno che l’obbiettivo di Leadbeater fosse quello di dimostrare qualcosa alla comunità scientifica, che si occupava di altro già all’epoca. Tuttavia, fu un punto cardine per permettere, in seguito, la riscoperta e la ricerca della naturalità e delle vie di guarigione alternative. A tal riguardo Stephen M. Philips, professore di fisica delle particelle atomiche, nonché fisico teorico in grado di rivalutare il lavoro pionieristico dei teosofi autori di Chimica Occulta e autore del libro del 1980 La percezione extrasensoriale dei quark dice: “Le scuse per gettare discredito sulle affermazioni dei chiaroveggenti sono irrilevanti nel contesto delle loro descrizioni pienamente persuasive delle particelle sub-atomiche, pubblicate nel 1908, due anni prima che gli esperimenti di Rutherford conformassero il modello nucleare dell’atomo; cinque anni prima che Bohr presentasse la sua teoria sull’atomo di idrogeno; ventiquattro anni prima che Chadwick scoprisse il neutrone e che Heisenberg postulasse che fosse un elemento del nucleo dell’atomo; cinquantasei anni prima che Gell-Mann e Zweig teorizzassero i quark. Dopo molti anni le scoperte della scienza vanno confermando le loro osservazioni”.

Quando osserviamo il mondo da prospettive differenti, non possiamo quindi pretendere di continuare a vederlo nello stesso modo. Ma nel caso in cui sia così, questo non fa altro che confermare ciò che noi pensiamo del mondo, quanto meno finché, guardandolo da prospettive ancora differenti, non giungiamo a conclusioni che possano portarci ancora di un altro passo vicino alla verità.

Attualmente, quando ci riferiamo alla malattia, tendiamo a valutarla comunemente in due modi: o come una conseguenza di un’interazione fisica con agenti patogeni (virus, batteri, parassiti, funghi), alterazioni genetiche o cellulari oppure come una conseguenza di un comportamento o di condizioni ambientali distruttive e controindicate per la salute, che ne comporta quindi l’insorgere. Quindi, quando la medicina approccia alla malattia, lo fa con l’obbiettivo costante ed instancabile di scoprirne la causa e porvi un rimedio. Un rimedio che viene spesso imposto a tentativi quando la causa primaria delle condizioni patologiche non è riconosciuta.

Ma le alterazioni fisiche o fisiologiche a cui si attribuisce solitamente la causa della malattia, sono solo un momento intermedio del processo che porta la persona ad ammalarsi: la vera causa è da ricercarsi ancora più a monte e rimane celata agli occhi ordinari della medicina. Per riuscire a vederla e trattarla, occorre usare occhi diversi. Occorre cercare di valutare il mondo secondo una logica più ampia, universale, basata sui differenti strati della materia più sottile che, interconnessi tra loro, si scambiano informazioni e manifestano disagi e problematiche nelle loro forme e nei loro differenti modi.

Dion Fortune, nel suo libro Guarigione Esoterica, definisce bene questo assioma: “Lo studio della medicina esoterica è lo studio delle cause, non degli effetti. Una singola causa può avere effetti diversi, a seconda delle idiosincrasie individuali di reazione, e una stessa malattia non è determinata sempre dalla stessa causa. Studiando la medicina da un punto di vista esoterico, dovrete liberare la mente dai vincoli dell’osservazione degli effetti e imparare a tracciare una mappa che indichi quali siano state le energie negative che hanno sconvolto il percorso e quando questo sia avvenuto”.

Quando ci riferiamo, pertanto, alla Guarigione Esoterica, in realtà ci stiamo avvicinando al reale significato di guarigione, che è diverso dal termine di “cura medica” che viene infatti correttamente usato quando ci si riferisce a terapie farmacologiche e prettamente scientifiche. Questo per un semplice ed unico motivo che, per quanto sia sotto gli occhi di chiunque, ci viene costantemente, a volte ingenuamente e a volte astutamente, celato: ossia che il corpo di un essere vivente cercherà sempre, da solo, di guarire e che la morte fa parte del processo di vita e di guarigione. Quando una persona subisce un trauma sul corpo fisico che non è in grado di riparare, ciò che non può essere riparato viene abbandonato (come nel caso della necrosi) per tutelare il resto del corpo. Il corpo umano cercherà sempre di portare ossigeno al cervello, di lottare per la vita, fino all’ultimo istante, abbandonando e bruciando i ponti dietro di sé come un esercito in ritirata. Quando il processo di guarigione diventa impossibile, il corpo fisico viene abbandonato esattamente come avviene con la necrosi e questo fa parte del processo di sopravvivenza e guarigione.

Se rimaniamo vincolati al concetto di vita legata al corpo fisico, come la scienza, che si basa solo su di esso e sulle osservazioni che lo riguardano, è chiaro che la morte in questo contesto implica in modo esclusivo il termine della vita e non un abbandono e una trasformazione. Se invece osserviamo tutto da un punto di vista più ampio, allora morire è parte di qualcosa di diverso e la guarigione prende, in questo caso, il suo reale senso: ossia la possibilità di apprendere delle lezioni nella vita.

Quando approcciamo, quindi al mondo della Guarigione Esoterica, dobbiamo farlo con la capacità di mettere in dubbio ciò che la scienza dice, ma non di farlo a prescindere, bensì di partire da lì, tenendo conto di ciò che di ottimo è stato scoperto, per poter andare oltre, deviando quindi dalla strada della medicina per ampliarne lo spettro e il bacino di capacità, ma senza disconoscerla o rifiutarla. Il dogmatismo che caratterizza l’aspetto della scienza, per quanto possa apparirci spesso distruttivo e limitante, è dovuto solo ad un fattore: la ricerca della preservazione della vita. A volte, si spera, diventandone pionieri senza paura, come lo furono Annie Besant e Charles Leadbeater nel 1908 alla pubblicazione della Chimica Occulta.

Il significato della malattia

Già in altri articoli presenti su questa sezione abbiamo quindi esplorato, anche se brevemente, il concetto di malattia. Essa manifesta due aspetti differenti a livello esoterico, che è poi quello che ci interessa nei termini del nostro discorso. Il primo è che sostanzialmente, se la guarigione è un processo di crescita, (come tale) la malattia è un iniziatore, ossia quella situazione, in effetti l’unica in tal senso, che mette in condizione l’essere umano di procedere e andare oltre: di guarire. Ogni volta che ci troviamo, per scelta o meno, di fronte a qualcuno o qualcosa che ci mette in una condizione di dimostrare a noi stessi il nostro valore, ci troviamo sempre nella condizione di affrontare una sfida, una difficoltà, un ostacolo e, di conseguenza, di avere la possibilità di superarlo e diventare più forti. Con la malattia non è diverso. In secondo luogo, pertanto, la malattia è un alleato che favorisce l’essere umano, perché (ti) lo pone nella condizione di mostrargli sul corpo fisico situazioni e malesseri che fanno specchio (dei) ai corpi più sottili ed elevati. Senza la malattia, noi ignoreremmo totalmente i messaggi del corpo anche dopo che questi divengono insistenti.

La grande difficoltà che la scienza e la medicina dovrebbero superare e, si spera, un giorno supereranno, non è soltanto quella di smettere di dividere corpo e mente e separarli totalmente e irriverentemente dallo spirito in quanto specchio degli stessi, ma anche di ignorare deliberatamente l’esistenza di tutto il mondo sottile per il semplice fatto che non è in grado di misurarlo. Come dice Madame Blavatsky nel suo Iside Svelata: “Al pari di coloro che vivevano al tempo di Psammetico, i nostri attuali filosofi “alzano il velo di Iside”, perché Iside non è che il simbolo della natura. Ma vedono solo le sue forme fisiche. L’anima interiore sfugge alla loro vista, e la Divina Madre non ha risposte per loro. Vi sono anatomisti i quali, non riuscendo a scoprire lo spirito che dimora sotto lo strato dei muscoli, la rete dei nervi e la materia terrena sollevati dalla punta del loro scalpello, affermano che l’uomo non ha anima. Essi sono ciechi come lo studioso che, limitando la sua ricerca alla fredda lettera della Cabala, osa dire che non vi è in essa uno spirito vivificante. Per vedere il vero uomo che una volta abitava nel soggetto disteso sulla tavola anatomica dinanzi a lui, il chirurgo deve usare altri occhi che quelli del corpo. Così la gloriosa verità celata negli scritti ieratici degli antichi papiri può essere rivelata solo a colui che possiede la facoltà di intuizione: la quale, se chiamiamo la ragione occhi della mente, può essere definita l’occhio dell’anima”.

Quando approcciamo, quindi, alla Guarigione Esoterica, è bene che prendiamo in considerazione subito un fatto: la malattia è un effetto, non una causa. Possiamo morire di una malattia se non siamo in grado di comprendere la lezione che c’è dietro. Se questa lezione viene appresa, allora la malattia non ha più senso di esistere, e noi possiamo guarire. Se non perdiamo del tempo a cercare di capire, e invece lo spendiamo tutto a combattere la malattia come se fosse semplicemente un nemico e non un alleato, potremmo anche vincere alcuni round, alcune battaglie, se così le vogliamo considerare, ma non facciamo altro che rimandare l’inevitabile: la malattia si presenterà di nuovo in forme diverse, ma portando sempre lo stesso messaggio. E ogni volta questo messaggio sarà più intenso, cercando, in questo modo, di metterci di fronte allo specchio della comprensione, ossia, come dice Madame Blavatsky, di “alzare il velo di Iside”.

Se la malattia, quindi, è un alleato e un iniziatore, mi si domanda spesso, perché colpisce anche i bambini in tenera età?

Per quanto sia difficile accettare che un neonato sia colpito da una malattia che potrebbe portarlo alla morte prima di diventare adulto, dobbiamo sempre ricordarci di due cose. La prima è che ogni esperienza che noi viviamo in questa vita, bella o brutta che possa essere, è come tale un’esperienza, e che fa parte di un disegno in larga misura già stabilito da noi stessi prima di venire al mondo. La seconda, in parte subordinata alla prima nel suo significato, ci ricorda che le diverse vite che noi viviamo, i diversi traumi, shock e ferite che subiamo non sono limitati a questa vita. I loro effetti vanno a scriversi in un registro akashico dal quale noi stessi emergeremo di nuovo quando torneremo a nascere la prossima volta. Quando, pertanto, nasciamo con patologie o difficoltà di qualche tipo, queste ci pongono di fronte al compito di dover affrontare la vita attraverso di esse per cercare di imparare qualcosa e così evolvere e migliorare, perfezionare noi stessi. Dall’altra non fanno altro che mostrarci le lezioni che, in una vita passata, non siamo stati in grado di portare a termine, di comprendere e che pertanto dobbiamo affrontare in questa vita, come dei ripetenti in una scuola superiore, ripartendo da zero con una problematica nuova. La speranza, ovviamente, è che questo ci permetta di comprendere questa lezione in questa vita e di riuscire, quindi, ad andare oltre e liberarcene.

Esiste un altro caso da considerare, in questo stesso discorso. Mi è capitato di incontrare dei bambini che portano con loro patologie particolari come gravi ritardi mentali, o sindromi come o malformazioni particolarmente pericolose per la loro salute. In questo caso ho osservato come la loro esperienza di questa vita fosse stata scelta da loro stessi (in modo altresì altruistico) per favorire l’evoluzione e l’apprendimento di alcune lezioni ai genitori che li hanno messi al mondo in questa vita.

Entrando in questo campo, quindi, entriamo nel contesto di pensiero che valuta come le nostre stesse vite siano intrecciate, intersecate come radici di un albero. Questo capita perché le esperienze che noi viviamo non possono essere del tutto esclusive, ma coinvolgono per forza di cose anche altre anime che ci sono in qualche modo legate o con le quali siamo affini per qualche motivo.

In questo caso, quindi, la malattia diventa iniziatore e portatore del messaggio a prescindere da chi la subisce su se stesso, ma anche di chi si deve prendere cura della persona che ne è affetta, mostrando quindi un ciclo più ampio e che coinvolge anche persone diverse dal solo malato. Un ciclo, pertanto, che andrebbe ad includere, attraverso la pratica della guarigione, anche il Sacerdote Guaritore, che in questo caso dovrebbe fungere da specchio per i suoi pazienti, il quale, grazie alle sue conoscenze e all’aiuto delle sue guide e divinità, mostra loro ciò che sono in grado di comprendere e accettare della lezione che è insita nel malessere che sono giunti a farsi curare.

Il ruolo del Sacerdote Guaritore

Come abbiamo visto all’inizio del capitolo, i sacerdoti e i medici una volta condividevano la stessa arte. In antica Grecia, nel Tempio del Sonno, il più famoso tra i templi di guarigione, i postulanti si fermavano a dormire in precise stanze e durante la notte i sacerdoti si apprestavano ad avvicinare ai pazienti, dormienti, il serpente sacro che li sfiorava. Svegliandosi al mattino, i pazienti ricevevano la guarigione o un messaggio su cosa fare per guarire. Vediamo, quindi, come per parlare di Guarigione Esoterica, sia necessario parlare sia di una nuova figura di riferimento, che sia un medico così come un sacerdote, che possa quindi approcciare a questa arte con un occhio sia pragmatico che progressista. Solo chi è, quindi, in grado di vedere, capire, e andare oltre con la mente e la conoscenza, può sperare di elargire la guarigione agli altri.

Come dicevamo, poco sopra, l’intreccio di esperienza che si cela nella singola malattia, per quanto essa affligga il paziente, non è strettamente vincolato a lui solo ma, nella sua espressione, va a coinvolgere anche le persone che gli sono vicine e che devono prendersi cura di lui e il medico che ne prescrive la cura. Nel singolo caso della medicina tradizionale questo ruolo è andato a perdersi e questo è riconoscibile sin dal momento in cui il medico ha smesso di conoscere il paziente per nome e trattarlo come un essere umano, cosa che pur in modi differenti e su piani diversi (ma) è una questione di dibattito attuale. Il medico, quindi, non avendo più, in effetti, nemmeno il tempo di preoccuparsi dei pazienti in modo consono, per motivi di varia origine tra cui anche l’effettiva mole di lavoro cui è sottoposto, tende a staccare se stesso dal paziente, creando un solido muro di indifferenza e disumanizzazione atto principalmente a difendersi da ciò che è costretto a vedere ogni giorno. Nel caso dei parenti, invece, questo effetto è ancora vivo e pulsante, fintanto che questi non decidano di ignorare il malato e abbandonarlo alle cure di personale specializzato che lavoreranno esclusivamente sul fisico tralasciando tutto l’apporto sociale ed emozionale che sta invece alla base dell’apprendimento di una lezione. Quando curata in questo modo, alla malattia non è concesso di esprimersi e pertanto lotta per se stessa e per la lezione che sta cercando di insegnare, con il risultato che le persone non guariscono sul fisico e devono abbandonare il corpo per proseguire la propria esperienza in un altro.

Il ruolo del Sacerdote Guaritore non è quindi quello di privare il proprio paziente dell’esperienza, anche se fosse sollevarlo da dolore e sofferenza, e tanto meno, quello di imporre la propria guarigione e la propria tecnica nei confronti di chi, per un motivo o per un altro, ha deciso che non vuole guarire, quindi imparare, ma vuole lasciare il corpo e proseguire oltre. Il suo ruolo è quello di aiutare le persone a guarire, là dove sono pronte a capire la lezione che la malattia sta cercando strenuamente di insegnare loro, e non di lavorare sull’effetto, ma andare ad esaminare la causa stessa della patologia. Viaggiare, quindi a ritroso, lungo i diversi corpi, fino a scoprire la causa.

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