The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

La Kundalini

 

La Kundalini

 

Il termine Kundalini deriva dalla parola sanscrita: Kundal, che significa “arrotolato” o anche “attorcigliato”, con in aggiunta il suffisso –ini, che dà il genere femminile al termine che lo precede. Pertanto è “La Kundalini” e non “Il Kundalini”. Con questo nome ci si riferisce a un’energia latente, di forma serpentiforme, che rimane pressoché addormentata alla base della nostra spina dorsale. Si tratta di un’energia primordiale, femminile e pressoché in attesa di trovare la sua completezza e la sua realizzazione. Come descritto dal suo stesso nome, Kundalini è arrotolata per tre spire e mezzo all’altezza di Muladhara, come un serpente addormentato intorno al coccige.

Tradizionalmente, questa forma di energia è associata alla Shakti, l’aspetto femminile, rappresentato proprio dalla stessa divinità, che è presente in ognuno di noi e che è in posizione opposta e comparata a Shiva, che risiede nel settimo chakra. Questa dualità, rappresentata in Shiva e Shakti, è interpretabile però come un aspetto più metafisico e cosmico che fisico o divino vero e proprio: là dove, quindi, Shiva è la causa e la natura dell’universo, Shakti, suo riflesso, rappresenta invece l’esperienzialità degli esseri senzienti.

Shakti è quindi la forma, Shiva la funzione. Senza uno non può esserci l’altro e senza entrambe, quindi, non può esserci la vita, intesa sia come esperienza sia come vissuto stesso, tessuto su cui noi dipingiamo, creiamo, trasformiamo e distruggiamo ciò che siamo.

La Kundalini si annoda, quindi, intorno a Muladhara, in quanto energia sopita e inespressa. Il suo destino non è quello di rimanere inerte, ovviamente, ma quello di risollevarsi, risvegliarsi, per passare attraverso Sushumna Nadi e aprire, uno a uno, tutti e sette i Chakra, arrivando quindi a Sahasrara per unirsi nella copula simbolica e universale con Shiva.

Ma perché Kundalini è addormentata? Nel corso del tempo molti sono stati i testi, antichi e moderni, che hanno approcciato l’argomento della Kundalini, spesso nei termini di tecniche atte al suo risveglio. In quanto energia femminile, si tratta di un potenziale inespresso di energia psichica che è assolutamente bagaglio umano, quindi presente e accessibile a chiunque. La sua connessione con i nostri centri e il nostro potere inconscio e inespresso è legato al concetto di evoluzione.

Quando parliamo di evoluzione, tendiamo, in termini scientifici, a definire noi stessi come al gradino ultimo della scala evolutiva umana. Un discorso che, probabilmente, avrebbe fatto anche l’Uomo di Neanderthal se ne avesse avuto modo. Non è facile per un essere senziente pensare a se stesso come appartenente a una razza non evoluta, quanto meno non completamente. Tuttavia l’evoluzione umana è lenta e non è legata al progresso tecnologico, se non in modo corollario, anche se a noi piace pensare che sia così. E ci piace pensarlo perché è più facile esternalizzare il processo che interiorizzarlo.

Dal momento che noi siamo limitati nel ragionare su noi stessi solo in termini temporali e concettuali, l’evoluzione diventa un’espressione di difficile comprensione, perché implica l’accettare che un giorno nasceranno delle persone o degli esseri viventi che saranno più evoluti di noi e che probabilmente ci soppianteranno nel dominio di questo pianeta, trattandoci così come l’Homo sapiens ha trattato l’uomo di Neanderthal. È più facile, per noi, credere di essere evoluti (e lo siamo, in termini umani, per molti aspetti) che riconoscere invece di avere lunghissime scalinate da affrontare dinanzi a noi. Kundalini, quindi, è addormentata in tutti coloro che non sono abbastanza evoluti per affrontare il risveglio evolutivo che questa energia porterebbe in modo improvviso e repentino. Non è quindi un sistema elitario, qualcosa a cui nessuno può arrivare, ma è qualcosa che può essere affrontato, in certe dosi, solo dopo un profondo percorso di scoperta e meditazione atto a preparare il corpo e lo spirito al risveglio di questa energia primordiale.

Kundalini è stata trattata da molti testi, che ne parlano in maniera differente. Secondo il Kashmir Shaivism è distinta in tre differenti aspetti e manifestazioni:

1.       Come un’energia universale, quindi Para-Kundalini;

2.       Come una funzione di legame tra corpo e mente, in un aspetto energetico di fusione e connessione attraverso il Prana, quindi Prana-Kundalini;

3.       Come una coscienza che media tra i due aspetti precedenti, quindi tra cosmo ed essere umano, quindi Shakti-Kundalini.

Questa energia, spesso, e troppe volte in modo errato, associata semplicemente in relazione al sesso, è in realtà un potere di creazione, trasformazione e liberazione, qualcosa che però non può essere lasciato a se stesso così com’è, ma che comporta una profonda conoscenza prima di essere liberato, in quanto concerne la sfera metafisica di quello che Blake definì “Il Matrimonio tra Paradiso ed Inferno”, con la propria condizione di inferno slegata da quella cristiana, vista non come un luogo di eterna dannazione e punizione, bensì come un luogo di origine ed energia dionisiaca in contrasto con quella apollinea del paradiso. Blake definì, nella sua opera, il confronto tra la convenzione morale repressiva della religione, dominata dalla ragione e dal raziocinio, e la saggezza della carne, dettata e determinata, nonché manifestata, da impulsi e desideri, e che si esprime chiaramente in questo aforisma infernale: “La strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza”. Ossia, solo avendo esperito i propri impulsi e avendo soddisfatto i propri desideri ci si può liberare di loro e smettere di esserne schiavi, per poter così salire la lunga scala che porta all’illuminazione.

Il ruolo di Kundalini, infatti, è proprio questo: è risvegliare il potere latente dentro ognuno di noi, aprendo i sette chakram, uno alla volta, da Muladhara a Sahasrara, nella sua risalita. In quanto uno degli aspetti di Shakti, Kundalini è sia creazione che distruzione, quindi è determinante comprendere che il motivo per cui questa energia è latente e risiede addormentata in Muladhara è da cercare nel fatto che si tratta di un’energia grezza e istintuale. E proprio per questo è associata al desiderio, all’impulso, all’istinto. Come tale non può essere controllata, determinata, imbrigliata con i metodi conosciuti. È come Smaug, letargico per secoli sulla montagna di monete sonanti. Nella sua risalita a spirale lungo Shushumna, Kundalini porta con sé la consapevolezza che si ottiene con l’apertura completa dei sette chakram. Questa consapevolezza, tuttavia, non può essere acquisita quando non si è pronti. In questo caso infatti si corre il rischio di essere sopraffatti da situazioni che possono completamente sbalestrare le nostre percezioni, la nostra visione della vita stessa, nonché alterare l’equilibrio dello stato psicofisico del nostro corpo.

 

Il Serpente e la Kundalini

Anche Kundalini è a tutti gli effetti considerata una divinità ed è rappresentata come un serpente.

Come abbiamo già visto nell’articolo sulle Nadi, sul serpente è presente una ricchissima iconografia che si snoda nel corso dei secoli, attraversando moltissime differenti interpretazioni che, in qualche modo, conservano al loro interno qualcosa in comune. In antica Grecia il serpente è simbolo di guarigione, di conoscenza e di trasformazione: basti pensare al bastone di Asclepio e al Caduceo. Il serpente rappresenta la saggezza, la tentazione, la passione, la trasformazione. Ma nello stesso tempo, il serpente è anche il simbolo ctonio per eccellenza, pertanto legato alle forze occulte, infere, a ciò che non possiamo controllare con il pensiero, che non possiamo comprendere ma solo accettare.

Nel mito greco, vediamo come il serpente era sacro a Gea ed era portatore di messaggi, di vaticini. Le sacerdotesse apollinee che recitavano le loro profezie lo facevano su uno scranno a tre piedi, con il capo coperto da un velo rosso fuoco, mentre intorno a loro, nella caverna, i fumi sulfurei fuoriuscivano dalle crepe nella terra, invadendo l’antro oscuro. Un luogo, questo, che a sua volta era sacro a Pitone, il figlio di Gea ucciso da Apollo, che poi rivendicò il suo culto e si appropriò del potere della profezia. Le stesse profetesse e sacerdotesse dell’Oracolo di Delfi, infatti, si chiamavano “pizie”, che significa “pitonesse”.

Dal momento che il serpente fa la tana nel sottosuolo, è legato alla terra e con esso alle cose nascoste, occulte, esoteriche e misteriose. Dal comportamento dei serpenti è tuttora possibile riconoscere e prevedere i terremoti, proprio perché la loro affinata percezione tellurica li mette in guardia molto prima di quando siamo in grado di capirlo noi. Il legame, quindi, tra il veleno che scaturiva dalle fessure del sottosuolo facendo impazzire gli animali nei pressi dei vulcani e il veleno che secernono molti serpenti attraverso le fauci è stato semplice: nel sottosuolo si annidava un enorme serpente attorcigliato intorno al centro del mondo, il suo alito era velenoso e dai suoi movimenti scaturivano terremoti. Forme di questo serpente nel mito greco sono andate a scontrarsi, nel corso del tempo, con gli dei olimpici, come il caso di Tifone, il terribile figlio di Gea e Tartaro, scagliato dalla dea contro l’Olimpo per spodestare Zeus. Un mostro talmente terrificante che indusse quasi tutti gli dei a fuggire in Egitto, e fu sconfitto in ultimo con grandissima fatica. Secondo un altro mito questo mostro fu creato da Crono su richiesta della stessa Hera.

Si tratta dello stesso serpente che vediamo attorcigliato intorno al Yggdrasil nel mito nordico: ossia Jǫrmungandr “Il demone universalmente potente”, che avrà una parte attiva nel Ragnarok, la fine dei giorni predetta da Voluspa, la veggente.

Troviamo ancora il serpente nella mitologia ebraica e cristiana. In questo frangente prende l’aspetto di malvagio, subdolo e tentatore. Solo dopo, in effetti, viene associato al Diavolo. Nella Genesi egli è solo uno degli animali del creato a cui Adamo diede il nome. In questo caso si tratta di un animale che conosceva cose che non potevano essere appannaggio nemmeno degli uomini e che le rivelò ad Eva per invitarla a diventare tutt’uno con se stessa, conoscendo la differenza tra il bene e il male, facendole quindi un dono meraviglioso: “il potere di scegliere”.

A prova del fatto che il serpente non era considerato un simbolo diabolico, più avanti vediamo come, nell’Esodo, questo animale divenga simbolo di magia e potere: Dio diede a Mosé un bastone che, se gettato a terra, si trasformava proprio in un serpente.

Ma perché il serpente è visto come malvagio, tentatore e crudele? In parte perché per sua natura si nasconde tra le rocce o nell’erba alta, impedendo così alle persone di vederlo, come accadde a Euridice in fuga dalle attenzioni non volute di Aristeo. In parte perché, come il cobra, ha la facoltà di confondere la propria preda con i movimenti ondulatori della testa. Ma soprattutto perché rappresenta la necessità di andare a fondo nelle cose, di scivolare negli anfratti più stretti e oscuri per andare a conoscere la verità. E si sa che la verità non è sempre bella, non è sempre comoda, non è sempre benvoluta.

Valutando la cosmogonia di moltissime religioni, quasi tutte posizionano nel sottosuolo un regno oscuro legato alla morte e all’inconscio, spesso popolato da spiriti dei morti e da mostri spaventosi. Per alcuni è un luogo di riposo, per altri un luogo di punizione. Per tutti è un luogo che non è visitabile dai vivi, se non attraverso un viaggio difficoltoso che non permette, sempre, un ritorno e che è impossibile da svolgere privi di una guida che conosca la strada e che ci possa quindi condurre, non senza difficoltà e ostacoli, lungo la discesa per trovare la risalita.

Se interpretiamo questa mitologia con le conoscenze che abbiamo oggi della mente umana non è difficile rapportare il ruolo della psicologia a quello della “guida infera”, al pari di Virgilio e della Sibilla Cumana: persone che possono guidarci, quindi, nell’esplorazione degli abissi oscuri e profondi che si celano dentro di noi e che possono aiutarci a superare gli ostacoli, le prove e le iniziazioni che ci si porranno di fronte in questa catabasi. Una catabasi che serve, infine, per arrivare a conoscere se stessi, esplorare i nostri aspetti più differenti e poterli così portare alla luce, privati di gran parte del potere oscuro che possedevano e che derivava dalla nostra “non conoscenza”.

All’ingresso del santuario di Delfi, dedicato al dio Apollo, sorge tuttora una scritta che recita: “Gnothi Seauton”, che significa “conosci te stesso”. Questa stessa frase può avere moltissime interpretazioni e significati, ma in relazione al serpente e alla Kundalini trova la sua verità nelle forme e nelle energie inconsce, oscure e terribili che noi non siamo in grado di controllare, di vanificare, di capire, ma soprattutto di penetrare con il semplice ausilio del raziocinio. Quando affrontiamo un viaggio di scoperta, non possiamo aspettarci di controllare ciò che noi scopriamo. Possiamo solo aspettarci di conoscerlo; ciò che deriva, poi, da questa scoperta e questa conoscenza farà parte del bagaglio che ci porteremo dietro, farà parte della nostra esperienza. Possiamo vedere delle cose. Possiamo conoscerle, possiamo accettarle. Ma non possiamo aspettarci di avere potere su di loro. Quanto meno non a prescindere.

Il culto dei serpenti trovava spazio anche in India, dove esisteva il mito dei Naga, creature serpentiformi il cui compito era quello di custodire un’antica e arcana conoscenza. Del loro passaggio nel mito si trovano moltissime raffigurazioni, sia nei templi sia sotto forma di divinità.

Nel testo sanscrito Tantrasadbhāva, possiamo leggere la prima citazione della Kundalini e la sua associazione al serpente: “Questa potenza è chiamata suprema, sottile, trascende ogni norma di comportamento. Avvolta intorno al punto luminoso (bindu) del cuore, all'interno giace nel sonno, o Beata, in forma di serpente addormentato e non ha coscienza di nulla, o Umā. Questa Dea, dopo aver immesso nel grembo i quattordici mondi insieme con la luna il sole i pianeti, cade in uno stato di obnubilamento come di chi è offuscato dal veleno. È risvegliata dalla suprema risonanza naturale di conoscenza, [nel momento in cui] è scossa, o Eccellente, da quel bindu che sta nel suo grembo. Si produce infatti uno scuotimento nel corpo della Potenza con un impetuoso moto a spirale. Dalla penetrazione nascono per prima i punti splendenti di energia. Una volta levata Essa è la Forza (kalā) sottile, Kuṇḍalinī.”

 

Il risveglio della Kundalini

Per quanto risvegliare la Kundalini appaia come una missione per alcuni, una necessità per altri e un incubo per altri ancora, è importante, secondo me, chiarire che il processo di risveglio non è né immediato né di possibile induzione per errore. Non corriamo il rischio di svegliarci un mattino, dopo un sonno ristoratore, o fare un movimento sbagliato mentre siamo al supermercato e scoprire che, senza volerlo, la Kundalini ci rimbalza su per la spina dorsale come la pallina di un flipper. Tuttavia, è possibile incorrere nel suo risveglio non voluto e sconsiderato se vengono svolte pratiche meditative, anche di semplice tipo respiratorio, senza una guida e soprattutto senza avere una preparazione adeguata ai possibili cambiamenti e sconvolgimenti che questo evento potrebbe portare con sé. Infatti il processo non è esente da rischi, pertanto approcciarsi a esso in modo sbagliato può comportare seri problemi di equilibrio psicofisico; il mio consiglio è quello di non gettarsi in questa esperienza solo per lo spirito di farla.

Il risveglio di Kundalini, infatti, può innescare delle mutazioni di vario tipo, sia piacevoli che meno, sia sul fisico che sui piani più sottili, come il mentale, l’astrale, quindi può portare a stati alterati di coscienza o crisi emotive di vario tipo. Come ci dice Anodea Judith nel suo Chakra, Ruote di Vita: “Quando Shakti risiede nel chakra di base, si riposa. Qui diventa il serpente arrotolato, Kundalini-Shakti, che si avvolge per tre spire e mezza attorno al Shiva Lingam nel Muladhara. In questa forma è il potenziale inerente nella materia, la forza femminile primordiale della creazione, e la forza evolutiva nella coscienza umana. Nella maggior parte della gente rimane dormiente, tranquillamente addormentata nella sua dimora arrotolata alla base della spina dorsale. Una volta risvegliata, questa dea si srotola e si arrampica verso l’alto, chakra dopo chakra, fino a raggiungere il chakra della corona che si trova sulla sommità della testa, dove spera di trovare Shiva che scende per incontrarla. Attraversando ogni chakra, essa risveglia il chakra in questione nel suo soggetto. Di fatto, vi è chi crede che solo la Kundalini-Shakti sia in grado di aprire i chakra. Se essa riesce a raggiungere il chakra della corona e a completare il proprio viaggio, si riunisce alla sua controparte, Shiva, la Coscienza Divina, e da questa riunione consegue l’illuminazione e la beatitudine.”

Nella sua forma liberatoria, quindi, Kundalini tende a portare crescita, consapevolezza e un profondo cambio di coscienza. Tutti aspetti che potrebbero portare, come dicevamo, a primo acchito a una ricerca spasmodica di questa esperienza unica e possente e che può portare, come descritto ancora da Anodea Judith: “come una maggiore prontezza, conoscenza improvvisa, visioni, voci, una sensazione di leggerezza e di purezza del corpo, o un’estrema gioia. Esistono le prove che produca un ritmo ondulatorio che stimola i centri del piacere nel cervello, dandoci lo “stato benedetto” tanto spesso descritto dai mistici”.

Tuttavia, come dicevamo, è meglio che il risveglio di Kundalini venga attuato attraverso un percorso e una serie di iniziazioni spirituali, magari guidate da un vero e proprio guru, un maestro che possa condurci in questo viaggio con maggiore sicurezza. Dobbiamo infatti riconoscere e ricordare che, soprattutto in quanto occidentali, non sempre siamo pronti a vivere esperienze di risveglio in modo sano e consapevole, vuoi per via del bagaglio culturale amputato con cui siamo cresciuti e tuttora viviamo, vuoi per via del fatto che in larga misura non siamo completamente abituati, sin da bambini, a ritenere che il nostro corpo sia un tempio oltre che uno strumento, pertanto non solo non gli portiamo il rispetto che merita, spesso trascurandolo o abusando di lui, ma manteniamo un profondo distacco tra corpo, mente e spirito, concependoli come settori separati a camere stagne e viviamo con ampie disarmonie al livello stesso dei chakra che lo dovrebbero mantenere in equilibrio, a volte ignorando, a volte rifiutando un vero e proprio lavoro di conoscenza e accettazione di noi che potrebbe aiutarci, invece, a comprenderci e valutarci meglio e con maggiore consapevolezza.

Come dice Anodea Judith: “Un’esperienza di Kundalini può non essere sempre piacevole. Molti trovano grossissime difficoltà a vivere la loro vita terrena mentre Kundalini si muove lungo i loro chakra. Mentre Kundalini si fa strada attraverso i blocchi, si possono avere problemi a dormire o provare disgusto per le energie associate ai chakra inferiori, come il cibo o il sesso. (Tuttavia esistono persone che hanno avuto un’intensa vita sessuale dopo il risveglio di Kundalini). Si può anche sperimentare una profonda depressione o paura nel guardare la vita attraverso gli occhi della Dea Serpente. Essa è una forza che risana, anche se non è sempre delicata, via via che dalla realtà normale vengono eliminati i veli dell’illusione.”

Quando abbiamo esplorato i sette chakra, uno per uno, lungo il percorso che ci ha portato fino a qui, abbiamo parlato dei blocchi e delle disarmonie che li possono interessare, di cosa può provocarli e delle conseguenze fisiche che possono comportare se il loro stato viene ignorato. Ora, quando lessi le prime pagine di uno dei libri più illuminanti che ho avuto la fortuna di studiare nella mia vita, “Malattia e Destino”, di Thorwald Dethlefsen e Rudiger Dahlke, mi fu immediatamente chiaro che il messaggio che gli autori volevano inviare era che la malattia era un segnale, un sintomo di disarmonia, il messaggio che comunica che l’uomo non è integro e che la guarigione è la via per cercare questa integrità. Vedere, pertanto, la malattia come un nemico da affrontare e sconfiggere è nutrire odio e risentimento verso il più grande alleato e insegnante che ci è stato concesso. “L’uomo è malato perché gli manca l’unità. L’uomo sano, cui non manca niente, esente da disturbi e turbative, esiste soltanto nei testi di anatomia della medicina. Nella realtà un simile esemplare è sconosciuto. Possono esserci persone che per decenni non presentano sintomi particolarmente gravi – ma questo non modifica il fatto che anche loro sono malati e destinati a morire. La malattia è lo stato di imperfezione, cagionevolezza, gracilità, mortalità. Ad una analisi più accurata ci si stupisce di quanti disturbi presentino i cosiddetti “sani”.”

La malattia, pertanto, si presenta sotto forma di segnali, messaggi. Questi segnali, prima di manifestarsi sul corpo fisico, si manifestano sui corpi sottili attraverso svariati canali: intasamenti nelle Nadi, disarmonie e alterazioni del movimento dei chakra, accumuli ed eccessi di materia eterica e astrale in corrispondenza dei punti nevralgici, solo per citarne alcuni. Alcuni di questi segnali sono di natura emotiva, altri di natura mentale, alcuni, più sottili, di natura spirituale e karmica. Quando vengono ignorati, questi si condensano sempre di più, solidificandosi e stratificandosi come farebbe della materia organica quando si silicizza, finché divengono sintomi fisici che attirano la nostra attenzione in modo preponderante. La tendenza della medicina tradizionale è curare questi sintomi in una vera e propria guerra, impedendoci in questo modo l’accesso alla consapevolezza e al messaggio che si cela dietro la loro formazione e il loro apparire dentro di noi.

Osservando noi stessi con coscienza e onestà, ci sarebbe pressoché impossibile non riconoscere dei blocchi, degli ostacoli, degli intasamenti di diversa natura nel flusso delle energie nel nostro corpo. I blocchi e le difficoltà devono essere affrontati uno per uno, sono nodi che devono essere sciolti e che non possono essere gettati sul nostro cammino per essere investiti ad alta velocità. Alcuni di questi nodi fanno parte di quella parte oscura e infera di noi che Jung chiamava Ombra.

Quando Kundalini si risveglia, salendo a spirale lungo Shushumna, libera i chakra e, grazie al suo moto ascendente, porta alla luce, tutti insieme, questi blocchi, che noi si sia pronti o meno ad affrontarli. I chakra che sono disarmonici, che sono chiusi per via di traumi che abbiamo subito, per via di violenze, shock, per ciò che abbiamo visto, sentito, per ciò che ci è stato detto e che non siamo stati capaci di dimenticare e non siamo stati mai pronti ad affrontare o perdonarci si spalancano come le porte di un tempio, liberando tutto in un momento il loro bagaglio.

Se siamo pronti ad affrontare queste difficoltà o se siamo stati in grado, attraverso un percorso difficile e spesso doloroso, di vedere queste verità e di spogliarle del potere intrinseco che esercitano su di noi, allora sì, il risveglio di Kundalini sarà un’esperienza mistica eccezionale. Ma se non dovesse essere così, il suo innalzarsi in modo forzato e senza una guida esperta che ci possa aiutare a rimettere ordine dentro di noi potrebbe essere un’esperienza davvero insostenibile.

Kundalini è una forza illuminante. Porta alla luce la verità, spalanca i chakra in modo del tutto preordinato, senza coscienza di ciò che questi possano mantenere chiuso e del motivo per cui sono serrati. Non è nella sua natura capire ciò che può comportare questo; lei fa solo ciò per cui è stata risvegliata, ciò che deve fare: spianare la strada all’illuminazione. Se nel percorso incontra ostacoli non si ferma a vagliarli, a valutare la loro natura, lei li spazza via: così facendo può portare anche una persona alla follia, mettendogli di fronte, tutto in un istante, traumi, violenze e difficoltà che erano sopite dentro di lui, nei più profondi recessi della sua ombra. Lei non tende ad armonizzare noi stessi con il mondo così com’è. Lei armonizza noi stessi con la più alta illuminazione, rendendo, di fatto, il vivere in un mondo che non è al pari della nostra illuminazione una difficoltà immane. Kundalini mostra la realtà di fronte allo specchio dell’immensa bellezza, la verità assoluta e inesprimibile: è come la Spada di Shannara, il potente artefatto del ciclo fantasy di Terry Brooks, che se toccata mostrava la verità su se stessi e sull’avversario, motivo per cui Brona, il Signore degli Inganni, il quale aveva basato la sua intera esistenza sugli stessi, ne fu annientato istantaneamente.

Quando noi vediamo il mondo attraverso gli occhi della Dea Serpente, lo vediamo da un punto di vista illuminato, pertanto rischiamo di trovarci a vivere l’esperienza con fortissimo disagio. Tuttavia, come ci consiglia Anodea Judith: “Queste discrepanze provocano molti disagi, ma non sono sempre da evitare. Kundalini è fondamentalmente una forza guaritrice, e si sente il dolore solo quando si incontrano tensioni e impurità che non siamo pronti a liberare. Apprendere ad aprire i chakra spiana la strada a Kundalini, che sarà perciò molto meno dolorosa.

L’elevazione dell’energia ai chakra superiori avviene naturalmente e spontaneamente quando ci rilassiamo profondamente e prestiamo attenzione a tutti i nostri chakra. I tentativi di costringere l’energia a risalire risultano spesso in tensione e irritabilità verso coloro che ci circondano e che non stanno facendo la stessa cosa. Questo produce una forma di alienazione che, secondo me, equivale a una mancanza di illuminazione”.

Naomi Ozaniec, nel suo libro I Chakra esprime il concetto del risveglio della Kundalini parlando di come “Secondo il livello di coscienza raggiunto dall’individuo, l’esperienza di questo risveglio può assumere diverse forme: può spaventare, sconvolgere o traumatizzare in maniera più o meno intensa, ma mai lasciare indifferenti. Se vissuta nella sua interezza, l’esperienza dell’ascesa di Kundalini provoca la totale ricostruzione dell’essere: può essere paragonata a una seconda nascita, con tutti i traumi che accompagnano questo evento.

Gopi Krishna definì traumatica e devastante la sua esperienza di risveglio della Kundalini. Egli la percepiva in alcuni momenti come l’approssimarsi della morte, in altri come l’avvicinarsi della pazzia”.

Sopra ogni risveglio, amore. Attraverso l’amore si apre il loto dell’esperienza.

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