The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

5 - La Variabile Karmica

La Variabile Karmica
 

Cos’è il Karma

Negli articoli precedenti abbiamo esplorato, seppur senza andare nel dettaglio e con una certa sinteticità, alcuni degli aspetti possibili delle cause più comuni delle malattie che affliggono l’essere umano e che hanno origine sui piani sottili. Tuttavia, quando siamo giunti a considerare la possibilità di un coinvolgimento più alto dei singoli corpi sottili, come era inevitabile, ci si è aperto un mondo nuovo che non ci era possibile considerare senza andare troppo oltre.

In questo articolo cercheremo di districarci nel coacervo di possibilità e probabilità che sono i piani causali e di capire come questi possano influenzare la malattia nel suo decorso e nel suo presentarsi.

Per prima cosa, però, è necessario mettere mano ai termini che usiamo, soprattutto quando non sono nella nostra lingua. In particolare vorrei porre l’attenzione alla parola “Karma” e al suo significato reale, oltre che alle diverse altre declinazioni che gli vengono attribuite e ai concetti che gli sono connessi pur senza esserne direttamente in correlazione.

La parola “Karma” è di origine sanscrita. Il sanscrito è una lingua di origine indoeuropea che è tuttora parlata in alcune zone dell’Asia meridionale, come Nepal, India, Bangladesh, ma anche in Vietnam, Cina, Indonesia e Tailandia. La sua peculiarità non deriva solo dal fatto che sia la lingua con cui sono stati scritti i Veda, ossia gli antichissimi testi appartenuti alle popolazioni degli arii, che invasero l’India nel ventesimo secolo a.C., e in particolare il Rig Veda, che è alla base della sacralità e della nascita di quello che è ora l’Induismo. La sua unicità deriva dal fatto che, al contrario di moltissime altre lingue, non è una lingua naturale. Nonostante la sua importanza, in termini linguistici, sia paritaria a quello che per noi italiani è il greco o il latino, a differenza loro il sanscrito è una lingua grammaticale. Questo la rende una lingua unica nel suo genere. Come possiamo leggere nel sito sanscrito.it, nelle parole del professor Giulio Geymonat: “Il sanscrito cosiddetto classico, quello con cui l’India brahmanica ha prodotto, codificato e trasmesso tutto il suo sapere per più di 1500 anni, si fonda sull’opera di tre grammatici antichi, ovvero Panini (IV a.C.), Katyayana (II a.C.) e Patanjali (I a.C.), i cui sforzi congiunti portarono ad una descrizione completa e minuziosa del sanscrito.

Per questo il sanscrito pur essendo stato utilizzato per quindici secoli in un’area geografica vastissima (tutto il subcontinente indiano e parte delle terre che si affacciano sull’Oceano Indiano) e per trattare di qualunque argomento, è rimasto sempre se stesso (pur con profonde differenze stilistiche e lessicali a seconda degli ambiti letterari): perché viene prima, e una volta per tutte, la sua grammatica, completa e perfetta in quanto capace di analizzare ogni meccanismo linguistico lasciando al contempo la possibilità alla lingua di essere produttiva sul piano semantico senza per questo cambiare la sua struttura profonda, in modo tale da poter adeguarsi alla trasformazione del pensiero e della cultura rimanendo essa stessa fuori da ogni cambiamento.”

Ora, veniamo a noi. Certamente vi starete chiedendo cosa potrebbero avere a che fare delle nozioni di glottologia con la guarigione. In realtà poco, se non per capire il significato del termine “Karma” a cui stavamo accennando all’inizio. Quando i tre grammatici antichi Panini, Katuyayana e Patanjali tra i venti e i ventiquattro secoli fa definirono le basi della lingua sanscrita, non si posero certamente il problema che questo termine, nei secoli a venire, potesse essere preso in prestito da popolazioni differenti e interpretato con altri significati a seconda dell’interpolazione concettuale che gli sarebbe stata più vicina. Suppongo non si posero il problema più di quanto ce lo porremmo noi se pensassimo a come potrebbero interpretare gli abitanti che vivranno nel 3992 la parola “sbattimento”. Tuttavia, a differenza di molti termini che noi usiamo attualmente e che possono avere molteplici interpretazioni, la parola “Karma”, dato che il sanscrito è una lingua grammaticale e non naturale (professor Geymonat docet), non può mutare di significato solo perché noi non ne comprendiamo la reale origine o meglio non siamo in grado di applicare il suo messaggio nel nostro contesto. Quello che dovremmo fare è invece accettare il fatto che moltissime persone ignorano il significato di questa parola e la usano a sproposito in contesti che non sono adeguati a essa. Magari non totalmente estranei. Non sempre almeno. Ma non sempre adeguati.

La parola “Karma” è infatti stata tradotta e usata, nel corso dell’ultimo secolo, soprattutto da chi si avvicina o fa parte del mondo esoterico o è legato ad una spiritualità alternativa a quella tradizionale del nostro paese in modo del tutto erroneo e casalingo, per esprimere un connubio di concetti a cavallo tra “destino”, “punizione” e “ricompensa”.

Ma “Karma” non significa quello. La parola Karma, infatti, deriva dal lemma sanscrito Karman, che significa “azione”. E viene usata per esprimere esattamente questo concetto: l’azione. Da un punto di vista spirituale, il Karma rappresenta quindi il movimento, la risposta: le onde che si muovono perché il vento le sposta, il battito delle ali della farfalla in Brasile che causa un tornando in Texas. Se vogliamo vedere, in questo, una connotazione con un sistema del tutto simile al bastone e la carota o a uno lineare e statico come il “destino” possiamo benissimo farlo. E lo facciamo. Ma al contrario del fato, che a conti fatti per sua natura ed eccentricità dovrebbe essere, appunto, immutabile, il Karma fa della mutabilità, invece, proprio la sua concezione di base.

Torniamo quindi alla nostra domanda: cos’è il Karma? Possiamo rispondere in molti modi diversi. Ne sceglierò uno. Il Karma è l’essenza stessa di ciò che noi siamo, siamo stati e che saremo e trova le sue fondamenta e il suo humus nelle scelte che decidiamo di fare o non fare lungo l’arco della nostra esperienza in un ciclo vitale. E oltre. Perché il Karma è sia il germe che il frutto delle nostre scelte e non si limita all’esperienza di una sola vita, ma si snoda lungo l’evoluzione stessa della nostra anima. È questa la nostra variabile karmica, insomma.

 

La comprensione e l’accettazione

 

Come abbiamo visto nell’articolo sull’Equilibrio, ogni tipo di danno che riceviamo, sia esso di origine traumatica fisica che sottile, comporta comunque un effetto nei corpi meno densi. In sostanza, per capirci, un trauma è come un sasso che viene gettato nello stagno. Anche se apparentemente non avviene nulla, la modifica che quel singolo sasso, anche se piccolo, porta nell’habitat è enorme. Il sasso, entrando a contatto con l’acqua, per prima cosa crea una serie di onde che vanno a increspare la superficie dello stagno di solito immobile. Dopodiché aumenta la massa dello stagno, innalzando pertanto il livello dell’acqua. Infine, affondando, si appoggia sul fondo, sollevando il limo oppure andando a distruggere parte dell’habitat che impiegherà un certo tempo per abituarsi al cambiamento, integrando il sasso al suo interno e continuando la sua esistenza in modo differente. Da quel momento, anche se il sasso verrà rimosso, lo stagno non sarà mai più lo stesso. In questa parafrasi possiamo intuire una correlazione con l’aforisma eracliteo Πάντα ρει, alias Pánta rheî, ossia “tutto scorre” che ci riporta al concetto stesso di “stato di flusso” che abbiamo esplorato nel precedente articolo.

Pertanto, se paragoniamo lo stagno a un essere vivente e il sasso all’origine di un trauma, noi comprendiamo come ciò che noi subiamo rimane dentro di noi, per effetto osmotico ed esperienziale, per un tempo indefinito e variabile. In questo lasso di tempo, più o meno lungo, noi abbiamo la possibilità di affrontare e comprendere questo trauma, questa esperienza, e così farla nostra. Se riusciamo nell’intento, il trauma smetterà di avere senso di esistenza e si dissolverà nel tipo di lezione che porta con sé. Se non dovessimo riuscirci, invece, rimarrà lì dov’è. Purtroppo avere la possibilità di cogliere l’insegnamento è implicito nell’essere entrati in contatto con il trauma, ma non è automatico che accada.

Perché, mi sento chiedere spesso, comprendere e accettare è così determinante per la guarigione? Molte persone ritengono che la guarigione sia solamente una questione fisica, al massimo eterica: imposizione delle mani, alterazione dei corpi, riequilibrio delle energie, comunque un do ut des. Cosa diamine potrebbe avere a che fare il capire e accettare in questo?

Tutto quanto, in effetti. Noi possiamo vedere e accettare solo ciò che comprendiamo. H. P. Lovecraft nei suoi romanzi parlava di come una geometria aliena potesse sconvolgere la mente di un individuo portandolo alla follia per il semplice fatto che non era in grado di accettarla e comprenderla per via del limitato punto di vista umano. “Non è umano e non pretende di esserlo”, diceva lui.

Per comprende bene a cosa mi riferisco prendiamo come esempio il libro di Robert A. Heinlein Straniero in Terra Straniera. Valentine Michael Smith è un uomo che nasce dopo una missione su Marte e, a causa della morte di tutti i passeggeri dell’equipaggio della nave, viene allevato e cresciuto sul pianeta da una civiltà aliena che, come è ovvio, lo tratta come uno del proprio “nido”. Un giorno un’altra spedizione giunge sul pianeta rosso e Valentine viene trovato da altri esseri umani e riportato sulla Terra. È ormai adulto, non ha mai visto una donna nella sua vita, parla solo marziano e tutto il suo schema mentale concettuale è adeguato al punto di vista marziano. Ma è molto intelligente e curioso e durante il viaggio impara le prime nozioni di inglese. Quando si trova sulla Terra, a parte le difficoltà fisiche dovute alla diversa atmosfera e alla diversa gravità, Valentine si deve scontrare con i modi di dire e i punti di vista degli abitanti di questo pianeta, con la cultura, le malizie e le assuefazioni mentali degli esseri umani anche nei concetti che per noi possono apparire più basilari come “io sono”, “dio”, “donna”. Cose che per lui sono totalmente aliene. I marziani infatti possiedono un vocabolo particolare per esprimere qualcosa che noi non possiamo comprendere: il verbo “grokkare”. Letteralmente, il verbo “grok” significa “bere”. Ma per Valentine, e di conseguenza anche per i marziani, “grokkare” significa qualcosa di simile al comprendere, empatizzare, penetrare profondamente e completamente un concetto a livello mentale ed emotivo per farlo proprio: arrivare a far parte di quello stesso concetto ed esistere con e dentro di esso. Valentine deve “grokkare” qualcosa per poterne comprendere l’utilità, il valore, lo scopo, l’esistenza stessa. Sia esso un’emozione, un oggetto, una persona, un pensiero. Quando Valentine cammina sull’erba o entra nell’acqua, lui e l’erba o l’acqua “grokkano” assieme. Lui si abbevera del mondo mentre il mondo lo sorseggia, pertanto entrambi “grokkano”. Alcuni argomenti, dice nel libro, sono talmente vasti e minuziosi, talmente schiaccianti da “grokkare” che Valentine non riesce ad avvicinarvisi nemmeno, pertanto li immagazzina nel suo cervello, li mette da parte in attesa di avere tempo ed elementi adatti a una migliore comprensione.

Quando affermo che “la guarigione è un cammino”, intendo esattamente questo: guarire significa “grokkare” le nostre esperienze, fatte di sofferenze, difficoltà, gioie e scoperte e farle nostre, esistere dentro e attraverso di esse per poterci evolvere e diventare sempre più completi. Per farlo saranno necessarie molte vite, e di conseguenza molte morti; sarà necessario affrontare moltissime difficoltà, moltissimi traumi e ferite. Ma è il nostro destino supremo e tutti dobbiamo compierlo.

Quando cerchiamo di “bere” un evento magari traumatico che non siamo in grado di capire e accettare, vuoi perché non abbiamo abbastanza elementi in nostro possesso, vuoi perché non abbiamo abbastanza esperienza della nostra stessa vita ed esistenza a riguardo, vuoi perché magari non abbiamo fisicamente il tempo di esaminare ciò che ci è capitato, comprenderlo, accettarlo e andare oltre (magari perché questo trauma ci porta alla morte), allora lo portiamo con noi. Non capita con tutti gli eventi: alcuni semplicemente sono banali e semplici e i loro effetti svaniscono entro poco. Ad esempio tutti prima poi esperiamo cosa significa dover fare la fila e aspettare il nostro turno. Questa cosa potrebbe causarci un trauma, ma mi auguro che non sia qualcosa che ci porteremo dietro nelle diverse vite.

I traumi, quindi, di origine mentale, emozionale e densa (quindi eterica e fisica) trasmettono il loro messaggio verso il livello relativo del corpo causale, ossia “la matrice”, che dispone di sette livelli. I primi tre sono collegati ai corpi direttamente inferiori: eterico, astrale e mentale, mentre quelli superiori svolgono differenti funzioni.

Su questi corpi, come una mappa, rimangono registrati tutti i traumi che noi subiamo. Ed è proprio attraverso questi segnali che noi possiamo affrontare le diverse casistiche esperienziali che ci permetteranno di evolverci. Infatti, quando noi “grokkiamo” completamente un’esperienza, il segno relativo sul livello causale viene rimosso, o quanto meno spostato su un piano diverso, un piano di “archivio” delle esperienze: un po’ come un magazzino di ricordi che possiamo consultare e valutare con precisi metodi. Quando, invece, terminiamo la nostra vita senza aver “grokkato” un’esperienza, questa rimane lì dove si trova, lasciando un segno sul livello del corpo causale, in attesa che si sia pronti a procedere.

Ci sarà capitato di sentire che “il cervello registra tutto”, ma che noi non ricordiamo ogni singolo particolare, anche se lui lo registra per permetterci di vivere una vita sana. Avevo sentito di un uomo che possedeva una particolare memoria eidetica che gli impediva di dimenticare gli eventi meno importanti, qualcosa che in casi normali il cervello fa in continuazione per evitare un sovraccarico. Per quanto possa apparire vantaggioso, per l’uomo in questione era un serissimo problema in quanto dopo un certo lasso di tempo cominciò a non riuscire più a distinguere i volti delle persone, confondendoli, dal momento che li aveva tutti assolutamente chiari in mente a prescindere dall’importanza che rivestivano nella sua vita.

I livelli più alti del corpo causale fanno proprio questo: immagazzinano tutto quanto, non solo le memorie di una vita, ma quelle di tutte le nostre vite. Lo fanno in quello che è stato battezzato, nel linguaggio esoterico: “registro akashico”. Questo registro conserva dentro di sé le emozioni, i ricordi, i pensieri e gli eventi di tutte le nostre vite e le nostre esperienze, sia avute in stato di esistenza incarnata che oltre.

La scelta della rinascita

 

Quando moriamo, i nostri corpi sottili e quello grossolano, con tempistiche e mezzi differenti, smettono di esistere. Il causale e i corpi superiori, invece, procedono a una purificazione e poi a un esame delle proprie esperienze (comprese e ignorate), a una rigenerazione e poi all’incarnazione. Questo processo, che in tempistiche umane dura in media otto anni, ci pone di fronte a una questione di fondamentale importanza: noi scegliamo la nostra destinazione futura. E per “destinazione” non si intende solo il “dove” ci incarneremo, ma anche in che famiglia e con quali legami. Alcuni, inoltre, pensano che la nostra scelta non si limiti a questo, ma anche al “periodo storico” in cui rinasciamo, considerando quindi un’ipotesi di computo non “lineare” del tempo. A prescindere, tuttavia, la nostra scelta non è dettata dal caso o dall’esclusione di posti “disponibili”. Insomma, non è come se prendessimo un mappamondo, lo facessimo girare e a occhi chiusi puntassimo il dito: la nostra scelta è dovuta alle probabilità e alle possibilità, se non le certezze, di aver modo di incontrare persone e di vivere eventi e situazioni nella prossima vita che ci permetteranno, in questo modo, di affrontare le esperienze che non abbiamo ancora fatto nostre, perché le abbiamo rifiutate, perché non siamo stati in grado di “grokkarle”, perché non eravamo abbastanza maturi.

Quando torniamo in vita, quindi, i nostri corpi sottili vengono rigenerati, e questa rigenerazione avviene sulla base della matrice causale che noi ci siamo portati dietro, con tutta la sua mappa di segni e tagli e tacche che non sono altro che nodi sul fazzoletto della nostra vita: moniti a ricordarci di ciò che dobbiamo imparare. Noi possediamo questa coscienza causale: la abbiamo con noi ogni singolo giorno, esattamente come se fosse un organo del nostro corpo. Il problema è che a ogni vita noi resettiamo, cancelliamo la lavagna e pertanto siamo costretti, ogni volta, a dover ricominciare da capo, partendo dalle esperienze più banali, che però ci è fondamentale rivivere perché costruiranno una coscienza esperienziale temporanea di vita utile, se non essenziale, per essere in grado di comprendere, accettare, vivere e superare le esperienze, le difficoltà e le lezioni che abbiamo ancora di fronte. Lezioni che noi conosciamo bene e che ci portiamo dietro da molte vite, magari, e che siamo qui proprio per imparare, ma che possiamo superare solo quando siamo pronti, sia in termini evolutivi causali sia in termini vitali.

Per intenderci, è come se ogni volta che torniamo a vivere noi dovessimo imparare un nuovo linguaggio. Per quanto noi possiamo, inconsciamente, essere a conoscenza delle basi concettuali che vogliamo esprimere, se vogliamo comunicare con efficienza ci è necessario cominciare dalle basi. Solo quando avremo le basi (che magari nel frattempo sono anche cambiate moltissimo, o magari dobbiamo reimparare perché abbiamo scelto una cultura completamente differente da quella precedente) potremo davvero crescere, evolverci e poter affrontare le reali esperienze che siamo destinati a vivere.

Il signor Thorwald Dethlefsen era uno psicoterapeuta, un esoterista e un filosofo tedesco che, purtroppo, ha lasciato questa vita otto anni fa. Tra le sue opere di maggior spicco, di cui purtroppo per me che non leggo tedesco solo una parte è stata tradotta nella nostra lingua, due riguardano questo argomento: Vita dopo vita e L’esperienza della rinascita. Più volte ho citato Dethlefsen nei miei articoli e questo perché a tutti gli effetti ha promosso e portato avanti uno studio approfondito sulla correlazione tra le diverse reincarnazioni, rivissute grazie all’ipnosi regressiva, e le malattie che i suoi pazienti presentavano, cercando la correlazione tra gli eventi e le azioni compiute in altre vite con le patologie presentate in questa e ponendo, quindi, i pazienti di fronte alla possibilità di “guarire” dalla colpa delle azioni compiute, perdonarsi e così poter procedere con serenità in questa esistenza.

Per quanto immagino, e anzi so, che non tutti sono disposti ad accettare questo punto di vista, per quella che è la mia esperienza a riguardo, non solo il lavoro di Dethlefsen, ma anche quella di altri autori promotori di ricerche analoghe è valida e degna di nota. Le azioni che compiamo in una vita riverberano nelle altre esattamente come il sasso che viene gettato nello stagno altera l’equilibrio del suo habitat per sempre. Questo, ancora una volta, ci richiama alla lingua sanscrita, alla sua grammaticità e al termine corretto di “karma”.

Quello che Dethlefsen mette in luce, quindi, è una questione molto interessante che è stata esaminata, considerata e trattata anche da altri esoteristi e meta-terapeuti. Pur se in un modo completamente diverso, lo scrittore, fumettista, regista e cartomante Alejandro Jodorowsky e il figlio Axel, alias Cristòbal, rispettivamente ideatore ed erede della pratica terapeutica battezzata con il nome di Psicomagia, hanno condotto una ricerca che possiamo collegare al Karma familiare in cui l’individuo è portatore e allo stesso tempo può essere risolutore, punta di diamante, eroe del suo albero. Essa si fonda sulla visione della vita e dei legami esperienziali familiari di ogni individuo come una rete di connessioni e ciclicità, consce, inconsce e in qualche modo fatidiche, se non addirittura fatali (nel senso proprio del termine ossia legate al filo stesso del destino). Secondo la teoria della metageneaologia, ossia lo studio genealogico metafisico ideato dallo stesso Jodorowsky, ogni azione compiuta, subita ed esperita dai nostri genitori e dai nostri antenati in differenti modi riverbera nella nostra vita, riprocessando queste stesse esperienze e ponendocele di fronte, con lo scopo di porci verso una presa di consapevolezza e risoluzione che l’albero genealogico stesso (come essere dotato di una propria integrità di gruppo) sta cercando; la stessa cosa può, senza contraddizione, essere letta come un processo che noi stessi, nella ricerca della nostra evoluzione, tendiamo ad andare a riprodurre, cercare o ricreare, inserendoci, per lo più inconsciamente, in una linea familiare di comportamenti, eventi e situazioni che, nel corso della vita di coloro con cui abbiamo legami genealogici diretti, si sono già verificati, rimanendone, spesso, vittime inconsapevoli, subendoli e, spesso, lasciando che queste blocchino la nostra possibile crescita. Anche quando questo ci sembra inverosimile, noi tutti nasciamo con la potenzialità di incontrare tutto questo per sviluppare capacità latenti e talenti nuovi, ma possiamo perdere l’appuntamento con noi stessi e restare fermi nella struttura iniziale. Lo scopo della Psicomagia, come forma di guarigione animica, diviene allora quello di riprodurre, in modo simbolico, un rito-evento che ci pone di fronte alla situazione ripetitiva e ci fornisce la possibilità di affrontare, in modo guidato, il nodo che sta alla base dell’esperienza che ci manca e, se svolto in maniera corretta, ci permette di osservare, comprendere, accettare il significato di ciò che avviene, alleggerirci dalle meccaniche dell’ampia variabile di legami, iniziando a mettere in gioco le qualità utili a procedere che possiamo percepire e così scioglierlo. Lo scioglimento di questo nodo non avviene, come potremo immaginare, senza dolore o sofferenza, bensì proprio attraversando il dolore, accettandolo e imparando a non vivere nella paura di riprovarlo. Ci permette pertanto di fare un giro di boa, di compiere un passo avanti e uscire da un ciclo intrappolante che spesso in larga misura non siamo in grado di comprendere in modo oggettivo senza l’aiuto di qualcuno.

Quando ci poniamo, quindi, di fronte a un’esperienza vissuta, sia in maniera passiva che attiva, non sempre siamo in grado di valutarla con correttezza, per via del punto di vista soggettivo che, inevitabilmente, storpia la nostra percezione. È per questo che esistono i terapeuti, in effetti. E come tale, ogni terapeuta lavora con il paziente in due direzioni: aiutandolo a guarire e aiutando a guarire sé stesso al contempo. Come mi fa osservare una cara amica laureata in psicologia: un terapeuta non può aiutare il suo paziente se questo gli fa da specchio per questioni personali irrisolte della sua stessa vita. Nel caso, invece, in cui il terapeuta abbia superato e risolto questioni analoghe il suo aiuto già di per sé prezioso diventa ancora più curativo, in quanto l’esperienza lo rende più efficace.

Quando torniamo alla vita, dunque, noi scegliamo una destinazione consona al nostro livello di esperienza. Un livello che non è traducibile in termini culturali diretti. Insomma non significa che nelle prime vite saremo cannibali della Nuova Guinea e poi diventeremo filosofi del mondo occidentale. Ci sono esperienze di vita che è più facile apprendere in condizioni di vita povere, umili e culturalmente retrograde e altre che invece si possono apprendere più facilmente in contesti civilizzati. L’evoluzione non è una via che segue itinerari basilarmente in linea retta: è anzi più facilmente rappresentabile come un quadro a macchie di leopardo dove le esperienze vanno a creare un disegno completo solo dopo più e più vite vissute.

Durante questa esperienza, nella vita, noi abbiamo la possibilità (e ci tengo a precisare che è una possibilità e non una garanzia), di affrontare e superare alcune sfide e imparare delle lezioni. Non è escluso, e purtroppo per mia esperienza è una situazione diffusa, che si nasca e si muoia senza aver imparato nulla di formalmente utile ai fini dell’evoluzione spirituale globale della nostra anima: le possibilità che ci siamo trovati di fronte, in quanto tali, possono sfuggirci di mano o possiamo non sentirci pronti a viverle e affrontarle e pertanto le lasciamo correre, come sabbia tra le dita. E pertanto queste esperienze, non risolte, ci si presenteranno di nuovo nella prossima vita, e in quella successiva e in quelle dopo, fino a che l’esperienza diretta non farà abbastanza “massa” da portarci comunque oltre, con una modalità di apprendimento “per prove ed errori”.

Quando mi capita, infatti, di parlare con defunti durante i miei lavori da psicopompo, non è raro che io mi senta confessare da questi spiriti disincarnati cose del tipo: “ho buttato via la mia vita senza imparare nulla”, oppure: “ho sprecato tutto il tempo che mi è stato concesso in cose inutili, rifiutando le lezioni che mi sarebbero servite”. E questi sono solo esempi che, nonostante le parole usate, non esprimono un vero e proprio rammarico. Sono anzi per lo più constatazioni quasi prive di potere emotivo, paritarie a quelle che farebbe un cuoco affermando che la maionese si fa con le uova.

 

La malattia karmica

 

Arriviamo ora a prendere in esame un punto in particolare. Come abbiamo visto, quando noi ci reincarniamo scegliamo una destinazione, che è traducibile in un connubio tra luogo, tempo, famiglia e possibilità di colmare le esperienze mancanti. La malattia in quanto tale, come abbiamo visto, si manifesta come una sirena che ci aiuta a porre attenzione su qualcosa che abbiamo ignorato (spesso a lungo) in questa o in qualche altra vita, dandoci così la possibilità di comprendere la lezione che essa porta e così indurre la malattia a smettere di avere senso di esistere, progredendo attraverso la porta della guarigione.

Ma se la malattia ci pone di fronte a una lezione da imparare, con una possibilità oggettiva, per noi, di avere modo di capire di cosa si tratta, e se nel tempo in cui sviluppiamo questa malattia anche sulla base di scelte di vita prese o non prese lungo il corso del nostro vissuto, in questo contesto, come si spiegano le malattie genetiche di origine ereditaria, le varie sindromi, malformazioni o altre patologie in cui non incorriamo nel corso della nostra incarnazione ma con cui nasciamo e con cui dobbiamo convivere ogni giorno della nostra vita?

Per quella che è stata la mia esperienza finora, esaminando i casi che mi sono stati sottoposti, io ho avuto modo di giungere alla conclusione che la nostra esperienza, anche in termini evolutivi, è intrecciata a quella dei nostri famigliari in modo anche più profondo e radicato di quanto appare all’inizio anche inoltrandosi in comprensioni Karmiche e/o genealogiche. Esistono casi in cui la lezione che i genitori devono apprendere è legata a una responsabilità di malattia della propria prole. Quando l’anima del figlio decide di incarnarsi, può decidere di mettersi al servizio del karma e nascere con una particolare disposizione genetica a una malattia o una malformazione con lo scopo, superiore e ultimo, di permettere ai genitori di affrontare questa sfida per superarla ed evolversi. Ciò non toglie che questa esperienza di vita gioverà anche l’anima del figlio stesso che, in questo modo, avrà la possibilità di fare un balzo karmico evolutivo di tutto rispetto. E credo che, nel piccolo come nel grande, ogni incarnazione porti con sé un molteplice apprendimento: una crescita comune di legami che interessa i genitori, i parenti, i coniugi, i figli ecc. Tutte le persone, quindi, che in qualche modo entrano a far parte della nostra vita e con cui creiamo un rapporto, anche se di pochissimi minuti, che ci può aiutare a capire qualcosa. Una sorta di mutuo soccorso in continuo divenire, una crescita globale, come una rete interconnessa che collega tutte le diverse anime incarnate nel momento attuale.

In questo caso, quindi, abbiamo di fronte anime che si incarnano in precise condizioni consapevoli di svolgere un servizio di crescita per i genitori, per sé stessi e per molte altre persone. A occhi profani e in condizioni estreme questo evento potrà apparire in parte mostruoso e in parte altamente santo, in quanto può essere visto come un sommo sacrificio. In realtà, in termini evolutivi, non è nulla di particolarmente strano o elevato. L’emotività che noi proviamo a riguardo di certi argomenti è del tutto legata, infatti, al nostro essere incarnati nel mondo e nel momento attuale. Da un punto di vista causale, dove lo scopo superiore per qualsiasi cosa è l’evoluzione dell’essere umano come razza, favorire la crescita di qualcuno attraverso metodi come questo è pressoché un qui pro quo.

Possiamo valutare come inerenti anche i casi di bambini che muoiono di morti bianche o che nascono con patologie e malformazioni talmente gravi da non garantire loro la sopravvivenza oltre un brevissimo periodo. L’esperienza di non avere possibilità di vivere è parte delle lezioni che possiamo dover imparare e che anche i nostri genitori potrebbero dover affrontare.

La sofferenza che questo comporta, ci tengo a specificare, non è una punizione per una colpa. È karma. La vita stessa, l’esistenza in forma densa è puramente esperienza della carne e delle possibilità di riscontro che questa sostanza ci concede: non è pagare il prezzo per delle colpe che a volte nemmeno ci ricordiamo. Quando noi uccidiamo qualcuno non dobbiamo pagare nella prossima vita venendo uccisi a nostra volta. Non nei termini di soddisfazione di un gesto. Se deve capitare (e capita prima o poi) è solo in termini inerenti all’esperienza che questo evento può caratterizzare e la lezione che noi possiamo imparare da ciò che facciamo: sia uccidere che essere uccisi. Quindi, in qualche modo, renderci quello che, con difficoltà, potrebbe essere interpretato come “un servizio”, un renderci ciò che ci serve per crescere. Bene e male, infatti, sono concetti puramente mutabili.

Quando mi riferisco, pertanto, alla “variabile karmica”, intendo una serie pressoché infinita di possibilità di esperienza che si intrecciano e si susseguono e si rincorrono e che si legano le une alle altre attraverso molteplici vite, concedendoci in questo modo di apprendere tutto l’apprendibile: per completare il nostro quadro di macchie di leopardo.

I debiti e i crediti karmici, quindi, non sono altro che azioni direzionate che causano reazioni paritarie e contrarie e che non tendono a fermarsi a una semplice vita, ma che rimangono scritte nel nostro registro akashico per sempre. Sono come oggetti che noi lanciamo verso l’alto e che prima o poi ricadono al suolo. Se lanciamo sassi, saranno sassi a pioverci addosso, se lanciamo caramelle sarà molto difficile che a pioverci addosso sarà altro. Ciò non toglie che l’unica possibilità di apprendimento ed esperienza che abbiamo passa attraverso sia l’una che l’altra e che non ci è utile, né tantomeno possibile, valutarla solamente sulla base di una delle due opzioni. Esiste un detto in stregoneria: “la mano che guarisce è la mano che ferisce”. Questo proverbio sta a significare che una strega maledice e benedice con egual potere ed efficacia e che il potere sta sempre nelle sue mani: sta solo a lei decidere come usarlo e per quale scopo. Per quanto possa scegliere sempre come agire, non è lanciando solo benedizioni che noi ci garantiamo una crescita e una evoluzione certa. Dobbiamo passare anche dall’altro lato della barricata per esperire ciò che ci è necessario.

Quando agiamo nell’ambito della sacra arte della guarigione, qualsiasi sia il nostro intento, ciò che è importante è non dimenticare mai che la vita è esperienza, niente più che questo. Come diceva un vecchio sciamano sioux: “io non sono un uomo che fa esperienza della spiritualità; io sono uno spirito che sta provando cosa significa essere umani”.