The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

4 - L'Equilibrio

L’EQUILIBRIO

Equilibrio e Malattia

Il concetto di equilibrio possiede molteplici applicazioni e interpretazioni. Esaminando il termine, vediamo come derivi dalla fusione di due parole latine: aequus che significa equo, quindi uguale, e libra, che significa invece bilancia. In sostanza si parla di uno stato della materia su cui le forze in gioco non riescono a prendere il sopravvento le une sulle altre ma si mantengono, quindi, in una situazione di stallo. Immaginiamo ad esempio un artista circense che si sta esibendo sotto un tendone: un funambolo. La sua concentrazione e il suo allenamento lo possono mantenere sul filo a un’altezza vertiginosa permettendogli di camminare, saltare e anche piroettare senza precipitare. Nel suo caso l’equilibrio è anche interpretabile come lo stato di grazia secondo cui una persona può mantenersi in quel punto esatto tra la caduta e la stabilità che gli permette, bilanciando il peso corporeo, di non precipitare.

Quando applichiamo il termine “equilibrio” all’arte della guarigione, o comunque allo stato di salute di un corpo, sia esso fisico o sottile, ci riferiamo a un aspetto globale in cui tutte le forze in gioco, interpretabili sotto diversi aspetti a seconda delle differenti culture, trovano un’armonia consolidante tra loro che ci permette, quindi, di essere in salute. O quanto meno, come dicevamo negli articoli precedenti, avvicinarci il più possibile allo stato di salute che possiamo ottenere al massimo delle nostre potenzialità, dato che l’uomo sano esiste solo nei libri di anatomia. Quando, di contro, si parla di squilibrio, e questo anche nel linguaggio psichiatrico, si parla di uno stato compromesso delle facoltà psichiche mentali di un individuo prima ritenuto normale. Pertanto si parla di un aspetto sia fisico che emotivo che psichico e, nel nostro caso, anche più alto, dove tanti elementi differenti devono essere in armonia per permettere a un individuo di essere ritenuto sano.

Il corpo fisico, in termini biologici, non è altro che una macchina. Anche adesso, nel 2018, anno in cui sto scrivendo questo articolo, è stato scoperto un nuovo organo appena sotto la pelle: là sotto i nostri occhi. Questo organo, battezzato interstitium, era stato considerato precedentemente come parte di un tessuto connettivo. Questa scoperta, fino ad adesso, ci era stata velata non per mancanza di spirito di osservazione dei team scientifici, ma per il metodo in cui i tessuti del corpo venivano trattati. Infatti, l’interstitium circonda vene e tessuti muscolari, nonché organi digerenti e tutto l’apparato urinario e polmonare. Non si tratta di altro che di una maglia costituita di scompartimenti colmi di fluidi tenuti insieme dall’elastina. Il fluido in essi contenuto è extracellulare e in effetti si è scoperto di saperne pressoché nulla. Il corpo umano infatti è costituito per quasi due terzi di acqua. Di questo circa 70%, due terzi sono contenuti nelle cellule, ma del restante terzo non si sa quasi niente. Questa scoperta, che comunque deve essere scientificamente accertata e verificata, pone le basi per una riflessione: noi viviamo e usiamo una macchina che non conosciamo completamente. Questa macchina, al contrario di altre, basa interamente il proprio funzionamento su una sorta di computer centrale che mantiene il controllo di tutte le periferiche attraverso un continuo, ininterrotto flusso di informazioni.

Se dovessimo rivedere questo concetto sotto un punto di vista informatico, sarebbe utile prendere a prestito una rete locale, alias “LAN”, letteralmente Local Area Network. In una rete LAN diversi computer sono collegati tra loro grazie a dei cavi di rete in fibra ottica e possono comunicare attraverso un continuo scambio di “pacchetti” di dati, misurati in byte. Anche quando un utente collegato a uno dei computer non sta facendo nulla di attivo questo scambio di dati è in corso: è come se i due computer continuassero a chiamarsi l’un l’altro e attendessero la risposta. Nel corpo umano a inviare e ricevere i dati è il cervello, che, attraverso il sistema nervoso, continua a interrogare ogni singolo organo, attendendo una risposta. In una condizione normale, quando questa risposta tarda ad arrivare o arriva portando delle informazioni differenti dallo stato di salute ordinario, il cervello rimanda a sé stesso una comunicazione che dovrebbe metterci in allarme.

Torniamo quindi al nostro funambolo. Come dice quella canzone della band laziale: i Ratti della Sabina: “Il mio futuro è nel presente ed ogni giorno allegramente io cammino sul confine immaginario dell'orizzonte mentre voi, signori spettatori, mi guardate dalla strada, cuori appesi ad un sospiro per paura che io cada. Ma il mio equilibrio è in cielo, come i sogni dei poeti, mai potrei viver come voi che avete sempre la certezza della terra sotto i piedi”. Nel corpo umano, lo stato di equilibrio è determinato e segnalato da un piccolo organo interno all’orecchio, noto come “labirinto”. Questo organo, a sua volta diviso in varie parti, si costituisce nell’apparato vestibolare che, molto semplicemente, è colmo di un liquido linfatico e otoliti, ossia microscopici cristalli di calcio che, seguendo la forza inerziale della gravità, si spostano permettendo all’organo di percepire e rimandare al cervello la posizione dell’asse della testa in relazione a quello terrestre. In sostanza, noi percepiamo lo stato di equilibrio del nostro corpo in riferimento al centro del pianeta grazie a questo piccolo, minuscolo organo. La sensazione che il nostro funambolo prova quando si sente sbilanciato e che, istintivamente, lo induce a cercare di spostare il peso del corpo in modo adeguato a far sì che non cada di sotto gli arriva al cervello grazie a questo meraviglioso piccolo groviglio di tubicini all’interno del suo apparato uditivo.

In una condizione normale, quindi, sia il funambolo che una persona qualsiasi ascolta con grande attenzione la percezione di equilibrio che il labirinto, nel suo continuo e imperterrito scambio di informazioni, comunica al cervello. Quando cominciamo a sentirci sbilanciati, noi percepiamo questa sensazione di perdita di equilibrio e cerchiamo di evitare di cadere e farci male. Questa percezione è dominata dall’istinto di sopravvivenza che, nel caso del mondo attuale, emerge in modo del tutto sporadico in quanto abbiamo permesso al cervello razionale di abbandonare gran parte delle proprie difese a favore di un affidamento completo alle risorse scientifiche e tecnologiche in nostro possesso. E noi crediamo, consciamente, di poter fare a meno di questi istinti.

Illusi.

Il nostro corpo, ovviamente e per fortuna, non la pensa come noi. E se ne frega bellamente di ciò che noi riteniamo essere una condizione superflua. Lui continua a comunicare con noi, continua a lanciarci messaggi più o meno allarmanti sul nostro stato di salute. Un po’ come le guardie del secondo atto del Macbeth shakespeariano, a loro volta citando Isaia 21,11-12, che si domandano: “A che punto è la notte?”. Esattamente come in Isaia e nel Macbeth: le sentinelle chiedono per ricevere risposta. Se la risposta non arriva, allora significa che qualcosa non va per il verso giusto. Quando lo stato di equilibrio tra i diversi componenti del corpo comincia ad alterarsi, quindi, il cervello ne riceve comunicazione in modo immediato attraverso delle sensazioni, delle emozioni e degli stati fisici. Per cultura, la tendenza, soprattutto per gli occidentali, è quella di ignorare i segnali del corpo per lungo tempo, o quanto meno fino a quando l’equilibrio, nel suo continuo processo di alterazione, arriva a un punto tale per cui ci è impossibile non prestarvi attenzione.

Se poniamo l’attenzione sui corpi più sottili, la malattia è, fondamentalmente, parte di questa comunicazione: è un modo in cui i corpi ci trasmettono delle informazioni, ossia dialogano con loro stessi. Una sorta di “autoriflessione”. La malattia funge, quindi, sia da sentinella che chiede “A che punto è la notte?” sia da sentinella che risponde: “Vien la mattina, poi anche la notte. Se volete interrogare, interrogate pure; ritornate, venite”.

Lo stato di flusso

Ora che abbiamo chiaro il concetto di equilibrio, cerchiamo di capire come mai questo viene compromesso.

Negli articoli precedenti abbiamo affrontato l’anatomia sottile del nostro corpo eterico in particolare costituita dai Chakra, dalla Kundalini e dai canali che trasmettono i diversi tipi di Prana, ossia le Nadi. Il Prana generato, metabolizzato, diffuso, ripulito, dissolto ed espulso scorre in questi canali portando energia in tutti gli organi e mantenendo, quindi, uno stato continuo e stabile di flusso, esattamente come fa il sangue quando porta con sé leucociti, eritrociti e piastrine. Seguendo questo stesso paragone, cosa capita quando il Prana, per qualche motivo, tende a non scorrere in modo adeguato lungo i canali delle Nadi? Quando, per qualche motivo sottile, dovuto a diversi fattori tra cui anche gli stati ossessivi, questo flusso di energia non scorre in modo adeguato, il ristagno della stessa può causare una malattia.

Anche se il Prana, quindi, è un’energia che mantiene dentro di sé delle caratteristiche tendenzialmente considerabili come “positive”, in realtà non è diverso dal sangue. Quando non scorre in modo adeguato, il blocco che si verifica può comportare dei seri problemi. L’agopuntura, ad esempio, si basa proprio su questo principio. Grazie all’inserimento di aghi nel tessuto sottocutaneo, si permette alle Nadi intasate di ripristinare il corretto flusso energetico verso i centri del corpo.

Ma cosa fa bloccare il Prana?

Ci sono varie correnti di pensiero attraverso cui i diversi sostenitori potrebbero rispondere in modo differente. Inoltre per rispondere a questa domanda servirebbero almeno cinquecento pagine e non abbiamo né il tempo né lo spazio per dare una replica coerente, valida e completa ad un quesito come questo. Pertanto cercherò di considerare alcune opzioni base e di classificarle in modo semplice e il più conciso possibile. Ci tengo a sottolineare che nessuno dei punti seguenti esclude gli altri, bensì li integra. Pertanto una persona potrebbe avere contemporaneamente differenti problematiche e sintomatologie diverse provocate da una o più motivazioni sotto elencate. Questa lista, inoltre, è esclusivo frutto della mia esperienza e del mio studio e non pretende né di essere verità, né di essere completa e definitiva.

1)      La prima opzione che possiamo considerare è dovuta al corpo fisico. Un trauma fisico di qualsiasi tipo può causare un blocco del flusso di Prana, in quanto si trasmette sull’eterico per la legge del riflesso. Se una persona subisce un trauma di qualsiasi tipo sul corpo denso, questo trasmetterà la comunicazione specularmente anche al corpo eterico, che la riprodurrà in maniera immediata. Se nel corpo fisico la ferita apparentemente guarirà, non è detto che il flusso pranico rimanga costante, e nel tempo le problematiche connesse a quel trauma potrebbero ripresentarsi.

2)      La seconda opzione è dovuta invece al doppio eterico. Poniamo che una persona riceva un attacco da una qualche entità predatoria eterica o astrale, qualche vampiro o qualche entità aurica o anche solo delle radiazioni di tipo sottile ed elettromagnetico in modo continuato, un’infezione eterica o un addensamento aurico, solo per fare degli esempi. In questo caso una ferita sul corpo eterico, conseguita da una lacerazione, un foro, un blocco o anche un’alterazione del corpo eterico, come ad esempio uno dei canali dei chakra fuori sede, comporterà un cattivo flusso di Prana lungo le Nadi, sia le principali che le secondarie, inducendo a volte un sovraccarico di lavoro su alcune zone e una carenza su altre.

3)      La terza opzione è dovuta al corpo astrale o emozionale. Poniamo che una persona riceva un trauma o uno shock emozionale che, per i motivi più disparati, interesserà il corpo relativo. In questo caso, più che nei corpi più densi, l’emozione non seguirà canali diretti e semplici, ma si posizionerà in maniera relativa ai chakra e agli organi simbolicamente interessati, in relazione ai demoni, ai diritti, agli scopi evolutivi, all’identità e l’orientamento del chakra stesso: termini che abbiamo visto e valutato negli articoli relativi. Pertanto così come un trauma da privazione di affetto si andrà a situare indicativamente sul quarto chakra e interesserà quindi gli organi connessi (cuore, timo, polmoni, braccia, bronchi), un trauma da abbandono invece andrà a colpire il primo chakra (ossa, gambe, piedi, intestino, surrene). Entrambi questi traumi si manifestano, sul flessibile e malleabile corpo eterico, come depressioni, lacerazioni, manipolazioni, vere e proprie ferite e voragini che, se non curate in modo adeguato, non solo continueranno a compromettere lo stato emozionale (e non emotivo) della persona interessata, ma impediranno il corretto scorrere del Prana, che dovrà fluire in modo inadeguato lungo altri canali, causando blocchi o incoerenze e pertanto disfunzioni eteriche e fisiche.

4)      La quarta opzione, come possiamo immaginare, è dovuta al corpo mentale. Pressoché come con il corpo emozionale, anche gli stati mentali hanno una forte influenza sui corpi inferiori, seguendo la medesima simbologia legata ai chakra e ai suoi organi e dettata da scopi, diritti, identità, demoni e orientamenti dei differenti centri. Poniamo quindi una persona sottoposta a uno stato mentale e psicologico di stress continuo o interessato a un condizionamento: il corpo mentale, sotto pressione, comincerà a vivere uno stato alterato, che influenzerà lo stato emotivo e psicofisico del soggetto, causando, di conseguenza, problemi di flusso eterico e poi fisico.

5)      La quinta opzione è dovuta invece a stati superiori legati al causale. Entriamo qui nella sfera legata al concetto di karma e di molteplicità delle esistenze e delle esperienze a esse legate e dovute. Di questa opzione, tuttavia, parleremo in modo separato.

6)      Nella sesta opzione possiamo inserire una marea di agenti esterni che possono colpire in modo indiscriminato i nostri corpi su più fronti e tutte le altre opzioni che non ho avuto modo, esperienza e conoscenza per determinare. Confido che, nel futuro, io abbia modo e possibilità di esperire o apprendere nuove vie e poter così ampliare questa lista e allungarla anche grazie alle segnalazioni di chi potrebbe leggere questo articolo e trovare qualcosa di mancante.

Il karma e la malattia

In un sistema complesso come quello multidimensionale, a un guaritore che vuole cimentarsi in un cammino che implichi la ricerca dell’equilibrio sia in se stesso che nelle persone che cercano aiuto da lui, non è concesso fermarsi alla sola sostanza densa del corpo e delle cause limitate agi strati più grossolani. Pertanto siamo tenuti a prendere in esame anche un aspetto ulteriore che è implicato e corresponsabile. E chiamarlo aspetto è pressoché riduttivo, perché sarebbe più consono e corretto parlare di cancello oltre cui si apre un nuovo mondo e con esso nuove vie di esperienza e comprensione della malattia e delle sue forme di manifestazione.

Prendendo in esame tutto ciò che abbiamo considerato oggi, è utile considerare che noi siamo energia tanto quanto lo è ciò che mangiamo, respiriamo, beviamo e pertanto assorbiamo e quanto lo è il mondo che percepiamo e che vive intorno a noi. Pertanto così come il Prana è un flusso continuo che scorre nel nostro corpo come fa il sangue, noi stessi, esseri viventi senzienti, viviamo in uno stato di flusso. Anche solo considerando le quattro differenti dimensioni legate alla fisica che sono riconosciute dalla scienza e che vanno a costituire tutto ciò che noi possiamo valutare come parte della nostra realtà, alias altezza, larghezza, profondità e tempo, noi stessi scorriamo attraverso queste dimensioni come un flusso. Noi esistiamo nel presente, nel passato e nel futuro in un modo che ci è difficile comprendere in modo razionale, ma più facilmente in valutazione ipotetica, considerando quindi la vita come uno stato in movimento, probabilistico e non statico.

Se noi siamo movimento e probabilità, quindi flusso, possiamo considerare quindi come le differenti vite che noi viviamo, in relazione le une con le altre e, secondo alcune ipotesi, vissute in modo contemporaneo, come differenti strati di una singola torta, comportino uno scambio di informazioni che non ha confini legati al tempo e allo spazio (e in questo ambito si situano le discipline che non hanno vincoli di spazio e tempo come la radionica, la radiestesia e il reiki, per dirne alcune). Sia che consideriamo il tempo una variabile circolare (pertanto, per dirla breve, la mia coscienza esiste adesso, nel medio evo, nel sedicesimo secolo, nel neolitico e nell’era dei viaggi interstellari nello stesso tempo e per questo motivo le mie vite sono intrecciate e collegate: perché le sto vivendo tutte insieme) sia che lo consideriamo invece una variabile lineare (pertanto io ho vissuto nel neolitico, nel medio evo, nel sedicesimo secolo, sto vivendo ora e vivrò ancora nell’epoca dei viaggi interstellari), noi conserviamo un registro akashico delle nostre vite. In questo registro noi teniamo traccia di tutte le esperienze e, di conseguenza, di tutti i traumi e le ferite emozionali mentali e fisiche, a volte anche mortali, che abbiamo subito e, perché no, che subiremo vivendo.

Spesso in concomitanza con date particolari legate a eventi o traumi del passato (sia di questa o che di altre vite) e in relazione al corpo legato al tipo di difficoltà affrontata (quindi eterico, astrale o mentale), ma a volte anche in modo indeterminato, noi cominciamo a presentare un’anomalia nell’equilibrio dei nostri corpi che si presenta sotto forma di vere e proprie ferite, collassi, depressioni e lacerazioni. A volte queste anomalie si presentano anche attraverso l’interazione di agenti esterni: un incidente pressoché identico a quello che è avvenuto a mio padre e mio nonno, ad esempio, e che mi comporta una patologia molto simile.

Nel caso in cui non si abbia a che fare con agenti esterni, come è ovvio, queste ferite non possono essere individuate dalla medicina tradizionale, ma ancora una volta il nostro corpo, costituito da materia sottile e grossolana, invece può farlo. Lui le può individuare. E cerca in ogni modo di porci di fronte all’evidenza di questa incidenza con l’unico metodo che conosce: cercando di comunicare con noi attraverso i segnali. Dapprima possono essere segnali sottili, mentali ed emozionali: quindi sensazioni, sogni, a volte fissazioni. Se ignorati cominceranno a presentarsi come eterici, quindi legati a dolori fantasma, ad appesantimenti, a curiose sensazioni di disagio e indolenzimento in alcune zone del corpo.

Se ancora ignorate, allora si presenteranno come malattie del corpo fisico che interesseranno esattamente la zona del corpo relativa, in modo simbolico o in modo diretto.

Potranno cominciare come malesseri leggeri che nella maggioranza dei casi noi cercheremo di alleviare come facciamo con i disturbi fastidiosi: andando da un medico e facendoci prescrivere qualche farmaco che, pur favorendo lo stato biochimico, di contro inevitabilmente ci avvelenerà il corpo fisico, pur in buona norma rimuovendo il sintomo di ciò che ci affligge. Ma non è questa l’attenzione che il nostro corpo ci sta chiedendo. Pertanto, dato che in questo modo noi stiamo ignorando ancora il messaggio, lui si presenterà in modo ancora più violento, costringendoci a guardare. Possiamo ignorarlo ancora, rifugiandoci nella lotta contro il sintomo, come del resto fa la maggioranza delle persone. E a lungo andare il corpo attraverserà la guarigione finale: ossia la morte, abbandonando il corpo grossolano e procedendo verso una nuova esistenza e una nuova incarnazione.

E a quel punto ci potremmo domandare: e il messaggio, o meglio l’esperienza che abbiamo ignorato nella vita appena vissuta? Ovviamente rimane lì dov’è: scritta nel registro akashico, pronta a ripresentarsi di nuovo nella prossima vita e a porsi di nuovo sotto la nostra attenzione.

Malattia e Karma quindi sono intrinsecamente legati a doppio filo: sia nel modo passivo, ossia quando la malattia fa da specchio per traumi passati, ripresentandoli sotto forme simboliche uguali o differenti in vite seguenti, che in quello attivo, che tuttavia vedremo nei prossimi articoli, ossia quando, in fase di scelta della destinazione per la prossima incarnazione, scegliamo in modo predestinato una vita in cui affronteremo una patologia, a volte congenita, a volte ereditaria, a volte acquisita e a volte invece predeterminata, che ci accompagnerà per tutta la nostra esperienza, come ad esempio i nati con particolari sindromi nervose, mentali, fisiche o con malformazioni a organi del corpo.

Se dovessimo chiedere a uno scienziato quale sia lo scopo della vita, lui probabilmente risponderà evolverci e riprodurci. Se lo chiedessimo a un filosofo probabilmente ci dirà che è penetrare il mistero dell’universo. Se lo chiedessimo a un teologo ci risponderà che è avvicinarci a Dio. Ponendo il fatto che non esiste una risposta sbagliata, per quanto mi riguarda, se lo chiedeste a me, io risponderei che il senso della vita è fare esperienze e che queste, in qualche modo, sono trasversali a tutti gli scopi elencati. L’esperienza ti avvicina a Dio, ti aiuta a penetrare i misteri universali e ti permette di evolverti e, perché no, anche di riprodurti (dopotutto anche quello è esperienza). E mettendo un particolare accento sull’evoluzione, è valido non considerarla solo una linea che collega le caverne ai grattacieli, ma anche una scala che possiamo usare per diventare qualcosa di differente, per esplorare nuovi stati di coscienza, di materia e di esistenza stessa. Per essere migliori e pertanto, in differenti modi, più vicini a Dio. Dio in senso lato, ovviamente.

Per farlo, per raggiungere la cima di questa scalinata, dobbiamo comunque affrontare ciò che è la carne e l’esistenza che abbiamo qui, ora. Quando ci troviamo di fronte alla malattia noi scappiamo, ne abbiamo paura, ne siamo terrorizzati. Cerchiamo di rifiutarla, di sconfiggerla, di distruggerla. In parte è paura della morte, del dolore, della sofferenza e dell’abbandono delle persone e delle cose che amiamo. Ma in parte è anche qualcosa d’altro. Per quanti sforzi l’essere umano abbia fatto nel corso dei millenni, anche grazie all’invenzione degli studi scientifici più all’avanguardia, noi continuiamo ad ammalarci e morire. Ora come all’epoca delle palafitte. Certo, viviamo più a lungo, abbiamo prospettive di vita (quanto meno nei paesi più ricchi, civilizzati e industrializzati) più ampie di quelle di un uomo che viveva nel Medio Evo, ma le persone continuano ad ammalarsi a morire. La scienza si vanta di aver sconfitto delle malattie, di aver inventato vaccini sempre più efficaci, di aver scoperto nuovi modi per mantenere le persone in vita più a lungo, a volte anche in condizioni discutibili, ma tutti quanti, prima o poi, ci troviamo di fronte all’inevitabile destino di ammalarsi e morire.

Questa riflessione, unita all’esperienza diretta che ho avuto con persone che si sono affidate a me per affrontare un percorso di guarigione, mi porta a pensare che in larga misura stiamo sbagliando approccio e che la malattia è qualcosa che ci sforziamo di capire poco, se non nell’unico scopo di sconfiggerla e di cercare di evitare con tutte le nostre forze che si manifesti e che ci porti alla morte. Ma questo non è comprendere la malattia e di conseguenza accettarla: questo è pensare di essere in grado di poter sconfiggere la morte e fare di tutto, in cielo e in terra, per portare a termine questa sacra, superflua, ma soprattutto controproducente crociata.

Ma anche questa, lasciatemelo dire, è crescita. Anche questa è evoluzione. Anche questa, nei modi più vasti che possiamo sperimentare, accettare e comprendere, è accettazione e comprensione di ciò che siamo veramente: a livello chimico non siamo altro che un insieme di acqua, proteine, lipidi, sali minerali, glucidi e vitamine. Ma siamo quindi solo tessuti e fluidi? Oppure c’è anche qualcosa d’altro?