The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

L'Uomo Malvagio


I Sogni
 

A cura di Proue
 


L'Uomo Malvagio

Poco più di due settimane fa ho fatto questo sogno che mi ha lasciato una sensazione di angoscia e di impotenza per un paio di giorni (e tutt’ora quando ci ripenso).

Nonostante abbia terminato le scuole superiori da una decina di anni (realmente) mi trovavo in gita scolastica, città europea non meglio definita, bistrò dalle tende rosse e strada dritta, senza macchine.
Camminiamo tutti sparsi sul marciapiede, una trentina di persone (alcune che non conosco e altre che riconosco come miei effettivi compagni di classe). Ci stiamo organizzando per decidere cosa visitare prima.. allegria generale, risate.
Improvvisamente nel sogno appare una macchina, un’automobile d’epoca leggermente allungata e tondeggiante di colore nero che procede a passo d’uomo e si affianca a noi.
Alcuni miei compagni iniziano a parlare con il conducente il quale ci invita a seguirlo per andare a visitare un posto che secondo lui non possiamo saltare durante questa visita.
Mi incute timore, non mi piace il modo in cui parla, eccessivamente affabile e cerco di spronare i miei compagni a proseguire con la nostra gita.
I più cedono al consiglio dell’uomo e finiscono per convincere tutto il gruppo.
Entriamo in macchina e io mi siedo direttamente davanti, accanto al guidatore e stranamente la macchina riesce a contenere quasi tutte le persone, mentre le altre si siedono sopra il tetto e sul cofano. Ho la possibilità di osservare meglio il conducente. Un vecchio vestito di nero, capelli e baffi bianchi lunghi fino alle spalle che potrebbe vagamente assomigliare ad un Hitler invecchiato e dai baffi meno regolari (associazione mentale che però ho avuto una volta svegliatami), accanto a se tiene un bastone nero con un pomello d’argento.
Il viaggio è breve.. il tempo di osservarlo che siamo già arrivati.
Mi si para davanti l’entrata di un cimitero, tombe, muri, sassolini in terra bianchi.. tutto bianco, salvo per le varie piante che crescono in grossi vasi anch’essi bianchi.
Ci fa procedere in fila indiana a due a due e sono concentrata sul rumore dei sassi che scricchiolano sotto le mie scarpe. Ho realmente paura, e nonostante questo devo procedere e non posso nemmeno spostarmi o cambiare posizione.
Arriviamo davanti ad una specie di cripta chiusa da una porta di ferro senza serratura e maniglia.. Sopra la cripta ci sono dei simboli messi ad arco.. o meglio non sono proprio simboli, sono lettere dell’alfabeto greco tra cui riconosco l’omega, la sigma e la kappa.
Adesso non siamo più infila indiana, ma siamo raggruppati intorno all’uomo che utilizza il suo bastone per colpire le varie lettere come se dovesse digitare un codice.
Una mia amica sorpresa ed entusiasta mi dice di guardare i simboli, stupita dal fatto che siano incisi su una cripta di un cimitero.
Non ci trovo nulla di divertente o curioso e cerco di memorizzare, senza riuscire, l’ordine in cui sono state toccate le lettere.
La cripta si apre e iniziamo a seguire l’uomo giù per una scalinata semibuia che sfocia in un appartamento con le pareti foderate in legno.
La prima stanza che troviamo è un salotto.
Tavolo rotondo al centro della stanza spoglia e priva di finestre.
Il vecchio sparisce in quella che credo sia la cucina e nel frattempo comincio a consigliare al gruppo di non mangiare o bere niente.. sono tutti piuttosto tesi e mi danno ragione.
Appaiono crostino, stuzzichini e bibite, ma nessuno mangia. Poi appaiono due pacchetti di patatine e qualcuno comincia a dire che le patatine non possono essere drogate o avvelenate in quanto i pacchetti sono sigillati.. io continuo a dire di non mangiare e sto quasi per mettermi a piangere.
Tutti mangiano tranne una ragazza che mi sta vicino.
Siamo disposti a semicerchio intorno al tavolo ed improvvisamente iniziano a ballare, ridere, ed infine ad agitarsi come se fossero in preda ad attacchi epilettici.. non riescono a fermarsi e nemmeno ad ascoltare o ragionare.
Improvvisamente il vecchio balza sul tavolo, a dispetto della sua età e stringe una specie di mitra in mano e comincia a ridere come un folle puntando l’arma su tutti come e dovesse scegliere un bersaglio. Punta me e la ragazza che è accanto a me e solo in quel momento mi accorgo che siamo vestite di bianco, una specie di camicia da notte.
Comincio a ripetermi dentro “fa che colpisca lei, fa che colpisca lei”..
Lui spara e la colpisce, ma dal mitra fuoriesce solo un potente getto d’acqua che la prende sullo stomaco.
Mi sento vile per il mio precedente pensiero e quando il vecchio, che continua a ridere, preme nuovamente il grilletto, provo a parare il colpo con la mano e nuovamente fuoriesce un getto d’acqua fredda che mi bagna. Lateralmente spunta un uomo sporco, coi capelli lunghi, vestito di stracci che impugna anche lui uno mitra uguale e mi dice che sono stata fortunata perchè lui l’ultima volta ci ha rimesso un piede. E mi fa vede il suo piede privo delle dita e con vistose cicatrici.
Il vecchio continua a sparare a giro, senza mai fermare il getto d’acqua e l’altro uomo fa lo stesso.
I miei compagni continuano a divincolarsi e mi accorgo che sono ritornati coscienti pur senza avere la facoltà di fermarsi.
Nella confusione generale afferro la ragazza accanto a me e la trascino via verso l’entrata.
So già di non poter aprire la porta e che se provassi ad aprire una finestra posta in alto scatterebbe una specie di allarme e non voglio far capire che siamo riuscite a scappare dalla stanza.. non voglio che si accorgano di noi. Accanto alla scala c’è un letto di legno, ricoperto da pese coperte che scendono fino al pavimento. Faccio infilare sotto il letto la ragazza e faticosamente, mi ci infilo anch’io e le dico di non preoccuparsi e di stare zitta, di non urlare.
Improvvisamente non c’è più il rumore prodotto dal getto d’acqua. Penso che forse quel macabro scherzo è concluso e faccio per mettere la testa fuori, improvvisamente scoppiano una raffica di spari e so che i miei compagni sono tutti morti, che non hanno avuto scampo. Lo so.. e so anche che devo trovare un modo per metterci in salvo.
Sento il mio cuore che batte fortissimo ed ho paura che lo possa sentire anche il vecchio. E mi sveglio con la sensazione di non poter fare nulla per salvarmi.


Il sogno si divide nettamente in tre parti:
Incontro con l’uomo sconosciuto.
Passaggio al cimitero
Azioni nel luogo interrato
L’atmosfera generale del sogno, tranne la primissima parte, è molto angusta. Ciò si rispecchia anche nella descrizione delle varie scene del sogno, a partire dal cimitero, asettico e monocromatico, ed arrivando alla sala sotterranea, che viene descritta senza finestre e luce naturale.
Anche il livello di ansia, almeno da parte della protagonista, è molto alto, ansia che le resta addosso anche oltre il sonno stesso, per tornare al suo ricordo.
Ci sono in questo sogno molti degli elementi tipici dell’incubo: insieme all’ansia ed alla distorsione innaturale della realtà, anche l’angoscia che consegue dall’essere contro l’opinione comune, e la sensazione costante che qualcosa di brutto debba accadere.
Negli incubi infatti, l’azione terrificante non viene mai portata a compimento, ma resta fortemente condizionante la paura che questo avvenga (es., la persona che nel sogno ci rincorre per ucciderci raramente arriva a ucciderci davvero, succede molto più spesso che ci svegliamo negli istanti prima della nostra presunta morte).

Nonostante abbia terminato le scuole superiori da una decina di anni (realmente) mi trovavo in gita scolastica, città europea non meglio definita, bistrò dalle tende rosse e strada dritta, senza macchine. Camminiamo tutti sparsi sul marciapiede, una trentina di persone (alcune che non conosco e altre che riconosco come miei effettivi compagni di classe). Ci stiamo organizzando per decidere cosa visitare prima.. allegria generale, risate.

Prima contestualizzazione scenica del sogno. Città moderna, poca gente e pochi rimandi alla tecnologia. La contestualizzazione è sconosciuta per quanto riguarda il luogo, ma una parte dei compagni è reale e riconoscibile. C’è voglia della mente di creare uno spazio di fiducia quindi, come punto di partenza da cui cominciare a muoversi.

Improvvisamente nel sogno appare una macchina, un’automobile d’epoca leggermente allungata e tondeggiante di colore nero che procede a passo d’uomo e si affianca a noi.
Alcuni miei compagni iniziano a parlare con il conducente il quale ci invita a seguirlo per andare a visitare un posto che secondo lui non possiamo saltare durante questa visita.
Mi incute timore, non mi piace il modo in cui parla, eccessivamente affabile e cerco di spronare i miei compagni a proseguire con la nostra gita.
I più cedono al consiglio dell’uomo e finiscono per convincere tutto il gruppo.

L’elemento macchina con le sue caratteristiche, sembrerebbe esterno, potrebbe provenire per esempio da qualche film visto recentemente, vittima di una elaborazione inconscia che lo proietta all’interno del sogno. Il significato dell’automobile varia moltissimo in base alla cultura ed alle esperienze legate alle auto della persona in questione, ma in generale, presa in questo contesto, sottolineerei la tipologia che si discosta totalmente dal gruppo. E’ antica, probabilmente costosa, di lusso, esattamente il contrario dei ragazzi della combriccola, giovani, probabilmente non ricchi. Questo contrasto prepara il divario esperienziale e di stile che poi viene confermato nella figura dell’uomo: anziano, severo, anche se il suo tentativo è quello di mostrarsi affabile.

Entriamo in macchina e io mi siedo direttamente davanti, accanto al guidatore e stranamente la macchina riesce a contenere quasi tutte le persone, mentre le altre si siedono sopra il tetto e sul cofano.
Ho la possibilità di osservare meglio il conducente. Un vecchio vestito di nero, capelli e baffi bianchi lunghi fino alle spalle che potrebbe vagamente assomigliare ad un Hitler invecchiato e dai baffi meno regolari (associazione mentale che però ho avuto una volta svegliatami), accanto a se tiene un bastone nero con un pomello d’argento.
Il viaggio è breve.. il tempo di osservarlo che siamo già arrivati.


Conferma di quanto appena osservato, ovvero lo scarto generazionale tra l’uomo ed i ragazzi, con quel che ne comporta in termini di impatto, esperienze, bagagli di memoria etc.
Ed infatti la protagonista ha da subito l’impressione che sia meglio non fidarsi dello sconosciuto, pena il pericolo di brutti risvolti.

Mi si para davanti l’entrata di un cimitero, tombe, muri, sassolini in terra bianchi.. tutto bianco, salvo per le varie piante che crescono in grossi vasi anch’essi bianchi.
Cambio di ambiente, passaggio ad un clima total white, tremendamente asettico, se non per le piante, unico tono di colore nel nulla cromatico. E’ interessante notare come l’inconscio della donna abbia elaborato e riproposto l’assenza di vita con il bianco (assenza di colore), invece che il più tradizionale nero, che simboleggia il lutto nella cultura occidentale. Il cimitero diventa simbolo di passaggio, nella nostra realtà tra vita e morte, ma anche, nel nostro contesto, tra natura ed artifizio, tra ambiente sicuro ed ambiente sconosciuto, tra libertà di scelta e costrizione.

Ci fa procedere in fila indiana a due a due e sono concentrata sul rumore dei sassi che scricchiolano sotto le mie scarpe. Ho realmente paura, e nonostante questo devo procedere e non posso nemmeno spostarmi o cambiare posizione.
Arriviamo davanti ad una specie di cripta chiusa da una porta di ferro senza serratura e maniglia..
Sopra la cripta ci sono dei simboli messi ad arco.. o meglio non sono proprio simboli, sono lettere dell’alfabeto greco tra cui riconosco l’omega, la sigma e la kappa.
Adesso non siamo più infila indiana, ma siamo raggruppati intorno all’uomo che utilizza il suo bastone per colpire le varie lettere come se dovesse digitare un codice.
Una mia amica sorpresa ed entusiasta mi dice di guardare i simboli, stupita dal fatto che siano incisi su una cripta di un cimitero.
Non ci trovo nulla di divertente o curioso e cerco di memorizzare, senza riuscire, l’ordine in cui sono state toccate le lettere.


Lettere greche, una sorta di mausoleo che rivelerà un “mondo” sotterraneo, ed una chiave, un codice, per accedervi.
Prescindendo da tutti i possibili legami e tutte le possibili elaborazioni con scene proposte dai media mi soffermerei sul momento della rivelazione, ovvero sul fatto che, nonostante la figura dell’uomo con il bastone sia controversa, poco degna di fiducia e quant’altro, lui sia l’unico in grado di portare i ragazzi nell’altro “mondo”, e utilizza il suo sapere senza nasconderlo, e senza preoccuparsene. Addirittura qualcuno è entusiasta della cosa, e per qualche attimo la paura cede il passo alla meraviglia.
Probabilmente la protagonista del sogno sta cercando di “decriptare” letteralmente il modo per risolvere un problema della sua vita, e ancora più probabile che ella sappia di non poter riuscire a risolverlo senza l’aiuto di qualcuno, aiuto che per un eccesso di orgoglio non si azzarda a chiedere. Manca totalmente il confronto, il dialogo tra le parti, si potrebbe supporre che nella sua vita, la donna si vede costretta a seguire un certo percorso perché non ha il modo di cambiare la sua situazione.

La cripta si apre e iniziamo a seguire l’uomo giù per una scalinata semibuia che sfocia in un appartamento con le pareti foderate in legno.
La prima stanza che troviamo è un salotto.
Tavolo rotondo al centro della stanza spoglia e priva di finestre.
Il vecchio sparisce in quella che credo sia la cucina e nel frattempo comincio a consigliare al gruppo di non mangiare o bere niente.. sono tutti piuttosto tesi e mi danno ragione.
Appaiono crostino, stuzzichini e bibite, ma nessuno mangia. Poi appaiono due pacchetti di patatine e qualcuno comincia a dire che le patatine non possono essere drogate o avvelenate in quanto i pacchetti sono sigillati.. io continuo a dire di non mangiare e sto quasi per mettermi a piangere.
Tutti mangiano tranne una ragazza che mi sta vicino.
Siamo disposti a semicerchio intorno al tavolo ed improvvisamente iniziano a ballare, ridere, ed infine ad agitarsi come se fossero in preda ad attacchi epilettici.. non riescono a fermarsi e nemmeno ad ascoltare o ragionare.

A questo punto posso illustrare un’altra serie interessante di passaggi:
scelta consapevole dei ragazzi (quando salgono tutti in macchina)
forzatura accettata (procedono in fila per due sotto imposizione)
cambiamento indotto con l’inganno (mangiano le patatine e perdono la capacità di scelta) Questi potrebbero essere i campanelli di allarme per la situazione nella vita della protagonista, ovvero le fasi che si potrebbero succedere se per pigrizia, o per contrasto altrui, non impone le sue ragioni e dialoga con il suo interlocutore.

Improvvisamente il vecchio balza sul tavolo, a dispetto della sua età e stringe una specie di mitra in mano e comincia a ridere come un folle puntando l’arma su tutti come e dovesse scegliere un bersaglio. Punta me e la ragazza che è accanto a me e solo in quel momento mi accorgo che siamo vestite di bianco, una specie di camicia da notte.
Comincio a ripetermi dentro “fa che colpisca lei, fa che colpisca lei”..
Lui spara e la colpisce, ma dal mitra fuoriesce solo un potente getto d’acqua che la prende sullo stomaco.
Mi sento vile per il mio precedente pensiero e quando il vecchio, che continua a ridere, preme nuovamente il grilletto, provo a parare il colpo con la mano e nuovamente fuoriesce un getto d’acqua fredda che mi bagna. Lateralmente spunta un uomo sporco, coi capelli lunghi, vestito di stracci che impugna anche lui uno mitra uguale e mi dice che sono stata fortunata perchè lui l’ultima volta ci ha rimesso un piede. E mi fa vede il suo piede privo delle dita e con vistose cicatrici.
Il vecchio continua a sparare a giro, senza mai fermare il getto d’acqua e l’altro uomo fa lo stesso.
I miei compagni continuano a divincolarsi e mi accorgo che sono ritornati coscienti pur senza avere la facoltà di fermarsi.


Drammatizzazione totale della situazione, da esseri pensanti e decisori de proprio destino ormai i ragazzi sono vittime sacrificali di una mente perversa.
Queste sono le paure forti della protagonista che si ripercuotono con forza nell’inconscio fino a mostrarsi palesi anche se distorte nel sogno. La paura in particolare di diventare marionetta impotente dei desideri di altri, senza capacità di giudizio sulla sua vita.

Nella confusione generale afferro la ragazza accanto a me e la trascino via verso l’entrata.
So già di non poter aprire la porta e che se provassi ad aprire una finestra posta in alto scatterebbe una specie di allarme e non voglio far capire che siamo riuscite a scappare dalla stanza.. non voglio che si accorgano di noi. Accanto alla scala c’è un letto di legno, ricoperto da pese coperte che scendono fino al pavimento. Faccio infilare sotto il letto la ragazza e faticosamente, mi ci infilo anch’io e le dico di non preoccuparsi e di stare zitta, di non urlare.
Improvvisamente non c’è più il rumore prodotto dal getto d’acqua. Penso che forse quel macabro scherzo è concluso e faccio per mettere la testa fuori, improvvisamente scoppiano una raffica di spari e so che i miei compagni sono tutti morti, che non hanno avuto scampo. Lo so.. e so anche che devo trovare un modo per metterci in salvo.
Sento il mio cuore che batte fortissimo ed ho paura che lo possa sentire anche il vecchio.
E mi sveglio con la sensazione di non poter fare nulla per salvarmi.

Il sogno non ha una fine, ed è anche per questo che l’alone di ansia e angoscia continuano a pervader ela protagonista anche da sveglia. Il sogno non ha la facoltà di predirci il futuro, dato che potrebbe cambiare in base alle nostre scelte, ma può istillare il dubbio, lasciar riflettere, spingere a fermarsi un attimo, dedicare il proprio tempo a mettere sotto esame critico la propria vita ed a non continuare ad ignorare ciò che non và.