Vorrebbe Piovere

Vorrebbe piovere, ma non riesce. Vorrebbe esplodere, ma non riesce. Guarda di nuovo il cielo grigio dalla finestra, sente la brezza antepiovana, sussurra parole al vento, messaggi per uomini sordi, e scompare.
L'asfalto è secco sotto i suoi passi trascinati, e guarda ancora il cielo carico di lacrime non spese, ma gravi come quel grido che ha dentro e quel foglio bianco stropicciato che ha lasciato in casa, ed il telefono lasciato muto a dormire, e lei, lei riposa nel letto, non s'è accorta di niente, grazie al cielo, non s'è accorta di lui che usciva ed accendeva una sigaretta, non s'è accorta che sta per piovere, non s'è accorta della caffettiera che è esplosa, bagnando la fiamma e lasciando il gas libero di prendere possesso dell'aria e di lei.
Ed il cielo, allora si, comincia a piangere, solleva l'asfalto, scaccia i passanti affrettati, ma non lui, lui continua a star là, sentendo d'aver perso qualcosa, ma cosa?, e si siede in mezzo ad un parco di cemento e pensa, e pensa, e pensa, e pensa. Accende una sigaretta subito spenta dalla pioggia torrenziale che lo assale, e l'accendino senza fiamma è come lo frustasse in volto a svegliarlo con violenza, il caffè, scatta in piedi, corre a casa, spalanca la porta e tutte le finestre, a scacciare il gas denso nell'aria, la sveglia agitato, lei confusa lo guarda, non capisce, lui che piange, che trema, e comincia una nuova giornata. E ringrazia, finalmente, quel Dio che gli ha dato il dolore e la morte, ma lei.
Lei esce, lo saluta con un bacio, prende le chiavi della sua auto ma le rimette a posto, a piedi è meglio, chiude la porta e scende le scale. Lui resta in silenzio, nei suoi calzoni sporchi, lucidi dall'unto, col petto nudo e la pelle intirizzita dal freddo. Accende una sigaretta, si siede su uno sgabello e toglie gli scarponi, stretti e caldi intorno ai piedi. Espira una gran boccata di fumo, si tira in piedi, va a riempire la vasca d'acqua, ed intanto si guarda riflesso allo specchio, crucciato, pallido, teso. Si infila nella vasca con tutti i calzoni, passa un getto d'acqua gelata sulla testa, i capelli s'imbevono e cominciano a gocciolare. Lui cerca le sigarette, di nuovo, e prende il pacchetto spappolato, dimenticato nei calzoni prima di immergersi, e sorride. Era molto tempo, s'accorge, che non sorrideva. Un lampo. Tremando, scatta fuori dalla vasca, corre a mettersi gli scarponi, indossa una maglietta, prende il suo giubbetto, e si lancia giù dalle scale, a cercare il suo sorriso.
Formiche a decine s'industriano tra gli scaffali del market, lattine, poi scatole, sacchi e bottiglie di vetro e di plastica, non sembra neanche più carne e verdura, con tutti quei colori, con tutte quelle forme, e le formiche s'inseguono con i carrelli, si scontrano, chiedono scusa e nemmeno quello, e afferrano tutta la merda possibile da quegli scaffali come casse da morto, di morte. Lei al rallentatore in un video a doppia velocità, sfoglia un libro con del pane in mano, lo poggia e piano ne apre un altro di seguito, ed anche questo non è niente di che. Lui la gente lo guarda come fosse la morte, sudato e bagnato, entra nel super mercato con quei capelli che forse Mefisto o l'inferno, e senza rumore attraversa i corridoi e poi gli scaffali, la vede lontana a valutar di letteratura, con quell'espressione che forse l'universo non c'è, quell'espressione che è l'universo di lui, dei suoi fogli lasciati al pallido candore del bianco privato di idee, delle sue notti passate a pensare come si possa costruire il monumento più bello ad una donna che cosa più bella non c'è. Egli si ferma, siccome immobile, sorride di nuovo piangendo sapori più intensi di quelli assaggiati sul filo della lametta nei momenti più bui, sapori esplosivi, tempesta nello stomaco, sulla schiena e nel cuore, accende una sigaretta per smetter di tremare, una formica lo fissa infastidita dal fumo, lui niente, cammina, e s'avvicina al satellite che orbita in lui.
"Quel libro fa schifo, signorina, le consiglio piuttosto di leggere questo."[fingendosi serio]
"E tu cosa fai qui?"[piacevolmente stupita]
"Venivo a cercarti…"
"Sai, vorrei un libro di quel poeta…come si chiama?"[sorride]
"Oh, non credo scriva più, e forse è meglio per tutti così. Forse ha trovato finalmente l'unica bellezza a cui fosse in grado di dedicarsi…"
"Non scrive più? Ma se l'ho visto stamattina davanti ai suoi fogli bianchi senza righe, a tirar fuori tutta la bellezza che ha di dentro?"
"La ringrazio, signorina, ma purtroppo non le credo, poiché quei fogli bianchi, bianchi son rimasti, e questo pessimo poeta, pessimo è rimasto."
"Bugiardo!"[s'imbroncia]
"Le bugie servono a salvarci, non a condannarci…andiamo, tesoro, vieni via con me."
E tornano a casa, prima che lei vada al lavoro, al pub, a servire ai tavoli.
Il foglio è bianco. Ore ed ore ormai, ed il foglio è bianco. Accenderebbe un 'altra sigaretta, ma le ha finite due fogli stracciati e bruciati nel posacenere fa. Sente di dover raccontare qualcosa, a quel foglio. È sicuro. Ma non trova le parole, e pensandoci bene, non sa nemmeno ben dire che cosa a quelle carte lui abbia da dare. Forse perché l'arte, lui, non ha bisogno di scriverla, la vive, a suo modo. È tutt'uno con i suoi pensieri, e la poesia, prima di prendere forma in parole, eccola, è già gesto, è in quel piatto di riso che le fa trovare quando torna a casa dalle sue commissioni, è in quella coperta con cui la avvolge al mattino, appena sveglio, quando si alza per prepararle la sua colazione, è quando la scalda mentre aspettano un bus, quando, dopo la sua voce prima del treno, lui per ore si chiude di dentro, e la ascolta echeggiare nella sua testa, e vorrebbe quello fosse l'universo.
E tutti quei bicchieri sporchi, col fondo ancora umido, sul tavolo di legno bruciacchiato e scheggiato da centinaia di mani prima delle sue. Il fumo che brucia negli occhi, che manca il respiro, e lacrime bagnano le palpebre, calano alle labbra salando il sapore del rhum. Tra tutte le voci e le risa, il suo muto silenzio impassibile sta, come statua nel vento, quel vento che passa, ma in fondo, sia passato, nessuno lo ricorderà. E l'inchiostro sulle sue mani, denso e d'un nero sanguigno, che secca pian piano spillando dalla penna spezzata, sfociando su pagine bianche, a ritrarre in contrasto uno scultore senza più scalpello, davanti ad un marmo carezzato dalle sue dita, ma da cui la forma profonda non uscirà mai. La candela, tra quelle mura come fossa d'inferno, arde, ed illumina il suo viso, un poco lo scalda, si muove d'un brivido,e la sua cameriera è già là. "Ti porto qualcos'altro?" sorride, ed egli alza lo sguardo, la osserva, sorride a sua volta, e la invita a sedersi: lei risponde tra cinque minuti, scompare dietro il bancone, e dopo cinque minuti lo guarda negli occhi, le rughe, gli carezza la mano, e splende quel sorriso che è la cosa più bella per lui, la più naturale per lei là accanto a lui.
Sul letto da ore, da anni, da pochi secondi, loro due, lui che guarda il soffitto scrutando i suoi sogni e passioni, lei che disegna con l'indice ritratti d'amore sul petto di lui che si solleva e si riabbassa, pulsando cadenze di calma sospesa nel nulla, in quell'unico angolo dell'universo esistente, esiste, ed intorno chissà, solo il nulla. Le bacia la fronte e le carezza i capelli, la testa di lei nella sua mano aperta a donarle sé stesso, lei solleva il naso e ricambia le labbra dell'uomo con le proprie, umori come liquido amniotico passano tra le loro bocche, mute a parlare di quanto ormai si siano necessari. D'un tratto, lui si solleva, la bacia e la spoglia, lei fa lo stesso con lui, ed egli entra in lei, diventano uno, sperma come inchiostro si riversa a macchiare il candido avorio della pelle di lei come un foglio, un foglio vergine che la china non corrompe né sporca, ma rende completo, con parole nate apposta per esso, per il senso di tutto, quel senso che lui, il poeta, ha trovato incontrando Lei, la Bellezza.

Lete

Un'ombra tra le ombre nel bosco notturno_ Radura animata dal vento, capelli danzanti al fioco bagliore dell'anima in fiamme di una sigaretta, un'altra piccola morte_
Poi soffia il fumo, grigio, sinuoso serpente peccaminoso strisciante nell'animo sconvolto da pensieri insostenibili alla ragione_ Lo sguardo freddo dei suoi occhi neri brillanti di lacrime non spese, non spenditure, perso in un punto smarrito chissà dove nel tempo, nello spazio, tra i ricordi___ e vede_ Vede un solare pomeriggio di sogni e sorrisi sul calar dell'estate, alla vigilia della stagione dei morti e della fine di tutto, quando il dolore minato nell'anima degrada i colori del mondo, prima che gli alberi piangano le loro foglie ed un dio rattristato avvolga col freddo del suo cuore in pena ogni cosa del mondo e dell'uomo_ Vede sé stesso e una donna, un'Eva che ora è d'un altro Adamo, sdraiati nell'erba in mezzo al balletto degli insetti in festa, un soffice manto di verde frescura all'ombra trafitta dal sole imperioso degli alberi attorno_ Vede il sudore, gli occhi chiusi di lei contorta nel piacere dei corpi, il suo seno vibrante ad ogni affondo, ne assaggia la lingua, un bacio veloce, le sue mani, le proprie, respiri, sospiri, poi per un attimo niente, nient'altro che lei e poi stasi_ La stringe al suo petto, bollente, la bacia una volta ancora, poi lei con la mano lo sposta da sopra, pian piano_ Lui resta sdraiato a guardarla ergersi in piedi, nuda, e bella_ Vede il suo sperma colare lungo le cosce di lei, dalla vagina giù fino a terra_ Vede la smorfia infastidita là dove prima era un sorriso_ E solo ora, capisce_ Ora, che tutto è passato e non è più_ Ora, che il tormento impedisce al suo cuore di battere, che il germe della follia gli scorre nel sangue, ora che la fiducia è solo utopia, e non esiste quello che è vero nei sogni_ Se fosse un uomo, lo accetterebbe; ma è di più_
Dà un colpo alla bottiglia poggiata di lato, clangore, e mentre il fluido del Lete sgorga e trabocca sull'erba ondeggiante si alza, bagliore, un soffio di fumo, un passo e getta la sigaretta morente e tutto, tutto, tutto alle sue spalle, va in fiamme_ Ma questo calore non basta a scaldarlo_