Come ero arrivata a convincermi di essere innamorata di una persona che non mi piaceva nemmeno? Perché non avevo altro da fare? Perché mi era sembrato valido uno che non era interessante nè come persona nè come uomo, e che mancava completamente di giudizio? Magari fosse stata la forza dell'amore! Ma sapevo che la ragione era un'altra. E cioè che nn avevo ficucia in me stessa, mi sentivo in colpa per il fatto stesso di vivere… Se davvero lo avessi amato, anche se avessi pianto fino a diventare pazza, anche se fossi impazzita davvero, i colori sarebbero stati smaglianti come quelli degli alberi colpiti dalla pioggia.
Banana Yoshimoto: "Il Corpo sa Tutto"
Io allora ho proclamato i morti ormai trapassati più beati dei vivi ancora in vita e più beato di entrambi chi non esiste ancora e non ha ancora visto il male perpetrato sotto il sole
Qoelet 4, 2-3
Ogni cosa ha il suo tempo.
Omnia tempus habet
Ecclesiaste
E io mi accostai all'angelo e gli dissi: - Dammi il libro. Ed egli mi rispose: - Prendilo e mangialo; ed esso renderà amaro il tuo ventre ma nella bocca sarà dolce come il miele. E io presi il libro dalle mani dell'angelo, e lo mangiai; ed esso era nella mia bocca dolce come il miele; ma quando l'ebbi mangiato il mio ventre divenne amaro.
Apocalisse 10: 9-11
Tutto è pieno di segni, ed è sapiente
chi da una cosa ne conosce un'altra.
Plotino, Enneadi, tratt. III, cap. 7
Lasciatemi annaspare e poi affogare. Consideratelo un gesto di misericordia…
Zoe Trupe: "Scusate se ho quindici anni"
Abbiamo sfiorato, sorvolato le nostre spalle con le dita selvagge dell'autunno, abbiamo lanciato lampi di luce nei nidi, abbiamo esposto al vento le carezze, abbiamo creato motivi con la brezza marina, abbiamo avvolto le nostre gambe con gli zeffiri, e l'incavo delle nostre mani frusciava come taffettà. Com'era facile il ritorno! La nostra carne ci amava, il nostro odore zampillava. Il nostro lievito, il nostro pane. Il movimento ritmico non era schiavitù ma beatitudine. Io mi perdevo nel dito di Isabelle come lei si perdeva nel mio. Come ha sognato il nostro dito coscienzioso... Come si congiungevano i nostri movimenti! Le nuvole ci aiutarono. Grondavano di luce. L'onda venne a esplorare, ci lambì i piedi e si ritirò. Le liane si allungarono. Una luce si propagò nelle nostre caviglie. La dolcezza irrompeva, mi stremava. Le mie ginocchia erano diventate di cenere.
"E' troppo. Dimmi che non ce la fai più."
"Taci."
"Non posso tacere, Isabelle."
Le baciai la spalla, mi lasciavo andare di nuovo verso il naufragio.
"Parla."
"Non posso", disse Isabelle.
"Apri gli occhi."
"Non posso", disse Isabelle.
"A cosa pensi?"
"A te."
"Parla, parla."
"Non sei felice?"
"Guarda... No, non guardare."
"Lo so. Tra poco sarà chiaro. Chiudi gli occhi, scaccia la luce", disse Isabelle.
Il sole sorgeva, Isabelle si riaddormentava.
Violette Leduc: "Therese e Isabella"
Una lieve mussola le copre il petto; e i miei sguardi furtivi ma penetranti già ne hanno scoperto le incantevoli forme. Dite che il suo volto è senza espressione; e cosa dovrebbe esprimere, nei momenti in cui niente parla al suo cuore? Certo no, non ha come le nostre civette quello sguardo bugiardo che a volte seduce e sempre ci inganna. Non sa mascherare la vuotaggine d'una frase con uno studiato sorriso: e coi più bei denti del mondo non ride che di ciò che la diverte. Ma bisogna vedere, nei lieti giochi, di che ingenua e schietta giocondità sa offri l'immagine! Che pura gioia e che amorosa bontà annuncia il suo occhio, quando sollecita soccorre un infelice! Bisogna soprattutto vedere, al minimo accenno di lode o di adulazione, dipingersi sul celeste suo volto il commovente impaccio d'una non finta modestia! E' pudica e devota, ma perciò la stimate fredda e inanimata? Son di ben altro parere. Che stupenda sensibilità bisogna avere per estenderla financo sul marito, per amare costantemente un essere sempre lontano! Quale più forte prova ne vorreste avere?
Choderlos de Laclos: "I Legami Pericolosi"
I venti bastardi, predones Dei et exules paradisi, sono quelli in cui si mescolano gli spiriti infernali per andare ad affondare le navi e creare rovine di ogni tipo sulla terra. Fanno parte di una legio damnatorum e sono capaci di dissolvere con i loro mulinelli castelli e regni.
Dal pensiero di Michele Scoto nel Liber Particularis
Ecco, io son disposto a distruggere ciò che avevo edificato, a sradicare ciò che avevo piantato... E tu vai cercando per te cose straordinarie! Non le cercare, perchè, ecco, io manderò sventure su tutti i mortali, (...) ma a te salverò la vita in qualunque luogo tu vada.
Geremia, 45,5
Qualunque fiore tu sia, quando verrà il tuo tempo, sboccerai. Prima di allora, una lunga e fredda notte potrà passare. Anche dai sogni della notte trarrai forza e nutrimento. Perciò, sii paziente verso quanto ti accade e curati e amati, senza paragonarti o voler essere un altro fiore. Poiché non esiste fiore migliore di quello che s'apre alla pienezza di ciò che è. E quando ti avverrà, potrai scoprire che andavi sognando di essere un fiore che aveva da fiorire.
Walter Gioia: "Alle sorgenti dell'essere".
"Se si domanda a Tizio, che non ha mai studiato il cinese e conosce bene solo il dialetto della sua provincia, di tradurre un brano di cinese, egli molto ragionevolmente si meraviglierà, prenderà la domanda in ischerzo e, se si insiste, crederà di essere canzonato, si offenderà e farà ai pugni.
Eppure lo stesso Tizio, senza essere neanche sollecitato, si crederà autorizzato a parlare di tutta una serie di quistioni che conosce quanto il cinese, di cui ignora il linguaggio tecnico, la posizione storica, la connessione con altre quistioni, talvolta gli stessi elementi fondamentali distintivi. Del cinese almeno sa che è una lingua di un determinato popolo che abita in un determinato punto del globo: di queste quistioni ignora la topografia ideale e i confini che le limitano."
Antonio Gramsci: "Passato e Presente"
Il cammino dell'uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre; perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare ed infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te.
Ezechiele: 25,17
Leggo favole per distruggerle subito dopo. Righe e righe di parole fantastiche in fiamme. Fuoco e sogni.
Isabella Santacroce: "Destroy"
Soltanto poche persone sono interessate a quello che hai da dire, ma non importa. Non si deduce la capacità di un maestro dalla vastità delle folle che lo ascoltano, ricordalo...
Richard Bach: "Illusioni - le avventure di un Messia riluttante"
..."E' come da Tiffany," disse. "Non che me ne freghi niente dei gioielli. I brillanti, sì. Ma è cafone portare brillanti prima dei quaranta, ed è anche pericoloso. (...) Ma non è per questo che vado da Tiffany. Sapete quei giorni, quando vi prendono le paturnie?"
"Cioè, la malinconia?"
"No" disse, lentamente. "La malinconia viene perchè si diventa grassi, o perchè piove da troppo tempo. Si è tristi, ecco tutto. Ma le paturnie sono orribili. Si ha paura, si suda maledettamente ma non si sa di che cosa si ha paura. Si sa che sta per capitarci qualcosa di brutto, ma non si sa che cosa. Avete mai provato niente di simile?"
"Abbastanza spesso. C'è chi lo chiama angst."
"Benissimo. Angst. Ma che cosa fate, voi, in questi casi?"
"Be', un bicchierino aiuta."
"Ci ho provato. Ho provato anche l'aspirina. Secondo Rusty, dovrei fumare marijuana, e l'ho fumata per un po', ma mi fa soltanto ridacchiare. Mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare da Tiffany. E' una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell'aria superba: non ci può capitare niente di brutto là dentro, non con quei cortesi signori vestiti così bene, con quel simpatico odore d'argento e di portafogli di coccodrillo. Se riuscissi a trovare un posto vero e concreto dove abitare che mi desse le medesime sensazioni di Tiffany, allora comprerei un po' di mobili e darei un nome al gatto..."
Truman Capote: "Colazione da Tiffany"
Non c'è niente che possa fare per portare qualcuno a cavalcare quelle onde con me, lo so
Elliot Perlman: "Sette tipi di ambiguità"
"L’ignoranza genera paura, fonte a sua volta di superstizione" rifletté Morgana.
"Perciò io voglio sapere. Le tue parole hanno accresciuto il mio desiderio, ma anche la mia paura. Perché se il sapere scopre la causa naturale senza pervenire alla causa finale o, peggio, se scopre che non esiste finalità alcuna, non rischia di generare una paura ancora più grande dell’ignoranza? Se la superstizione è il rifugio dell’ignorante, quale sarà il rifugio del sapiente una volta che il sapere ha demolito ogni rifugio?"
"L’incertezza" rispose Merlino.
Michel Rio: "Merlino"
Pochi mi dicevano qualcosa. Per lo più erano come polvere nella mia bocca, sabbia nella mia mente. Nessuno aveva niente a che vedere con me o con quel che provavo: dove mi trovavo - in nessun posto - che cosa facevo - niente - e cosa volevo - sempre niente.
Charles Bukowski: "Confessioni di un Codardo"
A volte le cose sono proprio come sembrano, ecco tutto.
Charles Bukowski: "Pulp, Una storia del XX secolo"
Sto qua e ascolto il pianista. Se non vi piace lo spirito del tempo, se non riuscite a dormire o se state dormendo, venite. Starò qui fino a quando il pianista suonerà. E finché ci sarò io, suonerà.
Stefano Benni: "Baol, una tranquilla notte di regime"
No... non credo che dovrei. Davvero.
Ma lo disse con allegria. Bisogna immaginarselo detto con allegria. "No... non credo che dovrei. Davvero."
Così.
Alessandro Baricco: "Castelli di Rabbia"
Si lasciarono a Largo Argentina, Roma. Lei salì su un taxi, lui rimase in piedi a guardarla. Lo sportello era già chiuso e mosse le labbra lentamente per farsi capire,mentre sillabava:
"CI-RI-VE-DRE-MO?".
Lei abbassò il finestrino mentre l'auto partiva e nel traffico rispose: "Mai due volte nella stessa città",sparendo.
Un anno era passato, lui stava per sposare la donna sbagliata, quando ricevette una cartolina da Stoccolma, sul retro il nome di un albergo. Nessuna firma. Partì quel giorno stesso, senza rimpianti. Lei lo aspettava. Aveva una cicatrice sul collo, ma dietro, coperta dai capelli che ora portava lunghi. Sembrava ferita anche dentro, e più selvaggia. Lui non fece domande. La sentì, al risveglio,parlare al telefono, già in piedi, la valigia pronta. Non chiese niente. Disse: "Mai due volte...". Lei sorrise e completò: "...nella stessa città". E andò via.

Due anni dopo, aveva sposato la donna giusta e aspettava un figlio da lei quando ricevette una chiamata a carico del destinatario da un luogo chiamato Port Elizabeth, che non sapeva dove potesse essere. Sudafrica, risultò. Nove ore di volo per Cape Town, tre di automobile lungo la Garden Route ed era da lei, che l'attendeva sulla veranda di una casa da cui si vedeva l'oceano. Aveva un abito bianco,largo, eppure teso sulla pancia. "Sarà la nostra nomade bambina", gli disse. Fatti due calcoli, lui si rese conto dell'assurdo, ma lo accettò con entusiasmo, abbracciandola.

Rivide la piccola due anni dopo, a Parigi. Non era presente, invece, l'anno successivo, a New York, né più lo fu.
Seguirono Milano e Trondheim, Caracas e Bruxelles. E altre che solo il suo passaporto ricordava con precisione. Lui invecchiò, smise di costruire vite alternative e restò ad aspettare la convocazione. Passeggiavano sul lungomare di Rimini in inverno, aiutati da un bastone, quando disse: "E se a un certo punto, invece, ci fossimo fermati?"
Lei disse: "Cosa?"
Lui disse: "Non sarabbe stato meglio?"
Lei disse: "Lo credi davvero?"
Lui scosse il capo. Continuarono a camminare.

L'anno seguente ricevette una cartolina da Roma, largo Argentina. Con ritrovata energia corse all'appuntamento con l'eresia: la seconda volta nella stessa città. Aspettò al posteggio dei taxi, la macchina accostò, ne scese una donna identica a come lei era stata trent'anni prima. Portava una rosa e un biglietto. Disse: "Da parte di mia madre, che se n'è andata". Diceva: "Mai due volte nella stessa città. Due volte nella stessa vita".
Si allontanarono abbracciati.
G. Romagnoli: "Mai due volte nella stessa città"
...solo di rado, e in un modo che taluni, in quei momenti, nel vederla, si udivano dire, a bassa voce
- Ne morirà.
oppure
- Ne morirà.
o anche
- Ne morirà.
e perfino
- Ne morirà.
Alessandro Baricco: "Oceanomare"
PPS. Mi sento così sciocca e ignorante quando ti scrivo. Perché? Ti autorizzo ad analizzare il fenomeno. Però, domenica prossima, cerchiamo semplicemente di divertirci. Cioè, per una volta sola, se possibile, vediamo di non analizzare tutto fino alla pazzia, nemmeno me.
J.D. Salinger: "Franny and Zooey"
come ci si innamora? si casca? si inciampa, si perde l'equilibrio e si cade sul marciapiedi, sbucciandosi un ginocchio, sbucciandosi il cuore?
Cathleen Schine: "Cathleen Schine"
In un sutra, Buddha raccontò una parabola:
Un uomo che camminava per un campo si imbattè in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto a un precipizio, si afferrò a una radice selvatica e si lasciò penzolare oltre l'orlo. La tigre lo fiutava dall'alto. Tremando, l'uomo guardò giù, dove, in fondo all'abisso, un'altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. L'uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l'altra spiccò la fragola. Com'era dolce!
101 Storie Zen
E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos'è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi amato sulla terra.
Raymond Carver - "Il nuovo sentiero per la cascata"
Si sentiva molto, molto male.
La soluzione parziale a qualsiasi problema, pensò, era rendersi conto di avere il problema. Si sforzò di respirare regolarmente. Aveva ripreso in tempo il controllo. Si era accorta di trovarsi in una situazione critica. Psicologicamente era finita sull'orlo di un baratro, ma ora stava tornando indietro. S'impose di calmarsi, calmarsi, calmarsi. Si appoggiò allo schienale della sedia e chiuse gli occhi.
Li riaprì dopo un po', quando ormai respirava regolarmente.
Doveva avere ancora le allucinazioni.
Douglas Adams: "Praticamente Innocuo"
Il sole sta salendo, è una bella mattinata.
Babi sta andando a scuola, Step non è ancora a andato a dormire dalla notte prima.
Un giorno come un altro. Ma al semaforo si trovano uno accanto all'altra. E allora quello non sarà un giorno come tutti gli altri...
Federico Moccia: "Tre metri sopra il cielo"
se mi stacco da te, mi strappo tutto: ma il mio meglio (o il mio peggio) ti rimane attaccato, appiccicoso, come un miele, una colla, un olio denso: ritorno in me, quando ritorno in te: (e mi ritrovo i pollici e i polmoni): tra poco atterro a Madrid: (in coda qui all'aereo, selezionati miei connazionali, gente d'affari, dicono numeri e numeri, mentre bevono e fumano, eccitati, agitatamente ridendo): vivo ancora per te, se vivo ancora:
Edoardo Sanguineti: "Il gatto lupesco"
Mi accorgo di essere eccitato, cosi' eccitato che riesco a stento a tenere la matita nella mia mano tremante. Credo sia l'eccitazione che solo un uomo libero puo' provare, un uomo libero che inizia un lungo viaggio la cui conclusione e' incerta. Spero che Andy sia laggiu'. Spero di farcela a passare il confine. Spero di vedere il mio amico e stringergli la mano. Spero che il Pacifico sia azzurro come nei miei sogni. Spero.
Stephen King: "Rita Hayworth e la Redenzione di Shawshank"
Legga quello che le piace, ma non penetri l'opera fino in fondo, ascolti quello che le piace, ma non lo ascolti fino in fondo, osservi quello che piace, ma non lo osservi fino in fondo. Io, avendo sempre osservato tutto fino in fondo, avendo sempre ascoltato tutto fino in fondo o, quanto meno, avendo sempre cercato di ascoltare, di leggere, di osservare tutto fino in fondo, alla fine mi sono storpiato tutto, in questo modo mi sono storpiato irreparabilmente tutta l'arte figurativa e tutta la musica e tutta la letteratura...
Thomas Bernhard: "Antichi Maestri"
Elia rimase a lungo a fissare la parete della sua camera. Infine decise di invocare l'angelo. "La mia anima è in pericolo," disse. Ma l'angelo era silenzioso. Elia fu in dubbio se continuare a parlare, ma ormai era troppo tardi: non poteva invocarlo senza motivo. "Quando sono davanti a questa donna, non mi sento bene." "Al contrario," rispose l'angelo. "E questo ti infastidisce. Perchè potresti finire per amarla." Elia provò vergogna perchè l'angelo conosceva la sua anima. "L'amore è pericoloso," disse. "Molto," rispose l'angelo. "E allora?" Quindi scomparve.
Paulo Coelho: "Monte Cinque"
L’ignoranza genera paura, fonte a sua volta di superstizione – rifletté Morgana. – Perciò io voglio sapere. Le tue parole hanno accresciuto il mio desiderio, ma anche la mia paura. Perché se il sapere scopre la causa naturale senza pervenire alla causa finale o, peggio, se scopre che non esiste finalità alcuna, non rischia di generare una paura ancora più grande dell’ignoranza? Se la superstizione è il rifugio dell’ignorante, quale sarà il rifugio del sapiente una volta che il sapere ha demolito ogni rifugio? L’incertezza – rispose Merlino.
Michel Rio: "Merlino"
Seduto accanto a lei su quella spiaggia vuota, con il corpo della bambina addormentata che li congiungeva piuttosto che dividerli, Robert sentiva di non aver mai avuto un’intimità così grande con lei. Al calore del sole i suoi pensieri si stemperavano piacevolmente in una fitta foschia; non aveva voglia nemmeno di leggere: era solo felice di trovarsi lì, seduto ad assaporare quel momento di prossimità e a fissare l’oceano fino a farsi dolere la retina per la luminosità dardeggiata dall’acqua lucente. Dopo un po’ si accorse che Sarah aveva posato il romanzo e guardava anche lei verso il mare, con gli occhi grigiocelesti pellucidi di beatitudine, ubriaca di sole.
Jonathan Coe: "La Casa del Sonno"
Come mi succedeva spesso con lei, non sapevo se inistere, se lasciar perdere, se aspettare che fosse lei a decidere. Prevalse la voglia di vederle adosso quel vestito , di comprarglierlo, di comprarle tutto ciò che le piaceva, una voglia quasi dolorosa che mi friggeva alle tempie e mi si muoveva alla bocca dello stomaco
Eraldo Baldini: "Nebbia e Cenere"
Così, nessuno di noi due sarà vivo quando il lettore aprirà questo libro. Ma mentre il sangue pulsa ancora nella mano che uso per scrivere, tu sei parte della benedetta materia quanto lo sono io, e posso ancora parlarti da qui all'Alaska. Sii fedele al tuo Dick. Non lasciarti toccare dagli altri. Non parlare con gli sconosciuti. Spero che vorrai bene al tuo bambino. Spero che sarà un maschio. Spero che quel tuo marito ti tratti sempre bene, altrimenti il mio spettro si avventerà su di lui come fumo nero, come un gigante forsennato, e lo dilanierà nervo per nervo. E non ti commuovere per la sorte di C.Q. Si doveva scegliere tra lui e H.H., e si doveva lasciar esistere H.H. per un altro paio di mesi almeno, in modo che egli potesse farti vivere nella coscienza delle generazioni successive. Penso agli Uri e agli angeli, al segreto dei pigmenti duraturi, ai sonetti profetici, al rifugio dell'arte. E questa è la sola immortalità che tu e io possiamo condividere, mia Lolita.
Vladimir Nabokov: "Lolita"
E poi a letto, nella stessa aria potenzialmente feconda, profumata di lavanda, tendine di pizzo e caldo odore felino, come muschio in attesa di assorbirti...
Sylvia Plath: "Diari"
"... non è per questo che vado pazza per Tiffany. Sapete quei giorni, quando vi prendono le paturnie?"
"Cioè, la melanconia?"
"No," disse lentamente. "La malinconia viene perchè si diventa grassi o perchè piove da troppo tempo. Si è tristi, ecco tutto. Ma le paturnie sono orribili. Si ha paura, si suda maledettamente , ma non si sa di cosa si ha paura Si sa che sta per capitarci qualcosa di brutto, avete mai provato qualcosa di simile?"
"Abbastanza spesso. C'è chi lo chiama angst."
"Benissimo. Angst. Ma che cosa fate, voi, in questi casi?"
"Be', un bicchierino aiuta."
Truman Capote: "Colazione da Tiffany"
Noi ci rappresentiamo sempre l’eternità come un’idea che non possiamo comprendere, come una cosa immensa, immensa. Ma perché dovrebbe essere immensa? E se poi ci fosse lassù una stanzetta, simile a una rustica stanza da bagno affumicata, e in tutti gli angoli ci fossero tanti ragni? Se l’eternità non fosse altro che questo?
Fedor Dostoevskij: "Delitto e castigo"
Lei gli domandò in quei giorni se era vero, come dicevano le canzoni, che l’amore poteva tutto.: E’ vero: le rispose lui: ma farai bene a non crederci.
Gabriel Garcìa Màrquez: "Dell'amore e di altri demoni"
Nessuno riesce a legare un tuono e nessuno riesce ad appropriarsi dei cieli dell'altro nel momento dell'abbandono.
Luis Sepulveda: "Il Vecchio che Leggeva Romanzi D'Amore"
Ora volerai, fortunata. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro vento ed un altro ancora sole che arriva come ricompensa dopo la pioggia.
Luis Sepulveda: "Storia di una Gabbianella e del Gatto che le Insegnò a Volare"
Non lasciarti sgomentare dagli addii. Un addio è necessario prima che ci si possa ritrovare. E il ritrovarsi dopo momenti o esistenze, è certo per coloro che sono amici.
Richard Bach: "Illusioni"
E mentre volteggiavamo tra i tavoli, sfiorando lampadari e poltrone, io capii che in quel momento, quel che stavamo facendo, quel che davvero stavamo facendo, era danzare con l'Oceano, noi e lui, ballerini pazzi, e perfetti, stretti in un torbido valzer, sul dorato parquet della notte.
Alessandro Baricco: "Novecento"
"Chi sei?" "Io sono Oz, il Grande e terribile Oz: rispose l'omettino con voce tremante,: ma ti prego, non uccidetemi, te ne supplico!"
Frank Baum: "Il Mago di Oz"
La mia casa parlerà di me. La mia casa dirà loro che sono calda e ricca. La casa dirà loro che dentro di me queste stanze di carne e di rosso lacca, verdi oceanici su cui camminare, dentro di me ci sono candele accese, fuochi vivi, ombre, spazi, porte aperte, rifugi e correnti d'aria. Dentro di me c'è il calore e il colore.
Anais Nin: "Figli dell'Albatros"
Grandi quantità d'acqua non possono dissetare l'amore, né possono sommergerlo le inondazioni. Allora, cos'è che uccide l'amore? Soltanto la disattenzione. Non vederti quando mi stai davanti. Non pensare a te nelle piccole cose. Non spianarti la strada, non prepararti la tavola. Sceglierti per abitudine e non per desiderio, passare davanti al fioraio senza accorgermene. Lasciare i piatti da lavare, il letto da rifare, ignorarti al mattino, usarti la notte. Desiderare un'altra persona mentre ti bacio sulla guancia. Dire il tuo nome senza ascoltarlo, dare per scontato che sia mio diritto pronunciarlo.
Jeanette Winterson: "Scritto sul Corpo"
Ci sono vite che passano come un alito di vento. Non si fa a tempo a capire che cosa stiamo vivendo che è già finita. Avanti un altro. Non c'è sedia elettrica peggiore di una vita consumata a metà come una candela a una festa in un parco. Viene una scarica di pioggia, gli ospiti fuggono e te ne rimani lì da solo, spento. Eppure ne avresti ancora di cera da illuminare la notte. ma ti sostituiscono con una candela nuova. Se ti senti così, fratello, Alcatraz è per te. Anche per te, sorellina della notte. Ma da soli non ce la potete fare. Una lucciola sola, in aperta campagna, fa pena. Ma un esercito di lucciole di notte fa invidia al sole.
Jack Folla: "127 giorni all'esecuzione"
Si può imparare qualcosa da un temporale. Quando un acquazzone ci sorprende, cerchiamo di non bagnarci affrettando il passo, ma anche tentando di ripararci sotto i cornicioni ci inzuppiamo ugualmente. Se invece, sin dal principio, accettiamo di bagnarci eviteremo ogni incertezza e non per questo ci bagneremo di più. Tale consapevolezza si applica a tutte le cose.
Yamamoto Tsunetomo: "Hagakure. Il Libro Segreto dei Samurai"
Se lo guardi non te ne accorgi: di quanto rumore faccia. Ma nel buio... Tutto quell`infinito diventa solo fragore, muro di suono, urlo assillante e cieco. Non lo spegni, il mare, quando brucia nella notte.
Alessandro Baricco: "Oceano Mare"
Ebbene io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto.
Vangelo secondo San Luca 11,9
È l'amore che fa bella la donna: lo stesso non può far la bellezza: essa sola non rende mai amabile nessuno.
Vangelo secondo San Luca 11,9
Jahvè è il mio pastore, non manco di nulla.
Salmi 23,1
Vincono quelli che credono di potere.
Ecclesiaste 4,11
Non fare sfoggio della tua saggezza davanti al re.
Ecclesiaste 7,5
Abbi riguardo per il tuo nome, giacché esso ti rimarrà più a lungo di una grande riserva d'oro.
Apocrifi, Ecclesiastico 41,12
La mamma è una cosa seria. Essa si sacrifica da quando noi nasciamo. Essa produce il latte per noi. Quando siamo piccoli produce il latte, perché è un mammifero: per ciò si chiama mamma.
Marcello D'Orta: "Io speriamo che me la cavo"
Il Signore aveva detto: "Pioverà per quaranta giorni", ma poi si distrasse, si dimenticò di Noè, e dopo centocinquanta giorni pioveva ancora.
Giobbe Covatta: "Parola di Giobbe"
In quegli istanti percepivo una profonda freschezza, avevo l'impressione di trovarmi in un paese straniero mai visitato in passato. Lì, con il mio amico, riparati dalla folla, mangiavo le caldarroste e Hachi nello stesso frangente..."
"...non è morto, vive!!! Da qualche parte sotto questo cielo."
Fu una cosa di cui mi resi conto all'improvviso. In quel momento anche lui era vivo e proprio come me stava facendo qualcosa in compagnia di qualcuno, scandendo così il tempo della vita.
L'incredibile tristezza che avevo provato fino a quel giorno cominciò ad apparirmi una gioia, al punto che mi vennero le lacrime agli occhi. Come un raggio di sole dorato che penetra tre le fitte nubi, il presente irradiava il suo potere magico.
A guardarla con quello spirito, la città alle spalle di Alessandro Giovanni Gerevini si estendeva costellata di tinte vivaci. Da quella angolazione la luna, con un colore che solo quel giorno avrebbe avuto, splendeva piccina dietro i grattacieli. Mentre tra una caldarrosta e l'altra parlavamo di quello che ci era successo durante la giornata, al nostro fianco sfilavano cortei di automobili e di persone dalle mille tonalità.
Momenti come questo sarebbero aumentati poco alla volta. Hachi non l'avrei mai dimenticato, quell'emozione, forse, sì.
Una consapevolezza triste eppure meravigliosa.
Banana Yoshimoto: "L'ultima Amante di Hachi"
Le passioni umane sono una cosa molto misteriosa e per i bambini le cose non stanno diversamente che per i grandi. Coloro che ne vengono colpiti non le sanno spiegare, e coloro che non hanno mai provato nulla di simile non le possono comprendere. Ci sono persone che mettono in gioco la loro esistenza per raggiungere la vetta di una montagna. A nessuno, neppure a se stessi, potrebbero realmente spiegare perché lo fanno. Altri si rovinano per conquistare il cuore di una persona che non ne vuole sapere di loro. E altri ancora vanno in rovina perché non sanno resistere ai piaceri della gola, o a quelli della bottiglia. Alcuni buttano tutti i loro beni nel gioco, oppure sacrificano ogni cosa per un'idea fissa, che mai potrà diventare realtà. Altri credono di poter essere felici soltanto in un luogo diverso da quello dove si trovano e così passano la vita girando il mondo. E altri ancora non trovano pace fino a quando non hanno ottenito il potere. Insomma, ci sono tante e diverse passioni, quante e diverse sono le persone."
Michael Ende: "La Storia Infinita"
"Rifugiarsi in una religione non giustifica la violenza" ribattei. "Non giustifica il male che lei ha esaltato..."
"Male. Puahhh!" Das sputò sul pavimento un grumo di catarro giallastro. "Lei non sa niente. Male. Non esiste il male. Non esiste la violenza. Esiste solo il potere. Il potere è l'unico, grande principio organizzatore dell'universo, signor Luczak. Il potere è l'unica realtà a priori. Ogni violenza è un tentativo di esercitare il potere. La violenza è potere. Tutto ciò che temiamo, lo temiamo perché una forza esercita il suo potere su di noi. Tutti noi cerchiamo la libertà da un simile timore. Tutte le religioni sono tentativi di raggiungere il potere su forze che potrebbero controllarci. Ma Lei è il nostro unico rifugio, signor Luczak. Soltanto la Divoratrice di Anime può assicurarci le abhaya mudra e scacciare ogni timore, perché soltanto Lei detiene il potere supremo. Lei è il potere incarnato, una forza al di là del tempo e della comprensione."
"Tutto questo è osceno" ribattei. "è una meschina scusa per la crudeltà."
"Crudeltà?" Das rise. Fu come uno scuotersi di sassi dentro un'urna vuota. "Crudeltà? Di certo perfino un poeta sentimentale che ciancia di verità eterne dovrebbe sapere che quella che lei chiama crudeltà è l'unica realtà che l'universo riconosca. La vita si fonda sulla violenza."
Dan Simmons: "Il Canto di Kali"
"Ti manderò al bagno penale"
"Ci sono già stato, e ne sono uscito. Se io ti mando all'inferno tu ci rimarrai."
Victor Hugo: "I Miserabili"
Una delle cose che Ford Prefect aveva sempre trovato difficile comprendere a proposito degli umsni era che avevano il vizio di affermare e ripetere cose assolutamente ovvie, come risultava da frasi quali "Che bella giornata!" o "Come sei alto!" oppure "Oddio, mi sembra che tu sia caduto in un pozzo profondo nove metri: ti sei fatto male?". In un primo momento Ford si era fatto una sua teoria per spiegare questo strano comportamento. Aveva pensato che le bocche degli esseri umani dovessero continuamente esercitarsi a parlare per evitare di rimanere inceppate. Dopo avere osservato e riflettuto alcuni mesi, Ford aveva abbandonato questa teoria per un'altra. Aveva pensato che se gli esseri umani non si esercitavano in continuazione ad aprire e chiudere la bocca, correvano il rischio di cominciare a far lavorare il cervello.
Douglas Adams: "Guida Galattica per gli Austoppisti"
Potreste dire: che assurdità. Siamo fatti di carne e sangue, potreste obiettare. E io risponderei: Sì, ma morendo ci trasformiamo in spirito. Persino le divinità come Galilee prima o poi abbandonano i limiti della carne, e quando non hanno più confini crescono e diventano leggende. Così immaginandolo nella sua forma più mitica - di viaggiatore, amante, selvaggio - non sono forse più vicino al Galilee con il quale la mia anima vorrà trascorrere l'eternità?
Clive Barker: "Galilee"
"È solo con il cuore che si può vedere in modo giusto. Le cose essenziali sono insivibili all'occhio."
"Le cose essenziali sono invisibili all'occhio", ripeté il piccolo principe, così che fosse sicuro di ricordare.
Antoine de Saint-Exupéry: "Il Piccolo Principe"
E in questo mondo il vampiro è soltanto un Dio tenebroso. È un Figlio della Tenebra. Non può essere altro. E se ha un potere affascinante sulle menti degli uomini, è solo perché l'immaginazione umana è un luogo segreto di memorie primitive e di desideri inconfessati. La mente di ogni uomo è un Giardino Selvaggio, per usare la tua espressione, dove sorgono e cadono creature di ogni genere, e si cantano inni, e vengono immaginate cose che alla fine debbono essere condannate e ripudiate.
Anne Rice: "Scelti dalle Tenebre"
"Abbastanza bello è il mietitore di vite", mormorai, "che può estinguere tutte queste candele dalla breve durata, tutte le anime che respirano l'aria di questa sala."
Anne Rice: "Scelti dalle Tenebre"
Era un tradimento: il furto dell'immortalità. Un Prometeo tenebroso che rubava un fuoco luminescente. Risate nella tenebra. Risate che echeggiavano nella catacomba. Echeggiavano nei secoli. E il lezzo dell'avello. E l'estasi, assolutamente insondabile e irresistibile, che finalmente si concludeva.
Anne Rice: "Scelti dalle Tenebre"
Dean tirò fuori altre fotografie. Mi resi conto che queste erano tutte istantanee che i nostri bambini avrebbero guardate un giorno con stupore, convinti che i loro genitori avessero vissuto una vita liscia, ben ordinata, delimitata nella cornice di quelle fotografie e si fossero alzati al mattino per incamminarsi orgogliosi sui marciapiedi della vita, senza mai sognare la stracciata pazzia e la ribellione della nostra vita reale, della nostra notte reale, l'inferno di essa, l'insensata strada piena di incubi. Tutto questo dentro un vuoto senza principio e senza fine. Compassionevoli forme di ignoranza.
Jack Kerouak: "Sulla Strada"
"Ah, amico, che macchina di sogno" sospirava Dean. "Pensa se tu e io avessimo una macchina così che cosa non potremmo fare. Lo sai che c'è una strada che va dritto fino al Messico e oltre, fino al Panama?... E forse addirittura fino in fondo all'America del Sud dove gli'indiani sono alti più di due metri e mangiano cocaina sulle falde delle montagne? Sì! Tu e io, Sal, esploreremo il mondo intero con un'automobile così perché, amico, in fondo la strada è fatta apposta per farci girare il mondo."
Jack Kerouak: "Sulla Strada"
E solo per un attimo avevo raggiunto quell'apice d'estasi che avevo sempre desiderato raggiungere, che era il completo passaggio attraverso il tempo cronologico nelle ombre senza tempo, e stupore nella desolazione del regno mortale, e la sensazione della morte che mi batteva i calcagni perché andassi avanti, come un fantasma che stava alle calcagna di se stesso, e io che correvo verso un trampolino dal quale si tuffavano tutti gli angeli per volare nel vuoto sacro della vacuità non creata, le potenti e inconcepibili radiazioni che splendono nella luminosa Essenza Mentale, innumerevoli regioni del loto che sbocciavano in un magico sciamare di falene nel cielo. Potevo sentire un indescrivibile rombo ribollente che non era nelle mie orecchie ma dovunque e non aveva niente a che fare col suono. Capii che ero morto e ed ero tornato alla luce innumerevoli volte ma solo non me lo ricordavo, soprattutto perché i passaggi dalla vita alla morte e di nuovo alla vita sono così fantomaticamente facili, una magica azione per nulla, come cadere addormentati e svegliarsi di nuovo un milione di volte, la pura casualità e la profonda ignoranza di ciò. Capii che era solo a causa della stabilità della Mente intrinseca che aveva luogo questo lieve ondeggiare del nascere e del morire, come l'azione del vento su una distesa di acqua pura, serena, simile a uno specchio. Provavo un senso di benedizione dolce, travolgente, come un grosso getto di eroina nella vena principale; i piedi mi formicolavano. Mi pareva che sarei morto da un momento all'altro. Ma non morii, e camminai per sei chilometri e raccolsi dieci lunghe cicche e me le portai nella stanza all'albergo di Marylou e ne versai il tabacco nella mia vecchia pipa e l'accesi. Ero troppo giovane per capire quel che era avvenuto.
Jack Kerouak: "Sulla Strada"
Che cos'è quella sensazione quando ci si allontana dalle persone e loro restano indietro sulla pianura finché le si vede appena come macchioline che si disperdono?... è il mondo troppo vasto che ci sovrasta, ed è l'addio. Ma noi puntiamo avanti verso la prossima pazzesca avventura sotto i cieli.
Jack Kerouac: "Sulla Strada"
La grande avventura della nostra vita. Che cosa significa morire quando si può vivere fino alla fine del mondo? E che cos'è la "fine del mondo", se non un modo di dire, perché chi sa anche soltanto cos'è il mondo stesso? Ormai ho già vissuto due secoli e ho visto le illusioni dell'uno completamente distrutte dall'altro, sono stato eternamente giovane ed eternamente vecchio, senza possedere illusioni, vivendo attimo per attimo come un orologio d'argento che batte nel vuoto: il quadrante dipinto, le lancette delicatamente intagliate, che nessuno guarda, e che non guardano nessuno, illuminate da una luce che non era luce, come la luce alla quale Dio creò il mondo prima di aver creato la luce. Tic-tac, tic-tac, tic-tac; la precisione dell'orologio, in una stanza vasta come l'universo.
Anne Rice: "Intervista col Vampiro"
"Il male è un'opinione" mi sussurrò. "Noi siamo immortali. Abbiamo davanti ricchi festini che la coscienza non può apprezzare e che gli uomini mortali non possono conoscere. Dio uccide, e così faremo noi; indiscriminatamente Dio prende il più ricco e il più povero, e così faremo noi, perché nessuna creatura soggetta a Dio è come noi, nessuna è così simile a Lui come noi, angeli tenebrosi non confinati entro i limiti maleodoranti dell'inferno, ma erranti per la sua terra e per tutti i suoi regni."
Anne Rice: "Intervista col Vampiro"
"Sei felice?" chiese. "Vaghi nella notte, nutrendoti di topi come un pezzente, poi contempli trasognato la finestra di Babette, pieno d'affanno ma impotente, come la dea che venne di notte a guardare Endimione che dormiva e non poté averlo. E anche se potessi tenerla tra le braccia, e lei ti guardasse senza orrore o disgusto, e poi?  Pochi anni per vederla vinta dalle ingiurie del tempo e poi morire davanti ai tuoi occhi? Questo ti rende felice? Questa è follia, Louis. Vanità. Quel che devi vedere davanti a te è la tua natura di vampiro, cioè quella del predatore. Ti garantisco che se stanotte uccidi una donna bella e piena di vita come Babette e le succhi il sangue fino a farla cadere ai tuoi piedi, non rimarrà più appetito per il suo profilo dal lume di candela, o per ascoltare dalla finestra il suono della sua voce. Sarai saziato, Louis, come è destino che tu sia, da tutta la vita che potrai avere; e quando sarà finita, ti tornerà fame della stessa cosa, ancora, ancora e ancora. Il rosso che c'è in questo bicchiere sarà altrettanto rosso; le rose della tappezzeria altrettanto delicatamente disegnate. Vedrai la luna nello stesso modo, lo stesso tremolio di una candela. E con quella stessa sensibilità a cui tieni tanto, vedrai la morte in tutta la sua bellezza, e la vita, come la si conosce soltanto nel momento stesso della morte. Non lo conosci questo, Louis? Tu solo tra tutte le creature puoi vedere la morte in quel modo, impunemente. Tu solo... sotto la luna che sorge... puoi colpire come la mano di Dio!"
Anne Rice: "Intervista col Vampiro"
"Una notte mi piacerebbe incontrare il diavolo" disse una volta con un sorriso maligno. "Lo inseguirei da qui alle foreste del Pacifico. Io sono il diavolo."
Anne Rice: "Intervista col Vampiro"
"Uccidere non è un atto qualsiasi" spiegò il vampiro. "Non si tratta solo di rimpinzarsi di sangue." Scosse la testa. "è l'esperienza di un'altra vita, della perdita di quella vita, attraverso il sangue, lentamente; è rinnovare il ricordo della perdita della mia propria vita, quando succhiai il sangue dal polso di Lestat e udii il suo cuore battere con il mio cuore. Molte volte è una celebrazione di quell'esperienza; perché per i vampiri quella è l'esperienza suprema."
Anne Rice: "Intervista col Vampiro"
"Smettila di guardare i miei bottoni", disse Lestat. "Vai  laggiù, tra gli alberi. liberati di quel che di umano è rimasto del tuo corpo e non innamorarti così follemente della notte da smarrire la strada!"
Anne Rice: "Intervista col Vampiro"
"Per quanto uno possa invecchiare, l'amore è qualcosa che nel momento in cui te ne rendi conto, ormai lo stai già vivendo. Ce ne sono di due tipi, quelli di cui si riesce a vedere la fine e quelli di cui non è possibile. Siamo soltanto noi stessi che possiamo dire di quale dei due si tratti. Il fatto che non si riesca a vedere la fine, è il segno che si tratta i qualcosa di enorme. Per esempio io, quando ho conosciuto la mia attuale moglie, tua zia, all'improvviso ho sentito dentro di me che quella con lei sarebbe potuta essere una storia dal futuro illimitato. Quindi, forse, avrei fatto bene a non mettermici insieme."
"E di me, cosa ne sarebbe stato?" dissi io, tanto per scherzare.
"Poi sei nata tu e adesso siamo felici, no?" Papà si stirò come un ragazzino, e in un solo sguardo abbracciò mare, monti e cielo. "Insomma, è quasi inutile che lo dica: per me, questo è il massimo della vita!"
Banana Yoshimoto: "Tsugumi"
La maggioranza era d'accordo. Pochi testardi continuarono a scrollare la testa perché loro sapevano di avere dentro la forza per conquistarsi un nuovo e migliore destino. La strada se la sarebbero spianata a cazzotti, guidati dalla follia delle loro ambizioni o dalla superiorità della loro individualità: l'America non era forse piena di storie così? Anche adesso i cieli erano un grande affresco di ritratti di eroi che ce l'avevano fatta con le proprie mani, perché erano stati forti e violenti. Bastava un colpo di fortuna, niente più...
Sol Yurick: "I Guerrieri della Notte"
"Ma secondo te, il mondo per che scopo è stato fatto?"
"Per farci ammattire"
Voltaire: "Candido"
"So quello che pensate, sceriffo, non occorre che vi tratteniate dall'esprimere le vostre idee. Le ho già sentite tante volte. Ci sono centinaia, migliaia, probabilmente milioni di brave persone oneste che la pensano come voi, che siete disgustato dalla vista dei morti." Indicò con un gesto la stanza dalle piastrelle luccicanti, e le varie attrezzature. "Pensate che tutto questo sia... osceno." Non badò affatto al tentativo di Dan di negare cortesemente l'addebito. "Secondo voi, la morte è come un inganno, come uno scherzo crudele. In realtà invece è il nostro corpo che ci tradisce: è la vita che ci inganna, non la morte. La morte è paziente, e del tutto leale." Allungò una mano e sollevò la testa della Signora Collins, sul tavolo. "Guardatela. Guardate il lavoro che ho fatto. Era da più di dieci anni che la signora Hester Collins non aveva un aspetto così bello. È arte, sceriffo! è un'arte, la mia. E domani, questa bella opera delle mie mani verrà messa in una bara il cui coperchio verrà chiuso e inchiodato: una bara che sarà calata nella fossa e che la terra nasconderà agli occhi. E tutto il lavoro che ho fatto andrà perduto per sempre. Persino un buon cuoco ha modo di essere apprezzato più a lungo di me." Dobbs era adesso sdegnato, e aveva un'espressione truce. Girò intorno al tavolo e contemplò la signora Collins. "Chi avrebbe mai detto che avesse lineamenti così belli? Era sempre così maldisposta e petulante che praticamente nessuno si è mai accorto che avesse una bellissima bocca, e che le sopracciglia descrivessero una curva perfetta." Indicò bocca e sopracciglia del cadavere  con molta soddisfazione. "Io mi considero una specie di intermediario fra i parenti e il caro estinto, un intermediario che permette ai primi di vedere per l'ultima volta, e nel modo meno traumatizzante, il secondo, e che permette loro di conservare un ricordo dolce e piacevole di lui. Se uno sa fare il proprio lavoro, è in grado di dare al morto un'espressione serena e naturale. Ma un lavoro raffazzonato, e io che ho avuto modo di vedere lavori orribilmente tirati via, può rovinare completamente il momento dell'estremo saluto."
"Ma non si potrebbe semplicemente chiudere la bara e basta?", chiese Dan.
"Chiudere la bara?" disse Dobbs mentre intorno a loro le note della 'Pastoralè descrivevano la tempesta. "E una cassa chiusa che ricordi ci può mai suscitare? No, quello sì che sarebbe osceno. Sarebbe come far morire sia il caro estinto, sia il ricordo che si ha di lui." Mentre parlava, toccò con cura affettuosa una ciocca della signora Collins, mettendola in piega. "Ai morti, più ancora che ai vivi, il truccatore infonde vita. Restituisco loro la vita. Volendo banalizzare la cosa, potreste dire che faccio souvenir."
"Souvenir da portare a casa ai bambini?" disse Dan. "O magari da tenere in bella mostra vicino alle porcellane?"
"Potrebbe non essere una cattiva idea", rifletté Dobbs. "Renderebbe più facile a molti accettare la morte." Assunse di colpo un'aria meno pensierosa. "In ogni caso, credo che la signora Collins si possa definire un successo."
Chelsea Quinn Yarbro: "Morti e Sepolti"
Quel bar non lo aveva mai visto così pieno. Sulla via per l'inferno c'è sempre un sacco di gente, ma è comunque una via che si percorre in solitudine. Si spinse avanti a gomitate per prendere la sua vodka liscia.
Charles Bukovsky: "Niente Canzoni D'Amore"
Così l'immenso
Carco dei danni, onde saranno oppressi
I miei più tardi sventurati figli,
Tutto sull'alma mia, quasi in suo centro
Ricaderà, s'aggraverà. Quai lunghi
Affanni, oimè, succederanno ai brevi
Piacer del Paradiso! Ah! t'ho fors'io
Richiesto, o Creator, di trarmi fuora
Dalle tenebre mie? Ti pregai forse
Da quel mio fango d'innalzarmi a questa
Forma vitale, e qui locarmi? A quello
Che festi, il mio voler parte non ebbe:
Giusto non fora il ritornarmi dunque
Nella mia polve? Io volontier vi torno,
Tutto quant'ebbi volentieri io rendo,
Io non atto a serbar quell'ardue leggi
Per cui quel bene ritener dovea
Che non ti chiesi. Io l'ho perduto, e basta;
Perché tu dunque d'infiniti mali
V'aggiugni il peso? Inesplicabil sembra
La tua giustizia: pur tardi, il confesso,
Sì, troppo tardi, ora m'oppongo: allora
Che offerti furo, io ricusar dovea,
Quai che fossero, i patti.
John Milton: "Paradiso Perduto"
La vita si accomiatò da lui come da un amico di cui era stanca.
James Herbert: "Il Superstite"
Le gocce d'acqua brillano alla luce della luna piena come tanti diamanti. Mille indefinibili odori penetrano le mie narici mentre una nuova energia pervade il mio corpo. L'umanità è un ricordo perduto. Ora tutto è più nitido anche se in bianco e nero... ma vedo nel buio.
Il ragno immobile nella sua tela attende... come me. Improvvisamente un odore si distingue agli altri. Tutto inizia a tingersi di rosso.
Rosso come il sangue.
La caccia ha inizio.
Full Moon Project: "Luna Piena"
Il sangue è la vita.
Bram Stoker: "Dracula"
È noto inoltre che sono stati raccolti dati inquietanti sui messaggi satanici contenuti nella musica rock, messaggi del tipo: "Satana è Dio", "vivi per Satana". Autori come Ozzy Osbourne, gli Ac/Dc, i Led Zeppelin, i Judas Priest si ispirano all'occultismo demoniaco e amano Aleister Crowley, il grande mago nero della tradizione anglosassone.
Cecilia Gatto Trocchi: "Le Sette in Italia"
Oh... ascoltali... i figli della notte, quale dolce musica fanno!
Bram Stoker: "Dracula"
Il peso colossale... ti ricordi, dormiente, il boschetto, gli alberi contorti e striminziti, i rami e i ramoscelli senza fogli fusi in una volta, un tetto scuro che lascia colare la luce sulla terra acre. Camminammo in punta di piedi sul silenzio vegetale che assorbiva i nostri passi, ci obbligava a sussurrare, aspirava le nostre sibilanti voci attraverso le radici nascoste sotto i nostri piedi, un bosco antichissimo e privato. Splendore di fronte a noi, la volta era crollata come se dal cielo fosse piombato un gran peso. Il semicerchio splendente, i rami e i ramoscelli degli alberi si abbassavano fino a terra in una cascata luminosa, e lì deposte come a metà del torrente, sbiancate al sole e rigide contro il grigio opaco del bosco c'erano delle ossa, le ossa bianche di una creatura che riposava lì, un teschio piatto e pieno di cavità, una lunga spina dorsale curva che si assottigliava fino al punto più delicato, e ai fianchi il meticoloso mucchietto delle altre ossa, sottili e con le estremità come pugnetti chiusi.
Ian McEwan: "Su e Giù"
Sono un uomo che ha sempre fretta. Ogni volta che dalla mia vescica seminale, o da dov'è che parte, nasce un impulso all'espulsione, la dotazione complessiva assegnata al mio arco vitale diminuisce di una. Non ho tempo per le analisi, le indagini interiori dei rapporti molto intensi, per le accuse inespresse, le silenziose autodifese. Non desidero la compagnia di donne che abbiano l'esigenza di parlare quando l'accoppiamento è terminato. Voglio restare sdraiato immobile a godermi la pace e la chiarezza del momento. Poi voglio mettermi le calze e le scarpe e pettinarmi e tornare a occuparmi dei miei affari. Preferisco le donne silenziose che raggiungono il piacere in un'apparente indifferenza. Sono circondato da voci tutto il giorno, a telefono, a colazione, durante le riunioni. A letto non voglio voci. Non sono un uomo semplice, lo ripeto, e questo mondo non è semplice. Ma almeno a questo proposito le mie esigenze sono semplici, forse addirittura semplicistiche. Prediligo il piacere non contaminato dai guaiti e dai gemiti dell'anima.
Ian McEwan: "Morta venendo"
Mi sveglio dal pisolino del dopocena nel silenzio. Forse mi ha svegliato il silenzio, l'improvvisa interruzione del ticchettio di Sally Klee. La tazza del caffè vuota è ancora appesa al mio dito per il manico, un viscoso residuo di cibo in scatola mi ricopre la lingua, mentre la mia bocca addormentata è sceso un filo di saliva che ha macchiato la stoffa stampata della chaise longue. Dopotutto dormire non risolve niente. Mi alzo grattandomi e vorrei tanto avere gli stuzzicadenti (lische di pesce in un sacchetto di camoscio) ma ormai sono proprio in cima alla casa e per andarli a prendere dovrei passare di fronte alla porta di Sally Klee, che è aperta. E perché non dovrei passare di fronte a quella porta aperta? Perché non dovrei farmi vedere in questa casa, perché non si dovrebbe tener conto di me? Sono forse invisibile? Il modo quieto e modesto con cui mi sono trasferito in un'altra stanza non merita forse un riconoscimento, un breve scambio di cenni e sospiri e sorrisi fra due che hanno entrambi conosciuto sofferenze e perdite? Mi ritrovo in piedi di fronte all'orologio dell'anticamera, guardo la lancetta piccola che si avvicina al dieci. La verità è che io non passo davanti alla sua porta perché soffro di essere ignorato, perché sono invisibile e privo di importanza. Perché desidero immensamente passare davanti alla sua porta. I miei occhi vagano fino alla porta di ingresso e si fissano lì. Andarsene, sì, riconquistare la mia indipendenza e la mia dignità, imboccare il raccordo anulare, tenendo strette le mie proprietà, con le innumerevoli stelle che torreggiano su di me e il canto degli usignoli che trilla nelle mie orecchie. Sally Klee che si allontana da me sempre più, a lei non importa nulla di me, no, né a me di lei, e procedere invece a grandi balzi spensierati verso l'alba color arancio e poi via nel giorno successivo e poi ancora nella notte seguente, attraversare fiumi e penetrare nei boschi, alla ricerca e poi alla scoperta di un nuovo amore, un nuovo pilastro, una nuova funzione, una nuova vita. Una nuova vita. Queste parole sono come pietre sulle mie labbra, perché quale nuova vita potrebbe rivaleggiare con quella di ex amante di Sally Klee? Non c'è futuro che possa eguagliare il mio passato. Mi giro verso le scale e quasi immediatamente comincio a chiedermi se non potrei convincermi ad accettare una descrizione alternativa della situazione. Oggi pomeriggio, influenzato da un senso di inadeguatezza, ho agito per il meglio, nell'interesse di entrambi. Sally Klee tornando a casa dopo una giornata faticosa è entrata in camera sua per scoprirla orbata di alcuni oggetti familiari e deve aver pensato che la sua unica fonte di conforto si fosse allontanata da lei senza una parola. Senza una parola! I miei piedi e le mie mani sono sulla quarta rampa. Certamente è lei, e non io, a essere ferita. E le spiegazioni cosa sono se non cose silenziose e invisibili presenti nella testa? Mi sono sentito danneggiato più di quanto fosse lecito da parte mia e lei è silenziosa perché tiene il broncio. È lei che ha tanto bisogno di essere rassicurata, di ricevere delle spiegazioni. Lei che vorrebbe tanto essere stimata, carezzata, avvolta da un respiro. Certo! Come ho fatto a non capirlo durante il nostro silenzioso pasto. Lei ha bisogno di me. Giungo a questa conclusione come uno scalatore su una vetta inesplorata e arrivo sulla porta di Sally Klee un po' senza fiato, non tanto per la fatica quanto per un senso di trionfo.
Ian McEwan: "Riflessioni di un primate in cattività"
D'un tratto Frodo si sentì vincere dal torpore. La testa gli girava. Non c'era alcun rumore nell'aria. Le mosche avevano smesso di ronzare. Soltanto un suono pressoché impercettibile, il vibrare di una melodia quasi sussurrata, frusciava nel fogliame al di sopra delle loro teste. Alzò faticosamente le palpebre pesanti e vide chino su di lui un enorme salice, vecchio e canuto. Sembrava proprio gigantesco con i suoi rami scomposti che si innalzavano come braccia aggrappate al cielo, con mani dalle dita lunghe e nodose, con il suo tronco nocchioso e contorto, spalancato da parecchie fessure che scricchiolavano al muoversi dei rami. Le foglie svolazzanti contro il cielo luminoso l'abbagliarono ed egli cadde per terra, rimanendo disteso.
J.R.R. Tolkien: "Il Signore degli Anelli"
"Magnifico", proclamò Abbott. "Che c'è di meglio che vivere alle porte dell'inferno?"
"Varcarle", replicò Porchey.
Christian Jacq: "L'Affare Tutankhamon"
La morte è un personaggio importante: quando viene annunciata, va ricevuta con manifestazioni formali di rispetto, anche da coloro che la conoscono meglio.
Ambrose Bierce: "L'Impiccato"
Non è già abbastanza brutto che la vita sia un'asse stretta su una voragine senza fondo, un'asse sulla quale dobbiamo camminare a occhi bendati. È brutto, ma non lo è abbastanza. Certe volte ti becchi anche uno spintone.
Stephen King: "Il Poliziotto della Biblioteca"
"Mi domando", disse "se le stelle sono illuminate perché ognuno possa un giorno trovare la sua. Guardo il mio pianeta, è proprio sopra di noi... ma è così lontano."
Antoine de Saint-Exupèry: "Il Piccolo Principe"
Come si può vivere tra esseri senza un'anima senza accorgersi di essere più morti di loro?
Brandon: "Le Ali della Notte"
Nella vita bisogna provare di tutto, anche l'immortalità.
Gaston Leroux: "Il Fantasma dell'Opera"
Oggi l'universo elettronico ci suggerisce che possano esistere delle sequenze di messaggi che si trasferiscono da un supporto fisico all'altro senza perdere le loro caratteristiche irripetibili, e sembrano perfino sopravvivere come puro immateriale algoritmo nell'istante in cui, abbandonato un supporto non si sono ancora impressi in un altro. E chissà che la morte, anziché implosione, sia esplosione e stampo, da qualche parte tra i vortici dell'universo del software (che altri chiamano anima) che noi abbiamo elaborato vivendo, fatto anche di ricordi e di rimorsi personali.
Carlo Maria Martini e Umberto Eco: "In Cosa Crede, Chi Non Crede?"
Questo, ecco, proprio questo era ciò che lui aveva sognato tanto spesso e che sempre aveva desiderato...: una storia che non dovesse mai avere fine. Il libro di tutti i libri.
Michael Ende: "La Storia Infinita"
Era simile ad un vecchio film muto, un cinema silenzioso infestato da spettri bianchi e neri, bocche argentee che si aprivano per lasciare uscire il chiaro di luna. Gesti fatti dal silenzio così che potevi sentire il vento frusciare tra la peluria delle tue stesse guance.
Ray Bradbury: "Il Popolo dell'Autunno"
Seppi, fin dal primo respiro di quella nuova vita, di essere divenuto più malvagio, dieci volte più malvagio, venduto schiavo al mio peccato originale. E quel pensiero, in quel momento, mi diede vigore ed ebbrezza come fosse stato vino.
Robert Louis Stevenson: "Lo Strano Caso del Dottor Jekill e di Mr. Hyde"
"È vero, come dichiara il Profeta, che le donne sono fatte di pietra", disse lui meditativo. "Ma alcune di loro sono macigni appesi al nostro collo, e altre, invece, pietre preziose che pendono sul nostro cuore."
Gary Jennings: "Il Viaggiatore"
Succede così con le sofferenze: sono tormentose a sopportarsi, ma le di dimentica facilmente.
Gary Jennings: "Il Viaggiatore"
Tornai al karwansarai, quel giorno, pensando: la Chiesa è forse savia pretendendo da Cristiani la fede e proibendo la ragione. Quante più domande io pongo, e quante più risposte ottengo, tanto meno sembro spere con certezza qualsiasi cosa. Camminando, tolsi una manciata di neve da un argine dal quale passavo, e la pigiai e formai una palla. Era rotonda e compatta, come una certezza, ma se la osservavo da molto vicino, la sua rotondità, risultava essere invece una moltitudine di punte e spigoli. E, se l'avessi tenuta abbastanza a lungo nel cavo della mano, la solidità si sarebbe sciolta in acqua. Ecco qual è il pericolo della curiosità, pensai: tutte le certezza si suddividono in frammenti e si dissolvono. Un uomo abbastanza curioso e abbastanza ostinato potrebbe addirittura scoprire che la tonda e compatta sfera della Terra non è tale. E potrebbe sentirsi meno orgoglioso della propria capacità di ragionare se essa lo lasciasse privo di qualsiasi cosa si cui basarsi. Ma, d'altro canto, la verità non è forse una base più solida dell'emozione?
Gary Jennings: "Il Viaggiatore"
Ma vivevo. E, insieme a zio Maffeo, al babbo e ai nostri compagni il viaggio continuò, poiché i vivi altro non possono fare che dimenticare la morte, o sfidarla.
Gary Jennings: "Il Viaggiatore"
La fiamma rossa alla cime si aprì come un fiore che sboccia ed il cioccolato venne alla luce. Un effluvio di odori sgradevoli uscì' alitando. Cioccolata, mista a colla e a qualcos'altro di indefinibile: sangue, carne e sudore. Claudia non vedeva già più, le lacrime le avevano reso di cristallo gli splendidi occhi azzurri. Muovendosi lignea, come una scultura intarsiata nel tronco di un albero, alzò la mano mostrandone il taglio. Con l'altra girò l'uovo su di un lato e sentì che quello che c'era dentro cadde. Un tonfo sordo, flaccido, privo di vita, come un pezzo di carne morta, accompagnò la cosa che si era ribaltata. Claudia strillò, ma le uscì poco più di un rantolo. Colpì e le schegge di cioccolato andarono da tutte la parti, anche sulla felpa di cotone della tuta. Due parti più grandi cascarono di lato e liberarono la sorpresa. Crack! fece il cioccolato, come una lastra di ghiaccio ai primi dell'inverno che viene rotta da una sassata. Crack! fece il suo cuore quando vide la sorpresa venire alla luce come un antico e tanto atteso reperto archeologico. Il mondo le cadde addosso.
Paido Master: "L'Uovo di Pasqua"
L'amore allontana il tempo, il tempo allontana l'amore...
Paido Master: "29 Giugno"
Pitt esalò un lungo sospiro. Il Dottor Webster gliene avrebbe dette di tutti i colori se si fosse sforzato troppo e avesse lacerato qualche punto. Era una resa vergognosa. Perché, si chiese, gli uomini tramano più intrighi di un servizio segreto per sedurre le donne e quelle si eccitano nelle circostanze più assurde quando meno te lo aspetti? Era convinto più che mai che James Bond, in realtà, non doveva passarsela troppo bene.
Clive Cussler: "Tesoro"
In optin ihuan in tonàltin nica tzonzquìca
(Qui finiscono le strade e i giorni)
Gary Jennings: "L'Azteco"
Mi sono limitato a sederle accanto, e abbiamo taciuto entrambi. Non so che cosa ella stesse pensando, ma io ricordavo gli anni vissuti insieme, eppure mai insieme, e quale sperpero erano stati... dell'uno e dell'altra e dell'amore, lo sperpero più imperdonabile che possa esistere. Amore e tempo, queste sono le due uniche cose, nel mondo intero e in tutta la vita, che non è possibile comprare, ma che possono soltanto essere vissute. Questa notte Bèu ed io ci siamo dichiarati il nostro amore... ma così tardi, troppo tardi. Tutto è passato e non può più essere fatto tornare indietro. Pertanto, sedendo accanto a lei, ho ricordati gli anni perduti... al di là di essi, altri anni ancora.
Gary Jennings: "L'Azteco"
Voi ci avete portato la religione Cristiana, e ci assicurate che il Signore Iddio ci premierà con il Paradiso quando moriremo, ma dite che, se non lo accetteremo, saremo dannati all'inferno dopo la morte. Perché, allora, il Signore Iddio ci ha mandato anche le malattie che uccidono e condannano all'inferno tanti innocenti quando ancora non hanno potuto incontrare i Suoi missionari e aver saputo della Sua religione? I Cristiani vengono costantemente inviati a lodare il Signore Iddio e tutte le Sue opere, le quali devono comprendere l'opera da Lui svolta qui. Se soltanto, reverendi frati, potreste spiegarci perché il Signore Iddio ha deciso di mandare la Sua dolce e nuova religione dopo le nuove malattie crudelmente sterminatrici, noi che siamo riusciti a sopravvivere ad esse potremmo più gioiosamente unirci ai vostri inni di lode, all'infinita saggezza e bontà, alla compassione e alla misericordia, all'amore paterno del Signore Iddio per tutti i suoi figli, ovunque si trovino.
Gary Jennings: "L'Azteco"
Il Più Vecchio dei Vecchi Dèi mi afferrò la spalla e disse, con infinita malinconia: "Un giorno, quando tutto ciò che è esistito sarà scomparso... per non essere riveduto mai più... gli uomini rimuoveranno le ceneri e si porranno degli interrogativi. Tu hai i ricordi e le parole per narrare la magnificenza dell'Unico Mondo, affinché non sia dimenticata. Tu, Mixtli! Quando tutti gli altri monumenti di tutte queste terre saranno crollati, quando anche la Grande Piramide crollerà, tu non crollerai!"
"Rimarrai in piedi" disse Vento Notturno.
Risi di nuovo, schernendo l'idea che la poderosa Grane Piramide potesse mai crollare. poi, sempre cercando di assecondare i due fantasmi che ammonivano, dissi: "Miei signori, io non sono fatto di pietra. Sono soltanto un uomo, e l'uomo è il più fragile dei monumenti."
Ma non udii né una risposta né un rimprovero. Le apparizioni erano scomparse con la stessa rapidità con cui si erano mostrate, ed io stavo parlando a me stesso.
Ad una certa distanza dietro la panchina sulla quale sedevo, la torcia all'angolo della strada baluginò con imbronciate fiammelle azzurre. In quella luce luttuosa, i rossi petali dei fiori tapachini che si posavano su di me assumevano uno scuro color cremisi, come un piovigginare di gocce di sangue. Rabbrividii, provando una sensazione sperimentata una sola volta in passato - quando ero venuto a trovarmi per la prima volta al margine della notte e al margine delle tenebre - la sensazione di essere assolutamente solo al mondo, e desolato, e abbandonato. Il luogo ove sedevo non era altro che un'isola minuscola di fioca luce azzurrognola, e tutto intorno non esisteva altro che tenebre e vuoto e il gemito sommesso del vento notturno. E il vento gemeva: "Ricorda..."
Gary Jennings: "L'Azteco"
Molto tempo fa, ti trovasti, un giorno, sul pendio di un monte non lontano da qui, indeciso se compiere l'ascesa. Ti dissi che nessun uomo ha mai vissuto una vita tranne quella scelta da lui stesso. Tu decidesti di salire. E gli dèi decisero di aiutarti.
Gary Jennings: "L'Azteco"
Hai ragione. Ho continuato ad affliggermi, per tutti questi giorni, e sentieri tenebrosi dietro di me, senza pensare ai giorni che mi aspettano. Un antico adagio dice, non è vero? che siamo nati per soffrire e sopportare. E un uomo dve pensare al modo di rendere possibile la sopportazione, non è forse così?
Gary Jennings: "L'Azteco"
Da allora io sto con lui tutte le notti, sgattaiolando silenziosamente in cantina dopo che i bambini si sono addormentati. Ci lasciamo travolgere dalla passione con una frequenza e un'intensità che non conoscono limiti. Ogni mattina, prima dell'alba, Xanadu torna nel suo buco. Non so perché, né so dove vada. Io credo che sia una creatura della notte, che trascorre le giornate dormendo. Anch'io ormai seguo le sue abitudini.
Richard Laymon: "La Casa della Bestia"
I grandi corpi di Dhama-Rajà, Signore della Morte, sono vasti quanto i cieli; quelli di dimensioni medie misurano quanto il monte Meru; i più piccoli, che sono alti diciotto volte il tuo corpo, verranno a riempire di sé l'universo. Essi verranno, mordendo con i denti il labbro inferiore, gli occhi vitrei, i capelli annodati in cima alla testa, il ventre largo, la vita stretta; avranno in mano una tavola con delle iscrizioni, e grideranno "batti, uccidi", leccando un cranio umano, bevendo sangue, staccando le teste dai corpi, strappando i cuori. Essi verranno e riempiranno i mondi.
Frammento del "Bardo To-dol", Libro dei Morti Tibetano.
L'occultismo è il commento dei sogni puri, cui obbedisce tutta la letteratura, prodotto immediato dello spirito.
Mallarmé, in una lettera a Victor Emile Michelet
Non permetterai che una strega viva.
Esodo XXI, 18
La magia è il coronamento della casualità, e non la sua contraddizione. Il miracolo non è meno estraneo a questo universo che a quello degli astronomi. Esso è governato da tutte le leggi naturali, e da altre immaginarie.
Jean Louis Borges
Ciò che sto per rivelarti è qualcosa di sorprendente. Gli uomini dell'antichità erano saggi, facevano meraviglie e altri grandi cose. Accadeva però di notte, al buio sotto le stelle fisse e nel deserto. Io invece farò altrettanto qui, nella mia casa, alla luce del giorno.
Robert Louis Stevenson: "L'isola delle Voci"
Spesso riflettevo sul perché i giovani erano così miseri. Non riuscivamo ad aver gioia di niente. Un motorino a sedici anni, un macchina a diciotto: questo era quasi ovvio. E se questo non c'era allora uno era un essere inferiore. Anche per me, nei miei sogni, era stato naturale pensare che un giorno avrei avuto un appartamento e una macchina. Ma ammazzarsi di lavoro per un appartamento, per un nuovo divano, come aveva fatto mia madre, questo non esisteva. Questi erano stati gli ideali sorpassati dei nostri genitori: vivere per poter tirare su dei soldi. Per me, e credo anche per molti altri, quel paio di cose materiali erano il presupposto minimo per vivere. Poi doveva esserci qualche altra cosa. Esattamente quello che dà un significato alla vita. E questo non si vedeva. Un paio a scuola mia, tra cui mi ci mettevo anch'io, erano ancora alla ricerca di quel qualcosa che dà significato alla vita.
Christiane F.: "Noi, i Ragazzi dello Zoo di Berlino"
A sangue freddo, leggendo queste cose, voi direte che eravamo folli o forse ancor di più. Ma non siete mai stati a Doome House, non avete mai sentito bisbigliare una voce che vi chiama quando la notte cala su Blackstone Cut, non avete mai visto quei volti che compaiono e scompaiono nello stretto corridoio di quella casa.
Soprattutto, non potete pensare a una creatura che vi imprigiona tra le maglie della sua malvagità. E io vi avverto, se ci tenete all'immortalità della vostra anima, non entrate mai a Doome House, perché non potreste più sperare di uscire da lì.
Gordon G. Pendarves: "L'Impronta"
"Chi sei?"
Lei gli sorrise, radiosa.
"Come se non lo sapessi."
"Tu non sei Marilyn. Marilyn è morta."
"Nessuno muore mai al cinema, Ricky. Lo sai benissimo anche tu. Si può sempre riproiettare la stessa pellicola..."
...ecco che cosa gli ricordava quel tremolio delle luci: lo sfarfallio della celluloide nel proiettore, il susseguirsi delle immagini, fotogramma per fotogramma, l'illusione della vita creata da una sequenza perfetta di piccole morti.
"...ed eccoci qui di nuovo come prima, a parlare, a cantare." Rise. Un risata come ghiaccio in un bicchiere. "Non sbagliamo mai una battuta, non invecchiamo mai, non siamo mai fuori tempo..."
"Tu non sei reale."
Lei parve vagamente infastidita da quell'osservazione, come di accusarlo di essere pedante.
Intanto era arrivata in fondo alla fila dei sedili ed era a non più di un metro da lui. Da quella distanza l'illusione era sconvolgente, perfetta. Improvvisamente volle prenderla, lì dov'era, in platea. Che importanza aveva se era solo una finzione: puoi scoparti una finzione, se non vai a caccia di matrimoni.
Clive Barker: "Figlio di Celluloide"
"Voglio raccontarti questa cosa, Greta, questa cosa che penso da tanto tempo, ma che non riesco a dire, lo sai, ci sono dei posti, la notte, nei campi, dove ho pensato che magari ci andiamo da sole qualche volta, dei posti dove le lucciole si trovano e fanno una gran luce, come se fosse giorno, e anche se non c'è l'oceano, davanti, è come stare davanti al mare. Un mare giallo ma che la notte, con le lucciole, sembra azzurro.
Tutte le volte che ti ho toccato nel posto segreto, ho sentito che eravamo fatte uguali e che a te piaceva come lo facevo io di come lo facevano i maschi. I giochi che abbiamo fatto, tutti, anche gli intimi, io li ho fatti perché c'eri tu che mi davi coraggio... ti lamentavi sempre però poi sorridevi e io non avevo più paura finché non avevi paura tu.
Non ci ho mai pensato che i nostri corpi potessero farsi male. Non ho mai pensato se erano cose giuste o sbagliate, erano cose, erano i nostri giochi, erano come essere fratelli e sorelle, era come essere grandi, ma piccoli.
Però non so spiegartelo bene. Ma tu non devi stare così male, respira forte, soffiati il naso, alzati, per favore, apri gli occhi."
Simona Vinci: "Dei Bambini non si sa Niente"
Greta parlava e parlava, leziosa e sorridente e Martina continuava ad osservarla in silenzio. guardava le sue labbra piccole e rosse che si arricciavano verso il naso, labbra di cui conosceva benissimo la consistenza, guardava le sue mani che l'avevano accarezzata dappertutto, guardava l'osso sporgente della clavicola, dove la sua fronte si era appoggiata tante volte dopo che avevano finito i giochi e stavano sul materasso a dormicchiare. Sembrava lontanissimo. Sembrava un altro mondo. Cose accadute in una dimensione diversa. Cose accadute a qualcun altro. È strano come se anche si conoscono i minimi dettagli di un corpo, mai e poi mai si possieda il segreto di chi lo abita. Il corpo di Greta era un libro aperto con le figure, sfogliato mille volte, sottolineato, ripetuto ad alta voce, imparato a memoria, ma i suoi pensieri, il suo cuore, erano un mondo sconosciuto, lontano. Un mondo di cui Martina ignorava le usanze, la lingua, un mondo con strade diverse da quelle che conosceva lei e sentieri incastrati tra rocce altissime e impraticabili.
Simona Vinci: "Dei Bambini non si sa Niente"
"Sì, l'ho uccisa io", disse Sunlight. "Dopotutto, fu inevitabile, non è vero? Naturalmente. Una divinità modella i nostri destini... e via dicendo. La pescai a Sausalito e poi. più tardi la mollai nella discarica comunale. almeno in parte. Un pezzetto me lo tenni. Sono un inguaribile sentimentale. È un difetto; ma chi è perfetto, eh, tenente? A mia discolpa posso dire che conservai i suoi seni nel congelatore per qualche tempo. Sono uno che mette da parte. Indossava un bel vestito. Una camicetta con increspature bianche e rosa. Di tanto in tanto la sento ancora. Urla. Penso che sarebbe meglio che i morti tacessero se non hanno nulla da dire."
William Peter Blatty: "Gemini Killer"
Esiste una dottrina non scritta secondo la quale l'uomo è prigioniero e come tale non ha alcun diritto di aprire la porta della sua cella e fuggire; questo è un mistero che non riesco a penetrare in alcun modo. tuttavia, io credo anche che gli dèi siano i nostri guardiano e che noi uomini apparteniamo a loro.
Platone: "Eutifrone"
Quando, dopo soltanto alcuni minuti, lei lo rivide dalla finestra, ebbe un moto di delizia irrefrenabile e gli corse incontro. Si slanciò fuori dalla porta a braccia aperte, con un sorriso radioso sul giovane volto. "Amore mio!" gli gridò al colmo della gioia e, di lì a un istante, si ritrovò tra le braccia il sole.
William Peter Blatty: "Gemini Killer"
Sparatemi se mai userò parole come stelle e luna.
Charles Bukowsky: "Niente Canzoni d'Amore"
Non ho possibilità d'inventiva se non le regno dell'ignoto. la vita non mi ha mai interessato quanto l'evasione lontano dalla vita.
H.P. Lovecraft: "L'Orrore nella Letteratura"
Ecco, in quel momento ho pensato che forse questo non era un incubo, né una fantasia di Sabrina, ma la realtà. Anzi, una tra le infinite realtà degli infiniti mondi del cosmo. E forse la fantasia no è che un collegamento tra questi mondi. Gli scrittori potrebbero essere dei medium tra dimensioni diverse, e forse nulla è mai stato creato, ma solo "visto e riportato" da altri mondi. Com'è che diceva Rimbaud?: "Il poeta è un ladro di fuoco". Probabilmente da qualche parte sono esistiti davvero Lancillotto, Ginevra e il mago Merlino; e in altri universi esistono Tarzan, Freddie Krueger e James Bond. Così come esiste questo medioevo, che tu hai descritto nei tuoi romanzi.
Dylan Dog: "I Cavalieri del Tempo"
Sai, non c'è niente di più allegro del sangue che sprizza.
Dylan Dog: "La Maschera del Demonio"
La morte è una bellissima ragazza che nessuno vuole baciare.
Dylan Dog
L'incremento della mobilità spaziale, determinato dall'avvento dell'automobile, ha permesso al serial killer di muoversi rapidamente da un posto all'altro, spesso prima che un delitto sia stato scoperto.
The Encyclopedia of Serial Killer
Non poteva credere quanto fosse facile: puntò la pistola alla sua faccia. Bang (così tanto sangue per un minuscolo buco). I problemi hanno soluzioni, una vita intera di confusione riparata in un attimo determinato.
Trent Reznor: "The Download Spiral"
Mi tengo ancora saldo ad una singola, squallida verità: nessuno è al sicuro, nessuno si salva, non c0'è redenzione per nessuno.
Brett Easton Ellis: "American Psycho"
Uomini e donne posseduti da spiriti e che hanno poteri magici devono essere messi a morte, devono essere lapidati con pietre, devono essere ricoperti del loro stesso sangue
Levitico XI, 3,17
La vita può essere una lotta brutale, mai aliena dal peccato, elusiva dall'innocenza e transitoria, è la sua grazia di un dono, non una ricompensa. Tuttavia siamo responsabili di quello che diventiamo. Reed non cerca di risolvere questo paradosso spirituale, né lo considera ingiusto. La sua assunzione religiose di base (come Baudlaire) è che, ci piaccia o no, abitiamo tutti in un universo morale dove le nostre scelte hanno assoluta importanza. Se non siamo abbastanza forti da fare le giuste scelte, se non possiamo mai contare sui momenti di illuminazione che le rendono possibili, allora è la morte spirituale che, ancora una volta, rende vano ogni sforzo.
Ellen Willis in un saggio su Lou Reed e i Velvet Underground
Molta gente ritiene che i fantastici anni sessanta siano finiti bruscamente l 9/8/69, nell'esatto istante in cui la notizia dei delitti di Cielo Drive iniziò a diffondersi, come un incendio nella boscaglia, attraverso la comunità.
Joan Didion: "The White Album"
E, improvvisamente, quella massa grigia si dissolse in centinaia di strani uomini. Nella luce dell'imbrunire, avevano un aspetto irreale e impossibile, come se ci avessero assalito gli abitanti di un fantastico mondo di sogno. Dio mio! Pensai di essere impazzito. Ci aggredirono in una grande ondata di ombre vive e crudeli. Da qualcuno dei marinai, che doveva essere andato a poppa per l'appello, si alzò un grido orribile e acuto nell'aria della sera.
William Hope Hodgson: "I Pirati Fantasma"
Altamont. Helter Skelter, dune buggies e visioni dell'Apocalisse nella balle della Morte. I fiori disseccati. La nera signora ha folti capelli, un medaglione pacifista appeso al collo, le nude costole a mala pena nascoste da un gilet a motivi floreali. La morte è in viaggio, sulle strade d'America.
Stefano Marzorati: "Autostrada per l'Inferno"
Stavo solo cercando di ingannare la morte. Stavo solo cercando di vincere per un poco l'oscurità che, per tutta la mia vita, sapevo sarebbe sicuramente calata su di me, un giorno o l'altro, per annullarmi. Stavo soltanto cercando di rimanere vivo un po' più a lungo, dopo che me ne fossi andato. Rimanere nella luce, essere ancora un poco oltre il mio tempo con i vivi.
Cornell Woolrich: "Nightwebs"
E sentiva che forse sarebbe riuscito a scrivere davvero. Non ne era stupito. Nei momenti difficili, almeno fino al divorzio, che rappresentava forse un'eccezione alla regola generale, gli era sempre stato più naturale scrivere. Persino necessario. Era bello avere a disposizione mondi inventati a cui tornare quando quello reale ti ha fatto del male.
Stephen King: "Finestra Segreta, Giardino Segreto"
Tutto è così profondamente tranquillo a Bly. Il cinguettio degli uccelli all'alba, l'eco delle grida dei bambini, il debole suono di passi in lontananza increspano il paesaggio ma lo lasciano intatto. Il silenzio si accumula, grava su di noi; ci rende stranamente timorosi del rumore. Infine la casa e il giardino scompaiono sotto il suo peso.
Henry James: "Il Giro di Vite"
Di solito, anche quando è vecchia, una casa mostra all'interno i segni di mutamenti e migliorie. Ma il salotto che Mary stava osservando non era mai stato "rimodernato": la tappezzeria a fiori, i massicci mobili di legno scuro, il tappeto rosso-tacchino, le poltrone abbondantemente imbottite, l'enorme camino sembravano uscire pari pari dagli ultimi anni del secolo scorso. Non c'era nemmeno il televisore a dare un tocco di assurdo, ma su un tavolo di fondo si notava un vecchio fonografo a molla. Ora Mary riusciva a udire un basso mormorio, e sulle prima pensò che uscisse dalla tromba del fonografo, ma poi finì per identificarne l'origine. Veniva dal primo piano, dalla stanza illuminata.
Robert Bloch: "Psycho"
Non c'è bisogno che vi ricordi che l'idea che certe case siano impure o proibite è antica quanto l'uomo.
Shirley Jackson: "La Casa degli Invasati"
Aspetto qui ai confini del sogno, avvolto nelle ombre. L'aria buia sa di notte, così fredda e rigida e aspetto il mio amore. La luna ha sbiancato la sua lapide. Lei verrà e allora ci aggireremo in questo sciocco mondo tornati alle tenebre e al richiamo del sangue.
Neil Gaiman: "Prefazione di 'Vampiri e Lupi Mannari'"
"Possedete una splendida giovinezza, e la giovinezza è l'unica cosa degna di esser posseduta."
"Non mi sembra, Lord Enrico."
"Non vi sembra adesso. Ma un giorno, quando sarete vecchio, rugoso e brutto, quando il meditare vi avrà scavato nella fronte i suoi solchi, e le passioni avranno marcato le vostre labbra col loro orribile fuoco, vi sembrerà, e vi apparirà terribile. Ora, dovunque andiate portate con voi la gioia. Ma sarà sempre così?... Avete un volto meraviglioso, signor Gray, non accigliatevi: lo avete. E la bellezza è un aspetto del genio, è più alta, anzi, del genio perché non richiede spiegazioni. È una delle grandi cose del mondo, come la luce del sole, o la primavera, o il riflesso nell'acqua cupa di quella conchiglia d'argento che chiamano luna. Su di essa non si può discutere: ha un divino diritto alla sovranità, rende principi coloro che la possiedono. Sorridete? Non sorriderete quando l'avrete perduta... Si dice che spesso la bellezza sia cosa superficiale; può essere, ma non sarà mai superficiale come il pensiero. per me la bellezza è la meraviglia sovrana. Solo la gente mediocre non giudica dalle apparenze: il vero mistero del mondo è il visibile, non l'invisibile. Sì, signor Gray, gli dèi sono stati benigni con voi, ma gli dèi non indugiano a riprendersi ciò che danno. Avete solo pochi anni per vivere realmente, perfettamente e pienamente. Quando la gioventù vi abbandonerà, la bellezza si affretterà a seguirla, e allora vi accorgerete ad un tratto che non vi sono più trionfi per voi e dovrete contentarvi di quei mediocri trionfi che il ricordo del vostro passato renderà amari più che disfatte. Ogni mese si avvicina, scomparendo, a qualche cosa di terribile; il tempo è geloso di voi e fa guerra ai vostri gigli e alle vostre rose. Si spegneranno i vostri colori, le vostre guance si incaveranno, gli occhi perderanno il loro lampo; e soffrirete tremendamente... Ah! godete la giovinezza finché la possedete, non sprecate l'oro dei vostri giorni dando ascolto a gente noiosa, cercando di sostenere fallimenti senza speranza, gettando la vostra vita agli ignoranti, ai mediocri, ai volgari. Questi sono i i fini malsani, i falsi ideali della nostra età. Vivete! Vivete la meravigliosa vita che è in voi. Nulla di voi deve andare perso. cercate sensazioni sempre nuove, non abbiate paura di nulla... Un nuovo edonismo: ecco ciò che manca al nostro secolo. E voi potete essere il simbolo visibile. Con la vostra persona, nulla vi è vietato: il mondo è vostro per una stagione... Appena vi ho visto mi sono accorto che ho sentito di dovervi svelare un poco di voi stesso. Mi è sembrato veder già la tragedia di una vostra vita sprecata: perché così poco durerà la vostra giovinezza... così poco! Gli umili fiori di campo appassiscono, ma tornano poi a fiorire; il prossimo giugno l'avorno sarà dorato come adesso; tra un mese questa clematide sarà coperte di stelle purpuree e di anno in anno la verde notte delle sue foglie racchiuderà quelle stelle di porpora. Ma la nostra gioventù non torna mai indietro, il palpito di gioia che batte in noi a vent'anni si fa torbido, si indeboliscono le nostre membra, i sensi si corrompono. E noi degeneriamo in ripugnanti fantocci ossessionati dal ricordo di passioni di cui avemmo troppa paura e di tentazioni squisite a cui non osammo abbandonarci. Gioventù! gioventù! Nulla v'è al mondo che valga la gioventù."
Oscar Wilde: "Il Ritratto di Dorian Gray"
Forse non esistono nemmeno amici buoni o cattivi, forse ci sono solo amici, persone che prendono le tue parti quando stai male e che ti aiutano a non sentirti solo. Forse per un amico vale sempre la pena avere paura e sperare e vivere. Forse vale la pena morire per lui, se così ha da essere. Niente amici buoni. Niente amici cattivi. Persone e basta che vuoi avere vicino, persone con le quali hai bisogno di essere; persone che hanno costruito la loro dimora nel tuo cuore.
Stephen King: "It"
Tutto attorno, su ali tenebrose si leva la ferinità della notte. Il tempo dei vampiri è venuto.
Stephen King: "Le Notti di Salem"
Sono un lupo pazzo... il pelo cresce all'interno... dentro c'è il mantello del lupo... dentro c'è il cuore del lupo.... dentro ci sono le zanne del lupo.
Charles Maturin: "The Albigenses"
"Vuoi la tua barchetta, Georgie? domandò Pennywise. "Te lo chiedo di nuovo perché non mi sembra che ti stia poi tanto a cuore." Gliela mostro, sorridendo. Indossava un costume largo, di seta, con grandi bottoni arancione. Una vivace cravatta color blu elettrico gli ricadeva mollemente sul davanti e alle mani aveva un paio di guantoni bianchi, come quelli di Topolino e Paperino.
"Sì, certo", ripeté George, guardando nello scarico.
"E un palloncino? Ne ho di rossi, verdi, gialli, blu..."
"Volano?"
"Se volano?" Il sorriso del clown si allargò. "Oh, sì, eccome. Volano! E c'è lo zucchero filato..."
George allungò la mano.
Il clown gli afferrò il braccio.
E George vide la faccia del clown trasformarsi.
Ciò che vide allora fu tanto orrido che a confronto le sue più tetre fantasie sulla 'cosa'  giù in cantina perdevano ogni consistenza: la sua sanità mentale ne fu distrutta in un sol colpo.
"Volano!" cantilenò la creatura nello scarico con una voce rauca e ridacchiante. Trattenne il braccio di George nella sua presa ferma e viscida e cominciò a tirarlo verso quella terribile tenebra dove l'acqua turbinava e ruggiva tumultuando con il suo carico di detriti verso il mare. George torse il collo per allontanare la faccia da quell'oscurità senza ritorno e cominciò a strillare nella pioggia, a strillare nel bianco cielo autunnale che s'incurvava sopra Derry in quel giorno del 1957. I suoi strilli erano stridenti e acuti e in tutta Witcham street la gente accorse alle finestre.
"Volano", ringhiò l'essere, "certo che volano, Georgie, e quando sarai quaggiù con me, tu galleggerai..."
Stephen King: "It"
Credo che tutti tengano un badile sempre pronto nella testa, e nei momenti di stress e di preoccupazione non si fa altro che prenderlo in mano e spalare tutto quanto, buttandolo nel pozzo che si apre sul fondo della coscienza.
Buttar via tutto, seppellire tutto.
L'unico guaio è che il pozzo va giù diritto nell'inconscio e qualche volta, in sogno i cadaveri si mettono a camminare.
Stephen King: "Christine, la Macchina Infernale"
Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato in un insetto mostruoso.
Franz Kafka: "Le Metamorfosi"
Viviamo su una placida bolla di ignoranza circondati dai neri mali dell'infinito.
H.P. Lovecraft: "L'Orrore nella Letteratura"
Bisognerebbe accettare i fantasmi come si accetta il fuoco - fenomeno più comune ma ugualmente misterioso. Che cos'è il fuoco? Non proprio un elemento, né un movimento, né una creatura vivente. Il fuoco è un evento. Ecco, i fantasmi, più che cose o creature, sono eventi.
Robert Graves
È vero che ho spedito sei pallottole nella testa del mio migliore amico, tuttavia spero che con questo mio resoconto riuscirò a dimostrare che non sono il suo assassino.
H.P. Lovecraft: "La Cosa sulla Soglia"
"Le caverne più interne" aveva scritto l'arabo pazzo, "non sono fatte perché gli occhi umani le vedano; perché le loro meraviglie sono strane e terrificanti. maledetto è il terreno dove le anime morte vivono corpi nuovi e bizzarri, e malvagia è la mente che non è contenuta in nessuna testa. Saggiamente Ibn Schacabao disse che felice è la tomba dove non è stato seppellito un Mago, e, di notte, felice è la città in cui i Maghi sono tutti cenere. una vecchia leggenda dice che l'anima venduta al diavolo non lascia il suo involucro di carne, ma ingrassa e istruisce il verme che la corrode; finché dalla corruzione nasce un'orrida vita, e gli ottusi sciacalli della terra si coprono di cera per affliggerla e si gonfiano mostruosamente per torturarla. Grandi grotte vengono scavate in segreto laddove i pori della terra dovrebbero bastare e cose che dovrebbero strisciare hanno invece imparato a camminare.
H.P. Lovecraft: "Il Festival"
Devi venire con me, amandomi, fino alla morte; oppure odiarmi e venire lo stesso con me odiandomi, durante e dopo la morte!
Joseph Sheridan LeFanu: "Carmilla"
Carmilla era accanto al mio letto, nella sua bianca veste da notte, bagnata, dalla gola fino ai piedi, di una sola, grande, macchia si sangue.
Joseph Sheridan LeFanu: "Carmilla"
In quell'istante prima della dissoluzione finale, il suo volto si distese in un aspetto di pace.
Bram Stoker: "Dracula"
Come osate toccarlo? Quest'uomo mi appartiene!
Bram Stoker: "Dracula"
Era uno di quei volti che, una volta visti, non si possono scordare. L'occhio si accendeva di vita quando alzava il suo nero, ardente sguardo, come d'ispirazione, mentre il labbro superiore di quella bocca orgogliosa era atteggiato a una smorfia di alterigia e disprezzo; eppure, insieme a questi fieri atteggiamenti, c'era un'aria di malinconia e abbandono che ne addolciva la durezza.
Caroline Lamb: "Glenarvon"
Se la realtà fosse carta igienica, non saprei più come pulirmi il culo.
Stephen King: "La Metà Oscura"
Tremavo violentemente e a malapena riuscivo a trattenere le lacrime. Non avevo che un desiderio: non rivedere mai più Konradin. Ma il mio amico, che doveva aver capito il dramma che si stava svolgendo dentro di me, pareva totalmente assorbito dai miei libri. Se non si fosse comportato così, se mi avesse parlato, o peggio, se avesse cercato di consolarmi, di toccarmi, l'avrei certamente colpito. Aveva insultato mio padre, mettendo a nudo lo snob che era in me e infliggendomi una meritata umiliazione. E invece Konradin fece ciò che andava fatto. Mi lasciò il tempo di riprendermi e quando, cinque minuti dopo, si voltò e mi sorrise, gli ricambiai il sorriso tra le lacrime.
Fred Uhlman: "L'amico Ritrovato"
Ci sono eventi che segnano per sempre.
Il Venerdì di Repubblica
Erzbeth si annoiava, nel suo tetro castello di Csejthe. Si sfogava punendo sadicamente le domestiche. n giorno, frustandone una, fu colpita da alcuni schizzi di sangue. Le parve che la sua pelle, nei punti bagnati dal sangue, si mantenesse nei giorni seguenti più liscia ed elastica. Cominciò a salassare le domestiche per farsi impacchi e bevande con il loro sangue.
Mauro Boselli: "Il Secondo Almanacco della Paura: 'Veri Vampiri'"
Ph'nglui mglw'nafh Cthulhu R'lyeh whah'nagl fhtagn
(nella sua dimora di R'lyeh, il morto Cthulhu aspetta sognando)
H. P. Lovecraft: "Il Richiamo di Cthulhu"
L'odore che si alzò dalle profondità appena scoperte era intollerabile, e infine ad Hawkins, che aveva l'udito fine, parve di sentire un rumore viscido e insidioso provenire dalle tenebre. Tutti si misero in ascolto, e stavano ancora ascoltando, quando la Cosa apparve con passo pesante e, a tentoni, infilò la sua immensità verde e gelatinosa attraverso la buia soglia, uscendo nella fetida aria esterna di quella velenosa città di follia.
H. P. Lovecraft: "Il Richiamo di Cthulhu"
Il Signore disse a Noè: "Entra nell'arca tu e la tua famiglia, poiché ti ho visto giusto dinanzi a me, in questa generazione. D'ogni animale puro prendine a sette a sette, un maschio e una femmina, sicché la razza sopravviva sulla faccia della terra: perché ancora sette giorni e io farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti; e sterminerò sulla superficie della terra ogni creatura che ho fatto"
Genesi (7,1-10)
Può non essere irragionevole pensare che il catafalco, il sudario tombale, il nero drappo funebre, possano svegliare solenni pensieri e uccidere il desiderio, ma, al contrario, queste enfasi funerarie e gli ornamenti dei morti sono considerati in certe cerchie la più grande titillazione, il più potente e degli afrodisiaci raffinati.
Montague Summers
Il toro sollevò la testa di poco e allora vice che aveva davvero un occhio solo, un globo azzurrognolo e opaco, grande e orribile, al centro del muso.
Stephen King: "Rose Madder"
L'anima del corpo è nel suo sangue.
Levitico, XVII, 10,14
“Che cosa vorresti?”, gli chiese la strega, andandogli vicino.
“Vorrei separarmi dalla mia anima”, rispose il giovane pescatore.
La strega si fece pallida, rabbrividì e nascose il volto nel manto azzurro. “Bel ragazzo, bel ragazzo”, mormorò “questa è una cosa terribile da farsi.”
Egli scosse i riccioli scuri, ridendo. “La mia anima non è nulla per me”, rispose. “Non posso vederla, non posso toccarla. Non la conosco.”
“Che cosa mi darai se ti esaudirò?”, chiese la strega guardandolo con i suoi occhi stupendi.
“Cinque piastre d’oro”, egli disse, “e le mie reti, e la capanna di canne intrecciate dove vivo, e la barca dipinta su cui navigo. Dimmi solo come posso allontanare da me la mia anima e ti darò tutto ciò che possiedo.”
Ella rise beffarda, e lo colpì col ramoscello di cicuta. “Io posso trasformare le foglie d’autunno in oro”, gli rispose “e posso filare i pallidi raggi di luna in fili d’argento, se lo voglio. Colui di cui sono ancella è il più ricco di tutti i re del mondo. Ed è in possesso di tutti i loro domini.”
“Cosa posso darti, egli disse, “se non vuoi compenso, ne oro né argento?”
La strega gli accarezzò i capelli con la sottile mano bianca. “Devi danzare con me, bel ragazzo”, mormorò con un sorriso.
“Niente altro che questo?”, chiese il giovane Pescatore, stupito, e si levò in piedi.
“Nient’altro che questo”, rispose lei, e gli sorrise di nuovo.
"Dunque al tramonto io e te danzeremo insieme in un luogo segreto,” egli disse, “e dopo che avremo danzato tu mi dirai ciò che voglio sapere."
Ella scosse il capo. “Quando la Luna sarà piena, quando la Luna sarà piena”, mormorò. Poi si guardò intorno, e rimase in ascolto.
Un uccellino azzurro si librò in volo dal nido stridendo, e descrisse un cerchio sopra le dune, e tre uccelli screziati emisero brevi gridi nell’erba rigida e grigia chiamandosi l’un l’altro. L’unico suono che si udiva era la risacca che lambiva, giù in basso, i ciottoli levigati. La Strega protese la mano, e attirato il giovane a sé, gli accostò le labbra aride all’orecchio.
“Stanotte devi venire in vetta alla montagna”, gli bisbiglio. “C’è un Sabba, e ci sarà anche Lui”.
Il giovane Pescatore trasalì e la guardò, ed ella rise mostrandogli i bianchi denti. “Chi è colui di cui parli?”, egli chiese.
“Non ha importanza”, rispose lei. “Stasera aspettami sotto i rami del carpine. Se un cane nero corre verso di te, colpiscilo con una verga di salice, e se ne andrà. Se un gufo ti parla, non rispondere. Quando la Luna sarà piena io verrò da te, e danzeremo insieme sull’erba.”
“Ma mi giuri che mi dirai come posso liberarmi della mia anima?”, egli chiese.
Ella uscì alla luce del sole, e attraverso la sua chioma rossa folleggiava il vento. “Sugli zoccoli della capra lo giuro”, rispose.
“Tu sei la migliore delle streghe”, gridò il giovane Pescatore, “e senz’altro danzerò con te stanotte in vetta alla montagna. Mi sarei aspettato che mi chiedessi oro e argento, ma il compenso che mi chiedi è davvero piccola cosa, e l’avrai”. E agitò il berretto verso di lei in segno di saluto, e chinò il capo, e tornò di corsa in città, colmo di gioia.(…)
E quella sera, quando la luna si levò, il giovane Pescatore salì sulla vetta della montagna, e si fermò sotto i rami del carpine. Simile a una lastra di metallo lucente, si stendeva il vasto mare, e le ombre delle barche da pesca si muovevano nella piccola baia. Un grosso gufo dai gialli occhi fosforescenti lo chiamò a nome, ma egli non rispose. Un cane nero corse verso di lui ringhiando. Lo colpì con una verga di salice, e quello se ne andò uggiolando.
A mezzanotte giunsero le streghe: a volo, per l’aria, come pipistrelli. “Uuuh!”, gridarono toccando terra. “C’è qualcun che non conosciamo!” E fiutarono all’intorno, e bisbigliarono tra loro, e si fecero dei segni. Per ultima arrivò la giovane Strega con la sua chioma rossa fluttuante al vento. Indossava una veste di tessuto d’oro ricamato con occhi di pavone, e in capo aveva un piccolo berretto di velluto verde.
“Dov’è? Dov’è?”, strillarono le streghe appena la videro; ma lei rise senza rispondere, e corse al carpine, e prendendo per mano il giovane Pescatore lo condusse con sé nel chiarore lunare e incominciò a danzare.
Come in un vortice roteavano, e la giovane Strega balzava così in alto che si potevano vedere i tacchi scarlatti delle sue scarpe. Poi, in direzione dei danzatori si udì il galoppo di un cavallo, ma nessun cavallo apparve, e il giovane Pescatore provò un oscuro sgomento.
“Più veloce!”, gridò la Strega, cingendogli il collo con le braccia e alitandogli in volto il suo respiro ardente. “Più veloce! Più veloce!”, e la terra pareva girare sotto i loro piedi, e la mente di lui si ottenebrava, e un gran terrore lo dominò, come se qualcuno di orribile stesse guardandolo, e finalmente egli si avvide che all’ombra di una rupe c’era qualcuno, una figura d’uomo che indossava un vestito di velluto nero, di foggia spagnola. Il suo volto era stranamente pallido, ma le sue labbra erano simili a un superbo fiore vermiglio. Sembrava annoiato, e si appoggiava all’indietro, giocherellando come noncurante col pomo della sua daga. Poco distanti da lui, sull’erba, giacevano un cappello piumato e un paio di guanti da cavaliere con manopole di merletto d’oro, ricamati da perle iridescenti che disegnavano uno stemma bizzarro. Dalla spalla gli pendeva una mantellina foderata di zibellino, e le sue delicate mani bianche sfavillavano di anelli. Grevi palpebre velavano i suoi occhi.
Il giovane Pescatore lo fissava, come irretito da un sortilegio. Alla fine i loro occhi s’incontrarono, e ovunque la danza lo portasse gli sembrava che gli occhi di quell’uomo gli fossero addosso. Udì la Strega ridere, e le cinse la vita per rotare ancora e ancora con lei nel vortice folle.
D’un tratto un cane latrò nel bosco, e i danzatori si fermarono, si accostarono all’uomo e, inginocchiatisi, gli baciarono le mani. Un breve sorriso sfiorò le sue labbra altere, come l’ala di un uccello sfiora l’acqua e la fa ridere. Ma in quel sorriso c’era del disprezzo. Egli seguitava a fissare il giovane Pescatore.
Oscar Wilde: "Il Pescatore e la sua Anima"
In realtà, però, che bisogno c'era di dirlo, come se non mostrassi abbastanza chi sono col viso e con la fronte, come si dice, e come se non bastasse una sola occhiata a confutare sull'istante chi volesse dimostrare che sono Minerva o la Saggezza, anche in assenza di un discorso (specchio assolutamente veritiero dell'animo). In me non c'è posto per il trucco e non fingo con la mia espressione qualcosa di diverso da ciò che nascondo nel cuore. Sono assolutamente simile a me stessa, tanto che non possono dissimulare la mia presenza neanche i più accaniti nel rivendicare la maschera ed il nome nella porpora ed asini con la pelle del leone.
Erasmo da Rotterdham: "Elogio della Follia"
Il Diavolo, il vero Diavolo, odia il rock n' roll. Lotta per sopprimerlo attraverso i falsi profeti. Il Diavolo odia il rock n' roll perché il Diavolo odia la libertà, e la libertà di espressione è tutto quello che rende uniti gli uomini. E Dio... Dio ama la musica. Tutti i generi si musica...
John Shirley: "Shock Rock"
Vita è contemporaneamente forma e funzione; forma nella distruzione, funzione nella costruzione. fermarsi solo alla forma, come abbiamo fatto in questi ultimi millenni, significa sommergersi in un diabolico inferno pullulante di figure diaboliche vive e reali.
Mario Pincherle: "Diavoli, Diavolesse e Company"
Rimase a secco anche la seconda cisterna e io mi trasferii alla terza. Il sole era come un maglio e la testa cominciava a dolermi per quei vapori. Tra il pollice e l'indice mi si erano formate delle vesciche. Ma questo loro non potevano saperlo. S'intendevano di guarnizioni, di candele, di giunti cardonici, ma non di vesciche, di colpi di sole e del bisogno di urlare. A loro interessava sapere una cosa sola sui loro ex-padroni, e quella la sapevano: eravamo carne da macello.
Stephen King: "Camion"
Garraty si chiese che cosa avrebbe provato giacendo nel silenzio della più grande e polverosa biblioteca, sognando eternamente sogni spensierati dietro le palpebre chiuse per sempre. Per sempre vestito con l'abito della domenica. Niente preoccupazioni per i soldi, il successo, la paura, la gioia, il dolore, il sesso e l'amore. Lo zero assoluto. Niente, né padre, né madre, né ragazza. I morti sono orfani. Unica compagna il silenzio, come ala di falena. E non più l'agonia del moto, il lungo incubo della strada. Il corpo in pace, ordine e immobilità. Il buio perfetto della morte. Come sarebbe stato, come?
Stephen King: "La Lunga Marcia"
Qualche volta cantava con la radio a voce piena, di gusto. Spesso durante queste scorribande pensava che forse avrebbe fatto bene a proseguire, sempre dritto e dritto, comprando benzina con la carta di credito. Avrebbe continuato verso sud per fermarsi solo quando non ci fossero state più strade o terra. Si poteva scendere in automobile fino alla punta estrema del Sudamerica?
Stephen King: "Uscita per l'Inferno"
"No", cercò di dire Bobby Terry, ma non venne fuori niente.
"Hey Bobby Terry, bel guaio hai fatto!" Tuonò l'uomo nero, e si precipitò sopra l'infelice Bobby Terry.
C'erano sì cose peggiori della crocifissione.
C'erano i denti.
Stephen King: "L'ombra dello Scorpione"
Che effetto prova un suicida quando piomba giù da un cornicione? Sono sicuro che la sensazione sia del tutto sana. Probabilmente è per quello che urlano durante tutto il volo.
Stephen King: "Ossessione"
Sanità mentale: puoi farti tutto il tragitto dalla culla alla tomba convincendoti che la vita è logica, la vita è prosaica, la vita è normale. Soprattutto normale. E io credo davvero che lo sia. Ho avuto parecchio tempo per pensarci. E ogni volta torno immancabilmente alla dichiarazione resa in punto di morte da Mrs Underwood: "Dunque capite che, aumentando il numero delle variabili, gli assiomi per definizione non cambiano mai."
Io ci credo davvero.
Penso, dunque sono. Ho dei peli sulla faccia; perciò mi rado. Mia moglie e mio figlio sono rimasti gravemente feriti in un incidente d'automobile; perciò prego. È tutto logico, è tutto normale. Viviamo nel migliore di tutti i mondi possibili, perciò datemi una Kent per la sinistra e una Bud per la destra, accendetemi Starsky e Hutch e fatemi ascoltare quella nota delicata e armoniosa che fa l'universo ruotando dolcemente nella sua orbita celestiale. Logica e normale. Come la coca cola, è il massimo.
Stephen King: "Ossessione"
"Non esistono buone influenze, signor Gray: ogni influenza è immorale... per lo meno dal punto di vista scientifico."
"Perché?"
"Perché influenzare qualcuno significa dargli la propria anima. Egli non pensa più i suoi naturali pensieri, non arde più delle sue naturali passioni, non ha più le sua naturali virtù. I suoi peccati, se pure vi è qualche cosa che si può chiamare peccato, sono di accatto. Egli diventa l'eco della musica suonata da un altro, l'attore di una parte che non è stata scritta per lui. Lo scopo della vita è lo sviluppo di noi stessi, la perfetta attuazione della nostra natura: è questa la ragion d'essere di ognuno di noi. Oggi gli uomini hanno paura di sé, hanno dimenticato il più alto di tutti i doveri, quello che abbiamo verso noi stessi. Naturalmente sono caritatevoli, nutrono chi ha fame e vestono gli ignudi. Ma la loro anima muore di inedia e di freddo. Il coraggio ha abbandonato la nostra razza, o forse non lo abbiamo mai realmente avuto. Il terrore della società, che è la base della morale, il terrore di Dio, che è il segreto della religione: ecco le due leggi che ci dominano."
Oscar Wilde: "Il Ritratto di Dorian Gray"
"Che cosa triste", mormorò Dorian Gray con gli occhi ancora fissi sul suo ritratto. "Che cosa triste" Io diverrò vecchio, brutto e ignobile e questa pittura rimarrà sempre giovane: giovane qual è in questa giornata di giugno... oh se potesse avvenire il contrario! Se potessi, io, restare sempre giovane e invecchiasse invece la pittura! Per questo sarei disposto a dare qualsiasi cosa, sì, non vi è nulla al mondo che non darei! Darei la mia stessa anima!"
Oscar Wilde: "Il Ritratto di Dorian Gray"
Nel silenzio del bosco, l'arrancare dei suoi passi fra le foglie morte era il suono soverchiante. Ben presto perse completamente di vista la sua accompagnatrice.
Si fermò. guardandosi attorno. Aveva veramente udito qualcuno dietro di sé? Chiamò di nuovo.
Nessuna risposta, neppure l'eco di una risata.
Si incamminò, ma solo per arrestarsi una seconda volta.
Davvero una figura si era nascosta velocemente dietro un albero sulla sinistra?
Attese un po', ma non notò alcun movimento. Proseguì ancora seccato per quello stupido gioco.
Questa volta il rumore che lo costrinse a bloccarsi era del tutto diverso: la risatina di un bambino.
Si voltò rapidamente e colse di sfuggita l'immagine di qualcuno che si affrettava fra gli alberi alla sua destra, in un batter d'occhio era già svanito.
Per quando fosse ridicolo, gli parve che si trattasse di una ragazzina. Si era mossa tanto in fretta, però, che non poteva esserne certo.
Girò bruscamente la testa. No, non era possibile che avesse udito un bisbigliare di voci; di sicuro quel suono attutito era causato da un alito di vento che sussurrava fra i rami
Di nuovo la debolissima eco di una risata.
David trattenne il respiro. Dal profondo dello stomaco (o perlomeno così gli parve) stava salendo, strisciando, una strana sensazione che andava espandendosi per tutto il corpo, un graduale congelamento sensoriale delle terminazioni nervose che si spingeva fino alla pelle, causandogli un intenso formicolio. Un senso di disagio che non riusciva a capire, ma che non poteva ignorare. Riprese il cammino nella macchia a passo più sostenuto.
Di tanto in tanto si guardò alle spalle o ai lati: era sicuro di non essere solo, eppure non si scorgeva traccia di un'altra presenza.
Preferì non correre, però procedette sempre più in fretta.
Udì un risolino sardonico una mano gli sfiorò la spalla. Il tocco avrebbe anche potuto essere causato dal suo passaggio fra le foglie, ma quel suono non poteva essere altro che un ridacchiare malevolo.
James Herbert: "Stregata"
"E' lei il custode, signore" lo interruppe Grady in tono blando. "Il custode è sempre stato lei. Dovrei saperlo, signore. Sono sempre stato qui, io. Ci ha assunti tutti e due lo stesso direttore, contemporaneamente. Le va bene, signore?"
Jack bevve un sorso. Gli girava la testa. "Il signor Ullman..."
"Non conosco nessuno che si chiami così, signore."
"Ma lui..."
"Il direttore", disse Grady. "L'albergo, signore. Sicuramente si rende conto di chi l'ha assunto, signore."
"No," disse Jack, impacciato. "No, io..."
"Credo che lei ora debba occuparsi di suo figlio, signor Torrance. Capisce tutto, anche se non glielo ha confidato. Alquanto disdicevole da parte sue, se mi è permesso l'ardire, signore. In effetti le ha messo i bastoni fra le ruote a ogni piè sospinto, non è vero? E pensare che non ha ancora sei anni!"
"Sì," confermò Jack. "è proprio vero." Alle sue spalle si levò un altro scroscio di risate.
"Va punito, se mi consente di dirlo. Occorre fagli una bella ramanzina, e forse qualcosa di più. Alle mia bambine, signore, l'Overlook non piaceva affatto. Una delle due mi ha addirittura sottratto una scatola di fiammiferi e ha tentato di dargli fuoco. Le ho punite. Le ho punite nel modo più severo. E quando mia moglie ha cercato di impedirmi di fare il mio dovere, ho punito anche lei." Rivolse a Jack un pallido sorriso, privo di particolare significato. "Trovo triste, ma vero, il fatto che le donne raramente comprendano quali siano le responsabilità di un padre nei confronti dei figli. Mariti e padri hanno precise responsabilità, non le pare, signore?"
Stephen King: "Shining"
Improvvisamente Chris si rattrappì, come colpita da una mazzata, da uno suono che proveniva da sopra: la voce del demone, rimbombante eppure ovattata, gracchiante, simile a un premature canto funebre amplificato.
"Meerriiiiinnnnnn!"
Seguì, isolato, massiccio, raccapricciante, il cavernoso rimbombo di u unico colpo battuto con incredibile violenza contro la parete della camera di Regan.
"Dio santissimo!", sussurrò Chris portandosi la mano diafana al petto. Impietrita, guardò Merrin. Il religioso non si era mosso. Guardava ancora verso l'alto, teso e nello stesso tempo sereno, senza un'ombra di sorpresa negli occhi. Chris pensò che nello sguardo di lui c'era anche una luce di riconoscimento.
Un altro colpo fece vibrare la parete.
"Merriiiiinnnnn!"
William Peter Blatty: "L'Esorcista"
Fuori, il cofano della Datsun era aperto e il vecchio monaco era piegato sul motore e faceva scorrere velocemente le mani su manicotti e cavi, ma i suoi occhi erano persi nel vuoto. Sam capì allora che era cieco. E si accorse che da ogni mano mancavano alcune dita.
"Cosa sta facendo?" chiese Coyote.
"Silenzio!" ammonì il giovane monaco, "Sta trovando il guasto."
"In effetti siamo un po' di fretta," replicò Sam, "Non possiamo lasciare qui la macchina e tornare a prenderla più tardi?"
Il monaco chiese: "Può un cane avere la natura di un Buddha?"
"Può un pesce avere il buco del culo impermeabile?," ribatté Coyote.
Il giovane monaco si rivolse verso Coyote e si inchinò. "Sei saggio," gli disse.
Christopher Moore: "Il Ritorno del Dio Coyote"
"Dove due momenti prima c'era solo il vuoto, era apparsa ora una figura. Era il quarto Suppliziante, quello che non aveva mai parlato, che mai aveva mostrato la faccia. Ora vide che non era un Suppliziante, bensì una Suppliziante. Aveva lasciato cadere il cappuccio che le copriva la testa, aveva discinto la tunica. La donna che ne era emersa era grigia e tuttavia lucente, con le labbra insanguinate, le gambe aperte a lasciar vedere la complessa scarnificazione del pube. Sedeva su un cumulo di putrescenti teste umane e gli rivolgeva un sorriso di benvenuto.
Il contrasto di sensualità e morte lo tramortì. Poteva avere qualche dubbio che avesse lei personalmente finito quelle vittime? Aveva sotto le unghie i loro brandelli, e le loro lingue, una ventina o più, erano disposte ordinatamente sulle sue cosce unte, come in attesa dell'ingresso. Né dubitava che i cervelli che ora scivolavano dalle orecchie e dalle narici delle teste mozzate fossero stati spinti alla pazzia prima che un ultimo colpo o un bacio avesse fermato i loro cuori.
Kircher gli aveva mentito. Oppure era stato lui stesso tratto in orribile inganno. Non c'era piacere nell'aria; quanto meno non ce ne era di comprensibile dalla mente umana.
Aveva commesso un errore aprendo la scatola di Lemarchand. Un errore sciagurato.
"Oh, dunque hai finito di sognare," disse la Suppliziante guardandolo ansimare sul nudo pavimento. "Bene"
Si alzò. le lingue caddero a terra come una pioggia di lumache.
"Ora possiamo cominciare," disse.
Clive Barker: "Schiavi dell'Inferno"
Nel suo nido d'amore a Pimlico, Yvonne continuò a chiedere alla linea caduta "Chi è?" per un'ora e forse più prima di riattaccare. Poi andò a sedersi. Il divano era bagnato: grandi macchie appiccicose si erano formate dove era solita sedersi. Pensava che forse era lei la responsabile di questo, ma non riusciva a capire né come né perché. E nemmeno riusciva a spiegarsi le mosche che si raggruppavano intorno a lei, nei capelli, sui vestiti e che continuavano a ronzarle attorno.
"Chi è?" domandò di nuovo. La domanda aveva un senso, anche se non era più rivolta ad uno sconosciuto al telefono. La pelle putrida delle mani, il sangue nella vasca dopo aver fatto il bagno, l'immagine terrificante che aveva visto riflessa nello specchio - tutto suggeriva la stessa ipnotica domanda: "Chi è?"
"Chi è? Chi è? Chi è?"
Clive Barker: "Gioco Dannato"
Le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna perché le parole le immiseriscono. Le parole rimpiccioliscono le cose che, finché erano nella nostra testa sembravano sconfinate. E potreste far rivelazioni che vi costano per poi scoprire che la gente vi guarda storti, senza capire affatto ciò che avete detto, senza capire perché vi sembrava tanto importante da piangere mentre lo dicevate. Questa è la cosa peggiore secondo me: quando il segreto rimane chiuso in voi per mancanza di uno che lo racconti; ma non per mancanza di uno che lo sappia ascoltare.
Stephen King: "Il Corpo"
La magia è la prima e l'ultima religione del mondo. Ha il potere di renderci integri, di aprirci gli occhi all'esistenza dei Domini, di restituirci a noi stessi. Nasciamo divisi, aneliamo all'unione. Siamo legati a tutto ciò che è stato, è e sarà. Da un capo dell'Imagica all'altro.
Clive Barker: "Imagica"
E così che chiamo anch'io il mio posto del Gran Ridere. Sai, c'è anche una scritta sulla porta che dice così: posto del Gran Ridere di Annie, c'è scritto. E alle volte rido davvero, quando sono lassù... ma il più delle volte grido e basta.
Stephen King: "Misery"
Saprò mai dimenticare l'innominabile orrore di quello spettacolo? venticinque o trenta cadaveri umani, tra cui quelli di parecchie donne, giacevano sparsi tra il cassero e la cucina, ormai nell'ultimo e più disgustoso stato di putrefazione. Era evidente che su quel fatale vascello non c'era anima viva. Eppure non potevamo fare a meno di urlare ai morti, invocando aiuto. Sì, a lungo urlammo, e ad alta voce, nell'agonia del momento, perché quelle silenti immagini disgustose si fermassero per noi, non ci abbandonassero, non volessero lasciarci diventare simili a loro, ci accogliessero nella loro gentil compagnia. Farneticavamo d'orrore e di disperazione, completamente impazziti per l'angoscia della nostre tremenda situazione.
Edgar Allan Poe: "Le Avventure di Gordon Pym"
"Non è stato malaccio, voglio dire della vita tue e mia sono state..."
"Bizzarre"
"Straordinarie"
"Sono sicuro che tutti e due abbiamo desiderato che potesse essere stato diverso, ma sotto sotto credo che entrambi abbiamo voluto che andasse così."
Clive Barker: "Everville"
Lo scrittore che oggi non sforna la sua quota di storie raccapriccianti, sembra destinato all'esilio dalla repubblica delle lettere. Tanto vale che come proprio sistema adotti la testa di morto. Se non riesce a spaventare nessuno, non è nessuno. Se non riesce a impressionare le signore, che potete aspettarvi da lui?
Leigh Hunt: "A Tale of a Chimney Corner"
Vorrei sapere se tu sia propenso a credere che i fantasmi esistano, abbiano forma propria e siano dotati di qualche potere soprannaturale. O invece non ritenga che difettino di sostanza o realtà, e prendano forma soltanto in seguito alle nostre paure.
Plinio il Giovane in una lettera a Lucio Sura
Ed era come un soffio d'un esile sussurro. Nell'ora in cui la notte nutre visioni che recano inquietudine, quando gli uomini sono incatenati dal sonno, la paura s'impossessò di me, tutte le mie ossa furono scosse da un tremito, e si arricciarono i peli della mia carne. Uno spirito venne dinanzi a me e si fermò. Mi apparve uno il cui volto non era a me noto, un simulacro di fronte agli occhi miei; e ne udii la voce, come il suono di un'aura leggera.
Giobbe (IV, 12)
Cavalcava una tigre fiera e selvaggia che come il vento correva sotto il suo sprone mentre le sue lunghe gambe sfioravano il terreno. Era di membra e di spalle possenti, ma di così lieve ed eterea sostanza, che sembrava un fantasma le cui vesti funeree fossero cadute.
Spenser: "Faerie Queenie"
Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità: nessuno la crede e tutti la prendono per pazzo.
Luigi Pirandello
E sentii che, se mi fosse capitato di amare, non avrei mai potuto amare che lei.
Théophile Gautier: "La Caffettiera"
All'ora del cambio corse a chiudersi in uno dei box del gabinetto alla centrale. A mala pena ebbe tempo di calarsi i calzoni. Quando si sedette sull'asse si sentì attanagliare da un dolore che cancellò quasi immediatamente il senso di sollievo. La fitta si fece più intensa, sempre più lancinante. Pensò che gli si fossero lacerate le viscere e cominciò a singhiozzare. Per vedere cosa avesse provocato un dolore così forte, sbirciò nella tazza mentre si puliva. Urlò. La tazza era piena di minuscoli ragni, rossi come i suoi capelli. Molti nuotavano nell'acqua, mentre alcuni già stavano risalendo sui lati. Subito Royce tirò lo sciacquone, una volta, due... tre. Ora venti o trenta ragni avevano raggiunto l'asse; altri nuotavano in fondo alla tazza. Si allacciò la cintura e uscì dal gabinetto. Si costrinse ad attraversare a passo lento l'atrio.
Peter Straub: "Il Drago del Male"
Si voltò, investigò con lo sguardo e avvertì il diffondersi di uno strano terrore sognante, una sensazione insieme languida e scomoda, come sesso nell'acqua. L'aprirsi dell'uno nell'altra.
John Wyndham: "Il Giorno dei Trifidi"
Sapete che cos'è il talento? La dannazione dell'aspettativa. Da ragazzo vi occorre affrontarla questa cosa, batterla in qualche modo. Se sapete scrivere, pensate che Dio vi abbia messo sulla terra per spazzar via Shakespeare. Se sapete dipingere, forse pensate - io lo pensavo - che Dio vi abbia messo sulla terra per spazzar via vostro padre.
Stephen King: "La Nebbia"
Allora Rachel cominciò a spiegargli cosa fosse l'amore per lei... fornendogli delle definizioni appassionate e deliranti. L'amore era una follia bella e buona, era come essere posseduti dalle furie, era uno spasimo violento alla gola, una malattia delle membra, era uno struggimento degli occhi, un fuoco nel midollo. Significava catalessi, estasi, apocalisse. Qualcosa di alto come la galassia, di pericoloso come la droga. Era il Vesuvio, l'aurora boreale, il tramonto; l'amore poteva paragonarsi all'arcobaleno che si formava in un luogo immondo, a San Giovanni più Eliogabalo, a Beatrice più Messalina; era una trasfigurazione, una lebbra contagiosa, una metempsicosi, e una neurosi; era la danza delle Menadi, la morsicatura della tarantola, un battesimo in un sole. Quelle terribili definizioni si riversavano fuori dalla bocca di Rachel in parole molto semplici, ma con l'impeto di chi sta lottando per la propria vita. E non era ancora arrivata a metà, quando Walter comprese la sua furia; ma, non appena la capì lentamente, diventò più calmo e, d'un tratto, soccombette.
Matthew Phipps Shiel: "La Promessa Sposa"
Mio amore dove sei adesso?
Da quale luogo sei venuto a me?
A quale luogo torni?
Richard Matheson: "Appuntamento nel Tempo"
Sono morta per rinascere tra le tue braccia sotto forma di donna.
Richard Matheson: "Appuntamento nel Tempo"
Tempo, fammi un ultimo favore. Fermati su questo momento sublime, in maniera che io possa viverlo per sempre.
Richard Matheson: "Appuntamento nel Tempo"
Chiaramente al banco degli imputati ci stanno Dio e i quattro psichiatri. È in gioco la reputazione professionale di questi. A mio parere, parlando in generale, esistono tre concetti della follia: quello medico, quello legale, quello pubblico. Osservo i membri della giuria che, alla fine del processo, dovranno darci le loro conclusioni, concordate in base alle prove.
Un giornalista, seduto accanto a me, mi mormora in un orecchio: "Quando noi parliamo con Dio, si chiama preghiera; quando Dio parla con noi si chiama schizofrenia".
Più li sento parlare e più mi convinco che Sutcliffe abbia preso in giro i medici.
David Yallop: "Liberaci dal Male"
Raymond Morris, il famoso "Assassino di Cannock", l'uomo che fece salire in auto una bambina, la soffocò, la violentò, la uccise, ne gettò il corpo sulla nuda terra e ne ne tornò tranquillamente a casa a pranzare con sua moglie; l'uomo che, subito dopo il delitto, andò a fare spese con sua moglie e comprò dei dolci per la suocera, mentre il corpo di quella bambina era ancor caldo, quell'uomo non era pazzo: né Morris, né il suo avvocato difensore, hanno mai tentato di provare che fosse pazzo: attualmente, sta scontando l'ergastolo, non in un manicomio criminale, ma nell'ala di massima sicurezza del carcere di Durham. Morris non è pazzo, è cattivo.
Quei due tipi noti come "Gli assassini della brughiera", Ian Brady e Myra Hindley! Questi due, che registravano le voci terrorizzate dei bambini che chiedevano aiuto, poi li uccidevano e li seppellivano nelle brughiere dello Yorkshire, non sono richiusi in un manicomio criminale. Hindley sta nel carcere di Holloway, a Londra. E Brady? Brady sta a Durham, nella stessa ala di massima sicurezza in cui si trova Raymond Morris. Brady e Hindley non sono pazzi, sono cattivi.
David Yallop: "Liberaci dal Male"
Con l'adolescenza si entra nel tunnel degli orrori della vita.
Dylan Dog: "La Regina delle Tenebre"
La vita ride spesso di noi, ma non ci sorride mai.
Dylan Dog: "Lontano dalla Luce"
Essere stregati significa intravedere una verità che sarebbe meglio rimanere nascosta.
James Herbert: "Stregata"
Quando guardi nell'abisso, l'abisso guarda in te.
Friedrich Nietzsche: "Uomo e Superuomo"
Io sono il bene, io sono il male, io sono l'essere superiore.
Paolo Rungo: "La Grotta"
Buffi i ricordi, eh? Sono la cosa più bella che si ha, eppure ti rendono triste.
Dylan Dog: "Accadde Domani"
Fu in una tetra notte di novembre che vidi il compimento delle mie fatiche. Con angoscia stremante radunai intorno a me gli strumenti che avrebbero trasmesso la scintilla della vita nella cosa inanimata che giaceva ai miei piedi. Era già l'una del mattino; la pioggia batteva con lugubre insistenza contro i vetri della finestra, la candela si era quasi del tutto consumata quando, al tremolio della fiamma morente, vidi la creatura aprire gli occhi opachi e giallastri, trarre con fatica un respiro, mentre un moto convulso ne agitava le membra.
Mary Shelley: "Frankestein"
Il mio futuro me lo faccio da solo.
Dylan Dog: "Il Lungo Addio"
Chi ti vuol bene ti fa piangere.
Miguel Cervantes
In vita aveva patito di irrealtà, morto non era nemmeno più il fantasma che era stato.
Jean Louis Borges
E' difficile immaginare quant'è triste il Natale, quando devi essere felice per forza, e invece c'è tanta gente che soffre.
Dylan Dog: "Memorie dall'Invisibile"
Ma che cosa sta succedendo al nostro paese? Che sta succedendo al mondo? Sembra che siamo tutti invisibili gli uni per gli altri. Sembra che niente abbia più importanza. In un mondo così, è difficile capire chi sia il mostro.
Dylan Dog: "Memorie dall'Invisibile"
A scuola gli altri ragazzi avevano degli hobbies, il mio hobby è sempre stato respirare. Quando mi guardavo allo specchio neanch'io mi riconoscevo, e se parlavo tra me e me, mi davo del voi.
Dylan Dog: "Memorie dall'Invisibile"
Qualcuno disse che le tombe sono da sempre così ben sigillate proprio per impedire ai morti di uscirne. A pensarci bene, non è una mostruosa crudeltà?
Franco Fossati: "Enciclopedia della Paura, i mostri dalla A alla Z"
Quando dico oblio non voglio intendere che fosse privo di sogni. Al contrario, la mia latitanza dal mondo reale era punteggiata di visioni mostruose.
H.P. Lovecraft: "Sotto le Piramidi"
Ammettiamo pure che il risultato sia antiestetico... dal nostro limitato punto di vista umano. E allora? Non è umano e non pretende di esserlo.
H.P. Lovecraft: "L'Orrore Nel Museo"
Il sentimento più forte e più antico dell'animo umano è la paura. E la paura più grande è quella dell'ignoto.
H.P. Lovecraft: "L'Orrore nella Letteratura"
Si dice che quando si muore si rivede tutta la vita come in un film. Ma forse non si fa altro che rivedere qualche frammento di realtà o di sogno.
Dylan Dog: "Il Lungo Addio"
Quello che ottieni ad ogni costo è tuo. E ciò che è tuo, prima o poi torna a te.
Stephen King: "Pet Sematary"
Il terreno del cuore di un uomo è più duro e roccioso di quello di una donna. L'uomo ci coltiva quello che può e ne ha cura.
Stephen King: "Pet Sematary"
A quei tempi non dovevi seguire un corso per studiare la morte; ti veniva in casa e ti diceva: salve. Qualche volta cenava con te, e qualche volta sentivi che ti mordeva il culo.
Stephen King: "Pet Sematary"
Non è morto ciò che in eterno può attendere, ma col passar di strani eoni, anche la morte può morire.
H. P. Lovecraft: "La Città Senza Nome"
Invano le tendo le braccia al mattino, liberandomi a fatica da sogni penosi, invano la cerco sul mio letto la notte quando un sogno innocente e struggente mi illude di trovarmi accanto a lei sul prato, di tenere la sua mano tra le mie, e di coprirgliela con mille baci! Ah! Quando immerso ancora nell'oblio del sonno, la cerco, e poi mi desto... un torrente di lagrime erompe dal mio cuore oppresso, e piango sconsolato per il cupo avvenire che mi si prospetta.
Johanne Wolfganga Goethe: "I Dolori del Giovane Werther"
Quando non seguivano una delle false piste che ogni notte saltavano fuori in quella storia, si limitavano a vagabondare, sperando di imbattersi in un uomocon una grossa borsa piena di coltelli e il buio nel cuore
Kim Newman: "Anno Dracula"
In quel mentre udì la cosa sopra di lei mandare un fiato come un sospiro. S'irrigidì, con il cuore che le batteva in gola, aspettando di sentire su di sè gli artigli che venivano a portarla via. Invece no, solo un altro sospiro, quasi dolente. Sapeva che non era saggio trattenersi lì più a lungo dell'indispensabile, ma non seppe contenere la curiosità. Si rialzò con il fucile e tornò a guardare nel groviglio delle fronde. Una goccia di sangue le cadde sulla guancia e una seconda le si andò a fermare fra le labbra dischiuse. Non era sangue di Pottruck, lo seppe nel momento che ne percepì il sapore sulla lingua. Il liquido non era salato, bensì dolce come miele e, per quanto sicura che provenisse dalla bestia (evidentemente i proiettili di Pottruck non erano andati tutti a vuoto), la fame ebbe il sopravvento su qualunque considerazione di decoro, perciò aprì la bocca un po' di più sperando in un'altra goccia e non restò delusa. Una pioggerella colpì il suo viso e qualche altra gocciolina trovò la via della sua bocca. Un rivolo di saliva le scese per il collo e dalla gola le sfuggì un sospiro di piacere.
Clive Barker: "Everville"
Puoi essere un competente, puoi persino raggiungere un po' di fama, un certo successo. Ma non si può raggiungere la vera grandezza con insegnanti, strumenti o esercizi particolari. Devi essere ispirato. Un uomo deve comporre le proprie opere, suonare le proprie opere. E nessun insegnante umano può regalarti quel dono.
Robert Bloch: "Il Patto col Diavolo"
Se piangerò, quale fra gli Angeli mi ascolterà? E se pure, all'improvviso, uno di loro mi stringesse a sé, mi dissolverei nella forza della sua essenza. Perché la Bellezza non è che il principio di un Terrore sopportabile, e poiché tanto l'adoriamo essa serenamente disdegna di distruggerci. Ogni Angelo è Terribile
Rilke: "1° Elegia"
"Contessa, che è mai la vita?"
"E' l'ombra di un sogno fuggente."
Giosuè Carducci
... cantai, urlai, e la mia voce fu terribile ad udirsi; risi e la mia risata fu ancor più terribile...
Stephen Lawhead: "Il Romanzo di Merlino"
"..come tante altre volte .....sono stupita dalla pura vulnerabilità degli esseri umani addormentati.."
"Accade che il carisma di una persona sia tale da filtrare nelle nostre difese, fra i pregiudizi e le inibizioni, penetrando direttamente nelle viscere. Intorno al cuore cinque minuti fa si è chiusa una morsa che ora si stringe...."
P. Hoeg: "Il Senso di Smilla per la Neve"
Volevano alcuni dei miei panini. Io risposi picche. Fu un momento malinconico. Stavamo pensando tutti che non ci saremmo rivisti mai più e che non ce ne importava niente.
Jack Kerouac: "Sulla Strada"
Ero un po' solitario e presto sviluppai uno sgradevole manierismo che mi rese impopolare nel periodo della scuola. Avevo l'abitudine tipica dei bambini solitari di inventare storie e di parlare con persone immaginarie e credo che fin dall'inizio le mie ambizioni fossero mescolate alla sensazione di essere isolato e sottovalutato.
Sapevo di avere dimnistichezza con le parole e sentivo che questo dava corpo ad una specie di mondo seggreto in cui potevo riprendermi dal fallimento della vita di ogni giorno.
George Orwell: "Perché Scrivo"
Fra tutte le cose che è possibile contemplare sotto la concavità dei cieli, nulla vi è che maggiormente risvegli lo spirito umano, affascini i sensi, susciti orrore, provochi terrore o stupore, dei mostri, dei prodigi e degli abominii per mezzo dei quali l'opera della natura invertita, mutilata e tronca.
Pierre Boaistuau: "Histoires Prodigieuses"
Alzò le mani, esasperato. "Non faccio del sarcasmo. Sto solo cercando di scuotervi dal vostro delirio perché vi rendiate conto della follia di quello che state dicendo! State sostenendo che uno stramaledetto pseudonimo letterario si è trasformato in un individuo in carne e ossa!"
Stephen King: "La Metà Oscura"
Nei primi anni Maldoror fu virtuoso, virtuoso e felice. poi si rese conto di essere nato malvagio. Strana Fatalità! Nascose il suo carattere meglio che potè più sopportare quella vita e si dedicò fermamente alla carriera del male... che dolce atmosfera! Chi avrebbe mai immaginato che ogni volta che abbracciava un bambino dalle guance rosee desiderava in realtà tagliarle con un rasoio? E lo avrebbe fatto se non l'avesse frenato il pensiero della giustizia con la sua lunga processione funeraria di punizioni.
Conte di Lautreamont: "Canti di Maldoror"
Vidi che era un genio della sofferenza e che, come aveva spesso affermato Nietzsche, con il genio positivo aveva creato in sè un'illimitata e spaventosa capacità di soffrire. Vidi al tempo stesso che l'origine del suo pessimismo non era il disprezzo per il mondo ma per se stesso, poiché per quanto spietatamente annientasse le istituzioni e le persone quando parlava, non risparmiava mai se stesso. Era sempre prima e soprattutto a se stesso che scoccava lo strale, sempre prima e soprattutto se stesso che odiava e disprezzava.
Herman Hesse: "Il Lupo della Steppa"
Secondo me l'apocalisse... deve prima di tutto essere un evento interno, spirituale, e solo secondariamente una catastrofe esterna. I cancelli dell'inferno... sono costruzioni mentali.
Quando si apriranno, lasceranno entrare (Satana) non nel mondo fisico ma nel nostro subconscio... l'apocalisse è una trasformazione mentale che accadrà, o sta accadendo, nell'inconscio collettivo della razza umana.
Donald Tyson: "The Enochian Apocalypse"
Essere accusato è già una condanna
Franz Kafka: "Il Processo"
Ali bisogna avere, quando si ama l'abisso.
Frederick Nietzsche
Ricordiamo il vecchio adagio "si vis pacem para bellum". Sarebbe tempo di modificarlo così "si vis vitam para mortem". Se vuoi poter sopportare la vita disponiti ad accettare la morte.
Sigmund Freud
Voi accettate le responsabilità di tutto tranne che dei vostri sogni. Quale pietosa debolezza, quale mancanza di coerente coraggio. Niente vi appartiene più dei vostri sogni.
Frederick Nietzsche
Non mirare la vergine, affinché la sua avvenenza non sia per te occasione di caduta.
Libro dell'Ecclesiaste
Il suo viso è simile a un palinsesto: sotto i caratteri gotici del testo sacro del monaco si cela, semicancellato, il verso erotico di un poeta pagano.
H. Heine
Coloro che vengono non sanno nulla della venuta; colore che se ne vanno non sanno nulla della partenza.
Lieh-Tzu, testo cinese
Temendo la molestia della sfortuna, preferirono i vantaggi della morte alla vita.
L. Valla
Non so se è possibile correggersi dei propri difetti, ma so che si può essere presi dal disgusto delle proprie qualità quando le si ritrova negli altri
Jules Renard: "Diario"
Cara Capra, come ci si innamora? Si casca? Si inciampa, si perde l'equilibrio e si cade sul marciapiedi, sbucciandosi un ginocchio, sbucciandosi il cuore? Ci si schianta per terra, sui sassi?
O è come rimanere sospesi oltre l'orlo di un precipizio, per sempre? So che ti amo quando ti vedo, lo so quando ho voglia di vederti. Non un muscolo si è mosso. Nessuna brezza agita le foglie. L'aria è ferma. ho cominciato ad amarti senza fare un passo. Senza neanche un battito di ciglia. Non so neppure quando è successo. Sto bruciando.
E troppo banale per te? No,e lo sai. Vedrai. È quello che capita, è quello che importa.
Sto bruciando. Non mangio pi`, mi dimentico di mangiare, mi sembra una cosa sciocca, che non c'entra. Se ci bado. Ma non bado a niente. I miei pensieri straripano furiosi, una casa piena di fratelli, legati dal sangue, che si dilaniano in una faida: "Mi sto innamorando"
"Tipica scelta stupida" "Eppure....l'amore mi tormenta come se fosse dolore"
"Si,continua così, manda a puttane la tua vita.
è tutto sbagliato e lo sai. Svegliati. Guarda le cose in faccia" "C'è una faccia sola, l'unica che vedo, quando dormo e quando non dormo" Stanotte ho buttato il libro dalla finestra.
Ho provato a dimenticare. Tu non vai bene per me, lo so, ma quello che penso non mi interessa più, a meno che non pensi a te.
Quando sono accanto a te, davanti a te, sento i tuoi capelli che mi sfiorano la guancia anche se non è vero. Qualche volta guardo altrove. Poi ti guardo di nuovo. Quando mi allaccio le scarpe, quando sbuccio un'arancia, quando guido la macchina, quando vado a dormire ogni notte senza di te, io resto, come sempre, Montone
Cathleen Schine: "Lettera D'Amore"
Perché è la perdita la misura dell'amore? Non piove da tre mesi. Gli alberi scavano sonde sottoterra, inviano radici di riserva nel suolo arido, radici che aprono come fossero rasoi ogni vena gonfia d'acqua. I grappoli si sono appassiti sulle viti. Ciò che dovrebbe essere turgido e sodo, resistente al tatto per aprirsi in bocca, è spugnoso e piagato. Quest'anno non avrò il piacere di rigirare gli acini bluastri fra indice e pollice e di impregnarmi di muschio il palmo della mano. Perfino le vespe sdegnano quelle esili gocce marroni. Perfino le vespe, quest'anno. Non è stato sempre così. Penso a un certo settembre: Colombaccio Farfalla Rossa Messe Gialla Notte Arancio. Dicesti: "ti amo".
Com'è che la cosa meno originale che sappiamo dirci è tuttavia la sola cosa che desideriamo sentire? "Ti amo" è sempre una citazione. Non sei stata tu a dirlo per la prima volta e nemmeno io, eppure, quando lo dici tu e quando lo dico io, siamo come dei selvaggi che hanno scoperto due parole e le venerano. Io le ho venerate ma adesso mi ritrovo nella solitudine di una roccia scavata dal mio stesso corpo.
Jeanette Winterson: "Scritto sul Corpo"
Si pensa, talvolta, che di draghi non ce n'è più neanche uno. E neppure di prodi cavalieri. E neppur l'ombra di una principessa che vaghi per foreste misteriose, incantando col suo sorriso cerbiatti e farfalle.
Pensiamo, talvolta, che la nostra sia un'età senza più frontiere, senza più avventure. Il destino è al di là dell'orizzonte; quelle ombre che passavano al galoppo, rilucenti, si sono ormai dileguate.
Che bello, sbagliarsi! Principesse e cavalieri, incantesimi e draghi, avventura e mistero... non solo son qui pure adesso, ma son tutto quel che c'è e c'è sempre stato!
Nel nostro secolo, hanno mutato d'abiti, si intende. I draghi indossano uniformi, oggi, vanno in giro in assetto di guerra, in tenuta da pronto intervento. I demoni della società, stridendo, piombano su di noi se solleviamo gli occhi da terra, se ci azzardiamo a svoltare a destra laddove ci hanno ordinato di girare a sinistra. Talmente astute si son fatte le false apparenze che principesse e cavalieri possono celarsi gli uni alle altre, possano celarsi persino a sé medesimi.
E tuttavia maestri di realtà vengono ancora a noi, in sogno, a dirci che non abbiamo giammai perduto lo scudo che occorre contro i draghi, che sta in noi cambiare il mondo come ci pare e piace. L'intuito non mente allorché ci bisbiglia: Non sei polvere, tu sei magia!
Richard Bach: "Un Ponte sull'Eternità"
Per quanto ne so, nei vangeli non c'è nemmeno una parola di lode all'intelligenza.
Bertrand Russel: "La Religione ha Dato un Utile Contributo alla Civiltà?"
Solo nel silenzio della parola, solo nell'oscurità della luce, solo nella morte della vita: splendente è il volo del falco nel cielo del deserto
Ursula Le Guin: "Il Mago di Eathsea"
"Che cosa vuoi che faccia, in pratica?" chiesi.
"Tutto quello che fanno di solito gli studenti. Divertiti, lavora sodo, sorprenditi delle tue scelte, datti un gran da fare, innamorati di persone impossibili e poi supera la crisi, spezza qualche cuore e fattelo spezzare, fai quello che non avresti mai sognato di fare, non accontentarti di emozioni da poco, fai scemenze e sputa sentenze, ubriacati ma mai da solo, fai sesso sicuro a lungo e più che puoi, dimenticati di telefonare a casa, fai il bagno spesso, esprimi con chiarezza estrema quello che desideri, riconosci di essere nato con la camicia, vai a mangiare una pizza alle due di notte, fatti più amici di quelli che riesci a gestire, fattela con due insieme, vai a dormire tardi, alzati presto, prova ogni cosa due volte..." Si interruppe per riprendere fiato.
"Insomma, il solito", la interruppi, cercando di restare serio. Accidenti, che donna.
***
"Hai detto sul serio che dovrei far sesso di gruppo? Sei la miglior padrona di casa del mondo."
Sembrò sconvolta. "No, credo di aver detto di avere due relazioni contemporaneamente. È diverso,no?" "Non credo proprio"
John Ramster: "Adam's Family"
Il mio demone era stato in gabbia a lungo: venne fuori ruggendo
Louis Stevenson: "Lo Strano Caso del Dr. Jekill e Mr. Hyde"
Nonna Papera a volte invita gli ospiti e gli dà da mangiare il tacchino. Il tacchino! è come se Minni desse i criceti ai suoi ospiti. Come se mia madre mi cucinasse il timballo di mio cugino! Che se lo meriterebbe anche, ma non è questo il discorso
Claudio Bisio: "Quella Porca di Nonna Papera"
Ama il prossimo. Non questo, il prossimo.
Alexandre Dumas: "I Tre Moschettieri"
"E allora di cosa dobbiamo aver pudore?" le chiesi. "Non saprei, in verità" rispose senza muoversi, godendo degli ultimi barlumi del tramonto. "Forse dei pensieri. Ma non perché ci siano pensieri di cui ci si debba vergognare. Non credo che ne esistano. Piuttosto perché a volte i pensieri possono ferire, o forse interferire, anche perché magari si tratta di pensieri provissori, imperfetti, che quindi è meglio tenere per sé. Ma il corpo è innocente."
Andrea Di Gregorio: "Tutto di Lei"
"No, non credo che la sofferenza sia un male. Piuttosto è l'altra faccia del piacere, la base da cui il piacere spicca il volo verso l'alto. Ci hai mai pensato? Se non ci fosse il dolore non ci sarebbe neppure il piacere. Come si farebbe a distinguerlo? No, non credo che potrei avere l'uno senza l'altro. E poi, non voglio rinunciare a nulla del mio mondo. Neppure alla sofferenza. Mi fa sentire la vita che pulsa."
Andrea Di Gregorio: "Tutto di Lei"
E questa consapevolezza, per una volta, accresceva il piacere e il senso di unione, invece di diluirlo di allontanarlo. I fremiti, il sapore, l'ardore, i sospiri di Maria erano un grande dono che lei mi faceva mentre mi dedicavo al suo corpo. E anch'io godevo profondamente della dedizione di Maria, anche se all'inizio, nel vederla china su di me, intenta a darmi piacere con la bocca o con le mani, avevo provato un grande imbarazzo, un senso di disagio dal quale era stata lei a trarmi. "Non sfuggire al piacere che ti do. Non sottrarmi il piacere che mi dai, guardandoti" mi disse. Ecco dunque che, a volte, uno dei due si perdeva totalmente, misticamente nell'orgasmo, mentre l'altro manteneva vigile la sua attenzione proprio per permettergli di smarrire la coscienza. "Ecco a cosa servono la ragione, la coscienza" capii all'improvviso. "Entrambe hanno senso solo se riescono a condurre all'incoscienza, all'estasi".
Andrea Di Gregorio: "Tutto di Lei"
"Io credo che solo l'amore possa comprendere veramente il mondo. E che sia amore di qualsiasi cosa. Amore per la scienza, amore per l'arte, amore per il proprio lavoro, amore per la natura. Ma tra tutti gli amori a me sembra che quello che meglio di ogni altro riesce ad arrivare a comprendere il mondo sia quello che nutriamo verso la persona che ci sta accanto, e che ci ama come noi l'amiamo. A Dio si può arrivare meglio in due."
"Ma Dio non è in cielo?" chiesi, come un bimbo stupito,frastornato. Maria mi baciò intensamente, con passione. E nella sua bocca, conobbi la risposta.
Andrea Di Gregorio: "Tutto di Lei"
Iniziai a comportarmi con una certa circospezione, con particolare cautela sia nel mio rapporto con Maria, sia nel trattare con le cose di tutti i giorni. Lei se ne accorse, e un giorno mi sussurò: "Non badare troppo a quello che fai. Usa il mio corpo come la terra su cui cammini, come l'aria che respiri, come l'acqua che bevi. Non puoi temere di premere troppo la terra su cui cammini e, se la ami veramente, la percorrerai di corsa, felice di lasciare le tue impronte su di essa. Non puoi controllare il tuo respiro per rispettare l'aria. Se lo facessi, in quello stesso istante la spontaneità della respirazione si perderebbe, e andresti in affanno. Il rispetto più alto che puoi dimostrare per l'acqua è berla avidamente, lasciando che scorra sul tuo mento, e poi lavarti il viso e la testa con essa."
"Ma vorrei che anche tu godessi del mio tocco; vorrei assecondare le tue sensazioni, pensare a te" replicai.
"Non farlo" rispose Maria. "Se vuoi che goda, non pensare di farmi godere; se vuoi assecondare veramente le mie sensazioni, non assecondarle. In realtà, se non ti proporrai nessuno scopo vedrai accadere un miracolo: ogni tuo scopo, ogni tuo obiettivo si realizzerà."
Andrea Di Gregorio: "Tutto di Lei"
Aura vestita di verde, con quella vestaglia di taffettà dalla quale sgusciano, quando la donna ti verrà incontro, le cosce color di luna: la donna, ripeterai quando ti sarà vicino, la donna, non la ragazza di ieri: la ragazza di ieri - quando ne tocchi le mani, la vita - non poteva avere più di vent'anni; la donna di oggi - e ne accarezzi i capelli neri, sciolti, la guancia pallida - sembra di quaranta: qualcosa si è indurito fra ieri e oggi, intorno agli occhi verdi; il rosso delle labbra si è fatto più scuro fuori dalla sua forma antica, come se volesse fissarsi in una smorfia allegra, in un sorriso torbido: come se alternasse, a somiglianza di quelle piante nel patio, il sapore del miele e del fiele. Non hai più tempo di pensare: "Siediti sul letto, Felipe". "Sì."
"Giochiamo. Non fare niente. Lascia fare tutto a me." Seduto sul letto, cerchi di individuare l'origine di quella luce diffusa, opalescente, che ti permette appena di distinguere gli oggetti, la presenza di Aura, dall'atmosfera dorata che ti avvolge. Lei ti avrà visto guardare in alto, cercando quella sorgente di luce. Dalla voce, sai che è inginocchiata davanti a te: "Il cielo non è né alto né basso. Sta sopra e sotto di noi allo stesso tempo." Ti toglierà le scarpe, i calzini e ti accarezzerà i piedi nudi. Senti l'acqua tiepida che ti bagna le piante, le allevia, mentre lei ti asciuga con una tela ruvida, dirige occhiate furtive al Cristo di legno nero, si allontana alla fine dai tuoi piedi, ti prende la mano, si pone dei boccioli di violetta sui capelli sciolti, ti prende fra le braccia e canticchia quella melodia, quel valzer che tu balli con lei, rapito dal sussurro della sua voce, muovendoti al ritmo lentissimo, solenne, che lei ti impone, estraneo ai gesti leggeri delle sue mani, che ti sbottonano la camicia, ti accarezzano il petto, cercano la tua schiena, vi si conficcano. Anche tu mormori quella canzone senza parole, quella melodia che esce naturalmente dalla tua gola: volteggiate tutti e due, ogni volta più vicino al letto; tu soffochi la canzone mormorata con baci frettolosi sulle spalle, sul seno di Aura. Tieni la vestaglia vuota fra le mani. Aura, accucciata sul letto, appoggia quell'oggetto contro le cosce strette, lo accarezza, ti chiama con la mano. Accarezza quel foglio di farina sottile, se lo spezza sulla coscia, indifferente alle briciole che le scivolano lungo i fianchi: ti offre metà del disco farinoso che tu prendi, che porti alla bocca contemporaneamente a lei, che inghiotti con difficoltà: cadi sul corpo nudo di Aura, tra le sue braccia aperte, tese da un estremo all'altro del letto, simile al Cristo nero che pende dal muro coperto con la corona di erica posta sulla parrucca nera, arruffata, ricoperta di lustrini d'argento. Mormori il nome di Aura all'orecchio di Aura. Senti le braccia piene della donna sulla tua schiena. Senti la sua voce tiepida nel tuo orecchio: "Mi amerai sempre?"
"Sempre, Aura, ti amerò sempre."
Carlos Fuentes: "Aura"
Fai uno sforzo per continuare a rivedere i fogli. Stanco, ti spogli lentamente, ti lasci cadere sul letto, ti addormenti subito e per la prima volta dopo molti anni sogni, sogni una cosa sola, sogni quella mano scheletrita che avanza verso di te, con la campana in mano, gridandoti di allontanarti, di allontanarsi tutti, e quando la faccia dalle orbite vuote si avvicina alla tua, ti svegli con un grido muto, sudando, e senti quelle mani che ti accarezzano il volto e i capelli, quelle labbra che mormorano a voce bassissima, che ti consolano, che ti chiedono pazienza e tenerezza. Allunghi le mani e incontri l'altro corpo, nudo, che in questo stesso momento agiterà lievemente la chiavetta che riconosci, e con essa la donna che ti si sdraia sopra, che ti bacia, che ti ricopre il corpo di baci. Non puoi vederla nell'oscurità della notte senza stelle, però senti nei suoi capelli il profumo delle piante del patio, senti sulle sue braccia la pelle delicatissima e ansiosa, tocchi nei suoi seni il fiore intricato delle vene sensibili, la baci di nuovo e non le chiedi parole. Quando ti liberi, esausto, dall'abbraccio, senti il suo primo mormorio: "Sei il mio sposo". Annuisci: lei ti dirà che si sta facendo giorno; ti saluterà dicendo che ti aspetta stanotte in camera sua.
Carlos Fuentes: "Aura"
In quei momenti mi alleno a pensare a me stessa in modo neutro, cerco di guardarmi con lo stesso sguardo che riservo allo skinhead che beve una coca o alla donna corpulenta che addenta l'hamburger facendo colare la salsa sul vestito, azzardo una definizione di me sulla base del mestiere che faccio: sono una telefonista erotica, lavoro in una hot line e faccio godere la gente, li faccio godere al telefono, rassicuro e solletico le loro voci eccitate ansimanti, per me è facile, per loro è un po' costoso ma comodo, restano nelle loro case o nei loro uffici, hanno il cazzo in mano e i pantaloni calati ma nessuno li vede, e io li consolo.
Francesca Mazzucato: "Hot Line"
Mi è rimasta una riserva di inappagamento fisico fino a quando non ho cominciato a masturbarmi (tardi, relativamente tardi, a diciannove anni, un caldissimo pomeriggio di luglio, la stagione che odio ma fu tutto un caso). Prima ero come divisa tra la percezione istintiva di un corpo, il mio, che da solo poteva accendersi al piacere, e il buio, il niente, l'ignoranza assoluta, la finzione. Non sapevo a chi chiedere consiglio: gli uomini, i ragazzi nel loro universo spiccio parlano di masturbazione, confrontano i loro attributi, si confidano, a volte gravemente, con serietà, altre volte mimando una parodia sguaiata, possono farlo, noi forse non troviamo parole. Pensavo che il mio appagamento dovesse dipendere esclusivamente dalla penetrazione, che fossero i movimenti (più bruschi, più dolci, talvolta più lenti e circolari) del pene o comunque di qualcosa dentro a provocare l'orgasmo. Quelle poche volte che avevo goffamente tentato di masturbarmi avevo quindi introdotto prima un dito, poi due, poi tre, simulando i movimenti dell'uomo: nulla, un piccolo brivido, un sobbalzo procurato dal ricordo di qualche amplesso passato, niente di fisico, niente che si producesse da solo. Provai con una candela pensando che le dita non fossero abbastanza lunghe, che fosse un problema di dimensioni. Di notte, mentre mia madre e mio fratello dormivano, entrai nel ripostiglio e in silenzio cercai una delle candele gialle che mia madre teneva nel caso mancasse la luce. Tornai nella mia stanza, mi tolsi la camicia da notte (una camicia bianca ricamata con roselline, una camicia da bambina), allargai le gambe e inserii la candela. Non provai nulla, a parte il gusto del proibito e l'eccitazione per quella posizione insolita e un po' sconcia con le gambe aperte e la candela dentro fino a metà. avevo rapporti fuggevoli con ragazzi inesperti e con uomini più sapienti, ma rimanevo insoddisfatta: accanto a quegli uomini, nei letti caldi che odoravano di sperma, restavo muta a domandarmi se non ci fossero altre strade. Fu dunque per caso che un pomeriggio, come ho già detto un caldissimo pomeriggio di luglio, mi sdraiai sul letto completamente nuda per sfuggire all'afa e pensai alla prima memoria che avevo del piacere. Era una memoria un po' sfuocata, precedente al primo rapporto sessuale, precedente al ciclo mensile, era forse precedente a tutto. Ricordai la palestra della scuola media, io che mi arrampico e poi scendo lasciandomi scivolare, le gambe strette attorno alla pertica; lo sfregamento produce un calore, un calore inebriante, una sensazione sconosciuta che allora chiamai "effetto pertica": quindi forse non c'entrava la penetrazione ma c'entrava lo sfregamento, pensai a questo con nitida evidenza quel caldissimo pomeriggio di luglio a diciannove anni, dopo che per tanto tempo avevo provato a godere con le dita, con la candela e anche con la bottiglia della coca cola. Cominciai ad accarezzarmi, sentivo che c'era un istinto che poteva guidarmi, dovevo solo lasciarlo emergere, sfiorai i capezzoli con il palmo della mano facendoli inturgidire immediatamente, il ventre bianco (un biancore diffuso interrotto dal solco di qualche smagliatura), poi la mano iniziò a scendere, accarezzai timidamente i peli pubici (folti, un po' ispidi, ricciuti) e ancora l'interno delle cosce, ed ecco che il mio dito, il terzo dito della mano destra, cominciò a indugiare intorno alle piccole labbra e trovò una parte del corpo sconosciuta: la sentivo inturgidirsi progressivamente, ero imbarazzata dalla sorpresa, i miei movimenti si fecero più rapidi e convulsi, pensai a un uomo seduto accanto a me immobile che mi guardava, il godimento aumentava, un piacere simile a un capogiro, una tromba d'aria calda che mi avvolge e mi solleva. Non riuscii a trattenere un grido, i battiti del cuore si fecero più brevi e accelerati, tra le gambe rivoli di liquido denso. Come un uomo, finalmente, senza un uomo
Francesca Mazzucato: "Hot Line"
E Monelle disse ancora: Ti parlerò dei momenti. Guarda a ogni cosa sotto l'aspetto del momento. Lascia andare il tuo proprio io a seconda del momento. Pensa nel momento. I pensieri duraturi non sono che contraddizioni. Ama al momento. L'amore, quando perdura, non è altro che odio. Sii sincero con il momento. Quando la sincerità dura nel tempo, essa non è altro che menzogna. Sii giusto riguardo al momento. La giustizia duratura non è altro che ingiustizia. Agisci riguardo al momento. Le azioni durature non sono altro che un regno defunto. Sii felice con il momento. La felicità che perdura diventa infelicità. Onora tutti i momenti, e guardati dal costruire legami fra le cose. Non trattenere il momento: non faresti che sfinire un'agonia. Vedi: ogni momento è insieme culla e bara; fa' che la vita e la morte ti appaiano entrambe singolari e nuove.
Marcel Schwob: "Il Libro di Monelle"
Non alzai gli occhi quando entrò in cucina, ma solo quando fu davanti alla vasca. Con le braccia allargate reggendo un grande asciugamano. "Vieni!". Le voltai le spalle alzandomi in piedi e uscendo dalla vasca. Da dietro mi avvolse nell'asciugamano, da capo a piedi, e mi strofinò finché non fui asciutto. Poi lasciò cadere a terra l'asciugamano. Io non osavo muovermi. Lei mi venne così vicina che sentii i suoi seni ontro la mia schiena e il suo ventre contro il mio sedere. Era nuda anche lei. Mi prese tra le braccia, una mano sul mio petto e l'altra sul mio sesso irrigidito. "Non è per questo che sei qui?"
Bernhard Schlink: "A Voce Alta"
Ma, ahimè, le indecenze non mancheranno in questo libro; e prego tutte le persone che ne fossero turbate di scusarmi fin d'ora.
Marie Darrieussecq: "Troismi"
So benissimo quanta inquietudine e angoscia potrà seminare questa storia, quanto turberà la gente. Di sicuro l'editore che accetterà questo manoscritto andrà incontro a un'infinità di seccature. Non gli verrà risparmiata nemmeno la galera, e voglio subito chiedergli scusa per il fastidio. Bisogna però che io scriva questo libro al più presto, perché se mi trovano nello stato in cui sono adesso nessuno vorrà darmi ascolto o credermi.
Marie Darrieussecq: "Troismi"
Sono stremata dal desiderio di Hélène Lagonelle. Sono stremata di desiderio. Voglio portare con me Hélène Lagonelle, là dove ogni sera, ad occhi chiusi, aspetto il piacere che mi fa gridare. Vorrei dare Hélène Lagonelle a quell'uomo perché facesse anche su di lei quello che fa su di me. In mia presenza, secondo il mio desiderio, che si offrisse dove io mi offro. Passando dal corpo di Hélène, attraverso il suo corpo, il piacere mi arriverebbe, allora definitivo, da lui. Da morirne.
Marguerite Duras: "L'Amante"
"Lo sai che sei la mia vita" disse, riempiendola di sé. Ma, ricordandosi di quel che doveva fare, si alzò per prendere il fazzoletto del pollaio e buttarlo giù come un colombo ucciso alla madre Gesummia e alle sue comare in attesa, quando si avvide che il pannolino disteso sotto Miluzza era macchiato. Attonito, Pietro lo guardò, lo tirò, baciò Milluzza in fronte, dicendo "Anima mia" e andò a buttarlo dalla finestra... Allora, sentirono provenire dall'aia "Viva gli sposi! Viva gli sposi!". E felici e contenti le vecchie andarono a dormire.
Domenico Rea: "Ninfa Plebea"
Lei si ferma, comincia a dirmi così: "Lo vedi che ho un viso d'angelo, che me lo dicono tutti. Li vedi i miei occhi chiari e azzurri che per loro daresti tutto. Li vedi i miei capelli così biondi, che mia zia dice che è come se dei bachi da seta avessero cagato oro solo per me." Perché mi parla così proprio io non lo so. Poi dice: "La mia pelle dice mia zia che è come il paradiso di san Lorenzo." [...]
Allora di colpo mi dice: "Hai voglia di vedere la mia figa?" [...]
Lei mi dice di nuovo così: "La mia figa non hai proprio voglia di vederla?" [...]
"Vuoi molto tempo o poco?" mi domanda. [...]
Lei sale in cima al toboga lungo la scala di legno e io resto in piedi nel recinto della sabbia, mi sposto solo un po' per mettermi di fronte allo scivolo. Lei si siede lassù in alto senza dire niente. Mi sorride. Tutto questo solo per me. Solleva la gonna che è azzurro chiaro. [...] Poi si lancia chiudendo gli occhi.
Chimo: "Lila Dice"
E il macellaio che mi parlava di sesso per tutto il giorno era fatto della stessa carne, ma calda, e di volta in volta molle e dura; il macellaio aveva i suoi pezzi di prima e di seconda scelta, esigenti, avidi di bruciare la loro vita, di trasformarsi in polpa. E lo stesso era delle mie carni, di me che sentivo il fuoco tra le gambe alle parole del macellaio
Alina Reyes: "Il Macellaio"
"Quanto è lungo, ci mette una vita. E quell'altro imbecille che va a scrivere il mio nome nella sua prima lettera. Una lettera così banale poi... È vero che quelle seguenti erano migliori. Dovevo raccontare a Michel una storia qualunque. Sarebbe stato un gioco da bambini. Un bambo da giochini. Proprio quando stavo per strapparla, che scalogna. Mi servirà da lezione. Giuro che, se tutto si aggiusta senza tragedie, vado a letto e dormo fino a domani mattina..." Quando ebbe finito di leggere, Michel ripiegò gli occhiali e guardò la moglie. Alice provò dapprima un grande sollievo nel vedere che era ritornato bello e aveva accantonato ogni imbarazzo. "Allora?..." disse Michel in tono tagliente. "Allora cosa?..." ripeté lei, offesa. "Ebbene attendo spiegazioni".
Sidonie-Gabrielle Colette : "Duo"
Ciò che amo, è partire, scegliere la strada. Lo spazio, il presente, l'oblio. La strada sono io, un serpente e, ancora, il cammino lasciato dietro me è la mia vecchia pelle abbandonata. La strada è la vita, un liberarmi da me stessa per rinascere nuova, luminosa, un dare vita alla sconosciuta che veglia in me, a fior di pelle, in attesa della liberazione.
Alina Reyes: "Fughe D'Amore"
Le donne che ha fatto soffrire hanno avuto un solo torto: pretendere da lui qualcosa che non era in grado di dare. A quelle che volevano il piacere lui ha dato piacere e anche dolcezza. Per me non c'è alcun dubbio che a suo modo le abbia amate e che aveva ragione ad amarle tutte. Nessuna si equivale, ciascuna ha qualcosa che le altre non hanno, qualcosa di unico e insostituibile. Bertrand ha amato tutte queste donne per ciò che erano: quella per il suo sguardo da miope e gli occhiali con la montatura di metallo, quella per il suo aspetto focoso e passionale, eccone una che piange veramente, è sconvolta e non lo nasconde, quella deve averlo colpito perché ha l'aria di un'orfana, sono certa che ha amato questa bella donna per il suo odore di rossa, quella sembra trovare la situazione divertente, ma è la sola, eccone una dolce e modesta, seguita da un'eroina da romanzo russo, ha amato questa donna non più giovane proprio perché lottava per rimanere attraente, quella ha l'aspetto di una studentessa... quella si è fatta rifare il naso, forse per piacergli di più, quella potrebbe essere la sua vedova... se fosse stato sposato. Bertrand ha inseguito la felicità impossibile nella quantità, nella moltitudine. Perché abbiamo bisogno di cercare in molte persone ciò che la nostra educazione pretende di farci trovare in una sola? Ma di tutte queste donne che hanno attraversato la sua vita, resterà comunque qualcosa, una traccia, una testimonianza, un oggetto rettangolare, trecentoventi pagine rilegate, un libro.
Francois Truffaut: "L'Uomo che Amava le Donne"
"Abbiamo cose più importanti cui pensare, adesso. Ho portato a casa una ragazza, una povera senzatetto. Potrà avere quattordici anni. L'ho appena stesa. Mi hai sentito? Spero di non averla messa in cinta. È vergine."
"Vuoi dire che lo era", osservai. "Ascoltami, Joey", disse, abbassando la voce per renderla più convincente. "Dobbiamo fare qualcosa per lei. Non sa dove andare, è scappata di casa."
Henry Miller: "I Giorni di Clichy"
Richiusa la porta a chiave, Eguchi lasciò cadere la tenda e abbassò lo sguardo sulla ragazza che dormiva. Non fingeva, si udiva inequivocabile il respiro profondo di chi dorme. All'imprevista bellezza della ragazza, il vecchio trattenne il fiato. Non la sola bellezza di lei era imprevista, ma la sua giovinezza: rivolta verso la porta, sul fianco sinistro, di lei non emergeva che il viso, il corpo non si scorgeva, ma forse non aveva neppure vent'anni. Nel petto del vecchio Eguchi fu come se battesse un altro cuore.
Yasunari Kawabata: "La Casa delle Belle Addormentate"
"Sei una bambina incantevole, Lulù." Pablo rise di nuovo. Io ero stufa di sorrisini enigmatici, stufa di essere trattata come un agnellino bianco con un fiocco rosa al collo, stufa di non controllare la situazione. Non che non fossi capace di immaginare possibili sviluppi, è che li scartavo in partenza perché mi sembravano inverosimili, inverosimile che lui volesse perdere tempo con me, non capivo perché insistesse di fatto a perdere tempo con me, perché lo stesse perdendo.
Almudena Grandes: "Le Età di Lulù"
Devo per lealtà dire che trovo in lei i germi della mia giovinezza e il ricordo di un'altra ragazza che non posso conoscere. Alice, vi porgo il suo nome con tenerezza, avvertendovi che, se lo stringete al cuore con la mia stessa premura, potrete alla fine capire quanto possa essere sconcertante il pulsare di due cuori tanto simili, e in quale modo e perché uno dei due dovesse infine cessare di battere.
Amy M. Homes: "La Fine di Alice"
Chi questa lei che sembra avere una così tormentata propensione, una così strana inclinazione per la carne più fresca, da mettersi a raccontare una storia che indurrà qualcuno di voi a sorridere e ridere ma che farà bruciare altri dalla voglia di porre fine a questo incubo, a questo orrore? Chi è? Ciò che più vi sgomenterà è apprendere che costei siete voi o io, uno di noi. Sorpresa. Sorpresa.
Amy M. Homes: "La Fine di Alice"
George una volta andò in un bar svedese che gli piaceva, e sedette a un tavolo a godersi una serata oziosa. Al tavolo accanto notò una coppia bella e molto raffinata: l'uomo affabile e vestito elegantemente, e la donna tutta in nero, con un velo sul viso splendente e dei gioielli multicolori e brillanti. Gli sorrisero entrambi. I due non si dicevano niente, come due vecchie conoscenze che non hanno bisogno di parlare. [...] l'uomo gli disse: "[...] Ha detto che le serve del denaro; in questo caso potrei suggerirle un modo abbastanza piacevole di procurarselo. Mi ascolti attentamente. C'è una donna ricca, e assolutamente bella, senza il minimo difetto. Potrebbe essere amata devotamente da chiunque volesse, o potrebbe sposare chiunque le andasse a genio. Se non fosse per un perverso accidente della sua natura: le piace soltanto l'ignoto" [...] Un giorno George incontrò un amico [...] Era stato portato in una casa misteriosa, in un appartamento sontuoso, dove, nascosto in una stanza buia, aveva visto una ninfomane fare l'amore con un uomo particolarmente dotato e potente. A George si fermò il cuore nel petto. "Descrivimi la donna". [...] Povero George. Per mesi diffidò delle donne. Non riusciva a credere a tanta perfidia, a una tale messa in scena. Incominciò ad essere ossessionato dall'idea che le donne che lo invitavano nei loro appartamenti nascondessero qualche spettatore dietro a una tenda.
Anais Nin: "La Donna Velata"
Un giorno l'amante porta O a fare una passeggiata in un quartiere dove non vanno mai, il parco Montsouris, il parco Monceau. A un angolo del parco, all'inizio di una via dove non stazionano mai tassì, dopo aver passeggiato nel parco ed essersi seduti fianco a fianco sul ciglio di un prato, notano un'automobile col tassametro, che somiglia a un tassì. "Sali", lui dice. Lei sale. Si sta facendo sera, ed è autunno. [...] Ci siamo: il tassì si ferma [...] "Ascolta", egli dice. "Ora sei pronta. Io ti lascio. Tu scendi e vai a suonare alla porta. Segui chi ti aprirà, fa' qualsiasi cosa ti verrà ordinata. Se non entrerai immediatamente, ti costringeranno ad ubbidire. Sei soltanto la ragazza che io procuro. Si, sì, io ci sarò. Vai".
Pauline Rèage: "Histoire d'O"
"Sono qui per l'avviso", proclamò al funzionario, con un sorriso che emulava quello di Burt Lancaster. "La bicicletta ce l'hai?", domandò annoiato il funzionario. Il suo cuore e le sue labbra risposero all'unisono: "Sì".
"Bene", disse l'ufficiale postare pulendosi le lenti, "si tratta di un lavoro da postino, per Isla Negra".
"Che coincidenza", disse Mario. "Io abito proprio da quelle parti, nella caletta".
"Questo va benissimo. Il male è che c'è un solo cliente".
"Uno solo?".
"Eh sì. Alla caletta sono tutti analfabeti. Non sanno leggere neanche i conti".
"E chi è il cliente?".
"Pablo Neruda". Mario Jiménez inghiottì quello che gli parve un litro di saliva. "Ma è formidabile".
"Formidabile? Riceve chili di corrispondenza ogni giorno. Pedalare con la borsa sulla schiena è come portarsi un elefante in spalla. Il postino che lo serviva è andato in pensione gobbo come un cammello".
Antonio Skàrmeta: "Il Postino di Neruda"
Quando Max si metteva alla finestra per spiare le tenebre esteriori - adorava guardare dalla finestra, sebbene a sentir Max non aspettasse anima viva e niente - mi piaceva addossarmi da dietro al suo corpo, respirare i capelli di Max. Toccavo coi seni le sue scapole magre, sporgenti come alette inutilizzate; tuffavo una mano nel crespo tosone di Max, mi afferravo all'intrico, a piccole prese avanzavo esplorando, immergevo nel folto anche il viso; ruotandolo a destra a sinistra mi avvitavo nell'aureola di Max fino a perdere il senso della vista, a chiudere gli occhi inservibili, a inalare per amore o per forza l'aura pungente, estranea, che evaporava dalla pelle del suo cranio. Da ultimo Max si voltava, sorrideva con labbra vermiglie, sfiorava con unghie sanguigne le mie dita tuttora impaniate nel suo forte viluppo color tramonto, andiamo a letto, mi diceva la sua voce.
Una Chi: "Il Sesso degli Angeli"
Ora che non mi restava più niente da desiderare, sentivo di diventare ingiusto. Mi finsi turbato che Marthe potesse mentire senza scrupoli a sua madre, e la cattiva fede la rimproverava di saper mentire. Tuttavia l'amore, che è l'egoismo in due, sacrifica tutto a sé e vive di menzogne.
Raymond Radiguet: "Diavolo in Corpo"
Fin dall'inizio del nostro amore, Marthe mi aveva dato una chiave del suo appartamento affinché non dovessi aspettarla in giardino se, per caso, lei fosse andata in città. Potevo servirmi meno innocentemente di quella chiave. Era un sabato. Lasciai Marthe promettendole di andare a pranzo da lei il giorno dopo. Ma ero deciso a ritornare quella sera il più presto possibile.
Raymond Radiguet: "Diavolo in Corpo"
Leggevamo insieme al chiarore del fuoco. Spesso lei vi gettava le lettere che suo marito le spediva, ogni giorno, dal fronte. Dalla loro inquietudine, si intuiva che quelle di Marthe si facevano di giorno in giorno meno tenere e più rare. Non riuscivo a guardare senza un certo disagio quelle lettere che bruciavano. Per un istante aumentavano la fiamma e, tutto sommato, avevo paura di vederci più chiaro.
Raymond Radiguet: "Diavolo in Corpo"
Devo aspettarmi dei rimproveri. Ma che cosa posso farci? è forse colpa mia se compii dodici anni qualche mese prima che la guerra fosse dichiarata? Probabilmente i turbamenti provocati da quel periodo straordinario furono d'un genere che non si prova mai a quell'età ma dato che non esiste nulla di abbastanza forte da invecchiarci malgrado le apparenze, era destino che mi comportassi come un bambino in un'avventura che avrebbe messo in difficoltà perfino un adulto. Non sono il solo. i miei coetanei serberanno di quell'epoca un ricordo diverso rispetto a chi è più grande di loro. E chi mi vuol male immagini pure che cosa fu la guerra per tanti ragazzi: quattro anni di grandi vacanze.
Raymond Radiguet: "Diavolo in Corpo"
Agata di vent'anni fresca sposa di Ninì, Agata a quarant'anni, Agata in un palchetto del Teatro Pacini col brillante e gli smeraldi al collo; il suono dei passi di Agata che saliva in fretta i vecchi gradini di lava sotto il gelsomino secolare della sua casa di Trecastagni. Agata di quindici anni; Agata come era negli ultimi tempi e i suoi passi appesantiti sulle scale di Trecastagni. Agata: i suoi occhi, la sua voce, le frasi che lei diceva alle quali lui spesso non aveva dato peso; adesso gliene veniva in mente qualcuna staccata, nitidissima: "Ti piacciono le mie gambe graffiate?"
"Certo che mi ricordo. Mi ricordo di tutto."
Ercole Patti: "La Cugina"
Enzo pur cercando di allontanare quelle immagini rivedeva la cugina che si rovesciava sul divano per lasciarsi prendere da lui, con le labbra socchiuse. Quel suo profumo francese. Agata che lo aspettava sulla soglia della porta, impaziente di fare all'amore, certi pomeriggi mentre giungevano attraverso le stecche delle persiane i quieti rumori della villa proprio come adesso. La cugina Agata tredicenne che entrava nella sua stanza di studente liceale allo Spedalieri e gli si curvava sulle spalle facendogli sentire sul viso i suoi capelli neri che odoravano di nido; Agata che gli appoggiava la guancia sulla guancia quando si stringevano furiosamente l'uno all'altra e la voglia spasmodica era lì lì per traboccare nei frusti pantaloncini di casa.
Ercole Patti: "La Cugina"
"Giacché sono qui," disse Enzo poco dopo, "voglio vedere una cosa nell'enciclopedia Vallardi. Vado un momento su." Fece le scale di corsa, Agata gli andò incontro si strinsero e si baciarono nel mezzo della stanza. Poi Agata tornò ad affacciarsi mentre Enzo rimaneva dentro sfogliando un volume. Di lì a poco si affacciò anche lui. "Ho trovato," disse, "vorrei pigliare un appunto. Mi dai una matita, Agata?" Agata rientrò, si abbracciarono ancora respirandosi in bocca. Poi Agata tornò ad affacciarsi e si mise a parlare col marito. "Ma che cosa ha quel cavallo nel collo?" chiese, "una ferita?"
"è graffiato dal finimento. Non è niente." Agata rientrò un attimo per abbracciare Enzo e immergergli la lingua nella bocca. Pochi secondi soltanto e tornò alla finestra, sconvolta da quel bacio. Poco dopo allungò un piede verso l'interno quasi facendo segno al cugino che si avvicinò curvo e le prese la gamba in mano, la baciò nel polpaccio, nella piegatura del ginocchio. Il sangue le batteva nelle tempie. La voce di Ninì chiamo da sotto: "Enzo." Enzo si ricompose e si affacciò all'altra finestra. "Che fai? Perché non scendi?"
"Sto copiando una cosa dall'enciclopedia a proposito di certi funghi velenosi. È per una scommessa. Fra cinque minuti scendo," rispose e tornò a carponi a prendere in mano la gamba che Agata muoveva, la baciò ancora; le sue mani ormai la accarezzavano tutta sotto le vesti. Fino a quando lui non riflettendo più tanto a quello che faceva non le sfilò le mutandine per toccarla meglio. Lei stava immobile tenendosi il volto tra le mani. Il suo cuore batteva dei colpi così forti che aveva quasi paura si sentissero dal cortile. Rannicchiato dietro l'alta finestra Enzo le si fece addosso e lei si piegò sul davanti per facilitare la manovra. Rimasero immobili in quella posizione, un poco sgomenti. Ninì dal cortile alzò gli occhi e le chiese: "Ti ricordi che il baio l'altro giorno zoppicava?" Agata fece cenno di sì con la testa perché non riusciva a parlare avvertendo che il cugino stava prendendola piano piano. "Fagli fare due passi di trotto," gridò Ninì al cocchiere che faceva camminare il cavallo tenendolo per la cavezza. Il cocchiere diede la voce al cavallo che eseguì un mezzo giro di trotto. "Hai visto," fece Ninì rivolto alla moglie, "che non zoppica più? Turi Savasta non aveva capito nulla. Era una cosa da niente. È una bestia quel veterinario." Ninì si avvicinò al cavallo gli batté la mano sul collo, gli prese il muso e glielo torse affettuosamente. Il cavallo con una scrollata della testa si liberò di quella carezza guardando il padrone di lato con l'occhio nero, tondo e vigile, un poco iniettato di sangue. Ninì si volse verso la moglie e le chiese: "Cosa fanno stasera al Sangiorgi?"
"Non so. Credo Scampolo."
"Andiamo a vederlo?"
"Se vuoi andiamo," rispose Agata piegandosi ancora in avanti. "Ma qual è Scampolo, quello della maestra di scuola che cerca la figlia?"
"Quella è la Maestrina," fece Agata e la sua voce vacillò un attimo perché quel colloquio col marito mentre faceva all'amore col cugino le comunicava un piacere fortissimo, perverso, misto a paura, reso ancor più forte da quello di Enzo che lei sentiva dal tremito del cugino rannicchiato contro di lei. "Ma allora," fece ninì giocherellando col frustino, "qual è Scampolo?"
"è quella ragazzina che si innamora dell'ingegnere, quella ragazzina selvaggia..."
"Quale? Non me lo ricordo. Cosa fa quella ragazzina?"
"Ma sì, quella che quando lui parte dice quella battuta Dov'è la Libia?" La voce di Agata ebbe un mancamento come un piccolo singulto mentre lei sentiva le mani di Enzo che la stringevano o la tiravano contro di sé per prenderla meglio. Si morse le labbra per non gridare. Poi disse calma: "Non ti ricordi quella ragazzina che mangia la mela. La faceva Dina Galli."
"Ah sì. Quella che dava il morso alla mela. Un poco lagnosetta. Ma andiamoci lo stesso. Tutti dicono che è molto commovente." Agata si prese la testa fra le mani e non rispose rimanendo con gli occhi chiusi in quella posizione. "Ti duole la testa?" Chiese Ninì. Lei non rispose ancora per un poco, quasi disciolta da un piacere irresistibile e ignobile come suggerito dal diavolo; il gusto di fare all'amore col cugino sotto gli occhi del marito. "Ho avuto un momento di capogiro," disse poi rialzando la testa. "Non è niente."
"Ti senti male?"
"è passato."
"Dov'è andato Enzo?"
"Non so. Stava guardando un libro." Di lì a poco apparve Enzo nel vano dell'altra finestra.
Ercole Patti: "La Cugina"
E ora le si destò nel cuore la strana meraviglia che provava di lui. Un uomo! La strana potenza della virilità su di lei! Le sue mani erravano sul corpo di lui, ancora un po' timorose dinanzi a quella cosa strana, ostile, leggermente repellente, quale era stata per lei: un uomo. E ora lo toccava, ed era il connubio die figli di Dio con le figlie degli uomini. Com'era bello a toccare, d'un tessuto così puro! Come bello e forte, e tuttavia così puro e delicato! Quale immobilità nel corpo così sensitivo! Quale immobilità assoluta di potenza e carne morbida e delicata! Come bello! Come bello! Le sue mani corsero timorose lungo la schiena di lui, fino alle rotondità delle natiche, morbide, morbide e piuttosto piccole. Bellezza!
David Herbert Lawrence: "L'Amante di Lady Chatterley"
Egli la prese di nuovo fra le braccia, l'attirò a sé, e d'un tratto ella divenne piccola fra quelle braccia, piccola e dolcemente raccolta. Era finita, la resistenza era finita, ed ella cominciava a fondersi con una pace prodigiosa. E come si dissolveva, piccola e meravigliosa, fra le sue braccia, ella divenne per lui infinitamente desiderabile, tutte le sue vene parvero accendersi del desiderio, intenso e tuttavia tenero, di lei, della sua dolcezza, di quella contagiosa bellezza di lei fra le sue braccia, che gli passava nel sangue. E lievemente, con quella meravigliosa e molle carezza della sua mano animata da un desiderio dolce e puro, lievemente, egli accarezzava la morbida curva delle sue reni, più in basso, più in basso ancora, tra le natiche soffici e calde, più vicino, più vicino a quanto era di più vivo in lei. Ed ella lo sentì come una fiamma di desiderio, sebbene così dolce, e sentì se stessa disciogliersi in quella fiamma. Si abbandonò. Sentì il pene drizzarsi contro di lei con una forza di imperio tacita e portentosa, e si abbandonò a lui.
David Herbert Lawrence: "L'Amante di Lady Chatterley"
Egli le posò la mano sulla spalla e leggermente, dolcemente, essa prese a scendere lungo la schiena di lei, ciecamente, fino alla curva dei lombi accoccolati. E lì, dolcemente, dolcemente le accarezzò il fianco con quella carezza cieca, istintiva. Ella aveva trovato il fazzoletto e tentava di asciugarsi ciecamente il viso. "Venite nella capanna?" diss'egli con voce tranquilla e inespressiva. E, prendendole dolcemente il braccio al disopra del gomito con una mano, la sollevò da terra, la condusse lentamente nella capanna senza lasciarla prima che fosse entrata. Poi mise da parte la tavola e la sedia, prese fuori dalla cassa degli utensili una coperta scura da soldato, la stese per terra lentamente. In piedi, immobile, ella lo guardava. Aveva il viso pallido, inespressivo, simile a quello d'un uomo che si arrenda al destino. "Coricatevi qui" disse dolcemente. E chiuse la porta, in modo che fu buio, buio completo nella capanna. Stranamente obbedendo, ella si distese sulla coperta. Poi sentì la mano dolce, brancolante, disperatamente avida, toccarle il corpo, cercarle il viso. La mano le accarezzava dolcemente il viso, dolcemente, apportatrice di sollievo, d'una pace infinita: poi sentì il dolce contatto d'un bacio sulla guancia. Giaceva assolutamente immobile, immersa in una specie di sonno, di sogno. Poi sentendo la mano brancolare dolcemente, e tuttavia con inesperienza curiosa e impacciata, tra le sue vesti, ebbe un brivido. Tuttavia la mano sapeva anche come svestirla, lì, dove voleva. Fece discendere la sottile guaina di seta, lentamente, con cura, fino ai suoi piedi. Poi, con un fremito d'intenso piacere, le toccò il corpo soffice e caldo, e, per un momento, le sfiorò l'ombelico con un bacio. E dovette entrare subito in lei, entrare nella pace terrestre del suo corpo tenero e arrendevole. Fu per lui il momento della pace perfetta, quell'entrare nel corpo della donna. Ella rimaneva immobile, sempre immersa in una specie di sonno. Tutta l'attività, tutto l'orgasmo veniva da lui; ella non poteva tentare nulla per se stessa, ora. Anche la stretta delle sue braccia intorno a lei, anche l'intenso movimento del suo corpo, e fluire del suo seme in lei, tutto non era che una specie di sonno dal quale non cominciò a destarsi che quando egli ebbe finito e si abbandonò, ansimando un poco, sopra il suo petto. Allora ella domandò vagamente a se stessa: Perché? Perché questo era necessario? Perché questo aveva dissipato la gran nube che la opprimeva e le aveva dato la pace? Era vero? Era vero?
David Herbert Lawrence: "L'Amante di Lady Chatterley"
Il ventisette febbraio mio marito diceva: "Dopo tutto avevo ragione! Ikuko tiene un diario"
... "Ne ho avuto il sospetto qualche giorno fa." Sono certa che lo sapeva da molto tempo, e che lo leggeva di nascosto. Naturalmente io avevo scritto: "Non voglio compiere l'errore di fargli sospettare che tengo il diario." - "Una donna come me, che non vuole aprire agli altri il suo cuore, ha bisogno di parlare almeno con se stessa." Ma mentivo, volevo che lui leggesse. È anche vero che volevo "parlare con me stessa", ma tenevo il diario per farlo leggere anche a mio marito. Tanta segretezza - la carta di gampi, il sigillo, lo scotch eccetera - altro non era se non il mio modo di affrontare la cosa. Per questo lui mi canzonava, ma faceva altrettanto. Sapevamo benissimo che l'uno leggeva il diario dell'altra, eppure creammo ostacoli d'ogni sorta, perché fosse tanto più difficile e incerto. Preferivamo restare nel dubbio. Alimentavo così non solo i gusti miei, ma anche i suoi.
Junichiro Tanizaki: "La Chiave"
Signora, sto per darle la prova evidente del valore che hanno per me i suoi desideri. Benché sia un compito sgradevole, rievocherò gli scandalosi anni della mia vita, che mi condussero infine al godimento di tutti i vantaggi dell'amore, mentre sono ancora nel fiore della giovinezza e ancora in tempo per dedicare le ore che agio e abbondanza mi concendono, a coltivare un non trascurabile intelletto. Un intelletto che mi permise, anche in mezzo al turbinio dei liberi piaceri nel quale fui presa, di penetrare l'animo umano e di meditare sui costumi del mondo, più di quanto non fosse nell'abitudine di quelle della mia infelice professione, le quali, stimando qualsiasi riflessione o pensiero come mortali nemici, li tengono lontani più che possono o li distruggono senza pietà. Odiando, come mortalmente odio, ogni lungo e inutile preambolo, mi limiterò a prepararla a conoscere quel licenzioso periodo della mia vita, narrato come fu vissuto.
Verità! Completa, nuda verità! Non la nasconderò con il pur minimo velo, ma dipingerò i fatti così come allora mi si presentarono, senza preoccuparmi di offendere la decenza. Lei ha tanta sensibilità e tale conoscenza dell'autentico, che arriccerebbe il naso risentita dinanzi a un falso. Dopo questa breve premessa, entro nel vivo della mia storia. Il mio nome da ragazza era Francis Hill
John Cleland: "Fanny Hill, Memorie di una Ragazza di Piacere"
"Ti chiamerò Ciccio. Ti piace? Vi ho sempre chiamati tutti così. O non ti va? Ti sembra un nome da cane? Se non ti va dillo. Di' pure." M'aveva fatto sedere e la sua faccia crivellata era a meno di un metro da me. Gli occhiali scuri che salivano fino alle tempie e la mano sinistra rigida inguantata mandavano deboli riflessi nella penombra. Il sorriso scattava pronto, cancellando di colpo l'effetto di quel volto che solo tra l'attaccatura dei capelli e la linea degli occhiali appariva liscio, pallidissimo.
Giovanni Arpino: "Il Buio e il Miele"
L'abbiamo fatto a memoria come se ci fossimo accarezzate prima della nostra nascita, come se ritrovassimo l'anello di una catena. La mano di Isabelle che mi cercava intorno all'anca era la mia, la mia mano sul fianco di Isabelle era la sua. Lei mi rifletteva, io la riflettevo: due specchi si amavano. La nostra passeggiata all'unisono non cambiò quando lei gettò indietro i capelli, quando io respinsi il lenzuolo. Ascoltavo nelle sue dita quello che le cantavano le mie dita. Imparavamo, ricordavamo che le natiche sono delle sensitive. Le nostre mani erano così leggere che io seguivo la curva della peluria di Isabelle sul mio braccio, la curva della mia peluria sul suo braccio. Discendevamo, risalivamo con le unghie nascoste la scanalatura delle nostre cosce richiuse, si provocavamo, ci sopprimevamo i fremiti. La nostra pelle trascinava la nostra mano e il suo doppio. Guidavamo le piogge di velluto, i flutti di mussolina dall'inguine fino al collo del piede, tornavamo indietro, prolungavamo uno scroscio di dolcezza dalla spalla fino al tallone. Smettemmo. "Ti aspetto", disse Isabelle. La carne mi offriva perle ovunque.
Violette Leduc: "Thérèse e Isabelle"
Dateci i vostri brandelli, stagioni. Saremo le vagabonde dai capelli laccati dalla pioggia. Vuoi, Isabelle, vuoi venire a vivere con me sull'orlo di una scarpata? Mangeremo le nostre croste di pane con denti di lupo, sapremo trovare il pepe nella burrasca, avremo una casa con tende di pizzo, e vedremo passare le roulotte dirette alla frontiera. Ti spoglierò nei campi di grano, ti farò dormire nei covoni, ti coprirò nell'acqua sotto i rami bassi, ti curerò sul muschio delle foreste, ti prenderò nell'erba medica, ti isserò sui carri di fieno, mia donna carolingia. Uscii di corsa dalla sala di studio, lessi la sua lettera nei gabinetti: "Recupera le forze, dormi appena puoi, non sprecare energie, pensa alla notte che deve venire, pensa a noi questa sera".
Violette Leduc: "Thérèse e Isabelle"
Ieri abbiamo deciso - io stesso, Robert e Victor - di dar vita (dobbiamo pur vivere, no?) a una specie di club, o meglio a un'associazione, suscettibile di ingrandirsi, di svilupparsi. Abbiamo scritto a mano degli avvisi, dei manifestini, e in questi giorni li attaccheremo sui muri della città. Forse anche voi, cari lettori, vorrete sapere di che si tratta, e aiutarci. Ecco il testo: "Attenzione! S.O.S.! Aiutateci! Siamo un piccolo gruppo di clochard rovinati da un medesimo destino - non abbiamo più niente - abbiamo bisogno di tutto - aiutateci! Siate generosi! Fate un'offerta per il nostro sostentamento! Versate il vostro contributo presso la posta centrale di Nimes, c.c.p.n. 2343232, intestato all'"Associazione ex amanti di Juliette Monnier" (in attesa di riconoscimento giuridico). Siate generosi - grazie". Siate generosi anche voi, amici lettori! Presto farà freddo, qui, l'autunno è alle porte, e pensate che il nostro numero è destinato ad aumentare; da un giorno all'altro aspettiamo Etienne.
Stefano Martinelli: "Come Sono le Donne, una Storia D'Amore"
Siamo, tutti quanti, plasmati e riplasmati dalle persone che ci hanno amato e, anche se tale amore può svanire, restiamo nondimeno opera loro - un'opera che molto probabilmente esse neppure riconoscono, e che mai ne riflette esattamente le intenzioni.
Francois Mauriac: "Le Désert de L'Amour"
Ci incontriamo negli aeroporti. Ci incontriamo in città in cui non siamo mai stati. Ci incontriamo dove nessuno può riconoscerci. Uno di noi due arriva in aereo, l'altro in macchina, e in macchina proseguiamo verso un'altra destinazione. I luoghi in cui andiamo sono, via via, più irreali: la Foresta Pietrificata, la Monument Valley, il Grand Canyon - luoghi spogli, splendidi, desolati come quelli che si vedono nelle fotografie di remoti pianeti. Senz'aria, ardenti, inumani. Su quegli fondi mio padre mi prende la faccia tra le mani. La solleva e mi bacia sugli occhi chiusi, sulla gola. Sento le sue dita tra i capelli, sulla nuca. Sento il suo alito caldo sulle palpebre. A volte bisticciamo, a volte piangiamo. La strada si stende sempre all'infinito davanti a noi e alle nostre spalle, facendoci sentire fuori dal tempo e dallo spazio.
Kathryn Harrison: "Il Bacio"
Lin Ying si avvicinò ai barattoli dei colori. In quella debole luce scelse il rosso e il nero. Prese il pennello e spalmò i colori sul viso, sulle mani, sulle braccia e sulle gambe, poi sulla schiena e i glutei; la vernice era fredda, quando la passò sul seno rabbrividì. Passò il pennello anche sull'addome e il colore le gocciolò lungo le gambe fin tra le dita dei piedi. Il mio guardiano è già in un altro mondo, un mondo tanto vicino che posso vederlo se chiudo gli occhi, così lontano che le mie mani o i miei piedi non potranno mai raggiungerlo. Ci penso giorno dopo giorno, con il mio amore di cui nessuno ha bisogno, con il mio corpo puro come in passato e il mio cuore infangato di donna. Lin Ying si sedette, poi si distese vicino al foglio e chiuse gli occhi. Dentro di sé si sentiva insolitamente tranquilla, la collera del vecchio l'aveva ispirata. "Ho bisogno di te, perché solo quando sono con te appartengo al buio, a questo istante eterno" disse tra sé. Allungò le braccia e si girò di scatto schiacciando il corpo contro il foglio: sentì i seni aderire alla carta, poi le dita, i glutei e la schiena. "Questi due mesi sono stati una follia! Che fine ha fatto Pechino? Un autobus prima ci metteva venti minuti, ora ci vogliono due ore. Dimostrazioni su dimostrazioni, blocchi stradali... quanti anni sono passati dalla ricostruzione? Per arrivare a questo punto! Quelli come te non ce la faranno a prendere in mano la situazione. Non fai certo onore a tuo padre... e quei piccoli e grandi bastardi non sono ancora contenti..." Si guardava il corpo, lo vide rosso e nero come sangue e fiamme, come ferite e cenere. La mente e le membra erano guidate dal cuore. Come se stesse adempiendo una vecchia promessa, si rotolò, percorrendo il foglio da una parte all'altra. Ma ogni cosa che narro sembra aver perso significato dalle tue mani, posate su di me capisco che il cielo è ancora nero.
Hong Ying: "L'Estate del Tradimento"
Si alzò, prese un enorme foglio di carta xuan e lo distese sul pavimento. Si levò i sandali e la gonna. Non indossava mai il reggiseno, così quando si tolse la maglietta restò soltanto con un paio di slip bianchi. "... questo mondo l'abbiamo conquistato per darlo ai nostri figli!" Lin Ying ci pensò un po', quindi, mordendosi il labbro, tolse anche gli slip e li gettò sul mucchio dei vestiti. La brezza della sera estiva penetrò nella stanza attraverso la tenda aperta sul balcone e le accarezzò la pelle. Un brivido di eccitazione percorse il suo corpo nudo; provò un leggero tremore, come se degli occhi la stessero fissando.
Hong Ying: "L'Estate del Tradimento"
Già, perché al giorno d'oggi l'amicizia, svuotata del suo contenuto originario, si è trasformata in un contratto basato sullo scambio di riguardi, insomma in una sorta di patto di cortesia. Ora, chiedere a un amico una cosa che potrebbe creargli dei fastidi è un segno di scortesia.
Milan Kundera: "L'Identità"
Ormai non ci sono più occasioni per mettere alla prova l'amicizia: a nessuno può più capitare di andare a prendere l'amico ferito sul campo di battaglia, né di sguainare la spada per difenderlo dall'aggressione dei banditi. Noi tutti attraversiamo la nostra vita senza incorrere in gravi pericoli, ma anche senza amicizia.
Milan Kundera: "L'Identità"
Ma ora per noi non vale più. Il mio pessimismo è tale che, ora come ora, sono pronto ad anteporre la verità all'amicizia. Per me l'amicizia era la prova che esiste qualcosa di più forte dell'ideologia, della religione, della patria. Nel romanzo di Dumas, i quattro amici si trovano spesso schierati su fronti contrapposti, e sono quindi costretti a combattere gli uni contro gli altri. Ma questo non incrina minimamente la loro amicizia, e loro quattro continuano ad aiutarsi segretamente, giocando d'astuzia, facendosi beffe delle verità dei rispettivi fronti. Per loro l'amicizia è più importante della verità, della causa, degli ordini superiori, più importante del re e della regina, più importante di ogni altra cosa.
Milan Kundera: "L'Identità"
Quando sono andato a trovarlo all'ospedale, ha cominciato a raccontarmi certi suoi ricordi, fra cui una cosa che secondo lui avevo detto a sedici anni. In quel momento ho capito qual è l'unico significato dell'amicizia: è indispensabile all'uomo per il buon funzionamento della sua memoria. Ricordarsi del proprio passato, portarselo sempre dietro, è forse la condizione necessaria per salvaguardare, come si suol dire, l'integrità dell'io. Per fare in modo che l'io non rimpicciolisca, che mantenga immutato il proprio volume, bisogna annaffiare i ricordi come dei fiori in vaso, e tale operazione richiede un contatto regolare con i testimoni del passato - ossia con gli amici, che sono il nostro specchio, la nostra memoria. da loro non pretendiamo altro se non che, di tanto in tanto, lucidino quello specchio perché noi ci si possa guardare dentro. Ma io me ne infischio di quello che facevo al liceo! Quello che ho sempre desiderato fin da quando ero adolescente, forse anche da quando ero piccolo, era una cosa del tutto diversa: era l'amicizia intesa come valore supremo. C'era una frase che mi piaceva ripetere tra la verità e l'amico, io scelgo sempre l'amico. Lo dicevo per provocazione, ma lo pensavo sul serio. Oggi so che è una massima del tutto superata.
Milan Kundera: "L'Identità"
Presi la bottiglia e andai in camera mia. Mi spogliai, tenni le mutande e andai a letto. Era un gran casino. La gente si aggrappava ciecamente a tutto quello che trovava: comunismo, macrobiotica, zen, surf, ballo, ipnotismo, terapie di gruppo, orge, ciclismo, erbe aromatiche, cattolicesimo, sollevamento pesi, viaggi, solitudine, dieta vegetariana. India, pittura, scrittura, scultura, composizione, direzione d'orchestra, campeggio, yoga, copula, gioco d'azzardo, alcool, ozio, gelato di yogurt, Beethoven, Bach, Budda, Cristo, Meditazione Trascendentale, succo di carota, suicidio, vestiti fatti a mano, viaggi aerei, New York City, e poi tutte queste cose sfumavano e non restava niente. La gente doveva trovare qualcosa da fare mentre aspettava di morire. Era bello avere una scelta. Io l'avevo fatta da un pezzo, la mia scelta. Alzai la bottiglia di vodka e la bevvi liscia. I russi sapevano il fatto loro." E tu, tu che scelta hai fatto? Più avanti poi dirà: "Vivere fino alla morte è già una gran fatica" "Che cosa pensi delle donne?" mi chiese. "Non sono abituato a pensare. Le donne sono tutte diverse.
Fondamentalmente sono una combinazione di quando c'è di peggio e di quanto c'è di meglio al mondo... magiche e terribili. Sono contento che esistano, comunque." "Come le tratti?" "Loro trattano me meglio di quanto io tratti loro" "E credi che sia giusto?" "No, ma è così" "Sei sincero" "Non del tutto" "Pensai alle rotture, e com'erano difficili, ma d'altra parte di solito bisognava rompere con una donna per incontrarne un'altra. Dovevo assaggiarle, le donne, per conoscerle davvero, per entrare dentro di loro. Gli uomini potevo inventarmeli, dato che ero uno di loro, ma mi era quasi impossibile inventare e scrivere qualcosa su una donna se non la conoscevo davvero. E così le studiavo, le esploravo, e scoprivo esseri umani, in quei corpi. Lasciavo perdere il lavoro. Il lavoro diventava molto meno importante della storia che vivevo, finché la vivevo. Il lavoro era solo lo strascico. Un uomo non doveva avere una donna per sentirsi quando più possibile reale, ma conoscerne qualcuna non guastava. Così quando la storia cominciava ad andar male, imparava cosa volesse dire sentirsi veramente solo e sconvolto, e capiva che cosa avrebbe dovuto affrontare quando sarebbe arrivata la fine."
"Il mercoledì sera ero all'aeroporto ad aspettare Iris. Stavo lì seduto e guardare le donne. Nessuna di loro... tranne un paio... reggeva il confronto con Iris. Dovevo essere stato bacato nel cervello: pensavo sempre al sesso. Tutte le donne che guardavo me le immaginavo a letto. Era un modo divertente di passare il tempo all'aeroporto. Le donne: mi piacevano i colori dei loro vestiti; il loro modo di camminare; l'espressione crudele di certe facce; qualche volta la bellezza quasi pura di altre, completamente e deliziosamente femminili. Ci fregavano sempre: sapevano programmare e organizzarsi. Mentre gli uomini guardavano le partite di football e bevevano birra e giocavano a bowling, loro, le donne, pensavano a noi, si concentravano, studiavano, decidevano... se prenderci, scartarci, cambiarci, ucciderci o semplicemente lasciarci. Alla fine non aveva molta importanza; qualunque cosa facessero, finivamo soli e picchiati nel cervello."
Charles Bukowski: "Donne"
L'amore va bene per quelli che riescono a sopportare il sovraccarico psichico. È come trasportare sulle spalle un bidone pieno di spazzatura oltre un fiume di piscio in piena. [...] L'amore è una forma di pregiudizio. Io ne ho già troppi.
Charles Bukowski: "Donne"
Ecco il problema di chi beve, pensai, versandomi da bere. Se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; e se non succede niente si beve per far succedere qualcosa.
Charles Bukowski: "Donne"
Finimmo di bere e andammo a prendere i bagagli di Katherine. Parecchi uomini tentarono di attirare la sua attenzione, ma lei camminava vicino a me, tenendomi per un braccio. Pochissime belle donne mostravano volentieri in pubblico di appartenere a qualcuno. Avevo conosciuto abbastanza donne da rendermi perfettamente conto di questo. Le accettavo per quello che erano, e l'amore veniva di rado e a fatica. Quando veniva di solito, era per ragioni sbagliate. Ci si stancava semplicemente di trattenere l'amore e lo si lasciava andare perché aveva bisogno di andare da qualche parte. Era allora, di solito, che cominciavano i guai." "C'è solo un problema, con gli scrittori. Se quello che scrivono viene pubblicato e vende molte, molte copie, pensano di essere grandi. Se quello che scrivono viene pubblicato e vende un buon numero di copie, pensano di essere grandi. Se quello che scrivono viene pubblicato e vende pochissime copie, pensano di essere grandi. Se quello che scrivono non viene pubblicato e non hanno i soldi per farlo pubblicare a loro spese, allora pensano di essere veramente il massimo. La verità, comunque, è che di grandi scrittori ce n'è pochi. Ma si può star sicuri che gli scrittori peggiori sono quelli maggiormente convinti della propria grandezza, meno dubbiosi. Comunque, gli scrittori erano da evitare e io cercavo di evitarli, ma mi era quasi impossibile. Speravano in una specie di legame fraterno, di corrente segreta che ci unisse. Niente di tutto questo aveva a che fare con lo scrivere, niente di tutto questo era di qualche aiuto, quando ci si metteva alla macchina da scrivere.
Charles Bukowski: "Donne"
Mindy mi si strusciò addosso e mi baciò. Fu un lungo bacio. Mi venne l'uccello ritto. Negli ultimi tempi avevo preso un sacco di vitamina E. Avevo le mie idee sul sesso. Ero sempre allupato e mi masturbavo in continuazione. Facevo l'amore con Lydia poi tornavo a casa e la mattina dopo mi masturbavo. L'idea del sesso come cosa proibita mi eccitava, mi faceva perdere la testa. Era come un animale che ne pugnalasse un altro per sottometterlo. Quando venivo mi sembrava di farlo alla faccia della decenza, sperma bianco che colava sulle teste e sull'anima dei miei genitori morti. Se fossi nato donna avrei certamente fatto la prostituta. Dato che ero nato uomo, impazzivo per tutte le donne, e più erano volgari meglio era. Eppure le donne - le donne che valevano qualcosa - mi spaventavano perché finivano col volere la mia anima, e io volevo tenere per me quello che ne restava. Di solito andavo matto per le prostitute, le donne da poco, perché erano dure e insopportabili e non chiedevano niente. E quando se ne andavano non perdevo niente. Eppure desideravo con tutto me stesso una donna dolce, buona, nonostante il prezzo tremendo che sapevo di dover pagare. In entrambi i casi ero perduto. Un uomo forte avrebbe lasciato perdere. Io non ero forte. E così continuavo a lottare con le donne, con l'idea stessa di donne.
Charles Bukowski: "Donne"
Avevo cinquant'anni e non andavo a letto con una donna da quattro. Non avevo amiche. Guardavo le donne per la strada o dovunque le vedessi, ma le guardavo senza desiderio e con un senso di inutilità. Mi masturbavo regolarmente, ma l'idea di avere rapporti con una donna - anche non sessuali - era una cosa che non riuscivo nemmeno a immaginare. Avevo una figlia di sei anni nata illegittima. Viveva con la madre e io pagavo per il suo mantenimento. Ero stato sposato parecchi anni prima, quando ne avevo trentacinque. Quel matrimonio era durato due anni e mezzo. Mia moglie aveva chiesto il divorzio. Ero stato innamorato una volta sola. Lei era morta di alcolismo acuto. Era morta a quarantotto anni quando io ne avevo trentotto. Mia moglie aveva dodici anni meno di me. Credo che anche lei ormai sia morta, ma non sono sicuro. Mi ha scritto lunghe lettere a Natale per sei anni dopo il divorzio. Non le ho mai risposto...
Charles Bukowski: "Donne"
Strisciavano bianche e nude come animali. Nudità appesantite, tondeggianti di grasso, copri che avanzavano trascinandosi sulle ginocchia, tra i vapori, morbide e viscide forme animalesche nella penombra. Soltanto le carni delle spalle erano vigorose come quelle di chi lavora nei campi. Ma quale vivida umanità si effondeva dal nero dei loro capelli, proprio come una stilla di nobile mestizia!
Yasunari Kawabata: "Immagini di cristallo"
Fece scorrere le dita sui fianchi. Bizzarri sacchettini. Singolari, scuri, grinzosi, eppure assolutamente squisiti sulla lingua. Quando ha inventato i fichi Madre Natura stava sicuramente pensando a Padre Natura.
Eva alzò lo sguardo, gettando indietro i lunghi capelli neri e facendo girare attorno gli occhi azzurro ghiaccio. Il supermercato sembrava tutto suo. Sarah, l'unica cassiera di turno la sera tardi, aveva appena battuto il conto all'unica altra cliente ed era di nuovo tutta presa dal suo fumettone tascabile. Non si sentiva altro che il ronzio dei vani frigorifero e il ritmo sommesso della musica registrata diffusa dagli altoparlanti. Il freddo artificiale del potente condizionamento attenuava quella che altrimenti sarebbe stata una cornucopia di odori di una sensualità quasi intollerabile, dal sentore dolce delle banane mature a quello pungente e agro di limoni e lime. Nei supermercati tutto è freddo, gli scintillanti pavimenti passati con lo straccio, l'acciaio gelido degli scaffali, la fluorescenza polare dell'illuminazione.
Eva prese un fico dal mucchio e lo annusò. Sporse la lingua e lo leccò. Se alla micina piace il latte, perché non dovrebbero piacerle anche i fichi? Sollevò lentamente la corta gonna nera sopra i bordi di pizzo delle calze. Non portava mutande. Non se le metteva mai. A che cosa servono? Si toccò e si scoprì calda e bagnata. Con l'altra mano si portò il fico tra le gambe. Lo usò per giocherellare con l'imboccatura della fica, prima con delicatezza e poi con vigore. Sentì la buccia del fico esplodere. Parte dei semini appiccicosi schizzò fuori, aderendo alle labbra della fica e ai punti segreti nell'interno delle cosce. Si rimise il fico in bocca. Dolce-salato. Lo succhiò tutto.
Quindi ributtò il frutto spolpato sullo scaffale e passò alle fragole. Grosse, rosse e solide, avevano la precisa consapevolezza di quale fosse la loro giusta collocazione. Dentro il suo corpo, fino in fondo. Fece alcuni passettini a gambe strette, piazzando un tacco a spillo davanti all'altro, tutta concentrata sulla sensazione creata dalle fragole che scivolavano e si spappolavano l'una contro l'altra. Le sembrò di poter distinguere i peduncoli a uno a uno, verdi solleticanti. Finché si fermò, si lasciò andare di schiena contro gli scaffali, chiuse gli occhi e si sentì squagliare.
Adam, il detective del negozio, deglutì con fatica. Cercò di avere una visione migliore della donna da dietro la pila di sacchetti di patatine dove si era nascosto. Il groppo in gola scese per il collo taurino, arrivando fino al colletto della camicia rigidamente abbottonata. Era lì, in piedi dietro i piatti pronti, quando lei si era inoltrata con passo deciso nel settore frutta e verdura. Aveva visto tutto. Sapeva che avrebbe dovuto arrestarla quando aveva compiuto quel gesto con il fico, ma si era scoperto paralizzato da... Da che cosa? Si sentì percorrere da un fremito. Tirò su i pantaloni color cachi e si passò una mano incerta sui capelli a spazzola. Movimenti impacciati. Un luccicante pacchetto di fiocchi di granturco a basso tenore di colesterolo, garantiti biologici, si schiantò a terra con un frastuono che gli diede un tutto al cuore.
Se se ne accorse, Eva non lo diede a vedere. La sua espressione non era cambiata. Era rapita. Sollevò ancora di più la gonna, fin sopra il reggicalze. Ficcatasi a fondo due dita nel morbido frutto privato, ci si lasciò andare sopra di peso e le spinse dentro, inzuppandole di succhi freschi e pungenti. Quindi le tirò fuori lentamente e se le piazzò in bocca, succhiandole tra le labbra socchiuse. Aveva un grumo di crema color fragola appiccicato al mento. Frugò nella borsa in cerca dello specchietto. Chinatasi in avanti, con il culo puntato verso Adam, si mise lo specchietto tra le gambe e, allargandosi le labbra con le dita, si esaminò con intensa concentrazione.
Acini d'uva. Fu precisamente quello che le passò per la testa in quel momento.
Li scelse con cura. Frutti sodi, in grappolo compatto. Di quelli grossi, rotondi, porporini. Si voltò, in modo da essere di nuovo rivolta nella direzione di Adam, e si lasciò andare all'indietro sullo scaffale. Spalancate le gambe, tracciandosi piccoli zero con una mano sul clitoride, con l'altra si spinse dentro gli acini, un po' per volta, ritraendosi un attimo prima di ogni nuova spinta. I peduncoli graffiavano e solleticavano; le piaceva.
Senza alcun preavviso, sollevò la testa per guardare diritto negli occhi l'uomo che aveva continuato ininterrottamente a spiarla. Un sorriso le affiorò sulle labbra rosso sangue. Certo che sapeva che era lì. Con un sorriso maligno, tirò fuori un acino isolato e gocciolante e glielo offrì. Adam rimase pietrificato come un contenitore di pietanze pronte surgelate. Lei scrollò le spalle. Aprendo le labbra, inghiottì l'acino con un gran rumore di risucchio, rimettendo il resto del grappolo sullo scaffale. Senza abbandonare un solo istante lo sguardo dell'uomo inchiodato al suo, cercò a tentoni alle proprie spalle finché trovò un kiwi maturo. Se lo portò davanti alla faccia, sempre fissandolo duro negli occhi, e ficcò le unghie color ribes nella polpa, frantumandone la buccia. Il liquido verde le scorse sulle dita. I suoi occhi perforarono quelli dell'uomo. Si infilò il frutto spiaccicato nelle ancor fameliche fauci che aveva tra le gambe, ormai gocciolanti di succhi di ogni genere.
Adam fece un unico, titubante passo nella sua direzione. Lei finse di non accorgersene. Estrasse con calma il kiwi e procedette a mangiarne mezzo. Quindi offrì l'altra metà al detective, inarcando un sopracciglio. A questo punto lui stava avanzando a grandi passi verso di lei. Ecco che prendeva il frutto. Lo mangiava con espressione rapita. Le cadeva in ginocchio davanti.
Lei allargò le gambe. Con un solo movimento rapido allungò una mano e, afferratolo per la nuca, si portò la sua bocca alla fica.
L'uomo ansimò.
"Mangiami", gli ordinò.
"No, io..."borbottò lui, la voce rotta dal panico.
"Mangiami, patata marcia", ripetè lei, questa volta in tono minaccioso.
"Io..."
Eva frugò nella borsetta con la mano libera finché trovò la frusta. Quella di dimensioni ridotte che si portava sempre dietro. Le fece schioccare sul pavimento di fianco ad Adam.
Lui scosse la testa, ma i suoi capelli corti e folti non fecero che eccitarla, strofinandosi su e giù sul suo sesso sensibilizzato e dilatato. La peluria del mento le sfregò in modo irresistibile sull'interno delle cosce.
"Mangiami, macchia di caffè. Fetta di formaggio ammuffito. Trancio di carne di cavallo rancida di cinque giorni", lo incitò, pungolandogli la nuca con il manico della frusta.
"No!" si ribellò lui. "No e no! E tu non puoi costringermi! Io sono bravo!"
"Sei un cattivaccio", lo contraddisse lei. "Cattivo come un sacchetto di patatine misura extra large con aceto e sale. Cattivo come la torta Heavenly Chocolate." E se lo tirò ancora più vicino con uno strattone.
"Non è vero!" ansimò lui, aggrappandosi alle sue gambe con entrambe le mani. "Sono senza macchia come Sara Lee, puro come la pasta integrale. Non mi presto - ohi! - al tuo giochetto schifoso." Lei gli diede una gran tirata d'orecchi. Lui frignò e cessò ogni sforzo.
"Benissimo", le borbottò tra le gambe. "Va bene, benissimo. Ti mangio. Lo faccio. Sarai il mio patè, il mio calamaro, il mio risotto alla zucca, il mio arrosto con tre verdure." E si mise all'opera, mangiando come se stesse morendo di fame. La divorò con la lingua, le labbra, i denti, le mani. Mangiò ogni traccia di fico, di fragola, di uva, di kiwi, trasformati dal suo frullatore amoroso in uno yogurt ai frutti tropicali caldo e salato.
Eva lasciò cadere la frusta. La sua mano si serrò su un casco di banane, mentre si lasciava scivolare sul pavimento. Adesso Adam le stava inginocchiato tra le gambe, continuando però a pascersi al suo voluttuoso trogolo. Tese le braccia, le afferrò le mani e le inchiodò al pavimento con le sue, costringendola a lasciar andare le banane. Lei sollevò la testa e gli scoccò uno sguardo di fuoco. Si ribellò, ma senza esito. Adesso il sorriso maligno lo aveva lui. Quindi, con il suo personalissimo ritmo, lento come una tortura, tornò a occuparsi della sua fica. Gemendo, lei gli venne in bocca, scalciando furiosamente con un piede e facendo schizzare una scarpa a tacco alto nella corsia, verso i cereali per la prima colazione. Continuando a leccare, lui le lasciò andare le mani che le ricaddero inermi lungo i fianchi. Quindi andò a tentoni in cerca delle banane e ne sbucciò una. Lei trattenne il fiato mentre gliela ficcava in corpo. Lui si tirò faticosamente in piedi e la guardò di sottecchi mentre, con spinte ben ritmate, lei si concedeva di nuovo all'orgasmo. Non si fermò finché la banana non si fu ridotta a poltiglia.
"Troia schifosa", sputò Adam, dirigendosi verso le verdure. Tornò indietro con un cetriolo libanese. Lei si raddrizzò e raccolse la frusta.
"Che cos'hai detto?" tono imperioso, anche se un po' scosso. "Scheggia di salame da trappola per topi", sputò con voce rauca.
"Troia schifosa", ripetè lui, ma in tono un po' meno convinto, gli occhi fissi sulla mano armata di frusta. "Mi fai senso più del minestrone in scatola, più del... del tiramisù, più del formaggio a fette."
"Cavati i calzoni, faccia di pollo allo spiedo", ribattè lei, accarezzando il cuoio.
"Neanche per sogno, piedi di merluzzo."
"Cavati i calzoni, ti ho detto, palla di lardo."
"Troia. Fica. Ossa da brodo."
Eva fece schioccare la frusta con un movimento repentino. L'estremità lambì la coscia di Adam.
Le sue narici fremettero. Si tirò giù i calzoni, svelando che non portava nemmeno lui le mutande. Aveva un'erezione poderoso. Eva gliela pungolò con la frusta. Quindi esplose in una risatina di scherno. "Allora, stracchino. Te la sei goduta fin da principio, eh?"
Adam si rifiutò di incrociare il suo sguardo.
"Piegati in avanti."
"No."
"Non farmi arrabbiare."
Lui si corrucciò ma obbedì, porgendole il culo, reggendosi con le mani contro lo scaffale della frutta.
"Dammi quel cetriolo."
Girata la testa, lui la guardò mentre lo lubrificava infilandoselo nella vagina. Lentamente, glielo infilò nel culo. Lui gemette, torcendosi di dolore e piacere.
Calò improvviso il silenzio. Qualcuno aveva spento la musica registrata. Eva e Adam si paralizzarono mentre, con un leggero sfrigolio elettronico e un raschio di gola, dal sistema di altoparlanti arrivava la voce di Sarah. "Attenzione, signori clienti. Il negozio chiude. Vi preghiamo di fare le ultime scelte e di passare alla cassa. Grazie per la vostra comprensione. E, per favore, tornate qui a fare i vostri acquisti."
Eva tolse il cetriolo dall'ano di Adam e lo ributtò nella zona verdure. Andò ad atterrare accanto agli altri cetrioli.
"Bel lancio, budino."
"Grazie." Scoppiarono a ridere tutti e due, una risata un po' aspra, e si riassettarono rapidamente gli abiti. Eva recuperò la scarpa, ripiegò la frusta e la rimise nella borsetta. "Sarà meglio che comperi qualcosa", disse sottovoce, pensando a caso a latte di cocco e bustine di dragoncello.
"Ci vediamo la settimana che viene, tazza di miele?" chiese Adam. "Stessa ora, stesso posto?"
"Senz'altro, pisello odoroso."
"Ciao, allora, per adesso."
"Ciao." E Adam rimase lì a guardarla mentre si allontanava con passo disinvolto nella corsia verso la cassa. Sarah alzò lo sguardo a gettarle un'occhiata, chiedendosi come mai una calza le fosse cascata alla caviglia. Non se n'era accorta?
"Bel libro?" le chiese Eva, porgendole i suoi acquisti.
"Si, molto", sospirò Sarah, lo sguardo fisso sulla sua coscia nuda. "Le storie romantiche mi piacciono. E a lei?"
"Come no", rispose Eva, strizzandole l'occhio. "Ne ho di continuo."
Linda Jaivin: "Mangiami"
Nel vostro amore sia il vostro onore! Altrimenti, la donna capisce poco l'onore. Ma questo sia il vostro onore, amare sempre di piu' di quanto siete amate, e mai essere le seconde. L'uomo tema la donna, se ama: ella compie ogni sacrificio, e ogni cosa è per lei priva di valore. L'uomo tema la donna, se odia: giacché in fondo all'anima l'uomo è solo malvagio, mentre la donna è cattiva. Chi odierà al massimo la donna? Così disse il ferro alla calamita: "Io ti odio al massimo perché attrai e non sei abbastanza forte da tirare a te". La felicità dell'uomo dice: io voglio. La felicità della donna dice: egli vuole
Friedrich Nietzsche: "Così Parlò Zarathustra"
Due cose vuole l'uomo autentico: pericolo e giuoco. Perciò egli vuole la donna, come il giocattolo più pericoloso. L'uomo deve essere educato per la guerra e la donna per il ristoro del guerriero: tutto il resto è sciocchezza. Al guerriero non piacciono frutti troppo dolci. Perciò gli piace la donna; anche la donna più dolce è amara. La donna intende i bambini meglio di un uomo, ma l'uomo è più bambino della donna. Nell'uomo autentico si nasconde un bambino: che vuol giocare. Orsù, donna, scopritemi il bambino nell'uomo! Un giuoco sia la donna, puro e gentile, simile alla pietra preziosa, illuminato dalle virtù di un mondo che ancora non è."
Friedrich Nietzsche: "Così Parlò Zarathustra"
Una ragazza intuisce che il fidanzato vorrebbe chiederle un piacere "Esprimi il tuo desiderio" gli dice. "Guardarti mentre...". Lui esita, le tocca una mano. "Mi masturbo?" risponde lei, che ride e ubbidisce felice: "Ai tuoi ordini". Ma quando gli dice: "Adesso tocca a te", l'imbarazzo lo paralizza. Così viene distrutto il piacere che aveva provato guardandola. Lui, che abita a Gustavia (nell'isola di San Bartolomeo), ha solo sedici anni, come la sua compagna.
Inginocchiata a un confessionale della cattedrale di Siviglia, una ventunenne sta dichiarando la sua inveterata abitudine a masturbarsi. Mentre il sacerdote l'assolve, lei si alza, solleva la gonna, e così rivela che, proprio in quel momento, sta commettendo il peccato appena confessato.
Sdraiato su una stuoia, la testa appoggiata ad una mano, lo sguardo fisso su un televisore acceso, in un quartiere qualsiasi di Kyoto, un ragazzo di vent'anni si sta masturbando. Lo schermo davanti a lui mostra un ragazzo sdraiato su un fianco che si masturba guardando uno schermo di televisore in cui un ragazzo sdraiato su un fianco si masturba guardando uno schermo di televisore le cui immagini sono troppo piccole per poter essere decifrate.
Una violoncellista ventiquattrenne è seduta, nuda, a gambe divaricate, su uno sgabello nella sua camera da letto, a Manila. Con la sinistra tiene aperte le labbra della vulva mentre con la destra si passa la punta dell'archetto sul clitoride in un lieve tremolo.
Harry Mathews: "Piaceri Singolari"
Se, giocando a "nascondino", vi ritrovate sola con una ragazzina in un nascondiglio impenetrabile, sgrillettate la vostra compagna: è l'usanza. E se fa la pudibonda, masturbatevi davanti a lei per darle il buon esempio.
Non disegnate sulla lavagna le perti sessuali della maestra, soprattutto se è stata lei a mostrarvele in confidenza.
Tra i principali verbi della terza coniugazione non è il caso di citare fottere: io fotto, io fottevo, io fotterò, che io fottessi, fottente, fottuto. La coniugazione di questo verbo è interessante, ma se farete mostra di conoscerla verrete rimproverata più che se la ignoraste.
Il regalo più bello che una bambina possa fare, è la sua verginità. Poiché quella davanti si può offrire solo una volta, offrite cento volte quella di dietro e farete così cento favori.
Se vi dicono che siete un "vero masciaccio", non mostrate la vostra fica per dimostrare il contrario.
Dire a una giovane signora che ha splendidi capelli biondi è un grande complimento. Ma chiederle ad alta voce se ha i peli dello stesso colore, è pura indiscrezione.
Se siete seduta sul bordo di una sedia, non dondolatevi avanti e indietro. Rischiereste di perdere la testa.
"Chiunque conosca qualche impedimento per questo matrimonio, deve comunicarlo" dice il prete. Ma è una semplice formula. Non balzate in piedi a quelle parole per rivelare dei segreti.
Quando raccontate tutte le vostre porcherie al buon prete che vi sta ascoltando, non domandategli se gli sta venendo duro.
Non scarabocchiate riccioli neri sul pube delle Veneri nude. Se l'artista rappresenta la dea senza peli, è perché Venere si radeva la passera.
Se un vecchio satiro vi mostra il suo membro all'angolo di un viale, non siete assolutamente tenuta a mostrargli la vostra fichetta per ricambiare la cortesia.
Durante il bagno non domandate ai presenti il permesso di far pipì. Fatela senza autorizzazione.
Se incontrate in un luogo solitario un vagabondo che vi salta addosso, lasciatevi scopare senza fare storie. È il modo più sicuro per non farsi violentare.
Il colmo della villania è quando una ragazzina vede che a suo fratello tira, e lei non fa nulla per aiutarlo
Se muore, riabbotonategli per prima cosa i pantaloni, prima di chiamare la cameriera, e non raccontate mai in quali circostanze ha reso l'anima al Signore.
Pierre Louys: "Piccolo Galateo Erotico per Fanciulle"
Non dite: "La mia fica". Dite: "Il mio cuore"
Non dite: "Ho voglia di scopare". Dite: "Sono nervosa"
Non dite: "Ho goduto da pazzi". Dite: "Mi sento un po' stanca".
Non dite: "Vado a masturbarmi". Dite: "Vado e torno".
Non dite: "Quando avrò i peli al culo". Dite: "Quando sarò grande".
Non dite: "Me ne fotto dei romanzi casti". Dite: "Vorrei qualcosa d'interessante da leggere".
Non dite: "Gli tira come a un cavallo". Dite "è un giovane perfetto".
Non dite: "Il suo uccello è troppo grosso per la mia bocca". Dite: "Mi sento proprio una bambina quando chiacchiero con lui".
Non dite: "Ha goduto nella mia bocca ed io nella sua". Dite: "Ci siamo scambiati qualche impressione".
Pierre Louys: "Piccolo Galateo Erotico per Fanciulle"
DOVERI NEI CONFRONTI DI DIO:
Rendetegli grazia per avervi istillato il desiderio di godere e per aver creato mille modi per farlo.
Pierre Louys: "Piccolo Galateo Erotico per Fanciulle"
"Ethan! Ethan" Voglio fare un'altra corsa in slitta, portami giù di nuovo!"
"Giù dove?"
"Per la discesa. Subito", ansimò lei. "In modo da non risalire mai più."
"Matt! Ma che cosa stai dicendo?"
La ragazza gli accostò le labbra a un orecchio: "Contro il grosso olmo. Hai detto che sapresti centrarlo. Così non dovremo lasciarci mai più".
"Misericordia, che cosa ti è saltato in testa? Sei impazzita!"
"Non sono impazzita; ma impazzirò, se ti lascio."
"Oh, Matt, Matt...", mormorò lui.
Mattie gli si strinse ancora più forte. i loro visi erano vicini.
"Ethan, dove andrò, se ti lascio? Non riuscirò a cavarmela da sola. L'hai detto tu, proprio adesso. Tu sei l'unico a essere stato buono con me. E in casa ci sarà quell'intrusa... a dormire nel mio letto, dove la notte aspettavo di sentirti salire le scale..."
Quelle parole gli strapparono il cuore a brandelli, portandogli la detestata visione della casa a cui avrebbe fatto ritorno... delle scale che avrebbe salito ogni sera, della donna che l'avrebbe atteso lassù. E la dolcezza della confessione di Mattie, la folle meraviglia di apprendere, alla fine, che tutto quello che aveva provato per l'aveva provato anche lei, rendevano l'altra figura più detestabile, il ritorno all'altra vita più intollerabile...
Le supplice di Mattie continuavano a erompere tra i brevi singhiozzi, ma Ethan non udiva più le sue parole. Il cappello le era scivolato indietro e lui le stava accarezzando i capelli. Voleva scolpirne la sensazione nella mano, perché vi dormisse come un seme d'inverno. Poi trovo di nuovo la bocca della ragazza, e si illusero entrambi di essere ancora accanto al laghetto, nel sole bruciante d'agosto. Ma, appoggiando la guancia su quella di lei, Ethan la sentì fredda e bagnata di pianto. Vide la strada per le Piane, immersa nell'oscurità, e sentì il fischio del treno lungo la ferrovia.
Gli abeti li ammantavano di tenebra e di silenzio. Avrebbero potuto trovarsi nelle loro bare, sottoterra. "Forse", si disse Ethan, "la sensazione sarà proprio questa...", e poi ancora: "Dopo, non sentirò più nulla...".
Improvvisamente udì il vecchio sauro nitrire dalla strada, e pensò: "Si starà chiedendo perché nessuno gli dia la sua cena...".
"Vieni", sussurrò Mattie, tirandolo per mano.
Quella sua determinazione cupa lo dominava: Mattie pareva lo strumento incarnato del fato. Ethan riprese lo slittino, battendo gli occhi come un uccello notturno mentre passava dall'oscurità degli abeti alla trasparenza del crepuscolo nello spiazzo. La china sotto di loro era deserta. Tutta Starkfield era a cena, e nemmeno una figura animava lo spiazzo davanti alla chiesa. Il cielo, gonfio di nuvole che annunciavano un disgelo, pendeva basso come prima di un temporale estivo. Ethan forzò gli occhi nel buio, e gli parvero meno acuti, meno capaci del solito.
Prese posto sulla slitta e Mattie gli si mise istantaneamente davanti. Il cappello le era scivolato nella neve ed egli le premeva le labbra sui capelli. Tese le gambe in fuori, puntò i calcagni nella strada per impedire che la slitta si sbilanciasse in avanti, afferrò la testa di Mattie e la attirò indietro, premendola tra le mani. Poi, di colpo, si levò in piedi di nuovo.
"Alzati", le ordinò.
Era il tono a cui lei aveva sempre obbedito, ma questa volta Mattie si rannicchiò nella slitta, ripetendo, con veemenza, "No, no, no!".
"Alzati!"
"Perché?"
"Voglio sedere io davanti."
"No, no! Come puoi guidare da quella posizione?"
"Non devo. Seguiremo la traccia."
Parlavano a sussurri soffocati, come se la notte li stesse spiando.
"Alzati! Alzati!", insistette; ma lei continuava a ripetere, "perché vuoi sederti davanti?".
"Perché... perché voglio sentirti mentre mi stringi", balbettò, e la trasse in piedi.
La risposta parve soddisfarla, oppure cedette al tono energico della sua voce. Ethan si chinò, tastando nell'oscurità il fondo vetroso logorato dalle scivolate precedenti, e pose con cura i pattini della slitta tra i bordi della traccia. Mattie attese che lui si sedesse a gambe incrociate sul davanti della slitta; poi si accucciò rapida alle sue spalle e gli si avvinse con le braccia. Il fiato della ragazza sul collo lo fece rabbrividire di nuovo, e stava quasi per levarsi in piedi. Ma in un lampo ricordò l'alternativa. Mattie aveva ragione: meglio quello che separarsi. Si piegò indietro e attirò la bocca di Mattie alla sua...
Proprio mentre partivano, udirono il sauro nitrire di nuovo, e quel familiare richiamo irrequieto, con tutte le immagini confuse che evocava, li rincorse giù per il primo tratto della china. A metà pendio c'era una caduta improvvisa, poi un rialzo, e infine un'altra, più lunga, delirante discesa. Mentre stavano per lanciarsi in quest'ultima, Ethan credette che stessero davvero volando, volando lontani lassù, nella notte nuvolosa, con Starkfield infinitamente remota sotto di loro, che si allontanava fino a ridursi a un puntino... Poi, di colpo, davanti a loro si parò il grosso olmo, che li aspettava alla curva. "Se la facciamo; so che possiamo centrarlo...", disse Ethan tra i denti.
Mentre si lanciavano contro l'albero, Mattie gli si strinse ancora più forte con le braccia e a lui parve che il sangue di lei passasse nelle sue vene. Una volta o due la slitta sbandò appena sotto di loro. Ethan si inclinò per tenerla puntata contro l'olmo, ripetendosi senza sosta: "So che possiamo centrarlo"; e le brevi frasi che Mattie aveva pronunciato gli attraversarono la mente e gli danzarono davanti nell'aria. L'enorme albero si stagliò più grande e più vicino, e mentre stavano per andargli adosso Ethan pensò: "Ci sta aspettando: sembra sapere". Ma, improvvisamente, tra lui e la sua meta si parò la faccia di sua moglie, con i mostruosi lineamenti sconvolti, ed Ethan fece il movimento istintivo di schivarla. La slitta sbandò in risposta, ma lui la raddrizzò di nuovo, la tenne salda e la lanciò contro la grosse mole incombente. Ci fu un ultimo istante in cui gli parve che nell'aria sfrecciassero milioni di fili infuocati; e poi l'olmo...
Edith Wharton: "Ethan Frome"
Jeshua era più fortunato degli altri due. Sin dalla prima ora fu colto da svenimenti, poi perse definitivamente la conoscenza e lasciò penzolare la testa col turbante sfasciato. Perciò mosche e tafani lo avevano completamente ricoperto di modo che il suo volto era scomparso sotto una brulicante maschera nera. All'inguine, sul ventre e sotto le ascelle si erano posati grassi tafani che succhiavano il giallo corpo nudo. Ubbidendo ai gesti dell'uomo col cappuccio, uno dei boia prese una lancia, l'altro portò vicino al palo un secchio e una spugna. Il primo alzò la lancia e picchiettò prima un braccio, poi l'altro, di Jeshua, tesi e legati con delle corde alla traversina del palo. Il corpo dalle costole sporgenti ebbe un sussulto. Il boia passò l'estremità della lancia sul ventre. Allora Jeshua sollevò la testa, e le mosche, ronzando, si alzarono in volo, scoprendo il suo volto enfio di punture, con gli occhi gonfi: un volto irriconoscibile. Disserrando le palpebre, Hanozri guardò in basso. I suoi occhi, di solito limpidi, erano velati. "Hanozri!" disse il boia. Hanozri mosse le labbra tumefatte e replicò con rauca voce da ladrone: "Che vuoi? Perché sei venuto da me?" "Bevi!" disse il boia, e la spugna imbevuta d'acqua si alzò sulla punta della lancia fino alle labbra di Jeshua. La gioia brillò nei suoi occhi: egli incollò la bocca alla spugna e si mise a succhiare avidamente l'acqua. Dal palo vicino giunse la voce di Disma: "Ingiustizia! Sono un ladrone come lui!" Una nuvola di polvere coprì il ripiano e scese un gran buio. Jeshua si staccò dalla spugna e, cercando di render dolce e convincente la sua voce, e non riuscendovi, pregò raucamente il boia: "Dagli da bere." Si faceva sempre più buio. La nuvola aveva ormai coperto mezzo cielo, slanciandosi verso Jerushalajim, bianche nubi spumeggianti correvano davanti alla nuvola nera piena di acqua e di fuoco. Proprio sopra la collina scoppiò un lampo e tuonò. Il boia tolse la spugna dalla lancia. "Glorifica il generoso egemone!" sussurrò solenne e con un lieve movimento punse Jeshua al cuore. Questi sobbalzò e sussurrò: "L'egemone..." Il sangue colò sul ventre, la mascella inferiore ebbe uno scatto convulso e la testa ricadde penzoloni.
Michail Bulgakov: "Il Maestro e Margherita"
Per un certo tempo, il silenzio del balcone fu interrotto soltanto dal canto dell'acqua nella fontana. Pilato vedeva la parte superiore del getto alzarsi piatta sullo zampillo, infrangersi ai bordi e ricadere a rivoli. Il prigioniero parlò per primo: "Vedo che è successo un guaio per colpa di quello che ho deto a quel giovane di Kiriat. Io, egemone, ho il presentimento che gli succederà una disgrazia, e mi fa molta pena." "Io credo," rispose il procuratore con uno strano sogghigno, "che c'è al mondo un'altra persona che ti dovrebbe fare più compassione che Giuda di Kiriat, perché le toccherà una sorte ben peggiore di quella di Giuda!... Dunque, secondo te, Marco l'Ammazzatopi, boia freddo e convinto, la gente che, come vedo," il procuratore indicò il viso deturpato di Jeshua, "ti ha picchiato per le tue prediche, i briganti Disma e Hesta, che coi loro complici hanno assassinato quattro soldati, e infine quello sporco traditore di Giuda, sono tutti buona gente?" "Sì, - rispose il prigioniero." "E verrà il regno della verità?" "Sì, egemone, - rispose convinto Jeshua." "Non verrà mai!" gridò a un tratto Pilato con voce così terribile che Jeshua barcollò "Criminale! Criminale! Criminale!" Poi, abbassando la voce, chiese: "Jeshua Hanozri, tu credi negli dei?" "Dio è uno," rispose Jeshua, "io credo in lui". "Allora prega! Prega fortemente! Del resto... " qui Pilato arrochì "non ti servirà. Hai moglie?" chiese malinconicamente il procuratore, senza capire che cosa gli stesse succedendo. "No, sono solo." "Odiosa città..." borbottò a un trato il procuratore, e le sue spalle ebbero un brivido come se avesse freddo, si fregò le mani come se le stesse lavando, "se ti avessero ammazzato prima del tuo incontro con Giuda di Kiriat, davvero, sarebbe stato meglio." "E tu lasciami andare, egemone," chiese inaspettatamente il prigioniero, e la sua voce divenne inquieta, "vedo che mi vogliono uccidere." Il volto di Pilato fu deformato da un crampo; egli voltò verso Jeshua i suoi occhi infiammati, coperti di venuzze rosse, e disse: "Tu credi, disgraziato, che un procuratore romano lasci libero un uomo che ha detto le cose che hai detto tu? Oh, numi! O credi che io sia pronto a prendere il tuo posto? Non condivido le tue idee! E ascoltami: se da questo momento tu pronuncerai anche una sola parola, se ti rivolgi a qualcuno, guardati da me! Ripeto, stai attento!" "Egemone..." "Silenzio!" gridò Pilato, e con uno sguardo furioso seguì la rondine che era di nuovo volata nel balcone. "Venite!" esclamò Pilato.
Michail Bulgakov: "Il Maestro e Margherita"
Aprì le imposte con una spinta, scivolò nella camera e depose la pezza. Poi si girò verso il letto. Il profumo dei capelli di Laure era predominante, perché era distesa sul ventre, e il suo viso, incorniciato dal braccio piegato, era affondato nel cuscino, dimodoché la sua nuca si presentava in modo addirittura ideale per ricevere il colpo di clava. Il rumore del colpo fu sordo e stridente. Grenouille lo odiò. Lo odiò soltanto perché era un rumore, un rumore nel corso del suo lavoro che altrimenti era silenzioso. Riuscì a sopportare quel rumore disgustoso soltanto a denti stretti, e quando esso cessò, restò fermo ancora un poco, rigido e teso con la mano contratta attorno alla clava quasi temendo che il rumore potesse tornare indietro da qualche punto come un'eco risonante. Ma non tornò indietro, tornò invece il silenzio nella stanza, un silenzio persino accresciuto, poiché adesso non c'era più nemmeno il lieve fruscio del respiro della fanciulla. E subito la tensione di Grenouille si sciolse, e il suo corpo si rilassò e si ammorbidì. Grenouille mise da parte la clava e si dedicò con solerzia al suo lavoro. Per prima cosa spiegò la pezza da profumare, la stese mollemente dal rovescio sul tavolo e sulle sedie e fece ben attenzione a non toccare la parte grassa. Poi alzò la coperta del letto. L'aroma meraviglioso della fanciulla, che sgorgò all'improvviso caldo e concentrato, non lo colpì in modo particolare. Lo conosceva già, e soltanto dopo, quando fosse diventato veramente suo, l'avrebbe goduto, goduto fino ad ubriacarsene. Ora si trattava di prenderne il più possibile, era il momento in cui occorrevano concentrazione e velocità. Con rapidi colpi di forbice tagliò la camicia da notte di Laure, gliela tolse, afferrò la pezza spalmata di grasso e la gettò sul suo corpo nudo. Poi sollevò il corpo e lo fece passare sotto la parte pendente della pezza, che arrotolò come fa un panettiere con lo strudel; piegò le parti terminali della pezza e avvolse tutto il corpo, dalle dita dei piedi fino alla fronte. Soltanto i capelli spuntavano da quella fasciatura da mummia. Li tagliò rasente alla pelle della testa, e li avvolse nella camicia da notte, che annodò come un fagotto. Da ultimo coprì il cranio rasato con un pezzo di tela che aveva tenuto da parte, lisciò con le mani il bordo sovrapposto alla testa e picchiettò per farlo aderire con leggeri colpetti delle dita. Esaminò l'involucro da cima a fondo. Non c'era più una fessura, non un forellino, non una minima piega da cui potesse sfuggire l'aroma della fanciulla. Era imballata alla perfezione. Non restava altro che aspettare, sei ore, fino alle prime luci dell'alba.
Patrick Süskind: "Il Profumo"
E poi scenari più lontani e abissali: i mostri delle profondità marine, il canto dei delfini, i lamenti grandiosi delle balene in agonia, gli accordi misteriosi dei grandi branchi di pesci, il ticchettio del plancton, le fruscianti volute dei pesci che depongono le loro uova, il fragore delle inondazioni e degli immani crolli sotterranei, il rombo assordante delle colate di lava, il canto delle maree, lo spumeggiare delle onde, il sibilo dell'acqua succhiata dal sole, il sussurrio e lo schianto titanico dei cori di nuvole, il suono limpido della luce... Ma che cosa sono le parole! C'è però un ultimo suono di cui dobbiamo riferire, un suono tanto sottile che avrebbe anche potuto restare impercettibile nello sconfinato frastuono dell'universo. Ma così non fu, veniva da Eschberg. Era il debole battito cardiaco di un bambino non ancora nato: un feto, di sesso femminile. Quello che Elias aveva udito e visto lo scordò, non poté invece dimenticare il suono di quel cuore non nato. Perché apparteneva alla persona che gli era destinata da sempre. Era il cuore della sua amata...
Robert Schneider: "Le Voci del Mondo"
Quindi accadde il prodigio: quel pomeriggio del suo quinto anno di vita Elias udì il suono dell'universo. Lo schianto che avvertì nelle orecchie fu tale da perdere l'equilibrio e da cadere supino nella neve. L'ultima cosa che vide fu un ciuffo di capelli biondi macchiati di sangue. Mentre cadeva il suo udito si moltiplicò, e iniziò la metamorfosi. I bulbi degli occhi sporsero bruscamente dalle loro cavità, giungendo addirittura a proiettarsi oltre le palpebre e ad espandersi fin sotto le sopracciglia. E la peluria delle ciglia si appiccicò alla retina coperta da un velo di lacrime. Le pupille si dilatarono e fluttuarono sul bianco dell'iride: il loro colore naturale - un verde malinconico e autunnale - svanì per far posto a un giallo squillante e velenoso. Il collo si irrigidì, la nuca si piantò dolorosamente nella neve indurita. Poi la spina dorsale si inarcò, gli si gonfiò l'addome, l'ombelico divenne duro come un osso e dalla sua pelle raggrinzita incominciò a colare un filo di sangue. Il volto di Elias assunse un'espressione spaventosa, come se tutto lo strazio del mondo vi si fosse concentrato per lasciare la sua impronta. Le mascelle si protesero all'infuori, le labbra si ridussero a due sottili strisce esangui. Per la scomparsa delle gengive i denti gli caddero uno dopo l'altro, ed è un mistero che non ne sia rimasto soffocato. Poi, orribile a dirsi, il membro gli si indurì, e una striscia di sperma misto a urina e al sangue ombelicale formò un sottile rigagnolo che gli colava caldo giù dall'inguine. Durante la metamorfosi perse tutti gli escrementi - dal sudore alle feci - in quantità abnorme. Quello che udì subito dopo fu il tuono cupo che gli saliva dal cuore. Un tuono oggi, un tuono domani: come dire che Elias aveva perso il senso del tempo. Non siamo perciò in grado di stabilire quanto a lungo rimase sdraiato nella neve. Secondo le misure umane forse qualche minuto, secondo quelle divine forse anni, come una curiosa circostanza servirà a chiarire. All'orecchio di Elias si schiudeva un mondo di suoni, di voci e rumori che non aveva mai udito prima con tanta chiarezza. Non basta dire che li udiva: li vedeva. Vide l'aria condensarsi e poi di nuovo espandersi con ritmo incessante. Vide le valli dei suoni e le loro montagne gigantesche. Vide il ronzio del propiro sangue, il fruscio dei capelli tra le mani strette a pugno. E il respiro tagliave le narici con folate così violente che una tempesta di föaut;hn sarebbe parsa al confronto un timido venticello. I succhi gastrici si mescolavano chioccolando e gorgogliando. Le viscere mandavano un suono lungo, gutturale, incredibilmente modulato. I gas endocorporei si dilatavano sibilando o esplodendo, il midollo osseo vibrava e perfino l'umor vitreo tremava ai battiti oscuri del cuore. Poi il suo udito si ampliò ancora, rovesciandosi come un orecchio gigantesco sulla macchia di terra dov'era sdraiato. Scrutò con l'orecchio teso paesaggi sotterranei a mille miglia di distanza, e luoghi distanti mille miglia. Sullo scenario sonoro dei suoi rumori corporei si spalancarono a velocità crescente altri scenari di gran lunga più vertiginosi, terrificanti e di una sontuosità inaudita. Tempeste di suoni, uragani di suoni, mari di suoni, deserti di suoni. Di colpo, in quella sconcertante massa sonora Elias riconobbe il battito del cuore di suo padre. Batteva dentro il suo, e in modo così aritmico e disarmonico che se Elias fosse stato del tutto cosciente ne avrebbe provato un senso di cupa disperazione. Ma Dio, nella sua infinita crudeltà, continuoò a mostrargli la scena. Tempeste di suoni e rumori si abbattevano sulle orecchie di Elias con inaudita violenza. Un pandemonio di battiti cardiaci, uno scricchiolare di ossa, un ronzare modulato di infinite vene e arterie, un secco sfregare di labbra screpolate, uno stridere di denti digrignati, un frastuono incredibile di salive inghiottite, di gargarismi e colpi di tosse, di sputi, nasi soffiati e ruti, un gorgogliare di succhi gastrici e gelatinosi, il nitido chioccolare dell'urina, il frusciare dei capelli e quello più selvatico del pelo animale, lo stropiccio dei tessuti sulla pelle, il fischio sottile delle gocce di sudore evaporate, il tendersi delle fibre muscolari, l'urlo del sangue, umano o animale, eccitato dell'erezione. Per non parlare del forsennato caos di voci umane e versi animali sulla terra e nelle sue viscere.
Robert Schneider: "Le Voci del Mondo"
I passanti osservavano strabiliati o irridenti i miei péripli intorno a un albero, le ripetute verifiche d'una scritta sul muro, i "furti" di vetri infranti, frammenti di vasellame, piccole targhe metalliche ormai inservibili gettate in terra, che io raccatavo e scrupolosamente lustravo, intascandole per la mia collezione di nullità.
Avevo perduto dignità e volontà di lavoro: mi nutrivo di ciò che trovavo, o che alcuni sconosciuti impietositi mi offrivano. Il mio volto allucinato assumeva sempre più un aspetto belluino. La gente mi evitava, i vigili mi sorvegliavano. Qualche raro amico superstite disperava ormai definitivamente della mia guarigione.
E invece essa era più vicina di quanto credessi. Quelle fiale avevano di nuovo innescato un duplice meccanismo, perverso e insieme provvidenziale, tracciando nel mio destino una spirale al cui vertice era la certezza che tutto nell'universo è privo di senso e di fine.
Quelle torture gestuali che mi infliggevo non erano null'altro, dunque, che tentativi di esorcizzare tale certezza, e insieme ad essa il terrore ancestrale del caos primigenio. Avrei potuto uccidermi per disperazione, ma concepivo - da epicureo ortodosso, almeno in questo l'idea del suicidio soltanto come espressione di sazietà e tedio della vita. Volevo invece ancora vivere e lavorare, mentre quella ossessiva ritualità costituiva una sterile rivolta individuale a immutabili leggi universali.
Per ispirazione repentina giunsi all'umile accettazione del disordine e dell'insensatezza del tutto, liberato dunque da un peso troppo grave per la fragile struttura fisica e mentale dell'uomo. Mi sentii di nuovo parte della realtà, e riconciliato con essa.
Gettai le penose sozzure raccolte, mi detersi, acquistai cibo, riordinai la mia casa, ripresi a scrivere, a frequentare gente. Tutti si meravigliarono di vedermi così rapidamente migliorato.
In realtà mi ero liberato soltanto dei disturbi più evidenti. Continuavo ad essere profondamente depresso. In tale condizione, mi accadeva spesso di chiedermi se essa costituisse un privilegio intellettuale e speculativo o una dimidiazione della personalità, oltre che una sofferenza talvolta insopportabile.
Ma la soglia incredibilmente bassa del mio umore mi consentiva visioni e riflessioni di gelida attendibilità: mi accadeva, per esempio, di "uscire da me stesso", dalla cerniera della relatività, cioé dall'esistenza interpretata in esclusiva funzione dei miei sensi (limitati) e dei miei bisogni (elementari), e di vedere me stesso con gli occhi di un qualsiasi passante, divenendo così oggetto e non soggetto dell'osservazione, quindi estraneo a me stesso e inserito in un'altrui vicenda di cui tuttavia ignoravo i dettagli e i contorni. E di nuovo la mia malattia ciclica tornava nella fase "mentale" più che "gestuale".
Non mi sentivo più me stesso, ma non potevo neanche essere altri, fluttuavo dunque nel vuoto, e sentivo l'assurda levità della vita come il lampo di un attimo precedente e seguìto da due eternità buie. Mi rifugiavo allora nelle notizie e nelle tappe indiscusse del procedere della storia, ma mi coglieva il dubbio ossessivo che anche essa, la storia, non fosse altro che una ininterrotta serie di violenze, guerre, stragi di cui venivano addotte cause e obiettivi "nobili", cioé ideali, mentre in realtà esse non erano altro che il frutto di un micidiale accumularsi di brutali impulsi egocentrici, eufemisticamente definiti "economici". Rifiutavo di cibarmi di carni di animali uccisi, di cui piangevo la sorte e l'infinito e perenne dolore in quanto creature sensibili e indifese, destinate (da chi? dagli dèi?, ma quali dèi se non quelli farseschi e talvolta cialtroni della corte olimpica?) alla soddisfazione del più elementare bisogno dell'uomo, quello del cibo, ma spesso anche ai suoi truci divertimenti, la caccia per diporto o gli spettacoli circensi o addirittura talvolta al loro semplice e ignobile piacere di torturare, uccidere, assistere con morboso piacere alle atroci sofferenze dell'agonia altrui.
Ma l'ipotesi (o allucinazione) che mi conduceva ad uno stato d'animo di angoscia
parossistica distruttiva di ogni ulteriore possibilità di ragione consisteva nell'immaginare che potesse esistere un universo esterno e infinito completamente privo di coscienza di sé o di coscienze viventi in esso capaci di indagarlo. Quell'idea di amassi di aggregati di materia cosmica e di abissi di vuoto sconfinato privi di qualsiasi senso, sempre e dovunque, era di una assurdità sconvolgente
. Ora, mi chiedevo, ero io a vedere più degli altri chiusi in un minuscolo cerchio di assuefazione -, era la mia capacità selettiva a pormi continuamente al cospetto dell'inusuale o, con una parola grossa, dell'assoluto e del pensiero liberato dai luoghi comuni, oppure tali pensieri, torturanti in sommo grado, erano frutti della mia diversità e della mia "pazzia"? Certo è che alla demenz
a sarei sicuramente arrivato, se avessi perseverato in tale mia attitudine smascheratrice e dissacratoria. V'era un solo antidoto contro tale avvelenamento per eccessivo uso di scomodi quesiti o di inoppugnabile ma per lo più trascurata verità: incanaglirmi, richiudere alle mie spalle la porta dell'assoluto, rifugiarmi almeno per qualche tempo fra le pareti antisonorizzanti del banale o del relativo infimo libello che almeno mi avrebbe fatto sentire estraneo anche alla crassa volgarità del "co
mune buonsenso". Non volevo dunque impazzire, né volevo, allora, uccidermi. La fortuna volle aiutarmi: ritrovai intatta l'amicizia di Catullo, e stabilii per suo mezzo un rapporto di casto affetto con una giovane donna, rigorosa nella fragilità, dolcissima nella fermezza: Porzia, figlia di Catone, imminente sposa di Bìbulo, il futuro console che sarebbe stato brutalmente esautorato dal suo collega Cesare.
Luca Canali: "Nei pleniluni sereni"
In seguito a questa serie di eventi tragici e grotteschi ricaddi in una tale condizione di malinconia e disordine mentale che interruppi di nuovo il mio lavoro. Tornai dalla maga Canidia e ottenni da lei alcune altre fiale, pensando che non avrei potuto sofrire più di quanto stavo già soffrendo e aspettandomi da esse una guarigione immediata o la forza di affrontare una soluzione suicida.
Non si verificò nessuna delle due ipotesi. Caddi in un sonno profondo, durato, credo, alcuni giorni. Mi svegliai destato da un rombo pulsante all'interno del mio corpo. Erano battiti del cuore. Sapevo di essere nel mondo, ma non capivo di quale mondo si trattasse.
Pronunciavo il mio nome e avveniva nella mia mente uno sconcertante fenomeno di sdoppiamento. Il suono delle parole che designavano oggetti perdeva senso, gli oggetti designati erano privi di nome, quindi assurdi, sconosciuti nella loro essenza, anche se superficialmente noti, mentre il suono dei loro nomi fluttuava nel vuoto privo di funzione e di senso.
Compresi di essere sulla soglia della pazzia. Tuttavia, se pensavo e riuscivo ad analizzare l'assurdo, ero ancora sano di mente. Ma percezione ed esperienza della realtà continuavano a restare sconnesse fra loro. Vissi qualche giorno in tale condizione di insensatezza. Poi la coscienza, senza alcuna partecipazione della volontà, trovò un antidoto a quella insopportabile angoscia esprimendo un sintomo più vistoso, più folle in apparenza, ma meno doloroso, non fosse stata la vergogna che le sue manifestazioni provocavano in me. Per lunghe settimane, cessata in parte l'angoscia, soggiacqui alla tirannia di ossessioni rituali: bisogno incoercibile di simmetria, negli oggetti sui tavoli, nelle sensazioni sulla pelle, negli urti contro gli spigoli, persino nelle parole da pronunciare o da trasformare in segni su fogli di papiro e, inoltre, l'irresistibile richiamo di ogni oggetto o frammento rilucente che dovevo assolutamente toccare e asportare, se necessario raccogliendolo, come fossi una gazza, dalla polvere o dal fango, e riponendolo poi gelosamente in una bisaccia predisposta dietro la porta di casa.
Infine soggiacqui alla ferrea necessità di numerare i gesti, i passi, talvolta persino i respiri. Un inferno di minuziosi controlli su me stesso, ma minacciosamente inclini a coinvolgere qualsiasi elemento della sfera esterna che giungesse a portata della mia sensibilità, più che della mia coscienza
Luca Canali: "Nei pleniluni sereni"
La notte del primo gennaio del 1599, mentre si trovava nel letto di una prostituta, Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, pittore e uomo iracondo, sognò che Dio lo visitava. Dio lo visitava attraverso il Cristo, e puntava il dito su di lui. Michelangelo era in una taverna, e stava giocando di denaro. I suoi compagni erano dei furfanti, e qualcuno era ubriaco. E lui, lui non era Michelangelo Merisi, il pittore celebre, ma un avventore qualsiasi, un malandrino. Quando Dio lo visitò stava bestemmiando il nome di Cristo, e rideva. Tu, disse senza dire il dito del Cristo.
Io?, chiese con stupore Michelangelo Merisi, io non sono un santo per vocazione, sono solo un peccatore, non posso essere scelto. Ma il volto del Cristo era inflessibile, senza scampo. E la sua mano tesa non lasciava spazio a nessun dubbio.
Michelangelo Merisi abbassò la testa e guardò il denaro sul tavolo. Ho stuprato, disse, ho ucciso, sono un uomo con le mani lorde di sangue.
Il garzone dell'osteria arrivò portando fagioli e vino. Michelangelo Merisi si mise a mangiare e a bere.
Tutti erano immobili, vicino a lui, solo lui muoveva le mani e la bocca come un fantasma.
Anche il Cristo era immobile e tendeva la sua mano immobile col dito puntato. Michelangelo.
Merisi si alzò e lo seguì. Sbucarono in un vicolo sudicio, e Michelangelo Merisi si mise a orinare in un canto tutto il vino che aveva bevuto quella sera.
Dio, perché mi cerchi?, chiese Michelangelo Merisi al Cristo. Il figlio dell'uomo lo guardò senza rispondere. Passeggiarono lungo il vicolo e sbucarono su una piazza. La piazza era deserta.
Sono triste, disse Michelangelo Merisi. Il Cristo lo guardò e non rispose. Si sedette su una panchina di pietra e si tolse i sandali. Si massaggiò i piedi e disse: sono stanco, sono venuto a piedi dalla Palestina per cercarti.
Michelangelo Merisi stava vomitando appoggiato al muro di un cantone. Ma io sono un peccatore, gridò, non devi cercarmi.
Il Cristo si avvicinò e gli toccò un braccio. Io ti ho fatto pittore, disse, e da te voglio un dipinto, dopo puoi seguire la strada del tuo destino.
Michelangelo Merisi si pulì la bocca e chiese: quale dipinto?
La visita che ti ho fatto stasera nella taverna, solo che tu sarai Matteo.
D'accordo, disse Michelangelo Merisi, lo farò. E si girò nel letto. E in quel momento la prostituta lo abbracciò russando.
Antonio Tabucchi: "Sogni di sogni"
Non si saziarono di parlare dei dolori dell'amore. Si spossavano di baci, declamavano piangendo con lacrime vive versi da innamorati, si cantavano all'orecchio, sguazzavano in pantani di desiderio fino al limite delle loro forze: esausti ma vergini. Perché lui aveva deciso di rispettare i suoi voti finché non avessero ricevuto il sacramento, e lei lo assecondava.
Nelle pause della passione si scambiarono prove eccessive. Lui le dise che sarebbe stato capace di qualsiasi cosa per lei. Sierva Marìa gli chiese con una crudeltà infantile che mangiasse per lei uno scarafaggio. Lui lo acchiappò prima che lei potesse impedirglielo, e se lo mangiò vivo. Durante altre sfide dementi lui le domandò se si sarebbe tagliata la treccia per lui, e lei disse di sì, ma lo avvisò per scherzo o sul serio che in tal caso avrebbe dovuto sposarla per rispettare la condizione del voto. Lui portò nella cella un coltello da cucina, e le disse: "Vediamo se è vero". Lei gli volse la schiena affinché lui potesse tagliargliela alla radice. Lo incitò: "Coraggio". Non ne ebbe il coraggio. Qualche giorno dopo, lei gli domandò se si sarebbe lasciato sgozzare come un capretto. Lui disse di sì con fermezza. Lei prese il coltello e si dispose a far la prova. Lui sobbalzò di terrore col brivido finale. "Tu no" disse.
"Tu no". Lei, morta dal ridere, volle sapere perché, e lui le disse la verità: "Perché tu sì che ne saresti capace".
Nelle gore della passione cominciarono a godere pure dei tedi dell'amore quotidiano. Lei teneva la cella pulita e in ordine per quando lui arrivava con la naturalezza del marito che rincasava. Cayetano le insegnava a leggere e a scrivere e la iniziava al culto della poesia e alla devozione per lo Spirito Santo, in attesa del giorno felice in cui sarebbero stati liberi e sposati.
Gabriel Garcìa Marquez: "Dell'amore e di altri demoni"
La sua mente confusa e frantumata come un mosaico era rivolta verso una sola parola: morte, e si stava concentrando intorno a essa. Con un'energia incredibile, in assoluto silenzio.
"Non puoi farlo, pensa a quest'estate. Ne valeva la pena, no? Ti ricordi le risate? Eppure, anche se abbiamo pianto e riso tante volte dimenticandoci di tutto il resto, se tu muori, presto anch'io finirò col dimenticare. Non ti sembra un peccato?"
Cercavo di trattenerla sotto un fuoco di fila di parole che ricaricavo freneticamente. Ma in contrasto con questa velocità mentale il mio corpo era progressivamente paralizzato e non faceva da tramite. Riuscii solo a balbettare:
"Non...Quest'...Se muo..."
Tutt'a un tratto Sui si alzò, mi guardò un attimo e poi si diresse verso la porta. Fu allora che capii davvero. La certezza mi colpì, con la chiarezza del cristallo, con il bagliore del fulmine.
"Questa è l'ultima volta che la vedo", pensai.
La sua figura di spalle ricordava un giglio. Peccato non averglielo detto, poco prima: è vero, ti somigliano.
In quel momento, Sui si voltò verso di me.
"Cosa? Giglio?" chiese. "Hai detto giglio?"
Non so come riuscii a farlo. Sentii un dolore come se avessi strappato di colpo il mio corpo dal pavimento a cui sembrava attaccato con la colla.
Lentamente, a fatica, riuscii a sollevarmi. Ormai non avevo quasi più coscienza. Era come se solo il mio spirito si fosse sollevato chiaramente, proprio come quando l'anima si stacca dal corpo.
Chiusi gli occhi. Ma percepivo lo stesso che Sui, sempre ferma in piedi nella stessa
posizione, mi guardava.
"Incredibile. Sembra una scena di Attrazione fatale," disse. "Come sei riuscita a sollevarti?"
Credo che sia stato perché il medicinale non era ancora completamente entrato in circolo. Da sempre i medicinali hanno difficoltà a fare effetto su di me. Intanto, sentivo qualcosa pulsare forte all'interno del mio corpo. Qualcosa di prepotente, una specie di interrogativo che era stato sempre assopito dentro il mio corpo sin da bambina, le tante cose che avevo pensato giorno e notte dopo la morte di Shoji, la sua immagine che continuava a riapparirmi con insistenza da quando avevo incontrato Sui, le sensazioni che provavo per lei, i visi sorridenti di Saki e Otohiko, il senso di rimpianto per la fine di quell'estate. La tristezza di esistere, che avevo sempre avvertito in Sui, che era anche la mia stessa tristezza, la strana, inesplicabile irritazione che mi dava. Il sole forte, abbagliante, del primo giorno che ci eravamo incontrate. La superficie del laghetto che scintillava. La sua mano, la sensazione della sua mano che mi stringeva. Il fruscio dei suoi capelli nel vento.
L'estate, l'estate con Sui, il colore dello spazio che era sempre presente con la sua vibrazione, il luogo verso il quale la sua esistenza era rivolta.
Una sensazione di inconsolabile rimpianto per tutte queste cose.
Si tolse di nuovo le scarpe, venne accanto a me, mi abbracciò e mi baciò sulle labbra.
Durò solo un attimo, ma fu un bacio intenso.
Negli ultimi barlumi della mia coscienza, affiorò vago il pensiero: "Non mi ero mai data un bacio come questo con una donna". Come se avesse sentito, Sui disse ridendo:
"Con questo ho battuto ogni record!"
Mi addormentai.
Banana Yoshimoto: "N.P."
Una cosa che a dirla sembra banale. Capii che io non ero il centro del mondo. La quota di sofferenze nella vita non variava certo in rapporto a me. Non ero io che potevo decidere. Allora, pensai, tanto valeva godersi, per quanto era possibile, il resto. ... così diventai donna, e adesso eccomi qua."
Fui colpita dalle sue parole, ma ricordo che pensai perplessa: "Vivere felici allora... sarebbe questo?" Ma ora le capisco così chiaramente che vorrei gridarlo. Perché le persone non riescono a compiere una scelta così semplice? Perché vivono come vermi, come perdenti? Preparando da mangiare, mangiando e andando a dormire. Anche chi ama prima o poi dovrà morire. Però intanto è vivo.
Banana Yoshimoto: "Kitchen"
Ognuno vive solo come sa. Felicità è anche non accorgersi che in realtà si è soli. Non è mica una cosa da disprezzare. [...] Non temevo scottature o ferite, non mi pesava stare in piedi tutta la notte. Ogni giorno ero eccitata al pensiero delle sfide che mi aspettavano il giorno dopo. Nella torta di carote che avevo fatto tante volte in modo da imparare il procedimento a memoria erano entrati anche frammenti del mio spirito. Amavo i pomodori rossi fiammanti, trovati al supermarket, più della mia vita.
Dopo aver conosciuto una gioia simile, non posso tornare indietro.
Voglio assolutamente continuare a sentire che un giorno morirò. Altrimenti non mi accorgo che vivo. Per questo è così la mia vita.
A volte, nel buio, mi avvicino, passo a passo, verso l'orlo di un precipizio, ma se sbuco su una strada maestra tiro un respiro di sollievo. Anche quando penso di non farcela, conosco la bellezza della luce della luna, lassù. Una luce che penetra nell'anima.
Banana Yoshimoto: "Kitchen"
Non c'è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com'è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.
Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire.
Mi piacciono col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, così sporche che la suola delle pantofole diventa subito nera, e grandi, di una grandezza esagerata. Con un frigo enorme pieno di provviste che basterebbero tranquillamente per un intero inverno, un frigo imponente, al cui sportello metallico potermi appoggiare. E se per caso alzo gli occhi dal fornello schizzato di grasso o dai coltelli un po' arrugginiti, fuori le stelle che splendono tristi.
Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po' meglio che pensare che sono rimasta proprio sola.
Nei momenti in cui sono molto stanca, mi succede spesso di fantasticare. Penso che quando verrà il momento di morire, vorrei che fosse in cucina. Che io mi trovi da sola in un posto freddo, o al caldo insieme a qualcuno, mi piacerebbe poterlo affrontare senza paura. Magari fosse in cucina!
Banana Yoshimoto: "Kitchen"
Più il mio corpo ingrossava, più aumentava la voglia di formaggi forti e salati. Li consumavo a mezzogiorno, e nel pomeriggio mi sdraiavo a riposare. Di vero sonno ristoratore, però non si parlava neanche. Lo riferii al mio medico, che mi prescrisse una cura di ferro, ma arrivai al punto in cui l'unica cosa che il mio corpo accettava di ingerire era il formaggio, e se anche riuscivo a buttar giù una pastiglia o due non mi serviva a niente. Alla fine buttai via il flacone.
Angelica Jacob: "Fermentation"
Ma non doveva essere così. A scegliere la voglia sarebbe stato il mio corpo, e il menu non prevedeva ostriche.
Angelica Jacob: "Fermentation"
Per cominciare diciamo pure che donne diverse hanno voglie diverse. Una volta lessi di una che mangiava il carbone. Di notte, quando il marito e i figli dormivano, scendeva in punta di piedi in cantina per succhiare quei pezzi freschi e scuri di vecchia pietra. Poi c'era quella del disinfettante: comprava enormi bottiglie di candeggina e la annusava dopo aver impregnato dei pezzi di cotone idrofilo che si portava in giro nascosti in tasca. Anna Bolena mangiava lingue d'allodola. Fabienne, la ragazza delle case qui di fronte, aveva una vasca di pesci gatto. Gli tagliava la testa e se li mangiava crudi. E mia mamma mi raccontò di una donna africana che mangiava termitai, meglio se dopo una pioggia perché la terra era umida. Pare che Maria, regina di Scozia, in qualche occasione abbia invece ordinato genitali di cigno, e una mia zia paterna aveva la mania di intingere le cipolline sottaceto nello sciroppo di melassa. Per finire, la principessa tibetana che andava matta per i topi ed Eva, con la sua irresistibile voglia di un frutto ormai diventato infame.
Sia come sia. La lista è infinita, e le storie uniche. Dal canto mio avevo sempre sperato che, nel caso fossi rimasta incinta, mi sarebbe venuta voglia di ostriche.
Angelica Jacob: "Fermentation"
Capii che era necessario redigere una più complessa lezione, che fosse in grado di affrontare le incompatibilità dell'amore manipolando il bisogno di saggezza con la sua probabile inefficacia, manipolando l'idiozia dell'infatuazione con la sua ineluttabilità. L'amore andava valutato senza voli di ottimismo o pessimismo dogmatici, senza costruire una filosofia in base ai propri timori, o un'etica in base alle proprie delusioni. L'amore trasmetteva alla mente analitica una certa umiltà, l'insegnamento che per quanto strenua fosse la sua lotta per la conquista di certezze stabili (elencandone le conclusioni in serie ordinate) l'analisi non sarebbe mai stata esente da crepe - e quindi mai si doveva abbandonare la strada dell'ironia.
Simili insegnamenti apparvero ancora più rilevanti quando Rachel accettò il mio invito a cena la settimana successiva, e il pensiero di lei cominciò a diffondere tremori in quella regione che i poeti hanno chiamato cuore, tremori che, ne ero conscio, significavano una cosa sola: che ancora una volta avevo cominciato a innamorarmi.
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
Una sera, però, seduto a un pranzo, perso negli occhi di Rachel che mi parlava del suo lavoro, rimasi folgorato nel capire con quanta facilità avrei rinunciato alla filosofia stoica per ricadere in tutti gli errori già commessi con Chloe. Se avessi continuato ad osservare la chioma di Rachel acconciata in un'elegante crocchia, o il garbo con cui usava coltello e forchetta, o la profondità dei suoi occhi azzurri, mi rendevo conto che non avrei superato indenne la serata.
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
Reso pessimista dalle intrattabili pene d'amore, decisi allora di prenderne le distanze. Se non poteva essermi di aiuto il positivismo romantico, l'unica saggezza vera era la stoica decisione di non innamorarmi più. Mi sarei quindi ritirato in un simbolico monastero, senza vedere nessuno, vivendo frugalmente e dedicandomi a studi severi. Lessi con ammirazione storie di uomini e donne che avevano voltato le spalle alle distrazioni terrene, fatto voto di castità e passato la vita in monasteri e conventi. C'erano storie di eremiti che avevano trascorso quaranta o cinquant'anni in caverne in mezzo al deserto, vivendo soltanto di radici e bacche, non parlando né vedendo mai altro essere umano.
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
Se non accettiamo gli insegnamenti che l'amore ci ispira, continueremo felici a ripetere indefinitamente gli stessi errori, come mosche che ritornano dementi a picchiare contro i vetri delle finestre, incapaci di capire che il vetro, per quanto trasparente, non può essere attraversato. Non ci sono forse delle verità elementari che è necessario imparare, frammenti di saggezza che potrebbero evitarci qualche entusiasmo eccessivo, qualche dolore, qualche amara delusione? Non è legittima ambizione acquisire un po' di prudenza nelle faccende amorose, così come lo si può fare per una dieta, per la morte o il denaro?
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
Disegnato su un altro grafico il resoconto della mia vita poteva apparire come una sequenza di picchi seguiti da depressioni sempre più profonde - la vita di un ero tragico, che pagava i suoi successi a un prezzo altissimo, fino alla vita stessa.
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
La tracotanza di esigere l'amore si era manifestata solo adesso che non era ricambiato; ero rimasto solo con la mia passione, indifeso, senza diritti, al di là della legge, scandalosamente brutale nella mia pretesta: Amami! Per quale ragione? Avevo solo la solita meschina giustificazione: Perché io ti amo...
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
Perché non mi ami? è domanda altrettanto difficile (sebbene assai meno piacevole) dell'altra: Perché mi ami? In entrambi i casi, è una reazione al nostro difetto di controllo del meccanismo amoroso, dato che l'amore ci è arrivato come un dono, per ragioni che non riusciamo mai a capire veramente o a meritare. Nemmeno la risposta stessa ci è di grande aiuto, non essendo in grado di fornirci alcuna spiegazione o motivazione ad agire. La ragione non è in un rapporto causa-effetto, viene dopo il fatto, è solo una giustificazione per modificazioni più profonde, una superficiale analisi post hoc. Nel momento in cui poniamo tali domande, ci troviamo costretti a spingerci da un lato verso un'assoluta arroganza, dall'altro verso un'assoluta umiltà; non posso aver fatto niente. Cosa ho fatto per vedermi negato l'amore? protesta il tradito, reclamando arrogantemente il possesso di un dono che non è mai dovuto. A entrambe le domande, chi tiene in mano l'amore non può che rispondere: Perché tu sei tu - risposta che fa oscillare l'amato pericolosamente e imprevedibilmente tra l'esaltazione e la depressione.
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
Se Chloe ed io continuammo, nonostante tutto, a credere di essere innamorati, era forse perché, in definitiva, i momenti di amore erano molto più significativi (per il momento almeno) dei momenti di noia o indifferenza. Eppure non dimenticavamo mai che ciò che avevamo scelto di chiamare amore poteva essere la semplificazione di una realtà molto più complessa, e in definitiva meno gradevole.
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
Qualunque sia il grado di felicità con la nostra compagna, l'amore per lei ci è di ostacolo (a meno di non vivere in una società poligamica) ad avviare altre relazioni romantiche. Ma perché ciò dovrebbe essere causa di frustrazione, se davvero la amiamo? Perché, se il nostro amore per lei è sempre vivo, dovremmo sentire come un limite tale condizione? Forse perché, nel risolvere il nostro bisogno di amare, non sempre riusciamo a risolvere il nostro bisogno di desiderare.
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
Diversamente dalla storia dell'amore, la storia della filosofia si occupa con immutato interesse della divergenza tra apparenza e realtà. "Credo di vedere un albero fuori", ipotizza il filosofo, "ma non è possibile che sia invece un'illusione ottica dietro la mia retina?" "Credo di vedere mia moglie, ma non è possibile che anche lei sia un'illusione ottica?", aggiunge, con un accento di speranza.
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
"Esistono persone che mai si sarebbero innamorate se non avessero avuto la notizia che questa cosa esiste", sentenziava La Rochefoucauld; la storia prova che era nel giusto. Dovevo portare Chloe in un ristorante cinese a Camden, ma una dichiarazione d'amore sarebbe stata forse più appropriata altrove, considerata la scarsa importanza che tradizionalmente la cultura cinese dà all'amore. Secondo lo psico-antropologo L.K. Hsu, mentre le culture occidentali sono "individualiste" e si concentra sui gruppi, piuttosto che sulla coppia e il suo amore. L'amore non è mai un fatto definito, è costruito e determinato dai diversi contesti sociali. Esiste una comunità, i Manu della Nuova Guinea, che non conosce la parola amore.
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
Il pericolo insito nella bellezza non canonica è che la sua precarietà rischia di enfatizzare il ruolo dell'osservatore. Perché quando l'immaginazione si stanca di quella fessura tra i denti, non resta che rivolgersi a un buon specialista in ortodonzia. Una volta che abbiamo collocato la bellezza nell'occhio dello spettatore, cosa succede se quell'occhio si rivolge altrove? Ma proprio questo limite era gran parte del fascino di Chloe. Il concetto soggettivo di bellezza fa dell'osservatore un essere meravigliosamente indispensabile.
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
E' la bellezza che dà vita all'amore o l'amore che dà vita alla bellezza? Amavo Chloe perché era bella o lei era bella perché l'amavo? Circondati come siamo da un numero infinito di persone, è spontaneo chiederci (osservando la nostra innamorata che parla al telefono o se ne sta distesa difronte a noi nella vasca) perché il nostro desiderio si è concentrato su quel particolare viso, quella bocca, quel naso, quell'orecchio, perché sono proprio la curva di quel collo o la fossetta di quella guancia la risposta perfetta ai nostri criteri di eccellenza? Ogni amante ci offre, per il problema della bellezza, soluzioni diverse, eppure riesce a ridefinire la nostra estetica amorosa in un modo tanto originale e idiosincratico quanto il contorno del suo viso.
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
Due fattori determinano l'intolleranza: il concetto di giusto e sbagliato, e l'assunto che non si può lasciare che gli altri vivano nell'ignoranza. Quando, una sera, Chloe ed io cominciammo a discutere sui film di Eric Rohmer (lei li detestava, io li adoravo), dimenticammo che esisteva la possibilità che i film di Rohmer fossero, allo stesso tempo, belli e brutti, a seconda dello spettatore. La discussione si ridusse a un esercizio coercitivo per imporre all'altro il proprio punto di vista, anziché al riconoscimento della legittimità della divergenza. Alla stessa maniera, la mia avversione per le scarpe di Chloe non fu mitigata dal buonsenso di ammettere che, per quanto si potesse giustificare che a me non piacessero, non erano di per sé detestabili.
è questo passaggio dal personale all'universale che ha qualcosa di tirannico, il momento in cui un giudizio personale è universalizzato e arbitrariamente esteso a una fidanzata o un fidanzato (o a tutti i cittadini di una nazione), il momento in cui l'affermazione io penso che è buono diventa io penso che è buono anche per te.
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
Assai prima di raggiungere l'intimità con l'essere che amiamo, può accaderci di provare la strana sensazione di averlo già conosciuto. È come se l'avessimo incontrato da qualche parte, in un'altra vita forse, o nei nostri sogni. Nel Simposio di Platone, Aristofane spiega questa sensazione di familiarità con l'ipotesi che l'amato fosse la perduta e rimpianta "altra metà", al cui corpo eravamo originariamente attaccati. All'inizio, tutti gli esseri umani erano ermafroditi, con schiena e fianchi doppi, quattro mani e quattro gambe e due facce sulla stessa testa, rivolte in direzione opposta. Questi ermafroditi erano così potenti e il loro orgoglio tanto arrogante che Zeus fu costretto a dividerli in due, una metà maschile e una femminile, e da quel giorno ogni uomo e ogni donna anelano a ricongiungersi con la metà dalla quale sono stati separati.
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
Se, non corrisposti, amiamo un angelo, immaginando i piaceri che potrebbero derivarci dall'essere in paradiso insieme, non teniamo nella giusta considerazione un pericolo grave: come farebbe in fretta l'attrazione ad affievolirsi se quell'essere supremo cominciasse a ricambiare il nostro amore. Ansiosi di fuggire da noi stessi ci innamoriamo di una persona che è bella, intelligente e spiritosa tanto quanto noi siamo brutti, stupidi e noiosi. Ma che succede se questo essere perfetto un giorno si guarda intorno e decide di ricambiare il nostro amore? è inevitabile una certa delusione: può essere davvero all'altezza delle nostre aspettative una persona che ha il cattivo gusto di apprezzare qualcuno come noi? Se per amare abbiamo bisogno di credere che l'amata sia in qualche cosa superiore a noi, non ne consegue un crudele paradosso quando ci ricambia l'amore? Siamo portati a chiederci: "Se lei/lui è davvero così speciale, com'è possibile che lei/lui ami qualcuno come me?"
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
Poche cose sono antitetiche al sesso come il pensiero. Il sesso è espressione del corpo, è irriflessivo, dionisiaco e immediato, una liberazione dalla schiavitù razionale, una risoluzione estatica del desiderio fisico. Al suo confronto il pensiero appare quasi una malattia, un impulso patologico a mettere ordine, un simbolo della ipocondriaca incapacità della mente ad abbandonarsi al flusso. Riflettere durante l'atto equivaleva per me a trasgredire una legge fondamentale dei rapporti sessuali, macchiarmi della dannata incapacità a preservare almeno questo spazio di disimpegno razionale. C'era, però, un'alternativa?
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
Per non correre il rischio di deludere le sue attese abbandonai ogni opinione originale. Mi ridussi a modificare me stesso secondo quanto credevo di intuire in Chloe. Se a lei piacevano gli uomini duri sarei stato un duro, se lei amava il surf sarei stato un surfista, se detestava gli scacchi avrei odiato gli scacchi. Si potrebbe paragonare la mia idea delle sue aspettative amorose a un vestito attillato e il mio vero io a un uomo grasso, così che l'andamento della serata fu qualcosa di simile a un uomo grasso che cerca di indossare un abito troppo stretto per lui. C'era un disperato tentativo di reprimere le sporgenze che non calzavano il taglio del tessuto, stringere la vita, trattenere il respiro per non strappare la stoffa. Nessuno stupore allora che il mio atteggiamento non fosse spontaneo come avrei desiderato. Come potrebbe essere a suo agio un uomo grasso in un vestito troppo stretto? è talmente preoccupato che il vestito si strappi, che deve starsene immobile trattenendo il respiro e pregando di portare a termine la serata senza disastri. L'amore mi aveva paralizzato.
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
Finché uno non è morto è difficile (poiché tecnicamente impossibile) che possa considerare un'altra persona come l'amore esclusivo della propria vita. Ebbene, un attimo solo dopo aver incontrato lei non ritenevo assolutamente sbagliato pensare a Chloe in quei termini. Non sono in grado di dire con sicurezza perché, tra tutte le emozioni disponibili e le possibili destinatarie, doveva essere per forza amore quello che subito provai per lei. Non posso affermare di conoscere la dinamica interna del processo, né convalidare queste parole con nient'altro che l'autorevolezza dell'esperienza vissuta. Posso solo riferire che pochi giorni dopo il ritorno a Londra Chloe ed io passammo il pomeriggio insieme.
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
Perché l'amore non ha nulla a che fare con il desiderio sessuale? Il desiderio sessuale può staccarsi dall'amore. In quanto avidità il desiderio sessuale è un disturbo psichico. Chi brama con cupidigia non può più riconoscere con chiarezza quello che veramente accade. Quando bramo un altro essere umano, il suo corpo, il suo spirito, il suo sesso, tutta la sua persona o parti di essa, allora l'amore è svanito.
Se amo un fiore, lo osservo e gioisco della sua esistenza e della sua vitalità. Quando lo bramo invece lo strappo dalla terra o lo recido e lo metto in un vaso sulla mia scrivania. Il fiore morirà, io ho appagato la mia avidità consumandolo in poco tempo. Ho ucciso il fiore per cupidigia mentre esso sarebbe vissuto ancora in mezzo alla natura. È amore questo? Con la mia bramosia l'ho distrutto per godere di un breve piacere. È affettività positiva e tenera questa? Posso veramente asserire che amo il fiore se poi lo taglio e lo metto sulla mia scrivania? Doveva forse soddisfare solo uno scopo puramente decorativo? Se l'avessi amato veramente l'avrei ammirato e amato là dove si trovava e sarei inorridito se un altro mi avesse consigliato di reciderlo e di metterlo in un vaso.
Quest'esempio "zoppica" come ogni esempio a cui si cerca di conferire un valore assoluto. E tuttavia possiamo ricavarne qualcosa. Il vero amore per un essere umano non brama possesso del suo spirito e di tutta la sua personalità. L'amore non strappa una persona dalle sue radici, la lascia libera. L'amore lascia al partner la sua indipendenza.
Anche l'aspirazione all'appagamento sessuale dovrebbe derivare da un amore reciproco e primo di costrizioni. L'amore si trasforma in un problema quando il desiderio sessuale si risveglia e non si vuole aspettare, ma consumare tutto il più velocemente possibile: il sesso, lo spirito, la personalità. Questa è la malattia che conduce alla distruzione dell'amore e non alla sua crescita.
L'amore è un contemplare e un riconoscere privi di cupidigia, esso appaga sé stesso, si sviluppa senza avidità e il suo soddisfacimento avviene anche senza desideri sessuali. Ad un materialista frustrato e avido, che sino a questo momento ha vissuto il suo rapporto col mondo solo in altro modo, risulterà purtroppo estremamente difficile cogliere questo pensiero in tutta la sua importanza.
Peter Lauster: "L'Amore è il senso della vita"
Tutte le vite erano uguali, diceva la madre, tranne che per i bambini. Dei bambini, non si sapeva niente. È vero, diceva il padre, dei bambini non si sa niente.
Marguerite Duras, "La pioggia d'estate"
A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c'è una ragione. Perché proprio in quell'istante? Non si sa. Fran. Cos'è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C'ha un anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall'inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto fra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d'accordo, allora buona notte, 'notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto: fran. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se non ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all'Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: "A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave".
Ci rimasi secco.
Fran.
A un quadro mica puoi chiedere niente. Ma a Novecento sì. Lo lasciai in pace per un po' poi cominciai a sfinirlo, volevo capire perché, una ragione doveva pur esserci, uno non sta trentadue anni su una nave e poi un giorno d'improvviso se ne scende, come se niente fosse, senza nemmeno dire il perché al suo migliore amico, senza dirgli niente.
"Devo vedere una cosa, laggiù," mi disse.
"Quale cosa?" Non voleva dirla, e si può anche capirlo perché quando alla fine la disse, quel che disse fu:
"Il mare"
"Il mare?"
"Il mare"
Pensa te. A tutto potevi pensare, ma non a quello. Non volevo crederci, sapeva di presa per il culo bell'e buona. Non volevo crederci. Era una cazzata del secolo.
"Sono trantadue anni che lo vedi, il mare, Novecento."
"Da qui. Io lo voglio vedere da là. Non è la stessa cosa."
Alessandro Baricco: "Novecento"
Lo era davvero, il più grande. Noi suonavamo musica, lui era qualcosa di diverso. Lui suonava... Non esisteva quella roba, prima che la suonasse lui, okay?, non c'era da nessuna parte. E quando lui si alzava dal piano, non c'era più... e non c'era più per sempre... Danny BoodmannT.D. Lemon Novecento. L'ultima volta che l'ho visto era seduto su una pomba. Sul serio. Stava seduto su una carica di dinamite grande così. Una lunga storia... Lui diceva: "Non sei fregato veramente finché ha da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla". Lui l'aveva una... buona storia. Lui era la sua buona storia. Pazzesca, a ben pensarci, ma bella... E quel giorno, seduto su tutta quella dinamite, me l'ha regalata. Perché ero il suo più grande amico, io... E poi ne ho fatte di fesserie, e se mi mettono a testa in giù non esce più niente dalle mie tasche, anche la tromba mi son venduto, tutto, ma... quella storia, no... quella non l'ho persa, sta ancora qui, limpida e inspiegabile come solo era la musica quando, in mezzo all'Oceano, la suonava il pianoforte magico di Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento.
Alessandro Baricco: "Novecento"
...Il centro del rapporto sessuale è quell'elettricità che scorre tra i corpi, quel contatto intimo immateriale che gli inglesi chiamano feeling (sentire). La maggioranza della gente che le medie statistiche classificano come "sessualmente soddisfatti" sono in realtà così incasinati che non riescono a raggiungere quella tranquillità e quella disponibilità indispensabili per sentire il contatto con un altro essere umano. E questo ci lascia completamente insoddisfatti. Sennò perché milioni di uomini andrebbero con le prostitute?...
Jacopo Fo: "Diventare Dio in Dieci Mosse"
La situazione non è certo rosea per i cacciatori di piacere, e certamente la nostra è la più grande impresa che oggi come oggi un individuo possa intraprendere. L'eroismo oggi è spassarsela, riuscire a costruirsi con le proprie possibilità un'esistenza piacevole. Il piacere è di per sé reciproco, conviviale, generoso ed esultante. Dopo il crollo dell'Armata Rossa è l'unico grande strumento per modificare la realtà che la gente di buona volontà ha in mano. Il piacere è la grande leva che muove il mondo. Non potete convincere nessuno a fare quello che non vuole, ma provate a spassarvela veramente e vedrete che tutti vorranno imitarvi.
In questo senso la ricerca del piacere diventa essenziale non solo perché il piacere è la cosa migliore che c'è, ma anche in quanto è l'unico mezzo per migliorare le cose. Divertitevi!
Jacopo Fo: "Diventare Dio in Dieci Mosse"
"Cos'è la vita?" Questa è una domanda difficile. Proviamo con un' altro interrogativo. "Cosa rende la vita così ardua da vivere?"
Questa domanda è più facile. Non nel senso che sia facile rendere semplice e gradevole il vivere. Cosa diffìcilissima. è facile capire perché la vita sia così incasinata.
Cioè non è poi così semplice capirlo. Ma insomma si è detto e scritto talmente tanto che se uno ci si dedica un po', prima o poi riesce a cogliere qualche cosa almeno in termini generali
Le righe che seguono sono un sunto rapido, a uso di lettori indaffarati di tutto quello che ho visto, fatto, letto e sentito dire negli ultimi 36 anni. Ed è ovviamente uno scritto che da per scontate alcune cose perché i miei lettori sono estremamente pochi, assolutamente ben informati e piuttosto frettolosi.
Innanzi tutto stabiliamo le linee generali del discorso "Perché l'essere umano soffre?" Io non credo a un Dio cattivo.
Sappiamo che anche i ricchi possono fare una vita di merda (anche se la loro è sempre tiepida e deodorata).
E importante anche essere positivisti, cioè credere (perché di fede si tratta) che il mondo stia crescendo, che le cose migliorino e che il futuro sarà fantastico.
Bisogna convincersi che la causa del dissesto umano risiede in qualche accidente della storia.
Si tratta cioè di vedere un inizio preciso e quindi una fine possibile alle sofferenze umane.
Bhe, non esageriamo: un minimo di sofferenze ci toccano comunque. Nasciamo, moriamo e ogni tanto ci viene il mal di denti.
I nostri antenati scimmioni conoscevano questo tipo di dolore. Loro pativano però meno di noi perché non pensavano,quindi non rimuginavano, non si facevano torturare dai ricordi, non erano gelosi e non riflettevano mai sulla vaquità dell'esperienza terrena.
Poi arrivarono la capacità di pensare e di usare le mani, si inventarono le tecnologie e i costumi sociali, modificarono il comportamento. L'istinto non fu più il padrone assoluto delle azioni umane. E qui risiede il primo nodo del disastro umano.
Gli istinti non trovano più corrispondenza nella realtà. Questi meccanismi biologici potentissimi vengono invalidati dalla realtà, repressi, deviati, sostituiti.
L'essere istintivo viene compresso e disarticolato attraverso il processo di educazione, che lo rende capace di vivere nella società ma incapace di sentire i propri desideri. Su questo punto non mi dilungherò perché altrimenti la mia mamma dice che non le voglio bene e che dò tutta la colpa a lei.
Mi basterà osservare che questa contraddizione tra istinti primari e obblighi sociali è un elemento di shock enorme per le nostre menti.
Questo shock genera sofferenza ed enorme confusione.
E questa confusione è il secondo punto che ci interessa in questa trattazione perché è l'ostacolo che impedisce all'umanità di capire come vanno le cose e soffrire un po' meno. Salterò quindi di un solo balzo i problemi sessuali, le turbe psichiche, il maschilismo, l'incomunicabilità, le ossessioni per l'ordine, le fobie e l'isterismo di massa, perché certamente i miei gentili lettori già conoscono tutto su questi argomenti e hanno a noia chi ancora ne parla. Dirò solo che tutti questi elementi sono fattori sinergici di confusione.
Vorrei invece attirare la vostra attenzione su alcuni temi sui quali, haimè, ben poco è stato scritto e detto, anche negli ambienti più esclusivi come i simposi scientifici, le redazioni dei giornali e i club letterari.
Ad esempio si parla pochissimo del piacere. Cos'è il piacere? Nessuno se ne occupa seriamente.
Si fanno questionari e inchieste per stabilire quale sia la percentuale di donne frigide ma non ci si occupa di quanto e quale piacere provi chi trova gradevole avere rapporti sessuali. Così facendo non si indaga su ciò che è veramente bello.
Se lo si facesse ci si accorgerebbe che la maggioranza della popolazione, che le statistiche danno per "soddisfatta sessualmente", non è per niente soddisfatta. Il sesso non è soddisfacente per le donne e non lo è neppure per gli uomini.
Non voglio dire che potrebbe andare meglio. Voglio dire che va malissimo.
Il sesso è un'esperienza complessa. C'è emotività, istinto e raziocinio.
Il centro del rapporto sessuale è quell'elettricità che scorre tra i corpi, quel contatto intimo immateriale che gli inglesi chiamano feeling (sentire). La maggioranza della gente che le medie statistiche classificano come "sessualmente soddisfatti" sono in realtà così incasinati che non riescono a raggiungere quella tranquillità e quella disponibilità indispensabili per sentire il contatto con un altro essere umano.
Partecipano al rapporto senza esserci completamente, come attori che recitino male una parte.
E questo ci lascia completamente insoddisfatti. Sennò perché milioni di uomini andrebbero con le prostitute?
Come potrebbero accettare un rapportò così freddo e meccanico se conoscessero veramente la soddisfazione sessuale.
In realtà il rapporto con le prostitute come gran parte dell'attività sessuale umana è soltanto una rappresentazione del sesso, in cui il piacere che si prova è dato da altro che non è il contatto fisico ed emotivo.
Il piacere vero e proprio è sostituito da tutta una serie di giochi mentali, soddisfazioni di fantasie, conferme, prove. Il sesso diventa un terreno di competizione o di compensazione della solitudine o un semplice passatempo o una sorta di attività sportiva, o un luogo di trasgressione.
Ma in tutto questo il piacere sessuale più profondo, il 'sentirsi', viene perduto nell'assenza di una coscienza di sé e degli altri. La gente vive in apnea, in catalessi, sospinta da automatismi, impegnata a non accorgersi, non guardare, non sentire, non ricordarsi, non ascoltare.
La gente non sa come fare i conti tra istinto e consuetudini ed è schiacciata dal frastuono dello scontro di queste enormi forze ulteriori.
Per sfuggire al dilaniamento scivola nella non vita, nel non essere.
Potremmo dire che l'umanità ha compiuto un'evoluzione dallo stato animale a quello di macchina. L'essere emotivo pensante è ancora al di là da venire.
Facciamo un altro esempio. è assodato che esiste una frigidità femminile. è invece misconosciuto il fatto che quasi la totalità degli uomini sperimenta, oltre a una insoddisfazione generale e vari tipi di disfunzionamento sessuale (eiaculazione precoce, impotenza, incapacità eiaculatoria) anche una forma di vera e propria frigidità maschile.
Cioè il rapporto funziona normalmente con tanto di erezione e eiaculazione ma è assente la sensazione di piacere fisico che si accompagna all'orgasmo.
Ho verificato questo fatto personalmente con alcune piccole inchieste e non capisco proprio come una simile cosa possa essere assente dalla letteratura sessuale. La comprensione di queste realtà di insoddisfazione metterebbe sotto una luce diversa e permetterebbe di capire molti comportamenti maschili altrimenti relegabili soltanto nella follia o nell'anormalità.
Un'altra realtà incredibile della condizione sessuale umana, che nè il femminismo né la più smodata pornografia nè anni di educazione sessuale hanno saputo cancellare, è la disinformazione sessuale.
In realtà la gente sa poco o niente del sesso. L'accoppiamento, nella maggioranza dei casi, è di una banalità e ripetitività sconcertanti. Basta che vi guardiate un centinaio di film erotici o pomo per capire cosa sia il sesso per i registi, che sono considerati i più porconi del pianeta. Figuratevi a che livello stanno gli altri. Non credo che la percentuale degli uomini che sanno dov'è la clitoride sia alta, e certamente posso dire che è bassissima la percentuale delle donne che sanno che l'organo maschile non è tutto uguale e che c'è una zona sotto il glande che è considerabile, in quanto a sensibilità, al pari della clitoride.
Ma la gente se ne frega.
Per finire vorrei ricordare il fatto che la stragrande maggioranza delle donne non ha nessuna coscienza dell'uso della muscolatura vaginale. Fatto, questo, che da solo da la misura dei guasti di un'educazione sessuofobica.
Le donne durante l'amplesso generalmente non muovono i muscoli vaginali così che il sesso risulta molto meno piacevole per esse e per i maschi.
Un vero disastro del quale non si parla mai. Anzi le donne che conservano la loro motilità vaginale sono considerate dei fenomeni.
Un'altra grande dannazione dell'umanità è l'estetica. Tanto meno la gente si occupa della qualità dei rapporti sessuali e umani tanto più si preoccupa del look. Visto che a letto le cose non vanno benissimo si cerca di trarre soddisfazione dal contorno. L'altro o l'altra diventano oggetti da contemplare, da esporre, da possedere. Status symbol. Il rapporto sessuale come rito non finalizzato al piacere fisico e emotivo ma alla conferma (rituale) di un contratto di proprietà che da il diritto a godere, socialmente, la soddisfazione di esibirsi reciprocamente.
Così chi non riesce a sentire il feeling, si dedica a quel che riesce a vedere. Una bella donna, un' uomo affascinante, una persona importante. I meno abbienti si accontentano di qualcuno pieno di soldi.
Potremmo valutare in questa chiave molti dei comportamenti umani. La rottura della dipendenza assoluta tra azioni e istinto e l'incapacità di provare un piacere completo generano i comportamenti più svariati non solo nella sfera sessuale ma in tutti gli ambiti.
La dedizione totale al lavoro o alla squadra di calcio, l'aggressività, la violenza, la malattia mentale o fisica...
Jacopo Fo: "Diventare Dio in Dieci Mosse"
La partita era ormai giunta a una fase critica. Questa volta non potevo pensare che Tabori volesse favorirmi: sta di fatto però che mi trovavo in netto vantaggio e sentivo che c'era nell'aria la mossa risolutiva. Tutte le mie energie erano concentrate nello sforzo di individuare un seguito vincente, ma questo continuava a sottrarmisi, come una persona che sbuchi di tanto in tanto dalla nebbia, facendosi riconoscere in ogni suo tratto, per poi subito dopo dileguarsi nuovamente. Dall'espressione del suo volto capii che Tabori mi stava mettendo tacitament in guardia: avevo la situazione in pugno e non dovevo lasciarmela sfuggire. Il tempo che meditai sulla mossa da fare si staccò dolcemente dal tempo reale, non ebbe più nulla a che vedere con il computo dei minuti, con lo scandire delle ore, con il ticchettio degli orologi e il logorio dei meccanismi, poiché era puro presente: una navicella proiettata alla velocità della luce... e quanto poco contava allora se il resto, la terra stessa, il pianeta che avevo lasciato, continuava chissà dove a consumare velocemente i suoi secoli. Ogni scelta implica, di per sé, l'abbandono di tutte le alternative. Se non fossimo costretti a scegliere, saremmo immortali. E a questa regola dovetti infine sottostare anch'io. Quella successione di attimi intercorsi dal momento della mia decisione all'esecuzione materiale della mossa sulla scacchiera posso vederli ancora, fotogrammi in trasparenza, precipitarsi verso una conclusione preannunciata, come certi sogni che, ribaltando causa ed effetto, si concludono con un fatto reale che determina il nostro risveglio. Ecco dunque materializzarsi la mia mano e, sotto l'impulso di una costellazione di neuroni posta presumibilmente in un punto dell'emisfero destro del mio cervello, eccola spostarsi verso un certo pezzo - ricordo come fosse ora quella testa di cavallo reclinata all'indietro, quasi nell'atto di imbizzarrirsi -, per toglierlo dalla casella in cui stava e collocarlo in una attigua... Tutta la mia vita, gli accadimenti piccoli e grandi, le gioie e le afflizioni susseguitesi in essa, tutto galleggia come sopra una sorta di stagnante e nebulosa superficie, dove non sempre le cose stanno nel punto in cui si rivolge loro lo sguardo, dove nulla è chiaro o conseguente, o logico, o semplicemente collegato ad altre cose, dove nulla ha confini precisamente delineati o forme completamente percettibili - nulla, eccetto quella posizione di scacchi che arde ancora nella mia memoria di luce propria, e mi appare come immagino sia apparso e rimasto impresso a Mosé il roveto in fiamme. Avevo sollevato il cavallo, dunque, e fino a quando lo tenni sospeso a mezz'aria non accadde niente, ché la mia scelta non era ancora fatta e quella figura avrei potuto collocarla anche altrove (avevo infatti almeno altre due possibilit`); ma quando infine la depositai in quella casa fatale, ne restai folgorato. Intendo dire: letteralmente folgorato! Dalla testa argentea di quel cavallo, infatti, attraverso il braccio e fino a tutto il resto del corpo, si trasmise quella che mi sembrò una terribile scossa elettrica, che mi fece balzare in piedi con un urlo, rovesciando la sedia sul pavimento. Come dice Charlie Chaplin qualunque cosa succeda non puoi fare a meno di viverla. Più mi spingo avanti nell'osservazione dei rapporti tra mente e corpo e tra entrambi e il mondo e più mi rendo conto che il centro della questione è la paura di vivere appieno
L'idea di dover soffrire e morire, insieme a tutti i condizionamenti culturali ed emotivi, ci impedisce di lasciarci andare alla vita.
Nessun esercizio di yoga, nessuna meditazione tibetana nessuna tecnica sciamanica ha la minima utilità se non è posseduta dalla ricerca del desiderio di vivere.
Desiderare di vivere non è semplice.
è forse l'unica cosa che non si può spiegare. Se la vita non vi da gusto sono cavoli acidi. Ma forse è solo un attimo di delusione. In fondo ci sono un sacco di cose per cui vale la pena di passare una notte col mal di denti. E poi anche il mal di denti, in fondo, ha i suoi limiti. O si muore o passa
Dentro ognuno esiste un'enorme spinta positiva che ci tiene allacciati alla vita al di là di ogni più ottimistica previsione
Io credo che a questo dovete pensare quando fate i vostri esercizi di rilassamento o quando lottate nella notte contro i dolori di pancia.
Qualunque pratica vi darà scarsi frutti se non riuscite a sentire l'energia che scorre dentro di voi.
Troppo spesso chi segue la via della ricerca interiore prende un'attitudine negativa verso se stesso. Una specie di masochismo.
Dobbiamo invece coltivare la positività. Il sangue ci scorre dentro, l'aria ci riempie i polmoni, l'energia pervade ogni angolo del nostro corpo. Questo bisogna osservare.
Se vi rilassate e vi ponete in ascolto sentirete questo turbinare della vita e là dove provate del malessere sentirete che l'energia scorre male.
Quando fate meditazione, ginnastica, sesso o qualunque altra cosa, la prima preoccupazione deve essere quella di lasciare andare la forza che è dentro di voi.
Sicuramente il vostro yoga migliorerà follemente se gli darete questa direzione.
è importante capire che è proprio lì, nel fluire delle energie, che stà il centro di tutti i problemi umani.
Paolo Maurensig: "La variante di Lüneburg"
La vita è una cosa pazzesca.
Come dice Charlie Chaplin qualunque cosa succeda non puoi fare a meno di viverla. Più mi spingo avanti nell'osservazione dei rapporti tra mente e corpo e tra entrambi e il mondo e più mi rendo conto che il centro della questione è la paura di vivere appieno
L'idea di dover soffrire e morire, insieme a tutti i condizionamenti culturali ed emotivi, ci impedisce di lasciarci andare alla vita.
Nessun esercizio di yoga, nessuna meditazione tibetana nessuna tecnica sciamanica ha la minima utilità se non è posseduta dalla ricerca del desiderio di vivere.
Desiderare di vivere non è semplice.
è forse l'unica cosa che non si può spiegare. Se la vita non vi da gusto sono cavoli acidi. Ma forse è solo un attimo di delusione. In fondo ci sono un sacco di cose per cui vale la pena di passare una notte col mal di denti. E poi anche il mal di denti, in fondo, ha i suoi limiti. O si muore o passa
Dentro ognuno esiste un'enorme spinta positiva che ci tiene allacciati alla vita al di là di ogni più ottimistica previsione
Io credo che a questo dovete pensare quando fate i vostri esercizi di rilassamento o quando lottate nella notte contro i dolori di pancia.
Qualunque pratica vi darà scarsi frutti se non riuscite a sentire l'energia che scorre dentro di voi.
Troppo spesso chi segue la via della ricerca interiore prende un'attitudine negativa verso se stesso. Una specie di masochismo.
Dobbiamo invece coltivare la positività. Il sangue ci scorre dentro, l'aria ci riempie i polmoni, l'energia pervade ogni angolo del nostro corpo. Questo bisogna osservare.
Se vi rilassate e vi ponete in ascolto sentirete questo turbinare della vita e là dove provate del malessere sentirete che l'energia scorre male.
Quando fate meditazione, ginnastica, sesso o qualunque altra cosa, la prima preoccupazione deve essere quella di lasciare andare la forza che è dentro di voi.
Sicuramente il vostro yoga migliorerà follemente se gli darete questa direzione.
è importante capire che è proprio lì, nel fluire delle energie, che stà il centro di tutti i problemi umani.
Jacopo Fo: "Diventare Dio in Dieci Mosse"
Ha iniziato a praticare lo yoga ancora minorenne e ha passato dieci anni a tentare di attraversare la porta di casa senza aprirla. A 27 anni, ormai stremato e sull'orlo di una crisi di nervi, decide di usare la maniglia per aprire l'uscio. Esattamente in quell'istante raggiunge l'illuminazione cosmica totale. Elvis Presley gli appare vestito da donna e, munito di seni prorompenti, gli rivela il grande segreto del bughi-bughi. Da quel giorno egli è in grado di aprire porte, finestre, barattoli e valige con mostruosa abilità.
Jacopo Fo: "Diventare Dio in Dieci Mosse"
La vita vissuta in funzione di domani sarà sempre realizzata con un giorno di ritardo
Leo Buscaglia: "Nati per Amare"
In nessun ambito della nostra vita il desiderio di un certo destino è più forte che nella sfera romantica. Costretti anche troppo spesso a dividere il letto con chi non riesce a penetrare la nostra anima, non meritiamo indulgenza se ci illudiamo (in barba a tutti i dettami della nostra epoca illuminata) che sarà il destino a farci incontrare un giorno l'uomo o la donna dei nostri sogni? Non ci si può perdonare una fiducia, forse superstiziosa, in una creatura che verrà a porre fine ai nostri implacabili struggimenti? E benché sia possibile che le nostre preghiere non trovino mai risposta, e che sia senza fine il malinconico ciclo della reciproca incomprensione, se invece il cielo dovesse avere pietà di noi, come potremmo attribuire l'incontro con il nostro principe, o principessa, a una semplice coincidenza? Non ci è permesso per una volta eludere la censura razionale e attribuire l'evento a nient'altro che a un inevitabile ruolo del nostro destino romantico?
Alain De Botton: "Esercizi d'Amore"
Bisogna avere in sé il caos, per partorire una stella danzante.
Frederick Nietzche: "Così parlò Zarathustra"
Avviene per l'uomo ciò che avviene per l'albero. Quanto più egli tende verso l'alto e il chiarore, tanto più forti le sue radici si protendono verso terra, in basso, nelle tenebre, in profondità, nel male.
Frederick Nietzche: "Così parlò Zarathustra"
Il mondo spezza tutti quanti ma quelli che non spezza li uccide. Uccide imparzialmente i molto buoni, i molto gentili e i molto coraggiosi. Se non siete tra questi è probabile che ucciderà anche voi, ma non avrà una particolare premura.
Ernest Hemingway: "Addio alle Armi"
Se avessi saputo che un giorno avrei avuto una storia, l'avrei scelta, l'avrei vissuta con maggior cura per farne qualcosa di bello e di vero che mi piacesse. Adesso è troppo tardi. La mia storia è già cominciata e mi porta là dove vuole lei, non so dove e ne sono estranea. Benché cerchi di respingerla, lei mi segue, tutto vi si colloca, tutto vi si decompone, diventa memoria ed esclude ogni invenzione.
Potrei essere mille volte diversa da quella che sono ed essere io sola, al tempo stesso, quelle mille differenze. Tuttavia, sono solo quella che si guarda in questo momento, nient'altro. E forse dispongo ancora di una trentina di anni per vivere, trenta autunni, trenta estati per arrivare alla fine della mia vita. Sono intrappolata per sempre in questa storia, in questo volto, in questo corpo, in questa testa.
Marguerite Duras: "La Vita Tranquilla"
"Ma eccoci alla questione che mi intriga: se Dio non esiste, allora viene da domandarsi: chi mai governa l'esistenza dell'umanità, e in genere l'intero ordine terrestre?".
"E' l'uomo stesso che lo governa" Berlioz s'affrettò con fare risentito a dare una risposta a questa questione che in effetti non era molto chiara.
"Capisco tuttavia," replicò dolcemente lo sconosciuto "per governare qualcosa bisogna quanto meno essere in possesso d'un piano preciso per un periodo di tempo almeno dignitoso. Mi permetta di domandarle come può allora l'uomo governare una qualsiasi cosa quando non soltanto è privo della possibilità di fare un piano qualsiasi anche per un periodo di tempo ridicolmente breve, diciamo un migliaio di anni, ma non è nemmeno in grado di rispondere del proprio domani? E in effetti," a questo punto lo sconosciuto si rivolse verso Berlioz "immagini un po' d'essere lei, per esempio, a governare e disporre degli altri e di se stesso, a prenderci, insomma, quel che si dice gusto, e all'improvviso… eh, eh… di ritrovarsi un sarcoma a un polmone…" A quel punto lo straniero ridacchiò sdolcinato, come se il pensiero del sarcoma al polmone gli avesse procurato un grande piacere, "sì, un sarcoma…" ripeté quella parola sonante socchiudendo gli occhi come un gratto "ed ecco che tutto il suo governo è bell'e che finito! Nessun destino che non sia il suo personale le interessa piú. I parenti cominciano a mentirle. Lei, subodorando che c'è qualcosa che non va, si precipita dai medici eminenti, poi dai ciarlatani, e a volte, persino dalle chiromanti. Tutte e tre le cose sono altrettanto prive di senso, lo capisce da solo. E tutto ciò porta a una fine tragica: colui che fino a poco tempo prima supponeva di governare qualcosa, all'improvviso si ritrova disteso immobile in una cassa di legno, e chi gli sta attorno, comprendendo che da colui che è lì disteso non può piú venire alcun vantaggio, lo brucia in un forno. Ma capita anche di peggio: basta che uno decida di recarsi a Kislovodsk," e a quel punto lo straniero strizzò l'occhio a Berlioz "una faccenduola da nulla, si direbbe, ma non può metterla in pratica perché, non si sa bene per qual motivo, all'improvviso scivola e va a finire sotto un tram. Pensa davvero che sia stato lui stesso a dirigere le cose in quel modo? Non sarebbe piú corretto pensare che sia stato qualcun altro a farlo?" E qui lo sconosciuto rise d'un riso strano.
Michail Bulgakov: "Il Maestro e Margherita"
Tutti, per vivere, devono avere una fede. Tutti, per vivere, devono avere una missione. Non importa se umile o elevata, se eroica o quotidiana. Avere una fede e una missione vuol dire essere inseriti nel fiume della vita, sentirsi parte di essa, con un senso, una meta. Vuol dire sentire di avere un compito utile nel mondo. Seguire la propria missione è come percorrere una strada che è già stata tracciata. perderla è come smarrirsi fra i campi, fra i dirupi, senza orientamento.
Eppure, periodicamente, ce ne allontaniamo. Abbiamo periodi di smarrimento, di confusione. Ci domandiamo che cosa stiamo a fare al mondo e siamo tentati di abbandonarci alla disperazione. Ma dobbiamo resistere per ritrovare la nostra strada, per riconoscerla. Dobbiamo aver la forza di aspettare che, dal buio, ci appaia una luce, una speranza. E questa, presto o tardi, arriva. Può essere un incontro inatteso, una nuova opportunità, qualcuno che ci chiede aiuto. A volte è solo un cambiamento di umore, altre volte è un sogno. Di nuovo intravvediamo un significato, una direzione. E' come se si accendesse una esile fiammella, che il vento può spegnere subito. Sta a noi proteggerla. per farlo occorre la volontà, l'esercizio quotidiano della volontà. Solo con la volontà teniamo fissa la meta e resistiamo ai dubbi, alle debolezze, alle delusioni. Tutti coloro che hanno realizzato qualcosa di grande sono stati fedeli a questo loro compito con fermezza, resistendo alle difficoltà, all'insuccesso, all'incomprensione.
Dante ha passato in esilio tutta la sua vita. Shakespeare ha lasciato la casa, la famiglia, i figli. Mozart ha scritto musica come un forsennato come se sapesse di morire giovane. Beethoven ha continuato a comporre anche quando è stato colpito dalla sordità. Nietzsche ha lottato contro la pazzia. Freud ha resistito alle critiche, alle derisioni, alla malattia.
Ma ciò che vale per i grandi personaggi della storia dell'umanità vale per ogni essere umano. Tanta gente che conosco, nel suo campo, fa lo stesso. E' fedele al suo compito, alla sua vocazione giorno dopo giorno. Conosco un filosofo che, per tutta la vita, ha esplorato l'abisso del tempo. Un sociologo che ha studiano l'agiro di consumo. Un penalista che si batte per i suoi clienti come se fossero suoi fratelli, un medico che non abbandona mai, nemmeno per un istante, i suoi pazienti. Conosco uno scultore che vive poveramente per creare stupendi sogni nel marmo. Un pittore che inventa mondi di colore sulla tela. Ee più mi guardo attorno, più mi accorgo che anche le persone che sembrano più superficiali e disattente, spesso, in realtà, si dedicano a un compito per cui meriterebbero attenzione ed elogi.
C'è sempre, in ogni essere umano, qualcosa di nobile, di eroico e di ammirevole. E sono così pochi coloro che ottengono un adeguato riconoscimento! Quasi tutti ottengono infinitamente meno di ciò che si meriterebbero.
E, nel profondo, noi tutti siamo consapevoli di questo destino amaro, di questa ingiustizia abissale, connaturata all'esistenza. Una ingiustizia metafisica, che nessuna risoluzione e nessuna riforma può eliminare. Ma che può essere riscattata solo dal modo con cui ciascuno di noi si mette in rapporto con l'altro. Rispettando la sua dignità, apprezzando il suo lavoro, rendendo giustizia a ciò che in lui è elevato, e che vale.
Francesco Alberoni: Tratto da un articolo su un quotidiano gratuito.
Ma perché indugio qui?... Si direbbe che indugiamo come chi ha modo di godersi un periodo di tranquillità... O non aspetto solo d'esser un po' vecchio?
Senofonte: "Anabasi"
Questi giovani conigli... devono migrare se voglion sopravvivere. Allo stato selvatico, liberi... vagano a volte per parecchie miglia... finché trovano un ambiente adatto.
R.M. Lockley: "La Vita Privata del Coniglio"
Il centurione... ordinò che coloro i quali sapevano nuotare si gettassero in acqua per primi, per raggiungere la riva. E che gli altri si aggrappassero ai relitti galleggianti della nave. E così avvenne che tutti raggiunsero la terra sani e salvi.
Gli Atti degli Apostoli cap 27.
Timoroso rispose... che erano giunti a un arduo passo. Ma, diss'egli, piú oltre procediamo, e piú perigli incontreremo noi. Perciò è meglio invertire il cammino, e ritornare indietro.
John Bunyan: Il Viaggio del Pellegrino
Allora Sir Beaumains... cavalcò per pianuree per vallate e per grandi paludi, piú volte affondando in profondi acquitrini e nel fango, ché la strada gli era ignota e doveva avanzare per selve intricate... Ma alla fine sbucò per avventura in un bel verziere.
Malory: "La Morte D'Arturo"
Nulla v'ha che indica l'uomo a molto sospettare, quanto il poco conoscere
Francesco Bacone: "Del Sospetto"
Ciononostante, anche in una conigliera affollata, vengon tollerati, come ospiti, dei giocani conigli alla ricerca di comodi covili asciutti... e se abbastanza potenti, costoro possono ottener di restare in pianta stabile.
R.M. Lockley: "La Vita Privata del Coniglio"
Le corti e gli accampamenti sono gli unici luoghi ove apprendere le cose del mondo... Assumi il tono della compagnia di cui fai parte.
Conte di Chesterfield: "Lettere al Figlio"
Disse: "Danza per me", poi disse: "Sei troppo bella perché ti sferzi il vento, perché il sole ti bruci". E disse: "Sono un povero straccione, ma cortese con la mesta danzatrice e con i morti che ballano."
Sidney Keyes: "Quattro Pose di Morte"
Uno sciocco ogni tanto l'imbrocca per caso
William Cowper: "Conversazione"
Il suo viso era quello di uno che ha compiuto un lunghissimo viaggio.
La Saga di Gilgamesh
Amate gli animali, Dio ha donato loro i rudimenti del pensiero e della gioia serena. Non turbatela, non molestateli, non privateli della loro felicità, non andate contro la volontà di Dio.
Fedor Dostoevskij: "I Fratelli Karamazov"
Una bugia, cos'è? Non altro, in fondo che verità in maschera.
Lord Byron: "Don Giovanni"
Se il tuo cuore è ben saldo, ti condurrò a Cartagine.
Gustave Flaubert: "Salammbò"
Doveva far di testa sua, poiché lui era il re. A nessuno competeva di dirgli: "E' il momento di fare l'offerta"
Mari Renault: "Il Re deve Morire"
Nel suo viaggio spaventoso, lo sciamano - dopo aver vagato per oscure foreste e varcato alte catene di montagne - giunge presso una grande voragine. Ora comincia la parte piú difficile dell'impresa. Dinanzi a lui si spalanca l'abisso del mondo infernale.
Uno Harva, citato da Joseph Campbell in "L'Eroe dalle Mille Facce"
Veleggiò verso levante, veleggiò verso ponente finché arrivo in Turchia, terra leggiadra. E fu qui che fu preso e messo in carcere; parlare non potea, né veder niente.
Lord Bateman (Serie raccolta in Nuova Scozia da Mackenzie)
No aveva mai visto un fiume, in vita sua: quell'agile animale sinuoso e corpulento... Era tutto un tremolio, tutto un barbaglio: riflessi e scintillii, fruscii e mulinelli, gorgoli, mormorii.
Kenneth Grahame: "Il Vento fra i Salici"
Simile a un obelisco verso il quale convergono le arterie principali di una città, la forte volontà di uno spirito orgoglioso s'eleva, imponente e imperiosa, al centro dell'arte della guerra.
Clausewitz: "Della Guerra"
"Sei sicuro di poter dimostrare che un tal atto è ingiusto e, quindi, detestato dagli dei?"
"Sì, o Socrate. Perlomeno, se essi mi vorranno ascoltare."
Platone: "Eutifrone"
Non aver misericordia di coloro che fanno il male per malvagità. Essi ringhiano tra' denti come un cane, e s'aggirano per la città. Ma tu, o Signore, ti riderai di loro. Le tue beffe metteran scorno a tutti i malfattori.
Salmo 59
La forzata passività della loro difesa, l'attesa continua, divennero insopportabili. Giorno e notte essi udivano, attutiti, i colpi di piccone sopra le loro teste, e vivenao nell'incubo che la grotta crollasse, che le cose piú orrende si verificassero.
Robert Fedden: "Castelli dei Crociati"
E il vecchio toro mi s'avventò contro, a testa bassa. Carica! Ma io mica mi sgomentai... Anzi gli andai incontro. Fu lui a sgomentarsi.
Flora Thompson: "Lark Rise"
Siam vecchi diavolacci di ventura non c'è bisogno di promesse e giuramenti per vincolare un'amicizia da un legame piú forte stretta fino alla morte.
Robert Graves: "Due Fucilieri"
Nel professarmi da parte mia convinto che l'inedita intromissione del Generale, lungi dall'arrecar danno alla loro felicità, diede fors'anco un contributo a essa, migliorando la loro conoscenza reciproca e rafforzando il loro attaccamento, lascerò che, chiunque lo desideri, giudichi a modo suo.
Jane Austen: "Northanger Abbey"
Egli faceva parte del mio sogno, d'accordo... Ma anch'io facevo in fondo parte del suo sogno.
Lewis Carroll: "Attraverso lo Specchio"
Al cuore chiesi: "Come va?"
E il cuore mi rispose: "A burro e alici", il mentitore.
Hilaire Belloc: "Epigrammi"
Viviamo Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte ch il destino ci ha stabilito, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l'un l'altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compier nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quest'ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora
Dal "Dialogo di Plotino e di Porfirio", G. Leopardi, Operette Morali
E' un brutto affare, disse quando ebbi finito; ma il sole tramonta ogni giorno, la gente muore ogni minuto e non dobbiamo spaventarci per la sorte comune. Se non riuscissimo a tenerci in piedi perché quel piede si ode egualmente battere alle porte di tutti, ogni oggetto di questo mondo ci sfuggirebbe di mano. No! restare a cavallo. Ferrato con ramponi se necessario, ferrato liscio se può bastare, ma restare a cavallo! Galoppare su tutti gli ostacoli e vincere la corsa!
Charles Dickens: "David Copperfield"
"Il mio posto, signorino Davy," rispose, "non è più qui; e se mai una barca è andata a fondo perché v'era buio sul mare, questa è andata a fondo. Ma no, signore, no; non intendo che debba essere abbandonata. Tutt'altro." Camminammo ancora un poco, come prima, finché egli si spiegò. "Il mio desiderio, signore, è che appaia giorno e notte, estate e inverno, come è sempre apparsa fin dalla prima volta che l'avete vista. Se mai lei dovesse tornare in qualche vagabondaggio, non voglio che questo vecchio luogo sembri respingerla, capite: voglio invece che la inviti ad avvicinarsi e a spiare all'interno, forse, come un fantasma, fuggendo dalla pioggia e dal vento, attraverso la vecchia finestra, il vecchio sedile presso il fuoco. Allora, forse, signorino Davy, vedendo solo la signora Gummidge, potrà farsi animo per scivolare dentro, tremante; e potrà andarsi a coricare nel suo vecchio letto e riposare il capo stanco qui dove una volta è stata tanto felice." Non riuscii a rispondergli sebbene lo tentassi. "Ogni notte," disse il signor Peggotty, "regolarmente come viene la notte, la candela verrà messa dietro il solito vetro affinché, se mai lei dovesse vederla, le sembri dire: 'Torna, bambina mia, torna!' Se mai sentirai battere alla porta, Ham (in particolare battere lievemente) dopo buio, alla porta di tua zia, non andare tu ad aprire. Lascia che sia lei... non tu... ad andare incontro alla mia bambina caduta."
Charles Dickens: "David Copperfield"
Vi sono alcune pietre miliari, osservò il signor Micawber guardandosi nostalgicamente alle spalle, lungo la strada che porta alla tomba, che, se non fosse per l'empietà del desiderio, non vorremmo mai avere superato.
Charles Dickens: "David Copperfield"
L'amavo... e amo il suo ricordo... troppo profondamente... per poterle far credere di essere un uomo felice. Potrei essere felice solo... dimenticandola... e credo che non potrei sopportare che le si dicesse che l'ho dimenticata. Ma se voi, signorino Davy, che siete così istruito, potreste pensare di dirle qualche cosa che la portasse a credere che non sono stato ferito troppo a fondo, pur amandola e rimpiangendola: qualche cosa da portarla a credere che non sono stanco della vita e tuttavia spero di rivederla senza macchia là dove i malvagi cessano di fare del male e gli stanchi hanno riposo... qualche cosa che possa sollevarle la mente tormentata, e tuttavia non farle pensare che io possa mai sposarmi o che sia possibile che un'altra donna possa essere per me quello che era lei... vi prego di dirgliela... insieme alle mie preghiere per lei... che era così cara.
Charles Dickens: "David Copperfield"
Al mattino presto vagabondai per le care vecchie strade silenziose e ancora una volta mi confusi nelle ombre dei portali venerabili e delle chiese. Le cornacchie veleggiavano attorno alle torri della cattedrale; e le torri stesse, sovrastando molte immutate miglia di quella ricca campagna e i suoi piacevoli rivi, tagliavano l'aria chiara del mattino come se non esistesse sulla terra qaulche cosa di simile al cambiamento. Tuttavia le campane, quando suonarono, mi parlarono mestamente del mutamento di ogni cosa; mi parlarono della loro ertà e della giovinezza della mia graziosa Dora; e dei tanti, non mai vecchi, che avevano vissuto e amato ed erano morti, mentre i loro echi avevano ronzato nella rugginosa armatura del Principe Nero appesa nell'interno della chiesa, e, festuche sull'oceano del tempo, si erano dispersi nell'aria come cerchi nell'acqua.
Charles Dickens: "David Copperfield"
Di nuovo il signor Micawber si compiacque di accumular parole, cosa che, sebbene comicamente sfoggiata nel suo caso, non era affatto, devo dirlo, tutta sua peculiare. L'ho notata, nel corso della mia vita, in parecchie persone. Mi sembra una regola generale. Nel linguaggio dei giuramenti legali, ad esempio, i testi sembrano estasiarsi quando riescono a mettere insieme un mucchio di belle parole per esprimere una sola idea, come che profondamente detestano, abominano, abiurano e così via; e gli antichi anatemi erano fondati sullo stesso principio. Noi parliamo di tirannia delle parole, ma ci piace tiranneggiarle a nostra volta; siamo felici di avere una vasta e superflua riserva di parole a portata di mano per le grandi occasioni: ci sembra che dia importanza e suoni bene. Come non siamo molto esigenti sul significato delle livree dei nostri domestici, nelel grandi occasioni, purché siano belle e numerose a sufficienza, così il significato o la necessità delle parole passano in secondo piano purché se ne possa fare un grande sfoggio. E come certuni si trovano in difficoltà per aver messo in mostra troppe livree, o come gli schiavi, quando sono troppo numerosi, finiscono col ribellarsi ai loro padroni, così penso di poter menzionare una nazione che si è trovata in gravi guai, e che si troverà in guai peggiori per voler mantenere un troppo vasto corteo di parole.
Charles Dickens: "David Copperfield"
"Per sempre e mai"
"Cosa?"
"E' così che mi sentivo nei tuoi confronti. Avevo veramente paura di perdere tutto in te. Sono un po' psicopatica"
"Tu hai mai pensato a che cosa c'è veramente tra noi?"
"Sì, diverse volte"
"E hai mai capito cos'è?"
"No. Credo che non ci riusciremo mai. E' qualcosa che va al di là dell'attrazione fisica o mentale"
"E' qualcosa che è autosufficiente. Se noi siamo insieme o divisi, se ci siamo o non ci siamo non fa differenza, questa cosa resiste, vive."
"Possiamo chiamarlo amore?"
"Non ne sono sicuro"
"Siamo destinati"
"Anche l'ultima volta mi avevi detto di crederci. Poi te ne sei andata"
"baciami"
"Ti amo"
"Questa volta sarà diverso. Te l'ho promesso."
"E io ti lascerò libera di volare. Purché guardando in alto io possa vederti e chiamarti."
Ritornare è così dolce. Quella mattina nessuno si svegliò e il mare aspettò. Aspettò. Arrivò anche la sera di quella giornata mangiata per metà dal sonno. Arrivò. Tutti tornarono a casa propria, non per dimenticare ma per assaporare il ricordo. Nessuno dimenticò. Linea. Linea. Linea. La linea contorta della vita.
Simone Battig "Fuck Vitalogy Today"
Voglio che il mio cuore batta sempre e voglio la vita addosso, il cielo sopra, la sabbia sotto e l'amore sempre tra le mani come un gelato al limone mangiato in riva al mare in un pomeriggio di maggio quando il più bello sta per cominciare come prima, così veloce e così immortale.
Isabella Santacroce "Fluo"
A volte penso sia stata la luna a partorirmi tra spasmi di cosce pallide sapientemente allargate tra le stelle proprio in alto. Così appesa sopra un concerto di David Bowie lei si apriva lasciandomi cadere.
Isabella Santacroce: "Luminal"
Aveva una sola valigia, posata per terra, e in mano un pacco che teneva stretto, che non mollava mai, quel giorno non lo mollò mai un attimo.
Non voleva andarsene da lì, voleva salire su quella nave [...] Jun ci voleva proprio salire. Diceva che voleva proprio salirci. Era per quel pacco, capisci?
Disse che doveva portarlo laggiù, non so nemmeno dove fosse, laggiù, non me l'ha mai detto. Ma è là che deve portarlo.
A qualcuno, credo. Non mi ha mai voluto dire a chi.
Lo so che è una storia strana ma è così.
[...] Miracolosamente, da anni, il suo destino trattiene il fiato.
Ma un giorno tornerà a respirare.
E lei se ne andrà.
Non è nemmeno così orribile come sembra.
Sai, ogni tanto penso... forse Jun è così bella perché ha addosso il suo destino, limpido e semplice. Dev'essere una cosa che ti rende speciale. Lei ce l'ha.
Di quel giorno, sul molo di Morivar, io non dimenticherò mai due cose: le sue labbra, e come stringeva quel pacco.
Adesso so che stringeva il suo destino.
Non lo mollerà solo perché mi ama.
Alessandro Baricco: "Castelli di Rabbia"
Gli erano entrate negli occhi, quelle due immagini, come l'istantanea percezione di una felicità assoluta e incondizionata. Se le sarebbe portate dietro per sempre. Perché è così che ti frega, la vita. Ti piglia quando hai ancora l'anima addormentata e ti semina dentro un'immagine, o un odore, o un suono che poi non te lo togli più. E quella lì era la felicità. Lo scopri dopo, quand'è troppo tardi. E già sei, per sempre, un esule: a migliaia di chilometri da quell'immagine, da quel suono, da quell'odore. Alla deriva.
Alessandro Baricco: "Castelli di Rabbia"
Ed è qualcosa da cui non puoi scappare. Il mare. Ma soprattutto: il mare chiama. Non smette mai, ti entra dentro, ce l'hai addosso, è te che vuole. Puoi anche far finta di niente, ma non serve. Continuerà a chiamarti. Senza spiegare nulla, senza dirti dove, ci sarà sempre un mare, che ti chiamerà.
Alessandro Baricco: "Oceano Mare"
Non esiste il bene o il male. Esiste solo il potere. E chi è troppo debole per controllarlo.
Joanne K. Rowling: "Harry Potter e la Pietra Filosofale"
"Immagina di assistere a una scena in cui un corvo si fionda dal cielo su un guerriero e gli stacca un occhio" disse sdraiandosi sull'erba. "Tu diresti che il volo dell'uccello è direttamente collegato con la ferita. Ma se tu avessi osservato il volo dello stesso corvo una mezza giornata prima dell'attacco, non vedresti alcun collegamento con la ferita del guerriero. Tuttavia lo schema del volo di un corvo a mezzogiorno è collegato allo schema del suo volo all'imbrunire, così come si passa dal giorno alla notte. Si può leggere lo schema e così capire che cosa ha in serbo il futuro."
Si sollevò a sedere e mi fissò intensamente.
"Tu etichetti con le parole ogni frammento del mondo e poi confondi la tua riserva di parole con la totalità della vita. Tu vedi la vita come se stessi osservando una stanza alla luce di una sola candela che viene spostata da un punto all'altro; e commetti l'errore di presumere che le piccole aree, che vedi una per volta e una dopo l'altra, siano separate e non possano essere viste come un'unità. Poiché vedi come separate le piccole aree della tua vita, devi inventare i modi per collegarle. Questo è l'inganno della visione della vita del senso comune, perché in realtà tutto è già da sempre collegato. La Terra di Mezzo è una stanza illuminata da migliaia di candele."
Rimasi in silenzio, impressionato dalla bellezza della concezione di Wulf, benché la giudicassi erronea. Al di là della suggestione delle parole, trovavo assurdo il suo argomentare. Alzai gli occhi verso il sole, che faceva capolino dietro nubi di colore grigio chiaro. Improvvisamente i miei occhi colsero il rosso acceso e l'azzurro intentso di un martin pescatore e lo vidi sfrecciare sopra l'acqua, finché scomparve dietro la curva del fiume. Nel suo volo non potevo scorgere alcuno schema né significato.
Brian Bates: "La Via del Wyrd"
L'uomo folle. Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: "Cerco Dio! Cerco Dio!". E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. " E' forse perduto?" disse uno. "Si è perduto come un bambino?" fece un altro. "Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? 'E emigrato?" - gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: "Dove se n'è andato Dio? :- gridò - ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all'ultima goccia? Chi ci dette la spugna per cancellare l'intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all'indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatori, quali giuochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un'azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, ad una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!". A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch'essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense. "Vengo troppo presto - proseguì - non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest'azione è ancor sempre più lontana da loro delle più lontane costellazioni: eppure son loro che l'hanno compiuta!". Si racconta ancora che l'uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: "Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?".
Frederick Nietzsche: "La morte di Dio"
"E tu?" chiese. "Tu credi in Dio?"
Vittoria rimase a lungo in silenzio. "La scienza mi dice che deve esserci un dio, la mente che non lo comprenderò mai, e il cuore che non sono tenuta a farlo."
Langdon ammirò la concisione di quella risposta.
"Quindi secondo te Dio esiste, ma noi non lo comprenderemo mai."
"Non la comprenderemo mai" lo corresse Vittoria con un sorriso. "Penso che i nativi americani avessero ragione."
Langdon ridacchiò. "Ad adorare la madre terra?"
"Gea. Il pianeta è un organismo vivente. Noi siamo le sue cellule e abbiamo funzioni diverse, ma siamo interconnessi. Siamo l'uno al servizio dell'altro e tutti al servizio del tutto."
Dan Brown: "Angeli e Demoni"
L'armata francese era ancora impegnata al nord e nessuno sapeva dire se sarebbe arrivata in tempo prima che Casale cadesse. Non restava che sperare in Dio, aveva detto l'abate. "Signori, è virtù politica sapere che di sebbono ricercare i mezzi umani come se non esistessero quelli divini, e quelli divini come se non esistessero i mezzi umani."
"Speriamo dunque nei mezzi divini", aveva esclamato un gentiluomo, ma con un tono pochissimo compunto, e agitando la coppa tanto da farne cadere del vino sulla casacca dell'abate. "Signore, voi mi avete macchiato di vino," aveva gridato l'abate, impallidendo - che era il modo in cui ci si sdegnava a quel tempo. "Fate conto," aveva risposto l'altro, "che vi sia accaduto durante la consacrazione. Vino quello, vino questo."
"Signor di Saint-Savin," aveva gridato l'abate alzandosi e portando la mano alla spada, "non è la prima volta che disonorate il vostro nome bestemmiando quello di Nostro Signore! Avreste fatto meglio, Dio mi perdoni, a rimanere a Parigi a disonorar le dame, come è costume di voi pirroniani!"
"Suvvia," aveva risposto Saint-Savin, evidentemente ubriaco, "noi pirroniani la notte andavamo a dar musica alle dame e gli uomini di fegato che volevano giocare qualche bel tiro si univano a noi. Ma, quando la dama non si affacciava, sapevamo bene che lo faceva per non lasciare il letto che gli stava scaldando l'ecclesiastico di famiglia."
Gli altri ufficiali si erano alzati e trattenevano l'abate che voleva sguainare la spada. Il signor di Saint-Savin è alterato dal vino, gli dicevano, si doveva pur concedere qualcosa a un uomo che in quei giorni si era ben battuto, e un poco di rispetto per i compagni morti da poco.
"E sia," aveva concluso l'abate abbandonando la sala, "signor di Saint-Savin, vi invito a terminare la notte recitando un De Profundis per i nostri amici scomparsi, e me ne riterrò soddisfatto."
L'abate era uscito, e Saint-Savin, che sedeva proprio accanto a Roberto, gli si era piegato sulla spalla e aveva commentato: "I cani e gli uccelli di fiume non fanno più rumore di quanto non ne facciamo noi urlando un De Profundis. Perché tanti scampanii e tante messe per resuscitare i morti?" Aveva vuotato di colpo la coppa, aveva ammonito Roberto col dito alzato, come per educarlo a una vita retta e ai sommi misteri della nostra santa religione: "Signore, siate orgoglioso: oggi avete sfiorato una bella morte e comportatevi in futuro con altrettanta noncuranza, sapendo che l'anima muore col corpo. E dunque andate alla morte dopo aver gustato la vita. Siamo animali tra gli animali, figli entrambi della materia, salvo che siamo più disarmati. Ma poiché a differenza delle bestie sappiamo che dobbiamo morire, prepariamoci a quel momento godendo della vita che ci è stata data dal caso e per caso. La saggezza ci insegni a impiegare i nostri giorni per bere e conversare amabilmente, come si conviene ai gentiluomini, disprezzando le anime vili. Camerati, la vita è in debito con noi! Stiamo marcendo a Casale, e siamo nati troppo tardi per godere dei tempi del buon re Enrico, quando al Louvre incontravi dei bastardi, delle scimmie, dei folli e dei buffoni di corte, dei nani e dei cul-de-jatte, dei musici e dei poeti, e il Re se ne divertiva. Ora gesuiti lascivi come caproni tuonano contro chi legge Rabelais e i poeti latini, e ci vorrebbero tutti virtuosi per ammazzare gli ugonotti. Signore Iddio, la guerra è bella, ma voglio battermi per il mio piacere e non perché il mio avversario mangia carna al venerdì. I pagani erano più saggi di noi. Avevano anche loro tre dèi, ma almeno la loro madre Cibele non pretendeva di averli partoriti restando vergine."
"Signore," aveva protestato Roberto, mentre gli altri ridevano.
"Signore," aveva risposto Saint-Savin, "la prima qualità di un onest'uomo è il disprezzo della religione, che ci vuole timorosi della cosa più naturale del mondo, che è la morte, odiatori dell'unica cosa bella che il destino ci ha dato, che è la vita, e aspiranti ad un cielo dove di eterna beatitudine vivono solo i pianeti, che non godono né di premi né di condanne, ma del loro moto eterno, nelle braccia del vuoto. Siate forte come i saggi dell'antica Grecia e guardate la morte con occhio fermo e senza paura. Gesù ha sudato troppo aspettandola. Che cosa aveva da temere, d'altra parte, poiché sarebbe resuscitato?"
"Basta così, signore di Saint-Savin," gli aveva quasi intimato un ufficiale prendendolo per il braccio. "Non date scandalo a questo nostro giovane amico, che non sa ancora che a Parigi oggigiorno l'empietà è la forma più squisita del bon ton, e potrebbe prendervi troppo sul serio. E andate a dormire anche voi, signore de la Grive. Sappiate che il buon Dio è così soccorrevole che perdonerà anche al signor di Saint-Savin. Come diceva quel teologo, forte è un re che tutto distrugge, più forte una donna che tutto ottiene, ma più forte ancora il vino che affoga la ragione."
"Citate a metà, signore," aveva biascicato Saint-Savin mentre due dei suoi cammerati lo trascinavano fuori quasi di peso, "questa frase viene attribuita alla Lingua, che aveva aggiunto: più forte ancora è però la veritù e io che la dico. E la mia lingua, anche se ormai la muovo a fatica, non tacerà. Il saggio non deve solo attaccare la menazogna a colpi di spada ma anche a colpi di lingua. Amici, come potete chiamare soccorrevole una divinità che vuole la nostra infelicità eterna solo per calmare la sua collera di un istante? Noi dobbiamo perdonare al nostro prossimo e lui no? E dovremmo amare un essere così crudele? L'abate mi ha detto pirroniano, ma noi pirroniani, se così egli vuole, ci preoccupiamo di consolare le vittime dell'impostura. Una volta con tre compari abbiamo distribuito alle dame dei rosari con delle medagliette oscene. Sapeste come divennere devote da quel giorno!"
Umberto Eco: "L'Isola del Giorno Prima"
Rimase immobile nella tensione della magia, poi protese le braccia sopra la testa, con le palme rivolte al cielo, e le riabbassò all'improvviso. A quel gesto le nebbie scesero, la visione della chiesa e dell'Isola dei Preti scomparve. La barca avanzò nella nebbia impenetrabile, scura come la notte. Viviana sentì che Morgana ansimava come una bestiola spaventata, ma non le parlò per rassicurarla. La ragazzina era una futura sacerdotessa e doveva imparare a dominare la paura.
La barca continuò a procedere. E poi, come una tenda scostata, la nebbia sparì. Davanti a loro stava una distesa d'acqua assolata e una riva verdeggiante. Il Tor era là: ma Morgana represse a stento un'esclamazione di stupore. In cima al Tor stava un cerchio di pietre erette, fulgido nel sole, e la grande strada processionale saliva intorno all'immensa collina. Ai piedi del Tor c'erano gli edifici che ospitavano i sacerdoti, e sul pendio erano visibili il Pozzo Sacro e il bagliore argenteo della polla-specchio. Lungo la riva crescevano i meli e le grandi querce con i rami carichi di vischio.
"E' bellissimo", mormorò Morgana. "Ma... è reale?"
"E' il luogo più reale che tu abbia mai visto," rispose Viviana. "Presto lo saprai."
La barca si arenò sulla spiaggia sabbiosa; i rematori l'ormeggiarono con una fune e aiutarono la Signora a scendere, quindi condussero a terra i cavalli. Morgana li seguì.
Non avrebbe mai dimenticato la visione di Avalon al tramonto. I prati verdi digradavano verso i canneti, e sull'acqua nuotavano i cigni. Sotto le querce sorgeva un basso edificio di pietra grigia, e Morgana scorse le figure biancovestite che si aggiravano tra le colonne. Nell'aria aleggiava il suono di un'arpa. La luce obliqua inondava la terra d'oro e di silenzio.
Senza sapere perché, Morgana pensò: Sto tornando a casa. Eppure non aveva mai visto quel luogo fatato.
Vennero loro incontro alcune donne, abbigliate di scuro con le sopratuniche di pelle di cervo. Molte avevano una falce di luna tatuata in azzurro sulla fronte. C'erano quelle piccole e brune come Morgana e Viviana, che appartenevano al popolo dei pitti, altre alte e snelle con i capelli biondi o fulvi, e persino due o tre che sembravano discendenti dei romani. S'inchinarono davanti a Viviana, che alzò la mano in gesto benedicente.
"Questa è mia nipote", disse. "Si chiama Morgana. Sarà una di voi.
Domani", continuò rivolgendosi alla ragazzina, "andrai alla Casa delle Vergini. Non farà alcuna differenza che tu sia mia parente e principessa.
Ma per questa sera verrai con me. Abbiamo avuto poco tempo per parlare durante il viaggio." Congedò le donne con un cenno e tese la mano.
Morgana la prese, e si sentì rassicurata.
Viviana le appariva come la zia che conosceva, ma nel contempo era la misteriosa Signora che aveva fatto discendere le nebbie. Ancora una volta Morgana provò l'impulso di farsi il segno della croce, e si chiese se quell'isola sarebbe scomparsa; il prete Columba diceva che davanti a quel segno tutte le opere del demonio dovevano sparire.
Ma non si segnò. All'improvviso comprese che non l'avrebbe fatto mai più.
Ai margini del meleto, tra due alberi fioriti, c'era una piccola casa di canne intonacate di fango. All'interno ardeva un fuoco. Furono accolte con un inchino da una giovane donna abbigliata come le altre, con una veste scura e una tunica di pelle di cervo.
"Non parlarle", disse Viviana. "Ha fatto voto di silenzio. E' sacerdotessa da quattro anni, e si chiama Raven."
In silenzio, Raven liberò Viviana degli indumenti e delle scarpe infangate, poi fece altrettanto con Morgana. Portò l'acqua per lavarsi e più tardi pane d'orzo e carne secca. Da bere c'era soltanto acqua, ma era deliziosa.
"E' stata attinta al Pozzo Sacro", disse Viviana. "Qui non beviamo altro, e dona le visioni. Il miele proviene dai nostri alveari, Mangia la carne, perché non ne assaggerai più per anni: le sacerdotesse non ne mangiano fino a che non hanno completato la preparazione."
"Perché, Signora? E' sbagliato mangiare la carne?"
"Un giorno potrai mangiare tutto ciò che vorrai. Ma una dieta senza carne produce un livello più elevato di coscienza, quale dovrai avere per imparare a usare la Vista e a controllare i tuoi poteri magici. Le sacerdotesse mangiano soltanto pane e frutta, e a volte un po' di pesce del Lago, e bevono soltanto l'acqua del Pozzo."
"A Caerleon hai bevuto il vino, Signora", disse timidamente Morgana.
"Sì, e potrai berlo anche tu, quando conoscerai i momenti in cui è lecito farlo", disse seccamente Viviana. Poco dopo chiese: "Hai mangiato abbastanza? Bene, lascia che Raven porti via i piatti. Dovresti dormire, figliola; ma prima siedi con me accanto al fuoco a parlare, perché domani Raven ti condurrà alla Casa delle Vergini, e non mi vedrai più se non ai riti fino a che non verrà il tuo turno di dormire nella mia casa e di servirmi. E allora forse anche tu sarai sotto un voto di silenzio. Ma per questa sera sei soltanto mia nipote, e puoi chiedere ciò che vuoi".
Marion Zimmer Bradley: "Le Nebbie di Avalon"
Ed egli diviene come una pietra contro cui urtare e come una roccia su cui inciampare.
Isaia 8,14
E gli occhi di entrambi erano aperti. E loro seppero di essere nudi.
Genesi 111,7
Il maestro che cammina all'ombra del tempio tra i discepoli non elargisce la sua sapienza, ma piuttosto la sua fede e il suo amore.
Kahil Gibran: "Il Profeta"
Chiunque ha ucciso una persona senza che questi ne abbia ucciso un’altra o portato la corruzione sulla terra è come se avesse ucciso l’umanità intera
Corano sura 5 v. 32
Amatevi l'un l'altra, ma non fatene una prigione d'amore: piuttosto vi sia tra le rive delle vostre anime un moto di mare. Riempitevi a vicenda le coppe, ma non bevete da una coppa sola. Datevi cibo a vicenda, ma non mangiate dallo stesso pane. Cantate e danzate insiemee siate giocondi, ma ognuno di voi sia solo. Come sole sono le corde di liuto, sebbene vibrino di una musica uguale.
Kahlil Gibran: "Il Profeta"
La sirenetta uscì dal suo giardino e si avviò verso il torrente ribollente, dietro il quale abitava la strega. Non aveva mai percorso quella strada; non vi crescevano né fiori né erba, solo un fondo di sabbia grigia si stendeva verso il torrente, dove l'acqua, che sembrava spinta dalle ruote del mulino, girava come un vortice e inghiottiva tutto quel che poteva afferrare. Lei dovette passare in mezzo a quei vortici tremendi per arrivare nel territorio della strega, e qui c'era da attraversare una vasta pianura bollente, che la strega chiamava la sua torbiera. Oltre la torbiera si trovava la sua casa, in mezzo a un bosco orribile. Tutti gli alberi e i cespugli erano polipi, per metà bestie e per metà piante: sembravano centinaia di teste di serpente che crescevano dal terreno, tutti i rami erano lunghe braccia vischiose, con le dita simili a vermi ripugnanti, che si muovevano in ogni loro parte, dalle radici fino alla punta più estrema. Si avvolgevano intorno a tutto quel che potevano afferrare e non lo lasciavano mai più. La sirenetta si fermò spaventatissima; il cuore le batteva forte per la paura, stava per tornare indietro, ma pensò al principe e all'anima degli uomini, così le tornò il coraggio. Legò per bene i lunghi capelli svolazzanti, affinché i polipi non riuscissero a afferrarli; mise le mani sul petto e partì passando come un pesce guizzante nell'acqua, tra gli orribili polipi, che allungavano i vischiosi tentacoli verso di lei. Vide ciò che ognuno di essi aveva afferrato, centinaia di tentacoli trattenevano le prede come tenaglie di ferro: uomini che erano morti in mare e caduti sul fondo si affacciavano come bianchi scheletri tra i tentacoli; remi di imbarcazioni e casse erano tenuti stretti, scheletri di animali e persino una sirenetta che avevano catturato e soffocato. Questa vista fu per lei la più spaventosa!
Poi giunse in un'ampia radura di fango nel bosco, dove grossi serpenti di mare si rivoltavano mostrando i loro orribili denti gialli. Nel mezzo si trovava una casa fatta con le bianche ossa di uomini calati sul fondo; lì stava la strega del mare e lasciava che un rospo mangiasse dalla sua mano, come gli uomini fanno con i canarini quando gli danno lo zucchero. Quegli orribili grossi serpenti di mare erano chiamati «pulcini» dalla strega che lasciava le strisciassero sui grossi seni cadenti.
«So bene che cosa vuoi!» disse la strega del mare «sei proprio ammattita! comunque il tuo desiderio verrà soddisfatto, perché ti porterà sventura, mia bella principessa! Vuoi liberarti della tua coda di pesce e ottenere in cambio due sostegni per camminare come gli uomini, così che il giovane principe si innamori di te e tu possa ottenere un'anima immortale!» La strega rideva così sguaiatamente che il rospo e i serpenti caddero a terra e lì continuarono a rotolarsi. «Arrivi appena in tempo!» riprese. «Domani, una volta sorto il sole non potrei più aiutarti e dovresti aspettare un anno intero. Ti preparerò una bevanda, ma con questa devi nuotare fino alla terra, salire sulla spiaggia e berla prima che sorga il sole. Allora la tua coda si dividerà e si trasformerà in ciò che gli uomini chiamano gambe. Soffrirai come se una spada affilata ti trapassasse. Tutti quelli che ti vedranno, diranno che sei la più bella creatura umana mai vista! Conserverai la tua aggraziata andatura, nessuna ballerina sarà migliore di te, ma a ogni passo che farai, sarà come se camminassi su un coltello appuntito, e il tuo sangue scorrerà. Se vuoi soffrire tutto questo, ti aiuterò!»
«Sì» esclamò la principessa con voce tremante, pensando al principe, e all'anima immortale.
«Ma ricordati» aggiunse la strega «una volta che ti sarai trasformata in donna, non potrai mai più ritornare a essere una sirena! Non potrai più discendere nel mare dalle tue sorelle e al castello di tuo padre; e se non conquisterai l'amore del principe, cosicché lui dimentichi per te suo padre e sua madre, dipenda da te per ogni suo pensiero e chieda al prete di congiungere le vostre mani rendendovi marito e moglie, non avrai mai un'anima immortale! e se lui sposerà un'altra, il primo mattino dopo il matrimonio il tuo cuore si spezzerà e tu diventerai schiuma dell'acqua!»
«Lo voglio ugualmente!» disse la sirenetta, che era pallida come una morta.
«Però mi devi ricompensare!» aggiunse la strega «e non è poco quello che pretendo. Tu possiedi la voce più bella tra tutti gli abitanti del mare, e credi con quella di poterlo sedurre; ma la voce la devi dare a me. Io voglio ciò che tu di meglio possiedi per la mia preziosa bevanda! Devo versarci del sangue, affinché il filtro sia tagliente come una spada a due lame!»
«Se mi prendi la voce» chiese la sirenetta «che cosa mi resta?»
«La tua splendida persona, la tua armoniosa andatura e i tuoi occhi espressivi, con questo riuscirai certo a conquistare il cuore di un uomo. Allora! hai perso il coraggio? Tira fuori la lingua così te la taglio; è il pagamento per quella potente bevanda!»
«Va bene!» esclamò la sirenetta, e la strega mise sul fuoco la pentola per far bollire la bevanda magica. «La pulizia è un'ottima cosa!» disse mentre strofinava la pentola con alcune serpi legate insieme, poi si tagliò il petto e fece gocciolare il suo sangue nero, e il vapore assunse forme molto strane che facevano proprio paura.
«Eccola qui!» disse la strega e tagliò la lingua alla sirenetta, che ora era muta e non poteva più né cantare né parlare.
«Se i polipi volessero afferrarti, mentre passi di nuovo attraverso il mio bosco» spiegò la strega «getta una goccia di questa bevanda su di loro e le loro braccia e dita si romperanno in mille pezzi.» Ma la sirenetta non ebbe bisogno di farlo; i polipi si allontanarono spaventati da lei non appena videro quella bevanda lucente che teneva in mano come fosse una stella luminosa. Così passò in fretta per il bosco, per la palude e per il torrente che ribolliva.
Vide il castello di suo padre, le luci erano spente nella grande sala da ballo; certamente tutti dormivano, e lei comunque non avrebbe osato cercarli: ora era muta e doveva andarsene per sempre. Le sembrò che il cuore si spezzasse per il dolore. Andò in silenzio nel giardino e prese un fiore da ogni giardinetto delle sorelle; gettò con le dita mille baci verso il castello e salì per il mare blu.
Hans Andersen: "La Sirenetta"
Non importa che sia nato in un recinto d'anatre: l'importante è essere uscito da un uovo di cigno
Hans Andersen: "Il Brutto Anatroccolo"
Splendeva il sole e gli uccelli cantavano così dolcemente, che Dorothy non si sentiva affatto triste come potrebbe sentirsi una bambina strappata improvvisamente alla sua casa e al suo paese e capitata nel cuore di un mondo incantato. Camminando, si stupiva della bellezza del paesaggio che le si stendeva intorno. La strada era costeggiata da allegri steccati dipinti di un bel turchino, oltre i quali si scorgevano a perdita d'occhio campi di grano e orticelli. [...] Di tanto in tanto, Dorothy passava davanti a qualche casa e allora la gente usciva sulla soglia a farle un inchino perché ormai sapevano che grazie a lei la Perfida Strega era stata annientata e che a lei dovevano la loro liberazione dalla schiavitù."
Frank Baum: "Il Mago di Oz"
Al tramonto, in alto sopra la città, sul terrazzo di pietra di uno dei piú begli edifici di Mosca, un edificio costruito circa centocinquant'anni prima, si trovavano due persone: Woland e Azazello.
Dalla strada in basso non erano visibili, perché dagli sguardi superflui li riparava una balaustra con vasi di gesso e fiori pure di gesso. Ma essi vedevano la città fin quasi ai suoi estremi limiti.
Woland, con indosso la sua veste nera, era seduto su uno sgabello pieghevole. La sua lunga e larga spada era piantata verticalmente tra due lastroni formando cosí una meridiana. L'ombra della spada si allungava in modo lento e irresistibile, strisciando verso le scarpe nere di Satana.
Rannicchiato sullo sgabello, con l'aguzzo mento appoggiato sul pugno e una gamba ripiegata sotto di sé, Woland non staccava lo sguardo dall'immensa accolta di palazzi, di case gigantesche e di piccole stamberghe destinate alla demolizione.
Azazello, abbandonato il suo abbigliamento moderno, cioè giacca, bombetta, scarpe di vernice, e vestito di nero come Woland, stava immobile poco lontano dal suo signore, senza distogliere come lui gli occhi dalla città. Woland cominciò a parlare:
"Che città interessante, nevvero?"
Azazello si mosse e rispose con deferenza:
"Messere, a me piace più Roma".
"Sí, è una questione di gusti," rispose Woland.
Dopo qualche tempo, la sua voce si fece di nuovo udire:
"Cos'è quel fumo, là sul viale?"
"Brucia il Griboedov," rispose Azazello.
"Sarà stata lí quella coppia d'inseparabili, Korov'ev e Behemoth."
"Non c'è il minimo dubbio, Messere."
Subentrò di nuovo il silenzio, e i due che si trovavano sul terrazzo guardavano la luce abbagliante e frantumata del sole accendersi nelle finestre volte a ovest dei piani superiori dei casamenti. L'occhio di Woland ardeva come una di quelle finestre, benché egli sedesse con le spalle rivolte al tramonto.
Ma a questo punto, qualcosa costrinse Woland a rivolgere la sua attenzione a una torre rotonda che era sul tetto alle sue spalle. Dal suo muro uscí un uomo cupo, dalla barba nera stracciato, sporco di creta, con indosso un chitone e sandali di fattura casalinga.
"Toh!" esclamò Woland, guardando il nuovo venuto con aria di scherno. "Sei proprio l'ultimo che mi sarei aspettato di vedere qui! A che cosa dobbiamo l'onore della tua visita, ospite non invitato?"
"Sono venuto da te, spirito del male e signore delle ombre," rispose il nuovo venuto guardando Woland di sottecchi, con ostilità.
"Se vieni da me, perché non mi hai salutato, ex pubblicano?" disse severo Woland.
"Perché non voglio che tu goda salute," rispose l'altro insolentemente.
"Eppure dovrai metterti l'animo in pace," replicò Woland, e un sorriso beffardo storse la sua bocca. "Non hai fatto in tempo ad apparire sul tetto che hai già detto una sciocchezza, e ti dirò io in che cosa consiste: nel tuo tono. Hai pronunciato le tue parole come se tu non riconoscessi l'esistenza delle ombre, e neppure del male. Non vorresti avere la bontà di riflettere sulla questione: che cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male? E come apparirebbe la terra, se ne sparissero le ombre?
Le ombre provengono dagli uomini e dalle cose. Ecco l'ombra della mia spada. Ma ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Vuoi forse scorticare tutto il globo terrestre, portandogli via tutti gli alberi e tutto quanto c'è di vivo per il tuo capriccio di goderti la luce nuda? Sei sciocco."
"Non intendo discutere con te, vecchio sofista," rispose Levi Matteo.
"Non puoi neanche discutere con me per il motivo che ho già detto: sei sciocco," rispose Woland, e chiese: "Su, sii breve, non stancarmi, che cosa sei venuto a fare?"
"Mi ha mandato lui."
"Che cosa ti ha ordinato di riferirmi, schiavo?"
"Non sono uno schiavo," rispose Levi Matteo arrabbiandosi sempre più, "sono il suo discepolo."
"Parliamo due lingue diverse, come sempre," replicò Woland, "ma le cose di cui parliamo non cambiano per questo. E allora?..."
"Ha letto il libro del Maestro," disse Levi Matteo, "e ti prega di prendere con te il Maestro e di ricompensarlo col riposo. Possibile che questo ti riesca difficile, spirito del male?"
"Niente mi riesce difficile," rispose Woland, "e tu lo sai benissimo". Tacque, poi aggiunse:
"Perché non ve lo prendete voi, nella luce?"
"Non ha meritato la luce, ha meritato il riposo," disse Levi con voce mesta.
"Riferiscigli che sarà fatto," rispose Woland, e aggiunse, mentre i suoi occhi scintillarono: "e lasciami immediatamente."
"Prega che prendiate anche colei che lo ha amato e ha sofferto per causa sua," disse Levi a Woland, usando per la prima volta un tono di preghiera.
"Senza di te non ci avremmo mai pensato. Vattene."
Dopo queste parole Levi Matteo scomparve, mentre Woland chiamò a sé Azazello e gli ordinò:
"Vai da loro e sistema tutto."
Michail Bulgakov: "Il Maestro e Margherita"
O credi a me, che da qualche millennio contro quest'osso duro mi vo rompendo i denti.
Dalla culla alla bara, uomo non v'ha che a digerir riesca il vecchio indigestissimo fermento del suo destino in terra. Credi a un demonio. L'universo è fatto soltanto per un Dio. Dio se ne sta dentro una luce eterna. Nella tenebra ha immerso i pari miei. E in quanto a voi, sol vi conviene il susseguirsi alterno dei giorni e delle notti."
Johanne Wolfgang Goethe: "Faust"
Sprofonda, dunque. E potrei dirti: sali! E' pur la stessa cosa. Fuggi, da tutto ciò che fu creato, verso i liberi regni delle immagini, fuor d'ogni spazio e tempo. Contempla e godi ciò; che ormai da secoli più non esiste. Tumultuar di nuvole in perenni mutevoli sembianze. Vibra la chiave, e tienile lontane
Johanne Wolfgang Goethe: "Faust"
Il lunedì mattina, ventuno dicembre, scrisse la seguente lettera che, dopo la sua morte, fu trovata suggellata sulla sua scrivania e che fu consegnata a Carlotta. La riporto qui in frammenti come probabilmente fu scritta, date le circostanze.
"E' deciso, Carlotta, voglio morire, e te lo scrivo senza esaltazione romantica, rassegnato, il mattino dell'ultimo giorno in cui ti vedrò. Quando tu, cara, leggerai questa lettera, la fredda tomba chiuderà i resti mortali dell'uomo irrequieto, infelice, che negli ultimi momenti della sua vita non conosce dolcezza più grande di quella di intrattenersi con te. Ho trascorso un'orribile, ma pur benefica notte: essa ha fortificato, determinato la mia risoluzione: voglio morire! Quando ieri mi sono strappato da te in una spaventosa esaltazione dei miei sensi il cui tumulto mi opprimeva il cuore, e triste, disperato vicino a te, mi sentivo avvolgere da un brivido orribile e freddo, potei appena raggiungere la mia stanza, caddi in ginocchio e Tu, o Dio, mi concedesti il sollievo di versare le più amare lacrime! Mille idee, mille diversi pensieri tumultuarono nel mio animo, e uno infine, ultimo, unico, rimase fermo e incrollabile: morire! Mi sono coricato, e stamattina nella calma del risveglio quel pensiero è ancora calmo nel mio cuore: voglio morire! Non è disperazione; è la certezza di aver terminato il mio compito, e di sacrificarmi per te. Sì, Carlotta, perché‚ dovrei tacerlo? Uno di noi tre deve sparire, e io sarò quello! Amica mia, nel mio cuore lacerato spesso si è insinuata l'insana idea... di uccidere... tuo marito! te! me! Così sia. Quando in una bella sera d'estate tu salirai sulla collina, ricordati di me: ricorda quante volte ho attraversato la valle, poi volgi il tuo sguardo verso il cimitero, verso la mia tomba; guarda il vento che fa ondeggiare l'erba alta nello splendore del sole che tramonta... Ero tranquillo quando ho cominciato a scrivere, e ora... ora piango come un bambino pensando a tutto questo rigoglio di vita intorno a me".
Johanne Wolfgang Goethe: "I Dolori del Giovane Werther"
"Vi faccio orrore, dunque?", domandò infine il prete.
Non ebbe risposta.
"Ditemi se vi faccio orrore, dunque", ripeté.
"Sì!", disse la fanciulla; e le sue labbra si contrassero come se sorridesse. "Il boia gioca con la vittima! Sono due mesi che mi perseguita, che mi mimaccia, che mi spaventa! Senza lui, Dio mio! com'ero felice! lui mi ha gettato in questo abisso? Lui... ah!... lui che l'ha ucciso!... ucciso il mio Phoebus!..."
E qui, scoppiando in singhiozzi e alzando gli occhi sul prete: "Miserabile! Ma chi siete! che cosa vi ho fatto? perché mi odiate tanto? Ah! Che cosa avete contro di me?"
"Ti amo", gridò il prete.
Ella cessò di piangere e guardò con uno sguardo idiota. Il prete era caduto in ginocchio e la covava con uno sguardo di fiamma.
"Capisci? ti amo!", gridò ancora.
"Che amore!", mormorò la poveretta fremendo.
"Amore di dannato!"
Ambedue restarono qualche minuto in silenzio, schiacciati sotto il peso della loro commozione, lui pazzo, lei stupida.
"Ascolta", disse infine il prete, ritornanto singolarmente calmo: "devi sapere tutto. Ti dirò quello che fino ad oggi ho forse appena osato dire a me stesso, quando interrogavo furtivamente la mia coscienza, in quelle ore profonde della notte in cui le tenebre sono tanto fitte che ci sembra che Dio non possa più vederci. Ascolta: Prima di incontrarti, io ero felice..."
"E io!", sospirò la fanciulla.
"Non mi interrompere... Sì; ero felice, credevo di esserlo, almeno. Ero puro, avevo l'anima piena di una luce limpida. Non c'era testa che non si levasse più fiera e più radiosa della mia. I preti mi consultavano sulla castità, i dottori sulla dottrina. Sì: la scienza era tutto, per me: era una sorella, una sorella che mi riempiva la vita. Con l'età nacquero in me altre idee. Più di una volta la mia carne rabbrividì alla vista fuggevole di una forma femminile. Questa forza del sesso e del sangue dell'uomo, che da adolescente, pazzo, avevo creduto di poter soffocare per tutta la vita. aveva più di una volta sollevato convulsamente la catena di ferro dei voti che mi sigilla, disgraziato me! alle fredde pietre dell'altare. Ma il digiuno, la preghiera, lo studio, le macerazioni del chiostro, avevano ridato all'anima il dominio del corpo. E poi, sfuggivo le donne. D'altronde, mi bastava aprire un libro perché tutti i fumi impuri del mio cervello svanissero davanti allo splendore della scienza. In pochi minuti sentivo fuggire lontano le cose materiali della terra, e mi trovavo calmo, lucido e sereno davanti al raggio tranquillo della verità eterna. E fin quando il demonio non inviò per attaccarmi se non delle vaghe ombre di donne che passavano confuse sotto i miei occhi, in chiesa, per le strade, nei prati, e che ritornavano vagamente nei miei sogni, io lo vincevo agevolmente. Ah! se la vittoria non è restata con me, la colpa è di Dio, che non ha fatto l'uomo e il demonio di forza uguali... Ascolta. Un giorno..."
Qui il prete si arrestò, e la prigioniera udì uscirgli dal petto dei sospiri laceranti che facevano un rumore di rantolo.
Poi riprese.
"...Un giorno, ero appoggiato alla finestra della mia celletta... Che libro leggevo? Oh! tutto mi turbina nella testa... Leggevo, insomma. La finestra dava sopra una piazza. Sento un suono di cembalo, della musica. irritato per essere stato sistolto dai miei pensiero, guardo nella piazza. Quello che vidi, altri lo vedevano come me: ma pure non era spettacolo per occhi umani. Là in mezzo al lastricato della piazza... era mezzogiorno... e c'era un gran sole!... una creatura danzava. Una creatura così bella che Dio l'avrebbe preferita alla Vergine e l'avrebbe scelta per sua madre, e avrebbe voluto nascere da lei se avesse vissuto quando si fece uomo! Gli occhi neri e splendenti, e in mezzo alla sua capigliatura nera qualche capello penetrato dal sole biondeggiava come un filo d'oro. I piedi le scomparivano muovendosi, come i raggi scompaiono quando una ruota gira rapidamente. Attorno alla sua testa, nelle sue trecce nere luccicavano al sole delle piastrine di metallo che sembravano farle sulla fronte una corone di stelle. Il vestito, seminato di pagliuzze argentate, scintillava turchino e stellato come una notte di estate. Le braccia morbide e brune si annodavano e si snodavano intorno alla sua vita come due sciarpe. Le sue forme erano di una bellezza incredibile. Oh! come poteva tanto risplendere quella figura, tanto da distinguersi come qualcosa di luminoso nella luce stessa del sole?... Eri tu! Eri tu, fanciulla!... meravigliato, inebriato, incantato, lasciai che i miei occhi ti guardassero tutta, a lungo. Ti guardai tanto che ad un tratto rabbrividii di spavento. sentii che il destino mi afferrava..."
Il prete, oppresso, si arrestò ancora un momento. Poi continuò.
"Già quasi rapito dal tuo incanto, provai ad aggrapparmi a qualcosa, a trattenermi nella mia caduta. Mi ricordai di altre reti che Satana mi aveva teso. La creatura che era sotto i miei occhi aveva quella bellezza sovrumana che non può venire se non dal cielo o dall'inferno. Non era quella una semplice creatura fatta con un po' della nostra terra, e miseramente rischiarata dentro dal vacillante raggio di un'anima femminile. Era un angelo! ma di tenebre, ma di fiamme, e non di luce. Nel momento in cui pensai questo, vidi vicino a te una capra, una bestia da sabba, che mi guardava e rideva. Il sole di mezzogiorno le faceva delle corna di fuoco. Allora intravidi l'insidia del demonio, e non dubitai più che tu venissi dall'inferno, e che venissi per la mia perdizione. Ne fui certo."
Qui il prete guardò in faccia la prigioniera e aggiunse freddamente:
"E lo credo ancora... Intanto il filtro operava: la tua danza mi girava nel cervello; sentivo bene il misterioso malificio compiersi in me. Tutto ciò che avrebbe dovuto vegliare nell'anima mia, dormiva; e come quelli che muoiono nella neve, provavo piacere in quel sonno. D'un tratto, ti mettesti a cantare. Che potevo fare io, disgraziato? Il tuo canto era più affascinante ancora della tua danza! Volli fuggire; impossibile. Ero inchiodato, radicato al suolo. Mi sembrava che il marmo dell'impiantito mi fosse salito fino alle ginocchia. Bisognava restar lì, fino alla fine. I piedi mi si erano gelati, la testa mi bolliva. Finalmente tu avesti forse pietà di me, cessasti di cantare, scomparisti. Il riflesso dell'abbagliante visione, l'eco delal musica incantatrice svanirono a poco a poco dai miei occhi e dalle mie orecchie. Allora caddi nel vano della finestra più rigido e più debole di una statua spezzata alla base. La campana del vespro mi destò. Mi alzai: scappai, ma, ahimè! C'era dentro il mio corpo qualcosa di nuovo che non potevo più fuggire."
Fece ancora una pausa, poi psoseguì:
"A partire da quel giorno, ci fu in me un uomo che io non conoscevo. Rimisi in prova tutti i miei vecchi rimedi: il chiostro, l'altare, il lavoro, i libri. Pazzie! Oh! come la scienza suona a vuioto quando vi si batte contro disperatamente una testa piena di passioni! Sai chd cosa vedevo sempre ormai, tra il libro e me? vedevo te, la tua ombra, l'immagine dell'apparizione luminosa che un giorno era vivente dinanzi a me. Ma questa immagine non aveva pià lo stesso colore; era cupa, funebre, tenebrosa, come il cerchio nero che rimane lungamente dinanzi agli occhi dell'imprudente che ha guardato il sole.
Non potendo liberarmene, sentendo sempre la tua canzone rimbombare nella mia testa, vedendo sempre i tuoi piedi ballare sul mio breviario, sentendo sempre la notte, in sogno, le tue forme scivolare sulla mia carne, volli rivederti, toccarti, sapere chi fossi, vedere se ti avrei ritrovata uguale all'immagine ideale che mi era rimasta di te, infrangere forse il mio sogno contro la realtà. In ogni caso, speravo che una nuova impressione avrebbe cancellato la prima, e la prima io non potevo più sopportarla. Ti avrebbe cancellato la prima, e la prima io non potevo più sopportarla. Ti cercai, e ti rividi! Sciagurato! Quando ti ebbi visto due volte, volli vederti mille, volli vederti sempre. Allora... come fermarsi su quella china infernale? Allora io non fui più padrone di me. Il demonio mi aveva legato le ali e l'altro capo del filo lo aveva legato al suo piede. Divenni errante e vago come te. Ti aspettavo sotto i portici, agli angoli delle strade, ti spiavo dall'alto della mia torre. Ogni sera rientrato in me stesso più affascinato, più disperato, più stregato, più perduto. Avevo saputo chi eri: egiziana, boema, gitana, zingara. Come dubitare della magia? Ascolta. Sperai che un processo mi avrebbe liberato dalla tua malia. Una strega aveva incantato Bruno D'Asti egli la fece bruciare, e guarì. Io lo sapevo, e volli provare il rimedio. Provai prima a farti interdire il sagrato di Notre-Dame sperando di dimenticarti se tu non fossi tornata più lì. Ma tu ci venivi lo stesso. Poi mi venne l'idea di rubarti. Una notte, tentai; eravamo due, eri già nelle nostre mani, quando quel miserabile capitano arrivò e ti liberò. Cominciò di lì la tua rovina, la mia e la sua. Finalmente, non sapendo più che fare e come vivere, ti denunciai al tribunale ecclesiastico.
Credetti di poter guarire come Bruno D'Asti. Pensavo anche confusamente che un processo ti avrebbe consegnata nelle mie mani; che nin prigione io ti avrei tenuta come cosa mia, ti avrei avuta, che non mi saresti potuta sfuggire più: tu mi avevi posseduto per troppo tempo perché non volessi anch'io possederti a mia volta. Quando si fa il male, bisogna fare tutto il male, fino in fondo. E' pazzia arrestarsi a mezza strada nella mostruosità! L'estremo del delitto dà dei deliri di gioia. Un prete e una strega possono bene fondersi nel godimento su una bracciata di paglia nel fondo di un carcere buio!
Così ti denuncia. Allora ti mettevo spavento ogni volta che ti incontravo. Il complotto che tramavo contro di te, il nembo che adunavo sul tuo capo si mostrava ai miei occhi in lampi minacciosi. Tuttavia esitavo ancora. Il mio disegno aveva dei lati spaventosi davanti ai quali titubavo.
Forse avrei finito per rinunciarvi: forse il mio orrido pensiero si sarebbe inaridito nel mio cervello prima di dare il suo frutto. Creveo che sarebbe sempre dipeso da me dare seguito a quel processo o troncarlo. Ma nel mondo ogni maligno pensiero vuole inesorabilmente divenir erealtà; mentre io mi credevo onnipotente, la fatalità era più potente di me. E' lei purtroppo! è lei! lei che ti ha preso e che ti ha cacciato nell'ingranaggio terribile della macchina che io avevo costruito nell'ombra!... Ascolta... sono alla fine.
Un giorno... splendeva ancora un bel sole... vedo passare davanti a me un uomo vhe pronuncia il tuo nome e ride e che ha la lussuria negli occhi. Dannazione! l'ho seguito... Il resto lo sai".
Tacque.
La fanciulla non poté trovare altra parola che questa:
"Oh, mio Phoebus!".
"No, no! non quel nome!, gridò il prete prendendole il braccio con violenza. "Non pronunciare quel nome! oh! miserabili che siamO! è stato quel nome a perderci! o piuttosto ci siamo tutti perduti l'un l'altro per un inesplicabile gioco della fatalità!... Tu soffti, è vero? hai freddo, la notte ti accieca, la prigione ti serra: ma forse tu hai ancora qualche luce in fondo a te, non foss'altro che il tuo amore di bambina per quell'uomo vano che ingannava il tuo cuore! Mentre io porto la prigione dentro di me, e l'inverno, e il ghiaccio, e la disperazione: ho la notte nell'anima.
Sai tutto quello che ho sofferto io? Ho assistito al process. Ero seduto sul banco del tribunale ecclesiastico. Sì, sotto uno di quei cappucci da prete, si contorceva un dannato. Quando ti hanno portata ero là: quando ti hanno interrogata, ero anche là... Caverna di lupi!... Era il mio delitto, era la mia froca quella che vedevo alzarsi dietro di te lentamente. Ogni testimonio, ogni prova, ogni accusa io l'ho ascoltata: ho contato tutti i tuoi passi sulla via dolorosa: ero lì quando quella bestia feroce... Oh! non l'avevo prevista, la tortuta, no!... Ascolta. Ti ho seguita nella camera del dolore. Ti ho veduta spogliare e toccare dalle mani infami del tormentatore. Ho visto bene quel tuo piede, quel piede sul quale avrei voluto deporre un bacio in cambio di un impero e poi morire, quel piede sotto il quale con tanta delizia sentirei schiacciarsi la mia testa, ebbene quel piede io l'ho visto serrare nell'orribile stivaletto che riduce le membra di una creatura umana a una poltiglia sanguinolenta. Oh! ma mentre guardavo io avevo sotto il sudario un pugnale con cui mi straziavo il petto. Al grido che tu hai mandato, me lo sono cacciato nella carne: un secondo grido, e mi sarebbe entrato nel cuore! Guarda! Credo che sanguini ancora".
Aprì la tonaca: il suo petto era infatti strappato come da un'unghia di tigre, e c'era da un lato una piaga molto larga e mal richiusa.
La prigioniera si ritrasse inorridita.
"No! fanciulla!", disse il prese. "Abbi pietà di me! Tu ti credi sventurata: ah! non sai che cosa sia la sventura. Amare una donna: essere prete! essere odiato! Amarla con tutto il furore dell'anima; sentire che si darebbe per il suo più piccolo sorriso, il proprio sangue, le viscere, il buon nome, la salute, l'immortalità, l'eternità, questa vita e l'altra: piangere perché non si è re, geni, imperatori, arcangeli, Dio, per poterle mettere un più grande schiavo ai piedi; sognarla tutta la notte, pensarla tutto il giorno, vederla innamorata di una livrea da soldato! e non avere da offrirle se non una sudicia sottana da prete, da metterle paura e disgusto! Essere presente con la propria gelosia e la propria rabbia, mentre le prodiga tesori di bellezza e d'amore a un millantatore imbecille! Vedere quel corpo le cui forme vi bruciano, quel seno che ha tanta dolcezza, quella carne palpitare e arrossire sotto i baci di un altro. Oh Dio! amare il suo piede, il suo braccio, la sua spalla, pensare alle sue vene azzurre, alla sua pelle bruna fino a torcersi per delle notti intere sull'impiantito della cella, e vedere tutte le carezze sognate per lei terminare nella tortura! Non essere riuscito che a stenderla sul letto di cuoio! oh! queste sì che sono tenaglie arrossate al fuoco dell'inferno! oh! felici quelli che sono segati tra due assi e squartati da quattro cavalli!... Tu non sai quale supplizio diano le arterie che bollono, il cuore che si spacca, la testa che si rompe, i denti che si conficcano nelle mani: tormentatori accaniti che non si stancano di rivoltarci, come su una graticola ardente, sopra un pensiero d'amore, di gelosia e di disperazione! Grazie, fanciulla! tregua un momento! un po' di cenere su queste braci ardenti! Asciuga questo gran sudore che mi inonda la faccia, te ne scongiuro! Fanciulla! torturami con una mano, torturami pure! ma carezzami con l'altra! Abbi pietà! pietà! pietà di me!..."
Victor Hugo: "Notre-Dame de Paris"
"Battuta dal vento pungente, sente il suo isolamento, ma perciò ne è sollevata! E con l'orgoglio una forza che le scalda il cuore... e il mondo crudele che la fa soffrire diviene trasparente, e ne gode, come di una conquista sua. Non è lei la regina della natura?"
Jules Michelet: "La Strega"
Basta con i vaneggiamenti filosofici. Va bene, è una bugia. Certe volte sono stufa di amare tutti quanti. Sono stufa che gli altri dipendano da me. Sono stufa di dipendere dagli altri. Prendo tutto così a cuore che la pelle sotto le unghie mi sanguina, diventa nera, eppure non c'è quasi mai nessuno che mi abbraccia, mi riconosce, mi incoraggia. Certe volte la solitudine mi rende più vaga ed enigmatica
Zoe Trope: "Scusate Se Ho 15 Anni"
Non è necessario credere in una fonte sovrannaturale del male: gli uomini da soli sono perfettamente capaci di qualsiasi malvagità.
Joseph Conrad: "Sotto gli occhi dell'occidente"