The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Ade lo Stregone

Ade lo Stregone
 

Chi è lo Stregone? Egli è il conoscitore delle profondità. Egli è colui che ha visto e che ha potuto esperire il potere sia nel suo lato distruttivo che in quello costruttivo e che ha capito di possedere un'enorme responsabilità tra le mani e pertanto ha deciso di isolarsi per dedicarsi all'uso e al controllo di quello stesso potere. In genere si tratta di una persona introversa e contemplativa, spesso solitaria. Non ha piena fiducia nell'umanità e nella capacità di amministrare il potere, pertanto ha deciso di esiliarsi in un luogo impervio per far sì che chi cerca realmente il potere debba affrontare una reale ordalia, un viaggio, una cerca per arrivare a lui. È patrono degli istinti ed è sempre dominato dal peso di ciò che conosce, di ciò che ha visto e che lo ha cambiato.

Nella mitologia greca questo archetipo è rivestito brillantemente da Ade, il più vecchio tra i figli maschi di Crono ed il terzo ad uscire dal suo ventre una volta che Zeus gli ha somministrato l'emetico, infuso nel vino che gli serviva come coppiuere reale, per indurlo a rigurgitare i figli divorati. In seguito alla liberazione, e dopo averlo fiancheggiato nella lotta contro i titani, Ade fu colui che ricevette in dono dai Ciclopi l'elmo dell'invisibilità e che, nello scontro finale con il padre Crono, si introdusse nelle sue stanze per rubargli le armi, così che, mentre era minacciato dal tridente di Poseidone, Zeus lo fulminò con la folgore.

Durante la spartizione dei regni ad Ade toccò il regno infero e fu l'unico dei sei figli dei titani Rhea e Crono a non risiedere sul monte Olimpo. Secondo alcune visioni, nessuna delle quali ufficiale, venne "bandito" negli inferi per un complotto perpetrato da suo fratello Zeus. Questa concezione non è solamente e formalmente errata, ma è anche fuorviante. Non solo quindi i tre fratelli si spartirono i tre regni, aureo (conscio), marino (inconscio) ed infero (subconscio) tirando a sorte, ma perché ognuno dei regni rispecchiava le attitudini e le affinità del suo assegnatario. Partendo anche soltanto dai doni ricevuti dai Ciclopi dopo che furono liberati dalla prigione dove erano tenuti: Zeus ottenne in dono l'arma invincibile: la folgore, Poseidone il tridente e Ade l'elmo in pelle di lupo che concedeva l'invisibilità a chiunque lo indossasse, anche alla vista degli dei. Da notare che questi doni li ricevettero prima di spartirsi i regni, dal momento che Atlante era ancora a capo dei titani, eppure rispecchiavano già il ruolo che avrebbero rivestito: Zeus un potere celeste, Poseidone un potere oceanico e Ade il potere più oscuro. Lui doveva essere invisibile.

L'elmo non è però la sola caratteristica di Ade; quanto meno non quella che ripercorre più spesso nelle sue rappresentazioni. Egli tiene tra le mani un bastone forcuto, che è noto come lo Scettro di Ade. Questo simbolo ha una storia misteriosa. Nei molti testi che parlano di questo dio si narra di come lo usasse principalmente per due ragioni: la prima era quella di guida per i defunti, un ruolo che in seguito venne assegnato ad Hermes, e il secondo era quello di poter aprire varchi nella terra che lo avrebbero collegato al regno di superficie.

Ma torniamo un momento alla spartizione dei tre regni. Come ci narra anche Omero nell'Iliade e nell'Odissea, avvenne con la pesca di una tessera a testa dall'interno di un elmo. Il primo a segliere fu Zeus, dal momento che era stato colui che aveva liberato i fratelli. Poi, per anzianità, scelse Ade ed infine Poseidone, il quale, irascibile e cupo, si mise subito all'opera nella costruzione del suo splendido palazzo sommerso al largo di Egea. I tre simboli, quindi: folgore, scettro e tridente, potrebbero anche quindi rappresentare l'ordine di scelta dei tre regni, dato che il quarto: la terra, sarebbe stata appannaggio di tutti e sarebbe quindi rimasto territorio franco. Per riuscire a capire il perché questo bastone è così misterioso nel suo simbolismo mi sono consultato con molte persone, oltre ad aver letto molti libri di autori greci, i quali lo citano, ne spiegano la funzione, ma non ne richiamano il simbolismo. Dopo vari ripensamenti sono giunto alla conclusione che il concetto sia decisamente più arcaico: Ade è un antico dio arboreo ed infatti andò in sposa ad una divinità arborea: Persefone. È legato al raccolto in quanto è colui che sta sotto la terra. È quindi patrono del seme che poi crescerà. Il suo bastone quindi non è uno dei doni ricevuti dai titani, bensì è l'oggetto di uso comune di un contadino: un forcone. E come mi ha fatto notare Heiden, l'etimologia della parola "forca" è latina e deriva da fùr-ca che deriverebbe, secondo alcuni, dal ceppo fal-x, che significa falce, a motivo dei sui corni adunchi. Per un motivo o per un altro, è comunque un simbolismo di tipo agreste. Il forcone è anche l'oggetto che finisce in mano al diavolo anche se, a questo, viene introdotto un terzo dente, a rassomigliarlo di più al tridente di Poseidone che è invece chiaramente marino.

Dopo il gentile aiuto di Demetrios sono riuscito ad ottenere informazioni aggiuntive sul bastone di Ade e sul suo elmo. I Romani credevano che il luogo dove cadeva un fulmine fosse stato scelto quale luogo prediletto da Giove, e quindi sacro e inviolabile. Qui, una particolare categoria di sacerdoti, i bidentales, erano soliti far erigere, con pietre, una sorta di sacrario, luogo che prendeva il nome di Bidentale. Al centro del terreno veniva versato il sangue di un animale (il bidente) alla seconda dentizione e quindi con due anni d'età. Sullo stesso punto, poi, veniva conficcato nel terreno l'attrezzo agricolo (bidente), che rappresentava il dio Giove.

L'interpretazione di questi "segni" vengono da tradizioni etrusche, da dove i romani attingono molte delle loro tradizioni.
Per gli etruschi Tinia è il loro Giove, i suoi simboli sono il bidente e la folgore. Un luogo sacro perché colpito da un fulmine era sul Foro Romano, quello sul quale fu eretto, probabilmente nell'ultimo secolo della Repubblica, il puteal Scribonianum, così denominato da Scribonio Libone, il magistrato incaricato dell'espiazione.

Presso gli Etruschi, e successivamente presso i Romani, il bidente era utilizzato come oggetto (o come arredo funebre nelle tombe) per indicare il luogo di sepoltura. Quando si muore, credevano gli Etruschi, si incontra l'uomo lupo, il dio dalla testa di lupo o di pelle di lupo degli Inferi, ovvero Aita. Ade aveva un "cappello" simile, il proverbiale Aidos Kune o "Elmo di Ade", creato
per lui dai Ciclopi (che erano, secondo alcuni, "guru", con il loro terzo occhio, l'Ajna-chakra, aperti, per Kuklops kuklos= Cerchio = chakra + ops = fronte - Questo concetto è riportato anche da Robert Graves nel suo I Miti Greci, in cui suggerisce che i ciclopi fossero dei fabbri che si tatuavano dei centri concetrici sulla fronte) durante la guerra degli dèi dell'Olimpo contro i Titani. La parola greca kune significa "pelo del cane", "pelle di cane". Era dunque un elmetto di pelle di cane. Jean-René Jannot, nel suo La Peinture Étrusque, dice che Aita nella tomba dell'Orco (in Volterra, Chiusi) è "rivestito in pelle" di un ibrido, un "chien loup" o cane-lupo da caccia. Questo è il copricapo indossato da molti sciamani.

Il lupo è visto anche come simbolo di appetito che divora il passato come memoria, e il cane come simbolo della ragione e della virtù crea un futuro migliore attraverso la sua prudenza e la speranza ottimista. Anche Dante chiama Plutone, un "maledetto lupo". Quando Dante incontra un Ade furioso, Virgilio reagisce:

"'Taci, maledetto lupo:

Consuma entro te con la tua rabbia.'

...

Tal Cadde a terra la fiera crudele."

(Inferno, Canto VII, versetti 8-9,15)

Il bastone rappresenta invece l'Axis Mundi, la via centrale con la quale le anime possono ascendere nei cieli e scendono nel regno di Ade. Egli porta questo scettro come simbolo di morte, che rappresenta una lampada senza la fiamma, o un tridente senza il rebbio centrale, che a sua vota rappresenta la vita. Il dente di mezzo del tridente rappresenta la vitalità o forza vitale. La morte è il dominio di Ade, e il bidente è il simbolo di questo dio, il simbolo della morte stessa, di un corpo senza la sua forza vitale.

Un'altro compito di Ade era mantenere l'equilibrio, e il bidente può rappresentarlo bene, con le sue due punte, che vanno da opposto ad opposto. L'immagine di Ade che brandisce il bidente (a volte il tridente) può essere fatto risalire ad un verso del Hercules Fureus di Seneca. Qui, Dis (Ade) utilizza un tridente per respingere Ercole nel suo tentativo di invadere il suo regno. Seneca si riferisce ad Ade chiamandolo "Giove Infernale" o "Il Terribile Giove". Ade è quindi un alter-ego di Zeus. Chiamato "l'altro Zeus" Zeus Katachthonios, Zeus sotterraneo sottorraneo, lo ctonio Zeus. La dualità di Zeus e Ade è evidente anche nei loro nomi romani: Giove e Dis Pater. Giove è una contrazione di Dieu Pater (Padre Dieu, Joue, etimologicamente identico a Zeus), il che dimostra che Giove è il dio del cielo brillante (Indo-Europeo diew). Ade è Padre Dis, il cui nome significa "ricchezza", come il Plutone greco (Ploutos = ricchezza, ricchezze), come Plouton è un epiteto di Ade. In origine, sia in Italia che in Grecia, le ricchezze in questione erano la fertilità e l'abbondanza dei raccolti: le ricchezze sotto la terra. Plutone è il lato più benevolo di Ade, che a volte è considerato compassionevole, perché egli non è né malvagio né un punitore, e così egli è chiamato Pankoios (colui che dà/porta riposo a tutti) e Paian (guaritore). Plutone è il custode della ricchezza della terra, i metalli ed i semi, che egli fa germogliare dalla terra.

Ade era il signore della morte anche perché era suo dovere dare ad ogni mortale una giusta sepoltura. In più, molti miti lo mostrano non immune dal dolore.

Esistono ben poche immagini antiche di Ade che lo mostrano mentre impugna un bidente. È già nel Rinascimento che la questione è controversa. In alcuni dipinti Ade è anche rappresentato come un dio dell'agricoltura mentre tiene, oltre al bidene, una cornucopia, che non è, però, traboccante di frutti. In tempi successivi, è stato distintamente identificato con i Serapis (Hapi-Osor, o Apis Osiride). Il carattere del dio dei defunti e della vegetazione, proprio di Osiride, rendeva Serapis assimilabile, per i Greci, ad Ade, mentre la capacità nelle guarigioni lo assimilava ad Esculapio. Anche l'imperatore Giuliano, (l'apostata"), afferma che un oracolo gli aveva comunicato che Ade e Serapis sono la stessa divinità. Tra l'altro l'animale sacro ad Ade è il toro nero (Apis). E come viene raffigurato Serapis? Seduto sul trono, come Zeus e Ade, con uno scettro in una mano (spesso l'altra mano si posava su Cerbero, a rappresentare la sua qualità ctonia), e talvolta aveva sulla testa un moggio di grano, caratteristica osiridea di divinità della vegetazione. Il bastone di Serapis, anche se molto simile, non è però l'equivalente del bidente di Ade. Quelli sul bastone non sono rebbi, ma delle corna. Le corna del toro Apis. Ma potrebbe rappresentare anche una luna crescente, altro simbolo di Apis, ma anche di Ade, dove in alcune immagini moderne è ritratto con sul capo una bella corona sul quale sono presenti una luna crescente, e sotto questa un'altra con le punte rivolte verso il basso.

Nella cultura greca, al contrario di come spesso viene rappresentato, Ade non era mai visto come un personaggio crudele o malvagio. Anzi, egli era un dio assolutamente benevolo. Il suo compito però era quello di fare la guardia ai defunti: non condurli e nemmeno prenderli a sé. E non ne era nemmeno giudice. Per svolgere i diversi compiti aveva diversi attendenti che, forse, hanno preso diversi ruoli a lui assegnati nel corso del tempo. Gli attendenti di Ade erano Thanatos, la personificazione della morte: il dio alato che si aggirava sui campi di battaglia e che più di tutti ha ispirato la rappresentazione della morte come la vediamo. Egli era colui che venne incantenato da Eracle dopo aver perduto la lotta con il semidio. Poi vi era Ascalafo, il giardiniere che venne trasformato in una civetta da Demetra dopo che rivelò di aver visto Persefone nutrirsi di sei semi di melograno. Vi erano Minosse, Eaco e Radamante, i tre giudici degli inferi che siedono intorno al trono d'ebano del re infero offrendogli consigli sul destino delle anime dei defunti. Eaco si suppone fosse anche il guardiaporte degli inferi, dato che teneva le chiavi del palazzo. C'era il noto Caronte, colui che traghettava le anime dei morti che avevano ricevuto una degna sepoltura funebre: lo stesso che anche Virgilio e Dante incontrano nel terzo canto dell'Inferno. Vi erano le Erinni, ossia le dee che vigilavano sul Labirinto dei Dannati e sulle torture dei suoi prigionieri e che venivano inviate da Ade nelle sue missioni di vendetta. C'era Ker, il demone della morte violenta; Menete, o Gerione, il pastore delle greggi solari dal vello nero, di proprietà del dio infero. Vi erano i tre fratelli Oneiroi: Morfeo, Fantaso e Fobetore, che gestivano i sogni dei mortali. C'era Hypnos, loro padre, nonché fratello di Thanatos, entrambi figli di Nyx, e che era il dio del Sonno. Menta, la ninfa che era amante del dio degli inferi prima che Persefone ne divenisse regina, dato che la strangolò e che venne trasformata da Ade in una pianta profumata che portava il suo nome e in seguoto, privata della capacità di fruttificare da una maledizione di Demetra. In ultimo poi c'erano le divinità dei cinque fiumi sotterranei: Stige, Lete, Piriflegetonte, Cocito e ovviamente Acheronte.

A guardia del cancello degli inferi, cui si accedeva tramite il lago Averno o tramite alcuni passaggi cavernosi, come quello che affrontano Dante e Virgilio nella Divina Commedia, stava Cerbero, il cane a tre teste che Eracle trascinò al di fuori durante una delle sue dodici fatiche e dalla cui bava, colante sul terreno, nacque l'aconito, una delle piante più venefiche e mortali che crescono sul nostro pianeta. Intorno al palazzo dove Ade vive con la sua consorte, cresce poi un immenso giardino di Melograni, tenuto appunto da Ascalafo, dove Persefone colse il frutto che la relegò per sempre all'oscurità. In quegli stessi giardini pascolano le greggi di bovini dal vello nero tenute da Menete.

Ade era un feroce guerriero che si distinse durante la titanomachia, ossia la guerra che durò dieci anni che i tre fratelli intrapresero contro il padre Crono e i titani guidati da Atlante. La sua grande peculiarità era quella di essere noto come plousios, ossia "munifico". Questo epiteto gli era avvalso per il fatto che egli possedeva i doni più grandi della terra: il suo cocchio trainato da cavalli neri era dorato come il suo palazzo, in quanto signore dei regni sotterranei egli possedeva le gemme preziose che vi si trovavano ma, soprattutto, possedeva le radici dei grandi alberi e di ogni pianta che cresceva sulla terra, pertanto era padrone del potere che permetteva loro di crescere e di dare frutti. La sua ambivalenza è incredibilmente accentuata, perché nonostante sia di fatto un dio della fertilità, Ade è un dio sterile: non avrà mai figli. E inoltre le sue amanti sono sempre prese con la forza, a segnalare un forte potere ctonio. Alcuni sospettano che avesse un aspetto poco piacevole e che per questo nessuna dea o ninfa avesse accettato di essergli consorte e per questo motivo spesso indossava un elmo a corprirgli il volto. Quando veniva rappresentato, Ade aveva folti capelli neri ricci e una folta barba dello stesso colore. Possiede quindi dentro di sé un forte aspetto distruttivo paritario ad un aspetto benevolo. Egli era noto anche come "il guardiano delle porte" o il "detestabile". A lui si sacrificava solo la notte e solo animali dal vello nero: bovini, ovini o equini.

C'è un interessante punto di vista da prendere in considerazione su Ade. Ossia il suo duplice legame. Il primo lo ha con Crono, che rappresenta l'archetipo del Saggio, in quanto era il dio del Tempo, e possedeva una falce con cui aveva evirato il padre Urano, che è lo stesso simbolo arboreo del forcone di Ade e il secondo, decisamente più importante, lo ha con un'insospettabile divinità Tracia: Dioniso.

I più acuti e acculturati di voi avranno già notato questo parallelismo e sanno di cosa stiamo parlando. Ma mettiamo ordine, così che ci sia più semplice capirlo. Eraclito, nel frammento numero 15 del suo Sulla Natura fa un'affermazione che ha dato molti grattacapi agli studiosi: "Se non fosse in effetti per Dioniso che fan la processione e cantano l'inno alle vergogne, svergognatissime azioni compirebbero, ma è lo stesso, Ade e Dioniso, per il qual delirano e fanno baccanali". Molte sono state le interpretazioni di questo passo, per spiegare come mai Eraclito paragonasse un dio della vita e della sfrenatezza ad un dio freddo della morte. Dioniso rappresenta chiaramente la sfera emozionale, mentre Ade il distacco psichico. James Hillmann, nel suo Il Sogno ed il Mondo Infero, interpreta questo passo in questo modo: "il frammento si riferisce al rito misterico di una processione sacra e va letto con analoga reverenza, addirittura come rivelazione di qualcosa di profondo contenuto in atti all'apparenza spudoratamente osceni, deliranti e folli. Non basta dunque liquidarlo con una generica constatazione moralistica, come fanno alcuni esegeti, per i quali Eraclito intende dire che perfino le più sfrenate forze vitali conducono pur sempre alla morte, oppure, come fanno altri, prenderlo per una delle solite ovvietà metafisiche di Eraclito sulla equivalenza di vita e morte (fr. 62, 88/A43, Al 15).

Rimangono pur sempre la vivezza delle immagini di questo rito misterico e il linguaggio sessuale con cui è espresso, che per la psicologia è così fondamentale. E allora, caro Eraclito, parlandoti al di là dei secoli, da psicologo a psicologo, io ti leggo come se stessi dicendo che, riguardo a questa conturbante distinzione tra emozioni e anima, tra la prospettiva della vitalità (Dioniso) e la prospettiva della psiche (Ade), la fantasia sessuale racchiude un mistero. In ciò che sembra più manifesto, pubblico e concreto c'è anche qualcosa che è coperto di vergogna, nascosto, invisibile. L'Ade che è in Dioniso dice che esiste un significato invisibile negli atti sessuali, un senso per l'anima nella parata fallica, che tutta la nostra forza vitale, compresi i desideri polimorfi e pornografici della psiche, allude al mondo infero delle immagini. Le cose della vita, per quanto piene di vita siano, non sono soltanto naturali
". Il primo dualismo che troviamo e che ci richiama Eraclito è il concetto che Ade, nella freddezza e nell'oscurità, è pieno di vita. Negli inferi ci sono pascoli e giardini ed è nell'inconscio che la fantasia è più fertile. Là dove la fertilità viene poi espressa in vita e sfrenatezza da Dioniso, al di sopra. Un altro punto di vista è del tutto mitologico e si ricollega ad uno dei miti più noti e uno dei pochi incentrati sulla figura del Signore degli Inferi: il ratto della nipote Kore. Il mito lo abbiamo trattato molte volte su queste pagine, specialmente durante il sabba di Mabon, quindi vi rimanderei a quell'articolo per conoscerlo, onde non ripetere cosa già dette. Vale però la pena di considerarlo da un punto di vista lievemente diverso questa volta e di soffermarci su alcuni punti. Ade rapisce la giovane Kore nei pressi di Enna su accordo avuto con il fratello Zeus, dal momento che tutti gli dei avevano una moglie tranne lui. Ma c'è un altro punto interessante. Quando ho letto il mito ho trovato curioso che Demetra, la madre di Kore, sorella di Ade e Zeus, si assentasse per un lungo viaggio esattamente nei giorni in cui il rapimento venne realizzato; rivestendo un ruolo di madre estremamente protettiva nei confronti della figlia ho trovato che fosse una strana coincidenza che la lasciasse da sola, a casa, proprio quando Ade aveva avanzato questa richiesta al fratello, anche per il fatto che Zeus ne era il padre. Nel mito ho letto una sorta di tacito accordo di "lontananza" quando sono incappato in questo evento, come se Demetra sapesse e preferisse non vedere. Ma proseguiamo: Ade rapisce Kore, la trascina urlante giù negli inferi e Demetra comincia la cerca della figlia che durerà nove giorni e che la condurrà, in lutto, fino alla città di Eleusi, dove sotto mentite spoglie entrerà alla corte di Peleo e Metanira come badante per il piccolo Demofoonte. Là avviene un fatto interessante. La regina offre a Demetra del vino e lei lo rifiuta, chiedendo invece della birra aromatizzata con la menta. Ora, il mito è stato smembrato e riscritto moltissime volte e ogni volta in cui incappo in questo evento, anche se narrato da diversi autori, anche se noto enormi differenze nelle altre parti, questo rimane sempre uguale. Perché Demetra rifiuta una bevanda sacra e divina in cambio di una bevanda povera? Lei è una divinità orgogliosa ed è sotto mentite spoglie, ma qualcosa in lei non poteva essere cambiato; infatti nutre Demofoonte con l'ambrosia e il piccolo cresce in modo anormale. Mi è rimasto questo dilemma per un pezzo, finché non sono incappato in Eraclito e allora ho capito. Il vino, come ben sappiamo, è ottenuto mediante la spremitura e la fermentazione del frutto di una pianta sacra a Dioniso: la vite; la birra, invece, è ottenuta mediante la fermentazione del frutto di una pianta sacra a Demetra: l'orzo. Pertanto lei rifiuta la bevanda sacra a Dioniso perché sa bene chi è colpevole di aver rapito sua figlia. E dopotutto chi è Dioniso? È un dio introdotto in seguito, un due volte nato, proveniente dalla Tracia, il luogo da dove arrivano anche divinità come Ares, Cibele e Attis. Secondo una versione del mito, quello narrato negli Inni Omerici, alla corte di Metanira Demetra incontra Trittolemo, un ragazzo sveglio che si ingrazia subito la dea sostenendo di non volersi occupare di politica nonostante sia il più anziano e quindi per diritto destinato al trono. Una volta che si è rivelata, Demetra lo istruisce perché divenga il primo sacerdote del santuario a lei dedicato che fa costruire ad Eleusi (e nel quale si rifugia maledicendo la terra). Fu così che istituì i Mysteria, i sacri riti incentrati sulla vita dopo la morte e sul ratto di Persefone e invita lo stesso Trittolemo ad affrontare una catabasi per andare a prendere la figlia perduta. Ma Trittolemo non ne esce vincitore e secondo gli Inni Omerici fu proprio Dioniso a sposare Persefone per nozze infere. E io mi sono chiesto: ma perché Ade avrebbe permesso che suo nipote (in quanto figlio di Zeus e Semele) gli portasse via la sposa che gli era stata destinata, se non fosse che Dioniso e Ade sono la stessa divinità?

Per comprendere ora delle possibili affinità con altre divinità di altri Pantheon è bene discostarci dal ruolo che Ade ha nel contesto greco. Questo perché molte divinità infere di altri popoli hanno un genere femminile, come Hel, ad esempio o Ereshkiegal. Ma c'è una divinità che è del tutto simile ad Ade: Arawn, di cui si parla nel primo ramo del Mabinogi. Le divinità celtiche sono molto diverse da quelle egizie, mediterranee e anche nordiche. Sono più vicine ad essere degli eroi in veste divina che reali divinità. Nel poema gallese, Arawn è descritto come l'Uomo Grigio ed è il Signore degli Inferi. Ha una consorte infera ed è una divinità assolutamente benevola, ma quando si presenta porta con sé un incredibile potere oscuro. La sua prima apparizione avviene proprio nel Mabinogion. In quest'opera si apprende come ci sia una lotta in corso tra le divinità infere, in quanto c'è un rivale che Arawn ha già sconfitto una volta ma che, per via della sua bontà d'animo, che l'ha spinto a risparmiargli la vita dopo il primo scontro che l'ha visto vincitore, questi è tornato più forte di prima ed egli, proprio per questo, non ha più alcun potere su di lui. Arawn così è costretto a giocare una carta determinante, ossia uscire nel regno dei mortali e cercare un campione che lo possa sostituire. E per questo ruolo sceglie il Signore di Dyved: Pwyll. Pertanto, durante una battuta di caccia, Arawn lo attira a sua insaputa lontano dal gruppo grazie ad un cervo, fino ad una zona di foresta che egli non conosceva. In una radura lascia che i cani del suo prescelto uccidano, per quanto riluttanti, l'animale e che banchettino con la sua carne, dopodiché appare con i suoi cani spaventosi e accusa Pwyll di essere un pessimo ospite dal momento che il cervo che stava cacciando era suo. In cambio della scortesia che ha mostrato, Arawn gli propone un patto: scambiarsi i ruoli affinché affronti il rivale Havgan al suo posto. E così fanno. Pwyll prende le sembianze dell'Uomo Grigio, sale sul suo cavallo, viene seguito dai suoi cani e si accinge a discendere nel mondo sotterraneo dove affronta due prove, perché a dire di Arawn: "la spada deve essere temprata per affrontare la battaglia". Queste sono prove del tutto psicologiche, incarnate però, come spesso accade nelle favole e nei racconti mitologici, in mostri e nemici fisici da abbattere e che rivestono i ruoli delle paure o delle avversità dell'animo umano: il primo è un'immensa e terribile creatura che rappresenta la paura e il disgusto, l'altra, inframezzata dall'incontro con la bellissima Rhiannon degli Uccelli, è l'incarnazione del dubbio e della disperazione. In questo viaggio troviamo decisamente i simboli delle avversità che l'animo umano deve affrontare per rapportarsi alla morte: paura, disgusto, dubbio e disperazione sono i quattro punti cardine principali che determinano la difficoltà di accettazione del potere e della conoscenza infera. Se poniamo questo viaggio su un punto di vista psicologico, allora ci diventa chiaro come siano dei passi necessari per fare i conti con i propri demoni personali che risiedono nel regno sotterraneo, quindi il subconscio, e che richiamano l'incapacità di accettarle come esperienze che dobbiamo fare o comunque come cose che appartengono a noi. Il disgusto è proprio questo: il rifiuto a priori di qualcosa che non vogliamo e non siamo capaci di vedere. L'impossibilità di accettare che anche i sentimenti più indegni di noi, i pensieri più abominevoli, ci appartengano e siano parte di noi. Rifiutarli non cambia la situazione e il primo passo è affrontare questo rifiuto, capirlo e vincerlo. Poi c'è la paura, perché quei sentimenti ci spaventano: i mostri che il sonno della ragione partorisce sono terribili. Questa paura non è incentrata verso l'esterno di noi, ma verso l'interno: ossia il temere ciò che saremmo in grado di fare. E per quanto Arawn si comporti in modo eccelso, e di suo anche Pwyll, dato che rispetta il talamo matrimoniale e rifiuta la moglie dell'Uomo Grigio anche se avrebbe diritto di giacere con lei, rimane comunque un bisogno di vincere giocando in modo oscuro: sia l'aggirare Pwyll inducendolo a fare un patto che conviene solo ad Arawn e facendo leva sul suo senso di colpa per aver lasciato che i suoi cani si nutrissero di un cervo che, a suo dire, era una preda che non gli apparteneva, sia il fatto che se Pwyll fosse stato sconfitto nel conflitto con Havgan sarebbe rimasto probabilmente imprigionato negli inferi dopo aver combattuto una battaglia che non era la sua. Per quanto velato, il tradimento e il rapimento idealmente simile a quello perpetrato da parte di Ade e Zeus (e Demetra se vogliamo) nei confronti di Kore si ricalca, anche se non nel medesimo svolgersi. Vero è che Arawn non lascia da solo Pwyll ad affrontare le due prove, ma non sottintende nemmeno cosa avrebbe implicato il perdere la battaglia contro il suo rivale.

Il terzo aspetto che Pwyll affronta è il dubbio. Quando affrontiamo la nostra ombra, dopo aver vinto la paura e aver capito che c'è, la prima cosa che ci capita di vivere è ancora uno strascico di non accettazione: ossia dubitare che ciò che vediamo sia una realtà, che noi siamo veramente ciò che vediamo. In termini stregoneschi e sciamanici questo significa mettersi di fronte ad uno specchio ipotetico che ci mostri quel lato di noi che non vorremmo vedere: incontrarlo di persona, farci i conti. Nel viaggio verso l'ombra è facile che ciò che vediamo ci renda dubbiosi, nella sua interpretazione, come è anche facile che non si abbia la capacità di vedersi per come siamo in profondità. Dopo aver visto, ma prima di accettarlo, allora scatta la disperazione. Questo è il nemico più difficile da vincere, secondo alcuni, anche se secondo me il dubbio è forse peggio. Se ci lasciamo soggiogare da ciò che siamo senza accettarlo e capire che nessuno di noi, dentro, è assolutamente al sicuro da questi aspetti, questa emozione è capace di distruggerci, di farci crollare, di spezzarci le ginocchia. Il nostro viaggio si conclude. Invece dobbiamo capire che siamo ciò che siamo anche perché l'ombra e la luce creano sfumature di grigi.

Se mettiamo in conto quindi che Ade e Arawn sono i guardiani delle cose nascoste e coloro che ci mettono alla prova, il nostro io è rappresentato da Pwyll e da Kore. Nel caso del femminile l'esplorazione dello sconosciuto porta alla maturità del frutto e l'accettazione dell'esperienza mestruale, quindi Kore da fanciulla diventa Persefone, la donna. Nel caso del maschile l'affrontare i demoni implica il saper capire cosa sia giusto: quindi Pwyll sconfigge l'avversario Havgan e giace con la moglie di Arwan nello stesso letto senza prendere piacere con lei. Celata, ma reale, è appunto anche questa ultima prova: sconfitti i tuoi demoni sei capace di accettare i tuoi istinti e pertanto dominarli senza rimanerne soggiogato. Se Pwyll avesse ceduto alle lusinghe della regina che lo credeva suo marito, Arwan non avrebbe (forse) avuto nulla da dire in quanto era suo diritto, ma il non aver ceduto ha portato ad una profonda amicizia tra i due: il lato oscuro Arwan e quello luminoso Pwyll, nel riappropriarsi dei rispettivi ruoli, trova infine un equilibrio. Esattamente come Persefone accetta il suo ruolo di Signora dei Defunti a fianco di Ade e siede sul trono alla sua sinistra. Per quanto lontane, le rassomiglianze tra le due storie ci portano un concetto: la coercizione. Non sapremo mai cosa sarebbe capitato se Kore non avesse mangiato il melograno o se Pwyll avesse tenuto i suoi cani al posto e non avesse ritenuto di sentirsi in debito nei confronti di Arawn. Entrambi, in qualche modo, sono rimasti legati al loro destino perché così doveva essere.

In entrambi gli aspetti inferi, vediamo comunque una saggezza di fondo, costellata da un fortissimo potere. Arawn è capace di mutare le sue sembianze, regna in un palazzo infero con una consorte ed è a guardia dei defunti; con sé ha un destriero fidato e dei cani dall'aspetto inquietante. Quando è nel regno di superficie, il poema fa intendere che il tempo, nei due regni, scorre in modo differente. E là dove per Pwyll è passato un giorno e una notte, per Arawn è passato un anno e un giorno. In sostituzione al Signore di Dyved, nel regno di superficie egli ha amministrato il potere con giustizia e probità, ha raddrizzato torti e ha saputo essere giusto e puro di cuore. Non ha quindi mostrato un lato malevolo, distruttivo e vendicativo. Anzi, secondo il poema il popolo era così contento del modo in cui il presunto Pwyll aveva regnato che, al suo reale ritorno, gli viene fatto notare come quel periodo fu prospero. Un concetto, questo, che ritroviamo anche in Ade che, per quanto insignito di un enorme potere oscuro, è capace di tenerlo a bada; egli è l'unico che è in grado di farlo.