The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Editoriale Beltaine 2008

Beltane 2008

Mi chiedo se talvolta crediamo di fare qualcosa per gli altri... senza sapere che lo stiamo facendo per noi stessi. Non capiamo di cosa abbiamo veramente bisogno, o a cosa ci portano i nostri desideri, le nostre aspettative. Sappiamo solo che ci sono, che pensiamo ci nutrano, e ignoriamo il fatto che forse siano loro a nutrirsi di noi e che ci consumino, lentamente.
È come fare una lista delle persone che ti donerebbero un rene e fare una lista delle persone a cui doneresti un rene. È così che capisci quanto sei capace di essere sincero con te stesso; quanto sei capace di stringere un cerchio intorno a te, escludendo ad una ad una le cose che credevi importanti e che ora non ci sono più. Ma non solo le cose... dico anche le persone.
Io sono sempre stato uno come mio figlio. Lui va da un bambino, gli sorride e gli dice: "Ciao, giochi con me?".
È così che ho rimorchiato (senza successo) qualche dozzina di ragazze nella mia vita. Forse mio figlio tocca anche altri tipi di traguardi; lui ha una faccia di tolla senza precedenti. Credo che se andassi in giro con lui senza materialmente fermarlo, sarei capace di mangiare gratis tutti i giorni. È incredibile. L'età fa giocoforza, ovviamente... ma di base c'è la fiducia nei propri mezzi. Una volta anche io ero così. Una volta tornavo a casa con persone sconosciute ed erano tutti amici. Forse una volta, a differenza di ora... la parola amico aveva un sapore diverso in questa bocca, da quella che ha ora. O forse facevamo così tante promesse quando eravamo bambini... "amici per sempre", "non ti lascerò mai". Mai e sempre. Due parole che pesano come piombo.
Mi scrive Craig, batterista dei Tygers of Pan Tang, con cui ho condiviso un tour memorabile e mi dice che mi reputa un suo amico, e io mi rendo conto che ho le lacrime agli occhi. Perché?
Non è perché un signore inglese, batterista di una band rock n roll degli anni 80, capisce qualcosa di amicizia meglio di altri... è perché abbiamo bisogno di sapere che siamo importanti. Anche solo per cinque minuti... e sapere che c'è una persona al mondo che dopo quattro giorni in giro a bere, raccontarsi, stare sveglio la notte per portarli in giro, svegliarli la mattina per ripartire, è capace di apprezzare quello che fai indipendentemente dal fatto che tu lo dovevi fare per lavoro. Poteva dirmi: "Grazie, Danny. Sei un ottimo tour manager". Sarebbe andato bene lo stesso. Invece mi ha detto: "Sei una persona che ricorderò con calore. Salutami tanto tuo figlio e tua moglie. Sono persone meravigliose".
Io credo veramente di aver fatto tante stupidaggini nella vita... e sono pronto a dire che non sono finite e che sbaglierò ancora. Ma la cosa più sbagliata che posso dire di aver fatto è lasciare che l'amicizia di alcune persone che valevano se ne andasse affanculo perché non ho fatto di tutto per chiarire. Sono cose che mi tormentano sempre... e che trovano poi la via della carta, in metafore, racconti, urla, poesie, canzoni. Tutto lì, pestato e schiacciato in un buco di culo di hard disk che, il giorno in cui deciderà di tirare le cuoia si porterà tutto con sé. E pensare che a tutte quelle persone cui vorrei tanto dire qualcosa... ormai non ha più senso dirglielo, perché tutti questi anni e questi giorni... si sono accumulati strato dopo strato, come ere geologiche... e quando ci ho provato, in quei momenti di tetra lucidità in cui sollevi la cornetta e sputi il rospo, spesso la risposta è stata solo: "Danny chi??"
È così. Credetemi. Siamo tutti come ostriche. Se non buttiamo fuori quel dannato granello di sabbia che ci tormenta lo ingrosseremo ancora e ancora... fino a che non avremo più nemmeno spazio per noi. E più sarà grosso più ci darà fastidio.
Forse dovremmo darci questa possibilità... Dico di fare un po' di pulizia dentro di noi... e magari smetterla di parlare in prima persona plurale quando bisognerebbe parlare al singolare. Decidersi di cercare di capire quando il perdono è giunto da altri ma non da te stesso e cercare di fare del nostro meglio per imparare a perdonarsi, e senza l'aiuto dei fiori di Bach, ma solo con le proprie forze. Purtroppo ogni persona che lasciamo andare via, e che sappiamo che ci mancherà, sarà come una piccola morte.
Ho ricordi precisi e netti, come quadri di Kandinsky, di alcuni momenti della mia vita. E ce ne ho uno stampato sempre qui... un cielo color porpora, una collina alta con una grossa vigna e una ragazza seduta che mi dà le spalle. Leziosa parla e parla e parla, mentre il sole sfugge ancora via, quatto quatto. Ha solo diciotto anni, le cosce belle e affusolate, il visino semplice. Uno di quei fiori che ho solo accarezzato perché sapevo che in quel momento la mia mano sarebbe stata una mietitrebbia, e volevo che non mi odiasse.
Io stringo tra le dita un acino d'uva. È settembre mi pare, e i frutti verdi e succosi sono una delizia. Dolcissimi, promettono vino e fragranze e baldoria. Lei ha le mani poggiate a terra, le gambe distese, il suo accento veneto di confine, i suoi modi un po' rudi talvolta, tipici di chi crede di avere tra le mani tutto quando cavalca uno scooter. Io mi rendo conto subito che la sto ignorando... ho la testa da altre parti, a casa un po'... che mi pare così lontana dal mio servizio civile. E mi ricordo quel cimitero e la via che vi conduceva. Una vecchietta in bicicletta si allontana, portandola a mano, mentre il factotum del paese fa ragliare il cancello, chiudendolo. Un colpo di tosse. Una macchina lontana che alza un polverone su una strada sterrata, come un incendio di terra che si vede da miglia di distanza. La strada che serpeggia fino al camposanto è disseminata di alti cipressi e pare dimenticata; dall'asfalto, dalla civiltà. È come se il paese avesse voluto chiudersi a riccio contro quelle mura. Lasciandolo fuori, perché vuole vivere e lui è invece la morte e l'abbandono.
Dietro di me c'è quello che rimane del castello: quattro mura di mattoni con rifiniture viscontee ormai abbandonate. Il campanile della chiesa in centro al paese rintocca, alcuni bambini ridono tornando a casa. C'è il silenzio dei paesi con un solo stop; senza semafori.
"E le mie amiche e la mia mamma e il mio ragazzo e la scuola e la biblioteca e il telefonino e il lago e l'estate e lo scooter..."
Solo parole su parole. Non la sto proprio ascoltando. Ad un tratto un fulmine spacca la serenità del cielo e io mi volto, come se una secchiata d'acqua mi avesse investito. "Non me ne frega un cazzo se ti scopi le altre. Io non voglio lasciarti andare via".
Per un momento ho sentito dentro di me qualcosa muoversi... faccio due passi. Lei è di spalle. Silenziosa come un monile, ora. Ciondola solo un po' i piedi a destra a sinistra, facendo leva sui talloni. Non c'è mai stato sesso tra noi. Mai ci sarà. Sto per avvicinarmi e ad un tratto sento un lieve rombo, un ronzio... è il Mincio che passa nei pressi e si ingolfa in un dato punto. Mi ci ha portato con lo scooter, senza casco, in barba alla sicurezza, solo per farmi vedere alla luce della luna quel posto dove l'acqua si mescola con l'acqua. Niente di che... solo qualcosa di particolare in un posto dove non c'è niente di particolare. Quel rombo ora mi distrae solo quel dato secondo... per sentire quel movimento dentro me farsi più debole e poi rinunciare. Lei sta aspettando un abbraccio, lo sento. Lo vuole, ne ha bisogno. Ha bisogno che io le dica che non me ne andrò mai, che la sposerò, che affronterò il suo fidanzato con la sua macchina fica e gli dirò che non si merita la ragazza che ha. Io cerco di non fare rumore. Forse se non mi muovo lei crederà che stia dormendo, che me ne sia andato, che non abbia sentito. Dopotutto la legge naturale ha insegnato agli animali che spesso per sopravvivere è necessario fare il morto. Il predatore ti annusa... e capisce che non vuole mangiare un cadavere.
Quella piccola particella di onore dentro me si oppone... contrastata dalla mia età, dai vento nei miei capelli, dall'acidità di stomaco per i succhi alla pesca che bevo a pasto perché penso che mi facciano bene. Ho paura anche solo a respirare in quel momento. Qualsiasi, delle poche cose che potrei dire è sbagliata. Io so che andrò via. Io so che non tornerò per lei. Io so che la sua vita e la mia vita sono troppo diverse e che non voglio stare con lei. Mi sento solo in questo paese, perché è la mia prima esperienza in una casa da solo e ho ventun anni. Io non voglio morirci qui. Non voglio diventare parte di quel cazzo di camposanto che il paese ha espulso dai suoi confini. Perché sarei così. Perché sono wiccan e sono diverso... perché sono libero e mi sento in un cazzo di lager. Perché se voglio stare con una donna è perché ho desiderio di stare con lei, accarezzarla, abbracciarla, scaldarmi un po'... non perché voglio pianificare tutto il mio futuro del cazzo. Forse le dovrei dire così. Sto per dirlo. Prendo fiato, armo la bocca.
Lei si alza da terra, si toglie di dosso le foglie morte e le briciole di mondo che le sono rimaste aggrappate ai vestiti e non mi degna di uno sguardo. Sale sullo scooter e se ne va via.E io rimango lì. Il sole è bello che tramontato e la vigna viene scossa dal vento della notte. Come lo conosco... come lo conosco quel vento. Amico mio.
È così che doveva andare. Lo sappiamo tutti. Anche lei. Ma non è il fatto in sé. È che quando non dici quello che devi dire, che pensi o che desideri... quelle cose ti rimangono dentro e poi infettano tutto e ti ritrovi dieci anni dopo a dirle a perfetti sconosciuti, in un editoriale del cazzo come questo che è da trenta righe che non sa nemmeno dove andrà a parare. Non importa quanto abbiano peso nella nostra vita... Non sapremo mai esattamente cosa dire o fare nella nostra vita in un dato momento, sia esso di difficoltà che di normalità. Ogni scelta implica decine di possibilità che si chiudono e si aprono, come ugelli.
Dobbiamo però imparare a capire chi sono le persone importanti, e fare di tutto perché non vadano via. Se poi vanno via lo stesso... che la dea abbia cura di loro.E non ci dobbiamo accanire contro chi ci fa del male, anche se non dobbiamo permettere a nessuno di farci il cuore a pezzi. Alcune persone, semplicemente non si rendono conto che hanno delle alternative, talvolta, nel fare del male. Semplicemente non capiscono che ci sono delle alternative. La gente non fa male alle altre persone perché deve. La gente lo fa perché non capisce che può evitarlo. E io penso a quante volte, anche con quella stessa ragazza, mi sono comportato come un intercity che passa attraverso un dormitorio. E non me ne sono accorto se non con il passare degli anni, quando ho rivisto ciò che ho fatto con gli occhi diversi di chi è cresciuto e ha avuto modo di provare altre cose.
 
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