The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Editoriale Beltaine 2015

Beltaine 2015

Na duḥkhaṁ na sukhaṁ yatra na grāhyaṁ grāhakaṁ na ca na cāsti mūḍhabhāvo'pi tadasti paramārthataḥ

Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con mio padre, delineato da momenti di bassa e di alta marea. Momenti in cui la bassa marea era riconducibile a periodi in cui potevamo anche capirci e dove la alta marea invece era relativa a periodi in cui a tutti gli effetti eravamo come due mondi lontanissimi, ognuno con la propria orbita. Nella comprensione delle dinamiche familiari, devo dire che mi sono sempre sentito più vicino ad un punto di vista junghiano. Soprattutto nei rapporti con i nostri genitori. Pertanto il nostro vivere, spesso, come pianeti distanti, mi ha dato ampio spazio ad un'analisi di me stesso. Nel corso del tempo, grazie anche a molto lavoro personale, ho capito il perché di molti comportamenti reciproci anche se, ahimé, ciò non ha facilitato l'assorbire di alcune ferite.
Quando diventiamo genitori, almeno a me è capitato così, abbiamo una duplice scelta nel modo in cui applicare le esperienze che abbiamo acquisito dai nostri padri: prendere ciò che di buono ci hanno insegnato e riconoscere gli errori che hanno fatto per non ripeterli, oppure non fare esami di coscienza su ciò che è stato e trovarci ad assomigliare sempre di più a ciò che giuriamo ogni giorno di non diventare. Io ho cercato di seguire la prima via. Ma nel tempo mi rendo conto che a volte, involontariamente, mi capita di mettere il piede dall'altra parte. Mi piace pensare che accorgermi di questi eventi sia abbastanza. Ma è una piccola bugia che dico a me stesso. L'unica cosa che posso fare è cercare di esaminare ogni cosa come se fosse la prima volta e cercare di prendere delle decisioni il più sensate possibile. Non sempre ci riesco, ovviamente, e questo andrà a far parte del mio bagaglio; là, bene infilato nel fagotto che sta appeso alla cima del mio bastone.
Gli eventi più significativi che attestano questo pensiero sono relativi all'adolescenza e all'età adulta. Quando si è bambini è giusto e bello non vedere alcune cose. C'è sempre tempo per rendersi conto delle difficoltà, delle complessità, delle ingiustizie, delle bugie e dei limiti che abbiamo noi e le persone che ci circondano. Se non è così significa che c'è qualcosa che non è andato per il verso giusto.
La prima volta che mi sono sentito compreso da mio padre, quando credevo invece di essere solo in ciò che provavo, fu quando, all'età di vent'anni, la mia prima relazione degna di nota con una ragazza ebbe termine dopo una lunga agonia. Vivevo, innocentemente, in un'infantile sospensione di coscienza, come uno specchio posizionato di fronte ad un altro specchio. Ero come immerso in uno stagno di intorbidimento che mi risucchiava come fango gelido. Non riuscivo a comprendere come potesse accadere che un giorno qualcosa cui noi teniamo dovesse finire di esistere. Ma anche se io non ero pronto ad accettare quello che mi stava succedendo, il mondo non era disposto a rallentare per darmi modo di comprendere il turbine che mi aveva avvolto e così, senza sapere né come né perché (perché non so amare altrimenti che così), mi ritrovavo seduto sul divano, sulle panchine dei parchi, sulla sedia davanti alla tv, a terra appoggiato ai tronchi degli alberi, arroccato su una collina verde e senza alberi, simile a una testa calva in mezzo al bosco circostante, del tutto simile a quella dove Frodo ebbe la prima esitazione nel suo lungo viaggio. E in ognuno dei punti in cui mi trovavo, sentivo che il grigiore mi riempiva dentro come un secchio che scendeva sempre in un pozzo, portando su ogni volta ettolitri di tristezza, disperazione e incapacità di andare avanti. Faticavo a parlare, a respirare. E come diceva Gaber, non riuscivo neanche a decifrare questo gran rifiuto che sentivo, e non sapevo se era un odio esagerato o un grande vuoto o addirittura un senso si sgomento, di disgusto che cresceva e che aumentava ogni giorno. Ero afflitto dai sintomi della sindrome di Cotard senza essere un caso psichiatrico. O forse, siamo onesti, un caso psichiatrico lo sono sempre stato, ma mi convinco ogni giorno del contrario da tutti questi anni. La verità dopotutto è come la mia gatta Polpetta, sta sempre nel mezzo, pronta a farti inciampare.
Poi ricordo che un giorno in cui stavo particolarmente male, mio padre entrò in salotto. Io non ho mai avuto la fortuna di avere la privacy di una stanza che fosse solamente mia. Né quando vivevo con i miei né in seguito. Quindi mi sono abituato presto ad imparare a scavarmi momenti di solitudine come fossero diamanti in una miniera. Credo che mio padre dovesse dirmi qualcosa di assolutamente normale, tipo che era pronta la cena o altro, ma quando mi vide piangere nell'angolo del divano, con la testa fra le mani, si fermò e mi abbracciò. Ricordo che mi disse: "So che non capisci come sia successo e che ti fa male e che pensi che durerà per sempre, ma passerà. Tutto passa sempre".
Già. Tutto passa sempre.
Inutile dire che a quel tempo, e anche le numerose volte successive in cui mi sono trovato in una situazione analoga, quelle parole non servirono per nulla a farmi sentire meglio. E nel corso del tempo, mi sono reso conto che tra le sensazioni positive che possono indurre, quella della consolazione non è di sicuro una di queste. Quanto meno con me. Ma credo che sia un po' anche il destino delle frasi fatte, dei proverbi, di tutte quelle cose che una persona non vuole sentirsi dire mai, proprio perché intuisce lo scarso potenziale sollevativo che hanno, ma che immancabilmente deve udire nei momenti di difficoltà. Una punizione? Una lenta tortura? Una sadica vendetta? Ogni volta che mi capita di sentirmi dire una cosa del genere quando mi sento triste mi viene solo voglia di prendere a calci chiunque. E non credo di essere il solo che quando sente il bisogno di urlare vorrebbe poterlo fare senza essere costretto a sentire qualcuno ti dica: "abbassa la voce". Quella volta volevo solo piangere. Tranquillo, senza pretese. E andava benissimo sentire l'abbraccio di mio padre nel mentre. Non chiedevo di meglio. Ma sapere l'ovvio, in quel contesto, non favorì nemmeno di un secondo la guarigione. Per arrivare, infine, il dolore dovette seguire tutto il suo corso, dall'inizio alla fine. Dovetti scendere e salire per capire che è vero: tutto passa. Nel bene e nel male. Tuttavia saperlo o sentirmelo dire non solo non ha migliorato il mio umore, ma mi ha spesso indotto a sentire il mio dolore sminuito ad un semplice castello di sabbia edificato in riva al mare che, per quanto bello, non è destinato a durare un giorno. La marea è sempre inesorabile. Lo sanno tutti che lo è. Ma questo non toglie nulla della grandezza e della bellezza di viversi l'illusione, anche per pochi minuti, di costruire qualcosa di bello, anche se non immutabile. Anche i monaci tibetani che impiegano ore di lavoro per costruire complessi mandala con finissimi sabbie colorate li distruggono appena dopo averli finiti. Pazzi o saggi. C'è poca differenza a volte. Un'opera cerimoniale, unica e meravigliosa viene distrutta affinché tutti, lo spettatore, gli esecutori, chi ha consacrato il posto e chi lo ha fornito, possano onorare e celebrare lo scorrere e ricordare l'impermanenza di ogni singola cosa. Nessun ostacolo alla vita compassionevole. Mutatis mutandis, dicevano i latini. Cambia ciò che deve essere cambiato. Distruggi ciò che hai faticosamente costruito in ore e ore di lavoro per innalzare un inno silenzioso alla più grande metafora dell'universo: l'impermanenza di tutto ciò che esiste, dalla pietra più antica di cui sono fatte le montagne, al germoglio verde sul ramo, che dorato, non dura. Non conta nulla il motivo che ha spinto una divinità, la natura stessa o, in rari casi, anche l'uomo a creare, fabbricare, ideare una certa cosa. Qualsiasi sia, può essere spazzata via con un singolo soffio, con un tocco della mano, un minimo movimento. È lo scorrere delle cose.
Severino Boezio, filosofo romano del quinto secolo, disse che la storia è una ruota. "L'incostanza è la mia vera essenza", afferma questa ruota. "Innalzati sui miei raggi se lo desideri, ma non ti lamentare quando sarai scaraventato indietro negli abissi. I momenti buoni passano, ma passano anche quelli cattivi. I cambiamenti sono la nostra tragedia ma anche la nostra speranza. I momenti peggiori, come i migliori, passano sempre". I momenti migliori, come i peggiori... passano sempre. Non credete anche voi, come me, che il paradosso di tutta questa ovvietà è celato nel fatto che non ci è permesso quasi mai renderci conto di quali siano gli uni e quali gli altri finché non sono passati e svaniti nel turbine oscuro del fiume dei giorni? Finché non possiamo esaminarli con quel piccolissimo margine di visione globale che il tempo della nostra vita ci concede. Quando ce lo concede, inoltre; quando ce lo concede. È anche questo, forse, che il tempo ci rende malinconici.
Ma quando ci avviciniamo ad avere questa visione globale, perdiamo la capacità di viverci quel momento dato che, per sua natura, è passato. Possiamo solo contemplarlo da una certa distanza, rigirarlo tra le dita come un bicchiere di weiss fruttata e osservare il ciclo delle bollicine che formano la schiuma che protegge l'ossidazione della birra. Memore di quello che ho provato tutte le volte che mi sono sentito dire, quando stavo male, che tutto sarebbe passato, quando ho tenuto mio figlio tra le braccia nei suoi momenti di grande tristezza, ho cercato di lasciare che tutto scorresse, che non si sentisse forzato a percepire gli eventi che stava vivendo e le emozioni che stava provando come qualcosa con cui doveva fare i conti per forza subito pensando ad esse nel futuro, ma che le vivesse come meglio sentiva di fare. Il nostro divenire, per quanto ne possiamo essere consapevoli, può divenire una croce pesantissima da portare se non siamo pronti a capirne il senso.
Ho sempre sentito dire, poi, che l'ignoranza è felicità. E devo dire di aver anche condiviso, a fasi alterne, questo pensiero. In parte, ad essere onesti, lo condivido tuttora. Specialmente quando vedo il mio gatto Salsiccia e Morgan giocare assieme o coccolarsi a vicenda. Io non credo che Salsi abbia coscienza del fatto che io lo stia curando al meglio delle mie possibilità ma che sono consapevole, io per primo, di non poterlo salvare dal suo destino ultimo e che, giorno dopo giorno, quel poco che posso fare con le mie scarse capacità non contrasta ciò che il tumore degenerativo che ha manifestato fa a lui. A guardarlo mi domando a volte cosa darei per avere il suo spirito. Quando le avversità, o in casi come il suo le malattie potenzialmente mortali, colpiscono noi esseri umani perdiamo molto più tempo a piangerci addosso, ad arrabbiarci, ad inveire contro nemici invisibili, divinità di ogni tipo, a prendercela anche con chi sta bene e non pensiamo a godere ciò che abbiamo al massimo. Io non so se lui ha la percezione che qualcosa sta lavorando contro la sua vita dentro il suo corpo, ma so che fino all'ultimo momento è capace di vivere al cento per cento, giocando, correndo, saltando, spassandosela come se nulla fosse. Io non conosco nessun essere umano che ne è capace. Se una cosa del genere fosse capitata a me avrei perduto settimane solo a disperarmi e a chiedermi perché. E se un giorno mi dovesse capitare so che dovrei lottare per far sì che tutto ciò non diventi ineluttabile. Perché ogni ostacolo che noi vediamo nel corso immediato o mediamente previsto della nostra vita diventa una questione personale. Noi ci prendiamo un raffreddore, ci viene la febbre e scadiamo nel vittimismo, comportandoci come se fosse peste bubbonica. E quando moriamo, tutta questa paura ci trattiene indietro, ancorati da quell'egoistico bisogno di chi rimane qui e che non ci vuole vedere andare via, dalla materialità, dalla sensazione che il nostro scopo su questa terra è fondamentale nel piccolo come nel grande e che tutto non potrà mai funzionare se non ci siamo noi a guardarlo. Noi ci impantaniamo il cervello e l'anima in modi sempre nuovi per cercare di spiegare il perché e il come della vita, di ciò che ci capita, di ciò che non ci capita e dimentichiamo che conosciamo, dentro, nelle nostre fibre, tutto il vero significato di ciò che siamo. Ossia che tutto passa. Anche noi. E io invidio Salsi perché lui sa vivere davvero al cento per cento, momento per momento, ad essere sul pezzo ogni singolo istante. Io so che lui accetta la morte come accetta la vita e riesce ad andare oltre, con la mente e con lo spirito. Io so che non si potrà mai perdere per strada e che non ha paura, ma si vive ciò che gli resta senza filosofie, senza ambiguità, senza falsità, senza paradigmi o speranze e illusioni, bensì solo applicando la verità che si cela nel vivere. Non fa come me, che per quanti libri ho letto e scritto ancora non riesco a concedermi la pace di accettare lo scorrere e di ricordarmi che io so già tutto ciò che devo sapere sulla vita. Ma ancora mi perdo per strada, lasciando cadere sassolini bianchi come Pollicino e come se avessi le tasche bucate mi accorgo di aver lasciato cadere il vero significato che si cela dietro l'esistenza incarnata: ossia che la vita va semplicemente vissuta. Niente altro che questo. Solo vissuta. Pertanto non è solo l'ignoranza ad essere felicità. È l'accettazione del momento come passeggero. Un qualcosa che io non riesco ancora a quadrare.
Nella Persia del dodicesimo secolo, Farīd al-Dīn ʿAṭṭār, figlio di uno speziale di Nīshāpūr, seguì le orme del padre e, lavorando nella bottega ereditata dopo la sua morte, per una serie di casi del tutto fortuiti, divenne un noto mistico e poeta. Tra le sue opere, scrisse anche un racconto colmo di tutta quella bellezza poetica e filosofica sufi che i popoli mediorientali sanno infondere nelle loro composizioni. Per quanto fosse arido il luogo dove vivevano, tanto era fertile il loro cuore. Nel racconto si narra di come un re, timoroso della tristezza, radunò i più saggi e dotti degli uomini del suo regno affinché gli trovassero un modo che lo rendesse felice quando si sentiva triste. Dopo lungo discutere i saggi, riunitisi, gli fecero forgiare un anello su cui c'era una scritta semplice e concisa: "anche questa passerà". Ogni volta che si verificava un evento che lo rendeva triste, il re sbirciava il suo anello, e questo gli ricordava che nessuna di quelle circostanze era destinata a durare per sempre. E a volte, quando Salsiccia mi riposa in grembo, appallottolato come una ciambella, prima di cominciare l'orchestra filarmonica di russi, in perfetta sincronia, come mia moglie mi fa notare, me lo immagino mentre mi parla e mi fa capire che va tutto bene, che lui sa bene come stanno le cose, che non posso cambiare il corso del sole e delle stelle e della luna, e che la vita è esattamente questo: uno scorcio di infinito e che il segreto della felicità vivendola sta nel non stare troppo a pensarci. I giorni sono tutti una giostra di momenti. Non puoi sempre decidere di scendere quando ti va, a volte devi completare la corsa anche se sei stanco, anche se vorresti solo stenderti e riposare. Perché poi, quando devi davvero scendere, allora vorresti stare su ancora un po'. E mi immagino che mi dice che tutto passa. Tutto quanto. E che poeti, e cantanti, nonché i miei genitori, non possono sbagliarsi tutti quanti e che il transito è il significato bello di ciò che ci capita. E non si sbagliava nemmeno Farīd al-Dīn ʿAṭṭār o nemmeno Robert Frost quando scrisse: in Natura il primo verde è dorato, e subito svanisce. Il primo germoglio è un fiore che dura solo un'ora. Poi a foglia segue foglia. Come l'Eden affondò nel dolore, così oggi affonda l'Aurora. Niente che sia d'oro resta.
Quando guardo mio figlio, nelle sue difficoltà con le divisioni (che sono identiche alle mie), nelle sue piccole lotte per scavarsi un sentiero nella roccia della vita, con le unghie e con i denti, mi rendo conto come Robert Frost abbia sempre più ragione. Mi viene voglia di dirgli di non cambiare mai, di rimanere dorato per sempre, prima che il veleno della crescita si insinui dentro di lui, rendendolo ogni giorno diverso, più adulto e quindi meno spontaneo, meno sincero, pertanto meno libero. Libero nel contesto più ampio che io possa immaginare. Ma non posso permettergli di rimanere così com'è. Il tempo deve passare, il suo sguardo deve cambiare, il suo modo di vedere le cose deve cambiare. Ogni cosa deve fare il suo ciclo e continuare oltre. Così come è cambiato nel corso di questi dieci anni che sono volati veloci come le nuvole nel cielo.
Mia moglie continua a cercare di farmi capire che il mio problema con i broccoli potrebbe essere insito nel fatto che non considero il loro punto di vista. Magari, mi ripete lei, per quello che ne so anche io non piaccio ai broccoli. Magari il sentimento di repulsione è assolutamente reciproco. Magari mi sto nascondendo dietro al fatto che voglio essere il primo per forza. Magari, quindi, sforzarsi di provare a farsi piacere qualcosa mette anche noi nella stessa condizione. Magari poi piacerò ai broccoli di più di quanto io piaccia loro ora.
È un punto di vista anche questo, insomma. Come tale è da prendere in considerazione.
E io ci credo, cazzo, ai punti di vista.
Però poi ho scoperto che c'è una teoria inflazionista secondo cui ad inventare i broccoli sia stato Albert Romolo Broccoli, il produttore dei film di James Bond; lo avrebbe fatto incrociando il cavolfiore con un'altra misteriosa pianta. Sarebbe per questo motivo che si chiamano così. Ora, io lo so che sono tutte stronzate. Il broccolo era cucinato anche nell'antica Roma. Però anche se fosse stata un'invenzione del padre dei film di 007 che si dava agli esperimenti biologici sui vegetali credo che non li amerei lo stesso. E se potessi credo che potrei prendere in prestito la macchina di Stewie Griffin per modificare il tempo atmosferico che costruì con il preciso scopo di far gelare tutti i broccoli del mondo.
Così da non correre rischi, insomma.
Questo, insomma, mi fa capire che dopotutto i punti di vista non possono sempre cambiare la percezione della realtà. E alcune cose, anche col passare del tempo, rimangono le stesse.
Affanculo ai broccoli. Non l'avrete vinta voi questa volta.


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