The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Editoriale Beltaine 2016

Beltaine 2016

"Val meglio essere due che uno, per godere i vantaggi della compagnia, perché se l'uno inciampa possa sorreggersi all'altro. Sventura a colui che è solo, perché se cade non avrà alcuno per rialzarlo e se due son coricati insieme si riscalderanno a vicenda, ma uno solo in che modo si scalderà? e se qualcuno può prevalere contro uno solo, due gli resisteranno"
Ecclesiaste

Perché abbiamo bisogno di un nemico? Per completare noi stessi? Per avere una ragione, per avere qualcuno da incolpare dei nostri problemi, delle nostre disgrazie, per avere qualcuno da combattere, per avere uno scopo? Una volta, vedendo una puntata dei Cavalieri dello Zodiaco, assistetti ad una discussione tra il Cavaliere D'Oro della Cancro e quello della Bilancia e là dove il primo sosteneva che le guerre e le ingiustizie si sarebbero trasformate in giustizie una volta che le battaglie fossero state vinte e una volta che il vincitore avesse messo a tacere la voce del suo nemico, il secondo gli rispose che era uno stolto e che le guerre e le ingiustizie sarebbero sempre state tali, indipendentemente da chi avrebbe vinto. Ricordo che non capii pienamente il discorso che fecero i due. Per la mia età la ragione doveva averla per forza il Cavaliere di Libra, dal momento che era il buono tra i due, ma non compresi comunque il punto di vista dell'altra parte in causa. Ma ero un bambino ed ero abituato a sentirmi sempre dire che molte cose non mi erano chiare e che ci sarebbero voluti degli anni affinché prendessero forma dentro di me, affinché alcuni concetti sviluppassero un senso compiuto, affinché potessi esperire sulla mia pelle ciò che volevano dire. Ma in tutto questo tempo non mi era così aliena la concezione di un nemico a prescindere; avevo ben chiari quali erano i confini tra bene e male, tra il giusto e l'ingiusto. Me lo aveva insegnato bene la società in cui sono cresciuto, i miei genitori, i miei insegnanti e lo hanno fatto continuando a dirmi cosa non dovevo fare, cosa non era giusto fare e cosa era sbagliato. Come direbbe J-Ax: Loro mi dicevano di stare zitto e buono, loro mi dicevano tranquillo e cambia tono, loro mi dicevano di non parlare con la bocca piena e camminare dritto bene eretto con la schiena, di non andare fuori tema e seguire lo schema oppure andare a letto senza cena, di non creare un problema che non ne vale la pena, di essere grato di essere nato nel lato del mondo che in fondo in fondo è perfetto. Quando sentii quella canzone la prima volta avevo appena condiviso il palco proprio con gli Articolo 31 e J-Ax, appena saputo che eravamo di Milano, ha proposto di berci una birra assieme a fine concerto. Ora, non so se lui si è mai posto il problema davvero o ha solo scritto una canzone allegra, non ho avuto modo di chiederglielo, ma in tutti questi consigli, che sono diventati insegnamenti, che poi si sono trasformati in dogmi da seguire, mi sono reso conto nel passare degli anni, che a me è sempre mancato il filo del "perché", come se fosse una risposta misterica ad una domanda iniziatica alla quale potevo giungere solo sforzandomi di comprendere e di concepire io stesso un motivo che potesse soddisfarmi, che potesse essere mia e che pertanto potessi insegnare poi ai posteri, lasciando a loro l'ardua sentenza, un po' come avevano fatto con me.
Questo perché mi ha tormentato così tanto, in quelle notti gelide quando l'amore mi teneva sveglio con la sua coperta di spilli, al punto che in alcuni momenti coltivavo l'insano desiderio di cominciare a correre in giro per la strada, completamente nudo, con i piedi nella neve come George Bailey ad urlare a tutti quanti ci sono in giro per Bedford: "Perché cinematografo? Perché emporio? Perché vecchia costruzione?", come se li vedessi per la prima volta, come avessi dimenticato chi sono e cosa sono perché avevo bisogno di dimenticare me stesso. E fermarmi solo quando, voltandomi, avrei visto le macchie di sangue nelle mie impronte scomparire nell'oscurità.
E poi perché un nemico non può essere un amico? Nel senso, esteticamente i cattivi sono sempre più affascinanti, hanno delle motivazioni salde tanto quanto quelle dei buoni. Basta vedere Luke Skywalker e Darth Vader, He-Man e Skeletor, il Sommo Luminescente e Obscurio. E anche quando vengono ritenuti prevedibili, alla fine è un punto di vista: sono prevedibili anche i buoni in effetti. Superman è dannatamente prevedibile. Batman anche. È in effetti il continuo braccio di ferro tra ordine e disordine, tra caos e legge. E quanto ho inorridito, dentro, quando ho sentito enunciare che esisteva la "legge del caos": era un ossimoro tanto quanto parlare di omosessualità invertita, di una falsa verità, di un probo malfattore. Ma in realtà era l'irrispetto dell'accettazione dell'anarchicità della natura, del suo supremo ignorare i nostri schemi per applicare semplicemente i suoi; che è poi ciò che concede alla magia il potere enorme che ha nelle nostre stesse vite.
Quel perché, anche se sopito, insomma, ha continuato ad affiorare negli anni della mia infanzia, come una foglia in un fiumiciattolo di pioggia, che può andare a fonto ma poi torna sempre a galla. Nel mio piccolo continuavo a preferire i cattivi, continuavo a vedere le cose da un punto di vista paritario, cercando una giustificazione.
Questa mia affezione, ricordo, mi costò anche una ramanzina senza ritegno e, ancora adesso, priva di fondamento da parte della professoressa di Educazione Artistica alle medie. Al terzo anno, infatti, dovevamo fare una cartelletta dentro cui avremmo inserito i nostri lavori e la cartelletta andava preparata artisticamente. Sulla mia io incollai un disegno di Capitan Uncino ritagliato da un giornale. Quando lei mi chiese come mai avessi scelto quel personaggio, io le dissi candidamente che secondo me i cattivi erano sempre disprezzati perché non ci si sforzava di capire i loro fini.
E quella, cari miei, fu decisamente una di quelle volte in cui pisci quando fa molto freddo (e i maschietti sanno bene cosa intendo).
Già perché mai affermazione più errata fu pronunciata. Datemi le locuste. Datemi pioggia di rane e laghi di sangue. Datemi un dado da 20 e fatemi tirare con penalità fissa di 19 in un sistema con critici maldestri percentuali. Ma non questo. Perché come direbbe Vernon Dudley: "Non c'è posta la domenica. Oggi nessuna maledetta lettera. Nossignore! Non una sola dannatissima lettera, neanche una! Nossignore, neanche una schifosa, miserabile..." E poi: apriti cielo.
Era il 1992 e la Guerra del Golfo era appena finita alla chitichella, lasciandoci tanta paura e incomprensione, come lana nelle tasche dei jeans. Avevo tenuto sott'occhio per mesi le ordinanze di richiamo dell'Esercito Italiano. Mio fratello, del Sesto/87 poteva essere richiamato per andare a combattere in Iraq. Non fu richiamato per poco più di un sospiro. Saddam Houssein era un brutto cattivone contro cui puntare il dito, qualcuno da incolpare per tutto ciò che poteva capitare di brutto al mondo. Il prezzo della benzina si alzava? Era colpa di Saddam. C'era la crisi? Era colpa di Saddam. La tipa della 3° C non ti faceva toccare le tette? Era colpa di Saddam. Eri diventato adolescente e i piedi ti puzzavano come due pezzi di gorgonzola andato a male e una volta togliendoti la maglietta sudata dopo essere tornato da scuola hai quasi ucciso il gatto? Era colpa di Saddam.
Non ci si domandava perché. Non ci si faceva una domanda sul come si era giunti a quello. Non si parlava dell'embargo americano, del petrolio comprato a un cazzo e rivenduto a tre volte il suo valore, non si parlava di governi fantoccio americani per ottenere diamanti e risorse. No. Eravamo il grande sogno italiano che rincorreva il grande sogno americano. Se l'America cagava noi mangiavamo.
La professoressa Rizzo, si chiamava così: Annamaria Rizzo e che mi venga a cercare se ha qualche problema che sarò ben lieto di spiegarle il mio punto di vista anche ora, dopo venticinque anni, con cultura, capacità di esprimermi, esperienza e senza più la paura della sua autorità, infilò il filo nella cruna dell'ago spacciandolo per un cammello: se io ritenevo che i cattivi erano incompresi, allora stavo dalla parte di Saddam. Perché Saddam era cattivo. E se io stavo dalla parte di Saddam, allora meritavo un voto di merda e dovevo rifare il lavoro da capo.
Questa era l'istruzione italiana nella scuola media inferiore pubblica negli anni novanta.
Saddam Houssein era un dittatore, un lestofante, un genocida, un usurpatore e un bugiardo, ma non era cattivo a prescindere. Voleva il potere per il suo popolo ed era disposto a qualsiasi cosa per ottenerlo. Sono i mezzi che utilizzi per ottenere ciò che vuoi a far sì che le persone dimentichino ciò che hai fatto di buono. Saddam ripristinò un governo e un sistema giudiziario laico in Iraq, diede diritti alle donne paritari a quelli che avevano gli uomini, impose la scuola obbligatoria, favorì l'indistruzializzazione e sviluppò la modernizzazione dell'agricoltura dando terre ai contadini, nonché portò la corrente elettrica in ogni casa, creò una rete di servizi e trasporti pubblici e introdusse la sanità pubblica gratuita. Quello che fece per il suo paese non venne mai portato alla conoscenza di nessuno, sopratutto quando lo si doveva dipingere come un nemico pubblico.
Il problema è totalizzare, associare e vedere sempre le cose dal punto di vista della massa, senza mai preoccuparsi di cercare di girare il foglio per capire se sull'altro lato c'è scritto qualcosa di diverso, che magari può ampliare, alterare o completare il discorso fatto sulla facciata che abbiamo appena letto e assimilato. Come leggere solo la mano sinistra in chiromanzia ignorando completamente la destra. Insomma, la guerra è stata vinta dagli Americani e loro hanno decretato chi erano i buoni e chi erano i cattivi. A quel punto, ricordo, il discorso di Cancer in quella puntata dei Cavalieri dello Zodiaco, cominciò a prendere senso: "Le ingiustizie saranno chiamate giustizie". Non è stato forse così? Sempre?
Poi un giorno ricordo che mi trovavo in un pub con alcuni amici, eravamo dalle parti di Corbetta, se non sbaglio. Davanti al pub c'era una piazza larga, spaziosa, che a quell'ora d'estate era resa polverosa dal caldo e dall'eco delle persone che ridevano. Dentro, in un angolo, con il volto sempre voltato da un lato, c'era un uomo dall'aria misteriosa. Uno dei miei amici volle avvicinarsi al suo tavolo, insistendo più volte finché non chiedemmo se potessimo sederci con lui. Il tipo era effettivamente un po' inquietante e teneva sempre la testa girata verso sinistra tenendo quindi parte del volto rivolta verso la parete. Si rivelò subito un fanfarone esoterico, di quelli che sparano nomi a cazzo credendo di apparire fichi. Per prima cosa disse che avrebbe potuto leggere il nostro passato e futuro, poi prese le mani di uno dei miei amici e gli disse che faceva il meccanico. Al che io risi dentro me: è vero che il mio amico aveva le mani molto callose, ma era dovuto al fatto che era un culturista e si allenava quattro volte la settimana: in realtà aveva studiato Chimica al Molinari, al momento era disoccupato e la sua vita era così lontana dall'essere quella di un meccanico che non aveva nemmeno la patente ma dovevamo scarrozzarlo in giro noi. Dopodiché piazzò una mano aperta in mezzo al tavolo e disse quattro nomi a caso e pure in poca assonanza tra loro, tra cui ricordo Astaroth. A quel punto io ne ebbi quasi abbastanza e mi ero già pentito di essermi seduto al tavolo con lui perché una serata tra amici stava diventando una stronzata; io tra l'altro ero in licenza al servizio civile quindi una serata sprecata era davvero una cosa da evitare tanto quanto un panino di MacDonald's del gionro prima, se non che fece un appunto ad uno dei miei due amici e gli disse di non guardare male le persone nei bar; poi voltò la testa verso di noi per la prima volta e io vidi una cicatrice ad uncino che gli copriva tutta la guancia sinistra. Era spaventosa a vedersi e io capii il motivo per cui teneva sempre la testa voltata: non aveva piacere a farla vedere, ma aveva riservato per noi quella chicca.
Stava bevendo del whisky e ad un tratto era tanto preso da una serie di filosofeggiamenti sulla vita che enunciò che c'erano alcuni assiomi universali che, per loro natura, non cambiavano mai e uno di questi era la giustizia. Io però ero stanco di mangiare quei gran piatti di letame e annuire deliziato come se fosse chili con carne. Pertanto obbiettai che la giustizia, in particolare, era una condizione del tutto variabile a seconda del luogo, del tempo e della società in corso nel momento in cui questa veniva applicata. Ed eccoci ancora nella stessa situazione: datemi le locuste, datemi le rane, la pioggia di fuoco!
Ci furono alcuni di quegli istanti sospesi nel tempo, di quelli che capitano alcune volte nella vita e che ricordi per sempre e che se se li hai vissuti prima del 1999, quando hai visto Matrix per la prima volta ora associ sempre a quel film. C'erano alcune gocce di whisky sul tavolo, che il tipo aveva rovesciato agitando il braccio nella sua euforia. La sua cicatrice, ricordo, attirava il mio sguardo come il buco del mitra di quel militare che mi fermò vicino all'Hotel Palace, dove per qualche giorno risiedeva il Presidente russo Vladimir Vladimirovič Putin, quando per lavoro dovevo cambiare le batterie delle lampade segnaletiche per i lavori in corso e mi avvicinai troppo senza identificarmi. Cercavo con tutte le forze di non guardarla, di fissare gli occhi nei suoi, ma faticai enormemente, e lui, probabilmente offeso, mi fissò immobile con lo stesso sguardo che si riserva a chi afferma senza ombra di colpa di masticare le fruitjoy. Durò solo per alcuni secondi, poi si alzò e se ne andò, lasciando il bicchiere sul tavolo. Il whisky, al suo interno, impiegò una vita a tornare placido e immobile, o almeno così a me parve.
Ora, era il 1999 e lo ricordo bene e nessuno di noi poteva immaginare che di lì a due anni avrei sentito fare discorsi del tutto simili da qualcuno di decisamente più importante, qualcuno che comandava una nazione, qualcuno che voleva mostrarsi forte ma che o era complice o ignorante di ciò che era veramente accaduto. Sta di fatto che un giorno, tornai a casa prima prima dal lavoro, erano circa le quattro e mezza. Fuori era una giornata meravigliosa e io ero stato in giro a portare il futuro nelle case degli italiani sotto forma di ADSL Telecom e me ne andavo con i loro volti sorridenti che mi rendevano felice perché passavano da una tartaruga ad una lepre; qualcosa che molti di voi non hanno mai potuto sperimentare perché sono troppo giovani per aver mai avuto un Modem a 56k. Entrato in sala trovai mia madre seduta davanti alla TV a torcersi le mani nell'angoscia. Bene, se conosceste mia madre sapreste che non è insolito che provi emozioni così forti, anche solo seguendo dei programmi che ricostruiscono drammi di vita dichiaratamente falsi. In una situazione normale non mi sarei sorpreso, in effetti. Ma poi vidi quello che stava guardando: un grattacielo che fumava. Mi guardò con gli occhi rossi e mi disse: "C'è stato un attacco al Urd Trais Senter". Istintivamente risposi: "Al cosa?", mentre ero rapito dalle immagini. "Al come diamine si chiama. Hanno attaccato l'America". Mi sedetti al tavolo, sentivo la bocca diventarmi asciutta e solo così capii che avevo la mascella spalancata. "Hanno attaccato il World Trade Center", esalai. Mentre parlavamo, i giornalisti già cominciavano a dire che era stato Bin Laden. Poi, sotto i miei stessi occhi, in diretta, vidi un aereo, un boeing 767 giungere da fuori dell'inquadratura, fare una curva e schiantarsi contro l'altro grattacielo. Mia madre sobbalzò. Io rabbrividii e ipnotizzato rimasi ad osservare senza parole quelle immagini, fino a quando i due palazzi, uno dopo l'altro, collassarono in una nube di fumo biancastro. Non potevo saperlo, ma avevo appena assistito ad un momento in cui il mondo era cambiato per sempre.
Mi misi su internet e ricevetti via mail le prime foto. Conservo ancora quella mail, l'oggetto era: le prime foto di New York maciullata. Si vedevano persone che scappavano, fumo, vigili del fuoco. Per settimane mi arrivarono catene di San Antonio con quartine di Nostradamus inventate, cartoline con scritto God Bless America e non si parlò d'altro che di ciò che era successo. E mentre ancora osservavo quelle scene, mentre assistevo a quelle discussioni, mentre parlavo in chat con amici americani che sostenevano che gli USA se l'erano cercata, sentii di nuovo quel nome: Bin Laden. Ancora e ancora. Non l'avevo mai sentito nominare prima, ma già nel primo momento mi domandai: "Come fanno a sapere che sia stato lui se l'attentato non è stato rivendicato?". Ma dalle supposizioni alla certezza è stato un attimo. Certi pensieri non viaggiano a 56k. La gente era chiaramente sconvolta e aveva bisogno di qualcuno da incolpare e c'era una dannata fretta di fare subito quel nome; una bramosia del tutto mediatica di cominciare a far circolare quel nome. Poi eccolo lì, in TV a parlare di pioggia di fuoco sulle città americane, con quel mitra sempre poggiato alla sua sinistra.
Qualche giorno dopo l'attentato ricordo che mi esibii dal vivo con la mia band di allora: i Silence. Suonammo in un localino che faceva schifo, ma che per noi era sempre un caldo benvenuto e avevamo una data fissa al mese. E poi il pubblico era sempre bollente all'Akunamatata e quando suonavo lì, erano i momenti in cui riuscivo a sentirmi davvero Akunamatata: senza pensieri. In un modo in cui non sappiamo nemmeno cosa significa. Durante quella data, comunque, ad un certo punto ricordo che decidemmo di mettere su una base registrata di un minuto per ricordare ciò che era avvenuto. Doveva essere una canzone strumentale degli Overkill. La base però non partì e così il minuto dedicato a questo ricordo passò in problematiche tecniche irrisolvibili e noi riprendemmo a suonare.
Sono passati quindici anni da quei giorni e ho avuto modo di maturare, riflettere e farmi delle idee su molte delle vicende che ho vissuto, ma c'è una cosa che ho visto ripetersi ciclicamente, ed è la ricerca di un nemico. Ho ancora chiara in mente l'immagine di Bush con l'elmetto in testa e il megafono in mano sulle macerie delle Torri Gemelle che diceva: "Li abbiamo sentiti. Adesso saranno loro a sentire noi" e qualche giorno dopo affermare, come promozione per la sua "Guerra preventiva al terrorismo" che sarebbero stati "l'esercito di Dio che sconfiggerà il diavolo".
Indipendentemente dal luogo e dal tempo ho sempre visto e sentito di questa necessità, per giustificare i propri mezzi, per sgravare dalle proprie responsabilità, se siamo complottisti: per indurre le persone a credere di essere al sicuro. Quando qualcosa non va bene, quando sentiamo di non farcela, abbiamo bisogno da qualcuno da incolpare. Gli ebrei inventarono Šaiṭān apposta per quello, affinché sia l'avversario, l'oppositore, il nemico. Quel qualcuno che dà un senso alla lotta. E poi è diventato la causa di ogni male, l'esternalizzazione del problema umano. Prima di leggere Malattia e Destino di Dethlefsen mi era anche più facile pensare che fosse umano e giusto: scegli da che parte stare, se sei pro Iron Man o pro Captain America. Ma in coscienza non sono riuscito a continuare a seguire un cammino spirituale come quello della stregoneria professando l'assenza di colore nella magia, l'inesistenza del bene e del male senza arrivare a rispondermi che alla fine di ogni cosa c'è davvero un motivo e che fermarsi all'apparenza e alla prima risposta preordinata è solo prendere la via comoda e preordinata, cercare di non fare troppa fatica. E non dico che sia sbagliato fare poca fatica se non ne abbiamo voglia. Sarei un falso a dire il contrario: io stesso mi incazzo contro la malasorte quando le cose non vanno per il verso giusto e perdo facilmente la pazienza, ma dentro so che è reale, che è davvero per pigrizia, che preferisco prendermela con la sfortuna o incolpare il chiodo, la vite, la mia demenza precoce, la mia dimenticanza, lo stress, perché sono nemici anche collateralmente esterni; perché il giorno in cui non potrò più prendermela con tutto il resto del mondo, sarà il giorno in cui dovrò davvero fare i conti con me stesso, con i flussi e i riflussi degli abissi più bui e profondi dove Batman sa che Joker ha ragione quando gli dice che loro due sono uguali e quando Amelia ruba la Numero Uno a Paperon de Paperoni, poi gliela riporta sempre.
E io ho paura di quel momento. Ho paura della resa dei conti. Ma non è per colpa che la temo, ma proprio perché so qual è il suo significato, come se dovessi strapparmi il cuore e metterlo sulla bilancia dinanzi ai quarantadue e proclamare le altrettante Dichiarazioni di Purezza nella Confessione Abnegativa sapendo per certo che la piuma di Maat sarà più leggera e che Ammit pasteggerà.
Forse abbiamo bisogno di qualcuno da incolpare tanto quanto abbiamo bisogno di qualcuno da amare, perché ci sentiamo soli nelle difficoltà e necessitiamo di qualcuno che ci faccia sentire con il cuore al sicuro, e perché ci sentiamo soli nelle lotte e necessitiamo di qualcuno che dia un senso alle battaglie che decidiamo di combattere ogni giorno.
In effetti forse i supereroi non se la passano così alla grande.

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