The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

GLI ASPETTI DELLE DIVINITà

 

 

GLI ASPETTI DELLE DIVINITÀ

A cosa ci riferiamo quando pronunciamo la parola “divinità”? A molte cose in effetti, perché questo termine ha preso molti aspetti diversi nel corso dei millenni. Per capire bene cosa siano, partiamo dall’etimologia della parola stessa. Il termine "divinità deriva dalla parola latina divinus che significa “celeste”, “splendido” o anche “perfetto”. Ma da questo, lo stesso Dante lo portò ad un significato diverso: “che tutto conosce”, quindi “profetico”. Da qui il termine “divinare”, ossia conoscere l’inconoscibile. Ma per capire meglio è bene esaminare l’etimologia della parola “Dio” da cui, come vedremo, moltissime divinità hanno nome. Il termine deriva dal latino deus, dei e a sua volta dal sanscrito dèvas che coincide nella formazione del significato stesso della radice ariana div-diu, diau che ha il proprio senso nella parola “splendere”. E qui lo si ritrova nel sanscrito divyati, devate che sta a significare sempre “brillare”, “splendere” e il termine divya che significa celeste e bellissimo o anche di-vi-g’a o divo-g’a, ossia “nato in cielo”. Il termine è legato al latino dies, diei che indica il giorno e la sua luce, l’armeno tiv, che significa sempre giorno fino ad arrivare al greco Zeùs che sta per djeùs, il genitivo di Dìòs, Giove, o sempre l’armeno Jòvis, per Diòvis e Jùno per Giunone, la celeste moglie di Giove, dove entrambi i nomi hanno la radice in - che sta per “cielo” e Diana che ha la radice etimologica - che sta sempre per “luminosa” per riferirsi alla luna, personificata come divinità. E il riferimento tra luna e cielo si riprende anche in Dioniso, Giano, Giana, Janus, Jana, e ancora Giove e Giunone. In greco abbiamo la parola theòs, che però si riferirebbe al termine thyo che significa: “sacrificare”.

Tutti questi termini ci riconducono quindi a due aspetti: cielo e luminoso. E qui si incarna infatti l’aspetto splendente del divino che l’umanità da sempre vede come qualcosa di intoccabile, irraggiungibile e patrono delle sfere più alte della coscienza, in quel luogo dove l’umanità non può mai arrivare, pena il rimanerne folgorata. Non per niente è interessante notare come gli dei, nei miti greci più recenti, non parlino pressoché mai con i mortali, benché a volte si presentino a loro, ma usino sempre dei tramiti intermedi, come le ninfe. Questo perché, secondo la tradizione, come cita anche Apollonio Rodio nelle Argonautiche, “la loro voce non può essere udita da mortali orecchie” e il loro vero aspetto non può essere visto dai mortali, come accadde a Semele, la figlia di Cadmo e Armonia, quella coppia la cui storia e unione avrebbe segnato la fine dei miti sulle divinità per cominciare quelli degli eroi. Convinta da una gelosa Era mutata in forma di sua nutrice, Semele chiese all’amante Zeus (che aveva incautamente promesso di accondiscendere ad ogni sua richiesta) che egli le si mostrasse nella sua vera forma e così egli fece. Semele, in quanto mortale, ne rimase annientata, ma Zeus salvò dalle ceneri del corpo il figlio che lei portava in grembo e se lo fece cucire nella coscia perché non morisse: nacque Dioniso per partenogenesi.

In tutto il mondo conosciuto abbiamo quindi la forma di divinità inconoscibili. Secondo alcune religioni, come quella ebraica, il nome di Dio non può addirittura essere pronunciato perché l’essere umano è indegno e quando nelle preghiere ci si rivolge a lui si abbassa solamente il capo. Nonostante ciò la figurazione umana della divinità che abbiamo tuttora è quella che ci arriva dalla umanizzazione canonica della Grecia classica (a sua immagine e somiglianza, leggiamo nella Genesi). Ci basterebbe fare un giro a Roma e rimanere col naso all’insù a osservare il capolavoro del Buonarroti per vedere una perfetta rappresentazione dello Zeus neoclassico trasportato nella figura più rappresentativa del dio cristiano, padre di un (semi)dio che ha tutte le caratteristiche di una divinità solare e arborea: nasce splendendo in una grotta durante il solstizio invernale, vive per un ciclo portando luce nel mondo e muore per rinascere.

In molti hanno cercato di spiegare perché l’umanità abbia “creato” la divinità, posizionandola infine, attraverso vari stadi, come creatrice dell’uomo stesso. Le ipotesi a riguardo sono tantissime e si sfiorano anche quelle che parlano di interventi alieni, come nel caso della presunta congiunzione tra gli dei Sumeri, gli Annunaki e la razza che abiterebbe il distante pianeta di Nibiru. Tuttavia argomentazioni come queste le lascerei a chi se ne intende di più perché sforano dalla visione teologica che stiamo dipingendo.

Secondo l’ipotesi introdotta da James Frazer nel suo Ramo D’Oro, è stata la magia a precedere la nascita delle divinità, che col tempo soppiantò l’intercessione del potere atmosferico degli stregoni della pioggia. Ammesso e non concesso quindi che Frazer avesse ragione, l’uomo, vedendo ciò che succedeva intorno a sé, prima di credere che fosse un potere superiore a causarlo e quindi rivolgersi ad esso per accordarsi nei favori e nei propri bisogni, riteneva, come succede quando si è bambini, di essere direttamente responsabile degli eventi atmosferici e terrestri. Col passare del tempo, sempre secondo la versione di Frazer, le popolazioni primitive, accorgendosi di non avere un reale controllo sugli elementi, attribuirono questi poteri ad entità superiori e cercarono per millenni di ingraziarsi il loro favore in ogni modo possibile.

Ecco la nascita delle divinità.

Ma che cosa sono in realtà gli dei? 

Se non vogliamo credere ad un’entità superiore creatrice (o creatore) di ogni cosa dal nulla e con poteri illimitati, onnipresente, eterno ed onnisciente, le divinità possono essere molte cose. L’ipotesi che più si avvicina a quella legata all’esperienza wiccan e neopagana è quella di ritenere che le divinità siano degli eggregori. Che cosa sono gli eggregori? In sostanza delle forme pensiero create dalla fede di migliaia e migliaia di seguaci e nutrite con l’energia delle preghiere, dei sacrifici, dell’amore, della devozione e delle azioni compiute in loro nome. Qualsiasi azione compiuta in loro nome.

Se appoggiamo questo punto di vista e lo applichiamo ad un episodio notissimo della mitologia Greco/Romana abbiamo un riscontro subitaneo. Prendiamo il Ratto di Proserpina, elaborato in modi diversi da più autori classici tra cui Ovidio, Claudiano e Omero.

Nel mito vediamo come la giovane Kore (la romana Proserpina), figlia della dea del raccolto Demetra, rimase soggetta ad un complotto tra dei e finì rapita negli inferi come sposa di Ade il munifico, fratello di Zeus e della stessa Demetra. Quest'ultima, infuriata per il rapimento e per il fatto che Zeus, padre degli dei, ignorava le sue suppliche (il complotto era proprio stato ordito con il suo benestare), decise di ritirarsi in un santuario a lei dedicato edificato nella città di Eleusi e, chiusasi all’interno, rifiutò di far crescere le messi. La popolazione, che moriva di fame, abbandonò così i templi e smise di fare olocausti agli dei i quali, senza il potere dei sacrifici, non potevano in effetti mangiare e perdevano il loro potere immortale. Fu solo questo evento a far sì che Zeus intercedesse presso il fratello per la liberazione della figlia Kore, nel frattempo divenuta Persefone la regina dell’Averno per aver mangiato alla mensa infera. Cosa ci insegna questo mito, esotericamente? Gli dei mangiano solo ciò che gli uomini sacrificano loro. Come vediamo anche nel mito di Prometeo, che, innamorato dell'umanità e interpellato dalla stessa in merito alla corretta distribuzione di un olocausto per Zeus, suddivise il bue destinato al sacrificio lasciando le ossa, sporche di grasso affinché fossero più appetitose, nascoste dalla pelle come da destinare agli dei, mentre dispose che la carne fosse per gli uomini; questo evento fece infuriare Zeus, il quale si accorse dell’inganno e punì l'umanità privandoli del fuoco.

In quella che è la concezione ebraica e mediorientale della divinità con la quale ci confrontiamo spesso, avendola sotto gli occhi tutti i giorni, è decisamente impensabile credere che se non onori un dio questi possa in effetti smettere di essere immortale. Per le popolazioni precristiane, invece, questo non era affatto assurdo. Ma questo concetto lo ritroviamo ancora adesso nel trattamento delle effigi sacre dei santi qui in Italia. Se un santo che dovrebbe portare la pioggia non fa il suo “lavoro”, i villici prima lo abboniscono con preghiere o altre forme di sacrificio ma se ancora non risponde ne prendono le effigi e le gettano nel fango disonorandole e questo finché non ottengono ciò per cui pregano. Idolatria? Forse. Eppure sono cose che avvengono tuttora in paesi dove la venerazione dei santi è importante quasi quanto quella della divinità stessa. Qualcosa che, dal punto di vista di alcune correnti cristiane è paragonabile, appunto, al paganesimo antico, e pertanto condannata. Un altro esempio: nelle regioni del nord est di Italia i contadini, legati alla terra ma comunque cristiani, pretendono che il prete benedica la terra con l’acqua santa per far sì che il grano cresca abbondante e, alla fine del raccolto, un ultimo covone, ritenuto “la madre del grano”, viene lasciato a marcire come tributo alla terra stessa. O forse, come ci fa notare sempre Frazer, allo spirito del grano.

A livello teologico e filosofico ci troviamo di fronte a due grosse visioni nella concezione del divino. Esaminiamole.

La prima, in linea di massima, vede la divinità come una manifestazione fisica (legata ad un piano diverso e ad una materia diversa) che ha però una forma e una rappresentazione e che quindi, in un certo qual modo, risiede in un luogo da cui può interagire con tutti gli esseri viventi, e non, del creato, quindi della natura. Questa filosofia è quella legata alla visione mediorientale del divino, quindi tutto il Cristianesimo (in tutte le sue correnti), l’Ebraismo e l’Islam. La concezione del divino vista in questo modo vede la divinità come un essere superiore, distaccato creatore degli esseri umani e di qualsiasi cosa che esista. Una visione simile la abbiamo nella tradizione greca e romana antica, come anche quella norrena o egizia, dove le divinità vivevano in un luogo ben preciso: nel caso dei greci il Monte Olimpo e nel caso dei norreni Asgard. Questa filosofia teologica è nota come “trascendenza”, termine che etimologicamente significa “ascendere al di là”, quindi essere superiore al piano materiale.

La seconda visione, in linea di massima, non vede la natura come sottoposta al divino, bensì come emanazione stessa del divino. La divinità in questo caso non risiede quindi in un luogo in particolare, avendo, in qualche modo, la possibilità di “mancare”, come invece leggiamo nella Genesi, quando Adamo ed Eva colgono il frutto proibito senza che Dio ne sia informato prima che appaia, chiami Adamo e questi non risponda perché, scoprendo di essere nudo, si nasconde dietro un cespuglio rivelando così il peccato originale. Secondo questa filosofia il divino è parte integrante di ogni singola cosa nel mondo: vivente o non vivente che sia. È l’emanazione stessa della natura in ogni sua forma. Questa filosofia teologica è nota come "immanenza", termine che deriva dal latino ed è composta da in e manens, participio presente di maneo, "rimanere". Quindi “rimanere dentro” alle cose. Permanere dentro a tutto.

Nella trascendenza quindi, il divino è paragonabile ad una creatura senziente con poteri al di sopra della vita e della morte che lo rendono onnisciente e infallibile, ma comunque in qualche modo legato alla sua natura divina, quindi costretto in un certo senso ad incarnare un singolo aspetto. Per la legge magica della dualità che fa sì che ogni cosa nel mondo che esista, in qualsiasi piano, proietti un’ombra o abbia un peso specifico, è palese che se una divinità ha un aspetto che rispecchia in larga misura alcuni punti fermi dell’etica e della morale umana, non può non esisterne una che giustifichi l’esistenza dei punti fermi opposti della stessa etica e morale umana. E così infatti il Dio mediorientale ha la sua controparte che incarna tutti gli aspetti negativi contrari a quelli positivi del primo. E se l’aspetto alto e celeste di creatore incarna ciò che è buono e amorevole e risiede nei luoghi più alti, per contrapposizione, gli aspetti negativi vengono incarnati da un’entità inferiore e ctonia che risiede nei luoghi bassi. Così sopra, come sotto, diceva Hermete Trismegisto.

Se negli aspetti alti e celesti troviamo ovviamente tutto ciò che è luminoso, amorevole, compassionevole, devozionale e portato all’esternazione del sé per indirizzarci verso l’intelletto e l’illuminazione, negli aspetti bassi ed inferi troviamo invece tutto ciò che è materiale, oscuro, passionale, lussurioso, egocentrico e portato all’internazione del sé, quindi alla venerazione. L’essere umano conosce entrambi questi aspetti perché nella filosofia di ogni religione egli sta al centro di questi due mondi, nella fascia intermedia: tentato quindi dai lati più bassi ma spinto verso quelli più alti. E infatti nella cosmogonia greca, come in quella norrena abbiamo un mondo infero, uno celeste e uno intermedio. 

In questo aspetto l’essere umano è sottoposto a prove determinate da regole ben precise, e paradossalmente sa esattamente come deve superarle per accedere a livelli di beatitudine al di fuori della carne e della materialità: basta seguire le regole scritte. Ma nonostante ciò si trova immancabilmente a non riuscire e a cadere nella disgrazia della sua natura fallibile. Dico paradossalmente perché nelle prove più ardue che la vita ci pone, le più grandi difficoltà che ci troviamo di fronte non sono quelle, in linea di massima, di dover scegliere se fare qualcosa che ci porterà un beneficio enorme o farne un’altra che ci porterà ad una terribile punizione eterna: bensì è trovarsi di fronte ad una scelta che non implica nessuna delle due possibilità o entrambe e dover cercare comunque di scegliere con saggezza, senza però sapere, in anticipo, come questa nostra scelta potrebbe influenzare il nostro futuro e quello del prossimo, ma sapendo che non ci è possibile tornare indietro a sistemare le cose. È qui, in realtà, che entra in gioco l’aspetto più immanentista del divino. Nella figurazione immanente, la divinità (per comodità non utilizziamo nomi) è sia la prova da superare che la persona che deve superarla. E il risultato non è il fare qualcosa che sia sbagliato e che implichi una punizione, bensì avere l’opportunità di poter cogliere un’esperienza da ciò che ci capita, sia dall’evento di per se stesso negativo (dal punto di vista umano) che da quello positivo. Gli dei in questo caso pongono delle prove da superare in egual modo a come le pongono nella visione trascendente, ma non danno delle direttive così specifiche su quali siano le cose giuste da fare e quali quelle sbagliate per non incorrere in sanzioni. A vederla con spirito: in una religione trascendente gli esami vengono forniti con le risposte, in quella immanente no.

L’aspetto del divino (dal quale più avanti distaccheremo la visione del sacro, perché è giusto fare una distinzione tra le due cose, che per quanto sottile possa sembrare, c’è ed è importante) nella visione immanente è quindi un’entità priva di forma reale. Una sorta di consapevolezza globale che scorre nella materia senza rimanerne vincolata. Qualcosa che possiede tutti gli aspetti dell’essere umano che l’ha, in qualche modo, creata e che il filosofo Carl Gustav Jung chiamò “archetipi”. In questa filosofia si perde quindi l’aspetto di incarnazione del bene e del male universali come invece si trova nella teologia trascendentista. Ogni essere umano sceglie se agire in base agli impulsi che la morale e l’etica della civiltà dove è cresciuto chiama “bene” e “male” senza in qualche modo violare delle regole universali, ma comunque pagandone un prezzo ed acquisendo esperienza da ciò che ha vissuto. E ogni aspetto basso o alto dell’emotività o della concezione umana è parte integrante della complessa natura di cui siamo fatti e, in quanto tale, aspetto del divino e del sacro.

Ma cosa sono gli aspetti delle divinità? Spesso si sente parlare di questa cosa e si fatica a capire a cosa ci si riferisce. Per prima cosa è bene capire che una divinità in quanto tale, al di fuori della fisica e della filosofia, ma solo a livello culturale, rimane legata a tre aspetti distinti che la caratterizzano: luogo dove viene adorata, tempo in cui è adorata, struttura culturale della popolazione che la adora. Prendiamo un archetipo semplicissimo e funzionale a tutti: una divinità lunare. Le divinità lunari, per lo più femminili, ma in alcuni rari casi anche maschili, sono pressoché presenti in tutte le culture che prevedono aspetti di divinità, sia immanenti che trascendenti. Le troviamo nel centro e sud America pre-colombiano come Metzli e Texiztecatl, le troviamo nelle zone mediterranee come Artemide, Selene, Ecate, in Africa come Iside, Thot, nell’est asiatico: Astarte, Sin, Tsukiyomi. Ma dove fatichiamo a trovarle? Nelle zone all’estremo nord e nell’estremo sud del mondo. Eppure anche loro vedevano la luna, perché non l’hanno considerata come aspetto reale e puro di divinità? Ora vedremo alcune ipotesi.

In diversi luoghi la luna era ed è vista in modo diverso, ovviamente: in Mesopotamia, dove si venerava Sin, la luna crescente è visibile con le punte verso l’alto, in modo diverso da come viene vista invece in Europa, e questo per questioni di posizioni astronomiche. Il tempo in cui venivano adorate è determinante esattamente quanto il luogo. In un posto dove l’agricoltura fa da padrone la Luna ha un ruolo determinante nello svolgere delle stagioni, diverso da quello che avrebbe in un luogo dove la popolazione sopravvive di cacciagione per via delle migrazioni. Le invasioni e gli scambi di culture che il tempo ha portato con sé hanno permesso una metamorfosi delle diverse divinità. Prendiamo Iside. Il culto di questa dea è talmente antico che si perde nelle sabbie del tempo, riportandoci ad un tempo dimenticato pre-egizio, forse quando il Sahara non esisteva affatto e cresceva una foresta là dove adesso si stende il deserto. Iside è cambiata tantissimo in migliaia di anni e ha inglobato diversi aspetti di altre divinità come Hathor e Maat. In modo uguale anche Artemide ed Ecate. In ultimo è importante la struttura culturale della popolazione che adora una divinità. A Babilonia e negli imperi Aztechi, ad esempio, la struttura era di tipo patriarcale: la divinità lunare Metzli veniva rappresentata come debole e smembrata. In una popolazione con una cultura di tipo matriarcale non avremmo mai visto una divinità femminile fatta a pezzi o una divinità della libertà sessuale femminile come Lilith vista come un demone seduttore e crudele.

Per quanto possiamo trovare logici alcuni schemi perché li conosciamo, in realtà nella ricerca ogni cosa va contestualizzata e niente è da dare per scontato quando si lavora con le divinità nei loro aspetti. Noi che viviamo in questi tempi moderni abbiamo enormi vantaggi ed enormi svantaggi. Vantaggi perché possediamo un quadro più ampio e su diverse epoche delle popolazioni che ci hanno preceduto e che hanno avuto modo di lasciare un segno, e possiamo quindi comparare popolazioni lontane migliaia di chilometri l’una dall’altra come se fossero confinanti e stabilire così connessioni su diverse epoche. Svantaggi perché in primo luogo è come trovarsi di fronte ad un mosaico completo solo in alcune parti, compiuto da più persone che hanno cancellato, rimosso e sovrascritto alcune cose o non hanno lasciato scritto proprio niente e in secondo luogo non abbiamo la possibilità reale di capire cosa significava vivere in quell’epoca in quel luogo e avere a che fare con alcuni tipi di culture. Possiamo solo tracciare delle linee più o meno significative e per lo più è come scavare in una risaia con una forchetta sperando di infilzare qualcosa di utile.

Quello che possiamo fare è però utilizzare al meglio le nostre possibilità. Abbiamo quindi osservato che per lo più le divinità lunari hanno un ruolo determinante nelle popolazioni che vivono e vivevano nella fascia temperata della terra. Perché questo? La risposta è più semplice del previsto: perché la luna in termini umani è determinante per due fattori: le maree e le coltivazioni. Nei luoghi freddi, dove la neve è perenne o dove comunque le coltivazioni non hanno un ruolo determinante perché il clima è poco adatto, la Luna non ha un ruolo centrale nella vita umana. Al contrario invece lo è per chi deve sapere quando seminare, raccogliere, dissodare, lasciare a maggese. Un errore nei calcoli e la carestia avrebbe potuto spazzare via la popolazione. Per i popoli dediti all’agricoltura era logico pensare che la luna, il cui computo calendariale di tipo ciclico era strettamente connesso al periodo di crescita e maturazione delle semenze, necessitasse una cura e un’adorazione particolare e veniva osservata nei suoi diversi aspetti e interpretata in moltissimi modi. Questa visione del divino come determinante per la vita umana è legata al tessuto sociale stesso delle diverse culture e ha permesso così la metamorfosi di diverse divinità per diverse popolazioni pur mantenendo, anche se divise da distanze invalicabili per l’epoca, dei tratti comuni: ad esempio la luna associata alle acque e ai parti o il concetto di dio agreste che muore e rinasce, del tutto similare anche tra popolazioni che, a rigor di logica, non avevano mai avuto alcun contatto tra loro prima del medioevo.

Torniamo quindi a capire cosa sono questi “aspetti”. Partendo dal concetto che una divinità è un’entità creata su piani sottili tramite la spinta della più potente forza esistente sui diversi mondi: la volontà, troviamo come a bisogno, gli esseri umani, nel corso del tempo, abbiano “inventato” le divinità a seconda delle proprie esigenze vitali, partendo quindi da quelle primarie per finire con quelle più morali e secondarie. Divinità della vita e della morte, della luce e dell’oscurità, della terra e del cielo, della pioggia e del raccolto e così via, hanno cominciato a formarsi e ad essere nutrite da sempre più folti numeri di credenti che, ricevendo risposte tramite sacrifici o richieste, donavano loro ulteriore forza e nutrimento. Ma le divinità, come abbiamo visto, molto spesso subiscono mutazioni nel loro culto, nella loro interpretazione, specialmente quando diverse popolazioni si scontrano e si assimilano e i culti si mescolano, si soppiantano. Nel mito che le interessa, questi eventi vengono inglobati tramite narrazioni teologiche che riportano le gesta di divinità uccise, partorite, mangiate, bandite, punite, stuprate, mutilate o che compiono viaggi per scoprire e acquisire nuove capacità tramite doni, angherie, violenze o anche sacrifici ad altre divinità o a forze superiori alle divinità stesse, volti ad ottenere aspetti tramite una ricerca di una certa forma di consapevolezza e di elevazione o anche solo di metamorfosi. Il tessuto del mito plasma quindi anche una certa forma di “carattere” delle divinità stesse, cambiando il modo in cui ci si rivolge a loro, il modo in cui interagiscono con altre divinità o le offerte che è possibile far loro per ottenere ciò che gli si chiede.

La fusione di diverse divinità in una sola ha alcune caratteristiche. A volte i nomi rimangono entrambi, come nel caso di popolazioni che hanno più città con divinità patrone, come l’Egitto, dove Tebe e Eliopolis avevano diverse divinità: Ra e Ammon, identici dei del sole, che vennero inglobati e nacque Amon-Ra. Alle volte invece avviene l’inglobazione attraverso simbolismo, come il caso di Iside quando assunse le corna vaccine di Hathor o quando l’occhio di Ra divenne l’occhio di Horus.

A volte invece, come nel caso dei Titani nel mito greco, non abbiamo una vera e propria fusione, ma una guerra che mette le divinità primigene nel ruolo di “malvagie” e perciò scacciate e imprigionate e così il mito viene aggiornato e le divinità soppiantate. A volte capita invece che sopraggiunga una “progenie” a mettere ordine, in modo da giustificare l’evoluzione nella visione del culto di una divinità e delle sue immagini. Altre volte ancora, invece, da due diverse divinità, che rispecchiano aspetti differenti e che portano anche nomi differenti, si raggiunge una fusione, come nel caso di Kali, nel mito induista l’aspetto guerriero di Parvati, la compagna di Shiva, che porta con sé l’aspetto distruttivo di Durga, anche se rimane una divinità madre: non per niente è rappresentata con molti seni ma con una collana di teschi umani. In culti più vicini a noi abbiamo l’esempio di divinità duplici o triplici, come Kore “dalle belle caviglie”, che è giovane e spensierata come la primavera per sei mesi l’anno e diventa Persefone, la guardiana dei morti, “le cui urla atterriscono i viventi” per i restanti sei mesi.

Ma perché una divinità fanciulla possiede anche un potere oscuro così incredibilmente accentuato, quasi tale da poter scardinare il ricordo del suo aspetto precedente? Perché le divinità sono specchio dell’essere umano, che è imperfetto per sua natura e composto da più aspetti diversi, alcuni luminosi e alcuni oscuri. Per le popolazioni che si integravano più facilmente con questa accettazione di sé era più facile dotare anche le divinità delle medesime caratteristiche umane che hanno portato ad avere uno Zeus donnaiolo, un Llew Llaw Gyffes tradito inconsapevole, una Sekhmet implacabilmente distruttiva, uno Hjoldr cieco raggirato da Loki e un Baldr codardo, una Inanna altezzosa, una Atena gelosa e sleale, uno Tsukiyomi schifato dal modo in cui viene creato del cibo, una Amaterasu offesa per sempre e una Iside che, nella sua grandezza, mente spudoratamente pur di ottenere il potere di Ra e poter essere superiore anche a lui. 

Che significa “ad immagine e somiglianza” se non che anche il dio DEVE essere fallibile, deve avere dei punti deboli, delle passioni e delle paure che possano renderlo più “simile” all’essere umano che lo adora? Con l’avvento delle religioni abramitiche scompare tutto l’aspetto di passione e tutto tondo degli dei e viene soppiantato da un aspetto distaccato, amorevole e punitivo ma di fatto assenteista, privo di lati oscuri in se stesso ma emanazione di sola luce e bellezza dove ogni cosa che egli fa è verità e giustizia. L’uomo smette di servire alla divinità in fatto di mutuo soccorso (quindi con un rapporto richiesta-offerta) e diventa a tutti gli effetti “servo” della stessa, inchiodato ad un volere inconoscibile, privato del libero arbitrio e di merce di scambio utile a poter ottenere ciò che gli serve per vivere, costretto a sottostare alle leggi divine senza capirle se non a misura umana ma dovendole accettare per non incorrere in punizioni ultraterrene.

Secondo Gavin Bone, che ha esposto questa teoria durante un seminario cui ho partecipato proprio la settimana scorsa, le divinità non solo si "nutrono" delle offerte, dei sacrifici e delle venerazioni (da notare il termine stesso che riporta ancora a Venere) e le adorazioni (che significa "rivestire d'oro") che gli vengono fatte dagli esseri umani, ma la quantità di queste li può portare su diversi piani. Ci sarebbe quindi una scala piramidale di potere dove un'entità di basso livello può assurgere, se nutrita, ad avere poteri sempre più alti. Questo sarebbe un altro modo in cui la divinità non solo si manifesta, ma cambia e muta. Gavin ha fatto l'esempio dei Genius Loci, ossia degli spiriti dei luoghi vicini alla tradizione animista ma visti anche dalla tradizione romana. Queste entità, a differenza delle divinità non avrebbero una forma di genere intuibile, non sarebbero quindi identificabili da noi come appartenenti ad un sesso o ad un altro. Non per niente ci si rivolge a loro in questo modo nella loro invocazione: "sive mas sive foemina", letteralmente "che tu sia maschio o che tu sia femmina", proprio a scapito di errore. Prendiamo un esempio facile. Una comunità di cacciatori raccoglitori vive stanziale nei pressi di un grosso fiume e basa quasi interamente la sua dieta sul pesce che questi gli "elargisce" e loro lo ringraziano con fiori e frutta. Dopo un periodo di abbondanza i pesci cominciano a scarseggiare per vari motivi (ad esempio dei predatori che hanno cambiato bacino di caccia, un cambio climatico o un accidentale avvelenamento dell'acqua) e i pescatori cominciano a patire la fame. Ritengono che lo spirito che abita il fiume e che ha sempre donato loro il pesce sia in qualche modo arrabbiato con loro, pertanto decidono di dargli in sacrificio altri fiori e altra frutta, ma questo non serve a placarlo. In questo caso l'adorazione passa un gradino superiore e loro decidono di offrirgli un bambino. La morte del bambino riporta l'equilibrio dei pesci e d'ora innanzi cominciano ad offrirgli infanti una volta l'anno. Il potere dello spirito si ingrossa. Ad un certo punto la comunità si fonde con un'altra e un'altra ancora, che come nomadi si sono spostati e, trovata una zona buona sono diventati stanziali. Il culto del fiume diventa un vero e proprio onore al fiume con tanto di casta sacerdotale e sacrifici per assicurarsi il pesce. A quel punto lo spirito del fiume smette di essere un Genius Loci e diventa una divinità inferiore. Passano gli anni e arrivano dei missionari cristiani, i quali vedono che queste popolazioni sacrificano bambini al fiume e cominciano ad istruirli che il loro Dio è il signore sia del cielo che della terra e di tutte le cose visibili ed invisibili e di conseguenza è più potente del loro misero dio del fiume. Inoltre gli dicono che non esige alcun sacrificio e che quello che stanno facendo loro è onorare un falso dio, in realtà demone mascherato che cerca in qualche modo di accaparrarsi le loro anime per fare un torto al Dio del cielo e della terra. A quel punto il dio del fiume non viene più nutrito; i sacrifici si fermano e se il culto era particolarmente diffuso e potente dopo qualche centinaio di anni lo si vedrà apparire tra le schiere dei demoni con un nome latino, asserendo che appare come un drago d'acqua che mangia bambini vivi.

La sostanza di tutto questo è che ciò che viene creato sul piano astrale, quel piano sottile dove la volontà è il potere creativo per creare e manipolare la forma e la sostanza, non smette mai di esistere fintanto che gli viene dato un nome proprio. A seconda del potere con cui viene nutrito può mutare o cambiare ma senza smettere gli abiti che aveva prima, ma in qualche modo duplicandosi. Pertanto Afrodite non è Venere e Diana non è Artemide, come Ishtar non è Inanna e Wotan non è Odino. Sono e rimangono divinità differenti. Pertanto, di nuovo, mi ritrovo a dire che l'affermazione "tutte le dee sono la dea e tutti gli dei sono il dio" è un'affermazione parziale, fatta da un'esoterista cristiana che per quanto legata al culto femminino di Iside, è rimasta probabilmente ferma nel suo punto di vista monoteista.

La fortuna che solo raramente abbiamo noi ricercatori del mito è possedere una potenziale bibliografia di ciò che si sta cercando, scritta da chi viveva quei culti in prima persona. Qualcosa che possediamo in maniera ampia solo riguardo al mito greco/romano. Per molte popolazioni le informazioni sono frammentarie, a volte quasi totalmente perdute oppure mai scritte perché la popolazione non usava tramandare per forma scritta i loro miti, ma solo per via orale, come capita con le popolazioni celtiche.

Ma quando si riesce a tracciare parte del mito e dell’aspetto delle divinità si capisce come spesso queste siano intersecate le une nelle altre e ci è possibile tracciare una seppur minima mappa che ci consente, grazie al modo in cui nascono, agiscono e ai simbolismi che possiedono, di ricostruire quali sono le divinità più antiche e di risalire il più indietro possibile nella loro genealogia mitologica, in modo da riuscire a comprendere meglio il messaggio che portano con loro.

Nei prossimi articoli esamineremo i diversi aspetti delle divinità. Come sempre, se avete qualcosa da segnalarmi, siate liberi di scrivermi.
 

N.B. Per questa sezione prenderò a prestito le divinità del Pantheon greco. Non perché io abbia preferenze in quanto tali, ma perché si tratta della cultura su cui abbiamo le informazioni più dettagliate che ci sia possibile trovare grazie soprattutto alla vasta bibliografia che è stata prodotta sull'argomento da filosofi, storici, drammaturghi e cronisti dell'epoca.