The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

LE DIVINITà LUNARI

La Luna e le Divinità Lunari


 

Lilith - La Luna Nera


Nella tradizione Europera la Luna è sempre stata associata alla Dea, alla Madre. Questo suo "splendere" nella notte per luce riflessa l'ha portata ad essere ritenuta quindi un'estensione dell'uomo, ossia il Sole; esattamente come Eva è stata creata dalla costola di Adamo.

Nel Talmud, il libro ebraico antico, troviamo questa figura sostituita in precedenza da Lilith. In quel caso troviamo come Dio avrebbe creato Adamo e Lilith dallo stesso identico pezzo di fango e come i due avrebbero cominciato immediatamente a litigare per via del fatto che Adamo volesse imporre la propria volontà sulla sposa come Dio gliela aveva concessa sugli animali e le piante. Anche nei rapporti sessuali che avevano, Lilith non accettava di essere sottomessa ad Adamo. La questione divenne talmente tesa che alla fine la donna abbandonò l'Eden infuriata e se ne andò vagabonda. Adamo, irritato si rivolse a Dio, che prima cacciò Lilith nell'abisso del mare, dopodiché creò Eva dalla costola dell'uomo, affinché fosse a tutti gli effetti un riflesso o un'emanazione dello stesso. Secondo altri testi ebraici le cose furono ancora diverse e Lilith riappare come demone seduttore o uno dei maligni che Dio creò nei primi sei giorni.

Nella realtà dell'antica tradizione Lilith (come del resto anche Marduk, Bhaal, Tiamat, Astarte e anche lo stesso Lucifero - senza andare nel dettaglio di Satana-Enki, su cui ci sarebbero papiri da scrivere) subì un trattamento ingiusto da parte degli ebrei che la inglobarono nel mito, in quanto precedentemente era semplicemente una dea lunare sumera.

Lilith fa la sua prima comparsa in un antichissimo poema mesopotamico, per l'esattezza attribuito agli antichi Sumeri, dal nome "Sha Nagha Imuru" o anche detta come "Epopea di Gilgamesh". In questo testo ermetico la troviamo con il nome di Lìllà (che in lingua sumera significava "sacerdote") o Lilitu (che invece significa "civetta") e abitava nel tronco di un salice, chiamato in lingua sumera "huluppu". Il salice sorgeva sulle sponde dell'Eufrate, ma l'acqua del fiume sacro, scorrendo, ne aveva esposto le radici. Così la dolce dea Inannà lo sradicò dal suo luogo di nascita e decise di piantarlo nel suo sacro giardino, affinché dal suo stesso legno, una volta cresciuto, avrebbe potuto ricavare il suo letto. Il salice prosperò per alcuni anni, ma quando la dea decise che era venuto il momento di tagliarlo, scoprì che alcuni animali vi avevano fatto dimora: Anzu l'uccello aveva fatto il nido e le uova sui rami, un serpente "che non poteva essere incantato" si era nascosto tra le radici e Lilith viveva nel tronco. Inannà chiamò quindi suo fratello, l'eroe Gilgamesh per un aiuto, il quale percosse l'albero uccidendo il serpente e facendo scappare gli altri due abitanti.

Anzu fuggì verso le montagne, mentre Lilith, inseguita da Gilgamesh, fuggì nel deserto.

Vediamo qui due simboli: il salice e la civetta (lilitu). Il termine stesso "civetta" porta ancora adesso il significato lessicale nella lingua italiana in riferimento al noto comportamento del rapace notturno che veniva usato per cacciare piccoli uccelli. La civetta infatti, per attrarre le prede, usa un particolare modo di battere le ali compreso di inchini e ammiccamenti e altri atteggiamenti simili che l'hanno associata all'attitudine "civettuola" di alcune donne di attrarre gli uomini per sedurli. E infatti Lilith era considerata un demone-vampiro che succhiava il sangue ai bambini e si faceva corteggiare dagli uomini. Ma Lilith era anche dea dell'amore e della ribellione femminile all'uomo nel mito babilonese, infatti viveva in un salice, che era una pianta sacra a molte altre divinità femminili come Inannà o Ishtar, la declassata meretrice di Babilonia, le cui sacerdotesse come servizi del tempio davano il loro corpo, o anche Neith e Atena stessa (alla quale era anche sacra la civetta).

Lilith era associata al deserto e al mare (i due luoghi che ricompaiono anche nel Talmud) e per questo termine la civetta (athene noctua - notate anche il nome latino come riconduce ad Atena) divenne un animale che portava sfortuna. Si dice infatti che sentire il verso della civetta sul proprio letto determini la prossimità della morte. Da qui troviamo il termine "strigi" (infatti la civetta è della famiglia delle strigidae) per riferirsi ai rapaci notturni... e da qui ci leghiamo all'etimologia del termine "strega", come affrontato in un articolo precedente a riguardo.

Il primo poi a riferirsi in questo modo è Ovidio, nei Fasti:



"Vi sono ingordi uccelli, non quelli che rubavano il cibo

dalla bocca di Fineo, ma da essi deriva la loro razza: 

grossa testa, occhi sbarrati, rostri adatti alla rapina,

penne grigiastre, unghie munite d’uncino; 

volano di notte e cercano infanti che non hanno accanto la nutrice, 

li rapiscono dalle loro culle e ne straziano i corpi;

si dice che coi rostri strappino le viscere dei lattanti,

e bevano il loro sangue sino a riempirsi il gozzo.

Hanno il nome di Strigi: origine di questo appellativo

è il fatto che di notte sogliono stridere orrendamente. 

Sia che nascano dunque uccelli, sia che lo diventino per incantesimo,

e null’altro che siano vecchie tramutate in volatili da una nenia della Marsica,

vennero al letto di Proca: Proca nato da cinque giorni,

sarebbe stato una tenera preda per questi uccelli; 

con avide lingue succhiano il petto dell’infante, 

ma il povero bambino vagisce e chiede aiuto."



Come Luna nera, con Lilith non intendiamo la "Luna nuova", bensì il punto fantasma o teorico di una fase del mese sinodico, ossia il momento in cui la Luna è nel punto più lontano dalla terra, quando quindi tocca il perigeo. Questa fase, in un tema natale rappresenta i nostri istinti primordiali, il nostro lato selvaggio. E ancora adesso chi ha la Luna nera in uno dei segni dello zodiaco ha un lato selvaggio e oscuro che determina una forte componente istintuale, assolutamente non priva di fascino; infatti Lilith era la seduttrice e l'adescatrice.

La Luna Nera diventa quindi simbolo di associazione agli stati alterati della coscienza, alla pazzia, quindi la possessione da parte di entità demoniache. Viene così associata agli stati più profondi della paura e agli incubi, il lato oscuro dell'essere umano e quindi, essendo Lilith una vera e propria demonessa, ai lati distruttivi della femminilità e della sessualità stessa, se non addirittura negli aspetti distruttivi e aberranti della maternità, come l'infanticidio. La Luna Nera diventa qui simbolo di estasti orgiastica, un po' come il lato oscuro di Dioniso narratoci da Euripide nelle "Baccanti", dove vediamo Agave uccidere il suo stesso figlio Penteo e portarne la testa in trionfo credendolo un cervo. Lo vediamo negli aspetti della vendetta, come Medea (sempre nell'opera di Euripide), che uccise i suoi stessi figli Mermo e Fere per non permettere a Giasone di avere discendenza dopo essere stata abbandonata per Glauce. La Luna Nera racchiude questi aspetti: la Mater Terribilis, la donna violenta, sessualmente sfrenata e sanguinaria.
 

Artemide - La Vergine Cacciatrice
 

"La luna, concepita secondo la sua luminosità, viene chiamata Artemide, come se fosse (aerotemis) "tagliando l'aria". Ed Artemide, sebbene sia una vergine, presiede alle nascite, perché il potere della Luna nuova è utile al parto."

Porfirio: "Il Culto delle Immagini"
 

Nel mito greco troviamo Artemide, dea lunare della caccia. Il suo culto era molto diffuso un tutta la penisola iberica, ma trovava particolare terreno a Delo e Sparta. Una delle sette meraviglie del mondo antico era proprio il grande Tempio di Artemide, sito ad Efeso, una delle più grandi città dell'Anatolia, l'attuale Turchia, di cui ci rimane solo una colonna, dopo che fu raso al suolo nel 401 su precise istruzioni dell'allora arcivescovo di Costantinopoli Giovanni Crisostomo.

Un altro tempio molto importante dedicato ad Artemide era quello presente a Braurone. Le bambine venivano inviate là per servire Artemide nel corso di un anno solare, prendendo il nome di "arktoi" che in greco significa "piccola orsa". Secondo la leggenda che riporta a questo nome, un orso, animale sacro alla dea, un giorno entrò a Braurone ed affamato venne trattato con garbo e senza paura dalla popolazione, la quale prese a dargli da mangiare portandolo così ad uno stato meno selvaggio. Venne adottato. Una ragazza della città un giorno lo infastidì e la fiera la uccise. Il fratello della ragazza nello sgomento generale uccise l'orso e la Dea Artemide, infuriata da questo affronto, impose che tutte le ragazze in età tra i cinque e i dieci anni dovessero servire al tempio a lei dedicato lungo un giro di ruota per prendere il posto dell'animale. Della sacralità dell'orso ad Artemide troviamo anche un altro passo, ossia nel mito di Atalanta, la giovane che amava gareggiare con gli uomini nella corsa. Il padre, che desiderava un maschio, la abbandonò sul monte Pelio, dove un'orsa la allevò.

Artemide, sorella gemella di Apollo, era figlia di Zeus e Latona, la dea della tecnologia, figlia a sua volta dei titani Ceo e Febe. Artemide venne alla luce sull'isola di Delo, emersa per il volere di Zeus, dopo soli sei mesi di gestazione, in quanto Latona era stata maledetta da Hera la quale, gelosa dell'ennesimo tradimento del marito, la condannò a non poter partorire in nessun luogo che avesse visto la luce del Sole. Il mese dopo aiutò la madre a partorire il fratello gemello.

All'età di soli tre anni, come ci narra il poema di Callimaco "Inno ad Artemide", la dea tirò la barba al padre mentre vi era seduta sulla ginocchia, chiedendogli di avverare alcuni desideri. Zeus, pago, l'accontentò. Artemide chiese di poter rimanere vergine per sempre, di avere cani da caccia e cervi che trainassero il suo cocchio e ninfe a servirla e di non essere mai costretta a sposare un uomo. Ecco che qui troviamo la figura della Vergine Cacciatrice. Un'imposizione che interessò anche le sessanta ninfe figlie di Oceano che l'accompagnavano.

Secondo il mito Artemide era disgustata dagli uomini e non faceva che incontrarne di sbruffoni, riservando loro lezioni a non finire. Al principe Tebano Atteone, che si vantò (in falsità) di averla superata nella caccia riservò la trasformazione da cacciatore a preda, mutandolo in cervo e facendolo inseguire e sbranare dai suoi cani. Un trattamento simile venne riservato anche a Siproite, ma in questo caso perché aveva osato spiarla mentre si bagnava e si era fatto scoprire. Adone invece venne ucciso da un cinghiale inviato dalla dea per vendetta nei confronti di Afrodite, che a sua volta aveva ucciso Ippolito, come ci narra Euripide nella sua opera omonima, perché quest'ultimo aveva preferito Artemide.

Nella mitologia etrusca Artemide era nota come Artume "AHR tuh mihs", dea della notte, della Luna, della selvaggina, della morte, fertilità e delle zone boschive. Si dice che sotto il nome di Aritimi fondò l'attuale città di Arezzo, in Toscana che in epoca etrusca era nota come Aritie.

Nel mito romano, Artemide venne identificata come Diana, dea della caccia. In primis Diana stessa non era una dea lunare, in quanto l'etimologia stessa del suo nome deriverebbe da "dius" che significa "della luce". Questa associazione tra le due divinità (quella lunare greca e quella romana) sembrerebbe solo nell'ambito della caccia, della selvaggina, in quanto Diana venne associata alla Luna solo più tardi.

Charles Leland, nel Vangelo di Aradia, la ritiene la "Regina delle Streghe", madre di Aradia e di Lucifero e qui la sua connotazione con la stregoneria diviene certa.

         

Ecate - La Dea Oscura


"Ma, ancora, la luna è Ecate, il simbolo delle sue diverse fasi e del potere dipendente dalle fasi. Quindi il suo potere appare in tre forme: come simbolo della Luna nuova viene raffigurata con veste bianca e sandali dorati, e torce illuminate, il cesto, che porta quando è alta, è il simbolo della coltivazione dei raccolti che lei fa crescere secondo l'aumento della luce, e di nuovo il simbolo della Luna piena è la dea dai sandali simili ad ottone."


Porfirio: "Il Culto delle Immagini"
 

In alcuni momenti del periodo classico ellenico Artemide venne identificata anche come Ecate, la dea pre-olimpica della magia e della morte. Quando venne fatta questa associazione, Artemide/Ecate divenne anche di conseguenza patrona delle streghe e a lei furono sacri i crocicchi, ossia gli incroci energetici o le porte, i luoghi di passaggio. Ecate, che in greco significa "colei che è distante", ci appare per la prima volta nella Teogonia di Esiodo. Era figlia di Perses e Asteria, quindi l'unica tra le antiche divinità note come Titani ad avere ancora un ruolo sotto il dominio di Zeus. In seguito venne decantata da Omero nel suo "Inno a Demetra". In questo poema rivestiva il ruolo di guida di Persefone e protettrice dei passaggi, presiedendo al momento della morte e nascita, ossia dell'oscurità. Nonostante ciò la si invocava al plenilunio. Da qui Ecate prende un aspetto malvagio perché era il ponte tra i vivi e i defunti, fungendo quindi da divinità psicopompa. C'è da dire che i greci non credevano in un inferno, ma in un mondo sotterraneo, ma in ogni modo questa connessione tra la mortalità e l'immortalità metteva paura.

Ecate appare anche nella bellissima ma incompiuta tragedia di Shakespeare, il sanguinoso Macbeth, dove ci appare accompagnata da spiriti e apparizioni mentre assiste le tre Sorelle Fatali (le tre streghe che si vedono confabulare per le prime battute del primo atto) durante la profezia che vedrà poi la caduta della corona di Scozia dal capo di Macbeth.

Le sue prime apparizioni sono vaghe e lontane. Nel mito di Persefone la vediamo anche quando racconta del rapimento alla madre, mostrando il suo lato "saggio". La sua terza apparizione, dopo la Teogonia sopra citata, e l'inno omerico, l'abbiamo con il filosofo Senocrate, che riprese alcuni aspetti della filosofia platonica secondo la quale la Luna avesse un ruolo di intermediario tra il mondo visibile e quello invisibile, occupato dal sole e le stelle per quello superiore e la terra e l'acqua da quello inferiore, trasformando così Ecate appunto nella dea psicopompa, ossia conduttrice delle anime dei defunti, che venivano viste in realtà come spettri errabondi dominati dalla sofferenza. Questo trasformò in seguito Ecate in una divinità infernale, ctonia, una visione di incubo e la demonizzò.

Negli stessi Papyri Magici, troviamo questa duplice associazione tra Ecate e Selene:


“Accostati a me, divina signora, Selene dai tre volti […] 

regina che porti la luce a noi mortali,

tu che chiami dalla notte, faccia di toro, amante della solitudine […]

dea dei crocicchi […]

Sii pietosa con me che t’invoco,

ascolta gentile le mie preghiere,

tu che regni di notte sovra il mondo intero”



Ecate è la dea nota anche per rappresentare la triplice, i tre volti della dea, come le fasi lunari. Era infatti nota come Triformis, e da qui si torna anche alla sua connessione con i crocicchi gli incroci che ti danno tre scelte di via. A Roma, a questo proposito era nota come Trivia, perché derivava dal trivium, ossia la possibilità di prendere tre strade differenti. Questa triplicità della Dea veniva rappresentato con i suoi tre volti, umano, equino e canino a seconda delle tre vesti che aveva, quella terrestre, lunare o infernale. Fu a questo punto che, come abbiamo visto, venne relegata infine ad essere una divinità ctonia della terra, quando, più tardi divenne figlia di Zeus ed Hera.

Nella triplice forma della Dea a questo punto troviamo la connessione lunare della fanciulla Persefone/Artemide/Diana/Kore, la madre Demetra/Hera/Cibele/Gaia e la saggia, Ecate/Crona. I tre aspetti di una divinità differente nelle sue fasi da crescente a piena a calante.

Il nome della Dea però, in realtà deriverebbe da una divinità molto poco nota: Heka, dea della saggezza nell'egitto pre-dinastico. Heka, o Heket, era una dea dall'aspetto anfibio, rappresentata spesso con le sembianze o anche solo con la testa di rana. Era patrona delle nascite e la dea dei parti. Le sacerdotesse della dea erano chiamate "Serve di Heket" ed erano tutte ostetriche. In linea di massima questa associazione derivava dal fatto che, in antichità, il Nilo era ricolmo di rane, e dato che gli egizi credevano che ogni forma di vita si fosse generato in un brodo primordiale che chiamavano Nu, dal quale anche lo stesso Nilo aveva avuto origine, era palese ritenere che come le rane germinavano e nascevano e vivevano i primi giorni nelle acque del fiume sacro, ecco che anche la vita umana, nascendo dalle acque, aveva una similitudine con questi anfibi.

Successivamente, in aspetto lunare, Ecate venne associata alla Luna nella sua fase calante e oscura, e come dea della magia divenne patrona dell'aspetto decadente e distruttivo. Divenne così la strega, la Grimilde arcigna vestita di nero che porta la morte sotto forma di dono, la bavosa vecchia che mangia Hansel e Gretel e tradizionalmente, in lato più gentile, divenne la "befana" nostrana, la Crona che rappresenta l'anno che si chiude, che se ne va. Diventa il pupazzo da gettare nel fuoco per propiziare un nuovo anno privo dei malesseri e dei guai dell'anno precedente. Come tale porta la scopa, che spazza via ciò che è vecchio in favore di ciò che è nuovo.

 

Iside - La Dea della Magia


Una delle dee lunari per eccellenza è Iside, o Isis. Il suo nome, che in antico egizio è "Aset", significa "trono" e infatti il simbolo con il quale viene rappresentata in principio è appunto quello di una giovane donna con un trono sul capo.

Nel mito narratoci dai "Testi delle Piramidi", Iside è figlia di Geb, il dio della Terra e Nut, la dea del cielo e ha due fratelli e una sorella: Seth, Osiride e Nefti. Secondo il mito andò in sposa al fratello Osiride, associato al culto solare e da questa unione ebbe Horus.

Il culto di Iside si diffuse in epoca tolemaica in tutto l'impero romano, pressoché incontrastato. A lei dedicato fu l'ultimo tempio pagano che venne smantellato nel sesto secolo sull'isola di Philae. Le sue celebrazioni divennero una via iniziatico-misterica per via degli stretti legami con il mondo spirituale.

A Roma il culto di Iside era così dedito che nel 64 a.C., per abbattere il tempio costruito dopo la morte di Cesare, dato che veniva considerato capace di sovvertire il popolo, nessuno osò alzare una mano, tanto che il console stesso si ritrovò costretto ad abbattere la porta di persona. Nel 48 a.C., in seguito allo scandalo di Decio Mundo, che vide come protagonisti alcuni sacerdoti isidei nonché lo stesso senatore che si spacciò per il dio Anubi per avere un rapporto sessuale con una nobile, tal Paolina, il tempio di Iside venne abbattuto. La sua posizione determinante tra i culti di Roma lo aveva messo in realtà in una posizione molto sfavorevole e questo fu un ottimo pretesto per alleggerire il peso.

Secondo il mito narratoci nel Papiro 1993 di Torino (XIX Dinastia), conservato nell'ononimo Museo, Iside ci appare lungi dall'essere una divinità buona e caritatevole. In quanto signora della magia, deteneva un grandissimo potere, secondo solo a quello di Ra. Gelosa di questo potere modellò un cobra con saliva e sabbia e lo mise sulla strada che il potente creatore pecorreva ogni giorno sulla sua barca "andando da Oriente verso Occidente attraverso le Due Terre, in accordo con il desiderio del suo cuore".

Il serpente morsicò Ra al tallone, il quale cadde ammalato e tremante di veleno e chiamò a sé tutti gli dei, ivi compresa Iside, la quale, falsamente, si prodigò alle cure di Ra, promettendo che avrebbe sconfitto il veleno con la sua magia se solo avesse potuto conoscere il nome segreto del Dio, quello che nessuno consoceva. Ra, delirante, pronunciò tutti i molteplici nomi con i quali era noto, ma si rifiutò di pronunciare quello segreto, che solo lui conosceva. Questo nome, il "Vero Nome", avrebbe dato un potere immenso se Iside l'avesse conosciuto; un potere che lei desiderava ardentemente. La dea riprovò di nuovo a convincere Ra, dicendogli che sarebbe sopravvissuto solo il dio che avesse pronuniciato il vero nome, e a quel punto il creatore cedette e invitò la dea della magia ad avvicinarsi affinché le potesse passare il vero nome direttamente dal cuore, e che lo passasse poi ad Horus, suo figlio: "Avvicinati Iside, guarda qui e lascia che il mio nome, passi dal mio corpo al tuo. Io, il più divino tra gli dei, l'ho tenuto nascosto, affinché il mio trono nella Barca Divina, da milioni di anni, potesse essere esteso. Quando uscirà dal mio cuore, dillo a tuo figlio Horus, dopo che egli abbia giurato per la vita del dio, ed abbia messo il dio nei suoi occhi."

A quel punto Iside, ottenuto ciò che desiderava, scacciò il veleno dal corpo di Ra: "Esci fuori, veleno! Esci da Ra! Oh Occhio di Horus, esci dal dio che ha dato origine alla vita per mezzo delle sue parole! Io sono colei che realizza questo incantesimo, io sono colei che manda fuori il potente veleno, affinché cada sulla terra. Il grande dio mi ha consegnato il suo nome. Ra vivrà ed il veleno morrà! Il veleno muore e Ra vivrà!"

L'altro mito è quello narratoci anche da Plutarco nel suo "Iside e Osiride". Il mito ci racconta di come Geb e Nut (rispettivamente terra e cielo) ebbero quattro figli, due maschi: Osiride e Seth e due femmine: Iside e Nefti. Iside e Osiride si sposarono e il dio, governando con saggezza, aiutò il popolo d'Egitto nell'agricoltura e nell'applicazione di un governo stabile e di una religione, percorrendo la terra del Nilo e civilizzandone le genti.

Seth, geloso dell'adorazione a lui riservata, decise di ucciderlo. Fece costruire così un sarcofago di legno decorato sulla forma del fratello e lo portò ad un banchetto cui partecipò anche Osiride e invitò i partecipanti, ad uno ad uno, di provare ad entrarvi, promettendo che l'avrebbe regalato a chi vi si sarebbe adagiato perfettamente. Quando toccò a Osiride, dato che era fatto a sua perfetta immagine, assieme ai suoi complici Seth serrò la bara e la spinse nel Nilo. Il sarcofago navigò lungo il fiume sacro fino al mare, fermandosi nei pressi di Biblio, in un canneto proprio a contatto con un tamarisco che inglobò il sarcofago trattenendolo al suo interno. Per combinazione quello stesso tronco venne tagliato per ordine del re della città per farne una colonna del suo palazzo. Iside, ignara della sorte toccata al fratello/sposo, percorse in lungo e in largo la terra d'Egitto. Durante le sue peregrinazioni, in sogno venne a sapere del sarcofago e per lunghe notti, sotto forma di una rondine, continuò a volare nei pressi del palazzo di Biblio, lanciando il suo richiamo.

La regina, sentendo il grido della piccola rondine le offrì da bere e Iside prese aspetto umano, raccontando l'accaduto; la donna immediatamente fece aprire la colonna, liberando il sarcofago che conteneva il cadavere di Osiride. Giunta in possesso finalmente del suo tesoro lo aprì e, trasformatasi in falco alitò la vita nel corpo di Osiride sbattendo le ali, ma invano. Con quel gesto rimase però gravida di Horus.

A quel punto, decisa a dare al marito sepoltura, nascose il sarcofago in una palude. Seth però lo trovò e smembrò il corpo del fratello in quattordici parti che disperse lungo tutta la valle del Nilo e in ognuno dei luoghi dove uno dei pezzi di Osiride era stato gettato, venne costruito un tempio in suo onore. Iside, con l'aiuto di Anubi, inviato da Ra stesso in suo soccorso, recuperò tredici dei quattordici pezzi del marito, in quanto il fallo era stato ingoiato da un pesce: l'ossirinco. Al suo posto misero un sostituto in legno. Con l'aiuto di Anubi Iside riportò vita al marito, ma non completamente. Non potendo più vivere sulla terra, Anubi avvolse pertanto Osiride nelle bende e da divinità solare divenne il Signore dei Defunti.

Nascosta nel deserto Iside partorì Horus, che malato e fragile rischiò la morte, se non fosse stato per le sue cure e le sue malie. Lo allevò come figlio di suo padre e vendicatore. Divenuto grande e forte, il figlio si scontrò contro Seth e lo sconfisse. Da questa battaglia Horus perdette un occhio, mentre Seth un testicolo. Proprio mentre Horus stava per abbattere definitivamente il nemico, Iside intervenne e ne reclamò la pietà.

Iside diventa quindi divinità lunare in un secondo tempo, mentre prima era dea della natura, il potere femminile supremo, l'amore e la magia. Il suo principale proposito era l'equilibrio. Era nota anche come "La Signora dai Mille Nomi", in quanto si riteneva che tutte le dee fossero Iside. Da Au Set, divenne quindi Iside, con il nome ellenizzato dai coloni greci. Il suo culto si sparse moltissimo fino a divenire appunto Iside panthea.

In antichità i ruoli di Iside e Osiride erano quindi invertiti da come li conosciamo. Osiride era una divinità lunare, mentre Iside era divinità terrestre o solare. Col tempo ne divenne la sposa/sorella, quindi seconda dea lunare. Come tale, Iside rimane una dea neutrale, mantenendo l'archetipo di madre natura. Infatti, come vediamo nel mito di Iside e Osiride, in ultimo si frappone all'uccisione di Seth da parte di Horus in cerca di vendetta per il padre. Questo ci fa notare come Iside sia anche vista come Maat, ossia la dea della giustizia e dell'equilibrio.

Una delle sue rappresentazioni come dea madre la vedono seduta mentre allatta il piccolo Horus. In questa rappresentazione la vediamo con le corna di bue sulla testa, a rappresentare la luna crescente, come di insegna Plutarco e che la associa anche ad Hathor, la dea bovino genitrice. Ma in questa visione rappresenta anche il sole, in quanto tra le due corna troviamo il cerchio solare. Questo porta Iside allo status di divinità soli-lunare. Questa stessa rappresentazione avrebbe ispirato poi D.M. Murdok nel suo "The Christ Conspyracy" ad associarla alla Madonna con il bambin Gesù rappresentato in molte iconografie cristiane. Una tesi avvalorata anche da Margaret Murray, l'egittologa autrice del notissimo saggio: "Witchcult in Western Europe".
 


Al-Uzza, Al-Lat e Manat - La Triade pre-islamica
 

Un aspetto triplice delle divinità lunari le troviamo nella triade pre-islamica Al-Uzza, Al-Lat e Manat, il cui culto era molto diffuso in medio oriente.

Secondo Joseph Lawrence e Mary Crane "erano conosciute e venerate in un ampio spazio che andava da Petra, nel nord, ai regni leggendari dell’Arabia Felix nel sud, inclusa Saba; si spingevano sino all’est, in Iran e Palmyra, ed erano assai popolari alla Mecca al tempo del Profeta Maometto."

A tal proposito troviamo la loro comparsa nel Corano, nella 53a Sura, composta a sua volta di 62 versetti, in quelli che sono diventati noti come "i versetti satanici". Questo nome, portato in auge dal noto romanzo di Salman Rushdie edito nel 1989 che causò anche la proclamazione della sua condanna a morte (ad oggi che io sappia non ancora eseguita) in realtà è slegato dal mito islamico.

Secondo il Corano infatti i "versetti satanici", raccolti appunto nella Sutra 53 si chiamerebbero in questo modo in quanto si tratta di parti del libro sacro in cui fu Satana e non Allah a parlare attraverso la bocca del profeta Maometto.

In una parte della sua biografia, narrataci dal biografo Ibn Ishaq, troviamo come Maometto fosse preoccupato per la conversione di alcune tribù pagane, i Quraysh, che adoravano la Triade di Al-Uzza, Al-Lat e Manat. In cerca di un accordo i capi di queste tribù vennero a lui con una proposta. Avrebbero accettato di adorare Allah per un anno a patto che lui adorasse la triade divina femminile per un lasso di tempo uguale. Maometto rifiutò, ma in seguito ricevette una misteriosa illuminazione che gli consigliava invece di seguire la proposta dei Quraysh in quanto le tre dee, come divinità celesti, erano intercessori di Allah, e così accettò. Ibn Ishaq sostiene che "poi la gente si disperse e i Quraysh se ne andarono, deliziati per quanto era stato detto sui loro dei, dicendo: "Maometto ha parlato dei nostri dei in modo splendido. Ha riconosciuto in quello che ha letto che essi sono i supremi Gharaniq, la cui intercessione è approvata". Essendo i Gharaniq gru, quindi uccelli che sorvolavano la terra nei punti più alti del cielo, Maometto interpretò il loro movimento come una vicinanza ad Allah e accettò di adorarle come intercessori.

Il racconto continua parlandoci di come la notizia giunse a genti che erano fuggite per via della guerra religiosa che era scaturita dalla conversione forzata all'Islam e di come l'Arcangelo Gabriele arrivò a rimproverare Maometto della sua scelta esponendogli la verità, ossia di come fosse stato Satana ad ispirare questa idea e non Allah.

Le tre divinità che formano questa tridade hanno ruoli diversi nel culto pre-islamico che seguivano anche i Quraysh: Al-Uzza era nota come "La Potente" ed era la sacra stella del mattino. Infatti è rappresentata come una fanciulla dai capelli indomiti e con una stella splendente in cima al capo e con indosso un abito color blu notte cosparso di stelle. Tra le mani tiene due spade e tra le due spade è accucciata una lince. Questo simbolismo la riporta alla divinità lunare Artemide/Diana, dea della caccia e vergine cacciatrice.
Venerata tantissimo, Al-Uzza era associata appunto alla stella del mattino, che poi non era altro che il pianeta Venere, visibile all'alba come una stella brillante. Nel corso del tempo ha ricevuto molti nomi. Ad esempio Isacco di Antiochia (500 dc) la riconduce a Beltis, il cui significato sta per "La Signora" o anche Kaukabta "La Stella". Epifanio invece la associava alla madre del dio montano Dusares, dandole il nome Chaamu che significa "fanciulla". Le erano sacre le acacie e i felini in quanto predatori.

La seconda delle tre è Al-Lat, il cui nome significa "La Dea" (infatti Al-Lah significa "il Dio"). Viene rappresentata come una donna adulta adorna di orecchini e gioielli e dai capelli legati, con delle fasce di grano tra le mani e un abito verde a rappresentare il suo aspetto di Dea della fertilità e madre degli Dei. Sul capo ha il sole, che nei culti pre-islamici era femminile. Questo aspetto la porta ad essere associata a Demetra/Cibele. Il suo nome pare sia una contrazione di Al-Illahat ed Erodoto ce ne parla identificandola come Afrodite e Atena, in quanto "Madre degli Dei". Era una divinità primaverile e della prosperità e il suo simbolo è la Luna crescente. L'antica divinità solare, quindi Al-Lat, che, come ci insegna Erodoto aveva inizialmente forma in Al-Illahat divenne in seguito Al Lat o Allat, che, come abbiamo visto, significa "La Dea". Sempre secondo ciò che ci ha lasciato scritto Erodoto, questa divinità era di tipo celeste e lui pone attenzione sulla questione del nome Al’ilãh, forma arcaica del dio islamico, riconducendolo ad una divinità superiore.

L'ultimo aspetto è Manat, la dea oscura, la stella della sera. Viene rappresentata come una donna anziana, dal volto rigato dal tempo. Indossa un abito nero, simbolo della morte e del destino. Tra le mani ha una coppa e al collo porta il simbolo della luna calante. Questo aspetto della dea è chiaramente associabile ad Ecate o comunque la Crona, dea della magia e della divinazione. Il nome potrebbe arrivare dall'arabo maniya che significa "fato" o da menata che significa invece "porzione". Era una divinità della morte, della partenza, della separazione ed era associata alla luna calante.
 

 

 

Sin, Thot, Texiztecatl e Tsukiyomi - La Luna al maschile
 

Come abbiamo visto, la Luna è nella maggior parte dei casi cultualmente associata ad una divinità femminile. Ci sono però molte mitologie che ci parlano di divinità lunari maschili. Nella mitologia pre-islamica ad esempio, che era ben lungi dall'essere monoteista dato che inglobava più di 300 divinità, troviamo come la Luna fosse associata ad una divinità maschile, mentre il Sole ad una divinità femminile. L'antico dio lunare israelita era Sin, chiamato dagli arabi con il nome di Qamar e la sua consorte, il sole era nota come Shams.

Sin era anche una divinità mesopotamica, in particolare del pantheon babilonese. Gli erano sacri i tori (un simbolismo dovuto alle corna, come Iside) e veniva rappresentato come una luna crescente. Il mito ci parla di come venne concepito in seguito ad una violenza sessuale da parte di Enlil nei confronti di Ninlil. Era il padre di Inanna e Utu, avuti da Ningal. Era noto anche come Nanna in lingua sumera (Sin era il nome usato dagli Accadi) ed era venerato tantissimo nella città di Ur. Secondo il mito giuntoci, fece deviare il fiume che passava per la sua città affinché potesse fare visita a Enlil a bordo di una sfarzosa imbarcazione.

Era sacro a Sin anche il treppiedi, a rappresentare il triplice aspetto lunare. Lo veneravano molto le popolazioni nomadi che usavano la luna per protezione.

Secondo un'indagine pare che il termine "ninna nanna" o anche solo il termine "nanna" con cui ci si riferisce ad una melodia armoniosa che si usa per cullare i bambini e farli addormentare o proprio il sonno dei bambini derivi proprio dal nome "Nanna" della divinità babilonese. Nel mito originale Inannà sarebbe figlia di se stessa, e solo nel mito accado babilonese "troverebbe" un padre, ossia "Nanna". Ecco che qui, il dondolio della Luna che oscilla nel cielo lega un genitore ad una figlia e quindi al dolce rollio che porta il sonno. E questa cosa ancora ci lega ad un sinonimo del paganesimo antico, pre-monoteista. Per quanto poi, secondo il mito, Sin si rifiutò di aiutare la figlia nella sua discesa negli inferi del mondo sotterraneo. Da notare è che il nome del monte Sinai, dove nel libro dell'Esodo Mosè ricevette le tavole delle leggi da YHWH sotto forma di roveto ardente, è chiamato così in onore di Sin, infatti "Sinai" significa "Appartenete a Sin"

Sin avrebbe anche un aspetto acquatico, legando così ancora la Luna all'acqua, alle maree ed era anche giudice dei morti, e associando ancora la Luna all'oltretomba, al lato ctonio delle divinità, all'oscurità e alla trasformazione: il viaggio iniziatico verso il regno dell'aldilà (del tutto simile a quello che ha svolto Inannà o Persefone). Nel suo aspetto lunare di plenilunio prendeva il nome di Nanna e nell'aspetto di novilunio era noto come Asimbabbar.

Il termine "Luna" ci suona come femminile nella lingua italiana, ma ad esempio in tedesco il suono ha un aspetto maschile; infatti ci si riferisce con "Der Mond" per la Luna e "Die Sonne" per il Sole in cui "Der" è l'articolo determinativo maschile e "Die" femminile. Questa assonanza non sfugge nemmeno nella mitologia giapponese, dove abbiamo Amaterasu, la dea solare e Tsukiyomi il dio lunare.

Secondo il mito shintoista Izanagi-no-Mikoto era il dio che aveva creato la terra, nota come Onogoro-shima. Mentre si mondava dei peccati dopo essere sfuggito dal mondo sotterraneo alle grinfie della moglie Izanami-no-Mikoto, lavandosi l'occhio destro fece venire al mondo per partenogenesi Tsukiyomi.
Secondo il mito, Amaterasu, sorella di Tsukiyomi, lo mandò in sua rappresentanza ad un un banchetto dove Uke Mochi, la dea del cibo, si occupava delle vivande. Per creare il cibo la dea prese un pesce oceanico e dopo avervi sputato sopra, si voltò verso la foresta e fece uscire della selvaggina dall'ano, tossendo infine sulla risaia per creare così una palla di riso. Nonostante l'aspetto del piatto di cibo fosse squisito, il modo in cui fu creato sotto i suoi occhi parve disgustoso a Tsukiyomi, il quale si adirò ed uccise Uke Mochi. Questa cosa offese a tal punto Amaterasu che decise di evitarlo per sempre, richiudendosi in una grotta. E questo spiega ancora adesso il fatto che il giorno e la notte non si incrociano mai.

Come abbiamo visto, Iside in quanto dea lunare trova spazio solamente in un secondo tempo. In un culto che dura millenni è consono che l'adorazione e la genesi delle divinità possa cambiare. La Luna in quanto tale era associata ad una divinità particolare: Iah. A lei erano associate le regine, mogli dei faraoni. Ma Iah, con in capo le corna e il disco noto anche per essere simbolo di Iside, era in genere associata a Thot, il dio dalla testa di ibis, patrono della saggezza, della scrittura, della matematica. Il dio scriba della conoscenza. Thot era rappresentato anche sotto forma di babbuino o di toro. In seguito alla battaglia tra Horus e Seth intervenne anche come medico, restituendo ai due i reciproci occhio e testicolo perduti durante lo scontro. La battaglia, a quanto ci narrano "I Testi delle Piramidi", ebbe luogo nei pressi di Hermopolis, che da sempre fu un centro culturale e religioso di questa divinità, la quale, sempre secondo i testi, fece anche da "paciere". In quanto scriba aiutava Osiride nel Duat e nel giudizio dei morti, trascrivendo le loro gesta.

Come divinità di tipo lunare, Thot era il "sole morto". Dato che lo stesso calendario egizio era su base sinodica o lunare, Thot divenne anche il patrono del calendario e degli eventi civili e religiosi. Suo era anche il campo della medicina e della conoscenza, quindi alchimia e magia. Uno dei miti che lo rende più famoso è quello del "Libro di Thot". In quanto signore della saggezza e inventore della scrittura in geroglifici, il mito narra che scrisse un libro in cui riversò la sua conoscenza più profonda, ma che questo libro, ritenuto troppo pericoloso, venne chiuso in una stanza segreta (alcuni sostengono in una colonna) del tempio a lui dedicato a El-Ashmunein, l'antica Khemnnu (dal copto Shmun che significa "La Città degli Otto Dei"). Ma in ogni tempio di Thot era presente una biblioteca che conteneva i testi più antichi e sacri, la maggior parte dei quali andati perduti, che possedevano capacità magiche di divinazione, bando ma anche geografia, astrologia e alchimia.

In alcuni papiri e steli ritrovate si capisce come in molti avessero usato "Il Libro di Thot" per fare del male, in quanto conteneva al suo interno nozioni di incredibile potere e che fu il dio stesso a distruggerlo perché lo ritenne inadatto alle mani umane. Secondo alcune fonti invece, l'imperatore romano Settimio Severo intorno al 200 dc lo seppellì insieme al corpo di Alessandro Magno.

Si attribuisce a Thot anche l'invenzione dei tarocchi, che altro non erano se non le settantotto tavole di Thot nelle quali il segreto e l'arcana conoscenza esoterica del Libro del dio era stato rinchiuso in simboli ermetici. Inoltre il legame di Thot con il serpente lo lega anche a Iside, cui era sacro il cobra (sul suo copricapo di corna bovine c'erano dodici cobra eretti) perché era il serpente che aveva creato per morsicare Ra. Si narra in un papiro ritrovato a Deir el Medina di come il figlio di Ramses II, Semte, fosse interessato ad entrare in possesso del famoso Libro di Thot e che per farlo violò una tomba situata nella città di Menfi attirando su di sé una terribile maledizione che lo fece perseguitare nel corso delle generazioni da spiriti maligni che in ultimo uccisero lui e i suoi discendenti, lasciando in vita solo Merenptah, il quale divenne faraone. Pare che entrando nella tomba la trovo disseminata di serpenti velenosi. Il serpente, vediamo qui, è simbolo lunare, in quanto il suo "cambiare pelle" lo identifica con la natura mutevole della Luna e lo associa a Thot anche per via del fatto che l'Ibis, per sua natura è un uccello che si nutre di questi rettili. Troviamo come il serpente sia simbolo lunare anche per via della sua peculiarità ad avvolgersi in spire che ha poi riportato al simbolismo dell'Ouroboros, il serpente che si mangia la coda. Il serpente è simbolo maschile, associato al fuoco e allo strumento della bacchetta, alla verga e al bastone di Esculapio e di Hermes, ma associato alla luna (femminile) diventa simbolo di fertilità (fallico).

Thot e Iside non sono le sole divinità ad avere in comune i serpenti. Anche Ecate viene rappresentata con una serpe tra le mani, se non anche la divinità minoica Potnia Theron, come aspetto di Artemide stessa. Secondo Plinio addirittura un serpente ha tante spire quanti sono i giorni che compongono il mese sinodico.

Un ulteriore aspetto della luna al maschile è quello della divinità azteca Texiztecatl, noto come "il Dio della Vecchia Luna". Non era il solo a dire il vero, in quanto esisteva anche il culto di Metzli, la dea lunare dei contadini e della notte, che temeva il Sole (Tonatìu) e il suo fuoco e vi rifuggiva. Anche Texiztecatl temeva il Sole e infatti fu per questo che divenne dio lunare. Era figlio di Tlaloc, il dio della pioggia e Chalchiuhtlicue, la dea patrona dei corsi d'acqua, delle sorgenti e dei parti. Vediamo come qui ancora abbiamo una connessione tra l'acqua, i parti e la Luna, in quanto si trova la divinità ad essa associata come "figlio" delle acque stesse. Texiztecatl prendeva forma di coniglio o di lepre, altri due animali associate alla luna per via del colore bianco e per la loro peculiarità a nascondersi, come si riteneva facesse la Luna nelle sue diverse fasi. In Cina questa associazione derivava dalle "macchie lunari" visibili dalla Terra, che venivano ricondotte alle impronte che la lepre lasciava nella neve o nel fango.

Texiztecatl veniva rappresentato inoltre con una conchiglia sulla schiena o con una chiocciola; un altro animale lunare, come abbiamo visto, associato all'astro notturno per via della sua peculiarità nel ritirarsi nel guscio e per la forma spiraliforme che assume il suo guscio. Texiztecatl era rappresentato anche con ali di farfalla a volte in quanto anche la farfalla è un animale associato alla Luna per via della trasformazione da bruco attraverso la crisalide.