The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

MABON


Mabon - Il Figlio della Grande Madre

L'Origine di Mabon
Nel nostro scorrere lungo le festività dell'anno siamo giunti infine all'ultima tappa che precede un nuovo inizio: l'equinozio di autunno. Nella ruota dell'anno il nome usato per riferirsi a questa festività è Mabon e il termine deriva dal nome di una divinità celtica della vegetazione, figlio della dea madre Modron e di Melt, l'illuminante. In questa festività e in questi miti troviamo quindi l'aspetto dell'ultimo raccolto cereale, il secondo raccolto autunnale. Mabon è il momento di assoluto equilibrio tra la luce e le tenebre. Secondo il mito greco è il momento in cui Kore, la fanciulla, discende negli inferi per stipulato patto e la natura, in sua assenza, decade e muore. Kore diventa quindi Persefone, la signora dell'oscurità.
Nella tradizione neo druidica Mabon è l'ultimo degli Alban, Alban Elued, la Luce dell'Acqua. Perché acqua? Perché questo elemento rappresenta il brodo primordiale o l'oceano cosmico dove il sole si inabissa nella metà discendente dell'anno. Considerando che gli antichi popoli agresti sostenevano che la terra fosse "galleggiante" sull'acqua, era palese ritenere che il Sole si immergesse nelle acque oceaniche. Questa associazione riveste un ruolo ancora più forte considerando l'acqua come un aspetto legato alla spiritualità e all'inconscio, alla morte e all'oscurità oltre che al "non conosciuto". Il legame quindi che si trova con Alban Heruin, il Solstizio d'Estate, che è invece la Luce della Riva, richiama il passaggio all'oltre. La discesa è ormai sentita e l'acqua dell'inconscio domina l'energia di questa festa.
Mabon è la seconda e ultima mietitura per i popoli agresti più a nord e la terza per quelli più a sud. È quel momento intermedio di equità tra luce e ombra che abbiamo già trovato con l'equinozio di primavera. Come abbiamo già visto la parola stessa equinozio deriva dal latino, ed è composta da aequa che significa "uguale" e noctis che significa "notte". Quindi "notte uguale", in riferimento al momento in cui le ore di luce e di buio giungono nuovamente ad un equilibrio. Nonostante sia dal solstizio d'estate che il movimento terrestre intorno al Sole ha portato ad un progressivo allungarsi del periodo notturno e accorciarsi di quello diurno, l'equinozio è il momento astronomico che segna il passaggio del confine. D'ora innanzi le ore di luce saranno minori di quelle di buio, e questo processo di squilibrio procederà in maniera indefessa fino al solstizio d'inverno, quando avremo in assoluto la notte più lunga dell'anno. Nell'era in cui ci troviamo, sulla base del calendario Gregoriano attualmente in uso e soprattutto nell'emisfero boreale dove viviamo, l'Equinozio d'Autunno cade tra il 21 e il 24 di settembre. Nell'emisfero australe invece si verifica a marzo, ovviamente.
Il nome Mabon, dio gallese, associato a questa festività è un'idea di Aidan Kelly, autore di Crafting the Art of Magic. Lo stesso Kelly ha scelto questo nomne ispirandosi al Mabinogion. Un mito che ora vedremo. Addentriamoci ora nella storia. Secondo il mito gallese, narrato nel racconto di Culhwch e Olwen nel Libro Rosso di Hergest, datato circa all'anno mille, Mabon, il dio che dà il nome a questa festività, venne rapito alla madre dopo tre giorni dalla sua nascita, senza che si sapesse più nulla di lui. Nessuno sapeva dove si trovasse, ovviamente. Il mito narra che il gigante Ysbaddaden, per concedere la mano di sua figlia Olwen a Culhwch lo sfidò con alcune impossibili cerche, alle quali si sentì sempre rispondere: "Sarà facile per me, anche se tu pensi altrimenti". Una di queste fu quella di chiedere l'aiuto di "Mabon figlio di Modron, che fu rapito da sua madre quando aveva tre notti. Nessuno sa dove si trovi, e se sia vivo o morto" affinché desse la caccia ad un crudele cinghiale, prima uomo trasformato, che portava nome di Twrch Trwyth e lo presentasse allo stesso Yspaddaden Penkawr, che non avrebbe permesso a Culhwch di sposare sua figlia finché quel cinghiale fosse stato in libertà. Culhwch si mise alla sua ricerca, ma non fu da solo. Con sè poteva contare sui cugini Arthur, Eiddoel, Gwrhyr l'interprete, Kei e Bedwyr. Insieme andarono a raccogliere informazioni da alcune tra le più leggendarie e antiche creature esistenti, come il merlo di Kilgrwri, il cervo di Rhendevre, antico come la foresta, il gufo di Cwn Cawlwyd, antico come tre foreste, l'aquila di Gwernabwy e infine il salmone di Llyn Llyw, il più vecchio e saggio animale esistente. Fu proprio quest'ultimo l'unico a dar loro una risposta: tre prigionieri illustri sono tenuti chiusi a chiave nella segreta più grande dell'isola di Britannia, la sotterranea Caer Llowy, (che pare significhi "Città della Luce"): questi tre prigionieri sono Llyr Llediaith, Gweyr, figlio di Geyrybed e Mabon figlio di Modron. E udirono pianti e lamenti provenire dall'altra parte del muro; Mabon figlio di Modron è qui, e nessun altro è mai stato severamente imprigionato, nemmeno Llud dalla mano d'argento o Greid, figlio di Eri. Fu così che Arthur, il leggendario condottiero e re britannico, assieme agli altri eroi aiutò Culhwch a liberare Mabon dalla sua prigione. Il luogo era impervio e irraggiungibile se non via mare e Kei e Bedwyr, i due incaricati ad andare, dovettero cavalcare lo stesso Llyn Llyw per arrivarvi. Liberatolo poi, Kei portò Mabon sulla sua schiena fino alla corte di Re Artù. A questo punto cacciarono il cinghiale e, una volta catturato, Mabon prese il pettine e il rasoio da dietro il suo orecchio, le consegnò a Culhwch e gettò il cinghiale da una scogliera in Cornovaglia. Ma anche Arthur, il Re Orso, secondo un mito rimase prigioniero per tre notti nel castello di Oeth e Anoeth, per tre notti nelle prigioni di Wen Pendragon, e tre notti nelle oscure prigioni sotto la pietra. E un giovane lo liberò da queste tre prigioni, quel giovane era Goreu figlio di Custennin, suo cugino. Anche nel Mabinogion viene nominato il Castello di Oeth e Anoeth, mentre in un'altra serie di Triadi è nominata la prigione di Geyr. In questa versione non è nominato Arthur, ma è detto che tutti i membri delle famiglie degli altri carcerati condivisero la prigionia, che fu progettata come la più completa mai conosciuta.
Possiamo qui trovare un'interpretazione in questa sezione legata al rapimento e alla prigionia. Secondo una parte del mito non narrata, Mabon finì ucciso durante la caccia. Rappresentando il simbolismo ctonio e oscuro, il cinghiale, trascinato alla luce dal figlio della stessa che la rappresenta, permette, morendo, che avvenga il matrimonio tra Culhwch e Owen, riportando così la fertilità sulla terra. Un esempio che troviamo è proprio la morte di Adone, anch'esso un dio arboreo ucciso da un cinghiale, che secondo il mito venne scovato proprio durante il solstizio d'inverno, quando il Sole torna allo scoperto. Mabon ha quindi in sé gli aspetti solari del figlio della Signora della Luce: il dio che nasce a Yule, ed è un dio legato al sottosuolo, agli inferi. Infatti è cresciuto nell'Annwn, ottenendo così un'eterna gioventù. Nel mito irlandese è appunto associato al dio Oengus Mac Ind Og, "Angus il giovane", signore del Tir Na Nog, la terra della gioventù. Egli nacque durante il solstizio ed era figlio di Dagda e Boann, anch'esso dio dell'amore e della musica.
Secondo Miranda Jane Green, Mabon era anche associato a Maponus, il dio britannico corrispondente all'Apollo greco, come leggiamo nel suo Dizionario di mitologia celtica: Maponus era oggetto di culto nella Britannia settentrionale in epoca romana. A Chesterholm (l'antica Vidolana), fu trovata una singolare placca d'argento a forma di mezzaluna recante l'iscrizine Deo Mapono. Su alcune dediche il nome del Dio è collegato a quello di Apollo, ad esempio a Corbridge. La Cosmografia dell'Anonimo Ravennate menziona un locus Maponi che poteva essere nel Dumfries o nel Galloway, nel sud della Scozia. Le dediche implicano che Maponus fosse probabilmente associato con la musica e la poesia: su un altare a Hexham la sua identità si fonde con quella dell'Apollo citaredo. Su una dedica a Rochester, invece, Maponus compare su una pietra accanto ad una Dea cacciatrice. Maponus può essere convincentemente collegato a Mabon, il Giovane Divino del Racconto di Culhwch e Owen, nel quale questi è presente in veste di cacciatore.
Ma torniamo a Mabon, il cui nome reale è Mabon ab Modron, che significa "Figlio di Modron", dal termine Mab, che significa "giovane" e "figlio", e quello di Modron, che significa "Madre". Un termine che pare risalire anche a gaelico "Matron" che riporta al latino "Mater", da cui deriva il nostro "Madre". Mabon è una divinità che ha, come molte altre, una dubbia paternità. Se da una parte lo vediamo figlio di Melt, da altre appare come un figlio nato per partenogenesi. È e rimane un dio della vegetazione e il suo rapimento alla madre si ricollega a tutti gli aspetti di divinità ctonie legate al raccolto, come quello narrato nel terzo ramo del Mabinogi in cui si parla del rapimento di Pryderi, figlio di Rhiannon e Pwyll, re di Dyved, avvenuto proprio la notte della sua nascita ad Arbeth. Per evitare la rabbia del re, le sei dame d'onore che avevano in cura il piccolo decisero di sporcare con il sangue di un cucciolo di cane la madre Rhiannon mentre dormiva, incolpandola così di infanticidio e cannibalismo.
Rhiannon, che era figlia del popolo fatato e che aveva rinunciato alla sua immortalità per sposare Pwyll, nonostante regina, fu costretta dal druido delle tribù, che l'aveva in antipatia ma che aveva un immenso potere giuridico, a pagare un'enorme condanna per la colpa che si portava addosso nonostante fosse innocente. Doveva sedere ogni giorno su una pietra lungo strada per il palazzo e doveva informare chiunque si approssimasse di quale fosse stato il suo delitto: aver ucciso e mangiato suo figlio e, come segno di incredibile smacco, doveva offrirsi di condurli a palazzo sulla schiena.
A completa insaputa di chiunque, la notte stessa in cui venne partorito, il bambino di Rhiannon e Pwyll, misteriosamente scomparso, venne trovato sano e salvo da Teyrnon, Signore di Gwent, fuori dalla sua stalla. In quella zona avveniva ogni anno nello stesso periodo un misterioso evento: la giumenta partoriva un puledro, ma la notte stessa del parto, questo spariva. La notte di Beltaine, proprio dopo la nascita del puledro, Teyrnon decise di mettersi a guardia della stalla per cercare di uccidere l'uomo o la creatura che rapiva ogni anno i puledri. Nottetempo vide giungere una creatura artigliata, o quanto meno vide solo un lungo artiglio protendersi nella stalla. Teyrnon lo tagliò di netto costringendo la creatura, qualunque fosse, a fuggire e a non fare più ritorno. Correndo fuori dalla stalla trovò il bambino in fasce e insieme con la moglie lo adottarono dandogli nome Gwei Wallt Euryn, che significa "Gwri dai capelli d'oro". Il bambino aveva una crescita straordinaria, divenendo adulto alla tenera età di sette anni. Quando i due genitori adottivi capirono di chi era figlio, data l'incredibile somiglianza che aveva con Pwyll il re di Dyved, lo riportarono ai leggittimi genitori, i quali gli diedero nome Pryderi, che significa "preoccupazione", spezzando così l'orribile condanna che affliggeva la regina e riportando tra le braccia dei genitori il figliolo perduto.
Il legame che troviamo tra Mabon e Pryderi ha permesso l'avanzare di alcune ipotesi che lo vedrebbero come lo stesso dio della musica, dell'amore e della fertilità. Egli rappresenta il mutare e lo scorrere delle stagioni e può essere adeguatamente paragonato a Persefone/Proserpina. Entrambi infatti sono rappresentati, nei corrispettivi miti, come prigionieri rapiti alle madri e, legati come sono alla vegetazione, il loro ciclo di morte - discesa - rapimento porta il conseguente deperire della natura a loro associata.
Come abbiamo visto nell'articolo sul sabba di Yule, il simbolismo di un Sole prigioniero per circostanze sfavorevoli era una via facile per i celti (come per altre popolazioni) per spiegare la liberazione della sua energia benevola proprio durante il Solstizio Invernale, quando, nel mito, Mabon ap Modron torna. Troviamo come in questo il mito si differenzi sostanzialmente da quello legato alla vegetazione, ponendoci di fronte ad una duplicità. Mabon è sia il dio della vegetazione che quello solare, quindi.
Nel mito greco relativo a questa divinità, come dicevamo poco sopra, troviamo il culto di Persefone che, proprio come Mabon, è una figlia rapita contro la sua volontà. In seguito alla sua sparizione la terra viene maledetta dalla madre addolorata, Demetra, e non dà più frutti.
Questo mito ci è narrato in molti modi diversi e da molti autori differenti tra cui Ovidio, Claudiano e gli Inni Omerici. Ci sono alcune differenze tra tutti, ma in linea di massima la storia narra di come Ade rapì la fanciulla Kore per farne la sua sposa. Secondo Claudiano il dio dell'Averno desiderava avere un figlio come le altre divinità, ma, non avendo alcuna sposa, mandò un messo al fratello Giove affinché acconsentisse a che lui prendesse legittimamente moglie. Il Padre degli Dei decise che la figlia di Cerere, Proserpina, che era ambita già da altri dei, fosse la destinata. Approfittando della distanza della madre, che era in viaggio in Frigia, ordinò a Venere di richiamare Diana e Pallade con sé e di portare la giovane a raccogliere fiori sull'Etna, insieme con le Naiadi Criniso, Pantagia, Gela, Camarina e Ciane. In quel luogo la terra si spalancò e Ade ne scaturì all'esterno sul cocchio trainato dai suoi cavalli infuocati. Quasi tutte le ninfe fuggirono quando lui prese Kore trascinandola via. La giovane gridò aiuto alle dee e Diana incoccò una freccia e Minerva la lancia, furiose vergini nel vedere il rapimento, ma Giove si oppose e le loro armi vennero fermate da una saetta. Proserpina venne quindi trascinata urlante negli inferi e le dee presenti al rapimento furono costrette al silenzio. Ecate sentì le urla della ragazza ma non vide chi fu a rapirla.
Secondo Ovidio, invece, la colpa del rapimento fu di Venere, che incitò suo figlio Cupido a scagliare una freccia contro il petto di Plutone quando uscì dal regno sotterraneo per verificare l'integrità della terra sopra l'Etna. Questi, vedendo Proserpina raccogliere gigli e viole, si invaghì di lei e la rapì. Ovidio fa notare come atterrita la dea invocava con voce accorata la madre e le compagne, ma più la madre; e poiché aveva strappato il lembo inferiore della veste, questa s'allentò e i fiori raccolti caddero a terra: tanto era il candore di quella giovane, che nel suo cuore di vergine anche la perdita dei fiori le causò dolore. Ciane, che abitava la fonte che ne portava il nome, si oppose al rapimento, ma il dio infuriato aprì con lo scettro una voragine nella terra e la ninfa per la vergogna e il disonore di non aver saputo fermare il rapimento si disciolse nelle acque. Nell'opera di Claudiano Ciane invece è trasformata in acqua dallo stesso Plutone, il munifico.
Secondo l'Inno Omerico dedicato a Demetra, la dea si aggirò per la terra per nove giorni e nove notti, prima di interrogare Elio, dio del sole che tutto vede, e sapere che cosa fosse accaduto; rivoltasi a Zeus e non avendo ottenuto indietro ciò che le era stato sottratto, decise sdegnata di abbandonare l'Olimpo e, assunte le sembianze di una vecchia nutrice, si ritrovò nei pressi di una fonte ad Eleusi armata di fiaccola, dove Callidice, la più bella tra le figlie di Celeo, il re, la invitò a corte della madre Metanira, per accudire il piccolo Demofoonte, loro ultimo nato. Giunta lì la regina le offrì di sedersi sul trono, ma lei rifiutò, sedendo tristemente e cupa su uno sgabello portatole da Iambe, che con scherzi e lazzi volgari fu la sola che la fece sorridere. Questa figura secondo altre versioni è la panciuta dea Baubo, che la fa ridere mostrandole anche il fanciullo Iacco che fa capolino tra le sue cosce come se venisse partorito in quell'istante. Metanira le offrì così una coppa di vino, che la dea rifiutò gentilmente chiedendo di poter avere acqua, con farina d'orzo mescolandovi la menta delicata. Presero così a parlare e Demetra accettò di fare da balia al piccolo Demofoonte, promettendo: "lo alleverò, e in verità non credo che, per negligenza della nutrice, mai lo abbatteranno il maleficio, o le erbe velenose: conosco un rimedio molto più forte delle erbe nocive; conosco, per il maleficio funesto, un valido scongiuro." Nottetempo infatti, la dea, che voleva far diventare immortale Demofoonte, ungeva il piccolo di ambrosia e lo esponeva "alla forza del fuoco come un tizzone destinato a diventar fiaccola". Ma Metanira, incuriosita dal fatto che suo figlio crescesse con una rapidità sovrannaturale, si alzò dal letto durante la notte per controllare e, vedendo il piccolo tra le fiamme, ebbe paura e interruppe l'opera di Demetra urlando di spavento e di orrore. La deadecise allora di rivelare la sua identità, sdegnandosi di come i mortali avessero sempre l'ardire di impicciarsi degli affari divini. Chiese poi la costruzione di un tempio e diede inizio ai Misteri Eleusini, citati anche nell'inno a Demetra. "Felice chi possiede, fra gli uomini, la visione di questi Mysteria; chi non è iniziato ai santi riti non avrà lo stesso destino quando soggiornerà, da morto, nelle umide tenebre". Una volta che fu costruito, Demetra si chiuse dentro il tempio a lei dedicato e maledisse la terra non facendo crescere più nulla. La mediazione tra Zeus e la sorella proseguì per un po' attraverso vari intermediari divini, ma questa non volle sentire ragione. Gli uomini morivano di fame e non facevano sacrifici agli dei, che di conseguenza non avevano di che mangiare.
Ovidio racconta invece di come Cerere si aggirò ovunque alla ricerca della figlia, fino a giungere sull'Etna, dove si era perpetrato il rapimento. Ciane, che avrebbe potuto parlare e rivelarle l'accaduto, era ormai trasformata e non la poteva aiutare verbalmente, ma fece apparire sulla superficie dell'acqua la cintura della figlia. Fu in quel momento che Cerere, ancora inconsapevole del destino di Proserpina, maledisse la terra sicula non facendo più crescere nulla: E lì con mano spietata spezzò gli aratri che rivoltano le zolle, furibonda condannò a morte uomini e buoi insieme, e impose ai seminati di tradire le speranze in essi riposte avvelenando le sementi. La fertilità di quella regione, decantata in tutto il mondo, è smentita e distrutta: le messi muoiono già in germoglio, guastandosi per troppo sole o troppa pioggia; stelle e venti le rovinano, con avidità gli uccelli ne beccano nei solchi i semi; loglio, rovi e inestirpabile gramigna soffocano il suo frumento. Secondo Ovidio in quel momento la ninfa Aretusa, un tempo al seguito di Diana e trasformata dalla dea in fonte per sfuggire al suo corteggiatore Alfeo, rivelò a Cerere cosa fosse successo: passando sottoterra tra i gorghi dello Stige, ho visto laggiù con i miei occhi la tua Proserpina: triste, sì, e con l'aria ancora un po' spaventata, ma regina, suprema entità di quel mondo tenebroso, consorte incontrastata del re dell'Averno. Cerere si rivolse allora a Giove, cercando di ottenere indietro la figlia, e questi le rispose che la loro figlia era stata rapita per amore e che non si vergognava di avere un genero come Plutone. Ma acconsentì a far sì che Proserpina rivedesse il cielo, ma a una condizione precisa: che lei non abbia laggiù toccato cibo alcuno con la sua bocca: questo hanno decretato le Parche. Mentre la storia di Claudio Claudiano si chiude con Cerere che, presi due cipressi come torce, discende nell'Etna per ritrovare la figlia, l'Inno a Demetra invece sostiene che in ultimo Zeus cedette e mandò pertanto Hermes a far richiamare Persefone dagli inferi. Negli inni omerici troviamo scritto che Ade lasciò andare Persefone, promettendole che non sarebbe stato uno sposo indegno ma tuttavia le diede da mangiare il seme del melograno, dolce come il miele, furtivamente guardandosi intorno, affinché ella non rimanesse per sempre lassù, con la veneranda Demetra dallo scuro peplo.
Secondo il mito narrato da Ovidio, invece, Plutone non la raggirò cercando di darle da mangiare qualcosa, bensì fu lei che, mentre innocentemente si aggirava in un giardino, da un ramo spiovente aveva colto una melagrana e staccati sette granelli dal pallido involucro, li aveva succhiati con le labbra. L'unico a vederla fu Ascàlafo, che, a quanto si dice, Orfne, non certo la più sconosciuta tra le ninfe dell'Averno, aveva dal suo amato Acheronte partorito nel folto di una selva oscura.
Proserpina/Persefone torna quindi in superficie e riabbraccia la madre ma dato che ha mangiato delle libagioni del sottosuolo, Giove/Zeus decreta che per un periodo all'anno ella rimarrà Regina degli Inferi e per un altro periodo starà con la madre nel regno dei vivi. Ottenuta di nuovo la figlia, l'Inno a Demetra si chiude, mentre Ovidio narra di come Cerere sia decisa a rimettere a posto le cose, vendicandosi dei torti subiti. Per primo colpì Ascàlafo, giardiniere degli inferi, che aveva testimoniato contro la figlia (e secondo miti più tardi, offerto sette semi di melograno alla fanciulla, legandola al regno sotterraneo), costringendola a rimanere sposa di Plutone, e lo trasformò in un gufo. Poi si recò dalle ninfe che erano fuggite quando l'avevano rapita e secondo alcuni le maledisse rendendole sirene, quindi mezze donne e mezzi uccelli, secondo altri invece furono loro stesse a chiedere di essere trasformate così per cercare meglio l'amica scomparsa.
Fermiamoci un attimo però sull'etimologia del nome della dea eleusina per capire un ultimo aspetto del mito, quello più tardo e dovuto a Pitagora e Platone. Demetra deriva da Da-Meter dove Da sta per Gea o comunque radice in "orzo" o terra e Meter significa semplicemente "Madre". Demetra è quindi la Madre Terra o Madre Orzo, che si lega anche al nome di Poseidone, il cui nome stesso deriva da Potei-dan: "Marito di Da". Egli è quindi, in origine, il marito di Demetra e infatti, dato che lui non vive sull'Olimpo, anche lei non vi risiede. Se Demetra è quindi la Madre terra, Persefone chi è? La figlia è il soffio vitale che permette alla vita di compiere il suo ciclo di nascita, morte, rinascita. È qui che si innesta il mito rivisitato da Platone e Pitagora del Ratto di Persefone, ossia quello che la vede come una sincera compagna di Ade, discesa negli inferi per curiosità e che simboleggia quindi la crescita e la trasformazione da Kore fanciulla a Persefone colei che tutto nutre e tutto distrugge, e che altro non è se non l'accettazione del lato oscuro e quindi la crescita da bambina spensierata a donna adulta. In questa versione nuova del mito rivista trova spazio anche l'abbinamento Dioniso/Ade come la stessa divinità, come ci fa notare Eraclito: In verità Dioniso ed Ade sono lo stesso dio. Se Demetra non è più sposa di Poseidone, ma tacita e legittima sposa di Zeus, e Kore è la loro figlia, questo fa Dioniso fratello di Persefone che si incarna e viene smembrato dai Titani aizzati da Hera. Ma c'è anche la figura di Trittolemo da prendere in considerazione, che emerge nell'Inno Omerico a Demetra e che in questo è un fratello maggiore di Demofoonte, mentre nella versione più tarda diventa egli stesso il bambino accudito dalla dea e unto con l'ambrosia che in seguito diventerà il suo primo sacerdote di Eleusi. Nella versione in cui lo vediamo adulto, invece, alla rivelazione della dea e la sua affermazione di non volersi occupare di politica e di coltivare personalmente i campi, conquista la sua fiducia e questa lo convince a discendere nell'Averno a cercare la figlia perduta. Una catabasi che non porta a termine evitando la morte solo grazie alla riconciliazione tra Demetra e Zeus, che riporta in vita Dioniso e che salva la sorella. L'identificazione sotterranea tra Dioniso e Trittolemo porta quindi alle nozze ctonie tra le due divinità e la nascita di Brimo, il bambino sacro che viene identificato come Dioniso stesso. Secondo altre versioni è Trittolemo, "il triplice guerriero" fratello di Eubuleo (entrambi figli di Dysaules e Baubo), a riportare Persefone sulla terra, ragione per cui Demetra istituisce i Misteri e rivela agli uomini come coltivare il grano.
Il mito, quindi, attraversando varie epoche, si è intrecciato, sovrapposto e stratificato in modo inestricabile. Ma dopotutto anche Dioniso è un dio della vegetazione che "emerge" in autunno, con la coltivazione delle vigne e la produzione del vino. Il chicco e il grano che fermentano sono quindi legati negli zuccheri stessi che ne permettono la trasformazione; qualcosa che agli antichi, come sempre, non era sfuggita. Dioniso era inoltre anche il dio che risvegliava il potere passionale e sessuale e il desiderio stesso; armonizzava questi impulsi sessuali con il bisogno di trovare un'unione con qualcuno. Dioniso e Persefone.
L'equinozio di autunno, nel Liber 777 di Aleister Crowley è legato all'angelo Adarael, come leggiamo anche nell'Heptameron di Pietro Albano. Nella tradizione Cabbalistica l'arcangelo ad esso associato è invece Michele, colui che scacciò il diavolo durante la battaglia celeste che seguì lo scisma, come vedremo più avanti. Il suo elemento è il fuoco.

Come era calcolata la data di Mabon
Come abbiamo già visto nel precedente articolo, l'equinozio è un fenomeno astronomico che dura un solo istante. In termini scientifici è uno dei due momenti in cui la Terra, nella sua orbita proiettata sulla sfera celeste, incrocia il Sole sul piano equatoriale. La nostra stella quindi, nel suo moto apparente nel cielo dal punto di vista terrestre, si va a trovare esattamente ad est nel suo sorgere ed esattamente ad ovest nel suo tramontare e il giorno e la notte hanno una precisa durata di dodici ore ciascuno. La posizione del Sole quindi si trova ad essere solo un istante che viene calcolato esattamente. A causa dell'inclinazione terrestre anche il piano equatoriale che incrocia il Sole è inclinato rispetto all'eclittica, ossia il cerchio tracciato dall'apparente moto solare nel cielo.
Le celebrazioni degli equinozi non erano tenute molto in considerazione se non come punti intermedi nel cielo utili per calcolare le festività del raccolto. Il loro calcolo avveniva quindi grazie alle medesime strutture che venivano usate per il calcolo dei solstizi. L'archeoastronomia ha rivelato scoperte sorprendenti riguardo alle popolazioni pre-europee dell'età del ferro e del bronzo. Alcune di queste ci arrivano da antichi siti megalitici come l'acropoli di Zavist, in Repubblica Ceca. Intorno al quinto secolo prima di cristo, questa zona era un sito fortificato che comprendeva, come leggiamo dal sito www.bluedragon.it, un recinto quadrangolare di una ventina di metri di lato ed una serie di case di legno allineate ai lati di una strada. Nel V secolo a.C. venne distrutta e ricostruita all'interno di un recinto quadrangolare di un centinaio di metri di lato.
Vennero costruiti un grande edificio rettangolare in legno a due navate di cui attualmente rimangono le buche che contenevano i pali di sostegno, alcune strutture monumentali ed una torre a pianta triangolare in pietre la cui altezza attuale è di circa 4 metri ma che si presume potessero essere sormontate da alcune sovrastrutture.
La torre a pianta triangolare era una costruzione rituale di circa 10 metri di lato ai cui vertici erano infissi tre grossi pali di legno.
Le analisi al computer hanno messo in evidenza che lungo la direzione individuata da ogni coppia di vertici permetteva di definire un settore di orizzonte entro il quale potevano essere osservati diversi fenomeni astronomici nel cielo del V secolo a.C. Tra i più importanti vi sono: il sorgere ed il tramontare della Luna ai lunistizi, il sorgere del Sole agli equinozi, il sorgere ed il tramontare del Sole al solstizio d'inverno ma soprattutto il sorgere eliaco di Antares, Capella, Aldebaran e Sirio.

Nel periodo attuale e sin dal diciottesimo secolo con la fondazione della prima associazione neo-druidica: l'Ancient Druid Order, l'equinozio di autunno è festeggiato sulla collinetta di Primrose Hill, poco fuori Londra. Il nome stesso della città in druidico era Llandin, che deriva dai termini llan che significa sacro e din che significa alta spiritualità, riferendosi ad un luogo specifico. In sostanza "luogo di alta spiritualità" e sorge intorno ad un antico tumulus, un luogo sacro di sepoltura che attualmente è situato proprio a nord della città, sotto il quartiere Hampstead, dove sorgono i parchi di Primrose Hill e Parliament Hill. Questa collina porta ancora adesso il significato che aveva in antichità, essendo il luogo dove si tenevano i Gorsedd, i seggi superiori dei druidi, le assemblee bardiche. E pare che sia proprio su queste due colline che si svolgessero i rituali druidici dell'equinozio d'autunno. Tuttora sorge un grande parco intorno a questa collinetta, che pare essere un antico tumulus nelle cui viscere si celerebbero dei tunnel sotterranei che lo uniscono a Stonehenge, Tower Hill e Newgrange.

Come si festeggiava Mabon
Il ruolo centrale che ha la celebrazione dell'equinozio d'autunno è il secondo raccolto autunnale, la fine della mietitura cominciata a Lughnasadh e la trasformazione.
Nel culto greco dedicato a Demetra, i due equinozi scandivano i diversi momenti per il periodo in cui si svolgevano i Misteri Eleusini. Se in coincidenza con l'Equinozio di Primavera si solgevano i Piccoli Misteri, con quello autunnale avevano luogo invece i Grandi Misteri, basati sul simbolismo del ciclo del grano, ma soprattutto, centrati sull'ideale di guadagnare l'accesso ad una garanzia di vita oltre la morte. I Mysteria, come venivano chiamati, avevano un ruolo centrale già prima dell'invasione ellenica, e pare fossero già celebrati nel 1600 a.c. Non c'era alcuna costrizione alla partecipazione alla festa per nessuna classe sociale. Gli iniziati a questi misteri ricevevano una coscienza del loro ruolo nel ciclo divino che permetteva loro di affrontare la vita di tutti i giorni con la speranza che la loro morte non sarebbe stata segnata dalle ombre dell'Ade, ma da una vita reale. Durante queste festività c'erano due tipi di cerimonie: quelle pubbliche a cui aveva accesso chiunque e quelle esoteriche, riservate invece solo agli iniziati. I riti pubblici erano tenuti per la preservazione e la protezione della polis da carestie, epidemie, invasioni. Delle celebrazioni esoteriche invece ci è giunto ben poco perché l'ermetismo stesso del culto misterico consisteva nell'obbligo al silenzio sull'esperienza effettuata, che era nota come panthein: l'indicibilità. Celebrando il Ratto di Persefone, i Mysteria duravano per nove giorni (dal 15 al 23) del mese di Boedromion che cominciava dall'attuale primo ottobre; le uniche costrizioni per partecipare e ricevere i misteri era conoscere la lingua greca e non avere le mani macchiate di sangue, ossia non aver mai ucciso qualcuno. Quello che ci giunge dei misteri è stato trattato da molti autori greci, tra cui Aristotele, Platone, Plutarco, Sofocle ed Euripide e da questi emerge il fatto che fossero quasi totalmente un'esperienza votiva e non un culto vero e proprio. Nell'Inno Omerico a Demetra leggiamo infatti: felice chi possiede, fra gli uomini, la visione di questi Mysteria; chi non è iniziato ai santi riti non avrà lo stesso destino quando soggiornerà, da morto, nelle umide tenebre. Essere iniziato a questi misteri permetteva quindi uno stato alterato (e permanente) di coscienza.
Le celebrazioni si svolgevano divise in questo modo, come leggiamo negli Inscriptiones Grecae 1078, datato circa 225 dc.: il giorno 16 di Boedromion venivano convocati gli iniziati che si dovevano presentare vestiti di lino e guidati da un sacerdote che li istruiva. A questa convocazione partecipavano sia gli efebi, che erano i giovani, gli iniziandi, ossia quelli che dovevano essere iniziati che gli iniziati che tornavano l'anno dopo aver ricevuto l'esperienza dei Mysteria.
Il giorno dopo aveva luogo la purificazione degli iniziandi che si approcciavano ai misteri, e che veniva svolta mediante l'immersione nella baia del Falero con un porcellino che sarebbe poi stato sacrificato. La processione verso il rito purificatorio avveniva gridando halade mystai, che significa "Iniziandi al mare". Finita la purificazione ricevevano una corona di mirto e una veste nuova e tornavano in città.
Il 19 si teneva una processione volta a riportare gli hiera, gli oggetti sacri, da Atene fino ad Eleusi: la fiaccola di Demetra, la spiga d'orzo, la scatola che Kore porta sempre con sé, il ramo d'oro per placare Cerbero, il melograno e un porcellino. Lungo il fiume Cefiso aveva luogo un'ulteriore cerimonia di purificazione con bagno rituale. La processione arrivava ad Eleusi in serata e lì si teneva un rito pubblico nel cortile esterno del santuario dedicato a Demetra che segnava l'inizio delle celebrazioni esoteriche degli iniziandi. Per tutta la notte si tenevano danze e canti in onore di Demetra e della figlia Persefone.
Il 20 gli iniziandi si tenevano ad un rigoroso digiuno e facevano sacrifici. Durante questo digiuno non potevano assolutamente bere vino, in onore al rifiuto da parte di Demetra quando, trovatasi a casa di Celeo, garbatamente non accettò la coppa di vino offertale da Metanira e chiese invece una bevanda composta di acqua, farina d'orzo e menta. Secondo alcuni si tratta di birra, in quanto fermentazione di orzo e frumento in una ricetta evoluta e aromatizzata con menta per chi non doveva essere iniziato e zafferano e narcisi, piante che causavano stati psicotropi, per gli iniziati.
Nelle notti tra il 21 e il 23, nel telestérion, un ampio locale sotterraneo, si tenevano le cerimonie segrete riservate agli iniziati. La prima notte si aveva l'iniziazione al primo livello per gli iniziandi. La seconda notte gli iniziati dell'anno precedente, tornati al tempio, ricevevano il secondo livello e divenivano epoptai. Non ci sono certezze su ciò che avveniva nel telestérion, anche per via del lato misterico dei rituali. Quello che ci è giunto è che era diviso in tre parti: i dròmena, i legòmena e i deiknùmena, rispettivamente "ciò che è fatto", "ciò che è detto" e "ciò che è rivelato". Tutte le fonti parlano di pane benedetto e simboli sessuali stilizzati. È probabile quindi che l'iniziato avesse modo di entrare in contatto diretto con la divinità tramite simulacri del grembo materno che lo rassicuravano sulla vita dopo la morte. Una cosa certa è che il rituale dei Mysteria non avveniva attraverso l'immagine cultuale della divinità, ma sull'esperienza delle persone che si avvicinavano all'iniziazione. Non era quindi un approccio esterno al divino, ma lo condivideva e se ne rendeva lo stesso il fulcro, il soggetto e l'oggetto contemporaneamente, celebrando una completa comunione con il divino. Erano a tutti gli effetti dei rituali di ingresso nell'oscurità e di conseguente risalita verso la luce, nella piena accettazione del Ratto di Persefone.
In seguito al giro di vite sulla persecuzione pagana istituita dall'imperatore cristiano Teodosio nel periodo tra il 381 e il 393 d.C. anche il santuario di Eleusi venne chiuso e due anni dopo l'intera città fu distrutta dai Visigoti e il tempio venne incendiato da Alarico, mettendo fine a queste celebrazioni. Tuttavia il telestérion, essendo intagliato nella roccia, non poté bruciare ed è stato possibile quindi ricostruire, anche grazie a quegli stessi cristiani che denigrarono i riti parlandone, ciò che erano i Misteri Eleusini. Questa sala aveva forma rettilinea con una gradinata dove gli iniziati si sedevano, costruita intorno ad una costruzione più piccola nota come anaktoron, dove sorgeva il trono sul quale si sedeva lo ierofante. Ben quarantadue colonne di marmo nero sorgevano nel tempio a reggere il pesante soffitto e, secondo lo storico Walter Friedrich Otto, queste impedivano di certo le rappresentazioni scenografiche, ma taluni hanno ipotizzato che fossero usati degli scenari di legno che in seguito venivano distrutti con l'intento di ricreare il simbolismo iniziatico di una catabasi con le dimostrazioni reali degli orrori che i non iniziati ai misteri avrebbero subito, contrapposte invece alla beatitudine che attendeva gli iniziati. Clemente Alessandrino, filosofo ateniese cristiano del secondo secolo, afferma che l'iniziato era tenuto a pronunciare questa formula: Ho digiunato, ho bevuto la pozione, ho preso dalla cesta, dopo aver manipolato ho riposto nel canestro e quindi nella cesta. La visione provocata probabilmente anche dalle bevande psicotrope era accompagnata dalla proiezione di una forte luce che stava a significare il ritorno di Persefone nel mondo dei vivi, spezzando quindi la barriera tra i due mondi. Si riceveva così la comunione tra uomo e natura, tra visibile ed invisibile, tra mondo materiale ed immateriale, la conoscenza superiore che lega la rinascita del ciclo vegetativo a quella umana. Dopotutto sia nell'Inno Omerico che nel trattato di Plutarco troviamo l'esclamazione: "Beato colui che ha visto!", in riferimento alla trasformazione degli orrori della morte in beatitudine. Ma lo stesso Euripide nella sua tragedia Eracle Furente fa capire come l'iniziazione a questi misteri fosse basilare. L'eroe infatti, dopo aver sconfitto Cerbero e aver completato la sua catabasi, afferma: "Sono stato capace di tanto perché ho visto le sacre azioni di Eleusi"
Ma forse il centro era proprio questa visione, che veniva ottenuta grazie alla somministrazione del kikeion, una bevanda ottenuta con sostanze quali il narciso Narcissus poeticus (il fiore che Kore raccolse sul monte e che portò con sé nello squarcio da cui uscì Ade) e che poi è ancora il simbolo, assieme al papavero, del "viaggio", e che riprende il mito bellissimo giovane che ne diede il nome e che morì innamorandosi della sua immagine, o anche della segale cornuta (Claviceps purpurea), un fungo allucinogeno che cresce come parassita dei cereali come il frumento. Questo viaggio quindi, o epopteia, poteva essere di tipo meditativo o propriamente indotto e al suo completamento lo hierophantes, il sommo sacerdote che conduceva il rito, scelto dal ghenos tra gli Eumolpidi, mostrava una spiga d'orzo all'iniziato, il mystagogo, e guardando il cielo affermava "Piovi" e poi guardando la terra diceva "e porta frutto". In quel momento avveniva quindi la hierogamos tra Persefone e Dioniso/Trittolemo o Demetra e Zeus che portava al mondo la nascita di Brimo/Iacco/Dioniso e la cui nascita veniva annunciata dicendo: "La regina Brimo ha partorito il sacro fanciullo Brimos (il furente)". Questa rappresentazione, secondo Clemente Alessandrino, avveniva realmente tra sacerdote e sacerdotessa del culto, ma pare essere solo frutto di una maldicenza cristiana. Durante questo rituale infatti il sacerdote si faceva un'applicazione di cicuta ai genitali per rendersi temporaneamente impotente e veniva usato un fallo di legno, infilandolo in uno stivale femminile (Persefone era nota come "dalle belle caviglie") per rappresentare l'unione sacra.
Secondo le fonti che sono arrivate fino a noi il Ratto di Persefone non era rappresentato in modo drammatico ma solo a scopo recitativo e che a questo seguivano momenti di profonda meditazione, ossia la discesa. Pindaro ci parla dell'importanza di "vedere", Apollonio Rodio ci parla di un'epifania miracolosa quando viene evocata Kore dagli inferi e lo ierofante suona un gong di bronzo, l'echeion, per aprire il regno dei morti. Il culmine del rito iniziatico era l'accensione di un grande fuoco a simboleggiare il ritorno alla vita.
Appare abbastanza chiara l'evocatività di ciò che avveniva durante questi rituali, che avevano lo scopo di portare messaggi chiari di vita e speranza. Quando infatti uscivano dal telestérion gli iniziati mostravano trionfalmente gli oggetti sacri. Ma rimangono dei punti oscuri. Ad esempio, che cosa conteneva quella stessa cesta che Persefone porta con sé e da cui i mistagoghi "prendono, manipolano e ripongono nel canestro"? Secondo Clemente Alessandrino la cesta conteneva un fallo di legno che magicamente si innalzava levitando, guidato dalle energie degli astanti al rito e celebrando il risveglio della natura e quindi le nozze sacre. Ma anche i sette chicchi di melograno hanno un aspetto interessante. Perché sette? Perché a volte sono tre, a volte sei? Anche Dioniso fu smembrato dai Titani in sette parti diverse e, se non vado errato, Osiride stesso quando venne smembrato fu fatto in quattordici pezzi, due volte sette. A parte il lato magico esoterico legato al ciclo lunare, composto da quattro fasi (luna nuova, crescente, piena, calante) e tre come le diverse età della donna, sette sono anche i giorni legati ad ognuna delle quattro fasi.
Legato al culto di Demetra si svolgevano però anche dei misteri solo femminili che Van Gennep nel 1909 considerò come "riti di passaggio". Questi rituali misterici erano note come Tesmoforie ed erano in onore di Demetra Thesmophoros, l'iniziatrice delle antiche leggi, ossia colei che aveva portato l'agricoltura. Ad avere accesso a queste feste erano solamente le donne ateniesi che avevano marito. Non era permesso l'accesso agli uomini in quanto erano strettamente legate all'identità femminile di Kore, l'adolescente che soggiunge all'età matura di Persefone, prendendo così coscienza del potere di procreare e di risvegliare il desiderio. Questo rito di passaggio era svolto in maniera individuale: Kore veniva rapita da Ade e diveniva Signora degli Inferi per sei mesi l'anno e legava così in modo incredibilmente vivido il potere naturale femminile di trasformazione, rigenerazione e risveglio delle forze naturali che permettevano alla vita vegetale di tornare a rifiorire con il solstizio invernale. La discesa e la risalita di Kore/Persefone era infine il calore stesso della terra, nascosto nelle viscere abissali dell'oscurità infera che inverte il suo corso tornando a scorrere e liberando la luce, mettendo al mondo il sole bambino. L'esperienza stessa della morte e della rinascita era il fulcro centrale di questi rituali. E ancora troviamo la comunione con Dioniso, che ben si adatta, come armonizzatore del lato sensuale e materno, a donne coniugate.

Mabon nell'età e nel costume moderno
Adesso che abbiamo approfondito l'aspetto esoterico dei Grandi Misteri Eleusini possiamo concentrarci su cosa accade al giorno d'oggi. Come abbiamo visto la persecuzione pagana da parte dell'Imperatore Teodosio I fu particolarmente feroce e non risparmiò nessuno. Fu fatto augusto nel gennaio 379 e decise di posizionare la sua sede a Tessalonica, in Macedonia. Un anno dopo, il 27 febbraio, emanò l'editto più famoso dell'Impero Romano, il Cunctos populos, in cui ordinava senza cerimonia ai popoli sottomessi di abbracciare la fede cristiana dell'Apostolo Pietro e li esortava a riconoscere nelle figura del papa ortodosso Dàmaso e del vescovo di Alessandria Pietro le massime autorità. Questa mossa, prettamente di origine politica, era portata a mantenere unito un regno in disgregazione, rendendo eretico l'arianesimo. Teodosio non specificò però alcuna direttiva precisa, quindi determinò con gli editti seguenti il crescendo di ostracismo verso i culti pagani. Bastarono pochissimi anni per rendere illegale e distruggere migliaia di anni di storia, fortunatamente senza successo completo. Vennero proibiti i sacrifici e la divinazione con le viscere, l'avvicinamento ai templi, l'adorazione di idoli, venne fatto divieto di partecipazione ai rituali pagani sia come officiante che come partecipante, venne proibito di onorare i larii in casa e fuori, venne tolto il testamento e le eredità per i pagani, a nessuno era più concesso ritrovarsi e parlare di una qualsiasi religione pagana in pubblico e in privato, fino a giungere all'editto a consortio omnium segregati sint in cui si promulgava che i pagani non erano più cittadini romani, quindi erano trattati meno di chiunque altro e non potevano rendere testimonianza davanti ad un giudice, non si poterono più tenere manifestazioni sportive nei giorni sacri al cristanesimo e così via, fino a giungere alla distruzione dei templi pagani cominciata da Teofilo ad Alessandria, facendo a pezzi la statua di Serapide. Venne spento il sacro fuoco di Vesta, sciolto l'ordine ad essa legato, e si giunse all'ultimo editto dell'8 novembre 392: il Gentilicia constiterit superstitione che prevedeva la "lesa maestà" a chiunque praticasse culti pagani e per questi eretici era prevista la pena di morte.
Anche il culto di Demetra quindi, e con esso i misteri eleusini, venne distrutto e abolito. Ciò nonostante è interessante notare come il periodo equinoziale d'autunno era chiamato Michaelmas, dove, come abbiamo visto, il -mas sta per "messa". Era quindi un giorno dedicato all'arcangelo Michael il Supremo, colui che teneva in mano la spada fiammeggiante ed era quindi l'alter ego del caduto, l'astro del mattino. La festa di S. Michele Arcangelo, assieme a Raffaele e Gabriele, si tiene il 29 di settembre. Nel libro dell'Apocalisse di Giovanni, Michele è rappresentato come vagliatore delle anime in attesa del giudizio. In tutte le figurazioni che si hanno di Michele, è visto sempre con indosso un'armatura e brandire una spada mentre uccide un drago o schiaccia Lucifero sotto i piedi. Egli è infatti l'angelo che nell'iconografia cristiana faceva parte della coppia di angeli più favoriti a Dio prima della scissione, nella quale decise di prendere le parti di Dio. Il suo nome stesso, Mik-A-El ha la radice El, che significa "Dio" e Mik che significa "Colui che è", perciò "Colui che è come Dio". La tessa radice El è riscontrabile in tutti gli altri arcangeli, come GabriEl, RaphaEl, UriEl, SealtiEl, JehudiEl e BarachiEl, AnaEl, OriphiEL, ZachariEl, SamaEl e che non si trova, curiosamente, nel nome Lucifero, dato che, al contrario di come ci è stato voluto far passare, il nome non ha nulla di cristiano.
Ma torniamo a Michele. Secondo il culto cristiano, che poco spesso tocca gli angeli, sarebbe il comandante stesso dell'esercito celeste e per la sua psicostasia è spesso visto con in mano una bilancia, che gli darebbe un'impronta del tutto Osiridea, in quanto giudice dei morti e quindi legato all'equinozio d'autunno. Robert J. Stewart, nel suo I Miti della Creazione, afferma come sia S. Michele che S. Giorgio altro non siano, secondo lui, che eredità iconograficamente mutate e deviate di divinità solari della creazione. In questo aspetto in effetti si riconoscerebbe benissimo Marduk, l'eroe babilonese figlio di Enki, il dio della saggezza. Il suo nome deriva dall'accadico amar-utuk che significa "giovane toro solare" ed era associato al pianeta Giove. Nel mito sconfisse e uccise la dea drago Tiamat, creando con essa il mondo (ricordiamoci della figura di Michele in armatura che uccide il drago). Questo aspetto lo lega a Mitra, il dio solare uccisore del toro universale e quindi animatore e mediatore del cosmo stesso. E a tutti gli effetti, in quanto legato a Mitra, è e rimane legato anche a Gesù Cristo. A tal proposito, non pare un caso che le chiese avventiste identifichino Gesù e Michele come un'unica entità, essendo questo il primo e più grande tra tutte le creature di Dio, e anche molti teologi cristiani sono concordi nell'affermare che l'Angelo del Signore del Vecchio Testamento sia una prefigurazione dell'avvento del Cristo. Il termine stesso "Angelo" significa "Messaggero": qual era il compito di Gesù Cristo se non di portare il verbo del Padre? Questa ulteriore visione lega il dio solare Mitra anche ad Hermes, il Mercurio romano, colui che nel mito di Persefone e Demetra venne inviato da Zeus al fratello Ade con l'ordine di riportare in superficie la giovane rapita. Inoltre, secondo gli insegnamenti dell'esoterista Rudolf Steiner ripresi anche nel Liber 777 di Aleister Crowley, quattro sono gli spiriti che appartengono al livello gerarchico arcangelo e i quattro principali Raphael, Uriel, Michael e Gabriel sono associati rispettivamente alle quattro stagioni: Primavera, Estate, Autunno e Inverno. Michael è quindi legato al periodo autunnale dell'equinozio.
Attualmente c'è da notare che i druidi inglesi del "Druid Order" si ritrovano sulla collina del parco londinese di Primrose Hill, nello stesso luogo in cui tempo fa si innalzava un centro del tutto simile a Stonehenge per celebrare l'equinozio. Un testo di una cerimonia druidica ad opera di Philipp Carr Gomm ed Emma Restall Orr fanno notare come tuttora il raccolto di Mabon sia un momento di riflessione, accettazione e ringraziamento in cui si condividono cibi e bevande come pane, sidro, vino, birra o idromele posizionati in cerchio, in modo che ognuno possa mangiare e bere senza essere diverso da tutti gli altri, scambiandosi doni di abbondanza. Il tutto solo dopo aver reso alla terra il primo sorso di idromele e il primo tozzo di pane, affinché siano benedette e onorate sia la magia che permette al frumento di trasformarsi in pane, sia quella che permette che il nettare dei fiori diventi idromele. Se il Bosco non celebra questo banchetto a ogni rito, quasi sempre lo farà all'Equinozio d'Autunno. Questa è l'affermazione con cui si chiude il testo della cerimonia. Mabon è quindi tuttora un momento di raccoglimento tra diverse realtà, un'occasione per ringraziarsi, salutarsi, in attesa del completamento del ciclo che inizierà nuovamente a Samhain.
La cerimonia che ancora adesso viene svolta è molto semplice e inizia con una processione diretta verso la cima della collina del parco, continuando con la disposizione a cerchio muovendosi in senso orario portando la spada e il vischio come simboli. Anche l'acqua ha, come è palese, un ruolo cardinale, essendo Alban Elued, la Luce dell'Acqua.

Mabon nella tradizione gastronomica
Dal punto di vita gastronomico il solstizio d'autunno è legato ad una cosa in particolare: il vino. Sul vino si potrebbero dire migliaia di cose che per lo più apparirebbero scontate. Cerchiamo di sintetizzare il minimo indispensabile senza però tralasciare le notizie fondamentali. Il vino è una bevanda alcolica ottenuta dalla fermetazione dell'uva, il frutto della pianta della vite Vinis vinifera, per lo più attraverso la sua pigiatura. Il nome latino è vinum e l'etimologia che dà il nome alla bevanda del romanticismo è legata a Venere, la dea dell'amore e al suo nome latino: Venus. Entrambi infatti hanno la stessa identica radice etimologica che affonda nel proto indoeuropeo: win-o che significa "amare" e che ritroviamo nel sanscrito vena, nel greco antico οῖνος, oinos e in quello eolico ϝοίνος, voinos.
Secondo alcuni studiosi di enologia la prima produzione di vino pare risalire al neolitico, quindi all'incirca tra i 9.000 e 10.000 anni fa, e probabilmente per origine casuale, ossia avendo dimenticato dell'uva in un recipiente e avendo assaggiato il risultato fermentato. La produzione su larga scala è quasi accertato che sia stata introdotta solamente tra i 3.000 e i 5.000 anni fa. Gli egizi, i romani e i greci ne facevano uso. Chi ha però assaggiato il succo d'uva noterà che non bollito, non filtrato e non trattato, il vino da esso prodotto sarà molto denso e zuccheroso, e di conseguenza altamente alcolico. Già all'epoca degli egizi veniva infatti allungato con l'acqua.
Ma come si ottiene il vino? Abbiamo visto che è frutto della fermentazione dell'uva pigiata e del mosto, che è il succo dell'uva che si ottiene con la pigiatura. Gli zuccheri contenuti nel frutto, come capita anche con tutte le altre sostanze alcoliche ottenute con lo stesso metodo, si ossidano grazie all'intervento dei lieviti, ossia alcuni funghi di tipo unicellulare che vengono usati anche per la produzione del pane e che attaccano i carboidrati, distruggendoli. Questo processo permette la trasformazione aerobica degli zuccheri (ossia con l'utilizzo dell'ossigeno) prima in acqua e anidride carbonica, e in seguito, quando l'ossigeno è terminato in modo anaerobico, mutandolo in anidride carbonica e alcol etilico. Questo processo è stato chiamato "fermentazione" dai latini per via del ribollire prodotto dall'anidride carbonica che viene in superficie. Se non avvenisse la spaccatura degli acini d'uva l'ossigeno non entrerebbe in contatto con gli zuccheri e la loro composizione e i microorganismi non ne muterebbero la sostanza. Anche per questo è importante che la raccolta e il trasporto dei grappoli sia fatta con delicatezza. Se il frutto si spaccasse ne conseguirebbe una fermentazione precoce.
La produzione del vino, come è ovvio, è preceduta da una coltivazione delle piante che producono uva nelle vigne. Grossa differenza la fa il clima dove viene svolta la coltivazione, che influisce pesantemente sulla maturazione dei frutti, dal germoglio alla raccolta. Per questo motivo molte regioni producono diversi tipi di vino, dal momento che diversi tipi di uva richiedono diverse tempistiche di insolazione e le diverse maturazioni producono di conseguenza diverse qualità, articolando quindi una grossa differenziazione. È proprio il Sole infatti ad avere un ruolo determinante nella diversa quantità di acidi e zuccheri all'interno degli stessi acini e quindi nel vino, che ne cambieranno di conseguenza la gradazione alcolica. Nelle regioni più a nord, quindi con un clima più rigido, la maturazione porterà un vino con un tasso di acidità più alto, mentre in quelle più a sud, con un clima più caldo, il vino sarà più saturo di zuccheri. Anche il vento ha però un ruolo fondamentale, essendo il principale veicolo di impollinazione delle viti, e la pioggia, che non deve essere troppo abbondante né troppo scarsa per non causare la marcitura dei frutti o la loro secchezza. Insomma, la bevanda finita ha subito un processo lunghissimo prima di arrivare ad essere ciò che è. E i fattori determinanti sono incredibilmente numerosi.
Come ben sappiamo noi italiani, il vino ha un'importanza fondamentale sia per la nostra tavola, dal momento che siamo produttori e consumatori di questa bevanda da migliaia di anni, sia per il punto di vista romantico e rituale che si incentra sulle sue peculiarità. Il vino infatti, grazie all'alcol etilico, ha un potere disinibitivo, abbassa le difese morali e, come dicevano i romani: in vino veritas: ossia l'eccessiva assunzione di vino limita la capacità di discernere con costanza e, di conseguenza, di mentire in modo preordinato, oltre a causare uno stato alterato e psicoattivo di ebbrezza che il più delle volte porta a comportamenti al di fuori dei nostri canoni comuni, come una forte allegria e il sollevamento momentaneo dai problemi e il desiderio di divertirsi senza preoccuparsi delle conseguenze delle nostre azioni che, in casi estremi, vengono anche "cancellate" dal cervello dopo il sonno. Come tutte le sostanze psicoattive anche il vino ha "effetti collaterali" dannosi per l'organismo, dal momento che l'alcol etilico in esso contenuto ha un effetto tossico per molti organi, soprattutto il fegato che ha la funzione di ripulire il sangue, oltre ad essere particolarmente velenoso per gli embrioni. Il suo consumo controllato è però benefico in quanto abbassa il colesterolo LDL e aumenta invece l'HDL. Inibisce l'aggregazione piastrinica ed è una fonte enorme di polifenoli; apporta sostanze anticancerogene e aiuta la pulizia delle arterie, prevenendo così malattie cardiovascolari. Moderazione e beneficio insomma.
Nel mito è da notare che il primo miracolo di Gesù fu proprio durante un matrimonio, a Cana, durante il quale trasmutò sei anfore d'acqua in sei anfore di vino dato che questo mancava, come leggiamo nel Vangelo di Giovanni (2,1-11). Nonostante la valenza simbolica che l'intero vangelo giovanneo ha e che qui nasconde il compendio della salvezza simbolicamente rappresentato con uno sposalizio, troviamo come il vino abbia un'importanza fondamentale. Un mio vecchio amico, agnostico ma studioso della Bibbia, sosteneva che se Gesù trasformò acqua in vino poteva significare una cosa sola: che voleva la gente ubriaca, non sottomessa ad un dogma. Il simbolismo del vino, anche grazie a Gesù Cristo, incontra l'aspetto del "sangue". Non per niente i latini avevano questo detto: Vino est terrae sanguis, ossia Il vino è il sangue della terra oltre ad altri modi di dire, come in vino veritas, in vulva omnia res per riferirsi al fatto che la verità sta nel vino ma che ci sono luoghi dove vi sta bene qualcosa d'altro. Durante le feste era uso dire nunc vino pellite curas, ossia "ora allontanante con il vino i vostri affanni" o anche dant animos vina, ossia "il vino infonde impavidità" e si tibi serotina noceat potatio vina hora matutina rebibas et erit medicina, ossia "se bere il vino di sera ti farà stare male, riberlo al mattino dopo ti farà da medicina".
La celebrazione del vino, della raccolta e della sua produzione aveva un che di catartico, al punto che i greci e i romani avevano importato dalla Tracia un'intrusa divinità arborea legata alla vite e alla produzione di questa bevanda sacra: Dioniso/Bacco, legato anche ad Apollo, signore del Sole e fratello/sposo della stessa Persefone, come abbiamo visto. Di conseguenza, quando la sorella discende negli inferi e il grano a lei manifesto "muore", il fratello risale e il vino a lui manifesto "nasce". Interessante è il fatto che tra i dodici Olimpi originali, ossia le divinità greche che risiedevano sul monte sacro, non si annovera Dioniso, in quanto egli stesso è uno straniero che prese il posto di (o spodestò) Estia (che andò a vivere assieme con gli umani), dopo che il culto del tracio signore degli eccessi si diffuse in modo particolare, sbilanciando così l'equità tra divinità di origine femminile e maschile. Un dio, questo, legato ancora ad Orfeo, eroe tracio anche lui, con il quale condivide molti aspetti ctonii.
Un altro alimento legato a Mabon è la polenta. Questo piatto, poverissimo, ha un'origine antichissima. Il termine deriva dal greco poltosche significa "zuppa densa" in riferimento al fatto che la polenta, in antichità, era ottenuta con una miscela di cereali e farine leguminose che la rendeva molto più spessa. La ricetta è ottenuta mediante un impasto di acqua salata e farina di cereali cotto in un paiolo di rame per almeno un'ora. Quella che oggi è ottenuta con la farina di mais, ossia quella "gialla", una volta veniva ottenuta con altri cereali europei, dal momento che il granturco è originario del sud e Centro America ed è stato importato nel Rinascimento. I greci ad esempio la ottenevano con la macinazione su pietra dei semi d'orzo, le popolazioni italiche con il farro, ma anche il grano saraceno, la segale e il miglio oltre che, ovviamente, il frumento.
Attualmente la polenta è un piatto tipico delle regioni del nord Italia, specialmente la Lombardia, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. Viene accompagnata con selvaggina, funghi e altre carni in umido. In Val D'Aosta esiste una ricetta di cui personalmente vado ghiotto, che è ottenuta con la vulcanizzazione della fontina tipica valdostana insieme nell'impasto e con il burro di quella regione ed è detta polenta concia, dove il termine "concia" significa "agghindata". Essendo un piatto contadino, strettamente legato al raccolto, era la base per l'alimentazione dei popoli agresti italici. Ce ne sono moltissime varianti in tutta Italia, come la polenta taragna, dal termine tarai che è il bastone che viene usato per mescolarla nel paiolo e che è ottenuta con grano saraceno, tipica valtellinese, o la pulenta uncia, legata al comasco che è ottenuta con una miscela di mais e grano saraceno, burro, salvia, aglio e formaggio tipico, dove uncia deriva da unta. La versione del varesotto è accompagnata con carne tritata, mentre nel biellese si aggiunge toma e burro, nel piacentino si usa aggiungere sugo, nel cuneese si usa farla con il solo grano saraceno. Sono moltissime le ricette che vedono come centrale la polenta e non solo come contorno. Tutte ci richiamano un tema di raccolto e di vita contadina. Essendo un alimento non molto nutriente ma decisamente versatile, ha trovato ampio spazio nella cultura culinaria italiana a dozzine di varianti diverse a seconda di ciò che era disponibile.
Altri due ingredienti tipici delle tavole di Mabon sono le castagne e i funghi. Con i primi è uso preparare marmellate o il famoso "castagnaccio", un dolce tipico toscano ottenuto con farina di castagne, noci, pinoli, uvetta e aromatizzato con rosmarino, ma anche arrostirle direttamente sul fuoco in padelle forate e mangiarle bollenti: le famose caldarroste che mia nonna durante la seconda guerra mondiale andava a vendere all'Arena di Milano per guadagnare quei due soldi per dare da mangiare alle figlie, dal momento che mio nonno era dovuto scappare in Svizzera perché ricercato dai fascisti. I funghi, in genere del tipo porcini (boletus edulis), vengono invece in genere seccati e conservati in questo modo per mantenere la loro fragranza e il loro aroma e usati per cucinare risotti o altri piatti tipici. A volte vengono mangiati trifolati o ad accompagnare spezzatini, selvaggina o anche conservati sott'olio.

Mabon nella spiritualità Wiccan e Neopagana
Siamo quindi giunti ad un punto culminante del nostro viaggio lungo le otto tappe della ruota dell'anno. Mabon è il momento che precede la fine/inizio del nostro percorso e quindi, nel nostro cammino iniziatico, è anche il periodo della "preparazione" e della "semina". Infatti che ne è stato del nostro seme spirituale? Si è liberato dell'involucro protettivo che lo rivestiva, ha germogliato, messo readici, ha sviluppato organi di riproduzione, è stato fecondato, ha fruttificato, il risultato è giunto a maturazione ed è caduto a terra spargendo, ora, i semi nel terreno affinché possano crescere altre piante. Quindi, nel nostro lungo cammino iniziatico intrapreso a Samhain con una discesa nelle abissali oscurità di noi stessi per capire quali fossero gli aspetti su cui dovevamo lavorare, e dopo averli portati allo scoperto alla luce rivelatrice di Yule, li abbiamo purificati a Imbolc per farli germinare a Oestara e renderli fecondi a Beltaine, affinché fruttificassero a Litha, maturassero per essere raccolti a Lughnasadh e affinché ora, a Mabon, avessimo qualcosa da seminare perché qualcosa possa infine crescere. Ancora una volta il seme è il principio, la stessa spiga che veniva data in mano al mystagogo dicendogli "Piovi e porta frutto". Il messaggio di questo sabba è "(ri)trova l'equilibrio" che ti serve per raccogliere il seme ottenuto dal tuo frutto spirituale e seminarlo, metterlo al sicuro nella terra e attendere che germogli. Il significato profondo di Mabon è quello di poter conservare parte del nostro nutrimento affinché possiamo avere qualcosa per l'anno in arrivo.
Nella spiritualità pagana Mabon, essendo l'equinozio, è il confine prima della discesa, ossia i primi passi. Per essere nella buia profondità di noi stessi a Samhain, dobbiamo incamminarci ora. Questo percorso è preparatorio per ritrovare l'equilibrio che ci serve, l'obbiettività che è la giusta chiave di interpretazione per la comprensione del nostro lato oscuro. Dobbiamo liberarci dei dogmi, dell'eccesso e cominciare a metterci in cammino. Nella discesa non possiamo portare con noi qualsiasi cosa, quindi è per questo che dobbiamo prepararci e ritrovare l'equilibrio. Lungo il cammino, come se avessimo dietro una borsa piena di semi, ci libereremo man mano di manciate di peso e dalle nostre orme spunteranno fiori.
In questo tempo di bilanci, mentre la notte e il giorno hanno la medesima durata, la natura ci sta dicendo a chiare parole che presto si addormenterà. Il dio che dà il nome alla festa nel mito celtico/gallese, o la dea nel mito greco/romano si preparano a discendere nell'oscurità e, con loro, il freddo si stenderà ovunque sulla terra, portando con sé morte e oscurità. Le foglie perdono il loro caratteristico colore verde e tutto si tinge di diverse tonalità accese, dal rosso al giallo, colori che simbolicamente ci ricordano lo scorrere del tempo e l'inizio delle migrazioni degli uccelli che torneranno solo con il prossimo equinozio. È infatti proprio a Mabon che le rondini abbandonano i loro nidi sotto i tetti delle case e si involano a meridione alla ricerca dei luoghi caldi, e con essi anche i cigni. E sono entrambi protagonisti di qualcosa che è il viaggio, l'iniziazione. Soprattutto i cigni, che vivono su tre confini, come questa festa ci insegna; essi appartengono infatti sia al mondo di terra che a quello dell'aria che a quello delle acque e i popoli antichi, che a queste cose facevano caso, li considerarono uccelli psicopompi, assieme con i corvi, i condor, i passeri e i caprimulghi, quindi in grado di guidare i morti dal regno superiore a quello inferiore e ritornare. E Mabon è proprio questo: la porta spalancata sui venti gelidi degli abissi oscuri e insondabili, il benvenuto delle fauci della morte, il luogo buio dentro il quale dobbiamo entrare per cercare noi stessi, i recessi impenetrabili che visitiamo e che dobbiamo essere pronti ad affrontare per tornare alla luce in modo diverso, quando sarà il momento. E a tal proposito come non ricordare la meravigliosa favola di Hans Christian Andersen: Il Brutto Anatroccolo che ha come protagonista questo piccolo pennuto cresciuto con una famiglia di anatre, sperduto e non accettato da nessuno, figlio illegittimo e abbandonato, ostracizzato da chiunque perché diverso e ignaro della sua stessa natura, che attende da solo l'ingiungere dell'inverno che lo porterà quasi alla morte perché, solo com'è, non sapendo a che specie appartiene, non sa che i suoi simili hanno migrato. Viene salvato per miracolo da un cacciatore e tenuto in vita e quando con l'arrivo della primavera e del disgelo si ritrova di nuovo nello stagno dove è nato e cresciuto e ha modo di specchiarsi, si ritrova adulto e magicamente trasformato in uno stupendo cigno. In questa favola si cela il mistero iniziatico della trasformazione e questo aggraziato, romantico e bellissimo animale ne è la perfetta incarnazione, come lo è anche il vino. Infatti il mosto, raccolto nell'oscurità delle botti, fermenta trasformandosi in vino, proprio come nell'oscurità della terra Kore diventa Persefone dopo aver strangolato con le proprie mani Menta, l'amante di Ade che l'aveva preceduta. È l'accettazione del proprio lato oscuro che causa la trasformazione legata al cammino spirituale, la stessa che fa sì che un seme di frumento con la dovuta quantità di pioggia, sole e vento possa trasformarsi in spiga, essere raccolta e trasformata in pane e nutrimento. Piovi e porta frutto. La discesa è sì cominciata a Litha, ma Mabon è il momento di reale confine, oltre il quale le notti si faranno inesorabilmente più lunghe del giorno e la morte ci farà da padrona.
Gli intenti di Mabon sono quindi la trasformazione, l'accettazione e la preparazione. Il simbolismo ci viene portato dal melograno, dalla mela e dal fico, tutti frutti che maturano proprio in questo periodo dell'anno e che sono legati al mistero del femminino, al frutto mestruale e quindi al mistero iniziatico. L'albero della conoscenza da cui pendevano frutti proibiti non è mai stato reso noto quale fosse e molte sono le diverse interpretazioni. L'unico modo per possedere la conoscenza e penetrare il mistero è accettarlo e inglobarlo dentro di sé, e quale modo migliore che non "mangiarlo"? Secondo il mito ebraico e quindi cattolico, il serpente, simbolo di conoscenza, saggezza e trasformazione, invita la donna a nutrirsi del frutto mestruale della conoscenza smentendo il falso veto che vuole che mangiandone lei e l'uomo ne moriranno e spiegandole che nutrendosene si avvicineranno invece alla natura divina stessa da cui sono stati creati, accettando dentro loro stessi il discernimento del bene e del male e, di conseguenza, il potere di amministrarlo e scegliere. Questo simbolismo iniziatico è chiaramente legato alla crescita e alla metamorfosi della sessualità e dell'età adulta. Kore, la gaia fanciulla che si preoccupa dei fiori sparsi durante il suo rapimento, qui è intesa come colei che sceglie di sua spontanea volontà di discendere negli inferi perché nessuno vuole quel posto e ivi giunta si nutre dei semi di melograno che la legheranno al mondo infero, costituito dalla conoscenza e l'accettazione della propria sessualità, rappresentato dalla sua metamorfosi nella signora oscura le cui urla tengono a bada gli spettri: Seu nocturnis ululatibus horrenda Proserpina, triformi facie larvales impetus comprimens terraeque claustra cohibens lucos diversos inerrans. L'accettazione è la crescita e la trasformazione, il punto focale e centrale di un percorso iniziatico spirituale che ci porta dentro e fuori da noi stessi, in salita e discesa.
Mabon è anche un momento di ringraziamento, però. Viene svolto l'ultimo dei raccolti di cereali e quello dei frutti autunnali e si comincia la preparazione delle conserve che continuerà anche per Samhain. Aprendo la stagione della caccia si raccoglie la carne che viene affumicata o seccata e che servirà per i rigori invernali, di conseguenza è il momento per noi di fare i conti con ciò che è stato fatto durante l'anno e di ciò che abbiamo raccolto a Lughnasadh e che desideriamo seminare per il nuovo anno agricolo e spirituale che presto comincerà. Il ringraziamento dovrebbe essere duplice, come duplice è il significato della festività: grazie per ciò che abbiamo raccolto e, di conseguenza, grazie per ciò che abbiamo modo di seminare, oltre al fatto che è utile e sensato essere anche grati del nostro essere vivi e pronti a cominciare un nuovo ciclo.
Coinvolto sull'argomento, ddrwydd del Tempio di Ara ha espresso il parere che la runa più legata al sabba di Mabon sia Gebo, che rappresenta l'equilibrio tra le forze della luce e dell'oscurità e il bilanciamento delle forze contrarie in modo equo. E non solo, trattandosi anche di una festa del raccolto, e pensando quindi anche al significato di doni della terra, ecco che Gebo ci può dare anche questo significato. Secondo Freya Aswynn del sito Aswynn.com oltre a Gebo, anche Kenaz e Raido hanno un ruolo, in quanto ci descrivono la natura opposta di queste due forze contrarie: conoscenza e coscienza, e che a Mabon trovano questo loro equilibrio.
Le divinità che sono legate a questa festività sono tutte quelle arboree del raccolto, oltre che quelle ctonie legate al mondo infero e le divinità psicopompe. Per prima c'è di sicuro Kore/Persefone/Proserpina e la madre Demetra/Cerere, sul cui culto è incentrato il rituale dei misteri eleusini, ma anche Ecate, la signora oscura, e Inannà, che è la Kore/Persefone babilonese, la signora del cielo, della bellezza, dell'amore, colei che fa fiorire la terra, ma anche la sua controparte, la sua sorella oscura, Ereshkigal che seguì il marito Enlil negli inferi dove fu bandito perché la stuprava. Cailleach, la signora oscura degli inferi e anche la strega Scatchach, legata ancora al mito dell'eroe dell'Ulster Cuchulainn, ma anche Cerridwen e Arianrhod, oltre che Iside nella sua veste oscura, la velata il cui volto nessun uomo poteva vedere senza rimanerne annientato e Kali, la signora dell'amore e della morte, che viene rappresentata con le spade mentre sotto di sé giace il corpo di Shiva, distesosi per nascondersi tra i cadaveri così che placasse la sua furia. La dea è qui nel suo aspetto triplice di giovane, madre e saggia, signora del regno oscuro e abissale, quindi è anche Modron, la grande madre e tutte le divinità madri come Hera/Giunone, Cibele e il triplice aspetto lunare delle dee pre-islamiche Al-Uzza, Al-Lat e Manat. Nel lato maschile è Dioniso, il signore del vino e quindi anche Bacco, a cui erano dedite le baccanti, Zagreo e tutte le divinità che hanno svolto una catabasi come Eracle, ma anche Orfeo e le divinità del raccolto come Dumuzi, Attis, Adone e Tammuz. È Ade, il signore oscuro che rapisce Persefone, ed è anche Mercurio/Hermes, il detentore del caduceo che porta messaggio e legato all'arcangelo Michele. Ovviamente è Mabon, il dio che nascerà a Yule e che attende nel ventre della madre, ed è Baal/Balor, oltre che lo stesso Enlil/Nergal e Gilgamesh.