The Reef & The Craft

Ero una piccola creatura nel cuore 
Prima di incontrarti, 
Niente entrava e usciva facilmente da me; 
Eppure quando hai pronunciato il mio nome 
Sono stata liberata, come il mondo. 
Non ho mai provato una così grande paura, perché ero senza limiti. 
Quando avevo conosciuto solo mura e sussurri. 
Stupidamente sono scappata da te; 
Ho cercato in ogni angolo un riparo. 
Mi sono nascosta in un bocciolo, ed è fiorito. 
Mi sono nascosta in una nuvola, e ha piovuto. 
Mi sono nascosta in un uomo, ed è morto. 
Restituendomi 
Al tuo abbraccio. 

Mary-Elizabeth Bowen

Selene la Splendente

 

Selene la Splendente
 


Selene era la splendente dea della luna e regina del regno notturno. Il suo nome, come ci suggerisce il dizionario etimologico, è di chiara origine greca e deriva da sel-éné, che significa "splendente" e che si ricollega a sél-as, splendore, lume, dove selaô significa "illumino", e che si ritrova alla pari della voce Seir che significa "sole" e seir-ios, splendente, ricollegandosi al sanscrito svar, luce cielo e néa, nuova.
Platone, nel Cratilo, registra come Socrate in una discussione con Ermogene affermò che: Sembra infatti che renda chiaro che è più antica l'affermazione che egli sosteneva invece come recente, che la luna prende la propria luce dal sole, perché selas ('splendore') e phos ('luce') sono più o meno la stessa cosa. Ora questa luce (phos) intorno alla luna è sempre nuova e vecchia se gli Anassagorei dicono il vero; il sole infatti andando in giro in cerchio sempre attorno ad essa la inonda sempre di luce nuova, mentre invece è vecchia quella del mese precedente. E molti la chiamano Selenaia. E siccome ha sempre 'uno splendore vecchio e nuovo' (selas neon kai henon aei), potrebbe essere chiamata con il più giusto dei nomi (Selaenoneoaeia), che poi, una volta composto, viene chiamata Selenaia. Selene era nota anche sotto il nome di Mene, termine femminile che stava a significare sia "luna" che "mese" e che si ritrova anche nell'etimologia del termine "menarca", nonché nel latino menstruum, il termine per "mestruazione".
A differenza di altre divinità che furono associate alla luna, come Atena, Artemide ed Ecate, Selene riveste il ruolo che rivestiva invece suo fratello Elio per il sole e la sorella Eos per l'aurora. Ella era figlia di Iperione e di Tia, che nel mito cosmogenico pelasgico erano a loro volta entrambi figli di Eurinome e da lei destinati ad essere associati a precisi pianeti, in quel caso sole e luna.
Il mito la rappresenta sempre come una donna bellissima, vestita con ampi abiti di color argento o bianco; nelle sue raffigurazioni appariva sempre con due simboli: un fermaglio a forma di luna crescente e una torcia dalla fiamma argentea. Il suo volto era pallido e splendente, ed era talmente bella e luminosa da far scomparire le stelle stesse al suo passaggio. Entrambi questi simboli la ricollegano ad una triade divina di dee in cui svolge il ruolo di madre, mentre quello di ninfa è riservato ad Artemide e quello di vegliarda ad Ecate. Non è infatti insolito vedere queste tre divinità spesso associate, nonché addirittura sovrapposte alla stessa Selene. Tuttavia c'è da mettere ordine su un punto preciso. A discapito di ciò che Robert Graves scrisse nella Dea Bianca, l'unica triade divina che esisteva nel mito greco non vedeva Artemide come fanciulla, bensì Kore. Artemide assunse un ruolo lunare solo in seguito alla sovrapposizione che avvenne proprio con Selene. Ritengo determinante mettere questo punto proprio perché non erano insolite divinità triplici nelle religioni pagane. Vedasi ad esempio la stessa Brigit nel culto celta. Tuttavia l'unica triade con aspetti di divinità diverse dove è possibile riconoscere una vergine, una madre e una saggia è quella in cui Selene rappresenta la madre ed è associata ancora una volta alla luna.
Nonostante porti simbolismi che richiamino queste due dee: la torcia e la luna crescente sul capo, a loro differenza possiamo notare come invece Selene guidi una biga trainata da due cavalli bianchi, in eterna rincorsa del carro solare guidato dal fratello che, come ci racconta Apollodoro, quando canta il gallo guida la sua quadriga di cavalli attraverso i cielo, dalla sua dimora nella Colchide fino all'Isola dei Beati. Ora, sappiamo bene che nell'Europa antica il ruolo delle donne era decisamente più prominente di quello degli uomini. Questo era dovuto in parte alla credenza diffusa che fossero i venti, i fiumi o le piogge ad ingravidarle. Sono sempre stato propenso a credere, soprattutto dopo molti studi a riguardo dei miti, che il reale mistero del femminino sacro fosse proprio la vera natura della gravidanza. Le donne, che detenevano il potere, erano certamente ben gelose della conoscenza perché era proprio questa tutela che garantiva loro il ruolo che avevano. Sono infatti convinto che le sacerdotesse, le regine e chiunque venisse iniziata al culto misterico matriarcale fosse ben conscia del proprio ciclo mestruale e del collegamento che avevano i rapporti sessuali con le gravidanze. Di tutt'altro avviso era ovviamente il popolo, che era pertanto tenuto in una certa situazione di ignoranza. E chi potrebbe biasimarle, dopotutto? Quando la correlazione tra coito e gravidanza fu accertata, il potere del patriarcato impose un diritto divino sui figli e si rese eroe fecondatore. Quello che più avevano temuto, probabilmente, le sagge donne dell'Europa precristiana si realizzò già prima della diffusione delle religioni semitiche, e lo vediamo nelle stirpi titanidi e nei miti dorici di dei che soppiantano i culti delle dee, che le violentano e le sottomettono.
In quell'epoca mirabile, se vogliamo, così lontana nel tempo, la luna era già strettamente legata al femminile e Selene ne era il personaggio centrale. Il numero tredici era infatti un numero sacro, proprio perché rappresentava le tredici lune che si potevano contare nel corso di un anno, quindi i tredici mesi, nonché le tre volte tre mesi che erano necessari ad una donna per mettere al mondo un figlio. In questo ruolo, la triplicità assunse un concetto divino e nella triade che la vede affiancata ad Kore ed Ecate, Selene è pertanto la personificazione della luna piena, mentre la fanciulla è la luna crescente e la strega la luna calante.
Quattro furono gli amori di questa dea. Ognuno di essi può, volendo, essere associato ad uno dei suoi aspetti ciclici lunari. Tuttavia, vedere Selene legata all'astro notturno non solo è uno sminuire il suo ruolo, ma negare un più ampio aspetto di ciclicità del femminile e di corresponsabilità nella fecondità del mondo stesso. In antichità, in moltissimi culti, ci è possibile risalire a due poli complementari: il maschile associato ad un dio toro solare e il femminile associato ad una dea vacca lunare che compiono un'unione ierogamica. Questi due aspetti, tipici di popoli di allevatori, hanno lasciato piccoli segni nel mito greco che ci è possibile decifrare. Là dove in principio Elios e Selene erano quindi amanti e si inseguivano in un moto eterno ed immortale che portava cicli di fertilità, nel mito greco divengono semplicemente fratelli, divisi da Eos, l'aurora. Tuttavia, ognuno dei due cavalca un cocchio trainato da equini, ma in principio da bovini, simbolo del richiamo all'antico culto solare e lunare che è possibile rintracciare in Persia e in Egitto; per quanto oltre ai buoi Selene veniva rappresentata anche a dorso di animali diversi come cervi, cavalli, muli e anche arieti e caproni. Questo aspetto ierogamico si è quindi perduto, il sole e la luna sono divenuti semplici fratelli che rispecchiano in toto le caratteristiche dei gemelli Apollo ed Artemide.
Come ci fa notare però Karoly Kerényi nel suo Gli Dei della Grecia: "Le loro nozze dovevano restare completamente nella sfera invisibile, infera, dove le due divinità apparivano sotto forme e nomi del tutto differenti da quelli che portavano in cielo". Ed inoltre: "Erano più affini alla visibile Selene certe eroine: donne cacciatrici o dedite alla corsa, inseguitrici e vergini inseguite della leggenda eroica". Questo ci dà quindi alcuni indizi sull'assunzione che avvenne tra la dea della luna e la cacciatrice Artemide, che solo nel mito romano, quando diventa Diana, ottenendo quindi nello stesso nome la radice sanscrita div che sta per "splendente", diventa una dea lunare.
La fusione tra le due dee è rintracciabile anche nel mito di Endimione che, a seconda dei diversi autori, vede come protagonista ora l'una ora l'altra dea. Endimione era figlio di Zeus e della ninfa Calica. Si narra di lui ora come un cacciatore ora come un pastore, ma comunque lo si dipinge sempre, sia nell'arte che nel mito, come un giovane di incredibile bellezza. Apollodoro ci narra di come Selene si innamorò perdutamente di lui, trovandolo addormentato in una grotta a Latmo, in Caria, una regione dell'Asia Minore. Scese al suo fianco e giacque con lui baciandogli gli occhi chiusi. È importante sottolineare come il mito di Endimione trovasse luogo in una grotta, là dove il sole, volente o nolente, non avrebbe mai potuto gettare il suo sguardo. Infatti Apollonio Rodio ci racconta di come la dea dovesse attendere di essere tramontata oltre il monte Latmo, in Asia Minore, per andare dal suo amato. E proprio là, su quei monti, sorgeva il santuario del loro incontro.
Per un non ben precisato motivo, Endimione rimase addormentato eternamente in quella grotta, conservando la sua integrità e la sua bellezza per sempre. Secondo alcuni fu a causa dell'ira di Zeus che sospettava un suo tentativo di sedurre Era, secondo Licimnio invece fu lo stesso Hypnos, il dio del sonno, a concedergli questo dono, permettendogli di dormire sempre con gli occhi aperti affinché potesse guardarlo, mentre secondo Apollonio Rodio fu il giovane che, avendo avuto in dono da Zeus la concessione di poter determinare il suo fato ultimo, scelse di evitare il decadimento e la morte in cambio di un sonno eterno ed immutabile. Ma nella favola di Apollodoro fu la stessa Selene che, per evitare che la bellezza di Endimione andasse perduta, chiese e ottenne da Zeus la possibilità di farlo dormire per sempre, in modo che ella potesse giungere dagli astri fino a lui. Robert Graves, a tal riguardo, ci fa notare come questo mito ricordi "come un capo eolico invadesse l'Elide e accettasse le conseguenze di tale conquista sposando la sacerdotessa di Era, la pelasgica dea lunare (i nomi delle mogli di Endimione sono tutti appellativi della luna), che era a capo di un collegio di cinquanta sacerdotesse acquaiole. Al termine del suo regno egli venne ritualmente sacrificato e gli fu eretta una tomba eroica a Olimpia. Pisa, la città da cui dipendeva Olimpia, pare significasse in lingua lidia (o cretese) «luogo del privato riposo», cioè della luna. II nome di Endimione, che viene da enduein (latino inducere), si riferisce al fatto che il re fu sedotto dalla Luna, quasi questa fosse una delle Empuse, ma gli antichi lo interpretavano come somnum ei inductum."
Selene ebbe da Endimione il numero considerevole di cinquanta figlie. Ma secondo ciò che ci riporta Pausania questo era dovuto al fatto che il giovane fosse re dell'Elide, luogo dove vennero tenuti per la prima volta i giochi olimpici, e che cinquanta fosse la durata in mesi di una sola olimpiade.
Una fonte più tarda lo considera uno studioso di astronomia; Plinio il Vecchio cita Endymion come esser stato il primo uomo ad osservare con estrema attenzione le fasi lunari, origine simbolica del proprio amore. Nel suo ruolo assunto nel mito di amante di Selene, la divinità lunare greca arcaica, questa professione fornisce una qualche giustificazione al racconto che lo vuole trascorrere tutto il suo tempo sotto lo sguardo della Dea personificazione della Luna. In altri miti vediamo invece come fosse Artemide ad essersi innamorata perdutamente di Endimione, e come egli fu uno dei suoi due amanti (l'altro fu Orione), con cui ebbe rapporti prettamente platonici, mantenendo integra la sua verginità.
Lo splendore di Selene la indusse in due amori particolarmente noti nel mito; il primo è quello che abbiamo visto e che coinvolse Endimione, mentre il secondo interessò Pan, il dio pastore, che lei in principio rifiutò per la sua forma caprina e il suo aspetto irsuto. Per indurla quindi a giacere con lui, il dio nascose i tratti animali (o anche solo il pelo nero) con un latteo vello di pecora. La dea quindi gli saltò in groppa e giacque con lui. Come abbiamo visto, questo riconduce alla rappresentazione di Selene a cavallo di un caprone o di un ariete. Come ci fa notare Kerenyi: "Si raccontava che la dea della Luna non avesse voluto seguire l'oscuro dio. Allora Pan aveva indossato il vello bianco di una pecora e aveva sedotto la dea. L'aveva portata anche sulle spalle. Naturalmente non è sicuro che egli fosse ricorso sin da principio a questo travestimento per poter sostenere la parte dell'amante fortunato al fianco di una dea, che ripetutamente si abbandonava all'abbraccio dell'oscurità".
Mi sono sempre domandato, leggendo questo mito, il motivo per cui Selene rifiutò Pan. Nel corso delle ricerche effettuate per scrivere sia questo articolo che quello legato al dio dal piede caprino sono giunto alla conclusione che il rifiuto fu solo apparentemente legato al suo aspetto, bensì più facilmente per il suo aspetto oscuro; lei lo accettò infatti solo quando in qualche modo mutò le sue sembianze da nere a bianche. Ma, come ben sappiamo, la luna, compiendo un ciclo luminoso riflesso dal sole, passa in una fase di tre giorni di totale oscurità, ossia di apparente "mancanza" nel cielo. Se da una parte gli autori greci giustificarono questa mancanza con le sue visite a Endimione all'insaputa di Elios, dall'altra la motivazione potrebbe celarsi invece nel suo legame con la morte e gli inferi. Un legame che troviamo anche in Pan, come con tutti gli dei cornuti. A seconda quindi della fase lunare in cui Selene si trovava, il suo legame con gli inferi era più o meno marcato.
Torniamo quindi alla sua affiliazione con l'unica triade divina realmente esistente nel mito greco, ossia quella che la vede come figura centrale tra Proserpina ed Ecate: là dove la fanciulla è inconsapevole e la vegliarda è a conoscenza dei misteri iniziatici, Selene trova il posto centrale. Per quanto, quindi, nella cultura greca, come in quella romana, Selene è una personificazione dell'astro lunare, ella è più che altro legata al concetto della ciclicità e della rigenerazione. È in questo ambito che trova spazio il suo legame con la morte, con la fecondità e la rinascita.
Abbiamo parlato di quattro amori di Selene, e il quarto è quello che ebbe con Zeus, da cui ebbe Pandia, "la completamente splendente", raffigurazione della luna piena, ed Erse, la rugiada. Tuttavia il Padre celeste perse molto presto l'interesse per lei e se ne dimenticò.
Proprio come la luna, nella visione magico-esoterica, è legata ai segreti, ecco che nessuno dei quattro amori di Selene trovò mai un compimento o una conclusione, ma rimasero sempre, in qualche modo, sul confine del tradimento e della segretezza. Il primo è quello sbocciato con suo fratello: un amore incestuoso e mai consumato che si riassapora lievemente nel mito di Artemide e Apollo quando il dio solare induce con l'inganno la sorella ad uccidere Orione, il suo amante platonico. L'amore che lega Selene ad Elios non solo è stato insabbiato nel mito, come abbiamo visto, lasciando solo la traccia di romanticismo che punteggia la letteratura occidentale di tutti i tempi dove sole e luna si rincorrono sempre senza trovarsi mai, ma è quell'amore impossibile che segna il periodo adolescenziale e che fa sospirare e palpitare. È la rappresentazione dell'amore irraggiungibile, della prima grande infatuazione creata e costruita su immaginari poetici; è l'amore perfetto e intoccabile, infantile, che mai si potrà rovinare perché mai si potrà consumare. Questo inseguirsi cela la natura umana: là dove il sole è la coscienza, l'intelletto e l'ordine mentale, la luna rappresenta l'inconscio e tutta la sfera dei sentimenti e degli istinti.
Il secondo amore di Selene è quello passionale avuto con Pan, sviluppato da un inganno. Per quanto il dio delle greggi non forzò Selene a giacere con lui, il suo raggiro è una forma di violenza che si ritrova in molte delle esperienze sessuali della prima adolescenza. Nella sua leggerezza, Selene cavalca il dio quando questi indossa il manto bianco coprendo così la sua oscurità interiore che lei riconosce come parte di sé ma che, in qualche modo, non è preparata ad affrontare. Troviamo qui, ancora una volta, il richiamo all'evento verificatosi nel Ratto di Proserpina. Ade non praticò violenza sessuale su Kore la fanciulla, ma la rapì contro la sua volontà per renderla sposa e regina degli inferi. In questo amore nato dall'inganno si cela quindi il significato del rimpianto.
Il terzo amore di Selene fu con Zeus, il padre celeste. E fu un amore maturo. Lei scelse di giacere con lui e di dargli una figlia (secondo alcuni due: Pandia ed Erse); non è scritto da nessuna parte che lui la violentò. Tuttavia questo amore, come molti altri di Zeus, non era legittimo. Il dio del cielo non la sposò come fece con molte altre dee, trattandola alla stregua di una ninfa. Si tratta quindi di un rapporto occasionale, senza particolare importanza per lui, che perse ben presto l'interesse per la dea della luna.
L'ultimo amore di Selene fu quello con Endimione, ancora una volta un amore proibito e legato, in questo contesto, al suo aspetto oscuro. Il giovane infatti era privo di coscienza e tutta la storia d'amore tra i due non solo si svolse nell'oscurità di una grotta (simbolo infero), ma anche lontano dallo sguardo geloso del fratello/amante Elios. Selene, infatti, si recava dall'amante solo quando la luce del sole non poteva renderla visibile, quindi tre giorni al mese.
Questi quattro amori riflettono a due a due, aspetti luminosi o celesti ed oscuri e terreni. Elios e Zeus sono amori celesti, mentre Pan ed Endimione sono amori terreni. Questa dicotomia di luce e oscurità richiama le due facce della luna: quella che riflette il sole e che noi vediamo nel cielo e quella che invece ci è sempre in ombra e che non ci è mai possibile vedere. Esattamente come la luna è un astro luminoso che però splende nella più totale oscurità, Selene accoglie entrambi questi aspetti di sé e li manifesta negli amanti che ha avuto. Inoltre, questi quattro amanti riflettono la ciclicità e le diverse fasi rappresentate da questa dea e portano, nel culto romano, alla peculiarità di rivolgersi a lei per i desideri impossibili da richiedere a qualsiasi altro nume tutelare. Ancora adesso esiste l'usanza di rivolgersi alla luna per quei desideri che non è possibile avverare in alcun altro modo. Inoltre, come abbiamo visto, la luna è legata al concetto del segreto. In un mondo pagano imperiale, come quello che possiamo ricostruire mentalmente dagli scritti giuntici da svariati autori, fatto di licenziosità e circuizione, il desiderio che non poteva essere espresso a nessun altro era direzionato verso di lei, Selene, la dea che concede ciò che altri non concedono, anche quando questo può risultare contrario alla natura stessa delle cose.
Un interessante punto di vista su questa dea è rintracciabile nella sovrapposizione che subì con il mito di Semele, madre mortale di Dioniso. Questa traccia, che apparentemente potrebbe sembrare del tutto fredda e senza sbocchi, è in realtà ben nota dai mitografi. Semele e Selene in realtà erano pressoché sovrapposte e il nome, che condivide una fortissima assonanza, sarebbe solo una storpiatura.
Nel mito greco, Semele era una principessa tebana figlia di Cadmo e Armonia, e la madre figlia a sua volta di Ares e Afrodite. Zeus, invaghitosi delle sue voluttà, giaceva spesso con lei nascondendo però le sue vere sembianze. Era, gelosa e vendicativa, si camuffò da nutrice e istigò le sorelle di Semele a deriderla per avere un amante di cui non conosceva il volto. Dopodiché, machiavellicamente, l'indusse a credere che quello che riteneva fosse il Padre degli dei in realtà fosse un mostro e che il bambino che portava in grembo fosse altrettanto mostruoso. Per accertarsi della veridicità delle sue parole, Era le suggerì di chiedergli di mostrarsi nella sua vera natura. Semele, lasciatasi convincere, dopo un'altra notte passata con Zeus, ebbe l'ardire a chiedergli che le fosse esaudito un desiderio del suo cuore. Il Padre, senza troppo riflettere e colto dalla passione, rispose che poteva chiedere qualsiasi cosa. Fu così che la donna, già incinta di sei mesi, gli chiese di mostrarsi nella sua vera natura. Comprendendo ciò che avrebbe comportato, Zeus in principio si rifiutò, ma non poteva venir meno alla sua parola, pertanto cercò di convincerla a chiedere qualsiasi altra cosa, ma più dinieghi riceveva, più Semele si impuntava, finché arrivò a negargli il talamo. A quel punto Zeus, infuriato, si mostrò a lei avvolto dai fulmini e dalle nubi di tempesta e a quella vista la donna, che era mortale - pertanto non le era concesso di vedere gli dei nella loro vera forma -, rimase incenerita. Il bambino che portava in grembo tuttavia, figlio immortale, venne raccolto da Hermes, che lo cucì nella coscia dello stesso Zeus, il quale portò a termine la gravidanza, generando così Dioniso.
Robert Graves nel suo I Miti Greci sostiene che "la vicenda di Semele, figlia di Cadmo, pare ricordi i metodi sbrigativi adottati dagli Elleni in Beozia per porre fine al tradizionale sacrificio del re sacro: Zeus olimpio afferma il suo potere, prende il re sacro sotto la sua protezione e annienta la dea con la folgore. Dioniso diventa così immortale, dopo essere rinato da un padre immortale. Semele era onorata ad Atene durante le Lenee, cioè la Festa delle Donne Invasate, quando un giovane toro, che rappresentava Dioniso, era tagliato in nove pezzi e sacrificato alla dea; un pezzo veniva bruciato e il resto divorato dai fedeli. Semele viene di solito interpretata come una variante di Selene («luna»), e nove era il numero tradizionale delle orgiastiche sacerdotesse della Luna che prendevano parte a tali feste: nove sacerdotesse danzano attorno al re in una pittura rupestre nella grotta di Cogul, e ancora nove sono gli accoliti di San Sansone di Dol uccisi e divorati in epoca medievale".
Ora, come dicevamo prima, Selene, assieme con Kore e con Ecate, rappresenta l'unica vera triade divina del mito greco che ci è possibile rintracciare. Ed inoltre, come abbiamo visto, Selene coltivava, dentro di sé, un aspetto oscuro ed infero che emerge in due dei suoi amori; un aspetto che, per quanto di origine lunare, tutte e tre le dee di questa triade portano con loro: Persefone la regina infera ed Ecate, l'oscura signora delle ombre dei morti. Questo stesso dualismo lo ritroviamo anche in Semele, il cui nome significa "sotterranea", a richiamare l'immagine infera del grembo fecondo e tuttavia oscuro che genera dalla morte e dalla trasformazione. Non era quindi anomalo vedere dee della luna come dee della terra e pertanto degli inferi. Basti vedere la trasformazione che ha subito la Iside egizia nel corso del tempo: da dea solare a lunare a dea infera, con sul capo le sacre corna di Hathor, la dea vacca. Le Grandi Madri hanno sempre rispecchiato questa triplicità, anche quando non venivano rappresentate iconograficamente divise in tre diversi aspetti: lunari, pertanto legate al cielo, alle stelle e alla notte con i suoi aspetti luminosi e ai suoi cicli; terrestri, quindi legate all'agricoltura, alla cacciagione e all'allevamento; e ctonie, pertanto dicotomicamente legate alla morte e alla nascita.
Semele, in quanto madre di Dioniso, guadagnò infine l'Olimpo grazie proprio al figlio che discese negli inferi per riportarla alla vita, con grande sdegno di Era che, a quanto ci narra il mito, dovette però sottostare. Tuttavia, come ci narra Apollodoro, per non far sì che i morti, prigionieri dell'Averno, se ne avessero ad ingelosire, a Semele fu cambiato nome e fu chiamata Tione. Perché questo nome? Ancora una volta, vediamo come esso significhi "Regina invasata" e che, come ci racconta Pindaro, veniva rappresentata in un rito orgiastico nella città di Atene, dove nove donne, suonando strumenti a fiato, danzavano come ossesse mentre lanciavano in aria petali di fiori. Tutto questo serviva per richiamare lo spirito della primavera affinché uscisse dall'omphalos, che è sia la pietra scolpita che teneva la pizia nella caverna a Delfi, sia il vero e proprio regno sotterraneo, da cui la dea della primavera, ossia la lunazione tra l'ariete e il toro, fuoriusciva dall'oscurità per liberare i suoi frutti.
Robert Graves ci fa notare come Semele era, in verità, un altro nome di Core o Persefone, e la scena della sua apparizione è dipinta su molti vasi greci, alcuni dei quali ci mostrano i Satiri che mediante picche aiutano l'eroina a emergere dall'omphalos; la loro presenza indica che si trattava di un rito pelasgico. Ciò che essi sterravano era probabilmente la bambola di grano? sepolta dopo la semina e ora coperta di verdi germogli. Core, in verità, non saliva al cielo, ma vagava sulla terra con Demetra finché giungeva il tempo di scendere nell'Oltretomba. Ma quando Dioniso entrò nel numero degli dei olimpici, l'assunzione al cielo della sua vergine-madre divenne dogmatica e non appena divenuta divinità essa si differenziò da Core che continuò come semplice eroina a risalire e a scendere nel Tartaro.
Ma Dioniso, inizialmente, era un sottoposto della dea lunare. Secondo Graves era anzi la vittima predestinata delle sue orge. Fu allevato come fanciulla, a somiglianza di Achille e ciò ricorda l'usanza cretese di tenere i ragazzi «nell'ombra» (scotioi), vale a dire negli alloggi delle donne, fino alla pubertà.. Semele pertanto era sia madre che sposa di Dioniso. Ed infatti vediamo come tutto questo si intrecci nel mito minoico del Minotauro.
Dopo aver vinto la guerra con Atene, Minosse, figlio di Zeus e re di Creta, per dimostrare la sua stirpe divina e ottenere così il potere di regnare, chiese agli dei che gli venisse dato in dono un toro bianco latte da sacrificare a Poseidone. Fu così che un animale di siffatta natura apparve tra i flutti come per magia. Il bovino era bellissimo, e Minosse ne fu così colpito che si rifiutò di sacrificarlo come promesso. Il dio dei mari, infuriato, indusse così il desiderio insano di accoppiarsi con l'animale nella consorte del re: Pasifae, figlia di Elio, la quale ordinò all'architetto Dedalo, esule da Atene, di aiutarla ad ottenere quello che voleva. Dedalo costruì così una vacca di legno, cava al suo interno, montata su ruote e coperta da una pelle bovina, dentro cui la regina si introdusse per saziare il suo appetito. Dopodiché la spinse sui pascoli dove il toro bianco stava brucando, inducendolo così a montarla. Quest'ultima rimase gravida di una mostruosa creatura metà uomo e metà toro che Minosse, per nascondere la vergogna, fece rinchiudere dentro un labirinto progettato dallo stesso Dedalo. Ogni anno, come tributo per aver perduto la guerra, Atene doveva mandare sette fanciulli e sette fanciulle che sarebbero entrati nel labirinto e, giunti al suo centro, sarebbero stati serviti come pasto al mostro.
Teseo, figlio di Poseidone, partì con una di quelle navi deciso ad introdursi nel labirinto per uccidere il minotauro. Giunto a Creta, per dimostrare di essere chi diceva, accolse la sfida lanciatagli da Minosse, il quale, gettando un gioiello negli abissi, gli chiese di recuperarlo; se così avesse fatto, avrebbe potuto avere la principessa cretese Ariadne in sposa. Teseo non solo recuperò il gioiello, ma tornando in superficie in piedi su due delfini portò anche una tiara datagli in dono da Anfitrite e che elargì come regalo di nozze.
Quando Teseo si immerse tra i flutti per recuperare la tiara da donare ad Ariadne, come ci narra Enopione e Tauropolo nelle scoliaste fatte alle Argonautiche di Apollonio Rodio, emerse con un gioiello che portava il nome di Corona Borealis. Ad adesso, parlando di Borealis, si intende, in genere, una zona del mondo estremamente a nord. Tuttavia non ci si riferisce al nord in quanto zona di latitudine, bensì si parla di Borea, insieme con Austro, Noto e Zefiro, uno dei quattro venti più importanti del mito greco. La Corona Borealis non è quindi la Corona del Nord, bensì la Corona di Borea, che è a sua volta, il vento del nord, alternativamente i due autori avrebbero parlato di Corona Septentrionalis. Questa corona era in effetti nota anche come corona cretese, ed era un particolare diadema che era sacro ad una dea lunare, appunto Ariadne, la sommamente sacra, come vedremo fra poco.
La principessa, affascinata dal giovane, lo aiutò nella sua impresa, mostrandogli come potesse entrare nel labirinto e giungere al suo centro senza perdere la strada; ossia legando un filo ad un chiodo piantato nel terreno e srotolandolo man mano, così da poterlo riavvolgere per trovare l'uscita. Teseo giunse nel centro del labirinto e uccise il mostro, liberando così Atene dal tributo e Creta dall'orrenda onta. Tuttavia, per un non ben precisato motivo, dopo essere ripartito con Ariadne, la abbandonò sull'isola di Nasso, nell'arcipelago Egeo delle cicladi. La verità sul motivo dell'abbandono non è mai stata chiarita, tuttavia, in molti studi e miti paralleli ci si riferisce a questo evento parlando di Minosse come di "inseguitore" delle navi di Teseo. Se questo è vero, Ariadne non andò in sposa in modo legittimo all'eroe ateniese, bensì fuggì con lui all'insaputa del padre o fu addirittura rapita. Un evento del tutto simile lo troviamo nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, quando Medea, dopo aver favorito Giasone aiutandolo nell'impresa, fugge con lui seguendo una promessa di matrimonio che non si realizzerà mai, inseguita via nave dal padre.
Se la teoria della fuga da Creta è credibile, è possibile ipotizzare che Teseo abbandonò Ariadne a Nasso (da cui ci giunge il termine piantare in asso, originalmente piantare in Nasso) per tutelare la fanciulla nella sua rocambolesca fuga, promettendole di tornare a prenderla ma senza mai più tornare a rispettare la parola data. Ad ogni modo, qualsiasi fosse il motivo che spinse il giovane a questo atto, l'abbandonata Ariadne maledisse Teseo e pianse disperata finché Dioniso, passando di lì con un cocchio trainato da pantere, la prese con sé e la sposò, donandole un gioiello come profferta di matrimonio. Quando morì si dice che tramutò questa corona nella costellazione della Corona Borealis. A quanto si narra, Nasso fu soggetta ad una prima colonizzazione dei Traci, i quali furono responsabili dell'introduzione del culto di Dioniso. Questo spiegherebbe, quanto meno in parte, questo avvenimento.
Ora, vediamo come sia Pasifae, figlia di Elio, il sole, che si accoppia con un toro color bianco latte, nato dalle acque, quindi legato alla luna, che Ariadne, sua figlia e signora del labirinto, conoscitrice dell'oscuro segreto iniziatico celato nel significato del discendere lungo un percorso misterico che ti porta al centro dell'oscurità inconscia per uccidere il terribile mostro zoomorfo, tornano a rappresentare i due aspetti della dea lunare terra-acqua Selene/Semele.
Dioniso, pertanto, in principio paredro della luna, sposa sua madre dopo essere disceso negli inferi per cercarla e riportarla alla luce celeste dell'Olimpo cui appartiene.
Nell'opera in prosa La Dea Bianca, l'autore ci ricorda che nel lessico bizantino di Suida si parla della ninfa Io come di una vacca che mutava colore dal bianco al rosso e quindi al quindi al nero, intende che la Luna Nuova è la dea bianca della nascita e della crescita, la Luna Piena la dea rossa dell’amore e della battaglia, la Luna Vecchia la dea nera della morte e della divinazione. Il mito di Suida è avvalorato da una favola di Igino in cui si narra di una vitella nata da Minosse e Pasifae che mutava anch’essa colore tre volte al giorno. In risposta alla sfida di un oracolo, un certo Pollido figlio di Cerano giustamente la paragonò alla mora del gelso, frutto sacro alla Triplice Dea.
Come dicevamo poco sopra la Corona Borealis che Teseo recuperò è strettamente legata al famoso regno dove Apollo viaggiava e di cui ci parla anche Pindaro: il regno degli Iperborei. Il regno che sta dietro il vento del nord. Secondo il mito questo luogo è legato al regno della morte, in quanto situato a nord, il luogo dove non splende mai il sole. Già nell'articolo su Apollo ho cercato di dare una spiegazione a questo riferimento. Nel corso delle ricerche per questo articolo, mi sono imbattuto in William Owen, del Welsh Dictionary, il quale spiega che si tratta, ancora una volta, della Corona Borealis e, guarda caso, la riferisce a Caer Arianrhod, il castello di Arianrhod, un regno celeste e argenteo dove le anime dei morti trovano riposo.
Ma chi era Arianrhod, il cui nome è curiosamente legato appunto ad Ariadne, dea lunare a tutti gli effetti, che ricevette in dono per il matrimonio la Corona Borealis? Si tratta di una dea gallese della magia e della morte, ma anche una dea con un forte aspetto lunare il cui stesso nome significa "Ruota D'Argento". Arianrhod è madre di due figli non riconosciuti: uno strettamente legato alle acque, Dylan, e uno legato invece al sole, Llew Llaw Gyffes.
La similitudine tra queste due dee, apparentemente, non è a primo avviso pronunciata, ma esiste, anche al di là della fortissima assonanza tra i nomi. Entrambe erano dee di tipo orgiastico, legate ad un aspetto sia celeste che infero e magico. Al contrario, tuttavia, del mito greco, tra le popolazioni celtiche gli dei erano mortali e non del tutto invincibili, nonostante avessero poteri incredibili. Il caso era anche quello di Arianrhod, che nel Mabinogion, più precisamente nel quarto ramo, appare come una regina, una strega e una sacerdotessa lunare. Era figlia di Dòn e nipote di Math, nonché sorella di Gwydion e di altri fratelli e sorelle.
Nel racconto che la interessa, Arianrhod si vantava di essere vergine e per questo motivo fu convocata perché prendesse il posto di nuova fanciulla del re di Gwynedd, suo zio. Questo ruolo era riservato ad una ragazza che non aveva conosciuto mai un uomo e che, per questo motivo, aveva il compito di tenere in grembo i suoi piedi mentre questi stava sdraiato a letto (più avanti vedremo questo simbolismo a cosa ci riconduce), dal momento che si sosteneva che sarebbe morto se così non avesse fatto fintanto che non era in guerra. Fino a quel momento questo compito era riservato alla fanciulla Goewin. Dal momento che Gilvaethy, fratello di Arianrhod, desiderava giacere con lei, Gwydion escogitò uno stratagemma per far sì che Math andasse in guerra. Venne a sapere di alcuni animali che Arawn, che aveva un rapporto di grande amicizia con Pwyll, marito di Rhiannon (vicenda narrata nel primo ramo del Mabinogi), regalò a suo figlio Pryderi e convinse il re a mandarlo come delegato per ottenerne in scambio qualcuno. Giunto alla corte del Dyved, però, utilizzò la sua magia per ottenere da Pryderi i maiali con l'inganno, scatenando così una guerra tra i due regni. Alla fine della guerra il figlio di Pwyll perse la vita proprio contro Gwydion lanciandogli una maledizione: che gli stessi maiali che lo avevano indotto alla guerra potessero mangiare le sue stesse carni. Maledizione che, come vedremo, infine trovò la sua soddisfazione. Approfittando del momento in cui Math era in guerra, grazie alla sua magia, Gwydion fece in modo che la giovane Goewin venisse sedotta dal fratello. In realtà semplicemente è probabile che questo evento fu molto edulcorato dai monaci che trascrissero il poema gallese, e che la fanciulla fu violentata da Gilvaethy durante l'assenza di Math, che in quel momento era in guerra a combattere per un conflitto che proprio Gwydion aveva causato. Al ritorno del re, la fanciulla dovette chinare il capo e scusarsi per non poter più tenere i piedi del re sul suo grembo e Math fab Mathonwy punì severamente i due colpevoli trasformandoli in tre diverse occasioni in coppie di animali per un anno e un giorno ciascuno. Prima due cervi, poi due lupi e infine due maiali. Dopodiché sposò Goewin per alleviare la sua colpa, ma fu costretto, in questo modo, a trovare una sostituta sul cui grembo potesse poggiare i talloni.
Una volta che la pena inflittagli dallo zio fu scontata, Gwydion suggerì di chiedere proprio ad Arianrhod, sua sorella, se desiderasse svolgere il ruolo di fanciulla. Non era nei poteri e nel volere di Math imporre la sua volontà sulla nipote. Gwydion aveva quattro sorelle e avrebbe potuto chiedere a una qualsiasi delle altre tre. Ma quest'ultimo asserì che Arianrhod si vantava della sua verginità e che sarebbe stato felice di domandarle se fosse suo desiderio svolgere quel ruolo.
Il druido partì così alla volta di Caer Arianrhod, dove risiedeva la sorella. Questo castello, per come ci narra il Mabinogion, era costruito su un'isola e da una parte dava su una scogliera a strapiombo. Al suo interno, oltre ad Arianrhod, dimoravano anche le tre sorelle Ellen, Gewnnan e Maelan. Tutte e quattro erano sacerdotesse lunari il cui compito principale era quello di svolgere particolari rituali e, assieme con alcuni sacerdoti, custodire un sacro pozzo che sprofondava fino ad una caverna sottostante alla scogliera dove l'acqua, proprio secondo i ritmi lunari, riempiva l'anfratto con la risacca risalendone le pareti.
Come abbiamo osservato già precedentemente, nei culti antichi si fa spesso riferimento ad un rito ierogamico tra il dio solare e la dea lunare. Inoltre, là dove noi identifichiamo solo una dea lunare, i popoli antichi spesso invece accomunavano diversi aspetti, come quelli di dea lunare, delle acque e della terra assieme, proprio perché agricoltura, maree e luna erano intersecati l'un l'altro, quindi questo triplice ruolo trova compimento ed epifania in un'unica divinità. In questo contesto vediamo come Arianrhod sia una dea e sacerdotessa lunare e il suo compito è quello di custodire un sacro pozzo che sfocia in una caverna che si riempie d'acqua con l'alta marea; inoltre è signora della morte e della rinascita, pertanto del regno vegetale. In aggiunta a questo è madre di due figli: un bambino pesce e un dio solare e arboreo. Per quanto questi punti possano apparire misteriosi a qualcuno, per chi studia i miti non appariranno per nulla insoliti e anzi, sono solamente una conferma ulteriore del legame che lega le diverse divinità ad altre, onorate, come nel caso di Ariadne, anche a distanza di migliaia di chilometri. Ma oltre avremo modo di trovare ulteriori collegamenti.
Torniamo ora al mito narratoci nel Mabinogion. Arianrhod, insieme con le sorelle, faceva la guardia al pozzo sacro pervenutoci con il nome di Occhio del Profondo, per impedire che le creature acquatiche che abitavano gli abissi risalissero in superficie per far sprofondare la terra come già era capitato ad occidente, nelle terre che chiamavano Caer Sidi. Come leggiamo nella versione romanzata del poema ad opera di Evangeline Walton: "Tali sono i timori e le fantasie di un popolo i cui antenati hanno visto un diluvio e nel cui sangue viene istillato il terrore del famelico mare. Probabilmente la stessa Arianrhod, il cui nome significava Ruota D'Argento, era adorata dal popolo come incarnazione e anche come sacerdotessa della luna, la benevola e argentea dama del cielo, scesa dal suo chiaro e lucente cocchio celeste per sorvegliare più da vicino le maree che ella regolava e rendeva più calme lungo le coste degli uomini. Questi misteriosi e potenti canti ed incantesimi per controllare o invocare gli elementi saranno forse stati le pratiche rituali di tutti gli abitanti di quelle sacre isole intorno alla Britannia, delle quali ci narra Plutarco; su una di queste, egli racconta, dorme tra i suoi uomini il Deposto Padre degli Dei, dato che il sonno è la catena forgiata per Lui."
Dopo i convenevoli di rito, Gwydion convocò la sorella come richiesto da suo zio Math. Tuttavia si premurò di astenersi dall'informarla che il re di Gwynedd avrebbe preteso una prova della veridicità delle affermazioni fatte nei riguardi della sua verginità. Per quanto io non sia sicuro del fatto che lei ignorasse totalmente questa cosa, Arianrhod accettò di buon grado l'offerta e, insieme con il fratello, si recò da Math. Lungo la strada, tuttavia, Gwydion, il quale dubitava della sua affermazione nei riguardi della sua illibatezza, prima cercò di convincerla a ritrattare, dopodiché le chiese di diventare sua moglie e di dargli così un erede. Ma Arianrhod aveva altri progetti e uno di questi era di sicuro la possibilità di ottenere il potere di Math. Vedremo più avanti come e dove questo ci conduce. Rimaniamo ora sul mito. Una volta giunti a corte, Math chiese alla dea se fosse in effetti vergine. Lei rispose, il più innocentemente possibile: "Non so essere diversa da ciò che sono". A quel punto il re prese la sua bacchetta magica, la piegò facendole prendere "una strana forma" e la pose per terra, tra se stesso e la dea, che sostava di fronte all'ingresso, innanzi ai fratelli, tra cui Gwydion e Goewin, la precedente vergine che Math aveva sposato per non disonorarla dopo che fu sedotta da Gilwaethwy, anch'egli presente assieme agli altri. Dopo aver poggiato la bacchetta a terra chiese ad Arianrhod di venire verso di lui e di scavalcarla. La dea riconobbe questo rituale e sbiancò. Era infatti il giuramento sulla bacchetta del Sommo Druido, un rito sacro per il popolo gallese. Nessuno sano di mente avrebbe mai osato spergiurare svolgendolo. Ma il desiderio di ottenere il potere di Math era grande ed inoltre ormai Arianrhod non poteva più tirarsi indietro, a meno di ammettere di aver mentito spudoratamente e di essersi vantata per una verginità che, a tutti gli effetti, non aveva più. Fu così che, sollevando le vesti leggermente per non inciampare, la dea si accinse a mettere il primo piede dall'altra parte della bacchetta. Non fece in tempo a poggiare la pianta dall'altra parte che venne scossa da brividi e convulsioni e, così com'era, partorì un neonato urlante, biondo e in carne, che cadde dal suo ventre direttamente sulla bacchetta. Arianrhod però non si fermò a raccoglierlo o a cercare di calmarlo. Priva totalmente di istinto materno, si voltò anzi di gran carriera e si precipitò verso la porta di uscita. Poco prima di uscire venne scossa da un'altra convulsione con cui espulse qualcosa d'altro che abbandonò ma che Gwydion, di nascosto, celermente raccolse e nascose tra sue vesti.
I presenti, sconvolti da ciò che era avvenuto, si indignarono per le false affermazioni della dea, finché Math raccolse il piccolo di Arianrhod e decise di battezzarlo con il nome di Dylan, che significa "figlio della marea" o "figlio delle onde" o meglio, letteralmente "Dy" sta per grande e "ilanw" per onda, per cui: "grande onda" o "alta marea". Durante il misterioso rito di battesimo druidico, che avvenne in riva al mare, il neonato, riconoscendo la sua origine acquatica, scivolò dalle mani del druido e nuotando si allontano tra i flutti. Questo primo figlio di Arianrhod sarebbe, quindi, figlio di una divinità acquatica con cui la dea avrebbe giaciuto sulla spiaggia.
Charles Squire, mitografo celtico, scrive nei riguardi della connessione tra Math e Arianrhod: "Nacquero due figli di un solo parto: Dylan e Lleu, che sono considerati come rappresentanti dei due poteri di luce e oscurità. Secondo i celti il mare e l'oscurità sono connessi in modo inseparabile, e non appena il gemello oscuro nacque e prese il suo nome, si immerse nel suo elemento nativo. Come narra il Mabinogi: 'E immediatamente quando fu nel mare, acquisì la sua natura e nuotò come se fosse un pesce. E per quella ragione, venne chiamato Dylan, il figlio delle onde. Nessuna onda si infrangeva sotto il suo corpo'.
Fu ucciso in seguito con una lancia da suo zio, Govannan, e, secondo quanto ci narra il bardo Taliesin, le onde di Britannia, Irlanda, Scozia e dell'Isola di Man piansero per lui. Crebbero leggende meravigliose nei riguardi della sua morte. Il clamore delle onde che si riversavano sulla spiaggia erano l'espressione della volontà di vendicare il loro figlio. Il suono del mare che si sfrecciava lungo l'imboccatura del fiume Conway è ancora conosciuta come il "Gemito di morte di Dylan". Un piccolo promontorio sul lato del Carnavonshire dello stretto di Menai, chiamato Pwynt Maen Tylen o Pwynt Maen Dulan, preserva il suo nome".
Vediamo quindi come nella visione di Charles Squire, "Gwydion divenne padre di due figli: Lleu, il dio della luce e Dylan, il dio dell'oscurità; e ci è possibile trovare la medesima storia intessuta nel testo della leggenda di Artù. La nuova Arianrhod, chiamata in questo caso Morgawse (Morgana) da Sir Thomas Malory e Anna da Geoffrey di Monmouth, è conosciuta dai miti gallesi più antichi come Gwyar e il nome di Dylan è Medrawt (Mordred), come prima era noto il figlio di Artù e il fratello di Gwalchmei, nonché il peggior nemico di entrambi. Al contrario di Dylan, che ha preso il mare in modo del tutto pacifico, Mordred tradisce Artù e diviene nemico del regno."
Secondo quanto ci narra il Mabinogi, Arianrhod non era gravida prima di scavalcare la bacchetta, ma partorì comunque un figlio per ogni uomo con cui recentemente era giaciuta. Il primo fu Dylan l'oscuro, mentre il secondo, ossia ciò che Gwydion raccolse, era figlio del suo stesso fratello. Il bambino, che nacque prematuro, fu posto dal padre in un cofanetto e custodito ai piedi del letto, nella sua dimora di Caer Dathyl. All'interno del cofano, su cui il druido lanciava incantesimi ogni giorno, il neonato completò la sua crescita e la sua formazione fisica. Per quanto Gwydion, tuttavia, agisse come padre del piccolo, in effetti non lo era. In primis perché se così fosse stato è ragionevole supporre che Arianrhod non avrebbe potuto mentire di fronte a lui nei riguardi della sua verginità. In secondo luogo perché, nella cultura gallese, era il padre a dare nome al figlio e il bambino della dea, come vedremo, non ebbe modo di avere il nome finché non fu la madre a darglielo.
Ancora una volta, in questa storia, troviamo un richiamo al mito orfico. Così come Lleu venne partorito prematuro da una madre che non lo riconobbe e venne cresciuto con stratagemmi dal padre, chiuso in un cofano "dall'inverno fino alla primavera" finché non raggiunse la maturità adatta a sopravvivere nel mondo esterno, Dioniso invece nacque prematuro da una madre che non lo partorì e, ancora feto, venne cucito nella coscia del padre Zeus fino al compiere del nono mese. In un certo senso entrambi ebbero così una "doppia nascita", di cui la seconda per partenogenesi, avvenuta grazie all'intervento maschile.
Non appena il bambino fu abbastanza grande Gwydion lo affidò, in incognito, ad una balia, affinché potesse crescere sano e forte. La stessa cosa, ancora una volta, capitò a Dioniso, che crebbe tra le donne camuffato da bambina. Nel Libro Rosso di Hergest si può facilmente evincere come il bambino crebbe molto velocemente e il poema parla anche di come Arianrhod si lamentò con Gwydion di come la sua reputazione di vergine fosse ormai rovinata e di come lei lo incolpasse di non averla avvisata delle intenzioni di Math. Ma, sopra ogni cosa, inconsapevole del fatto che uno dei suoi figli stesse crescendo, pronunciava parole velenose per la sua stessa progenie, minacciandole di morte e ringraziando solo che Dylan avesse deciso di allontanarsi nei reami abissali, perché avrebbe trovato la morte se fosse rimasto sulla terra o, peggio, se qualcuno dei suoi fratelli avesse deciso di allevarlo.
In questa sua peculiarità, ossia il fatto di odiare i suoi figli, Arianrhod non trova una vera corrispondenza con altre dee madri lunari. La sua smania di potere la avvicina, nel mito, a quella stessa Iside arcaica che concupiva talmente tanto il potere che le sarebbe giunto grazie alla conoscenza del vero nome di Ra, che ordì un complotto per avvelenarlo durante il suo viaggio celeste grazie al morso di un serpente da lei stessa creato con la sabbia del deserto, per avere a sua completa disposizione la grandezza del potere che avrebbe ottenuto. Ma più avanti toccheremo di nuovo l'argomento.
Prima di continuare ci terrei però a ricordare che quello che ci è giunto dal Mabinogi è opera di una traslazione dei monaci amanuensi che, nell'alto medioevo, trascrissero le vecchie ballate e i vecchi canti gallesi. Non è insolito, infatti, trovare degli anacronismi in ciò che sappiamo delle realtà celtiche più antiche. Il fatto che Arianrhod continuasse ad insistere sul concetto della verginità quando è chiaro sia a Gwydion che a Math fab Mathonwy che non era per nulla vergine, è uno di questi punti. Anche prima del momento in cui le venne chiesto di saltare la bacchetta è apparentemente chiaro che fallirà e se vogliamo credere al piano che il fratello ha messo in moto per avere un erede, questi non avrebbe suggerito lei se non fosse stato certo che stava affermando il falso nei riguardi della sua illibatezza. È infatti da notare che la verginità era tenuta in alta considerazione, soprattutto in periodo medievale, dalle tradizioni di stampo cristiano e semitico. Al contrario i celti avevano standard sociali differenti. In termini mitologici, la sessualità era sempre indicativa di divinità associate alla fertilità e all'abbondanza, non alla purezza. È pertanto ragionevole supporre che questa sia stata un'interpolazione avvenuta in fase di stesura del testo da parte dei monaci.
Ma andiamo oltre. Il Mabinogi continua narrandoci di come Gwydion portò il bambino alla corte di Math fab Mathonwy all'età di tre anni, svelando così la sua esistenza. Il re di Gwynedd, comprendendo solo ora il sottile raggiro che era stato intessuto intorno a lui e che lo aveva coinvolto, rimproverò il nipote di aver sfruttato il bisogno di avere una vergine sul cui grembo posare i piedi per attuare i suoi fini e soddisfare il suo desiderio di avere un erede. È proprio in quel contesto, infatti, che si svela l'intera trama. Nonostante il Mabinogi non dia ad intendere che Gwydion avesse chiaro nella propria mente da principio il piano completo, appare realmente curioso come avesse deciso di aiutare il fratello Gilvaethy a sedurre la vergine del re, facendo scoppiare una guerra per soddisfare le sue brame e liberando così il posto di fanciulla da poter affidare ad Arianrhod, da cui voleva un figlio, sapendo bene come quest'ultima non fosse più illibata, ottenendo così, infine, ciò che egli desiderava. Math fab Mathonwy ricordò pertanto a Gwydion che il prezzo del suo gesto avrebbe avuto presto delle conseguenze, che a loro volta avrebbero richiesto un pagamento. Sibillinamente, proferì che non sarebbe stato il solo (o addirittura lui) a pagare per il misfatto.
Ad ogni modo il bambino crebbe a corte e come tale entrò in contatto con una bimba circa della sua età, figlia di servitori. La leggenda secondo la quale Gwydion lo avesse fatto nascere da un cofano si era sparsa come si diffondono tutte le favole misteriose e i due ebbero un battibecco proprio a riguardo. Il piccolo, avendo sempre saputo che sua madre era Arianrhod, si risentì quando la bambina asserì che sua madre era invece un cofano. Quando Gwydion tornò al castello, il bambino lo affrontò sull'argomento e questi capì che era giunto il momento di far sì che il fanciullo e la madre si incontrassero e che la sorella venisse a conoscenza del fatto che aveva un altro figlio.
Secondo la tradizione gallese, come dicevo poco prima, era compito del padre dare un nome ai nascituri. Non essendo presente questa figura nella sua vita, sarebbe quindi toccato alla madre svolgere questo ruolo per la vita del bambino.
Arianrhod, che non solo ignorava l'esistenza di un secondo figlio oltre a Dylan, ma che ne detestava anche solo l'idea, dato che riteneva che fosse responsabile dello smascheramento e dell'ignominia di cui si sentiva colpita, non accolse ovviamente bene la notizia che il fratello le portò. Dopo che questi le ebbe mostrato il fanciullo, e dopo il primo momento di costernazione, la dea glacialmente chiese: "Quale è il suo nome?". Gwydion rispose che in verità non ne aveva ancora uno. Cogliendo al volo l'opportunità per trovare una vendetta sul fratello colpendo il figlio, Arianrhod lo maledì con il primo di tre tynghedau, ossia dei vincoli magici. Gli impose che non avrebbe mai avuto un nome fintanto che non fosse stata lei a darglielo.
Imprecando, Gwydion le garantì: "Il ragazzo avrà un nome, per quanto possa essere spiacevole per te, e per quanto ti riguarda, l'unica cosa che ti affligge è di non poterti più dichiarare vergine". Congedandosi con rancore dalla sorella, tornò assieme al figlio a Caer Dathyl e, dopo una notte di consiglio, lo svegliò molto presto e insieme scesero in spiaggia, dove, grazie ad un incantesimo, il druido tramutò dei carici e delle alghe in un'imbarcazione. Da dei legni secchi, sempre grazie alla magia, ottenne dei pezzi di cuoio che tinse di rosso e di oro per renderli meravigliosi. Dopodiché prese il largo, assieme al ragazzo, verso Caer Arianrhod. Giunto sulla spiaggia, camuffò se stesso e il figlio da calzolai e cominciò a fabbricare scarpe di cuoio. Da una finestra del suo castello, Arianrhod vide l'artigiano in spiaggia e inviò alcuni servitori ad accertarsi di cosa stesse producendo. Questi tornarono asserendo che era un ciabattino e che stava confezionando delle scarpe di ottima fattura, bellissime a vedersi. La dea quindi chiese che fosse presa la misura del suo piede e che gli fossero realizzate delle calzature nuove. I servi fecero come fu loro ordinato ma Gwydion, scaltramente, gliele fabbricò troppo larghe. Appena le indossò, Arianrhod ammise che le scarpe erano veramente ottime e ben fatte, ma non le calzavano bene, perché, appunto, erano fuori misura, pertanto inviò di nuovo i suoi servi a chiedere che gliene facesse di più strette, accettando comunque di pagare il primo paio. Gwydion si mise al lavoro e questa volta gliele fece recapitare troppo strette. La dea, indossandole, si accorse che le andavano piccole, e pur accettando di pagarle mandò di nuovo i suoi servitori ad avvisare che, ancora una volta, le scarpe non andavano bene. A quel punto Gwydion avvertì i servi di Arianrhod che la sua padrona sarebbe dovuta andare direttamente da lui se desiderava avere delle calzature su misura, perché non avrebbe accettato di produrne delle altre. Acconsentendo, la dea si recò all'imbarcazione e incontrò, senza riconoscerli, Gwydion e il ragazzo, entrambi camuffati da calzolai, e li osservò lavorare il cuoio. Proprio mentre si salutavano e si scambiavano gli accordi, uno scricciolo (secondo alcuni uno regolo), un piccolo uccello dell'ordine dei passeriformi, si posò sul ponte della nave e, con una magistrale abilità, il ragazzo prese la mira e lanciò un sasso (o meglio un ago, con cui lavorava cucendo il cuoio) al volatile, colpendolo alla zampa, tra il tendine e l'osso e uccidendolo sul colpo. Arianrhod, riconoscendo l'abilità del ragazzo esclamò: "Con mano veramente ferma il leone ha preso la mira". A quel punto Gwydion rispose: "Possa il cielo non ricompensartene, ora il ragazzo ha un nome, e non è mal trovato. Si chiamerà Llew Llaw Gyffes" e così facendo fece decadere l'illusione e la dea si accorse di come la nave, le scarpe e tutto il resto fossero solo alghe e legni.
Veniamo ora al significato di questa frase, che ha una traduzione arcaica e misteriosa. Pare infatti che i monaci che tradussero e misero per iscritto il Mabinogi in gallese medievale commisero un errore che si tramandò fino a noi. L'errore consisteva nell'aver scritto lleu, che può significare "biondo, luminoso, brillante" come llew, che invece significa letteralmente leone. La frase originale, scritta nel gallese del tredicesimo secolo che racconta l'evento è: "A hyn a wnaeth y bachgen, taflu ei nodwydd a thrawo'r aderyn a'i dreiddio rhwng gewyn ac asgwrn ei goes. Chwerthin wnaeth hi am hyn gan ddywedyd: 'yn wir, gyda llaw fedrus y medrodd yr un golau ei drawo.'
'Ie,' medd yntau, 'melltith duw arnat, canys cafodd enw; ac enw llawndda yw. Lleu Llaw Gyffes yw bellach.".
Letteralmente: "E con questo uno scricciolo si posò sul ponte e il ragazzo tirò il suo ago e lo colpì tra il tendine e l'osso della zampa. E così lei rise, dicendo: 'Davvero, con mano ferma il biondo lo ha colpito'
'Sì', replicò lui, 'Possa la maledizione degli dei essere su di te, dato che ha ottenuto un nome; ed è un buon nome. D'ora inannzi sarà Lleu Llaw Gyffes". Quindi il nome di Lleu LLaw Gyffes significherebbe "Il biondo dalla mano ferma". Ora, è interessante notare però che è curioso che fu proprio un regolo a posarsi sul ponte. Questo uccello, infatti, porta come nome scientifico regulus regulus. Regulus è anche il nome di Alfa Leonis, α Leonis / α Leo, la stella più brillante della costellazione del Leone. Il nome latino regulus significa "piccolo re", ed è una stella dell'emisfero boreale. Può in effetti essere che questa connessione sia stato un piccolo segno lasciato da un monaco amanuense. Inoltre, il regolo era l'uccello dal ciuffo che rappresentava l'anno calante, che veniva scacciato dal pettirosso dell'anno crescente. A prova di questo non mi spingerò oltre sul concetto legato al leone, alla regalità, alla luminosità, al fuoco, al sole e perché no, anche al suo legame con lo stesso Gesù Cristo e San Giovanni Battista della mitologia cristiana. Mi sembra però chiaro che il mito giuntoci è comunque inquinato, anche se in piccole dosi, da interpretazioni più tarde.
Torniamo comunque a ciò che avvenne. Gwydion strappò il nome del figlio alla madre Arianrhod, circuendola con l'inganno, ma lei offesa replicò: "non trarrai alcun vantaggio a farmi del male". E fu così che gli impose il secondo dei tre tynghedau, ossia la seconda delle tre maledizioni: Lleu non avrebbe mai avuto armi proprie se non fosse stata lei stessa a dargliele.
Ancora una volta Gwydion incassò il colpo e le promise che avrebbe ottenuto ciò che gli spettava. Non avere le armi per un uomo, nella società gallese, significava non poter essere un guerriero, pertanto essere rispettato e onorato come un membro attivo della tribù.
Rimuginando tra sé, Gwydion si allontanò con Lleu Llaw Gyffes e tornarono a Caer Dathyl. Il giorno dopo, di buon ora, si svegliarono e, presi dei cavalli, si diressero al castello di Arianrhod. Poco prima di presentarsi a corte, usando la sua magia, il druido camuffò se stesso e il figlio da bardi girovaghi e si presentò alla dimora della sorella chiedendo di essere annunciato e alloggiato. Allietata all'idea di avere dei musici, Arianrhod li fece entrare e lasciò che si esibissero. Chiacchierarono a lungo e infine si fermarono per cena. Durante il desinare Arianrhod, non sospettando per nulla dell'inganno, ascoltò Gwydion raccontare con gran delizia. Quando giunse il momento di ritirarsi, fu loro fatta preparare una stanza così che potessero passare la notte a corte.
Quando Lleu Llaw Gyffes e tutti gli altri ormai dormivano a Caer Arianrhod, Gwydion intessé un incantesimo illusorio molto complesso. Al mattino furono svegliati da un gran trambusto di grida. Arianrhod bussava alla porta della loro stanza con preoccupazione e, una volta che le ebbero aperto, si precipitò dentro avvisandoli che la baia era piena di navi, tanto che non era possibile vedere i riflessi dell'acqua per quante vele si stagliavano tra i flutti. Costernata, chiedendosi chi potesse mai essere a portare la guerra al suo castello, cercò consiglio ai due ospiti e Gwydion, molto semplicemente, le replicò che la cosa migliore che potevano fare era asserragliarsi nel castello e armare tutti quelli che erano in grado di combattere per resistere al massimo delle loro capacità. Arianrhod accolse il consiglio e chiese ai due se avrebbero impugnato le armi. Gwydion acconsentì e lei stessa corse a prendere un'armatura e delle armi e le porse prima a Lleu Llaw Gyffes, soddisfacendo così il secondo dei tre tynghedau. Ottenuto ciò che voleva, Gwydion fece decadere la sua illusione e rivelò se stesso. Infuriata, Arianrhod impose al figlio un ultimo vincolo: non avrebbe mai avuto una moglie umana.
Questo tipo di destino non era raggirabile come i due precedenti, in quanto senza una donna Lleu Llaw Gyffes non poteva essere considerato un uomo. Per rimediare a questo espediente Gwydion si rivolse quindi a Math fab Mathonwy, il re di Gwynedd, suo zio. Insieme, grazie alla loro magia, crearono una donna da nove fiori: fagiolo, olmaria, quercia, ortica, primula, castagno, ginestra, gittaione e rovo, e le diedero il nome di Blodeuwedd, che significa "viso di fiori". Robert Graves, nel suo La Dea Bianca ha isolato la parte della poesia, presente nella Cad Goddeau, la battaglia degli alberi, e che riguarda questo evento:

HANES BLODEUWEDD

Non di padre né di madre
fu il mio sangue, fu il mio corpo.
Fui stregata da Gwydion.
grande incantatore dei Britanni,
quando mi formò da nove fiori,
nove germogli di varia specie:
dalla primula di montagna,
ginestra, ulmaria e gittaione,
frammisti insieme,
dal fagiolo che reca nella sua ombra
una bianca armata di spettri
di terra, della specie terrestre,
dai fiori dell’ortica,
di quercia, di rovo e del timido castagno
nove poteri di nove fiori,
nove poteri combinati in me
nove germogli di piante e alberi.
Lunghe e bianche sono le mie dita
come la nona onda del mare.

Veniamo qui ad una deviazione nella storia, che ci serve però per capire meglio il ruolo che ebbe Arianrhod. Blodeuweed era di fatto una fanciulla ultraterrena e, nella canzone che la riguarda, viene decantata per il pallore delle sue dita. Ma, una volta andata in sposa a Lleu Llaw Gyffes, si trovò sola nel suo castello, nelle terre assegnategli da Math fab Mathonwy re di Gwynedd. Un giorno, mentre il marito era lontano per far visita allo zio, un cacciatore di nome Gronw Pebyr, insieme con la sua muta di cani, apparve nelle terre di loro proprietà inseguendo un cervo e lo uccise proprio in vista del castello. Dato che impiegò molto tempo a scuoiarlo e a prepararlo, Blodeuwedd si sentì in dovere di chiedergli di fermarsi a corte per non apparire scortese a rimandarlo a casa con il buio. Tuttavia non appena i due si videro si innamorarono e passarono la notte assieme. La fanciulla, cercando quindi un modo per rimanere per sempre con il suo amante, escogitò un metodo per uccidere il marito, cercando di farlo in modo che apparisse spinta dalla premura nei suoi confronti.
Qualche giorno dopo Lleu tornò a casa e, nonostante i festeggiamenti in cui si soffermarono, Blodeuwedd appariva distante. Il marito tentò quindi di carpire da lei il motivo del suo languore e lei rispose che temeva che lui potesse morire prima di lei e, insistendo, gli chiese di spiegarle come potesse essere ucciso. Lleu Llaw Gyffes rispose: "Non è facile uccidermi se non procurandomi una ferita. E per procurarsi una lancia in grado di ferirmi sarebbe necessario un anno di lavoro, da farsi solamente durante la messa della domenica. E non mi si può uccidere né a casa né fuori; non mi si può uccidere né se sono a cavallo né a piedi. Bisognerebbe prepararmi un bagno sulla riva di un fiume, costruire un tetto sopra la tinozza e rivestirlo di cannici ben accostati, portare un capro e metterlo a fianco della tinozza. Se io allora mettessi un piede sulla groppa del capro e uno sul bordo della tinozza, chiunque mi colpisse in quella posizione mi darebbe la morte".
Ottenute le informazioni necessarie e consegnatele a Grown Pebyr, questi si mise al lavoro. A distanza di un anno la lancia fu pronta e Blodeuwedd, fingendosi accalorata dalla paura della morte di Lleu gli chiese di mostrarle come potesse stare ben ritto con un piede sulla schiena di un capro e l'altro sul bordo della tinozza dentro cui lei aveva già preparato un bagno e sopra cui aveva fatto costruire un piccolo tetto con cannici accostati. Lleu glielo mostrò e in quel momento il rivale, nascosto dalla parte opposta della riva, scagliò la lancia che lo colpì al fianco. Con un tremendo urlo di dolore Lleu Llaw Gyffes si tramutò in un'aquila e prese il volo sparendo alla vista.
Grown Pebyr prese così possesso del castello e regnò sulle terre che appartenevano al figlio di Arianrhod, finché la voce non giunse alle orecchie di Math figlio di Mathonwy. Gwydion, in lutto, si mise alla ricerca del nipote e durante i suoi viaggi percorse da un capo all'altro il Gwynedd e il Powys e poi si recò nell'Arvon, fino a giungere nella dimora di un vassallo dove si fermò per la notte. Il padrone di casa e i famigliari rientrarono e per ultimo arrivò il porcaro, al quale il padrone di casa domandò se quella sera la sua scrofa fosse rientrata nel porcile. Questi rispose che era tornata e Gwydion, sospettoso, chiese dove l'animale si recasse. Il porcaro gli spiegò quindi l'anomalia in cui si cimentava: tutti i giorni, l'animale usciva e non la si vedeva per tutto il giorno. Ritornava solo la sera e attendeva nel porcile il momento in cui il cancello venisse aperto al mattino per correre via di nuovo. Allertato, Gwydion chiese di poter assistere all'evento il giorno dopo. All'alba, insieme con il porcaro, si recò a davanti all'ingresso e, osservò che, non appena possibile, la scrofa correva lungo il fiume di gran carriera. Gwydion la seguì e notò che questa si fermò sotto una quercia alle cui radici c'era un ammasso di carne putrida e di vermi, di cui l'animale si nutriva avidamente. Gwydion alzò lo sguardo e vide che sulla cima era appollaiata un'aquila che da una ferita perdeva carne in decomposizione, che si accumulava tra le radici della quercia e di cui la scrofa si nutriva. A quel punto, intuendo di aver trovato Lleu, il druido cantò un englyn, ossia una poesia bardica, per attirarlo verso di sé: "Quercia che cresce tra le due rive, oscurati sono il cielo e il colle! Non lo riconoscerò dalle sue ferite, non è forse questi Lleu?"
A quelle parole l'aquila scese a metà dell'albero e Gwydion riprese a cantare: "Quercia che cresce su questi monti, non è bagnata dalla pioggia? Non è inzuppata da nove volte venti tempeste? Sui suoi rami essa porta Lleu Llaw Gyffes!"
L'aquila quindi scese sul ramo più basso e Gwydion cantò: "Quercia che cresce sotto il pendio, imponente e maestosa nell'aspetto! Non devo forse dire che Lleu scenderà nel mio grembo?"
Così avvenne e Gwydion, colpendo l'aquila con la sua bacchetta, ridonò a suo figlio le sembianze originarie. Quasi morto, Lleu fu portato a Caer Dathyl dove venne curato amorevolmente e, grazie alle magie di Math e di suo padre, prima della fine dell'anno si ristabilì completamente e tornò, in capo ad un esercito, a riprendersi la sua terra e a cercare vendetta.
Comprendendo che non avrebbe mai potuto battere il nemico, Grown Pebyr chiese a Lleu Llaw Gyffes che cosa avrebbe dovuto fare per ripagare il torto che gli aveva fatto. Per lavare l'onta, si sentì rispondere, doveva posizionarsi nell'esatto punto dove si trovava Lleu quando fu ferito e prendersi un colpo analogo. Dopo aver chiesto a tutti i suoi compagni se qualcuno volesse prendersi il colpo al posto suo e dopo aver ricevuto un diniego, dato che ciò che era avvenuto fu a causa di una donna, Grown chiese che potesse essere posizionata una pietra piatta tra loro e gli fu consentito. Quando Lleu scagliò la lancia, questa trapassò la roccia e infilzò Grown Pebyr da parte a parte, uccidendolo sul colpo.
Blodeuwedd, invece, appena saputo che Lleu era vivo e che stava tornando al suo castello, scappò verso le montagne con le sue ancelle, ma per la paura di essere raggiunte continuarono a fuggire guardandosi le spalle, al punto che non si accorsero di ciò che stava loro di fronte e caddero in un fiume, annegando. Solo Blodeuwedd si salvò, e quando Gwydion la raggiunse la maledisse tramutandola in una civetta e costringendola a guardarsi sempre alle spalle.
Ora, vediamo come Arianrhod fosse una dea legata alla morte e all'iniziazione. In quanto Ruota D'Argento, una volta all'anno faceva da tramite tra il regno dei vivi e quello dei morti, conducendo le anime nell'aldilà, esattamente nel giorno di Samhain. Inoltre il suo castello, Caer Arianrhod, come abbiamo visto sorgeva su un sacro pozzo dove le sue sacerdotesse, e lei stessa, avevano il compito di fare la guardia affinché le creature delle acque non avessero a riprendersi il regno della terra. Lo stesso figlio Dylan era noto anche come "Dylan ail Don", che significa "la seconda ondata". Tutta la rabbia e la frustrazione che provò nel mettere al mondo i due figli, uno legato alla luce e uno legato alle tenebre, è apparentemente incongruente con il suo status di dea madre lunare, se non fosse che lei, in realtà, non era a conoscenza di essere gravida, e che l'incantesimo di Math colse alla sprovvista lei tanto quanto gli altri presenti. Se questa tesi mitologica è giusta, chi avrebbe messo incinta Arianrhod? Chi sarebbe quindi il padre genetico dei due figli? Potrebbe trattarsi di un misterioso amante che non rivelò il suo vero volto? Questo ci riporterebbe a Semele, che non conosceva il volto del divino Zeus, che la rese gravida. E perché no, ci riporta ad un noto evento della mitologia cristiana in cui una donna vergine rimase gravida senza conoscere alcun uomo; apparentemente fecondata da uno spirito.
Il suo dualismo, in quanto Ruota D'Argento, quindi luna ma signora oscura, si rispecchia nei suoi figli, Dylan l'oscuro e Lleu il luminoso. Un dualismo che vediamo anche in Cerridween, che aveva due figli: uno bruttissimo e oscuro di nome Afagddu e uno bellissimo e luminoso di nome Creirwy, e che era nota come la scrofa bianca, la stessa che andava a nutrirsi della carne putrida di Lleu.
Il concetto di iniziazione si rivela nelle stesse prove che Arianrhod sottopose al figlio Lleu Llaw Gyffes. Nella Dea Bianca, Robert Graves fa un lungo ex cursus a riguardo e ci dice: "Arianrhod («ruota d’argento») compare nella Triade come «la figlia argentocerchiata di Dòn » ed è uno dei personaggi principali del Romanzo di Math figlio di Mathonwy. Nessuno che abbia un po’ di familiarità con le molte varianti della medesima leggenda nei vari corpus mitologici europei può nutrire dubbi circa la sua identità: si tratta della madre del solito Bimbo-pesce divino Dylan il quale, dopo aver ucciso il solito Regolo (come fa il Pettirosso dell’Anno Nuovo il giorno di Santo Stefano), diventa Llew Llaw Gyffes (« il leone dalla mano ferma »), il solito prestante e abile eroe solare affiancato dal solito gemello celeste. Arianrhod adotta quindi le sembianze di Blodeuwedd, la solita dea dell’amore, che (come al solito) distrugge con la frode Llew Llaw (una storia vecchia almeno quanto l’epopea babilonese di Gilgames) ed è poi trasformata dapprima nel solito gufo della saggezza e in seguito nella Vecchia-scrofa-divoratrice-dei-suoi-piccoli, che si nutre della carne morta di Llew. Ma Llew, la cui anima ha preso la forma della solita aquila, viene come al solito restituito alla vita.
In altre parole: Arianrhod è un ulteriore aspetto di Caridwen-Cerridwen, la Dea Bianca della Vita-nella-morte e della Morte-nella-vita, e abitare nel suo castello equivale a trovarsi in un purgatorio regale in attesa della resurrezione. Perché regale? Perché nell’Europa primitiva si credeva che solo ai re, ai signori, ai poeti e ai maghi fosse concesso il privilegio di rinascere.
Le innumerevoli altre anime meno ragguardevoli vagavano sconsolate nella gelida regione intorno al castello, ancora non confortate dalla speranza cristiana di una resurrezione universale. Gwion lo dice chiaramente nel suo Marwnad y Milveib (« Elegia sui mille figli»).
Folle inconcepibili c’erano
costrette in un rigido inferno
sino alla quinta età del mondo,
sino a che Cristo libererà i prigionieri.

" Come ricordiamo, Arianrhod cerca un modo di ottenere il potere di Math, facendosi pssare per vergine e prendendo il posto che prima spettava a Goewin, che fu presa con la forza da Gilvaethy e che divenne sposa di Math fab Mathonwy perché la sua reputazione fosse salvata. Il ruolo che aveva Goewin era quello di reggere i piedi del re sul suo grembo, ossia i talloni, che da sempre portano con sé un simbolismo molto ampio. Basti ricordare il punto debole dell'eroe acheo Achille, figlio di Teti e Peleo, trafitto dalla freccia di Paride durante la guerra di Troia, narrata nell'Iliade di Omero. Ma, come ben ci ricorda Carlo Ginzburg nel suo Storia Notturna, il tallone è parte di un complesso simbolismo iniziatico ed infero, legato al deficit deambulatorio e che rispecchia l'appartenenza a due mondi differenti e che si manifesta con eroi e dei che zoppicano o che indossano un singolo calzare. Questo simbolismo, anche solo nel Mabinogion, è possibile vederlo per altre due volte: Bran, il signore dei corvi, viene trafitto in battaglia al tallone nella storia narrata nel secondo ramo, o anche Diarmuid viene colpito dalla setola del cinghiale di Bern Gulban. Possiamo quindi riconoscere in Math il re sacro destinato al sacrificio, che poggia i suoi piedi nel grembo sacro della vergine. E, come abbiamo citato più sopra, così come Arianrhod desiderava ardentemente il potere di Math, steso sul letto, ecco che anche Iside, nel medesimo modo, desiderava il potere di Ra e, creato appositamente un serpente, lo posizionò sulla strada che il dio solare compiva sul suo cocchio, inducendolo così a pestarlo con il tallone finendo morsicato e avvelenato. Preda del delirio dovuto al veleno, Ra venne circuito da Iside che gli strappò il segreto del suo vero nome e così il suo potere.
Arianrhod rappresenta quindi la madre che mette alla prova il figlio e questi supera le prove iniziatiche una ad una. Ma nel suo aspetto di vergine sposa diventa Blodeuwedd, che lo porta alla morte, e in quello di vegliarda in Cerridwen, che sotto forma di scrofa bianca va a mangiare la carne putrida di Lleu ferito, conducendolo alla fine del suo viaggio verso la guarigione e la resurrezione e compiendo così la maledizione che Pryderi scagliò contro Gwydion, affermando che i maiali che lui aveva voluto ottenere con l'inganno si sarebbero nutriti della sua stessa carne.
C'è infatti da notare che i maiali hanno un ruolo determinante nel Mabinogion, dal momento che furono un dono di Arawn, signore degli inferi, per Pryderi e che divennero anche il pretesto per una guerra che portò alla morte di quest'ultimo per mano dello stesso Gwydion, padre di Lleu Llaw Gyffes, e che scatenò poi tutta la serie di eventi che ci ha condotti fino a qui. Si tratta quindi di un animale infero che torna per nutrirsi della vita e, in questo modo, riportare l'eroe alla rinascita.
Torniamo quindi ad Arianrhod, che pone tre diversi vincoli al destino del figlio, impedendogli così di svolgere a tutti gli effetti il rito di passaggio necessario perché venisse accettato come adulto nella società celtica gallese. Ella è di fatto considerata una dea vergine, pertanto adatta al concetto iniziatico di cui parlavamo sopra. Per soddisfare le richieste iniziatiche, Lleu deve prima trovare il proprio nome, quindi la propria identità, che segna anche il proprio destino. Dopodiché deve trovare le armi, ossia il potere di riconoscersi in un ruolo, in ultimo deve trovare una sposa, in questo caso una creatura sovrannaturale, che rappresenta la trasmissione del potere.
Esattamente come lui, Teseo di Atene giunge in terra cretese con il preciso intento di uccidere il mostruoso minotauro entrando nel labirinto. Arrivato a Creta, dimostra a Minosse di chi è figlio, scendendo negli abissi e tornando in superficie con la Corona Borealis come regalo per Ariadne. Qui supera la prima prova, ossia dimostrare la propria identità. In seguito la dea stessa gli dà le armi: ossia il rocchetto di filo da srotolare per non perdersi nel labirinto, dentro cui entra completamente nudo, vestito solamente di una pelle di leone. Giunto al centro, uccide il Minotauro solo grazie all'aiuto che gli viene elargito da Ariadne, la signora del Labrys, l'ascia bipenne utilizzata, appunto, nei sacrifici sacri del tori. Grazie a lei, quindi, entra negli inferi e rinasce, sposandosi subito dopo. Come Teseo era un eroe solare, lo era anche Lleu Llaw Gyffes, che come abbiamo visto è associato all'irlandese Lugh.
Vediamo ora, finalmente un quadro più completo e districato dove Arianrhod, dea lunare, nei suoi diversi aspetti, partorisce, sposa e uccide il dio solare, mantenendo con lui un perpetuo legame, esattamente simile a quello che abbiamo visto tra Selene ed Elios. Ci è quindi possibile trovare una sorta di tripolarità tra Arianna/Semele/Selene e Arianrhod/Cerridween/Blodeuwedd. E quest'ultima, rappresentante il sacrificio e il tradimento ha un richiamo con la "nona onda del mare", in riferimento al biancore delle sue dita: "lunghe e bianche sono le mie dita, come la nona onda del mare", recita la Cad Goddeau.
Interessante è il concetto, tuttavia, di questa "nona onda", che si richiama spesso anche nel mito di Dylan. Secondo le tradizioni marinaresche, le onde del mare si muoverebbero a gruppi di nove ciascuno, ognuna più grande della precedente; l'ultima di esse sarebbe la più potente e grossa di tutte, nonché la più pericolosa. Il nove, inoltre, è il numero lunare per antonomasia, in quanto tre volte tre, e come abbiamo visto più sopra è legato anche a Selene, che tra le altre cose in quanto luna controllava le maree. I popoli gallesi, soprattutto, tendevano ad associare la "nona onda" al regno dell'aldilà, quindi "la nona onda", diventa anche il concetto di confine tra il regno dei vivi e quello della morte, di cui Arianrhod, insieme con le tre sorelle, fa da guardiana nel suo castello dove il pozzo sacro sprofonda negli abissi; esattamente come Ariadne era custode del labirinto dove il mostruoso Minotauro era confinato. Il legame infero della luna, in questo contesto, si manifesta anche nel ruolo di Ecate come luna oscura e al fatto che come regina infera, risiedeva, come ci insegnano gli Oracoli Caldaici di Psello e Plutarco nel De Genio Socratis, nel luogo di tramite tra la terra e il cielo. Non per nulla, Porfirio nel Culto delle Immagini si riferisce appunto ad Ecate e Selene quasi scambiandole come la stessa divinità.
Arianrhod non è, quindi, una dea originaria del Galles e nemmeno della Britannia. La sua origine sarebbe da far risalire all'invasione dei Thuatha De Danaan. Questa popolazione apparentemente mitica invase le coste della Gran Bretagna tra il 1400 e il 1500 a.C. Secondo Robert Graves, nella sua Dea Bianca "i Tuatha dé Danaan erano una confederazione di tribù con successione regale matrilineare, alcune delle quali invasero l’Irlanda dalla Britannia verso la metà dell’Età del bronzo. La dea Danu venne in seguito mascolinizzata in Dòn o Donnus, che fu considerato l’antenato eponimo della confederazione. Ma nel primitivo Romanzo di Math figlio di Mathonwy Danu appare come sorella del re Math del Gwynedd, e Gwydion e Amathaon come suoi figli, ossia come divinità tribali della confederazione dei Danai. Secondo una tradizione irlandese contenuta nel Libro delle invasioni e plausibile dal punto di vista archeologico, i Tuatha dé Danaan venivano dalla Grecia ed erano stati spinti verso il Nord da un’invasione proveniente dalla Siria; essi giunsero infine in Irlanda passando dalla Danimarca, alla quale diedero il proprio nome (« regno dei Danai »), e dalla Britannia settentrionale. Per quel che vale, la data del loro arrivo costì è posta al 1472 a.C. L’invasione siriana della Grecia è forse quella cui allude Erodoto all’inizio delle sue Storie: la cattura da parte dei «Fenici» del tempio danao della Dea Bianca Io ad Argo, allora capitale religiosa del Peloponneso, colonizzata dai Cretesi intorno al 1750 a.C. Erodoto non menziona date, limitandosi a collocare l’avvenimento prima della spedizione della nave Argo nella Colchide, che i Greci ponevano nel 1225 a.C., e prima che «Europa» venisse portata dalla Fenicia a Creta, migrazione tribale che ebbe luogo con ogni probabilità alcuni secoli prima, anteriormente al saccheggio di Cnosso del 1400 a.C. Nel Libro delle invasioni si parla di un’altra invasione dell’Irlanda, successiva di due secoli all’arrivo dei Tuatha dé Danaan, confermata dalla Storia ecclesiastica di Beda. Gli invasori, partendo dalla Tracia, navigarono verso occidente e, attraversato il Mediterraneo e usciti nell’Atlantico, sbarcarono nella baia di Wexford, dove si scontrarono con i Danai, ma furono poi convinti a proseguire verso la Britannia settentrionale, allora chiamata Albania (Albany). Erano noti con il nome di Pitti, ovvero uomini tatuati, e le loro bizzarre usanze sociali - esogamia, totemismo, coito pubblico, cannibalismo, tatuaggio, partecipazione delle donne alle battaglie — erano uguali a quelle esistenti in Tessaglia prima dell’arrivo degli Achei e in epoca classica tra le tribù primitive della costa meridionale del Mar Nero, del Golfo della Sirte in Libia, di Maiorca (popolata da Libici dell’Età del bronzo) e della Galizia nordoccidentale. La loro lingua, estranea al gruppo celtico, era ancora in uso ai tempi di Beda".
Secondo quanto ci giunge da tradizioni irlandesi, i Tuatha De Danaan parlavano originariamente greco, pertanto questo avvalla ulteriormente l'ipotesi secondo cui Arianrhod sarebbe la Arianna cretese portata da una popolazione di invasori, di cui ha conservato gli aspetti lunari e ciclici, nonché la Corona Borealis, prima gioiello e poi residenza stessa, e gran parte del mito e del suo collegamento infero e acquatico che abbiamo già avuto modo di vedere.
La luna, astro splendente del cielo notturno, ha da sempre sugli esseri umani un ascendente di incredibile potere. Basta chiedere ad un poliziotto, ad un infermiere di un ospedale psichiatrico e ad un'ostetrica. Sapranno affermare che gli eventi legati alle sue fasi sono frequenti. I suoi cicli richiamano dentro di noi l'alternarsi di conscio e inconscio, di sonno e di veglia, di istinti e razionalità e le divinità che la rappresentano mostrano questo aspetto nelle loro manifestazioni, da un capo all'altro del mondo, sotto molteplici nomi e molteplici forme. Come giustamente afferma Gianfranco Nuzzo, professore di Filologia Classica dell'università di Palermo in uno dei suoi saggi: "Purtroppo, le conoscenze che possediamo su quella che, con felice ossimoro cronologico, Salvatore Quasimodo ebbe a chiamare la «Grecia di prima della Grecia», pur se notevolmente accresciute nell’ultimo secolo, non ci consentono di stabilire con precisione come e quando simili figure furono ‘declassate’ dal rango di divinità a quello di eroine del mito, conservando solo labili tracce della loro originaria natura". In questo mondo lontano e mirabile, Pasifae non era solamente la moglie di re cretese indotta ad avere appetiti zoofili, ma una dea che compiva una ierogamia con un dio zoomorfo, simbolo lunare. E sua figlia Ariadne non era meramente una povera fanciulla sedotta e abbandonata dall'eroe di turno, ma la signora suprema del labirinto, custode degli oscuri segreti inferi che sposa un dio solare. Come in ogni cosa, sta sempre a noi cercare di trovare il vero significato che si cela dietro il mito, nascosta dalle pieghe delle storie scritte dai vincitori.